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La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

LIBRO SESTO. Capitano Gentil Virginio Orsini,

Reading edition

Conte dell'Anguillara.

[1534-1548.]

PARTE SECONDA. DAL 37 AL 48.

SOMMARIO DEI CAPITOLI.

I. — Cresce l'armamento. — Il Conte lascia e ripiglia il capitanato. — Ritiene le galèe di sua proprietà. — Breve confidenziale di Paolo III (5 nov. 1537).

II. — La consegna e l'inventario delle galèe. — Documenti. — Perizia dei pratici, e del capitano Ermolai. — Prima occultazione dell'Orsino, riflessioni e conseguenze (12 novembre 1537).

III. — Trattato della lega. — Difficoltà politiche. — Capitoli stabiliti in Roma (8 febbrajo 1538). — Analogia tra la lega di Paolo III nel 1538 e l'altra di Pio V nel 1571. — Mia protesta perpetua.

IV. — Il patriarca Grimani, legato e prefetto. — Armata papale di trentasei galèe. — Gente e fornimento, Girolamo Grossi e il vescovo di Sinigaglia. — Difficoltà dei rematori. — Giovanni Ricci e i suoi Mss. — (10 febbrajo 1538).

V. — Rassegna dell'armata in Ancona. — Nota delle galèe e dei capitani (11 giugno 1538). — Fanterie romane pei Veneti. — Religiosità degli equipaggi. — Congiunzione a Corfù.

VI. — Viaggio intermedio di Paolo III a Nizza. — Conferenze tra Francesco e Carlo. — Tregua di dieci anni. — Il Doria in Provenza per tutto luglio.

VII. — Querele dei Veneziani in attesa (1 agosto). — Ferrante Gonzaga tiene a bada. — L'armata di Roma esce sola da Corfù per attaccare la Prèvesa (14 agosto).

VIII. — Il golfo dell'Arta e la piazza della Prèvesa. — Sbarco, batterie, assalto, morti e feriti. — Si ritira il Patriarca dalla Prèvesa e fa ritirare Barbarossa dalla Canèa. — Lettera inedita del Patriarca (19 agosto 1538).

IX. — Arrivo del Doria a Corfù (8 settembre 1538). — Specchio dell'armata. — Consigli e raggiri (10 settembre). Pretensioni spagnuole e rifiuti veneziani. — Sempre le stesse cose. — Equipaggio più o meno numeroso, secondo i paesi.

X. — Arte d'Andrea e di Barbarossa. — Amendue per evitare la battaglia. — Scaramucce alla bocca dell'Arta. — Andrea si ritira (26 settembre).

XI. — Barbarossa segue appresso. — Ordinanza bellissima dei nemici e dei nostri. — Lunghi e inutili consigli. — Il Condulmiero attacca la battaglia. — Il Doria si trattiene. — Barbarossa l'imita. — Ardore dell'armata cristiana e mormorazioni contro il Doria. — I generali alleati lo esortano ad investire, tutti chiedono battaglia. — Andrea piglia la fuga (27 settembre 1538).

XII. — Confusione di ogni altro per la fuga del Doria. — Perplessità di Barbarossa. — Finalmente i Turchi danno la caccia ai fuggitivi. — Perdite e vergogne. — I Turchi montano al più alto segno di arroganza.

XIII. — Esame di amici, di nemici e d'imparziali. — Giudizio della storia sincera. — Sempre l'istessa politica di Ferdinando alla Cefalonia, di Carlo alla Prèvesa, di Filippo a Lepanto.

XIV. — Miniato Ricci al tesoriere Parisani. — Notizie della giornata. — Documento inedito (30 settembre 1538).

XV. — Lettere del Doge al Doria. — I Veneziani si piegano a ricevere i venticinque. — Insulti di Barbarossa a Corfù (7 ottobre 1538).

XVI. — Attacco alla fortezza di Castelnovo. — Manovra delle galere. — I marinari espugnano la piazza. — Valore dei Veneziani (27 ottobre).

XVII. — Il Doria contro la fede dei capitoli piglia possesso della piazza. — La presidia con quattromila Spagnuoli. — I Veneziani traditi fanno tregua. — Le parole e i fatti. — Gli Spagnuoli perdono Castelnovo, e i Veneziani salvano Cattaro (1539).

XVIII. — Ritorna l'Orsino al comando. — Il pirata Dragut e le cinque squadre contro di lui. — Preso prigione dai nostri. — Ricuperata la galèa del Bibbiena, perduta alla Prèvesa (giugno 1540).

XIX. — Detti e fatti di Dragut in catena. — Biasimo comune dei contemporanei per la liberazione di Dragut (ottobre 1540).

XX. — Vendette dei pirati. — Gli Spagnuoli chiedono Algeri. — Carlo ottiene le nostre galere. — Ottavio Farnese e sua brigata. — La galèa imperiale. — L'armata nelle acque di Algeri (24 ottobre 1541). — Sbarco e prime fazioni (26 ottobre). — La pioggia, la stella e il tramonto (27 ottobre).

XXI. — La tempesta della notte cresce nel giorno seguente (28 ottobre 1541). — Naufragare, sferrare, rompere, investire in terra. — Saldezza e disciplina delle galèe dell'Orsino. — Condizioni dell'esercito, e ritirata (30 ottobre). — Ritorno del Conte in Civitavecchia.

XXII. — Armamento maggiore. — Il Conte rimettesi in crociera pel Tirreno. — Documento. — Piglia la squadra del pirata Scirocco (1542).

XXIII. — Altre guerre tra Carlo e Francesco. — Questi richiama i Turchi, e quegli i Protestanti. — Il Conte si ritira (marzo 1543).

XXIV. — Il capitano Bartolommeo da Talamone conduce in salvo le nostre galere a Malta. — Passaggio e rovine di Barbarossa (luglio 1543). — Feste in Marsiglia ai Turchi. — Il capitano Bartolommeo scorre per l'Arcipelago e brucia i giardini di Barbarossa. — Suo ritorno e morte (dicembre 1543). — Gli succede per compera Orazio Farnese.

XXV. — Barbarossa sverna in Provenza. — Di là ritorna verso il Tirreno. — Taglie a Genova. — Il figlio del Giudèo all'Elba. — Fuoco a Talamone. — Minacce a Civitavecchia. — Ruine nel golfo di Napoli e in Calabria. — Due Domenicani mettono la pace tra Carlo e Francesco (4 agosto 1544). — Intimazione del Concilio di Trento.

XXVI. — Litigi privati appresso ai pubblici. — Questioni del Doria coi Camerali di Roma. — Cattura delle quattro galere di Civitavecchia (15 agosto 1544). — Clamori dei Farnesi, e restituzione.

XXVII. — La nostra squadra col capitano de Nobili in Barberìa (1545). — Vendita delle quattro galèe dei Farnesi a Gianluigi del Fiesco. — Il conte Girolamo in Civitavecchia con tre galere; ed il conte Gianluigi colla quarta (la Caterinetta) fuor di linea (1546). — La congiura, e tutte le galèe del Doria prese dalla Caterinetta. — Fine della congiura (3 gennajo 1547).

XXVIII. — Tornano le galèe all'Orsino. — Il conte Gentile ripiglia la condotta (marzo 1548). — Sua morte, e ricordo delle più belle giornate (agosto 1548).

LIBRO SESTO. CAPITANO GENTIL VIRGINIO ORSINI, CONTE DELL'ANGUILLARA. [1534-1548.]

PARTE SECONDA. DAL 37 AL 48.

I.

[5 novembre 1537.]

I. — Solenne alleanza dei principi cristiani, dugento navigli di linea, cinquanta mila fanti, quattromila cavalli, guerra in ogni parte di Oriente, assedî ed espugnazioni di fortezze, scontri sul mare con tutta l'assembraglia turchesca e piratica, in somma per le mani mi cresce la materia, ma non l'autorità del conte Gentile, protagonista del libro sesto: anzi per la stessa ragione dell'armamento straordinario esso tirasi indietro, e cede rispettosamente la mano ed il passo ad un dignitario ecclesiastico, chiamato dal Pontefice al primo posto d'onore e di autorità col titolo di Legato apostolico sull'armata navale[1]. Vediamo or dunque discendere il Conte alla seconda linea, e appresso lo vedremo risalire alla prima; e poi ritirarsi e ritornare, non lasciando mai per altri dieci anni, cioè infino all'estremo giorno della sua vita, di mostrarsi principal condottiero alla nostra marina. Però senza rompere il filo, penso di continuare la seconda parte del sesto libro sotto gli stessi auspicî dello splendido suo nome, perchè egli solo tra noi per dieci anni resta fermo, quando gli altri vengono e vanno.

Nel fervore delle pratiche, trattandosi la lega, e dovendosi mettere in sesto dalla parte di Roma il primo fondamento alla futura squadra marittima del Legato infino a trentasei galere, i Ministri camerali deliberarono riprendere dall'Orsino le tre della condotta: e trovandosi egli in Civitavecchia, mandarongli colà il vescovo di Pavia con un brevetto papale del tenore seguente[2]: «Al diletto figliuolo, nobil uomo Gentil Virginio Orsini conte dell'Anguillara. — Figlio diletto, salute ed apostolica benedizione. — Mandiamo costà in Civitavecchia il venerabile fratello Giovanni de Rossi, vescovo di Pavia, per rivedere e riconoscere l'amministrazione delle nostre galere. Ed esso da parte nostra ti avrà altresì a dire certe cose. Però tu presterai piena credenza alle parole di lui, come presteresti a Noi medesimo. — Dato a Roma, presso san Pietro, addì cinque novembre 1537, del nostro pontificato anno quarto. — Fabio Vigile.»

Parrebbemi villanìa entrare in camera dove parlano da solo a solo il Vescovo e il Conte, coll'intenzione di riferire altrui i loro discorsi. Detesto l'origliare di certuni al bucolino, molto più sotto le speciose apparenze di rendere servigi. Ma se ad alcuno verrà vaghezza di sapere i trattati dei due personaggi, secondo il brevetto, aspetti che quei signori escano in pubblico, e vadano al notajo, e allora con tutta dicevolezza saprà che il Conte pel buon andamento della lega, e per la maggior quiete dei contraenti, riconosce la convenienza di mettere il Legato sull'armata: quindi lascia (per poi riprenderlo a suo tempo) il titolo di capitan generale e di commissario in Civitavecchia, scrive l'inventario e la perizia delle tre galèe papali, le consegna ad un altro capitano, e se ne resta colle quattro galèe sue proprie, come venturiero capitano assoldato nella armata papale sotto gli ordini e lo stendardo del Legato per la prossima spedizione generale contro il Turco[3].

II.

[11 novembre 1537.]

II. — Ecco il tenore dell'istrumento[4]: «Giorno di domenica, undici di novembre 1537. — Civitavecchia, nel palazzo camerale. — Perchè il reverendissimo in Cristo padre e signore Giovanni de Rossi, vescovo di Pavia, presidente e chierico della Camera apostolica, e commissario delegato da nostro Signore nella terra di Civitavecchia; ed insieme con lui il reverendo don Guido Pacelli commissario della Camera predetta, ed Alessandro Benci computista, intendono ritirare dall'illustrissimo ed eccellentissimo signore Gentil Virginio Orsini, conte dell'Anguillara, le tre galèe di nostro Signore, con tutti i loro armamenti e corredi ed altre cose appartenenti alle medesime, e appresso intendono consegnare le istesse tre galere al nobile signore Giacopo Ermolai, cameriere secreto di sua Santità, eletto capitano delle dette galere, secondo che la Santità sua verbalmente ha espresso al predetto reverendissimo Signore vescovo e chierico; il quale similmente ha ricevuto la istessa commissione verbale dal reverendissimo signor vescovo riminese, Tesoriere generale di nostro Signore e della Camera apostolica, e nondimeno essi non vogliono accettare la consegna delle predette tre galere senza il lodo di alcuni periti e pratici marinari, e senza la visita del predetto signor Ermolai con altri due marinari di sua fiducia e da lui nominati, i quali concordemente attestino che le dette galere sono atte a navigare e pronte a qualsivoglia combattimento marittimo, non avendo i predetti Vescovo, Commissario, e Computista niuna esperienza di queste cose; per ciò fecero chiamare alla loro presenza il signor Paolo Giustiniani di Venezia, Giovanni da Milano padrone della galèa sant'Agostino e Giorgetto Camilli comito della galèa medesima, i quali dinanzi agli stessi signori Vescovo, Commissario e Computista affermarono aver visitato le stesse galere di sua Santità, ora ormeggiate nel porto di Civitavecchia, e chiamata, l'una san Pietro, l'altra san Paolo, e la terza san Giovanni, ed essere veramente atte alla navigazione e pronte al combattimento, secondo l'uso di mare, posto che siano fornite di ciurma e di panatica: e così dissero doversi le stesse galere tenere e giudicare, come essi tengono e giudicano.

«Questi Atti furono compiti in Civitavecchia nel palazzo camerale, giorno ed anno come sopra.»

[12 novembre 1537.]

«L'altro dì seguente venne il predetto signor Giacopo Ermolai, e disse ed affermò di avere già da quattro giorni veduto bene ed accuratamente le tre galere designate negli atti presenti, e di aver visitato tutti gli armamenti, corredi ed altre cose attenenti alle dette galere, sempre accompagnato da due marinari pratici e sperimentati, fedeli ed amici suoi, per nome Bartolommeo di Gallipoli padrone della capitana di nostro Signore, e Domenico da Genova padrone della galèa san Paolo, ambedue chiamati dal medesimo signor Giacopo e insieme con lui revisori e giudici; ed ora afferma di aver riconosciuto e giudicato le dette tre galere per buone, atte a navigare, pronte a qualunque fazione ed esercizio marittimo, ed anche a battaglia navale.»

Dopo il preambolo delle testimonianze e dei giudizî, segue in lingua volgare l'inventario delle tre galèe[5]. Non lo ripeto, perchè niuno ci troverebbe cosa che non fosse già prodotta e dichiarata nei documenti precedenti, specialmente trattandosi del capitan Salviati nel quinto libro[6]. Comincia l'inventario sulla galèa san Giovanni, capitana della squadra papale, continua sulla galèa di san Paolo, poi sul san Pietro; termina colla quietanza a favore del conte dell'Anguillara, e colla consegna delle tre al capitano Giacopo Ermolai.

Dunque il Conte al suo ritorno, dopo navigazione piena di combattimenti e di vicende, còlto all'improvviso, rende buona ragione del materiale affidato alle sue cure; e si piega volentieri a tutte le esigenze del governo pel miglior servigio della cristianità nella guerra contro il Turco. Le galèe sono giudicate perfette anche per la battaglia navale, conforme al parere di un capitano e due ufficiali dalla parte del Conte; Giustiniani, Giovanni e Giorgetto: di un capitano e due ufficiali dalla parte della Camera; Ermolai, Bartolommeo e Domenico. Testimoni intelligenti, perchè del mestiero; e imparziali, perchè scelti a disegno da province lontane. Patisce eccezione la panatica, perchè si prende quando bisogna, e nei porti si compra alla giornata: resta la difficoltà perpetua tra noi di trovare gente da remo.

Il capitano Ermolai, qui sopra nominato, non fa gran comparsa nella guerra viva; ma primeggia negli apprestamenti e nella amministrazione, provveditore solertissimo, o come oggi direbbesi ufficiale generale di intendenza e di commissariato navale. Egli durante l'annata di guerra erasi con somma lode adoperato nelle provincie della Marca e della Romagna all'imbarco delle milizie papali per la Dalmazia; e più all'abbondanza del biscotto e delle vittuaglie per rifornire l'armata del Doria e dell'Orsino nello Jonio. Giacopo sovrastava ai magazzini e ai forni impiantati in Ancona ed in Fano, e facevane trasportare ogni bene dai legni di traffico delle città medesime, secondo le istruzioni ricevute direttamente dal Papa. Inoltre le sue commissioni si estendevano a mantenere la sicurezza delle provincie littorane sull'Adriatico contro qualunque scorreria vi potessero fare i Turchi in tanto sobbollimento di guerre vicine dalla Puglia, dalla Dalmazia, e dalle Isole Jonie[7].

Finalmente il vescovo di Pavia per delegazione straordinaria commissario nel porto e piazza di Civitavecchia aveva a fare ufficio di mediatore tra l'Orsino e l'Ermolai; e dar mano agli apprestamenti dell'armata per l'anno seguente, prevedendosi vicina la conclusione della lega. Il perchè si ponga ben mente al novero delle prime sette galèe che si allestiscono in Civitavecchia, colle quali dovranno poscia congiungersi le otto armate in Ancona, e le quindici prese a Venezia. Teniamo segnata la capitana, la padrona e la sensile della Camera, coi nomi di san Giovanni, san Paolo, e san Pietro: teniamo l'Orsina la Vittoria, il sant'Agostino, e il san Paolo del Conte; che tutte insieme tra poco saranno in Levante coll'Orsino che rassegna le galèe camerali, coll'Ermolai che le piglia, col Giustiniani che le rivede, con Giorgetto, Giovanni, Bartolommeo e Domenico che le giudicano, e con tutti quegli altri che appresso dirò[8].

III.

[Gennajo 1538.]

III. — L'invernata del trentasette rapidamente scorreva tra gli apprestamenti dalla parte dei Cristiani e dei Turchi, volendo gli uni e gli altri tornare più che mai gagliardi ai ferri nella buona stagione del trentotto. Al tempo stesso papa Paolo trattava l'argomento della lega, sempre desiderata, e non potuta mai fermamente stabilire tra i principi cristiani. Lettere, brevi, messaggeri, viaggi, maneggi, nunci per tutta l'Europa; e specialmente grandiose trattazioni in Roma tra il pontefice Paolo III, e i ministri di Carlo V, e del doge di Venezia al fine di conchiudere una lega stabile contro il Turco. Cosa facile in apparenza, perchè Paolo e Carlo già erano di fatto collegati contro Solimano; e i Signori veneziani pur di fatto già combattevano contro lo stesso nemico: quindi non si poteva dubitare che non avessero a volere la compagnia e i soccorsi di gente, di navigli e di danaro dal Papa e dall'Imperatore. Ma per venire con patti determinati alla conclusione dell'alleanza solenne bisognava superare non poche difficoltà tra i Veneziani e Cesare: gelosi i primi di conservare il loro dominio e la loro indipendenza, cupido il secondo di accrescere i suoi confini, e di avere tutti in Italia deboli e soggetti. Questi intendimenti rimaneggiati per ragione di stato, coperti sotto il manto dell'urbanità, e pienamente conosciuti dalle due parti, non potevano non portare diffidenza tra loro. Per vincere la quale il Pontefice adoperava tutto il suo gran senno, non perdonando nè a fatiche nè a dispendio. Spingeva i Veneziani, frenava Carlo, chiedeva fiducia e la mostrava, voleva spedizione gagliarda, e si offeriva pronto ad armamenti maggiori: ma non poteva togliere le conseguenze necessarie di funesti principî.

Carlo V già da un anno erasi impadronito del ducato di Milano, pretendeva altresì vecchi diritti sopra parecchie città del dominio veneto, perchè al tempo degli antichi erano appartenute allo stesso ducato. Carlo dominava direttamente nei regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna, indirettamente in Toscana, in Genova e in Piemonte. Nè a ciò contento, voleva anche di più: e sapeva che la soverchiante intramessa sua faceva afa a molti, specialmente ai Papi e ai Veneziani. Presso i primi si era sdebitato in gran parte col sacco di Roma, e il resto serbavasi alla guerra di Campagna. Il freno ai Veneziani lo ponevano i Turchi. Per ciò indirettamente la potenza di Solimano sosteneva quella di Carlo in Italia, tenendo abbasso la Venezia e la Sicilia, e dando pascolo ai Genovesi. Dunque il Turco per lui si aveva a comprimere, non a distruggere. Intendono meglio di me questa spezie di politica coloro che la praticano: coloro che assettano ogni cosa del mondo coll'equilibrio. Santa parola, e bellissima teoria, l'equilibrio sulle braccia della giustizia: ma sotto alle leve dell'interesse è stata e sarà sempre scellerata impostura. I Veneziani, maestri a chicchessia nell'arte del governo, conoscevano a fondo questi umori; e sapevano non doversi aspettare grandi soccorsi dall'amorevolezza di Carlo. Se non che assaliti con tutto lo sforzo da Solimano, e messi al rischio di perder tutto dalla parte di là; e di qua invitati dai ministri cesarei, sotto la mediazione del romano Pontefice, vollero provarsi a vedere cosa succederebbe, sostituendo alle teorie interessate dell'equilibrio la giustizia e la fede dei trattati. Parve miracolo che, dopo poche sedute, in due settimane gli ambasciatori di Madrid e di Venezia coi ministri del Papa in Roma dessero la lega tra loro per conclusa.

[8 febbrajo 1538.]

Produco qui i capitoli dell'alleanza senza preamboli e in compendio, perchè sono notissimi e da altri pubblicati. Chi li vuole per intiero, se li accatti dove facilmente si trovano, che io non do nè piglio noje inutilmente a talento di qualche arrogante[9]:

«Roma, otto febbrajo 1538.

»1. Le spese comuni della guerra contro il Turco in Levante saranno divise in sei parti: una a carico del Papa, due dei Veneziani, tre dell'Imperatore.

»2. La guerra dovrà cominciare in quest'anno 1538 con galèe ducento, navi cento, fanti cinquanta mila, cavalli quattromila.

»3. Il Papa armerà trentasei galere, e se non potrà averle tutte del suo, gli saranno dati dai Veneziani gli scafi, da essere armati a sue spese e di sua gente.

»4. L'imperatore metterà galèe ottantadue, ed altrettante i Veneziani, perchè, insieme colle trentasei del Papa, abbia a venire il numero pieno di dugento.

»5. Le cento navi saranno tutte allestite dall'Imperatore, e gli altri collegati ne faranno le spese, a ragione delle seste parti convenute.

»6. Fanti e cavalli metterà ciascuno in punto nella proporzione medesima delle seste.

»7. Le contribuzioni degli altri principi italiani saranno tassate a giudizio del Papa, e anderanno a beneficio comune dei collegati.

»8. Il Re dei Romani manterrà viva la guerra con poderoso esercito in Ungheria.

»9. Il Papa solleciterà gli altri principi e popoli, specialmente i Polacchi, a venire in ajuto dei collegati.

»10. Si riserva posto onorevole al Re di Francia, se gli piacerà di entrare nella lega.

»11. I confederati saranno pronti colle forze di terra e di mare non più tardi del mese di marzo dell'anno presente.

»12. Il capitano generale di tutte le forze di terra sarà Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino; e di tutta l'armata navale capitan generale Andrea Doria, principe di Melfi.

»13. Le vittuaglie potrà ciascuno comprare a giusto prezzo nel paese dell'altro, dove ne sia abbondanza; ma prima sarà tenuto tirare le provvigioni più che può di casa sua.

»14. Qualunque differenza potrà nascere tra i collegati, sia rimessa all'arbitramento del Papa.»

Questi capitoli addì otto di febbrajo, letti ed approvati in Roma nel pubblico concistoro, alla presenza dei ministri e ambasciatori pontificî, veneziani, e spagnuoli, ebbero prestamente l'approvazione delle corti di Madrid e di Venezia; le quali colla stessa solennità vi aggiunsero alcuni articoli accessorî per regolare tra loro gl'interessi particolari pel caso delle conquiste future. Pattuirono che qualunque fortezza, provincia o città dovesse tornare a colui che le aveva altre volte possedute: pognamo esplicitamente l'isola di Rodi ai Cavalieri, le province dell'Africa a Cesare, ed ai Veneziani gli antichi possedimenti di Levante, più la Vallona e Castelnuovo di Dalmazia[10].

Or qui ricisamente chiedo l'attenzione del lettore intorno al procedimento della lega ed alla osservanza dei capitoli: perchè ci viene innanzi il modello, sul quale dopo trent'anni si riprodurrà quella lega tanto notissima per la vittoria di Lepanto, quanto infelicissima pei dissidî precedenti e successivi. Attenda il lettor savio e imparziale alla politica di Carlo V nel trentotto, e vedrà quella di Filippo II nel settantuno, conforme agli stessi interessi, alle medesime tradizioni, ed alla seguenza dei consiglieri; specialmente del famoso Granuela che dal fianco del primo passò poscia nel gabinetto del secondo. Qui si ha a vedere Filippo simile a Carlo, come figlio al padre; i ministri dell'uno simili a quelli dell'altro, come discepoli a maestri; Giannandrea simile ad Andrea, come erede e testatore; e Granuela simile a sè stesso come identico soggetto. Qui alle prove certissime, che ho dato altrove, si aggiugnerà da sè la controprova, ciò è dire l'ultimo e supremo apice dell'evidenza. Gli è attributo proprio soltanto della verità l'andar sicura attorno per ogni parte in armonia con sè stessa, in tutto e per sempre: al contrario dell'errore, che tosto o tardi incontra l'inciampo e il trabocco nella contraddizione. Tutti gl'intelligenti troveranno i fatti e le ragioni delle due leghe avvolte nei medesimi tranelli della stessa politica: vedranno sempre i medesimi disordini provenire al modo istesso e costantemente dalla stessa parte. Dunque la causa era e sarà sempre di là. Perciò io di qua ripeto e mantengo altamente tutto ciò che ho scritto altrove ad onore e difesa di Pio V, de' suoi ministri, e del nostro paese contro i nemici e detrattori stranieri: e insieme ripeto e mantengo che non ho mai confuso nè confondo le nazioni colle corti, nè i cortigiani coi popoli, nè gli innocenti coi rei. Veniamo ai fatti.

IV.

[10 febbrajo 1538.]

IV. — I Veneziani, secondo il capitolo quarto, fin dal mese di febbrajo facevano massa di gente, di navigli e d'armi in Corfù; e il Pontefice con sollecitudine non punto minore spingeva l'armamento in tre centri, Civitavecchia, Ancona e Venezia. Nel primo adoperavasi il vescovo di Pavia col capitano Ermolai, come si è detto[11]. Nel secondo il vescovo di Sinigaglia con Girolamo Grossi romano, familiare di sua Santità e collaterale della milizia, scriveva soldati e marinari, e cercava rematori[12]. Cosa difficilissima quest'ultima, altrettanto che necessaria, perchè niun marchigiano nè romagnolo voleva mettersi alla viltà del remo, e gli stessi condannati usavano ogni artifizio per sottrarsene coi pretesti o colla fuga. In quella vece di marinari non era difetto, e di soldati tanta abbondanza da sopperire ad ogni richiesta degli arrolatori pontificî e veneziani. Al vescovo di Sinigaglia era commesso il fornimento dei magazzini in Ancona e in Fano, specialmente che non mancassero le farine, i biscotti, e ogni altra vittuaglia pel sostentamento dell'armata; prevedendosi che le fazioni ed i maggiori bisogni sarebbero stati nei paraggi dell'Adriatico[13]. In Venezia più di ogni altro davasi faccenda monsignor Giovanni Ricci tesoriere dell'armata, che poi fu nuncio in Portogallo e cardinale. Esso ci ha lasciato memorie e documenti in quei preziosi volumi che si conservano nell'archivio della nobile sua casa in Roma; e che ho potuto io a bell'agio nella mia camera consultare per la squisita cortesia e pel senno veramente romano dell'eccellentissimo signor marchese Giovanni Ricci, cui la storia e Roma, non io soltanto, debbono essere grati[14].

Finalmente in Roma per beneficio comune dei collegati, e per dare solennità maggiore all'impresa, volendo contentare i cesarei, che non amavano l'Orsino, e cattivarsi i Veneziani colla promozione d'un loro patrizio, si promulgava solennemente la nomina di Marco Grimani patriarca d'Aquileja a prefetto dell'armata romana coll'autorità di Legato a latere[15]. Marco, fratello del cardinal Domenico, di principalissima nobiltà veneziana, ed uomo nelle cose del mare e del governo (come tutti della sua casa) sperimentato, prendeva in Roma addì dieci di febbrajo dalle mani stesse di papa Paolo nella basilica Vaticana lo stendardo della lega; e apparecchiavasi senza indugio alla partenza[16].

[3 marzo 1538.]

La mattina del tre di marzo il Legato partivasi da Roma col suo seguito verso Civitavecchia, prendeva in quel porto le sette galèe, e speditamente navigava, toccando Napoli e Messina, verso Ancona, dove si avevano a raunare le altre della sua commissione, cioè otto già armate in quel porto dal Grossi collaterale, ed una ventina armate in Venezia per cura di monsignor Ricci. Le distanze dei luoghi, le provviste delle munizioni da guerra e da bocca, l'imbarco delle genti, e tutte le difficoltà consuete di armamento in gran parte nuovo e fuor dell'usato non lo tennero tanto in ritardo, che agli undici di giugno coll'armata sua non fosse tutto in punto per far vela nel porto d'Ancona.

V.

[11 giugno 1538.]

V. — Prima della partenza il Legato schierò in battaglia i suoi bastimenti, e passò la rassegna. Della quale essendo mio debito dare tutte le notizie che ho potuto raccogliere, scriverò il risultamento, registrando i nomi dei legni e dei capitani, secondo le testimonianze sommarie dei documenti e degli storici, specialmente dell'archivio di casa Ricci, non trovandosi in niuno la nota compiuta. Dove bisogna avvertire che rispetto alle minuzie dei nomi e dei numeri, così per punto e per segno, non si trovano mai due testi concordi: ma sempre qualche piccola differenza. Non tutti hanno avute le stesse notizie, nè tutti le hanno curate, nè sempre parlano del medesimo tempo. Gli è chiaro che in questa materia da un giorno all'altro succede mutazione: si arma, si disarma, si perde, si riacquista, si manda, non ritorna, e simili, come sanno gli esperti. Nondimeno, riducendo la mostra al giorno undici di giugno, quando il Legato ebbe tutta l'armata in Ancona, mi pare sulle predette autorità, e sugli autori che continuamente cito, massime sui registri di casa Ricci, potersi formare la seguente[17]:

NOTA

DEI LEGNI E DEI CAPITANI DELL'ARMATA PAPALE PER LA LEGA DEL 1538.

Galèe armate in Civitavecchia.

1. La Capitana, san Giovanni — Patriarca Grimani.

2. La Padrona, san Paolo del Papa — cap. Giustiniani.

3. Sensile, san Pietro — cap. Mario Pontani, romano.

4. Fanale, l'Orsina — Conte dell'Anguillara.

5. Sensile, la Vittoria — cap. Francesco de Nobili.

6. Sensile, sant'Agostino — cap. Franc.º Quintili, rom.

7. Sensile, san Paolo del Conte — cap. Bart.º Peretti.

Galèe armate in Ancona.

8. Fanale — cap. Giammaria Straticopulo, cav. di Malta.

9. Sensile — cap. Belisario Ralli, di Orte.

10. Sensile — cap. Bastiano Bonaldi, di Ancona.

11. Sensile — cap. Gioacchino degli Agli, di Ancona.

12. Sensile — cap. Vinc.º Sampieri (l'ab.), di Bologna.

13. Sensile — cap. Battista Dovizi (l'ab.), di Bibbiena.

14. Sensile — cap. Almerigo Almerighi, di Bologna.

15. Sensile — cap. Marco Feletti, di Comacchio.

Galèe armate in Venezia.

16. Fanale — Vittorio Soranzo, caposquadra, e prov.e

17. Sensile — cap. Tommaso da Rovigo.

18. Sensile — cap. Giacomo Priuli.

19. Sensile — cap. Gianfrancesco Benedetti.

20. Sensile — cap. Giov. Battista del Mangano.

21. Sensile — cap. Stefano del Cuore.

22. Fanale — cap. Giovanni Gritti.

23. Sensile — cap. Marco da Zara.

24. Sensile — cap. Luigi Giustiniani.

25. Sensile — cap. Bernardino da Londano.

26. Sensile — cap. Alessandro Rois.

27. Fanale — cap. Pietro Daltelli.

28. Sensile — cap. Vittorio Peterlin.

29. Sensile — cap. Cristoforo Canali.

30. Sensile — cap. Luigi Rosa.

31. Sensile — cap. Agostino da Terni.

32. Brigantino — Domenico Squarciafichi.

33. Fregata — Niccolò da Cipro.

34. Fregata — Antonio da Napoli.

35. Fregata — Luca d'Antivari.

36. Fregata — Domenico da Scutari.

Alle fanterie presiedevano capitani eccellentissimi: primo col grado di mastro di campo generale quel prode Alessandro Tomassoni da Terni, notissimo nella storia militare di questi tempi, che fu poscia governatore delle armi in Piacenza[18]. Con lui Camillo da Fabriano, Niccolò da Santogemini, Giosìa da Fermo, Orlando da Salò, Cesare da Fermo, Giangiulio da Terni, Giambattista da Tolentino, Pierfrancesco Corboli da Urbino, Silvio da Parma, Luigi Raimondi di Roma, con molti nobili e venturieri ascritti alla famiglia del Legato e del conte dell'Anguillara, tra i quali nominerò specialmente il venturiere Miniato Ricci, gentiluomo del Legato, Alessandro Marchesini scrivano, Andrea della Bella mastro di casa, Girolamo Ludovisi gentiluomo romano, Bernardino Bianchi e Marino Fiori segretarî, ambedue pel nome e pel cognome di Civitavecchia[19]. Le compagnie piene di robusta e scelta gioventù, essendosi preso il fiore della Sabina, del Lazio, della Campagna, e delle provincie di Romagna e della Marca, miniera inesausta di valenti soldati, per tutte le guerre d'Europa e di Asia in quei tempi. I Veneziani più d'ogni altro di là ne traevano con buona licenza del Papa, quasi in compenso dei fusti di galèe che davano; e in questa stessa occasione con una sola levata ne presero cinquemila[20].

[15 giugno 1538.]

La brava gente, volenterosa ed intrepida ad ogni rischio di guerra e di mare, fece principio coll'ajuto di Dio e colla protezione della Vergine santissima per una passeggiata militare da Ancona al santuario di Loreto. Il Patriarca e gli ufficiali alla testa, e appresso soldati e marinari, e buon numero anche di rematori. Onesta e pietosa comparsa, secondo il patrio costume e l'esempio dei maggiori: di che, non meno degli ascetici, hanno fatto i nostri classici in ogni tempo ricordo ed encomio[21]. Addì quindici di giugno participarono quasi tutti ai divini misteri, anche gli altri rimasti in Ancona: e il diciassette tutta l'armata spiegò le vele per Corfù, dove si congiunsero con Vincenzo Cappello capitan generale dei Veneziani.

[20 giugno 1538.]

Io qui non parlo delle nobili e liete accoglienze dei nostri alleati: non potevano volersi maggiori. Domando però or che siamo a mezzo giugno, dove è l'armata dell'imperador Carlo V? Domando io, e domandano tutti colà, quando verrà il Doria, capitan generale di tutta la lega pel mese di marzo, conforme ai capitoli? Ma perchè niuno risponde alla chiamata, e dobbiamo attenderlo ancora inutilmente infino agli otto di settembre, per toglierci col pensiero dall'angoscioso aspettare (anzi che morire di stento, secondo il proverbio), parleremo d'altro.

VI.

[Marzo e luglio 1538.]

VI. — Papa Paolo con pio intendimento non lasciava, come ho detto, niuna pratica intentata per ridurre in pace tra loro i principi cristiani, senza di che non si potevano sperare effetti vantaggiosi dalla lega contro i Turchi, nè l'apertura del Concilio generale, da lui e da ogni altro ardentemente desiderato. E avendo per questi giorni saputo il re di Francia trovarsi in Provenza, e Carlo imperatore esser venuto vicino in Catalogna, deliberò mettersi di mezzo; e farsi paciere tra i due maggiori sovrani che tenevano diviso il mondo. Mosse pertanto da Roma il dì ventitrè di marzo per la via della Marca e Romagna, entrò in Parma, quindi scese da Alessandria a Savona, e per la via del mare con alcune galèe dirette a Barcellona navigò infino a Nizza, avendo prima spedito, secondo principe fedele ai trattati, il suo naviglio verso Levante[22]. Ma ai diciassette di maggio, come fu presso Nizza, maggiormente sentì la difficoltà del pacificare gli emuli pertinaci; ed ebbe a darci l'esempio di un congresso altrettanto arduo, quanto singolarissimo. Imperciocchè avendo il duca di Savoja fatto intendere non potere per certi rispetti consentire a ricevere nella sua città di Nizza nè i Francesi nè gli Spagnuoli nè altri; il Papa, dissimulando l'offesa, se ne andò in campagna a un convento di frati Minori. Colà sopraggiunse Francesco a trattare seco, ma non volle mai abboccarsi con Carlo; il quale fece altrettanto rispetto a lui. L'uno si posò a ponente, l'altro a levante; e Paolo di mezzo tra Nizza, Villanova e Villafranca, or coll'uno or coll'altro negoziando, scorreva alle opposte bande tra l'Imperatore ed il Re. Ottenne però, che i due sovrani (senza vedersi) firmassero una tregua di dieci anni, e intanto ciascuno tenesse quel che aveva, e il Concilio generale si celebrasse[23]. Con queste conclusioni prese congedo, e accompagnato da sei galèe del Re e da altrettante dell'Imperatore, venne senza novità a sbarcare nel porto di Civitavecchia, e tornossene in Roma[24].

Allora quei principi di levante e di ponente (cosa strana!) non soltanto si visitarono mutuamente e parlarono insieme, ma se ne andarono con tutta la corte di questo e di quello a solennissime feste in un luogo detto l'Acquamorta di Provenza. E il principe Doria, capitano generale dell'armata cristiana, in vece di essere secondo i patti non più tardi del mese di marzo in Levante pronto alla guerra contro i Turchi, si tratteneva lietissimo fino al mese di agosto in Provenza a far gazzarra sotto gli occhi di Carlo V. Insisto sul fatto della tardanza, perchè tocca al massimo dei disordini nelle faccende militari; e nondimeno ci torna sempre costante, sempre riprodotto, e apertamente voluto dalla corte di Spagna; non solo adesso, ma infino a trent'anni dopo: chè i comandanti al servigio di Madrid comparivano sempre in ritardo, lasciando perdere il tempo migliore, e tenendo i Romani e i Veneziani afflitti ad aspettare, e i Turchi sbrigliati a distruggere. Tutti dicevano necessaria la presenza del Capitan generale e dei suoi rinforzi; i trattati stabilivano il termine alla congiunzione, e i marinari appellavansi specialmente ai mesi estivi per imprese grandiose. Il Doria meglio di ogni altro doveva saperne: egli medesimo che a chiunque chiedevagli il nome del miglior porto di mare soleva rispondere non essere nè più nè meno di tre i migliori porti del Mediterraneo; e chiamarsi giugno, luglio, e agosto. Ciò non pertanto i tre mesi preziosi lasciavansi perdere; e Carlo approvava la tardanza dell'Acquamorta, per Andrea, come Filippo la tardanza e i disordini di Cipro per Giannandrea[25]. Io non dico che sieno criminose le feste di Provenza, nè gl'interessi di Tizio e di Sempronio; nè mi oppongo se altri gli chiama padroni di dare o no soccorso a chi ne chiede: potranno esserci diverse opinioni. Ma quando si fa lega con trattati e promesse, entra il dovere: nè sarà mai lecito ad alcuno, nè anche ai barbari, volere, lodare e assentire alla rottura della fede.

VII.

[10 agosto 1538.]

VII. — Può altri fare ragione del gravissimo cruccio con che doveva sostenersi il Grimani in Corfù, costretto a perdere il tempo migliore nell'aspettare chi non voleva venire; e oppresso dalle continue querele dei Veneziani e dalla loro desolazione. Imperciocchè proprio di quei giorni, favorito dalla buona stagione e da niuno frenato, Barbarossa coll'armata ottomana e colle squadre dei barbareschi disertava l'isola di Candia, e gli altri possedimenti della repubblica. Quando ecco in vece dell'armata imperiale ai primi di agosto giungnere in Corfù, e mettersi sopra tutti, don Ferrante Gonzaga. Costui povero di forze e ricco di buone parole, gran privato di Spagna e vicerè di Sicilia, veniva per ordine dell'Imperatore col titolo di capitan generale di terra in luogo del duca d'Urbino, gravemente infermo di quel lento veleno, pel quale non guari dopo addì venti d'ottobre morissi[26]. Egli doveva largamente pascere di speranze future i Veneziani, perchè continuassero ad aspettare pazientemente, senza nè guerra nè pace. Indarno adunque i capitani di Roma e di Venezia si volsero a lui facendogli pressa, dopo essere stati tanto tempo senza far nulla con cento galere e trenta mila uomini. Don Ferrante, imbarazzo più che sostegno degli alleati, non consentiva. Anzi tutto aperto diceva non essere cosa nè ai soci sicura nè a Cesare onorevole il cominciare la guerra sul mare senza il naviglio del Doria. Perchè dunque ne manca questo ente necessario? come la gloria dell'Imperatore e il bene degli alleati potrà consistere nell'aspettare Andrea inutilmente? Dunque si hanno tutti a patire i tristi effetti dell'abbandono, il dispetto, l'ozio, la mortalità, la perdita del proprio paese, e il trionfo dei nemici? Tristi principî, resi più tormentosi dalle relazioni correnti alla giornata: dicevano bruciati ottanta villaggi, e stretta di assedio la Canèa, piazza principalissima dell'isola di Candia, alla quale indarno il generale Cappello chiedeva che si portasse soccorso[27].

Nè si lagnavano soltanto i Veneziani della tardanza (alla quale mi bisogna continuamente in questi giorni ritornare), non soltanto coloro, pe' quali il pubblico bene incontravasi insieme col privato interesse; ma i Romani, tuttochè imparziali, non potevano patirla. Perciò il Patriarca, sazio alla nausea dei pubblici lamenti, uscì dal porto, sotto colore di esercitare le sue genti, e prese a fare la guerra solo da sè contro ai Turchi, senza voler più oltre aspettare niuno. E perchè non poteva con una trentina di legni soccorrere la Canèa, tanto lontana, e assediata da cento e trenta, volle operare a favor dei Candiotti per diversione, pigliando a battere una delle fortezze nemiche. Andò con gran secretezza nel porto di san Niccolò presso Corfù, e di notte più che poteva celatamente navigando, giunse quasi improvviso agli undici di agosto sull'ora di vespro innanzi alla Prèvesa[28].

VIII.

[11 agosto 1538.]

VIII. — La Prèvesa, detta altrimenti Nicopoli, è punto di momento per chiunque guerreggia in Levante. La fabbricò Augusto dopo la celebre battaglia d'Azzio, nel luogo medesimo dove aveva posto l'alloggiamento in terra prima del combattimento, e donde erasi imbarcato per acquistare il dominio del mondo. Oggidì per quelle acque passa la linea di confine che divide la Turchia dal nuovo regno di Grecia. Un golfo di circa ottanta miglia, detto dagli antichi seno Ambracio, e dai moderni golfo dell'Arta, si apre a cerchio tra le terre; e a guisa di tanaglia sboccata lascia alla riva tra due promontorî un tortuoso ed angusto canale, dove non passano più che due o tre bastimenti per volta. Il promontorio boreale è l'Azziaco; e nella sua risvolta dentro il golfo sopra rupe è la Prèvesa: città piccola, ma secondo quei tempi fortificata in figura di quadrilatero con otto torrioni rotondi, tre per ogni fronte, piazze alte e basse di artiglieria, muraglie grosse, e fosso profondo. Sarebbe stata ancor più sicura se non avesse avuto un prolungamento di case discendenti verso la marina a guisa di borgo, aperto da ogni parte[29].

Il Grimani, prima di avventurarsi all'entrata dell'angusto canale, pensò di mettere in terra un corpo di fanteria; e dopo investita la piazza, e divisa l'attenzione del nemico, spingervi a fidanza l'armata. Il qual divisamento sortì felice esito: chè essendo saltato in terra il mastro di campo Tomassone con quattro compagnie di dugento uomini ciascuna, ed avendo di primo impeto preso il borgo e postovi l'alloggiamento, non fu difficile a Paolo Giustiniani sforzare l'ingresso e aprire il varco a tutte le altre galèe; tanto che al tramonto del sole già l'armata dominava nel golfo, e il piccolo esercito nel borgo[30].

[12 agosto 1538.]

Venuta la notte, perchè più agevolmente potessero le milizie di terra attendere ai lavori di zappa ed accostarsi copertamente alla muraglia, i marinari presero a battere con vivissimo fuoco la piazza: i Turchi al modo stesso rispondevano. Di qua e di là a vicenda molti e gravi danni. Tra i nostri in quella notte colò a fondo un palischermo pieno di gente, squassato da cannonata grossa; il capitan Bernardino Londano, che nella galèa da sè puntava il corsiero, colpito da una palla nel ventre ebbe il corpo dal mezzo in su gittato fuor di bordo; il comito del cavalier Sampieri fu morto, e similmente il padrone di un'altra galèa, con parecchi altri di minor conto[31]. Ne parla il Grimani in una lettera. Non la produco, tuttochè inedita, perchè non voglio menare il discorso troppo alla lunga: e in vece ne darò tra poco un'altra più piena di notizie.

Maggior contrasto ebbero a sostenere le milizie di terra, e dal numeroso presidio, e dallo stormo dei vicini. Costretti a combattere non tanto per espugnar la fortezza, quanto per mantenersi nelle posizioni, duravano intrepidi tutta la notte e la giornata seguente, e sempre in gran travaglio coll'armi in mano, senza potersi aspettare lo scambio pel cibo e pel riposo. Un sorso di vino, e un'archibugiata: un mozzicon di pane, e un colpo di cannone. Poscia il Patriarca, avendo fatto disbarrare tre grossi pezzi da breccia, aggiunse il sopraccollo ai soldati, che si trovavano dalla fronte e dalle spalle assaliti e scossi da gagliarde sortite, e tenuti alla difesa di sè stessi, delle poste e dell'artiglieria. Non però di meno, rinfrancati dall'esempio e dalla voce del loro mastro di campo, sostenevano egregiamente la fazione, e si facevano sempre più presso alla porta della marina.

[13 agosto 1538.]

Il dì seguente, avendo rotta in parte la muraglia, dettero due assalti alla terra: e tuttochè ributtati, tornarono la terza volta infino a piantare tutte e quattro le bandiere sulla cresta dei muri. Ma pel piccol numero, non superando ottocento fanti, e dovendone quasi la metà restare a guardia delle trincere e dell'artiglieria, non furono sufficienti a maggior progresso. Fece allora il Patriarca sonare a raccolta. E vedendo crescere il numero dei nemici alla campagna, e diminuire la sua gente, deliberò di ritirarsi. Caddero in questa fazione quasi cento e venti uomini tra morti e feriti: tra i primi il prode capitan Camillo da Fabriano, compianto ed ammirato da tutti; tra i feriti il mastro di campo, e Luigi Raimondi.

[14 agosto 1538.]

Allora i nemici, che quasi dodici mila si erano raunati dai luoghi vicini, nulla più aspettando che la ritirata dei Romani, con terribilissimo impeto assaltavano alla coda ed ai fianchi la nostra colonna, che sempre combattendo marciava verso la marina, conducendo però in mezzo l'artiglieria, le bagaglie, ed i feriti. Alla spiaggia erano attelate a scaglioni su due punti le galèe, colle prue verso terra per incrociare i fuochi e tenere i Turchi lungi dal punto intermedio della riva, dove avevasi a eseguire l'imbarco, per lo spazio interno del triangolo difeso e intercetto dai fuochi convergenti. Dopo di che l'armata nostra si tirò fuori del golfo, e die' volta per racconciarsi a Corfù.

[15 agosto 1538.]

La impresa del Patriarca, come si legge in tutti gli storici di quel tempo, così la troviamo commendata da ciascuno, massime dai Veneziani: perchè ebbe conseguenze importantissime, che superarono di lunga mano qualunque guadagno fosse potuto venire dall'acquisto di quel luogo. L'esempio dei Romani tra gli amici rilevò le speranze già quasi morte; e tra i nemici costrinse Barbarossa, per paura di perdere la Prèvesa, a levarsi in sul punto dell'assedio della Canèa, liberando all'improvviso (come poi si seppe) dalla terribile ambascia i Candiotti. Però il ribaldo se ne venne proprio nel golfo dell'Arta con tutta l'armata sua a cercare la nostra; e fu costretto restarsi impotente; perchè così vicino non eragli dato più imprender nulla senza esporsi a pericolo[32].

Di questi fatti parla il medesimo patriarca Grimani in una lettera del diciannove di agosto, diretta al Ricci, tesoriero dell'armata romana in Venezia, il quale l'ha conservata nei suoi registri, ed io qui la pubblico come documento importante ed inedito[33]:

«19 agosto 1538, di Corphù.

»Reverendo monsignor Giovanni. — Si ebbero le notizie vostre per il schirazzo[34] che giunse quivi; come l'havrà inteso per lettere di Bernardino[35], et similmente la nave Malipiera con le munizioni accusate: al che non accaderà dire altro.

«Credo che havrete inteso, pur per lettera di Bernardino, del nostro andare all'impresa della Prèvice. Hora vi dirò succintamente che, desideroso di fare servitio et cosa di honor a Sua Santità, a questi giorni passati mi deliberai di far qualche effetto, et di non perder più tempo[36]. Di modo che essendomi detto da molti che l'impresa di essa Prèvice sarebbe molto facile, et ritrovandomi io alla Parga[37], quivi discosta quaranta miglia, deliberai tentarla. Et così il dominica che fu alli undici feci dismontar la gente, che potevano essere da ottocento fanti: et la notte, posta in terra l'artiglieria per batterla, fatte le trincere et difese al meglio che si potè, cominciammo la mattina seguente a batterla per terra et per mare. Però io con tutta l'armata entrai da l'altra banda sotto la fortezza per il golfo senza danno alcuno, ancorchè provassero le galere infinite cannonate di nemici. Battemmo tutto il lune, il marte, et il mercole, sino al giobbia mattino[38], che ci levammo: et non si cessò mai giorno et notte. Talchè havendo tirato più di novecento cannonate[39], senza gli altri pezzi piccoli, ci cominciò a mancare la munizione. La quale fu potissima causa di non ci lasciar tentare l'ultima fortuna. Il marte vi furono dati doi assalti, et furonvi tutte piantate le bandiere sopra i muri: ma furono ributtati per non essere soccorsi dagli altri che stavano dentro gli alloggiamenti in guardia dell'artiglieria. I quali non si moverno, quasi spaventati dal primiero assalto et dalla vista di nemici che si trovavano alla campagna, et tuttavia andaveno crescendo, a piedi et a cavallo.

»Per la qual cosa vedendo il mercore che multiplicava il soccorso a' nostri danni, deliberai porre l'artiglieria in galera: et così sugli occhi dei nemici, che ci vennero assaltare sin dentro gli alloggiamenti, levatala con bonissimo ordine, la calcammo sopra esse galere, senza lasciar dietro cosa alcuna, et sempre scaramucciando con Turchi, sin che si ebbero condotte le artiglierie et le altre cose ad salvamento.

»Poi il giobbia mattina, havendo colle galere tutta la notte tormentato, et vedendone mancar le munitioni, et crescere il nemico di continuo alle spalle, havendo poca gente da poterli resistere, deliberammo lasciar l'impresa. Et cusì venimmo fuori del golfo, salutati però tutti con buone cannonate. Et alla mia galera ne toccorono cinque, però senza morte di alcuno per grazia di Dio. Ultimamente uscimmo tutti ad salvamento, con qualche danno però de' nostri. Et abbiamo lasciato quella fortezza di modo ruinata, et dal canto nostro con tutto quell'animo che s'ha potuto operatosi, che mi reputo haverne riportato la vittoria. Et forse Iddio per qualche mio peccato non mi ha voluto far degno di vederne un fine. Nondimeno io spero che un giorno Sua Santità conoscerà che la vita mia è per sacrificarsi nel servitio di Sua Beatitudine. Havendone scritto largamente al signor Nunzio di costì, et volendo questo Generale spacciare in pressa non se gli puote dir tutto il particolare: però Vostra Signoria ne potrà essere ragguagliata da Sua Signoria reverendissima.

»Di nuovo ci è che Barbarossa ha spalmato a Scio, et che andava alla volta di Negroponte coll'armata, et di più che haveva mandato quaranta galeotte alla volta di Modone: et appresso questo clarissimo Generale vi è qualche sentore et dubitanza che egli se ne venghi sotto Napoli di Romania. Et di tanto più si dubita, quanto che le sei galere, che furono mandate l'altro giorno per soccorrerla, per timore di non incapparsi nei piedi di essa armata, sono andate et ancor sono alla Cania[40].

»Io vi scrissi per l'ultima il bisogno grande del danaro e dei frumenti. Hora torno a recordarvelo, che per l'amor di Dio operiate che se ne facci quella provvisione che vedete necessaria. Et di questo, di grazia, siate ricordevole; perchè potete comprendere il bisogno mio.

»In oltre sapete come io sto di remigi. Et la causa che mi ha mosso a tentare la impresa è stata principalmente per usare ogni via, acciò mi potessi interzare[41]. Nè havendomene Dio fatto la gracia, anzi havendo ricevuto qualche danno di uomini in questa impresa, resto più che mai disperato. Et ancor che l'animo mio fosse di non disarmare alcuna di queste galere che ho meco (non piacendo ancora a Sua Santità), nondimeno questo clarissimo Generale mi ha esortato ad disarmarne tanto che possa interzarmi intieramente; et dettene le ragioni, per le quali non vedo nè via nè modo di potergli contradire: et massime che la necessità dei tempi che hora cominceranno non comporta che si possa fare altrimenti[42]. Però mi sono risoluto disarmarne quattro di quelle che mi parranno a me manco profittevoli et interzarmi col resto ad compimento; acciò possa comparire cogli altri et fare honor a Sua Santità. La quale quando havrà compreso che tutto si conviene per evidente necessità, son certo rimarrà soddisfatta di questo, conoscendo che di manco non si puote fare.

»Messer Miniato io più et più volte l'ho persuaso ad venirsene. Et hora più che mai parmi che non voglia sentirne parola, dicendomi che, se io non voglio che stia meco, egli si acconcerà sopra l'armata del Doria. Di modo che non so più che fare, se non ogni giorno predicarcelo nella testa. Et quando se disponga de venire io lo manderò molto volentieri per soddisfarvi[43]. Ben vi dico che in questa impresa della Prèvice si ha fatto honor; che sempre ha voluto trovarsi anche egli armato nelle fattioni con gli altri soldati, et portatosi coraggiosamente.

»Altro per hora non le dico, se non ricordarle di nuovo il bisogno mio et della armata: et a V. S. de cuor me offero et raccomando.

»Da Corphù il 19 d'agosto 1538.

»Marco Grimano, Legato apostolico.»

IX.

[8 settembre 1538.]

IX. — Se taluno dopo tanto tempo non avesse più alla memoria il fatto della lega, oggi che siamo agli otto di settembre, si riscuota; che finalmente si avvicina il giorno della salute, ed alla vista di Corfù comparisce il glorioso Messia. Così, dopo averlo tanto aspettato all'armata, si usava comunemente chiamare il principe Doria[44]. Egli seco conduce una trentina di navi piene di infanteria spagnuola, quasi dieci mila uomini, cavati dai presidî del Regno; e in vece delle ottantadue galere pattuite, ne mena la metà, cioè quarantuna galea, tra le sue e quelle di Napoli e di Sicilia e dei particolari assoldati dalla maestà di Carlo. Niuna galera dei regni di Spagna[45]. Dopo le visite e i complimenti, cominciano al solito le mostre e i consigli.

Prima di udire i pareri di quei signori scendiamo al porto sotto la fortezza di Corfù, e vediamo ciò che si può consigliare e imprendere in quest'anno coll'armata della lega così oramai raccolta come si trova; e appunteremo sulla carta in breve compendio il novero dei legni, delle artiglierie e delle genti, perchè a un batter d'occhio ciascuno possa riconoscerne la forza. Nei numeri io mi tengo al minimo, e sempre sulla testimonianza degli autori e dei documenti che per tutto questo libro vengo citando. Per esempio, al patriarca Grimani non darò più di ventisette galere, dovendo supporre che di fatto ne abbia disarmate quattro, come egli scriveva di voler fare per interzarsi: similmente escludo dal novero i legni minori, cioè le fregate e i brigantini nostri e d'ogni altro; ma sempre ritengo le quattro galèe del conte dell'Anguillara, che alcuni mettono in disparte. Ai Veneziani assegno il minimo, dicendo galèe settantadue; perchè il compimento delle altre dieci, e un numero anche maggiore essi tenevano altrove in distaccamenti diversi per la guardia e scoperta nel golfo e nelle isole; e assegno loro venti navi, compreso il famoso galeone, non potendosi ammettere numero minore senza impedire il servigio e l'approvvigionamento delle galèe. Una nave sola e grossa, chiamata la Cornara, assegno al Grimani[46]; quantunque egli nelle sue lettere parli di più navette e schirazzi, e della nave Malipiera al servigio dell'armata papale. Al Doria assegno le trenta navi, che bastavano al trasporto delle infanterie; e quarantuna galea, come trovo distinte a parte a parte le sue proprie e le seguaci. Ho voluto altresì tener conto della maniera diversa di questi e di quelli nel noverare le artiglierie; dandone dieci o undici pezzi a coloro che tanti ne solevano portare; e dandone sette o cinque solamente agli altri che stavano contenti al numero minore. Nelle navi metto sottosopra trenta pezzi per ciascuna, quantunque compresavi l'artiglieria minuta ne portassero di più. Rematori interzati calcolo almeno cencinquanta per galèa; soldati settantacinque pei Veneziani, e cento per ogni altro; marinari cinquanta per ciascuna nave o galèa. Con queste regole, che possono essere provate e riprovate da chiunque, compongo la tavola generale che metto nella nota[47].

[10 settembre 1538.]

Ci troviamo adunque dinanzi bella e fiorita armata: centoquaranta galèe di battaglia, cinquanta navi grosse, trentasette mila tra soldati e marinari, dumila e cinquecento cannoni, e capitani eccellentissimi come il Doria, il Cappello, il Gonzaga, l'Orsino, il Simeoni, il Giustiniani e tanti altri. Entriamo con essi in Consiglio; e chiunque abbia fior di senno, un po' di pratica, e qualche lettura, giudichi ciò che possiamo aspettarci. Primo di tutti il General veneziano, senza niuna querimonia dei disordini precedenti, saluta il Doria: e, levando le mani, ringrazia Iddio di poter vedere unita l'armata cristiana, per numero e per forza capace di qualunque impresa. Indi richiede che si debba uscire, cercare l'armata nemica, e conquiderla. Don Ferrante Gonzaga volge il discorso assegnatamente alla Prèvesa, non solo per guadagnare quella importante fortezza, ma anche per chiudere dentro al golfo l'armata nemica, nella speranza di pigliarsela tutta a salvamano, come pochi anni avanti erasi fatto nello stagno di Tunisi. Il patriarca Grimani non chiede altro favore che di esser messo alla vanguardia: e per le recenti prove fatte in quei rivaggi, promette condurre gli alleati a sicura e segnalata vittoria. Gli altri a una voce ripetono battaglia e vittoria.

Il solo Andrea Doria si contrappose a tutti, e non comparve più quegli che infino allora era stato. Uomo eccellente, gran marino, di alto senno, e di cuor magnanimo, fedele a chiunque lo aveva assoldato senza offenderlo, benemerito di papa Clemente, vittorioso a Corone, degno di somma lode per tutto il quarto dei miei libri intitolato al suo nome; in somma lo abbiamo messo e tenuto in grande onore, secondo il merito suo e il dover nostro. Ma ora la fede dei trattati, la salute di tutti gli stati d'Italia, e la suprema necessità civile e religiosa del cristianesimo nel secolo decimosesto, mi costringono a compiangere la sua e la nostra sventura, ripensando mestamente quanto miglior comparsa avrebbe fatta quest'anno in Levante sotto miglior padrone. Il Doria veniva fresco fresco dall'Acquamorta, bene indettato coll'astutissimo Carlo e co' suoi consiglieri, donde traeva soldi ed onori col patto di tenere a segno i Veneziani ed ogni altro. Perciò nel consiglio del dieci di settembre, in vece di mettere animo, fecesi con grande sfoggio di teoriche marinaresche a sciorinare le infinite difficoltà delle battaglie navali, aggiungendovi i sinistri delle traversìe, delle correnti, dei venti e delle tempeste equinoziali. In fine coll'inesorabile rigore della logica prese a svolgere tutte le conseguenze che aveansi a cavare dalla sua tardanza. Proclamò la necessità di tenersi sempre vicino a qualche gran porto di rifugio, escluse il punto principale della Prèvesa proposto dagli altri; e per mostrare che i disegni suoi miravano a più alto vantaggio, propose nulla meno della conquista di tutta la Morèa, cominciando da Patrasso e da Lepanto; allegandone molte ragioni, e specialmente il comodo dei ricoveri che in ogni fortuna di mare avrebbero quivi incontrato[48]. Tristo preambolo! la ricerca del rifugio, e non del nemico!

Niuno degli astanti si ardì replicare all'oracolo diffinitivo per non rompersi fin dal principio. Ma perchè a voler andare da Corfù a Patrasso e a Lepanto, secondo il disegno di Andrea, doveva l'armata della lega necessariamente passare innanzi alla Prèvesa, dove era Barbarossa coll'armata nemica, gli altri capitani di Venezia e di Roma mostrarono di contentarsene, sotto espressa condizione che, traversando di là, e prima di procedere avanti, si dovesse presentare la battaglia al nemico. Pensavano certamente che Barbarossa, almeno per riputazione, non avrebbe mancato di accettarla, nè a sè stessi sarebbe fallita l'occasione di vincerla. Intendevano tutti che il primo assunto di campagna navale deve essere la distruzione o l'avvilimento dell'armata nemica; senza di che ogni altra fantasia di castelli, di isole, di porti, non può tornare che vana. Andrea medesimo erane più d'ogni altro persuaso, e così aveva fatto esso stesso a Corone: però costretto dall'evidenza, e dalla maggioranza, accettava il partito, come colui che altresì ben conosceva le diverse maniere di presentare la battaglia, volendo o non volendo combattere.

[11 settembre 1538.]

Intanto il primo attacco non mira a Barbarossa, ma ferisce di punta i Veneziani. Conciossiachè Andrea per tenerseli soggetti tanto che mai non potessero fare diversamente dalle sue macchinazioni, preso pretesto dalle galèe della repubblica non provviste a sufficienza di fanterie, richiese solennemente al generale Vincenzo Cappello di lasciar montare in ciascuna delle sue galèe venticinque fanti spagnuoli di rinforzo[49]. Vincenzo turbossi tutto alla insolente proposta: ma si contenne, e rispose scusandosi di non poterlo fare senza espresso comandamento del Senato. Si offrì nondimeno pronto a rinforzarsi al bisogno, togliendo gente dai presidi di Corfù e del Zante, e specialmente dalle due grosse brigate di riserva sotto Pasotto Pasio di Bologna e sotto Giacopo da Nocera. Di più domandò, anche senza altri rinforzi, di esser collocato in parte ove fosse maggiore il pericolo e più difficile la ritirata, in tutto a giudizio e a piacimento del Principe. Il genovese ed il veneziano, ambedue scaltriti, dissimularono: quegli contento della superiorità assunta, e dei partiti che trar si proponeva tanto dal consenso, quanto dal rifiuto, per governare le cose a suo talento; questi offeso dal sospetto ingiurioso e dall'attentato di servitù volutagli imporre.

Notate adesso come (quantunque per equivoco) il nome di Giannandrea, nipote ed erede di Andrea Doria, esce fuori per la prima volta dalla penna del gravissimo storico e cavaliero Giacopo Bosio proprio al proposito delle pretensioni di mettere soldati spagnoli nelle galere veneziane[50]; quasi che niun altro nome meglio del suo potesse legarsi a questi tranelli, da lui poscia ripetuti a rischio di condurre gli alleati sul punto di rompere in guerra mutua quattro giorni prima della battaglia di Lepanto. Tanto erano radicati certi artifizi nei consigli di Carlo e di Filippo, e dei ministri e degli eredi!

Ben so che i Veneziani non usavano empire di gente a ribocco le loro galèe, come empivale Andrea, senza spesa, coi soldati di Carlo; ed anche so che lasciando altrui il vantaggio dei numeri non però di meno correvano in valore i Veneziani alla pari con tutti, e talvolta anche di più. Ogni nazione ha il suo modo tradizionale di equipaggiare: gl'Inglesi, per esempio, fino a questi ultimi tempi hanno usato tenere il settecento dove i Francesi mettevano il mille; e così diversamente i Portoghesi, gli Americani e gli Olandesi. Che però? Valevano forse meno per questo gli uni degli altri? O vero qualcun di loro ha mai preteso, sotto colore dell'alleanza, di mettersi di filo in casa altrui a venticinque per volta?

X.

[25 settembre 1538.]

X. — Non farei troppo conto degli intrighi minori, se non fossero maglie di rete maggiore, nella quale trovo avviluppati gli uomini, i fatti e i costumi che mi studio fedelmente ritrarre dal principio alla fine col pensiero e col discorso, perchè più facile e piena conoscenza ne piglino i lettori. Chè se amano fuggir fastidio, passino innanzi: e dal venticinque dei Bisogni vengano al venticinque del settembre. Passate altre tre settimane tra gli stenti dei consigli e delle astuzie! Ecco tutta l'armata cristiana fuor del canale di Corfù scorrere a vela verso la Prèvesa, secondo le mezze misure fermate in consiglio. Alla vanguardia le galèe papali guidate dal Patriarca, nel corpo di battaglia le galèe del Principe colle antenne tinte di nero per segno di speciale ricognizione, alla coda i Veneziani, dolenti di essere al termine della stagione, consunti dalla tardanza, avuti a sospetto e minacciati di servitù. Le navi d'alto bordo, tutte sulla destra, più larghe a mare, e in due squadroni; l'uno condotto da Franco Doria genovese, l'altro da Alessandro Condulmiero veneziano. Con questa ordinanza l'armata cristiana si presenta alle fauci dell'Arta, si attela, dà fondo, e passa quivi la notte sull'àncora. Gli esploratori vanno e vengono, portando le relazioni dell'armata nemica racchiusa nel golfo; e diconla minore della nostra, vuota di gente, e piena di paura. Nella notte Ariadeno ed Andrea mulinano disegni, e già ciascuno ha preso il suo partito: anzi meglio, ambedue sono venuti nell'istesso divisamento. L'uno e l'altro si propone di sfuggir la battaglia, e insieme di far le viste di cercarla. Le ragioni loro totalmente diverse, le arti uguali, l'onestà e il vantaggio al Pirata. Venga, chi vuole apprendere arti pellegrine: venga e veda come possono mostrarsi grandi battaglieri due ammiragli che non vogliono battersi.

[26 settembre 1538.]

Fermo nei suoi ripieghi, e senza dare un minimo fastidio a chicchessia, Andrea la mattina seguente distacca il suo Giannettino con quattro galere, e lo manda verso il golfo a sfidar Barbarossa: e questi, provocato in quel modo, risponde alla presenza di tutti essere egli capace di uscir fuori, di restar dentro, di accettare e di rifiutare, tutto in un tempo. Eccolo: sguinzaglia sei galèe disalberate; che, costeggiando a mano manca, dànno segno di voler trascorrere alle spalle dei provocatori. Ed ecco Giannettino a sua volta che si gitta rasente la spiaggia per tagliare la strada ai nemici, o per ricacciarli a cannonate nel golfo. Un'ora dopo escono di là altre sei galèe di barbareschi: e di qua per segnali di Andrea muovono quattro di Malta e due di Roma, provocandoli a combattere in numero pari. Sembra che accettino, levano remi, sparano cannonate: e i nostri arrancano per guadagnare la bocca del golfo, e per costringerli al combattimento. Ma che? I barbareschi si ritirano; e gli altri danno loro il buon viaggio con una salva di palle nei fianchi. Appresso fan capolino altri quattro; e il Grimani con pari numero corre allo schermugio. In somma durando alla lunga lo strattagemma, e uscendo più volte le quattro e le sei galere senza profitto, finalmente tutti intendono l'astuzia del Pirata, che tenta deludere e stancare i Cristiani, dappoichè combattere apertamente non ardisce. E tutti eziandio intendono l'arte del Principe, che parimente non vuole combattere, nè mettere gente in terra, nè assaltare la Prèvesa, nè chiudere il golfo, nè ripetere le bravure della Goletta[51]. Fatte adunque le viste di aver compìto al debito suo, secondo le deliberazioni del precedente consiglio, e levatosi un po' di Grecale dal golfo, Andrea spara il segno della partenza per tutta l'armata, e fa vela verso Santamaura. Non calza qui forse bene il proverbio, che le cose passano tra corsaro e pirata?

XI.

[27 settembre 1538. All'alba, Grecolevante maneggevole.]

XI. — Giorno per sempre memorabile, e fin dal primo albore, il ventisette di settembre, quando l'armata cristiana, filate una trentina di miglia con venti variabili e mare grosso nella notte, e fermatasi attorno alla Sèssola, isoletta a ponente di Santamaura, essendosi la mattina messi i venti di Grecolevante, coi quali non si sarebbe potuto doppiare capo Ducato per andare a Lepanto, giunse l'avviso che Barbarossa moveva appresso con tutti i suoi. Le guardie del calcese, poco dopo sclamavano maravigliate, dicendo vedere l'armata dei Turchi in bellissima ordinanza. E tutti montando ad alto ripetevano: bellissima. Imperciocchè essa veniva a vele gonfie, antenne parallele, carro a sinistra, vento di Grecolevante maneggevole; e presentava da lungi la figura di una grande aquila bianca, come se col corpo e colle ali distese sorvolando lieve lieve, radesse l'azzurro campo del mare. Faceangli testa venti galèe rostrate di antiguardo, tutte pomposamente in armi, e coperte di bandiere variopinte: indi sfilavano sul collo in più righe le fuste cangianti del pirata Dragut. Ingrossavano il corpo ventisei galèe di Ariadèno, affusolate in rombo, colla capitana nel centro ed il ricco stendardo vermiglio dell'impero. Salech-rais con ventiquattro galèe spiccava al volo l'ala destra, e Tabach-rais con altrettante distendeva l'ala sinistra. E la coda a pennoncelli spiumacciati aprivasi con più filaretti di brigantini e di fuste condotte dai pirati barbareschi[52]. In somma l'armata nemica contava novantaquattro galèe, e sessantasei legnetti: dunque di forza e di numero valeva a pena la metà della nostra.

Ora seguiamo con attenzione gli ordini del Doria e le manovre dell'armata cristiana per continuarci sicuri nel giudizio, secondo la ragione dei fatti e delle condizioni speciali del vento e del mare, e delle mosse nelle ore diverse della stessa giornata: cose a bastanza distinte dai contemporanei, tuttochè artificiosamente da taluno volute confondere per pescare le scuse nel torbido. Penso per la loro importanza trattarle a parte a parte, come segue:

[27 settembre 1538. Levata di sole, all'àncora presso la Sèssola, vento Grecolevante maneggevole.]

Alla comparsa dell'armata ottomana da ogni altro riguardata con ammirazione e diletto, impensierisce il principe Doria, perchè vede ormai vicino il momento decisivo, tenuto infino allora con tanto studio lontano. Però a pigliar tempo senza suo carico adopera il notissimo ripiego dei consigli, sbrigliando le lingue a lunghi e diversi discorsi. Chiama a sè i maggiori: e come se non avessero già pochi giorni prima deliberato di combattere, rimette ogni cosa in dubbio, e ricomincia: Ecco, dice (come se gli altri lo ignorassero), ecco sloggiato il nemico; eccolo in aperto mare alle nostre spalle. Non può fuggire, nè ascondersi, sta a noi combatterlo, come vogliamo. Ma bisogna pensarci bene, prima di metterci al rischio, perchè sarebbe inutile il pentirsi dappoi. La salute della cristianità, e la riputazione dei nostri principi dipende da questa armata, perduta la quale non abbiamo altro per difendere le nostre marine. Più di tutti pensi il general veneziano, che insieme alla ruina dell'armata sua ne andrebbe per la repubblica la perdita dello stato e della libertà[53]. Non parvi di sentire i medesimi propositi che dopo trenta anni correvano per la bocca dei ministri spagnoli continuamente alla presenza di don Giovanni, e la mattina stessa della battaglia di Lepanto?

Il generale Veneziano risponde non volersi perdere nè punto nè poco in sinistri presagi. Sapere che i suoi Signori di Venezia hanno già preveduto ogni cosa, e comandatogli solamente di combattere senza paura. Lo metta il Principe alla vanguardia, ai maggiori pericoli, dove a lui piace, andrà risoluto, per la fede, per la patria: e trovandosi bene in ordine, con sì bella armata, superiore di numero e di forza al nemico, nel giorno tanto lungamente desiderato, non altro poter pensare che battaglia e vittoria[54]. Il patriarca Grimani, per non dar subito contro il Principe, discute un poco se sia meglio per combattere il muovere o l'aspettare: poi volgendosi alle proposte generose del Veneziano, aggiugne che se i principi collegati avessero voluto soltanto pensare a conservarsi l'armata non l'avrebbero fatta uscire dai porti, nè mandatala in Levante a sfidare i nemici: conchiude che alla vista dei Turchi e di Barbarossa non si può pigliare altro partito che di combatterli e vincerli, per liberare una volta la cristianità dai pericoli e dagli insulti[55]. Gli altri insieme ripetono battaglia e vittoria, tanto più che, durante il consiglio, il vento è saltato a Levantescirocco, vantaggioso all'armata cristiana per piombare con tutta la forza delle galere e delle navi contro il nemico. Onde il Principe, col voto di tutti, termina dicendo: Dunque così sia: e favorisca Iddio il nostro ardimento. Nondimeno la consulta ha fatto perdere tre ore, senza di che saremmo già alle mani.

[27 settembre 1538. 9º m. Levantescirocco fresco.]

La deliberazione della battaglia si propaga in un baleno tra le genti con segni di manifesta universal contentezza. Presti a salpare, a far vela, ed armi in coverta. Le navi divise in due corpi sulle punte delle ali: metà sulla destra al comando di Alessandro Condulmiero, capitano di un galeone veneziano; metà sulla sinistra con Francesco Doria. Le galèe in tre corpi, distanti due gomene tra loro, e scaglionati da sinistra a destra. Il Principe di vanguardia e più largo a mare, appresso i Veneziani nel corpo di battaglia, e il Patriarca ultimo al retroguardo, più vicino all'isola di Santamaura[56]. Le galèe di ciascun corpo tutte sopra una linea distanti, l'una dall'altra per la metà della loro lunghezza: e tanto bene vanno per la via assegnata e descritta nella carta consueta dell'ordinanza, che meglio non andrebbe sulla piazza un drappello di lanzi veterani.

Barbarossa da sua parte, vedendo a vele gonfie e con sì bell'ordine tutta l'armata cristiana farglisi incontro, palpita più d'Andrea: prevede vicino non solo il combattimento, ma più anche la sua intiera disfatta[57]. Nondimeno acconciandosi alla necessità, scompone l'aquila, e distende la curva in figura di mezza luna, studiandosi a remi di accostarsi alla terra per guadagnare sopravvento. Dunque i due padroni del Mediterraneo ci danno nella mattinata buon saggio della loro abilità, e in modo diverso: chè il Pirata, inteso dirittamente al suo scopo, si copre di figure bizzarre; e il Cortigiano conduce linee rette, inteso pur col pensiero e co' fatti al rovescio. Non già che l'arte del navigare e del combattere consista nelle comparse degli aquiloni, delle lunate e dei rettilinei: ma e' son segni evidenti della sicurezza e intelligenza dei capitani; come pur dell'arte e obedienza dei marinari, e della agilità e maneggio dei legni. Segni di eccellenza nei soprastanti e nelle masse: non essendo dubbio che gran cose saprà fare a un bisogno e per necessità, chi sa farne a soprabbondanza per diletto.

[27 settembre 1538. Mezzodì, bonaccia.]

Intanto le due armate si appressano, già sono vicine a un miglio, quando sul mezzodì il vento che infino a là tanto bene ha portato l'armata cristiana tutta unita, navi e galèe, cade del tutto e si fa malaccia con qualche rifolo dall'istesso quartiere. Tutti richiamano le tre ore perdute nella consulta. La piccola distanza di un miglio si potrebbe superare coi remi in dieci minuti: ma le navi resterebbero indietro, e le galèe andrebbero sole. Perciò il Principe mettesi in giolito: tanto assegnatamente, che alcune navi più destre e veliere, fatti i coltellacci e scopammari, e raccolta ogni bava minima di vento, pur gli passano avanti.

Primo di tutti il galeone del Condulmiero, coperto di cotone da cima a fondo, tira alla punta dell'ala di Tabach, e lo provoca in modo, che costui si risolve di farlo assalire da una falange di galere, perchè lo caccino a picco. Comincia pertanto la detta falange a trarre contro il galeone; e il Condulmiero nullamente risponde, aspettando di mettersela tutta vicina. E come si trova tanto da presso da avere ogni colpo per sicuro, lancia la prima fiancata a cartocci di scaglia, e scopa via d'attorno quanti Turchi si mostrano; sì che ai pochi rimasti in vita pare un'ora ogni istante che tardano a fuggire[58]. Animato da questo successo, il Condulmiero si prepara a conciare per simigliante maniera tutta l'ala di Tabach; e già il galeone di Franco Doria si mette in punto di fare altrettanto sull'ala di Salèch; e tutta l'armata cristiana, soldati, marinari, spagnuoli ed italiani (se ne togli alcuni silenziosi politiconi), tutti chiedono che si debba non solo arrancando, ma volando, se fia possibile, investire l'armata nemica: tutti vedono di aver cinquanta galèe di vantaggio, alcune navi già innanzi, e le altre vicine[59]. All'incontro Andrea, mantenendo le riserve assunte dal principio, fa dare qualche palata, e tra la maraviglia di tutti colle sue galèe piglia un giro di lungo circuito dalla sinistra attorno alle navi verso il largo del mare[60]. Forse che Giannandrea coll'istessa arte non allargossi a Lepanto?

[27 settembre 1538. 3º s. bonaccia.]

Barbarossa intende benissimo quella lentezza e quegli aggiramenti lontani, e ne piglia conforto. Spera che i Cristiani se ne andranno senza far nulla. E non volendoli provocare, anzi parendogli già troppo di essere stato le tre ore a fronte di armata tanto superiore, comincia a dare lento lento alcune palate indietro, tirandosi verso terra. In quel punto lo sdegno divampa dai petti generosi, in ogni brigata si mormora del Doria, e i due generali di Venezia e di Roma con velocissimi palischermi corrono a trovarlo, pregandolo e scongiurandolo che dia il segno della battaglia, levi in alto il grande stendardo, e non perda occasione tanto propizia e desiderata[61]. Andrea in gran sussiego risponde buone parole più all'uno che all'altro: e gli esorta ambedue di ritornarsene a bordo, e di osservare attentamente di là a mano a mano i segnali.

[27 settembre 1538. 5º s. Scirocco fresco.]

Un ora prima del tramonto ridonda a un tratto il vento favorevole da Scirocco: beneficio solenne per tutta l'armata cristiana[62]. Già le navi in massa ripigliano l'abbrivo, già si avanzano per investire i nemici; e le galèe anche senza l'uso delle vele e dei remi, per sola spinta del vento ne' corpi agilissimi, da sè son venute tanto vicino, che i marinari possono distinguer bene i colori, le vestimenta, e i paurosi sembianti dei Turchi[63]. I Cristiani di ogni nazione e di ogni parte ripetono: battaglia, battaglia. E vedendosi con tanti vantaggi di numero, di forza, di navi e di vento; all'incontro il nemico avvilito, fuggiasco, presso a terra, accertano con pronto conflitto di sbaragliarlo. Ma che? In quel procinto Andrea, senza dir motto ad alcuno, e senza far segni, contro ogni ragione di milizia, e fuori della espettazione di amici e nemici, scioglie le vele, piglia il vento, mette il timone alla banda, si allarga alquanto a ponente, e poi con tutte le sue galere, e vento in poppa se ne fugge a Corfù[64].

XII.

[27 settembre 1538. Il tramonto. Scirocco fresco.]

XII. — Alla vista di tale ontosa e inaspettata fuga, l'armata, navi e galèe, Veneti, Spagnuoli e Romani, caddero nella confusione, abbandonati senza governo; infino a che questi e quelli, e poi tutti furono di avviso di dover seguire lo stendardo del grande Capitano[65]. Ma nel far vela, e nel poggiare al largo, i navigli si investirono e intricarono tra loro, che se Barbarossa gli avesse caricati, come doveva, cadevano tutti irreparabilmente nelle sue mani. Ma al Pirata non sembrava possibile nè tanto errore, nè così solenne perfidia: sospeso però dell'animo in molti pensieri, temendo strattagemmi, e non volendo arrischiare battaglia, dette tempo ai nostri di allargarsi e di rannodarsi alquanto. Ma poscia reso sicuro del fatto, e orgoglioso dell'inaspettato trionfo, ordinò la caccia, traendo a furia grida di vergogna e colpi di cannone dietro alle spalle dei fuggenti. E non avendo mai la reale del Principe osato voltar faccia, nè contrabbattere, niuno si ardì sparare un sol pezzo per sua difesa. Indi cresciuto tra i Cristiani il disordine ed entrato il timor panico, si dierono a correre a chi più poteva verso Corfù, e quasi venti galere fino in Puglia: e quanti vi ebbero navigli tardi alla vela, o sbandati, tanti furono assaliti e presi dai Turchi.

Qui devo sostenere alquanto per sovvenire, almeno colla voce, alla tredicesima delle nostre galèe, armata in Ancona, e condotta dal cavalier Giambattista Dovizî, detto l'abate di Bibbiena. Il legno, tanto forte per la bravura e pel numero dei combattenti, quanto fiacco di rematori, ebbe danno dai compagni nel procinto della ritirata, e rimase addietro. Assalito da due galeotte, le ributtò tuttaddue; e sarebbe scampato pel valore del capitano e delle genti, se non fosse venuto Dragut con altri quattro contro lui solo. Il Bibbiena si difese da disperato, le ciurme istesse presero l'armi coi soldati, e combatterono alla vista di tutti più di mezz'ora. Finalmente al tramonto del sole la galèa fu presa, quando non vi ebbe quasi più alcuno in vita a difenderla. Sotto gli occhi di Andrea i Turchi abbatterono lo stendardo del Papa, ne incatenarono il capitano, tolsero ogni cosa[66]. La riscossa verrà coll'armi dal nostro conte Gentile, come in alcun luogo diremo.

In somma sul far della sera i Turchi avevano in poter loro una galèa di Venezia, una di Roma, e cinque navi di Spagna, non ostante l'eroica difesa de' loro fortissimi capitani e soldati lasciati in abbandono[67]. Ardevano in mezzo al mare le navi da carico, e il famoso galeone del Condulmiero, che aveva sul mezzodì così bene incominciata la battaglia, abbandonato da tutti e traforato da molte palle, si credeva comunemente perduto, infino a tanto che tutto lacero e sanguinoso dopo tre giorni non fu ricondotto dall'intrepido capitano in Corfù.

[27 settembre 1538. La notte. Scirocco fresco.]

Finalmente venuta la notte dopo l'infelicissima giornata, che ci portò tutti i danni della sconfitta senza niuna prova di battaglia, il principe Doria volle che non si accendessero i fanali, ma celatamente si navigasse di ritorno a Corfù, dove si aveva a decifrare la sua conquista di tutta la Morèa con Patrasso e Castelli. Tutto ciò crebbe animo ai barbari, e dette loro occasione di insolentire maggiormente, dicendo con amaro sarcasmo essere stati nascosti i lumi per coprir meglio tra le tenebre la fuga e la paura[68]. Derisi adunque dai barbari, e fuggendo al bujo tutta la notte, confusi e taciturni volgeano loro malgrado lo sguardo alle cornute punte della luna ottomana, e vedeanla sopraccapo crescere minacciosa e terribile[69]. Imperciocchè i Turchi infino a quel punto timidi e quasi disperati sul mare, non pensando mai di attribuire ad altrui difetto così grande successo, ma ascrivendolo soltanto alla propria bravura, si levarono indi in poi a tragrande superbia, e divennero quanto mai petulanti, arrogantissimi, e solenni dispregiatori del nome cristiano[70].

Quella notte Andrea corruppe il sentimento morale della marineria per tutta la cristianità, togliendole la fiducia e la coscienza della propria virtù. Quella notte certi politiconi dell'equilibrio musulmano (i quali per interesse faceano grande assegnamento sul braccio del Turco come sopra leva sufficiente a contrappesare questo e quello) cominciarono a dar voce che i Turchi erano invincibili per mare. Tenetelo a memoria: e ne vedrete le conseguenze tra i cortigiani della Porta e di Spagna per altri trent'anni e più, fino alle acque di Lepanto; dove Giannandrea avrebbe ripetuto in sesto minore la medesima manovra dello zio, se avesse avuto l'istessa autorità. Andrea previde le conseguenze e gli fu forza di piangere. Ma quelle lacrime non tolsero i disastri, nè discolparono la sua condotta, nè estinsero il fuoco della discordia continuamente rattizzato dai suoi parziali per volerlo difendere a scapito dei Veneziani, come se questi per esser presti alla fuga, in vece dei mattaffioni e delle garzette avessero serrate coi giunchi le vele. Il metodo si usava da tutti, e si usa ancora per buoni effetti, non per fuggire[71]. La causa è vinta, quando l'avversario non ha altro argomento che sospetti assurdi, e ridicole recriminazioni, come queste.

XIII.

[29 settembre 1538.]

XIII. — Le infauste notizie dell'armata corsero rapidissime da Ancona e da Brindisi a Venezia ed a Roma, e le due città presero aspetto di tale costernazione, quale si vede nei giorni più acerbi di pubblico infortunio. Da una parte l'insolenza cresciuta ai barbari e ai pirati, dall'altro l'avvilimento delle armi proprie, il discapito della società e della religione, tutti vedevano; e insieme l'onore delle armi, il sangue dei cittadini, il pubblico danaro, le navi, le milizie gettate in una voragine di guerra e di spesa inutile, anzi vituperosa e per gli indugi e per la fuga del principal condottiero. Tutti cercavano la causa del disastro, pochi la capivano, niuno ardiva scriverla[72]. Ma un fatto tanto grave, con tanta cura preparato, e costantemente seguìto anche dai successori per tanto tempo, deve avere una ragione stabile, arcana, alta, che non mette a pericolo i mancatori, anzi gli assicura e li rende più cari ai padroni e più potenti tra i cortigiani: dunque la ragion di stato. Con lungo studio ho cercato io di spiegare a me stesso questo fatto: ed ora per debito di storico, dovendo ragionevolmente stabilire le cause e gli effetti dei grandi successi, ad esempio dei posteri, ed a giusta retribuzione di lode e di biasimo, cui spetta, grande o piccolo, nostrano o straniero; massime trattandosi di personaggio per tanti titoli commendevole, al quale la pubblica opinione non attribuisce altro che bravure, e da me stesso tante volte lodato, presento ai lettori la sostanza di ciò che han detto in questo caso i suoi difensori, i suoi nemici e gl'imparziali. Si vedrà che tutti, volendo o non volendo, menano alla medesima conclusione, come il lettore dalla precedente esposizione dei fatti deve prevedere.

L'ira e le accuse dei contemporanei contro Andrea non ricorderò io colle parole della plebe rabbiosa, ma colle scritture notissime ed assennate di Scipione Ammirato e di Paolo Paruta, ambedue lodati dal Tiraboschi; e più il Paruta dal Pallavicino, come «Storico egregio tra gli italiani, non meno per candore di sincerità che di stile, e per limpidezza di pietà che di prudenza». Il primo parlando della pubblica indignazione, che veniva crescendo come si moltiplicavano le lettere private, nelle quali minutamente si narravano i fatti e biasimavasi Andrea, dice[73]: «Non vi fu accusa, non vi fu detrazione contro il Doria, che avventata non gli fosse. La sovranità del comando conservavalo in rispetto, altrimenti gli sarebbero corsi in faccia gli sputi universali: tanto era grande la rabbia.... Il mancar di fede è colpa da non rimettersi, nè da gastigarsi mai abbastanza.» Il senator Paruta scende ai particolari, ed enumera ad una ad una le accuse comuni e le voci che allora correvano[74]. La privata amicizia di Andrea con Barbarossa, la venuta di una galeotta piratica al suo bordo presso la Prèvesa, gli interessi suoi nel mantenimento della pirateria, l'avversione contro i Veneziani, la tinta di nero data alle antenne per arcano segno di secrete intelligenze, l'ambizione della propria grandezza, il timore di mettere a rischio la sua persona, l'avarizia delle sue sostanze e galèe, dalle quali dipendeva tutto l'esser suo pel bisogno che aveva l'Imperatore del suo servizio. Indi soggiugne cosa di gran momento e inaspettata, scrivendo: «Nè più degli altri astenevansi da queste accuse gli Spagnuoli: anzi il marchese d'Agialar, ambasciatore di Cesare in Roma, pubblicamente detestava le operazioni del Doria; mostrandosi in ciò forse più ardente per levare quel carico, che da tale successo potesse nascere, all'Imperatore; quando fosse nato sospetto essere ciò eseguito di ordine e di commissione di lui.» Dunque per quanto sia grande il susurro popolare, la destrezza dei ministri e la cautela degli scrittori, una cosa in fondo si rivela dalle parole dei contrari: cioè corso libero a tutte le accuse, salvo al sospetto di infedeltà combinata tra Carlo ed Andrea.

Tra gli imparziali metto il fiore dei dotti e religiosi uomini, e primo il cardinal Pallavicino, con queste parole[75]: «Della Lega seguirono successi inferiori alle speranze, bastando ad Andrea Doria mandare a vuoto gli sforzi dell'inimico senza combattere, eziandio che la vittoria apparisse molto più verosimile della sconfitta: poichè dall'una si prometteva egli leggier vantaggio del suo principe, e dall'altra gli prevedeva grandissimo detrimento. Il qual consiglio gli partorì l'odio appresso i collegati e l'infamia appresso la moltitudine.» Dunque non si procede conforme alle esigenze della cristianità e del comune vantaggio dei collegati, ma a seconda dei privati interessi di Cesare. Ciò conferma con poche e circospette parole il cavalier Giacopo Bosio nella storia dell'Ordine suo, dicendo[76]: «Avvegnachè il principe Doria in quella giornata nell'opinione di molti dall'acquistata riputazione sua non poco cadesse, ne assegnò egli nondimeno all'Imperatore ragioni tali, che per sicurezza degli stati suoi di lui soddisfattissimo rimase.» Con maggiore intrepidezza, e per zelo di religione, leva la voce Odorigo Rainaldo dell'Oratorio, continuatore del cardinal Baronio, e storico ufficiale di Roma, negli Annali ecclesiastici, scrivendo[77]: «In verità io mi vergogno di raccontare nell'anno presente i fatti dell'armata cristiana.... Mancò al dover suo Andrea Doria, anche nel momento di combattere, quando si vedeva più certa la speranza di vincere; quantunque sollecitato a battaglia dai generali di Venezia e di Roma. Esso al contrario, facendo sul mare inutili giravolte e più vana ostentazione di arte marinaresca, prese finalmente il turpe partito della fuga, e se ne andò deriso dai barbari, che gli ciuffarono sette bastimenti tra navi e galèe, e ne fecero falò in mezzo al mare.... Furono sparse voci sinistre intorno alla sua condotta; ma dicono che Andrea non ne facesse niun conto: perchè egli riduceva la somma delle cose al comodo di Cesare. Il quale, avendo accapigliato i Turchi contro i Veneziani, non aspettava altro che vedere quest'ultimi stremati di forza e di sostanza, per gittarsi sopra di loro, e spogliarli del dominio di terraferma.» In questo modo gli imparziali rincalzano l'argomento: e dalle basse regioni delle ingiurie personali montano alle sublimi ragioni di stato, dove assicurano l'assunto della infedeltà fuor di controversia. Ma perchè sarebbe ingiustizia condannare chicchessia senza udirne le difese, volgiamoci ai due che hanno scritto di proposito in favore di Andrea.

Udiamo il Sigonio discolparlo così[78]: «Noi non cerchiamo di investigare le cose occulte, gli ordini dati in secreto, gli intimi pensamenti dei principi, e le oscure volontà degli uomini.... Per voler di Dio il Doria non fu favorito dalla fortuna, perchè tutti confessano che il vento mancò.» A mezzodì pel desinare, signor Carlo, mancò il vento; non all'asciolvere, nè alla merenda, quando Andrea lo sciupò prima in consigli inutili, e poi in fuga vergognosa. Col vento fresco di Scirocco in poppa sciolse le vele, fece orecchie di lepre alla marinaresca, si allargò dai Turchi, fuggì verso Corfù e piantò i Cristiani in confusione. Menollo il vento. E voi ravvolgetevi quanto che sia per quella notte senza lumi, abbarcate cose occulte, secrete, intime e oscure quantunque vi pare, che noi vediamo i fatti più chiari delle parole; anzi per la medesima filatessa di scuse non ricerche vediamo più che altro manifesta l'accusa. E quanto alla temerità di interpretare a rovescio la volontà di Dio... Passiamo all'altro, commensale di Andrea e segretario dell'Altissimo, il quale al modo istesso non trovando nè per mare nè per terra scuse sufficienti alla difesa; e non sapendo dove che siamo noi piantar chiovello da carrucolare il convincimento nostro, si volge al cielo dove ci ha lasciati il collega suo, ed esclama[79]: «Il grande Iddio, che vide la strage che si faceva quel giorno di sangue umano, se due sì potenti armate combattevano alla Prèvesa, levò di animo.... che si combattesse.... Di maniera che qualunque esaminerà quel successo (dirittamente giudicando) confesserà che fosse permissione divina che quelle due armate non si azzuffassero insieme.» Caschi adunque il diritto di guerra e pace, esultino i codardi, tremino i prodi, si rompano i giuramenti, si tradiscano le alleanze. Chi potrà trovarci biasimo? Sono permissioni divine! Vedi il sistema delle discolpe personali come mena alla negazione dei principî eterni della giustizia, e quindi quanto importi alla storia di mettergli il freno. Non sono mai mancati, nè mai saranno per mancare nè sofismi, nè bestemmie, nè ciurmerie al fine d'imporre alla moltitudine e di mettere gli stolti in confusione. Ma quei che hanno l'intelletto sano non possono non vedere che, quando i difensori per scusare i falli di un uomo intorbidano le massime supreme della morale, della difesa e delle battaglie; e di più mettono in compromesso a favore dei Turchi la provvidenza divina, secondo gli umori del loro cervello; in somma quando spiegano dall'alto al basso coperchioni tanto fatti, e' deve esserci sotto gran magagna da nascondere.

Ora esaurite le testimonianze imparziali, e pesate le accuse e le difese, non sarò io giudice singolare a proferire la sentenza: ma volentieri seguirò la formola del magistrato e legislatore supremo Carlo V imperatore, alla quale senza appello tutti devono colla debita riverenza sottomettersi. Pensate in quel primo fervore quanta gente intorno a Carlo per dire, per sapere, per consigliare: gli ambasciatori dei principi, l'oratore di Venezia, il nunzio del Papa, i grandi di Spagna, i ministri, gli ammiragli, cento ronzoni pel gabinetto: ed egli, non volendo mettersi in contradizione con alcuno, aveva pronta per tutti una sola risposta, che ci ha conservata nei precisi termini il Cappelloni segretario del Principe. Diceva Carlo, semprechè alcuno parlava dei successi della Prèvesa[80]: «Per mia fede, Sua Santità in quell'impresa ha mancato. Io ho mancato, et i Vinitiani mancarono; et niuno ha fatto il debito suo, se non il principe Doria.» Dunque erano d'accordo: e Andrea ha obedito agli ordini di Carlo. Ecco tutto.

Che maraviglia dunque se Andrea diviene sempre più grande, più accetto al padrone, più potente alla corte? Carlo non naviga se non lo porta Andrea, non entra in Genova senza alloggiare in casa d'Andrea, non move foglia, nè fa alleanza, senza metterci alla testa Andrea. Soltanto il Doria conosce e soddisfa al debito suo. Lo stento dell'arrivo, la metà del contingente, la molestia del rinforzo, l'infingimento dei consigli, il rifiuto di combattere, la fuga innanzi al nemico, l'abbandono degli alleati, il trionfo degli infedeli sono tutti doveri di Andrea; tutti servizi resi all'Imperatore. Carlo è soddisfattissimo per comodo suo: così può tenere abbasso Venezia per mezzo del Turco, abbasso Milano per l'impotenza dei Veneziani, basse le Sicilie per la paura dei pirati, bassa Roma pel bisogno del soccorso, basso il Turco per la minaccia della lega; ed alto solamente Carlo e la sua corte. In somma gli Austriaci di Spagna volevano che il Turco ci fosse per contrappeso ai Veneziani, i Borboni di Francia che ci fosse per contrappeso agli Austriaci, altri che ci sia per contrappeso ai Moscoviti. In ogni tempo la stessa politica dell'equilibrio, ordinato soltanto al proprio interesse ed alla altrui depressione, ha tenuto Maometto in Europa. Carlo, Filippo, Francesco e Sempronio han sempre fatto e faranno la medesima cosa, e per le stesse ragioni. Dunque stian cheti gli eccentrici difensori dell'Escuriale (non dico del muro, ma delle persone in quella cerchia appostate) a proposito di queste faccende dei Turchi. Filippo ha seguìto la politica tradizionale della sua casa, incominciata dal bisavolo alla Cefalonia, e continuata dal padre alla Prèvesa. Ciò risulta dalla catena dei fatti, dal raziocinio, dai documenti: e quanto più se ne pubblicano, tanto meglio si conferma questa verità, che è l'unica chiave per entrare nel laberinto di cotali maneggi, senza di che non si capirebbe più nulla.

XIV.

[30 settembre 1538.]

XIV. — Qui cade in concio di contrapporre agli studiati artifizî delle ingordigie politiche una lettera scritta proprio di quei giorni da un giovane venturiero dell'armata romana: il quale avvegnachè non potesse entrare tanto addentro nei fatti e nei giudizî di quella giornata, e qualche volta anticipi e posticipi come gli viene alla penna l'ordine dei fatti, nondimeno con schiettissima semplicità, non disgiunta da qualche arguta ironìa di sale romanesco, ripete i parlari di tutti, e mostra pur di sapere da sè alcuno arcano e pauroso secreto da non potersi confidare nè allo scritto, nè alla cifra: ma da essere riservato a bocca quando che sia. Ecco la lettera inedita, che pubblico colle stesse scorrezioni, delle quali chiede scusa per più ragioni esso stesso lo scrittore, Miniato Ricci da Corfù addì 30 settembre[81]:

«A monsignor Parisani, tesoriero di N. S.

»Non ho scripto a Vostra Signoria Reverendissima più tempo fa, pensando de voler tornare costà più presto che non è stato. Et il mio tardare l'ha causato la venuta del signor principe Doria, et il mio desiderio di vedere l'armata turchesca, e di che modo si combatte in mare: essendo che in terra havevo veduto per l'ultima alla Prèvesa. Et così spettando, venne quello glorioso Messìa[82], che fu alli otto del presente. Che per honor della Christianità fusse piaciuto a Dio che non se fusse per quest'anno partito da Genova: che haveria riportato molto più honore in quelle bande de Ponente, che credo fora de queste di Levante, per quest'anno. La causa bisogna la dica abbreviata per non far volume. Et haveria dire a bocca[83]; sendo che la vergognia me fa restare de qua.

»Vostra Signoria Reverendissima ha da saper come alli 25 del presente partissimo dal canale de Corfù in tre battaglie, come il signor principe haveva ordinato. Cento quarantuna galèra, et sessanta o più navi[84], fra le quali erano tre galeoni che portavano più di quattrocento cinquanta bocche d'artiglieria di bronzo, nel qual numero sono più di cento cannoni[85]. Et andassimo quel dì sopra il canal della Prèvesa, largo tre miglia. Et surgessimo tutti, con vento tutta la notte assai fresco. Et perchè nel canale ovvero golfo della Prèvesa era l'armata turchesca, non possette riuscire il disegno di far smontare le genti, come s'era disegnato. Perchè per gente che andarono la notte a riconoscere fu giudicato esser di troppo gran pericolo per più rispetti, che non accade il contarli.

»La mattina del ventisei partissimo di lì, dipoi di haver alquanto scaramucciato et tratte molte cannonate coll'armata turchesca, cioè con venticinque galere, quali intravano et uscivano dal golfo[86]: et pigliammo la volta di capo Ducato per andare in golfo di Lepanto. E così camminassimo tra il giorno e la notte fino a trenta miglia, perchè bisognò remurchiar le navi per carestia de vento. La mattina de' ventisette, a ore dieci in circha[87], sorgessimo molte galere sotto l'isola di Santamaura per spettar che tutta l'armata se drizzasse verso capo Ducato, quale andava vagando per certo vento che ne dava in faccia. Et stando noi surti così dove stava il signor Principe, et il nostro et il veneto Generale, et molti altri signori, fu scoperta l'armata del Turco, quale era uscita dalla Prèvesa. Perchè causa non lo so, ancorchè li judicii siano varii: perchè molti dicono che Barbarossa voleva andare in Barberia, molti che ne veniva a disturbare l'andare a Lepanto, e molti judicii. Dove per questi signori fu determinato, de poi molte discussioni[88], se dovesse tornare alla volta dei nemici. Et benchè l'opinione del reverendissimo Patriarca non fusse de tornarci, tuttavolta per obbedire ce tornò; con ordine del signor Principe che sua Signoria reverendissima fosse retroguardia, Veneziani battaglia, et lui antiguardia. Et così dessimo alquanto de spazio alle navi, quali avevano un poco de vento[89], acciò potessero intrare in prima. Et così dui delli sopraddetti tre legni, molto agili di vele, andarono alla volta dell'armata: la quale poichè l'ebbe veduti tornare indietro, ancora lei si fece innanzi. Et come piacque al vento, li sopraddetti dui legni andorono tanto innanzi che cominciorono a tirare alli nemici, et li nimici a loro. Dove tutta l'armata stava di tanto buona volontà et de tanto grande animo de combattere, che non pareva che cento quaranta legni che haveva Barbarossa fossero stati se non tante fregate. E spettando tuttavia che se desse segnio de dar dentro. Abbenchè in questo mezzo, per ordine di sua Excellentia, eravamo usciti del primo ordine, et andati tutti in una battaglia. Et dipoi per il medesimo ordine mettessimo tutte le navi sopra del vento.

»Et stando così con questa speranza tuttavia andassimo largandoci verso li nimici, et loro stringendosi verso la terra. Di sorte che (per li nostri buoni ordini!) ne guadagnarono il vento: et se messero d'una tanto bella ordinanza verso di noi per spettarci, che se fossero stati lanzichinecchi saria stato troppo; non tanto esser galere. Et così ne tirorno molti e molti pezzi d'artiglieria alle nostre galere et alle navi, quali erano tutte arrivate, e restate a lor dispetto in bonaccia[90]. Et stando così loro verso terra, e girando noi in mare veleggiando, se drizzorno ad alcuni navigli che erano restati indietro, fra li quali furono de veduta mia tre navi grosse; ancorchè molti dichino quattro o sei. E combattendo l'una più di quindici galere, avendole dato assai botte, nè mai havendo possuto salir sopra, havendole buttato l'albero colle vele a terra, per volerla prendere ce buttarono fuoco: et questo perchè cinquecento Spagnuoli che ce stavano sopra se portorno tanto bene che non se può dir più. E certo se gli archibusi ammazzan loro, come li loro han fatto de li nostri, si judica che molti più siano morti di loro in quel combattimento.

»In mezzo a questo le altre galere combatterono dui altre navi, quali al medesimo feceno grandissima difesa; pure all'ultimo furono prese: perchè uno contro trenta è impossibile a durar, chè tutti non sono galioni. Presso queste tre navi se trovano dui galere: una del Papa assai male in gambe per fuggire, rispetto alli homini che non sono nè pratichi nè atti a questo offitio o per dir meglio exercitio[91]: et l'altra de' Venetiani, più atta a fuggire della nostra: ma al combattere la nostra meglio di quella, come per l'experientia si è visto. Perchè essendo la nostra prima assalita da dui galiotte, le rebbuttò. Et saria scampata, se altre quattro galere non l'havessero sopraggiunta. Dove combattè mezz'ora o più gagliardamente: et all'ultimo restò pregiona la galera, et tutti li homini morti. Questo se sa per vista delle navi che erano più presso; et per uno scampato a nuoto sotto una galèa turchesca, quale tornando poi verso le navi, quello si dispiccò, e intanto con voti eccetera se salvò in una nave. L'altra de' Venetiani, per quello se vedde, se judica siano più prigioni che morti: perchè non fece troppa difesa.

Notes in this chapter

Note 1 · Raynaldus, Ann. eccl., 1537, n. 54: «Medio septembri Pontifex.... meditabatur sacrum fædus cum Cæsare et Venetis contra Turcum.... quo repreNote 2 · Paulus Pp. III, Dilecto filio nobili viro G. Virginio Ursino, comiti Anguillariæ. — Dall'Archivio dei Notaj camerali, come alla nota quarta,Note 3 · L'Archivio principesco degli Orsini, aperto per la somma cortesia dell'eccellentissimo don Filippo alle mie ricerche, forse appresso darà maNote 4 · Archivio dei Notaj e cancellieri di Camera a Montecitorio in Roma. Volume segnato, Contract. ab anno 1534 ad 1539. Not. Berisius, ch. 377: «Note 5 · Archivio cit., nella nota precedente ch. 382: «Inventario de la ghalera Capitana de santo Joanne de Nostro Signore, qual'è al presente nel pNote 6 · P. A. G., nel primo volume, p. 364.Note 7 · Paulus III, Jacobum de Hermolais nuncium et commissarium deputat pro securitate littorum Romandiolæ et Marchicæ, earum comunitatibus præcipiNote 8 · Bosio cit., III, 177, E: «Tutta l'armata in Corfù.... comprese.... le galere che in Civitavecchia armate s'erano a carico del conte dell'AngNote 9 · Raynaldus, Ann. eccl., 1538, n. 4: «Die octava februarii. Hæc sunt capitula fœderis et ligæ per SSmum in Xto P. et D. N. D. Paulum divina prNote 10 · Prudencio Sandoval, Vida y echos del emperador Don Carlos quinto, in-fol. Pamplona, 1634, lib. XXIV, n. 6, II, 183.Note 11 · Documenti cit., alle note 4, 7, 8.Note 12 · Paulus III, Hieronymum Grossum, triremium contra Turcas muniendarum, commissarium constituit, dalle Schede Borgiane, e copia presso di me: «Note 13 · Paulus Pp. III, Marcum epum Senegalliensem classis maritimæ adversus Turcas jam paratæ commissarium constituit. Dall'arch. di Ancona, SchedeNote 14 · Archivio della eccellentis. casa Ricci in Roma, nel suo palazzo a Monserrato. — Scritture originali di monsignor Giovanni Ricci, tesoriere dNote 15 · Ferdinandus Ughellus, Italia sacra, in-fol. Venezia, 1720, V, 133.Note 16 · Angelus Massarellus, Diaria, Mss. Concilii tridentini: «Quarto idus Februari.... Dominus Marcus Grimani, patriarca Aquilegiensis, classis poNote 17 · Archivio Ricci cit., Volume intitolato Tesoreria dell'armata contro il Turco: Ordini, conti, ricevute, et altro per servitio di detta armataNote 18 · Girolamo Ruscelli, Precetti della milizia moderna, in-4. Venezia, 1568, p. 40, B.Note 19 · Leandro Mele, Mss. Genealogia della nobile famiglia Ricci di Roma, nell'Arch. della medesima. Un giusto volume in-4. — Si parla di Miniato eNote 20 · Maurocenus cit., 500: «Capitaneo generali injunctum est ut Anconam proficisceretur ad quinque peditum millia subducenda, que in pontificis eNote 21 · Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra le Deche di Tito Livio, lib. I, cap. XI, e XV: «Quanto importa negli eserciti conservare incorrotte le pNote 22 · Petrus Paulus Gualterius, Diaria Cærem. Mss. cit., a die XXIII martii, ad VI julii.Note 23 · Niccolò Tiepolo, Relazione dell'abboccamento di Nizza tra Paolo III, Carlo V, e Francesco I, e della tregua seguitane, ap. Du Mont, Corps diNote 24 · Maurocenus cit., 514: «Pontifex octavo calendas julii Genuam pervenit, mox cæsarianas triremes conscendens Centumcellas delatus inde Romam pNote 25 · Archivio Doria, Lettera di Don Diego Ortiz, data da Madrid, 29 novembre 1570, e diretta al principe Giannandrea Doria in Genova: «Omissis...Note 26 · Francesco Maria della Rovere (duca d'Urbino), Discorsi militari, in-12. Ferrara, 1583. — Opera postuma, dove esso stesso parla dei consigli Note 27 · Verdizzotti cit., 653: «Scrisse Cesare a Ferrante Gonzaga che dovesse condursi senza indugio a Corfù.... Scorgevano al solito i Senatori di Note 28 · Maurocenus cit., 519: «At Grimanus moræ impatiens, generoso animi impetu incitatus.... privato consilio aliquid se conficere posse ratus, CoNote 29 · Coronelli, Atlante veneto, grande in-fol. Venezia, 1690, II, tav. 25.Note 30 · Mambrino Roseo cit., 226.Note 31 · Archivio Ricci, Lettera del Patriarca a Monsignor Giovanni Ricci, data da Corfù, addì primo settembre 1538, nel volume segnato IX, pag. 172.Note 32 · Bosio cit., III, 178, B: «Sebbene fatto non venne al Patriarca per il gagliardo soccorso che al Castello della Prèvesa dettero i Turchi di LNote 33 · Marco Grimani patriarca d'Aquileja e legato apostolico sull'armata di Nostro Signore, Lettera a monsignor Giovanni Ricci, tesoriero dell'armNote 34 · Lo Schirazzo era navetta da carico, usata dai Levantini in quel tempo. — Come sopra a p. 436.Note 35 · Bernardino, cioè Bianchi, segretario del Patriarca, per mezzo del quale si manteneva la corrispondenza ordinaria tra il Legato e il TesorierNote 36 · Non perder più tempo!! Testimonianza imparziale del Legato apostolico, ministro papale. Perder tempo! in quelle circostanze, per mancanza deNote 37 · La Parga. Questo è quel castello, di che parla il Berchet nella sua notissima poesia, intitolata Gli esuli di Parga.Note 38 · Lune e giobbia. In dialetto veneto, vale lunedì, martedì, mercoledì, e giovedì: e così Prèvice per Prèvesa, ed altri idiotismi che ciascuno Note 39 · Cannonate qui intende tiri di cannone intiero e ordinario da cinquanta (senza contare i tiri dei mezzi e dei quarti cannoni, da ventiquattroNote 40 · La Canèa. Dunque liberata dall'assedio, come è detto; e pareggiata la partita colla Prèvesa, da una parte e dall'altra. Le notizie correvanoNote 41 · Interzare, parlando di remeggio in questo caso, significa mettere tre uomini almeno a ogni remo. Chi si trovava con due, era fiacco, e cercaNote 42 · La necessità dei tempi. Dunque i Veneziani capivano da sè la qualità dei tempi vicini all'equinozio, la stagione inoltrata, e il bisogno di Note 43 · Questi è Miniato Ricci, giovane fratello del Tesoriere, imbarcatosi per venturiero sull'armata romana. Siamo chiari che il fratello maggioreNote 44 · Documento, che verrà per esteso alla nota 81, 82.Note 45 · Prudencio Sandoval, Vida y echos del emperador Carlos V, in-4. Pamplona, 1634, II, 184: «No se pudieron armar las doscientas galeras que proNote 46 · Marco Guazzo, cit., 235: «La nave grossa Cornara, armata per il Legato.»Note 47 · Antonio Doria cit., Compendio, p. 74: «Galèe centotrentacinque, navi più di cinquanta, soldati diecimila imbarcati.»Note 48 · Bosio cit., III, 178, C: «I generali tennero consiglio.... Non parve al Principe il tener l'armata a quella traversìa.... Stagione e tempi cNote 49 · Jovius cit., 375: «Venetis triremibus non plene confisum Auriam disserebant.... quod ab initio presidium hispanorum militum, quod distribui Note 50 · Bosio cit., III, 178, E: «Il generale Cappello non volle in modo alcuno i soldati spagnuoli nelle sue galere.... Con tutto ciò il Principe nNote 51 · Jovius cit., 372, 18: «Turcicæ namque triremes quatuor, cum expeditis totidem triremibus egressæ eludendo rursus intra fauces se recepere.»Note 52 · Jovius cit., in-fol. Basilea, 1578, p. 373: «Navigiorum omnis generis quæ remis aguntur centum quinquaginta.... leviores vero myoparones....Note 53 · Paruta cit., 61: «Si tornò di nuovo a consultare.... all'hora il Doria disse: Bisogna per certo pensarci bene.... perdute queste forze è disNote 54 · Ulloa Alfonso cit., 157: «Si dice per cosa certa che il Cappello, vedendo gli nimici, desideroso di combattere, disse al Principe.... che egNote 55 · Mambrino Roseo cit., 228: «Il patriarca Grimani e il generale dei Veneziani sollecitano il Doria al combattere.»Note 56 · Bosio cit., 180: «Avendo ogni galera il suo luogo in conformità dell'ordine che, in una carta particolarmente descritto, si era mandato a ciNote 57 · Antonio Doria, Compendio cit., 76: «Barbarossa, veggendosi andar sopra le navi a vele piene, hebbe terrore.»Note 58 · Ulloa cit., 157, fin.: «Dal galeone furono disserrate tante cannonate che fece ritirare i Turchi non senza gran danno.»Note 59 · Prudencio Sandoval cit., 184, b.: «Los de la liga quieren batalla.... nunca hombres estuvieron con mayor gana de pelear, que los de la liga Note 60 · Ulloa, 157: «Il Doria.... facendo un lungo circuito, senza venire alle mani coi nemici, faceva maravigliare ognuno.»Note 61 · Paruta cit., 67: «Il general Cappello ed il patriarca Grimano gridarono ad alta voce che non si perdesse omai più tempo.... E al Doria disseNote 62 · Marco Guazzo, 240: «Nell'hora che il sole si preparava per tuffarsi, un nembo con alquanto di vento levossi.... per andare a vela a Corfù.»Note 63 · Bosio cit., III, 480, D: «Barbarossa si era già tanto avvicinato, che dalle galere delle Religione si discernevano i colori delle giubbe e dNote 64 · Prudencio Sandoval cit., 185: «Andrea de Oria.... sin concierto ni respecto echò le buelta dè Corfù, hacia do corria el viento; haviendo perNote 65 · Antonio Doria, Compendio cit., 77: «Andrea Doria diede la volta.... Andrea schivò la battaglia la seconda volta.... Barbarossa veduto fuggirNote 66 · Ammirato cit., 661: «Restaronvi prese due galere; una veneta di Francesco Mocenigo ucciso d'archibugiata, ed una pontificia dell'ab. Gio. BaNote 67 · Ulloa cit., 157, b. med: «Barbarossa prese due galere.... e la nave di Luigi di Figueroa spagnolo, et alcune altre navi da carico, le quali Note 68 · Sandoval cit., 185: «Barbaroxa dixo en español muchas veces, y todas riendo a carcaxadas, O como Andrea de Oria mata a las linternas por no Note 69 · De Hammer cit., X, 517: «Le imprese di Barbarossa.... furono prosperose solo per la inattività del Doria.»Note 70 · Miguel Cervantes, Don Quixote, in-8. Ambères, 1673, I, 451: «A quel dia de Lepanto.... se desengaño el mundo, y todas las naciones del errorNote 71 · Bosio cit., III, 181, E.Note 72 · Civiltà Cattolica, del 4 settembre 1875, p. 515: «Ferdinando d'Aragona aveva nelle sue mani il Consiglio supremo delle Indie; e guai allo scNote 73 · Scipione Ammirato, Storie fiorentine, in-fol. Firenze, 1641, parte II, 661.Note 74 · Paolo Paruta, Storia di Venezia, in-4. 1717, lib. IX, p. 70.Note 75 · Card. Sforza Pallavicino d. C. d. G. Storia del Concilio di Trento, in-fol. Roma, 1666, lib. IV, n. 30, p. 91.Note 76 · Cav. Jacomo Bosio, Storia della sacra religione et illustrissima milizia di San Giovanni Gerosolimitano, in-fol. Roma, pel Facciotto, 1602, Note 77 · Odoricus Raynaldus, Congr. Orat. Annales Ecclesiastici post. card. Cæsarem Baronium, in-fol. Roma, Anno 1538, n. 26: «Quid porro a sociali cNote 78 · Carlo Sigonio, Vita e fatti di Andrea Doria, tradotti in volgare da Pompeo Arnolfini, in-8. Genova, 1598, p. 210.Note 79 · Cappelloni Lorenzo, Vita e gesti di Andrea Doria, in-8. Genova, 1565, p. 79, 89.Note 80 · Cappelloni cit., p. 79.Note 81 · Archivio Ricci in Roma: Volume intitolato Cardinal Ricci, istrumenti, ordini, bilanci e lettere. t. X, p. 138. — Lettera di messer Miniato RNote 82 · Il glorioso Messia. Ecco lo stentato arrivo, il lungo ritardo, ed il nomignolo di beffa ad Andrea.Note 83 · Dire a bocca! Tanto era il dispotismo possente e temuto! Vedi appresso per la cifra, nota 98 e pel silenzio la prec. 72.Note 84 · Il numero ribatte collo specchio dato alla nota 47, salvo le avvertenze ivi premesse.Note 85 · Cannoni, più che trenta pezzi da cinquanta per galeone, e più che cento di calibro minore.Note 86 · Scaramucciato. Tocca di volo il badalucco alle fauci dell'Arta per disfida languida, come è detto. Cinque o sei schermugi di quattro e sei lNote 87 · Ore dieci. Secondo l'orologio italico, equivalgono alle quattro ore dopo la mezzanotte, e il vento in faccia di Grecolevante.Note 88 · Molte discussioni. Ecco le noje del lungo Consiglio che fecero perdere le tre ore e il vento.Note 89 · Un poco di vento. Dopo il Consiglio, anche questo giovanetto ingenuo trova il vento favorevole di Levante scirocco, e porta le navi a contatNote 90 · La bonaccia dal mezzodì alle cinque pomeridiane. Parla della nave del capitan Hermosilla, che valorosamente si difese. L'autore narra per anNote 91 · Una galèa del Papa. Parla eziandio per anticipazione della galèa del cavalier di Bibbiena: male in gambe, cioè nel palamento, con pochi rema
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