LIBRO SETTIMO. Capitano Carlo Sforza,
Reading edition
dei conti di Santafiora.
[1548-1555.]
SOMMARIO DEI CAPITOLI.
I. — Carlo Sforza, famiglia e notizie. — Generale delle galèe di Malta. — Rissa di Cavalieri. — Salto di Sforza.
II. — Carlo in Roma capitan Generale delle galèe pontificie (3 settembre 1548). — Compra di bastimenti, e contratti.
III. — Valuta delle galèe, e Documenti. — Corpo, corredo, bozzelli, ferramenti, armi, velatura, tende, sartiame, vestiario. — La stima ed i carati.
IV. — Qualità, nomi, peso, calibro, e valuta dell'artiglieria. — Miccio, e munizioni. — Documenti.
V. — Inescatura delle armi da fuoco. — Gli incomodi del miccio in Algeri. — Fucile a ruota inventato nel principio del secolo XVI. — Testimonianze e descrizione.
VI. — Lo Sforza in Malta si riconcilia coi nemici (giugno 1549). — Crociera e prede nell'Arcipelago (ottobre 1549). — Bando sopra gli schiavi in Roma.
VII. — Giulio III conferma il capitanato dello Sforza. — Ordina le difese della marina pel giubilèo (1550). — La terza quadriglia dei pirati. — Dragut acquista Afrodisio, e cresce molestie.
VIII. — Armata cristiana contro Dragut. — Capitani e venturieri in Civitavecchia (1 maggio 1550). — L'incontro di Napoli e la rottura dei remi: Detergere remos (6 maggio 1550).
IX. — L'armata innanzi Afrodisio (20 maggio). — Dragut in fuga. — Corsa a Monastero. — L'acquata, e la provvista di bordo.
X. — Espugnata la terra di Monastero dal Baglioni. — Battuta la rôcca (28 maggio). — Perdita di due galere. — Navigazioni e guardie. — Il Triumvirato (24 giugno).
XI. — Afrodisio, e le sue fortificazioni. — Armi, presidio, e rinforzi (26 giugno).
XII. — Lo sbarco delle genti e delle bagaglie. — Lavori di assedio ordinati dal Ferramolino (30 giugno).
XIII. — Si apre il fuoco (1 luglio 1550). — Difficoltà della breccia. — Assalto ributtato (11 luglio). — Infermi e feriti, spedali, medici, e cappellani.
XIV. — Rinforzi e venturieri: Del Monte e Savelli. — La seconda parallela. — La fucina da campo. — Spedale a Trapani. — Lo Sforza trasporta i feriti. — Viene a Roma. — Dissensioni tra i Capitani (20 luglio).
XV. — In giornèa per fascina. — Giordano Orsini ferito e scavalcato dagli Arabi, liberato dal Baglioni (21 luglio).
XVI. — Scorrerie di Dragut pel Mediterraneo. — Difese dei Sardi. — Dragut torna in Africa, raduna gente, tenta soccorrere Afrodisio (22 luglio).
XVII. — Lo squadrone per la fascina. — Scontro con Dragut. — Maniche di archibugeri. — Combattimento vantaggioso contro il soccorso e contro il presidio. — Dragut fugge alle Gerbe (25 luglio).
XVIII. — Le fuste di Dragut sulla spiaggia romana. — Ributtate a cannonate da Ostia. — Danni a Talamone, a Ponza, a Ventotiene. — Bravura dei Sardi (26-30 luglio).
XIX. — Ritorno dello Sforza in Africa e salvamento di una fregata (31 luglio). — Gli ingegneri al campo: Ferramolino, Arduino, e Prato.
XX. — Mine e gallerie. — Morte del Ferramolino (8 agosto). — Nuova batteria all'angolo di mare, ed effetti stupendi (29 agosto).
XXI. — La sambuca: antichità e forme diverse. — Giuseppe Buono. — La batteria della sambuca (31 agosto).
XXII. — La ronda per mare. — Marco Centurioni e i rinforzi (6 settembre). — Predate due galeotte e una nave nel porto (7 settembre).
XXIII. — Prima mossa della sambuca (8 settembre). — Batteria, incagli, breccia, e riparazioni. — Effetti utilissimi della sambuca. — La piazza agli estremi.
XXIV. — Assalto da terra e da mare. — La colonna dei romani e fiorentini entra nella piazza. — Dà mano agli altri. — La vittoria e la cervia (10 settembre 1550).
XXV. — Ingresso trionfale, e assettamento di governo. — Il Prato disegna le nuove fortificazioni. — Ritorno dell'armata. — Ricchezze in Spagna, e chiavistelli in Roma (ottobre 1550).
XXVI. — Lo Sforza in congedo. — Difende la spiaggia per suo conto colle galere proprie. — Gratitudine dei Maremmani. — Guerra di Parma e di Europa. — Lo Sforza in Francia (1552-53).
XXVII. — I cinque Sforzeschi nel 1554. — Tre spagnoli e due francesi. — Sospetti in Francia contro Carlo. — Perdita di tre galere, e acquisto di altre due. — Fuga di Francia, prigionia in Firenze. — Torna in grazia (1554).
XXVIII. — Paolo IV. — Artifizî degli Sforzeschi per ricuperare le galèe. — Alessandro se ne fa padrone, e caccia l'Alamanni. — Ajuto dei Civitavecchiesi (agosto 1555).
XXIX. — Ordini e contrordini per la partenza. — Le galèe di Sforza a Napoli. — Minacce, sedizioni e tumulti in Roma. — Il Sarrìa a mitigare (agosto 1555).
XXX. — Partito preso in Napoli di restituire le galèe. — Ritorno di Alessandro. — Rimesso l'Alamanni. — Ritiro di Carlo Sforza a vita privata (settembre 1555). — Considerazioni, e fine del libro.
LIBRO SETTIMO. CAPITANO CARLO SFORZA, DEI CONTI DI SANTAFIORA. [1548-1555.]
I.
[Agosto 1548.]
I. — Dal gran mastro di guerra Muzio Attèndoli della Cotignola, cui il conte Alberigo di Barbiano appiccò il nomignolo di Sforza a perpetuo suggello da ricordarne ai posteri la gagliardìa e l'ardimento, si sono generati i duchi di Milano, i signori di Pesaro e i conti di Santafiora; donde derivossi dappoi accrescimento di splendore e di grandezza per eredità e parentela nella nobilissima casata dei Cesarini di Roma. Di quel sangue nacque Carlo, terzogenito del secondo Bosio conte di Santafiora e di Costanza Farnese della stirpe di Paolo III; e parvero in lui rivivere gli spiriti marziali del primo Sforza. L'istessa grandezza della persona, il medesimo dominio sui cavalli, e l'agilità delle membra, e il piglio soldatesco, e la robustezza del braccio e la saldezza del core; aggiuntavi di più la coltura, lo studio, e l'esperienza della milizia navale. Entrato giovanetto nell'Ordine di Malta pigliò volentieri l'occasione di mostrarsi quale era prode e valente per mare e per terra, in Levante ed in Germania: in breve ottenne la grancroce, il priorato di Lombardia, e finalmente il generalato delle galèe dell'Ordine suo[187]. Faceva perciò residenza in Malta molto splendidamente, secondo uomo di alto affare; e appresso menavasi numeroso seguito di capitani e di gentiluomini: fra i quali fin d'ora mi piace ricordare quei due prodi che sempre lo sostennero nelle sue spedizioni; cioè il conte Marcantonio Zane di Bologna, successore di Marcantonio Colonna nella nostra marina dopo sciolta la lega[188]; ed il nobile fulignate Giannantonio Gigli di chiara fama a Lepanto, e prima e dopo[189]. L'anticamera di casa Sforza e similmente i saloni dei suoi pari, che ancora abbiamo negli antichi palagi dei grandi signori (saloni di trenta e cinquanta metri in lungo e in largo), non erano mica per quel vecchio servigiano al banchetto in un cantuccio tra il vuoto e il silenzio perpetuo d'oggidì: ma realmente ci ricordano il numeroso concorso dei letterati, degli artisti, dei gentiluomini con tutto il codazzo dei familiari, raccolti quivi insieme per motteggiare tra loro, per corteggiare l'avventuroso signore, e per seguirlo dovunque secondo il suo grado.
La quale magnificenza spiegata eziandio da Carlo in Malta, quantunque conforme all'uso del tempo, gli fruttò l'invidia dei superbi; e suo malgrado l'avvolse in una sanguinosa e ferocissima rissa, accesasi tra i Cavalieri per la uccisione di un semplice soldato delle sue galere sulla piazza del porto.
La furia delle private vendette levò alta fiamma nell'isola. Prima dalla parte dello Sforza avvampò un famigliare, il quale per rimedio del morto ammazzò a tradimento il cavalier Ribadeneira della lingua di Spagna con un colpo ardente di archibugetto a ruota. Indi ribollirono maggiormente i confratelli nazionali del secondo ucciso, risoluti di vendicare il Cavaliere col sangue del Generale. Torna la nota contradizione degli stolti; i quali, acciecati dalla passione, come giudicano altrui, così condannano sè stessi. I congiurati assaltarono e ferirono in piazza lo Sforza, egli trasse la spada e si difese, altri mossero per levarlo di là, dove certamente sarebbe rimasto freddo, se non pigliava di gran corsa la via del porto. Ma raggiunto alla sponda dalla calca dei furiosi, e non veduto a suo scampo altri che il cavalier Giorgio Adorno genovese quivi presso, e da lungi lo schifo della sua capitana che pel confuso rumore erasi allargato da terra, levossi in aria, spiccò un gran salto (non mi basta l'eleganza della frase, quando devo esprimere tutta la verità e la grandezza del fatto), voglio dire, e forse non basta, squarciò un salto portentoso, e raggiunse diritto e fermo la poppa del suo palischermo. Avanti! Voga, arranca, e via!
Il successo maraviglioso di Carlo, in quel giorno, che fu il sei di giugno 1547, sembrò un prodigio a chi lo vide: gli stessi nemici suoi attoniti e maravigliati abbassarono le spade. Più e più la plebe Maltese presente allo spettacolo ne restò presa: d'indi innanzi ne fece proverbio, paragonando i più solenni tratti di destrezza al Salto di Sforza[190]. Il vecchio Muzio, suo grande avo, non ebbe la stessa ventura l'ultimo giorno della vita al guado della Pescara.
Lascio il seguito della sedizione: lascio il concorso dei cavalieri francesi cogli italiani a difesa di Carlo, e la pertinacia degli spagnuoli a volerlo assalire anche dentro la stessa sua capitana; lascio in procinto di combattere due galèe piene di nemici, contro due altre piene di difensori: e conchiudo che Carlo Sforza, dopo quietato il tumulto, ebbe per bene levarsi dall'isola e venirsene in Roma presso il cardinal Guidascanio suo fratello.
II.
[30 agosto 1548.]
II. — Avvenuta dappoi la morte dell'Orsino, ognun intende che il successore era pronto in palazzo: e veramente non ebbe molto a fare Guidascanio per ottenere al fratello la nomina di capitano Generale cogli stessi patti, capitoli e convenzioni del defunto; molto più che i meriti, l'esperienza e la nascita rendevanlo degnissimo dell'ufficio[191]. Perciò l'istesso Cardinale aveva comprato prima dagli eredi del conte dell'Anguillara le tre galèe insieme col nuovo scafo; e donato ogni cosa nell'istesso giorno tre di settembre al nuovo Capitano, perchè avesse a fare vie più onorata comparsa alla marina. Ecco alcuni estratti degli istrumenti di compra e di donazione[192]:
«Addì trenta del mese d'agosto 1548. — Il signor Gentil Virginio Orsini, durante la vita, conte dell'Anguillara, recentemente defunto, tra gli altri beni della eredità avendo lasciato tre triremi, volgarmente chiamate galèe, da lui stesso comprate nel mese di febbrajo prossimo passato, come proprietà dell'illustrissimo signore Orazio Farnese duca di Castro, al prezzo di diciassette mila e cinquecento ducati d'oro in oro; ed avendo ordinato nell'ultimo suo testamento che le dette galèe s'abbiano a vendere eccetera..., quindi gli esecutori testamentari per lo stesso giure di vendita hanno dato e consegnato al signor Guidascanio cardinale eccetera.... le dette tre galèe e di più il corpo di un'altra galèa che volgarmente dicono un Fusto di nuova costruzione, che è alla spiaggia fuori dei porti di Civitavecchia, già dalla Santità di Nostro Signore donato al medesimo signor Virginio, il tutto per prezzo a nome di prezzo ventimila settecento scudi d'oro, eccetera...»
«Ratificazione della vendita delle galèe, per parte delle signore Maddalena e Caterina, figlie dell'illustrissimo signor Gentil Virginio Orsini di bona memoria, in sua vita conte dell'Anguillara, eccetera...»
«Donazione delle galèe — Addì tre settembre 1548. — Il signor Guidascanio Sforza, del titolo di sant'Eustachio eccetera.... non come persona ecclesiastica, ma come membro della illustrissima casa e famiglia Sforza, ha comprato dalle illustrissime signore Maddalena e Caterina, figlie della bona memoria del conte Gentil Virginio Orsini, tre triremi o sia galere e un fusto nuovo, e spontaneamente ha donato il tutto a Carlo Sforza priore di Lombardia, suo fratello germano, eccetera...»
«Fatto in Roma ecc..., giorno, mese, ed anno, come sopra nella camera del palazzo, residenza consueta del predetto signor cardinal Camerlengo, chiamata la Cancelleria Vecchia[193].»
III.
[Ottobre-dicembre 1548.]
III. — Questi documenti limpidi e brevi confermano largamente ciò che si è detto alla fine del libro sesto, ed al principio del presente. Di più ci danno tre volte la compra e la vendita delle stesse galèe a prezzi diversi: prima per scudi d'oro trentaquattromila, indi per diciassettemila cinquecento, e finalmente per ventimila settecento[194]. Avendo già nella storia del Medio èvo descritto la costruzione, la forma e il governo di questi legni militari, sembrami conveniente dirne adesso la valuta; e ciò per chiarire sempre meglio la storia navale dei secoli scorsi, e per continuare anche da questa parte lo svolgimento delle frasi e dei termini marinareschi; come pure per stabilire i criterî da risolvere a un bisogno quei problemi storici, nei quali il prezzo fornisce argomento a provare cause ed effetti di maggior rilievo. Per esempio, e tutto del nostro proposito, il Guerrazzi notissimo scrittore moderno, volendo attribuire a Pierluigi Farnese una parte maggiore nella congiura di Gianluigi Fieschi, si ferma sul prezzo delle quattro galèe vendute dal primo al secondo per trentaquattro mila scudi d'oro: ed elevando il valore di ciascuna galèa a ventimila, in somma per le quattro a ottantamila, conchiude essere la differenza di quarantasei mila la mercede pattuita del tradimento[195]. Io non torno adesso a cercare come e quanto i Farnesi di Parma se la intendessero coi Fieschi di Genova; sì bene a rilevare l'importanza della stima per risolvere talune questioni di ordine più elevato.
E volendo andar sicuro nel giudizio dei prezzi, lascio da parte lo stranio Brantôme che trinciava le cifre a ventimila per volta, e seguo piuttosto Andrea Doria genovese, Lione Strozzi fiorentino, e Gentil Virginio romano e i loro discendenti e consorti, che valutavano diversamente, ed erano per quei tempi maestri e comandanti anche in Francia, anche in Spagna, e per tutto. Con loro mi appoggio ad altre colonne, cioè alle note ufficiali dei governi, ed a quei documenti e autorità che sempre cito, tuttochè a taluno possano sembrare soverchie[196]. Da queste sorgenti potrà derivarsi nella mente dei miei lettori qualche contezza più precisa intorno al modo di determinare la valuta delle galere, distinguendo le parti di costruzione, fornimento, armamento e corredo, così dei legni come delle attenenze, secondo il primo impianto, e secondo i diversi carati rispondenti al tempo ed al consumo.
Perciò scelgo due documenti ufficiali, uno romano e l'altro fiorentino; ambedue composti per norma di governanti, ambedue identici nei vocaboli e nelle frasi del mestiere, che erano comuni in tutta l'Italia, come più volte ho detto: ma il primo assai più breve, più chiaro, più ricco di voci, tanto che il lettore potrà cavarne con manco fastidio maggior copia di notizie. Nè io saprei altrimenti come mettere a stampa, perchè non si perdano, tanti vocaboli degni di essere ricordati, e non possibili a intarsiare nei racconti miei, nè altrui. Dirò appresso del secondo: ora pubblico il primo documento nella sua integrità, come fu compilato sopra le scritture e le tradizioni del tempo anteriore, a richiesta dei principi Barberini, quando tenevano nella mano tutte le fila dell'amministrazione al tempo di Urbano VIII. Già fin d'allora gli economisti, rispetto alle spese, richiamavano i tempi passati, come di miglior mercato, e dolevansi del maggior caro nel presente: perciò la cifra della somma totale potrà essere stata più bassa cinquanta anni prima, non certamente più alta. Udiamone[197]:
Nota di quanto costa una galea privata, armata di quanto fa bisogno acciò sia pronta a navigare. La spesa che ci va incirca:
» Lo scafo fornito nel modo che lo sogliono dare i maestri incirca Scudi (romani) 3500. —
» Più si fa il piano della poppa, ed altre cose 50. —
» Albero della maestra 130. —
» Albero del trinchetto 80. —
» Antenna di maestra: cioè due pezzi, carro e penna 100. —
» Antenna di trinchetto simile, carro e penna 50. —
» Spigoni due per la borda e pel marabutto 10. —
» Tagliami diversi[198], come per la lista a parte numero 1ª 60. —
» Artiglieria e palle[199] — —
» Armi diverse e apparati delle artiglierie, come da lista numero 2ª 500. —
» Ferri quattro, a quattro marre, del peso di cinquanta cantàri genovesi di libbre 138 romane[200] 220. —
» Cinquantasette remi guarniti a scudi tre l'uno[201] 171. —
» Tende, tendali, porte di poppa, porte di prua, e porte delle bande, tutto di albagio di Roma, guarnite di sartia e fodera, come da lista numero 3ª 630. —
» Ferramenti per le maestranze e per la ciurma, come da lista numero 4ª 553.40.
» Vele per la maestra e pel trinchetto, e loro guarnizione di sartia con due mantelletti, come da lista numero 5ª 690. —
» Sartia necessaria all'uso di detta galea, come per lista numero 6ª 900. —
» Dugencinquantacinque barili da acqua di Nizza 202. —
» Botti ed altre cose necessarie alla compagna ed al pagliuolo, come per lista numero 7ª 150. —
» La ciurma si calcola numero ducensessanta uomini, compresi venticinque bonavoglia[202]. Vestiti per detta ciurma, cappotti e camiciuole, come da lista numero 8ª 963.50.
» Vestiti bianchi per detta ciurma, come per lista numero 9ª 543.50.
» Fiamme ed attrezzi della poppa, come per lista numero 10ª 156. —
» Schifo guarnito 30. —
» Cinquantuna vacchetta per li banchi 36. —
» Bronzi diversi per le pulegge, sessanta in circa, libbre centotrenta 36. —
» Concerto di otto trombette 32. —
» Lo spalmare della galèa, libbre settecento di sevo, e la brusca 50. —
» In tutto Scudi (romani) 9843.40.
» Lista N. 1ª. — Tagliami.
» Un calcese di maestra.
» Due colleoni di calcese.
» Due taglie da ghindare per maestra.
» Due pulegge di ritorno.
» Due pulegge per la detta.
» Due altre pulegge per la detta.
» Due taglie di anchini da due occhi.
» Due taglie di anchini da un occhio.
» Due taglie di orza davanti, ossia orza novella, da un occhio.
» Calcese pel trinchetto.
» Una puleggia pel detto.
» Due colleoni.
» Due taglie pel fionco[203] da quattr'occhi.
» Due taglie da due occhi.
» Sei pulegge per dette.
» Quattro taglie di anchini da due occhi.
» Due taglie di anchini da un occhio.
» Sei pulegge.
» Otto taglie pei paranchinetti da due occhi.
» Due taglie di orza davanti da due occhi.
» Pulegge per dette.
» Dodici taglie da collatori[204] da due occhi.
» Dodici taglie pei collatori da un occhio.
» Pulegge per detti.
» Sette mazzapreti[205].
» Pulegge per detti.
» Ventiquattro vertecchi.
» Una pasteca[206] da quarnale.
» Pulegge per detta.
» Due pasteche d'orza a poppa.
» Una pasteca da schifo.
» Una pasteca da quarnale.
» Un mazzaprete per cazzare la tenda.
» Due coccinelli.
» Quattro pulegge per mazzapreti.
» Due taglie di prodano da quattr'occhi.
» La pasteca del cannone.
» Una puleggia per detta.
» Sei pulegge per mascellari[207].
» Otto taglie da un occhio pei detti mascellari.
» Ventiquattro pulegge pei detti.
» Nove mazzapreti.
» Nove pulegge pei detti.
» Una bigotta da sperone.
» Una puleggia pel detto.
» Due bigotte da cordiniera.
» Tre bigotte di trozza.
» Ventiquattro vertecchi.
» Due taglie da prodano.
» Due dette da due occhi.
» Otto pulegge per dette.
» Due arganelli.
» Pulegge per detti.
» Maschi da schifo per salpare.
» In tutto, come è detto, Sc. Romani 60. —
»Lista N. 2ª. — Armi diverse ed apparati per le artiglierie.
» L'artiglierie non si notano[208].
» Centoventi moschetti Sc. Rom 360.
» Centoventi forcine 18.
» Sessanta mezze picche 18.
» Dodici rotelle 8.
» Centoventi bandoliere 36.
» Per le artiglierie. — Dodici schiappe da scalone, dieci bigotte, trenta perni, dieci mazze, un gancio, cucchiare, stivatori, rifolatori, lanate, borsa di corame per la polvere, in tutto 35.
» Lo scalone pel cannon di corsia guarnito 25.
»Somma la lista 2ª, c. s. Sc. Rom. 500.
»Lista N. 3ª. — Tende, tendali, e porte.
» Una tenda di albagio di Roma, palmi 2880, spago per cucirla libbre 24. Cavetto di terranina, libbre 20. Tela trina pel mezzanino, palmi 150. Sartia per guarnimento.
» Un tendale di albagio di palmi 420. Spago per cucirlo libbre 6. Canavaccio per fodera, palmi 400.
» Due porte d'albagio attorno alla galea, e porte di poppa e di prua, palmi 1100. Tela parata per fodera di tutto, palmi 1300. Spago per cucirne, libbre 10. In tutto Sc. Rom. 470.
» Una tenda di canavaccio, palmi 2800. Spago per cucirla, libbre 16. Mattaffioni, libbre 120. Guarnimento, libbre 90. Mezzanino, libbre 100. In tutto 125.
» Una incerata di cottonina, palmi 160. Spago per cucirla, libbre 2. Cera, libbre 50. Verderame, libbre 15. Trementina, libbre 10. Pece greca, libbre 8. Sevo, libbre 20 35.
» 3ª lista, in tutto, c. s. Sc. Rom. 630.
»Lista N. 4ª. — Ferramenti.
» Dodici verrugli da calafato Scudi Rom. 2.40.
» Ferro uno per lo schifo 2.50.
» Una gravina, o sia pie' di porco 1.50.
» Un pajo di tanaglie 1.20.
» Incudine 2. —
» Due tagliaferri 0.60.
» Due mazzette 0.50.
» Otto buttafuori 2.20.
» Otto piccozze 4.40.
» Dodici zapponi 7.20.
» Cinquantuna branca di catene a cinque fila per branca, a scudi sette per ciascuna 357. —
» Calzette di ferro, venti fila 28. —
» Ducencinquanta maniglie armate 115. —
» Diversi altri ferramenti minuti 25. —
» Marracci per far la legna, otto 3.40.
» Otto rasoj per rapare la ciurma 0.50.
» 4ª lista, in tutto, c. s. Sc. Rom. 553.40.
»Lista N. 5ª. — Vele di cottonina.
» Una borda, palmi 5000. Canavaccio per mantelletto. Sartia per guarnimento. Spago per cucirla. Sc. Rom. 250.
» Un marabutto, palmi 3600. Canavaccio per mantelletto. Sartia per guarnimento. Spago 140.
» Un marabuttino, palmi 2800. Canavaccio per mantelletto. Sartia per guarnimento. Spago 120.
» Un trinchetto grande, palmi 2640. Canavaccio per mantelletto. Sartia per guarnimento. Spago 115.
» Un trinchetto piccolo, palmi 1450. Canavaccio per mantelletto. Sartia per guarnimento. Spago per cucirlo 65.
»5ª lista, in tutto, c. s. Sc. Rom. 690.
»Lista N. 6ª. — Sartia a cantari di libbre 250 ciascuno.
» Quattro gomene, collettivamente Cantari 22. —
» Due gomenette 7. —
» Due capi di posta 5. —
» Dodici costiere[209] 3.50.
» Due capi di vette 3.50.
» Un pajo di amanti 1.80.
» Due bracotti di poppa e prua 0.30.
» Due oste di maestra 1. —
» Due orze a poppa 1. —
» Una quarnale 1. —
» Due scotte 2. —
» Orza davanti, ed orza novella 1. —
» Cavo pei collatori 1. —
» Due prodàni per la maestra 3.50.
» Fionco pel trinchetto 1.20.
» Otto sartie pel trinchetto 1. —
» Orza davanti pel trinchetto 0.40.
» Bracotti di poppa e di prua pel trinchetto 0.16.
» Due oste di trinchetto 0.60.
» Quarnaletta e carichetta di trinchetto 0.20.
» Prodàno del trinchetto 1. —
» Barbetta pel cannone e per lo schifo 1.80.
» Paranchinetti pel trinchetto, due 0.20.
» Duo paranchinetti pel timone 0.06.
» Tre mazzi da scandaglio 0.10.
» Due anchini[210] del trinchetto 0.50.
» Anchini per la maestra 0.80.
» Un pajo di amanti pel trinchetto si cavano dalle vette — —
» Cinquantuno stroppo de' remi, e collatori 1. —
» Otto bozze 0.60.
»6ª lista, in tutto Cantari 63.22.
» Che a circa scudi 15 il cantaro, danno c. s. Sc. Rom. 900.
»Lista N. 7ª. — Bottame ed altro per compagna e pagliuolo.
» Sei botti grosse Sc. Rom. 0. —
» Una manica di corame per imbottare 8. —
» Caldajo per la ciurma 10. —
» Attrezzi di cucina, barbiere, e calafato 12. —
» Cantaro da pesare 8. —
» Ottanta sacchi pel pagliuolo 35. —
» Ventidue stuoje pel pagliuolo, e cose diverse 4. —
» Due bilance piccole 5. —
» Un bilancione 6. —
» Cinque pesi di bronzo da pesare la carne 5. —
» Sei lampioni di corsia 12. —
» Sei lampionetti di cerca 5. —
» Un lampione di burrasca 4. —
» Venti coffe per savorra 3. —
» Dodici sèssole da aggottare 3. —
»7ª lista, c. s. Sc. Rom. 150. —
»Lista N. 8ª. — Vestiti per la ciurma.
» Cappotti di albagio per ducensessanta uomini: palmi ventuno per cappotto, e filo per cucirli, si calcola giulî ventuno per cappotto 546. —
» Camiciuole di panno cordellato, canavaccio per fodere, e filo per cucirle, ad uomini ducensessanta, da palmi undici l'una, si calcola scudi due per camiciuola 520. —
+ 1066. —
» Se ne diffalca per venticinque bonavoglia, cui si danno a conto loro - 102.50.
»8ª lista, c. s. Sc. Rom. 963.50.
»Lista N. 9ª. — Vestiti bianchi, scarpe, calze, berretti.
» Camicie, numero 520, due per ciascuno; e calzoni paja 520, due per ciascuno; che sono quattro pezzi di biancheria per uomo. Ve ne va canne cinque. Filo per cucire camicie e calzoni, vagliono[211] circa giulî quindici Sc. Rom. 390. —
» Berretti, numero 260 a bajocchi dieci 26. —
+ 416. —
» Se ne diffalca per venticinque bonavoglia, cui si danno a conto loro - 40. —
Resta + 376. —
» Scarpe e calze a trenta schiavi, a giulî dieci per uomo, non mettendo i bonavoglia, perchè vanno a conto loro 30. —
» Schiavine che si danno alla ciurma per l'inverno, non compresi i bonavoglia, ai quali si danno a conto loro, si calcola numero centodieci, a giulî dodici e mezzo l'una 137.50.
»9ª lista, c. s. Sc. Rom. 543.50.
»Lista N. 10ª. — Fiamme ed attrezzi di poppa.
» Le fiamme di tela importano circa Sc. Rom. 50. —
» Un quadro di Nostro Signore e della Madonna, e campanello 2. —
» La chiesuola, due bussole, quattro ampollette 4. —
» Candele e torcie per la Salve il sabato a sera — —
» Una tendale di cotonina, e due parasoli; canne cento in circa 32. —
» Due camerette di panno colle porte, canne trentacinque in circa, e fodera di tela turchina 45. —
» L'incerata per coprire la poppa è già nella 3ª lista — —
» Due buffetti di noce 6. —
» Due sedie a braccialetti 5. —
» Quattro sgabelletti di vacchetta 8. —
» Un tappeto che serve a poppa e a schifo 4. —
»10ª lista, c. s. Sc. Rom. 156. —
IV.
IV. — Dunque, messo tutto a calcolo sottile, il prezzo totale di una galèa remeggiata da forzati tra la fine del cinquecento e il principio del seicento, veniva a novemila ottocento quarantatrè scudi, e giuli quattro, secondo le conclusioni del documento romano. Alle quali cifre si avvicina altresì il documento fiorentino[212], dopo lunghissima analisi, di pagine censessanta, in continuo stento per rifilare ad ogni capo le spese, secondo il desiderio del novello granduca Francesco di Toscana, conchiudendo[213]: «Monterà dunque la somma dè le somme di tutto quello che si è speso nè le cose predette col calculo di Pisa, fiorini 9520, 6, 19, 3. et tanta spesa andrà a fare una galera et a fornirla di ciò che bisogna.» Egli parla di fiorini pisani e fiorentini, eguali a sette delle antiche lire di Firenze da quindici soldi, e a cinque lire moderne circa d'Italia; tanto che presso a poco si pareggiano i detti fiorini coi nostri scudi, e non si arriva nè con quelli, nè con questi, ai diecimila: somma tuttavia che accetto rotonda, volendo largheggiare al possibile, e fuggire miserie e frazioni.
Facciamo ora di pagare diecimila scudi, e ci troveremo innanzi una galèa con tutti i suoi fornimenti, attrezzi, e corredi nuovi nuovi, e nullamente frustati nè dal tempo, nè dalle burrasche, nè dai combattimenti. Caso da non venirci più di una volta sola per sempre, cioè il primo giorno del primo viaggio. Dopo di che, prescindendo pur dalle avarie straordinarie che si valutavano e si valutano secondo i danni, costumavano i marinari dividere il pregio di una galèa in ventiquattro parti uguali, che chiamavano carati, supponendo la durata del bastimento colle sue attenenze per la media di anni ventiquattro. Quindi nel calcolo della stima, tanto diffalcavano ogni anno della sua primitiva valuta, quanti erano i ventiquattresimi e gli anni; pognamo dopo un dodicennio ogni cosa ridotta a metà, e pel doppio a zero. E ciò senza pregiudizio delle spese occorrenti ad ogni stagione per riparare o mantenere il bastimento in buon assetto; spese che non entravano nullamente nei contratti di compra e vendita, ma negli strumenti di condotta, di assento, e simili; dove o coll'imposizione del due per cento sulle merci, o con altri assegni dell'erario pubblico, pel mantenimento del legno, della gente e del capitano si assicuravano altri cinquecento scudi d'oro per ogni mese e per ciascuna galèa. Però dai carati specialmente vedeasi la diligenza e cura degli ufficiali nel custodire e conservare le cose date loro in consegna. Di che saviamente soggiugne il principe di Piombino nel citato documento[214]: «Et questa regola dei carati serve molto sulle galere: perchè facendosi una consegna di una galera o di altre robe ad un capitano, quale ella è hoggi, se gli consegna ciascuna cosa per tanti carati; et poi, quando la rende, si conosce se egli sia stato poco o molto diligente in conservare la sua consegna che hebbe; et quanto ella hoggi che esso la rende sia peggiorata et caduta dal prezzo suo.»
Ciò posto niuna maraviglia che le stesse galèe siano state prima pagate dal Fiesco trentaquattro mila[215]; e dopo tre anni, tenute da quello sciatto, e con una di meno, pagate dall'Orsino diciassettemila cinquecento; e finalmente aggiuntovi il nuovo fusto pagate dallo Sforza ventimila settecento.
Seguendo queste ragioni, secondo il costume romano, non abbiamo messo in conto le artiglierie, perchè i ministri camerali le somministravano senza prezzo ai capitani delle galèe; e insieme con esse gratuitamente davano polvere, palle e miccio. Fia bene per compimento cavarne i prezzi e la nomenclatura dal documento fiorentino, che dice così[216]:
COSTO DELL'ARTIGLIERIE E LORO APPARTENENZE.
» Un cannone di metallo con suo scalone o cassa, et di cantara quarantacinque, et di palla libbre cinquanta, a fiorini dodici di Genova per cantaro, sono Fior. di Pisa 617. —
» Due sagri finiti, di cantara quindici l'uno, con palla di libbre dieci, in Genova al medesimo prezzo 195. —
» Due mezzi sagri, di cantara sei l'uno, con palla di libbre quattro al prezzo detto 164. —
» Otto moschetti di bronzo, detti smerigli, finiti, cioè con sui mascoli doppi, di cantara tre o quattro l'uno, con palla di libbre quattro o quattro e mezzo al prezzo detto 329. —
» Due mortajetti o vero pietrei di bronzo, di cantara sei l'uno, con libbre dodici di palla di pietra al prezzo detto; che dove siano mezzi sagri non si usano 164. —
» Casse di sagri da per sè, et di mezzi sagri a fiorini tre di moneta l'una, o tre e mezzo: a tre 18. —
» Pasteca del cannone, et con essa va una taglia, la quale si dà nel numero delle altre; et là è scritta con esse (altrove la valuta) — —
» Cavo o barbetta per detto cannone, con che si tiri a prua (scritta altrove) — —
» Lo scalone o cassa del cannone da per sè varrebbe fiorini otto, cioè lire cinquantasei[217]; nè se ne trae qui prezzo fuori perchè sendo, come è disopra col cannone, ci sarebbe due volte, et il suo carato sarà lire 2. 6. 8. e con li suoi ferramenti sino in fiorini 12 — —
» Palle da cannone di libbre 50, 55, 60 l'una, numero sessanta a soldi due la libbra de' nostri, lire sei ciascuna: in tutto 51. —
» Palle di sagri di libbre 10 l'una in 12 numero 120, al prezzo medesimo 17. —
» Palle di mezzi sagri di libbre 6 l'una numero 200 a detto prezzo 17. —
» Palle di piombo con dadi di ferro per moschetti (o smerigli) numero 400 a soldi 2.1.⅕ l'una 6. —
» Palle di pietrei, numero 40, tutte di pietra di libbre dodici l'una a lire 1 l'una 5. 5.
» Polvere d'artiglieria a fiorini cinque il cantaro, la più fina libbre 2000, che a Genova varrà 5 ½ o 6 di loro moneta 100. —
» Polvere d'archibuso fine a fiorini dieci il cento, libbre seicento 60. —
» Polverino per l'archibuso libbre trenta a soldi dieci la libbra 2. 1.
» Corda o fune bollita per il fuoco de' li archibusi et artiglierie libbre cento a soldi cinque, sei, o sette la libbra; secondo sarà: a soldi sei 4. 2.
»Totale Fior. pis. 1750. 1.
» Alle quali partite unite le precedenti di Sc. Rom. 9843.40.
»Avremo in totale Sc. Rom. 11593.55.
Conchiudo alla prova, compiuto il calcolo, e spillato ogni centellino, dunque non arriviamo a dodicimila scudi per ciascuna galèa remeggiata da condannati, ai quali tra noi non si dava prezzo. Dunque ogni due anni calava la valuta di mille, prescindendo pur da ogni altro danno e sciupìo.
V.
V. — L'ultima partita del documento toscano conferma l'uso del secolo decimosesto di allumare non solo le maggiori artiglierie, ma ancora le manesche per mezzo della corda accesa, cui davano il nome di Miccio: e dico forte e marziale, al mascolino, come usavano dire comunemente i cinquecentisti. Nei primi tempi le artiglierie di ogni maniera, grosse, minute e portatili si accendevano colla bacchetta di ferro arroventata in un braciere; l'uncino della quale al bisogno si portava sul focone dell'arma voluta sparare. Appresso veniva il miccio: corda sottile e pastosa di infimo tiglio, poco torta, lissiviata nella cenere, e bollita per quattr'ore nella soluzione di nitro, colla giunta successiva di poco acetato di piombo. La qual corda, accesa che sia da una estremità, continua sempre a bruciare lentamente con fumo azzurrognolo e senza fiamma, fino a tanto che non sia tutta consumata. Nel maneggio delle artigliere incavalcate s'incastrava il capo acceso di questa corda della forcella d'un'asticciuola, chiamata Buttafuoco: il primo servente di destra, al comando dell'ufficiale, brandivalo sul focone del pezzo, e l'arma tonava. Per le armi manesche ciascuno archibugiere portava parecchie braccia di questa corda in pezzi, appesi alla tracolla; e nelle fazioni un capo sempre acceso nella mano sinistra: venuto il momento spianava l'arma, scoprivane il bacinetto, pigliava il miccio colla destra, scuotevane il ceneraccio, e finalmente il colpo partiva. Poi vennero il draghetto e il serpentino: figurette contorte a imagine dei detti animali, che stringevano la corda accesa tra le mascelle, e al tocco del grilletto la portavano sul focone. Con questo il soldato aveva le mani più spicce, e più sicura la punteria. Ma e' doveva star sempre sopra di sè coll'occhio alla guardia del fuoco: e spesso spesso ridare la corda, e più e più ricacciarne dalla bocca del fantoccino, secondo il consumo. Lunga noja di più secoli: al cui compenso forse introdussero i militari nelle capitolazioni la clausola del miccio acceso, come ultima testimonianza di solerzia e disciplina anche nei vinti. I marinari esposti più di ogni altro ai casi repentini di combattimento, e sempre più che altri guardinghi del fuoco, usavano il micciere, per allumare a un tratto due o tre cento micci. Era una specie di bacino metallico, che si teneva sulla palmetta o sulle rembate; concavo a mo' di clibano, e contornato da qualche centinajo di bischeri a forcella messi in più ordini, donde le cime di altrettante corde facevano capo nella scodella centrale. Bastava gittare nel mezzo un pugnetto di polvere e una scintilla per avere a un tratto tutte le cime accese, tanto che ogni soldato e marinaro potesse di presente pigliare in punto la sua. Ho veduto io di questi arnesi vecchi e rugginosi nel Museo dell'arsenale di Venezia. Ora indarno più cerchereste per le fortezze e per le caserme la corda cotta: solamente potreste trovarne sui bastimenti militari, dove i marinari continuano a tenersela sempre accesa, giorno e notte, dentro un barlotto di metallo per comodo di chiunque voglia allumarvi il sigaro, o la pipa.
Niuna cosa giugne improvvisamente alla perfezione. Dalla bacchetta rovente e dalla corda cotta si venne al draghetto, al serpentino, e poi al fucile a ruota: progresso reso necessario dagli inconvenienti dei primi metodi, i quali nella pratica, come si è veduto in Algeri, rendevano qualche volta difficilissimo il maneggio delle armi da fuoco. Gli ingegni si scossero: e dall'attrito sprizzarono le prime scintille sulle artiglierie di terra e di mare. Tutti sapevano cavar faville percotendo insieme la selce e l'acciajo: non restava se non trovare il modo di portare la percossa sicura e spedita vicino al focone dell'arma. Indi l'acciarino a ruota: gentile macchinetta, composta di un cane che stringe tra le mascelle la pietra focaja, e a volontà la porta di taglio sul bacinetto dell'arma: sotto al taglio della pietra una rotella di acciajo a tamburetto girante alquanto eccentrico tra due colonnini con dentrovi una striscia di molla avvolta sull'asse; molla simile alle consuete degli orologi. Caricata la detta molla con una chiavetta, e frenata a segno con un dente, si faceva poscia scattare al tocco del grilletto; e girando rapidissima la rotella sul taglio della pietra, cacciava sprazzi di scintille sul bacinetto e colpi di fuoco dagli archibusi. Le armi fornite di questo arnese chiamavansi a ruota. Dicevansi pure a fuoco morto; perchè non ardeva sempre, nè si consumava come il miccio: e nondimeno era fuoco sempre pronto al bisogno sotto al braccio di chi voleva usarne. Gran passo di vantaggio: ma pur sempre gran difetto il lungo frullio rotatorio, l'incertezza del momento efficace, e quindi la perplessità nella mira. L'origine di questa invenzione si ha a cercare tra la fine del quattrocento e il principio del cinquecento, segnata dallo spavento dei principi e dei popoli per l'abuso dei traditori nelle private vendette. Alfonso da Este, duca di Ferrara con un bando del diciassette febbrajo 1522, richiamando più altri bandi e gride anteriori, proibiva sotto pene gravissime l'avere e il portare gli archibugetti a ruota[218]: ed io stesso nelle prime pagine di questo libro ho accennata l'uccisione di un cavaliero spagnolo, l'anno 1547, per mezzo dell'archibugio a ruota; donde il tumulto, e la massima indignazione in Malta contro la terribilità dell'arma usata dall'omicida[219].
L'invenzione in principio restava limitata agli usi e agli abusi delle private persone, non essendo stata adottata nè dai soldati, ne da' marinari. Ciò si fa manifesto della spedizione di Algeri del 1541: dove essendo insieme il fiore delle milizie di Europa, specialmente Tedeschi, Spagnuoli e Italiani, e tra loro l'istesso imperatore Carlo V, non si potevano adoperare le armi da fuoco, perchè tutti i micci erano spenti dalla pioggia[220]. Nondimeno due anni dopo, Piero Strozzi fiorentino, che poi fu maresciallo di Francia, armava lo squadrone della sua cavalleria italiana d'archibugetti a ruota[221]; coi quali ajutava la vittoria di Ceresole addì 14 aprile 1544. Tre anni dopo nelle guerre d'Ungheria contro Solimano, dove erano milizie di tutto l'Oriente, i soli cavalieri tedeschi avevano cominciato a portare attaccato all'arcione l'archibugetto a ruota. I Turchi, dice il Giovio[222]: «Osservarono la capitolazione, e niuna cosa fu tolta ai cavalieri tedeschi di loro privata proprietà, tranne gli archibugetti che in forma nuova portavano appesi alla sella. Queste armi smaniosamente i Turchi volevano per sè, maravigliandosi della novità e del sottile artifizio, pel quale a talento, senza bisogno di miccio, per mezzo di piccola rotella girante attorno alla pietra focaja, di presente si accendevano e sparavano.»
Queste cose dovevo io dire con più ragione del Giovio, per chiarire la mia storia tecnica rispetto all'armi ed alla amministrazione: massime in quella parte che per la sua vetustà è oramai entrata nel dominio della storia, e che intanto si svolge intorno alle persone, ai fatti e ai tempi, dove col racconto ci troviamo. Altrove si avrà a parlare delle invenzioni seguenti, specialmente del fucile a martellina, durato infino alla nostra fanciullezza; e poi delle chimiche preparazioni fulminanti, messe nei cappellozzi, nei cannellini, o nelle cartuccie, per accendersi col percussore, colla stratta, o coll'ago.
VI.
[Aprile 1549.]
VI. — Intanto il capitan Carlo Sforza, che tra le nevi e i ghiacci ha passato l'invernata al pari di noi, rivedendo armi e artiglierie, cifre, carati e corredi delle nuove e delle vecchie galèe, ci richiama con un tiro di cannone alla partenza sua e della squadra sui primi di aprile. Egli non solo prode, ma savio e di bell'indole, piglia a sbrattare i mari circostanti dalla schiuma dei ladroni, e a favorire i naviganti, il commercio e l'abbondanza nella capitale e nelle province. Dove vedendo che i pirati non si sarebbero ormai più arditi nella stagione corrente rivolgere la prua, pensò di fare una corsa in Levante, come era già solito; e così farsi rivedere in Malta, e riconciliarsi coi nemici, da cavaliere cristiano. Di più voleva mostrare che nè esso nè altri in Roma avevano prestato ascolto alle voci sparse contro del Grammaestro, imputato da alcuni di occasione o consenso alle violenze commesse contro di lui.
[21 maggio 1549.]
Se ne andò pertanto in Sicilia, e passando da Siracusa si congiunse fortuitamente col balì Giorgio Adorno suo grande amico, e insieme la mattina del ventuno di maggio entrarono nel porto maggiore di Malta, salutando con tutta l'artiglieria la città, il castello Santangelo, e le galèe gerosolimitane quivi presso ormeggiate. Poi recatosi in palagio, baciò le mani al Grammaestro, e si rappaciò in convento con tutti i religiosi, procurando altresì il perdono a quei cavalieri che per cagione della rissa, erano tuttavia sostenuti nelle carceri. E tanto graziosamente uscì d'impegno, che indi in poi coll'affetto e colla stima de' virtuosi confratelli superò l'odio e l'invidia de' pentiti avversarî.
[Giugno e ottobre 1549.]
Pochi giorni appresso prese a bordo alcuni piloti greci di pratica per la navigazione dell'Arcipelago, e sciolse le vele verso Levante a danno de' Turchi; durando in crociera per quei mari tutta l'estate e parte dell'autunno. Se volete sapere di sue prodezze, di gente riscattata, di pirati sottomessi, di combattimenti sostenuti, di vittorie conseguite, di prede riportate, chiedetene agli scrittori domestici, ai municipali, agli archivisti, agli enciclopedici, in somma a quelli che pretendono saper tutto, aver detto tutto, ed essere i primi in tutto: interrogate costoro. E dove essi non sappiano dirvi nulla, proprio nulla, permettete a me, ultimo di tutti, il cavar fuori da estraneo scrittore, che per la natura dell'argomento suo non doveva dir di più, le seguenti parole[223]: «Carlo Sforza giunse in Malta il 21 di maggio 1549; quindi colle galere del Papa navigò in Levante a danno degli infedeli, riportandone poi a Civitavecchia assai ricca et honorata preda.»
Chiunque conosce lo stile cavalleresco del commendator Giacopo Bosio, per la solennità delle brevi e concettose parole intorno a fatti alieni dall'argomento suo, può di leggieri comprendere l'onoratezza delle fazioni, combattute contro forze uguali o superiori; e comprendere la ricchezza degli acquisti di navigli, artiglierie, prigionieri, riscatti, e simili per numero e qualità di gran pregio. Però i Civitavecchiesi dell'armamento, rimunerati largamente da Carlo, si affezionarono a lui e alla sua casa, come non guari dopo a chiare prove gli dimostrarono; ed i Romani altresì per lui ripresero il costume di farsi servire dagli schiavi. Tanti ne condusse in Roma, che n'ebbe chi ne volle: essendosi concessa piena licenza di poterli comprare, ritenere e vendere, non ostante qualunque divieto precedente. Fin dal principio di quest'anno, quando Carlo si apparecchiava a pigliarne, uscì il seguente[224]:
«Bando sopra al tenere de li schiavi et schiave in Roma. — » Avendo la Santità di N. S., signor Paulo per la divina provvidenza papa terzo, per sua benignità et clementia, per pubblico utile et bene de tutte et singule persone habitante et esistente in quest'alma città di Roma, concesso che si possano tenere schiavi et schiave che si comperaranno per lo avenire, come per un motuproprio, diretto alli magnifici signori Conservatori et Popolo romano, per Sua Santità fatto, appare.
»Per tanto per parte et commissione de prefati signori Conservatori se notifica et fassi intendere a tutte et singole persone in detta città habitante et esistente qualmente quelli che haveranno coprato o compraranno schiavi et schiave, dopo la data del ditto motuproprio, dato sotto il dì ottavo di novembre del xlviii prossimo passato, et sia lecito tenere detti schiavi et schiave, senza essere impediti da persona alcuna; non ostante qualunque concessione fosse fatta o da farsi, alla quale espressamente per il ditto motuproprio se derogano, et per il presente bandimento se intendano derogate et annullate.
»Dat. in palatio praefatorum Dominorum Conservatorum. Die XII januarii MDXLIX.
»De Mandato. — Lucas Mutianus, C. Conservat. scriptor.
»Io Pietro Santo ha fatto lo soprascritto bando per Roma alli XIIII di Gennaro.»
Più volte nei miei libri mi è venuto detto di questa materia[225]: ma un discorso speciale intorno agli schiavi turchi, ed al loro trattamento nello Stato romano, massime nel porto di Civitavecchia, dove sino alla fine del secolo passato duravano numerosi nei pubblici e nei privati servigi, devo rimettere a quel tempo, al quale si riferiscono i documenti che ho raccolto in buon dato.
VII.
[7 febbrajo 1550.]
VII. — La notte seguente al dì sette di febbrajo, compiuta l'elezione, Giulio III successe a Paolo III già mancato ai vivi nel precedente anno ai dieci di novembre: quindi molte novità di cariche e di ufficî nella corte e nelle province. Soltanto alla marina ogni cosa restò nello stato di prima, rifermata la condotta di Carlo Sforza; perchè egli, tanto esperto e chiaro, continuasse a difendere la Spiaggia romana, e desse sicurtà di navigazione ai pellegrini pel giubilèo intermedio del secolo, che quanto prima il nuovo Pontefice voleva felicemente aprire. Bisognavagli però guardare il mare; il cui dominio, almeno per metà, era in mano ai pirati della terza quadriglia, allievi ed eredi della seconda. A costoro ritorna sempre, anche a non volere, il discorso che ora son costretto riassumere. Cadde il Moro nel trentaquattro sotto i colpi dei Veneziani nelle acque di Candia[226]: Cacciadiavoli crepò nel trentacinque alla cisterna di Tunisi[227]: il Giudèo sdilinquì a Suez l'anno quarantaquattro tra le braccia del figlio[228]: Barbarossa il tre di luglio del 1546 da Costantinopoli scese sotterra intorno al Bosforo presso Terapia, dove tra le piante parasite ancora durano gli avanzi e la cupola della sua tomba[229]. Appresso cresceranno appajati Scirocco pascià di Egitto, e Luccialì re d'Algeri, ambedue pirati e comandanti principali a Lepanto dell'ala destra e della sinistra nell'armata di Selim[230]: ed ora s'imbrancano tra i novelli sovrani di Barberia gli altri due famosi Morat e Dragut. Il primo per sua conquista e per l'investitura di Solimano s'intitola re di Tagiora, l'antica Thagura di Vittore Uticense e dell'Itinerario di Antonino[231], a mezza via tra Tunisi e Tripoli; e di là corre schiumando il mare, specialmente ai danni dei Cavalieri gerosolimitani[232]. L'altro, non contento al principato delle Gerbe, volendo crescere nella stima dei Turchi e nella grazia dell'Imperatore, con inganni e per sorpresa si è impadronito della grande e forte città di Afrodisio, da qualche tempo governatasi a popolo[233]. Venuto in tal guisa più vicino alla Sicilia e al Tirreno, e posta in Afrodisio[234] la sua principale residenza, gli arsenali e i magazzini, da quel covo scioglieva per dar la caccia alle galere di Malta, e pigliavane una ricchissima con tutto il carico di danaro raccolto dalle corrisposte del comun tesoro in Francia[235]. Un'altra ne toglieva al visconte Giulio Cicala, sopra capo Passaro; sbarcava al Gozo, ardeva Rapallo, disertava la Liguria, la Corsica, le Baleari, la Catalogna, traendo roba e danari da ogni parte[236]. Più monta la schiavitù d'infiniti Cristiani, ai quali talvolta per violenza faceva pur rinnegare la fede[237].
Non parlo delle riviere di Calabria e di Sicilia, perchè Dragut non aveva più nulla a fare in quei luoghi. Dalle piazze forti in fuori era tutto un deserto. I popoli littorani fuggivano a turme. Quando le dolci aure della primavera mettevano il mare a tranquillità, essi abbandonavano le odorose convalli della marina, e riduceansi sui gioghi delle aspre montagne; donde più non discendevano se non colle sonanti tempeste dell'orrido verno, mescolando coi muggiti del mare i loro lamenti, nella speranza che alcuno avesse finalmente a francarli dalla obbrobriosa oppressione[238].
Carlo d'Austria aveva firmato da poco tempo con Solimano una tregua: non voleva nè doveva romperla. Ma saviamente distinguendo le obbligazioni sue verso un sovrano di fatto, non giudicò doverci comprendere i ladroni ricalcitranti contro qualunque trattato; i quali rubando a tutti, sempre a un modo, così dopo, come prima della tregua, da sè stessi poneansi fuori della legge. Il perchè costretto di soddisfare al pubblico desiderio, ordinò al principe Doria di mettersi sulle tracce del ribaldo, e fare ogni prova per cacciarlo almeno dal covo appostato a ruina della società.
VIII.
[Aprile 1550.]
VIII. — Per questo l'Imperatore richiese al duca di Firenze l'ajuto delle sue galere, e con maggiore istanza ne scrisse al nuovo Pontefice, sapendosi da tutti la perfezione, alla quale coi viaggi e colle esperienze degli anni precedenti aveva condotto Carlo Sforza il suo armamento[239]. Il nome dell'egregio cavaliero gerosolimitano, capitano generale delle galèe romane, scusava ogni elogio[240]: e gli crescevano riputazione attorno i suoi compagni d'arme, Filippo Orsini da Vicovaro, Francesco de' Nobili da Lucca, e Antonio Fani da Bologna capitani delle tre galèe; e i giovani ufficiali di Civitavecchia Francesco Andreotti[241], Filippo Filippetti[242], e Trajano Biancardi[243]; che poi divennero capitani di chiara fama, specialmente il secondo nominato sovente nei documenti Colonnesi a Lepanto, e il terzo che nello scorcio del secolo salì al grado di colonnello. A questi poscia si aggiunse fiorita schiera di giovani perugini, tra i quali ricordo Ruggiero e Grifone degli Oddi, Luca Signorelli, Lodovico Monaldi, il cavalier Ranieri, Camillo Perinelli, Livio Parisani, ed altri molti, sotto la condotta di quel prode rampollo di valorosa famiglia che era Astorre Baglioni, eletto comandante delle fanterie da sbarco; il cui valore aveva a sostenere degnamente in Africa la riputazione della scuola braccesca, ed a crescere poscia sublime nella difesa di Famagosta in Cipro[244].
Il principe Doria, partitosi dalla Spezia con venti galèe, passò di Livorno per congiungersi colle tre dei Fiorentini, che erano a carico di Giordano Orsini di Roma e di Chiappin Vitelli di Castello. Notissimo il Vitelli nelle storie toscane per tutto il regno di Cosimo, e ne avremo a parlare più volte pei tempi seguenti. L'Orsino del ramo di Monterotondo, ancor giovane di venticinque anni, allievo di Gentil Virginio, e della marineria romana, dopo il generalato della fiorentina, militò coi Francesi alla Mirandola e a Siena, tenne per loro la Corsica, e finalmente acconciatosi coi Veneziani, morissi governatore di Brescia, lasciando ai posteri onorevoli memorie del suo valore e del suo ingegno[245]. Con questi signori il Doria se ne venne nel porto di Civitavecchia per unirsi allo Sforza. Felice presagio di lieti successi contro Dragut, come già la venturosa riunione quivi medesimo contro Barbarossa. Ma non avranno questa volta le fazioni dell'armata a procedere tanto spedite e concordi, come quando presedeva in persona l'Imperatore; anzi le vedremo arruffate pel capo di tre maestose figure, non troppo simili tra loro, che sono don Giovanni di Vega, vicerè di Sicilia, e generale dell'impresa; Andrea Doria, principe di Melfi, e generale dell'armata; e don Garzia di Toledo, figlio del vicerè don Pietro, cognato del duca Cosimo, e generale delle fanterie di sbarco. Nojosissimo quest'ultimo a sè stesso ed agli altri: pensava in gran sussiego tanto più rendersi orrevole, quanto meglio potesse senza suo carico mortificare gli ausiliari. Però cattiva cera all'Orsino di Firenze[246]: ed allo Sforza di Roma tale un tratto di perfidia, da disgradare quasi direi il feroce tumulto degli arrabbiati nemici in Malta contro di lui.
[6 maggio 1550.]
L'armata navale dei collegati, alli sei di maggio sull'ora di vespro, entrata nel golfo di Napoli, metteasi a remo in bella ordinanza. Il Doria nel mezzo, a destra lo Sforza coi Romani, a sinistra l'Orsino coi Fiorentini, e di qua e di là gli altri legni. Ecco intanto don Garzia di Toledo uscir fuori del porto tre miglia colle galèe del Regno incontro ai vegnenti. I quali, avendolo oramai vicino, allargano le righe per aprirgli il passo, e spalano i remi per fargli onore. Egli al contrario colla sua capitana, preso l'abrivo, come se volesse girarsi alla destra tra la reale del Principe e la capitana del Papa, svolge una gran curva, e prolungandosi a un tratto addosso allo Sforza, gli fracassa tutti i remi di banda sinistra[247]. Minor vituperio sarebbe se il Cane de' Tartari in carrozza andasse a rompere le gambe d'uno squadrone di cavalleria che stesse a salutarlo in parata. Atroce ingiuria! Ma non chiedetene altra riparazione: anzi rendetevi persuasi che è stata una piccola disgrazia. Così sono rimeritate dai superbi le cortesie e i servigi!
Dunque pazienza, e non si faccia zitto, nè per parte del capitano di Roma, nè dello storico. Il lettore sapiente pensi ad altro, e ciascuno di noi ringrazi la sorte e l'educazione del nostro paese, che ci aprono innocenti e nobili distrazioni coi classici. Qui si fa luogo a postillare la celebre frase marinaresca di Livio e di Cesare: Detergere remos[248]. Intorno al che non pochi si smarriscono per manco di vigoria, non bastando loro la lena di levarsi dal senso proprio al metaforico, quando il contesto lo richiede, secondo la speciale esigenza del subbietto. La citata frase marinaresca, nel senso dei classici, non indica, nè può esprimere l'atto proprio del forbire o dello asciugare i remi: funzioni che non voglionsi attendere dai nemici nel combattimento. Ma quel Tergere ironico ti mena a paragonare il palamento dell'avversario all'imbratto, ed a conchiudere ricisamente di scoparlo via; come di tante altre cose analoghe eziandio nel volgar nostro diciamo. Pertanto Livio e Cesare scrivevano sulle carte il fraseggio poetico dei marinari: i quali di vivace ironia condivano gli stenti della caccia contro il remeggio dell'avversario. E se riuscivano a levargli la forza motrice, a tarpargli le penne, ed a lasciarlo deriso e immobile, diceanlo terso e ridotto al pulito. Bastava a ciò una passata di contrabbordo rapida e vicina: perchè essendo la parte esterna o pala dei remi tanto lunga e sottile, quanto altrove ho ragguagliato; e il braccio interiore o girone più corto, grosso, fermo allo scalmo, e tenuto dai rematori, con piccolo sforzo alla punta le pale andavano in pezzi, come cadrebbe l'erba sotto al colpo della falce, o il pelo sotto alla menata del rasojo: di che ben si direbbe altresì pulita la guancia, e sbrattata l'ajuola.
Non sempre gli antichi bastimenti di guerra schermian di rostro: ma talvolta correvano al palamento, come oggidì si accenna all'elica o alle ruote del nemico per togliergli la forza motrice, per batterlo dalla parte più debole, e per ghermirlo. Similmente i difensori, a divertire il danno, faceano di tener sempre la prua sull'offensore, e coprivano i fianchi, o almeno acconigliavano e nascondevano i remi; che altrimenti non potevano per la loro fragilità non essere spezzati. Infino ai modellini di questi legni (se attendete) quasi sempre fallirà qualche remo scavezzo o franto. Nella cui previsione i maestri hanno usato mettere in forma gentile i remetti di due pezzi, uniti al cartoccio di sottil bandone, perchè all'occorrenza vi si possa alla pala magagnata sostituire la sana, senza il fastidio del rifare tutto il remo di nuovo. E per la stessa ragione amici e nemici, come ora portano fucine e macchinisti per racconciare elici e ruote, tubi e caldaje; così al tempo dei nostri maggiori portavano faggi di rispetto e maestranze speciali per rimettere in buon assetto il palamento. Ogni galèa infino agli ultimi tempi, oltre al calafato e al mastro d'ascia, imbarcava due maestri per lavorare di nuovo o di vecchio sui remi; e si trovano chiamati nei documenti (quantunque le voci manchino nei vocabolari) il maestro Remolaro, e il fante Remolarotto[249].
IX.
[20 maggio 1550.]
IX. — Per opera delle maestranze Carlo Sforza prestamente si rifornì di palamento: e deposto quel po' di broncio, che a un uomo d'onore era impossibile celare nel primo giorno, fece legge a sè stesso di non pensare ad altri nemici che a' Musulmani, e di non vendicare altre offese che le patite dal cristianesimo. Però stette come prima al suo posto, e seguì l'armata contro Dragut in Africa, dove si voleva abbattere a un tratto la pirateria, se venisse mai fatto di cogliere lui, e i suoi navigli, e i seguaci nella nuova residenza. Ma costoro, ammaestrati per le lezioni di Barbarossa, eransi celatamente sottratti con quaranta bastimenti; e già da lungi scorrevano le acque della Sardegna e di Spagna, quando l'armata cristiana addì venti di maggio presentavasi innanzi alla piazza di Afrodisio.
I maggiori capitani andarono a riconoscerla dalla parte del mare, ronzando a piccola distanza dall'una e dall'altra parte intorno alla penisola; e dopo alcuni colpi di cannone ricambiati, con qualche morto e ferito di soldati e di ciurma, si allargarono per consultarsi tra loro. Pareva difficile l'espugnazione, bisognandovi grosse artiglierie da breccia, e fanterie numerose da campo, più che non erano sull'armata. Perciò volendo anche lasciare aperta a Dragut la via del ritorno in quelle parti, dove lo aspettavano; e insieme pensando di chiamare da Napoli, da Palermo, e dalla Goletta maggior nervo d'armi e di armati, deliberarono per suggerimento del Baglioni e dello Sforza di occupare un castello tenuto dalle genti di Dragut poco più di venti miglia lontano inverso maestro, e luogo opportuno a fermare l'uno dei capi della rete che gli si voleva tendere[250]. Questo castello, chiamato Monastero, comparisce da lungi ai naviganti proprio sulla punta sporgente che chiude la baja di Susa dal lato meridionale: un isolotto gli sta presso da tramontana, e le Conigliere per dodici miglia da levante. Alcuni mettono in quel punto l'antica colonia romana di Adrumeto, i Turchi infino al presente lo chiamano Monastir, e i nostri comunemente suppongono essergli venuto tal nome da una badia di Agostiniani, anteriore all'invasione degli Arabi[251].
Si principiò dall'acquata, sapendo essere presso al castello, dal lato di tramontana, ricche sorgenti di acqua dolce, tanto necessaria al sostentamento della gente[252]. Le galèe (come altrove in alcun luogo ho detto, e qui devo ripetere per non rimandare il lettore di qua e di là; oltre che non sarà male rimettere il discorso a nuovo, secondo il bisogno) le galèe per la qualità della loro costruzione non potevano imbarcare vasi di grande capacità; ma bisognava tenerle al barile. E quantunque i piccoli recipienti industriosamente ripartiti a tre e cinque per banco tra l'armatura del posticcio, senza ingombrare nè la coverta nè le camere, sommassero a due o tre cento in ciascuna galèa; nondimeno alla moltitudine della gente nell'arsura delle continue fatiche non sopperivano di bevanda che per quindici o venti giorni. Dopo i quali bisognava di necessità accostarsi a terra, e attignere a ogni modo da qualche fontana o ruscello, e di più combattere nel paese nemico, se venivano a impedire. Oltracciò più lungo tempo nei vasi di legno l'acqua non si sarebbe conservata, sapendosi per esperienza il pronto venirvi della medesima a nausea, a corruzione e a vermi: cause di pericolose dissenterie. Singolarissimo beneficio ha recato ai marinari colui che ha proposto le casse di ferro, dove l'acqua si mantiene lungamente freschissima e sana. Oggi tutti i bastimenti, massime i militari, usano vasi di bandone laminato; e mette letizia di refrigerio il vedere sul ponte la tromba per attignere, e la chiavetta della fontana sotto alla mano di tutti. In mezzo alle armate navali, nei grandi porti e nelle rade, senza che niuno si affatichi per acqua, da sè vengono le cisterne galleggianti condotte dalla macchina a vapore, e si mettono sotto il bordo di chi ne vuole, e gittangli la manica conduttrice. Il motore dimena le trombe, e ciascuno empie le sue casse a talento.
X.
[28 maggio 1550.]
X. — Tutti intesi all'acquata, si accostarono per ordine a terra presso il Castello, fuori del tiro delle artiglierie: empirono il barchereccio di ciurme e di barili: e prevedendo ostacoli dai nemici, distaccarono a sostegno degli acquatori alcune compagnie di archibugeri. Presto si scambiarono i primi colpi, crebbe la scaramuccia, venne in terra don Garzia, concorsero in maggior numero i combattenti. In quella Astor Baglioni alla testa dei Romani caricò gagliardamente le fanterie sortite dalla piazza[253], i Musulmani volsero in fuga, i nostri in gran fretta ad inseguirli: in somma vinti e vincitori entrarono mescolatamente nella terra, e il Baglione la prese di soprassalto il ventotto di maggio[254]
[29 maggio 1550.]
Restava la rôcca, dove la maggior parte dei presidiarî eransi raccolti: però fu presa subitamente a battere dalla parte esterna da don Alvaro de Vega, e di dentro tra le case circostanti da don Fernando suo fratello, figliuoli di don Giovanni de Vega vicerè di Sicilia, alla testa delle milizie veterane che il padre loro aveva mandato in Africa: valorosi giovani, osteggiati ambedue dalle crescenti pretensioni di don Garzia. La stessa notte posero in terra alcuni pezzi da breccia: ai quali, mancando il traino, provvidero don Alvaro de Vega e Giordano Orsino con certi carrettoni di contadini, tanto che la mattina seguente messi al posto meglio degli altri servirono. Al tempo stesso si batteva la rôcca dalla parte del mare, giuocando a maraviglia i grossi corsieri delle galèe sugli affusti a scalone, anche colla punteria di rialzo a gran volata. Sotto le percosse delle galèe cadde in isfacelo il mastio: le trombe chiamarono all'assalto, e la bandiera della Croce comparve sulla rôcca. I pirati fatti a pezzi, gli abitatori prigionieri, le mura del castello demolite. Dei nostri dieci morti, ducento feriti, e due galèe perdute: chè l'una del principe di Monaco colò da sè in fondo, crepatone con gran rovina il cannone, o per mancamento di getto o per acciarpìo di carica: e l'altra del marchese di Terranova, malmenata da simile fracasso, dètte in secco[255]. Intorno a questi fatti più importanti della marineria oltre le testimonianze italiane aggiungo le spagnuole, tuttochè le edizioni a quattro colonne di mastro Mattia, e di mastro Bartolommeo per difetto di torcolieri e di legatori nell'ordinamento delle pagine e dei numeri, pajano fatte a posta per istancare la pazienza di chicchessia[256].
[Giugno 1550.]
Assicurata la comodità dell'acqua alle sorgenti ormai libere di Monastero, l'armata andò a porsi presso le Conigliere, guardando quel tratto di mare, e facendo qualche corsa infino alla Goletta, che dal tempo della spedizione di Tunisi erasi sempre tenuta con grosso presidio dagli Spagnoli. Risiedeva colà per governatore il mastro di campo don Luigi Perez di Vargas, uomo di molto valore, di gran senno, e di lunga pratica nelle guerre e nei costumi africani. Esso approvò l'impresa di Afrodisio, posto che si facessero venire da Napoli artiglierie e fornimenti da breccia, e maggior nervo di fanti: offerì per sua parte tutti i rinforzi che si potevano cavare dalla Goletta, senza mettere a pericolo la difesa della piazza; e assicurò che, per mezzo del re del Caruano[257], suo amicissimo, non mancherebbe mai a giusto prezzo l'abbondanza delle vittuaglie e dei rinfreschi nel campo. Di che rallegrossi più d'ogni altro don Garzia, nella speranza di mettersi per supremo generale alle imprese di terra: e subito propose di correre in persona a Napoli, promettendo cavare dalla bontà di suo padre ogni fatta rinforzi. Nel vero andò e tornò sollecitamente, menando grosse navi piene di soldati, di artiglierie e di munizioni.
Se non che il Perez della Goletta, prima di separarsi, parlando all'orecchio di Andrea Doria, avealo ammonito e pregatolo di chiamare subito al campo il vicerè di Sicilia don Giovanni de Vega; e di affidare a lui, come a gran mastro di guerra, e secondo le leggi della monarchia, il supremo comando dell'assedio, prevedendo altrimenti non lieti successi. Andrea eziandio di ciò persuaso, e pensando ancora che il Vicerè da sua parte accrescerebbe forza alla spedizione colle armi della Sicilia, gli scrisse, lo richiese, e promisegli di fare una corsa a Trapani per imbarcarlo. In somma alla fine del mese tutti erano in punto, secondo questi concerti, salvo il furore di don Garzia. Il quale, trovato all'improvviso il Vicerè sull'armata, cioè un altro in procinto di occupare quel primo posto di onore e di autorità che esso nell'animo aveva fin allora tenuto per suo, tutto stizzito tirossi da parte, dicendo volersene andare colle sole galèe di Napoli ad inseguire Dragut pel Mediterraneo, senza mettersi in terra ad altri stenti[258].
Si ebbe a durare gran fatica per quietarlo alla meglio: e si potè soltanto ritenerlo colla promessa di formare un triumvirato, dove Andrea, Giovanni e Garzia starebbero alla pari; niente si farebbe senza il beneplacito dei tre, e le leggi andrebbero col nome soltanto dell'Imperatore[259].
[24 giugno 1550.]
Stabilite queste convenzioni, l'armata sciolse da Trapani alli ventiquattro di giugno: cinquantadue galere, ventotto navi, quaranta pezzi di batteria, e quattro mila uomini da sbarco; senza sfornire menomamente le galere, che dovevano sempre tenersi in punto per qualunque fazione, se mai comparisse squadra nemica sul mare o con Dragut o con altri. Davano speranza gli Arabi divenuti nemici dei Turchi, e la postura della piazza, che poteva essere con poca gente assediata dalla parte di terra. Il mare istesso ed i venti secondavano le aspirazioni dei marinari e dei soldati, i quali prestamente in due soli giorni navigando si facevano la mattina delli ventisei innanzi alla piazza voluta espugnare.
XI.
[26 giugno 1550.]
XI. — Eccoci dunque un'altra volta dopo cinque secoli coll'armata cristiana a fronte degli islamiti sotto le mura di Afrodisio: le stesse ragioni ci guidano ora nel mezzo del cinquecento contro Dragut, che già ci guidarono nello scorcio dell'undecimo secolo contro Timino[260]. Sovrani ambedue del medesimo stato, e simili tra loro nelle crudeltà, nelle rapine, nell'infestamento dei mari e dei nostri paesi. Identica la città antica e moderna nel medesimo sito: perciò le conservo l'istesso classico nome, comunemente usato dai contemporanei. Nome più dolce, e non soggetto ai sospirosi squarci gutturali nè agli equivoci grossieri, come gli equivalenti arabi e medievali di Mêhdiah e di Africa[261]. Ricordate una rupe circondata dal pelago per ogni parte, meno che dove una lingua di angusto passaggio sporge sull'altipiano dalla terraferma alla città? Mettetela coll'asse maggiore di due chilometri dentro il mare da Ponentelibeccio a Grecolevante, datele un mezzo chilometro di larghezza, coronate il ciglione di torri, e avrete il prospetto della capitale di Timino e di Dragutte, come tuttavia si mantiene colle antiche sue cupole, co' suoi minaretti, e colle altre bizzarrie dell'architettura moresca, conforme agli avanzi tuttavia conservati in Sicilia, nelle Spagne, e più che altrove in Egitto.
Volendo ora rendere chiaro il racconto, mi bisogna dire con precisione lo stato militare della piazza; perchè i fatti dell'attacco sono intimamente connessi coi dati della difesa, ed ambedue colle opere della fortificazione. Gran disdetta, per chi scrive dopo tre secoli, il silenzio e talvolta la confusione dei primi scrittori, i quali o per oscitanza, o per difetto di cognizioni tecniche, non si spiegano a dovere intorno alle condizioni principali di questo genere. Essi mi hanno tenuto più giorni perplesso, e quasi direi sfiduciato di poter spiegare prima a me stesso e poscia agli altri l'andamento dell'assedio. Se dovessi metterci io una cinta di mio genio, avrei pronto il disegno, acconcio alla qualità del sito: chiudere l'istmo, dove è più angusto per trecento metri; mettere due baluardi reali simmetrici e casamattati alle estremità; cinquanta metri alle facce, venticinque ai fianchi, dugento alla cortina; tre cavalieri a scoprire la campagna; fosso, opere esteriori, e batterie per tutta la fronte e di rovescio sulle due ripe del mare. In somma vorrei ripetere per Afrodisio il lavoro fatto per Nepi dal Sangallo: il quale in questo modo ha fortificato l'angusta fronte, donde soltanto si può avere l'accesso alla città, per essere ogni altro lato sopra dorso di rupe isolata tra precipitosi abbissi[262]. Ma nel fatto di Afrodisio non troviamci così: e checchè ne dicano i cinquecentisti di baluardi, di bastioni, di rivellini e di fianchi, non eravi nulla della nuova maniera. I fatti dell'assedio escludono la stretta interpretazione delle parole: e certamente la grandezza della spesa deve aver ritenuto Dragut a contentarsi delle antiche mura in quel luogo, come ritenne i cavalieri di Malta in Tripoli al vecchio sistema[263]. Dopo il conquisto soltanto vedremo i disegni nuovi degli ingegneri per ridurla alla moderna.
Dunque non abbiamo ora a cercare novità di architettura militare, ma soltanto la durata delle antiche difese. Sulla fronte di verso terra da un mare all'altro per lo spazio di sopra a trecento metri una muraglia alta grossa e soda, difesa da sette torri: quattro di pianta rettangolare, due rotonde, ed una di mezzo chiamata il Rivellino. Vuolsi intendere un torrione più grosso, più sporgente, coll'angolo rivolto alla campagna, di faccie e fianchi ugualmente grandi, e di pianta pentagonale[264]. Niuno pigli maraviglia di antica torre pentagona col sagliente alla campagna: poco comune invero, ma non ignota del tutto. Bastami citare in conferma la torre del mastio in Astura, più antica dei Frangipani[265]; le cinque o sei torri egualmente pentagone del tempo di Federigo II alle mura di Viterbo[266]; le due fiancheggianti la porta di Silivria presso Costantinopoli, certamente anteriori a Maometto II; e le tre di Lucera del tempo degli Svevi[267]; senza mettere a conto le molte di Nola, perchè fabricate alla fine del quattrocento, che è epoca pel nostro proposito troppo recente[268]. Continuandomi intorno ad Afrodisio, trovo la grossezza dei muri infino a quindici piedi, equivalenti nella sezione a cinque metri per tutto il ricinto principale; e innanzi al medesimo trovo una seconda cinta di muro esteriore in figura di barbacane, grosso per metà del primo; e tra i due muri il fosso largo e profondo[269]. Sistema da essere ricordato, perchè serve come di preludio ai pensamenti del Machiavello sull'arte della guerra. Una sola porta verso terra, aggirata a più risvolte di androni ciechi tra ponti e trabocchetti, da non potersi passare senza i brividi[270]: e per tutte le altre parti la città difendevasi da sè, stante la sua posizione inaccessibile di precipizî tra il mare e i dirupi, aggiuntovi pure al sommo un giro di muraglione turrito. Restami a dire del porto nascosto in una insenata tra due rupi pel rombo di scirocco sulla linea centrale della città: porto capace di contenere i suoi trenta o quaranta bastimenti da corso a stazione sicura, e ben munita di torri e catene[271]. Arrogi il parco di numerosa e bellissima artiglieria: cannoni di grosso calibro, e colubrine di lunga passata per ogni parte.
Al governo della piazza presiedeva Assan-rays nipote di Dragut, giovane di gran coraggio; e con lui milletrecento veterani tra soldati e marinari, più altri quattrocento venuti di Alessandria in soccorso con due navi, proprio di quei giorni che l'armata nostra (espugnato Monasterio) erasi gittata a Trapani per levarne il Vicerè e le munizioni già dette. Presidio sufficiente alle sortite, e sovrabbondante alle difese: poteano metterne mille alla campagna, e sulla linea di attacco otto per metro.
XII.
[28 giugno 1550.]
XII. — Due giorni stette sulle àncore l'armata cristiana per dare ai soldati il consueto riposo prima di esporli alle fazioni di terra, dopo il travaglio della mareggiata: e intanto consigli di Triumviri, e apparecchi di equipaggi. Tutti vedevano la facilità di bloccare la piazza dalla parte del mare con sì gran numero di bastimenti che stavanle intorno; ed anche capivano la facilità di bloccarla da terra, tanto solo che chiudessero le angustie dell'istmo. Alle spalle gli abitatori dei monti e delle campagne vicine, Arabi, Mori, Beduini, amici del re di Tunisi, amici del Caruano, amici del Perez eransi apertamente dichiarati contro Dragut, contro i Turchi, contro i Pirati. Dunque sicurezza di stazione e di vittuaglia al campo, e bevanda vicina in gran copia di acque dolci da molte fontane. Non restava altra difficoltà che l'espugnazione di viva forza sopra una sola fronte di attacco, chiusa da due fortissime muraglie col fosso in mezzo; e difesa da numeroso presidio concentrato in un punto solo.
Ciò non pertanto, confidando più nei proprî che negli altrui vantaggi, gittavansi risoluti a compiere prestamente il disegno. La mattina del ventotto alla guardia della diana erano all'ordine cencinquanta palischermi, e trenta barconi: questi carichi di ventiquattro pezzi da batteria colle munizioni e coi carri necessarî, quelli abbarbati alle scalette dei maggiori navigli pigliavano ciascuno venticinque soldati in arme[272]. Le tende, le riserve, le provvigioni pronte in coverta per la seconda passata. Si issano le bandiere, squillano le trombe, e il barchereccio in due stuoli corre inverso il lido africano, dove senza contrasto piglia terra sopra due senetti arenosi. Un'ora dopo potevi vedere correre squadronati in ordinanza quattromila cinquecento soldati: la vanguardia con don Garzia occupare la montagnetta rimpetto all'istmo, e gli altri colle artiglierie nel centro, girando fuori del tiro attorno alla piazza, seguirli e sostenerli nella medesima direzione. Potevi vedere i palischermi tornarsene spediti ai navigli, e apparecchiarsi al secondo e al terzo ritorno, perchè nulla avesse a mancare nel campo.
Intanto che ferveva l'opera dei marinari e dei soldati, un uomo di genio, architetto e matematico, condotto di Sicilia dal vicerè Giovanni de Vega, squadrava il terreno: metteva il quartier generale sopra un'altura solitaria in fondo alla gola dell'istmo, cinquecento metri dalla città; disegnava una grande traversa con fianchi e bastioni regolari da contravvallare la piazza, e a tergo un argine ugualmente bastionato per circonvallare il campo e assicurarne le spalle in ogni evento. Tra le due linee i quartieri, le poste dell'artiglieria, i magazzini delle munizioni e delle vettuaglie, e gli sbocchi disegnati sul posto per andare avanti cogli approcci e colle batterie.
Questo egregio uomo, come tutti gli ingegneri militari del suo tempo negli eserciti di ogni nazione, era italiano, nativo di Bergamo, allievo del Martinengo, e di nome Lodovico Ferramolino[273]; quantunque alcuni con isconcio di lingua e di giustizia lo chiamino Hernan Molin[274]. Parlerò appresso di altri due ingegneri fatti venir di Sicilia: e non lascerò di rilevarne le opere principali nell'assedio, tanto per la loro importanza, quanto per la finale risoluzione, che darà la vittoria ai marinari ed alla loro macchina, degna di speciale ricordo. Intanto ciascuno può ripensare da sè il lavoro delle trincere, l'intreccio dei gabbioni, l'ammasso dei terrapieni, lo stabilimento delle piatteforme, le risvolte degli approcci, e tutto quel resto di opere che si usano comunemente in ogni assedio[275].
XIII.
[1 luglio 1550.]
XIII. — Ventisei bocche, tutte di grosso calibro, aprirono il fuoco la mattina del primo giorno del mese di luglio, alla distanza media di quattrocento passi, che a parer mio possono essere altrettanti metri, valutandoli alla pari, secondo il discorso di quel tempo: e ciò senza altre ripetizioni valga per ogni simile ragguaglio in questo libro. Tre pezzi rinforzati alla montagnetta, dieci cannoni grossi e due colubrine sulla fronte del campo, otto cannoni ordinarî alla destra, e tre mortaj da bombe alla sinistra, tonavano insieme[276]. I capitani, intenti a notare le percosse di ogni palla ed a cercarne gli effetti sui muri, presto ebbero a persuadersi della difficoltà di abbatterli: antiche costruzioni, massicce e durissime, che non volevano lasciarsi andar giù: e dove pur qualcosa intronavasi era peggio; perchè i rovinacci e le macerie della prima muraglia pigliando i colpi, riparavano la seconda. Arrogi la diligenza e la prontezza dei difensori nel contrabbattere, nel riparare, ed anche nell'assalire con gagliarde sortite le nostre trincere, e potrai intendere con quanta fatica e mortalità passarono i primi dieci giorni della batteria.
[11 luglio 1550.]
Dopo i quali parve al Ferramolino di poter arrischiare l'assalto: o per impadronirsi del rivellino, o almeno per veder meglio da presso a qual termine fosse ridotta la piazza, e come più giusto si avesse a indirizzare il fuoco e l'attacco nel proseguimento. I capitani si accordarono del modo e del tempo: e la notte seguente al dieci sopra l'undici di luglio lanciarono tre compagnie scelte verso quella parte della prima cinta che sembrava più praticabile, coll'ordine di scavalcare il muro, e per la via di dentro occupare il rivellino, e stabilirvisi. Salirono ardimentosi sulla contragguardia, vi piantarono sette bandiere, trovarono innanzi profondissimo fosso, e di rimpetto la seconda muraglia intatta. Però quando volevano irrompere nella punta del gran rivellino, trovarono i Turchi svegliati e pronti a mietere le teste. I sette alfieri delle bandiere, venti cavalieri di Malta, e sessanta soldati a pezzi: gli altri quatti quatti si ritirarono, portandosi appresso in gran numero i feriti[277].
L'infelice successo di quella notte crebbe le difficoltà e le discordie nel campo: chi voleva levarsi di là, chi mettersi ad altra impresa, chi compier l'opera incominciata continuando la batteria di fronte, e chi la dava per finita battendo di fianco alla marina[278]. Tutti chiedevano munizioni di guerra, polvere e palle: chè, dopo dieci giorni di continuo trarre, cominciava a mancare ogni cosa. Passava il tempo, crescevano attorno le dicerìe, e molti oppressi dallo stento e dal calore di clima disusato languivano. Oltre ai feriti, che ogni giorno crescevano, moltiplicavansi, come sempre in simili casi avviene, le comuni infermità, le dissenterie, le congestioni e le febbri maligne. Vorrei io qui far contenti i medici che leggono: e appresso ad Omero sarebbemi ventura citare i nomi dei Podalirî e dei Macaoni del tempo seguente. Ma le istorie tacciono, ed io non trovo altro nome più antico del dottor Niccolò Ghiberti, medico delle galèe di Nostro Signore, cui sulla fine del cinquecento il Crescentio con molte lodi deputava a lettore amico della celebre sua Nautica[279]. In ogni tempo i medici e i chirurgi hanno seguìto, o volontarî o condotti, gli eserciti di terra e le armate di mare: le storie e i documenti ne parlano solo per le generali. Più spesso in vece ritornano sopra quei praticanti la bassa chirurgia, cui davano il nome di Barbieri e di Barbierotti; titoli che durano ancora nei bagni penali dei paesi marittimi. Ciò non pertanto posso aggiugnere pei tempi più recenti non esservi bastimento militare senza il medico o chirurgo a bordo, i quali hanno grado di ufficiali, ed entrano nei ruoli dello stato maggiore. L'esperienza e la storia dei viaggi negli ultimi due secoli dimostrano la stranezza degli ufficiali sanitarî, e le cattive conseguenze della loro caparbietà. Se chi legge appartiene alla rispettabile classe dei Dottori, tolga l'avviso pel suo e pel comun beneficio: faccia di uniformarsi alla disciplina degli altri ufficiali, e di seguire i suggerimenti del comandante.
Tra i sacerdoti la nostra storia nomina il padre Laynez, celebre Gesuita, cappellano maggiore e presidente dello spedale in Africa, il quale aveva ducenquaranta infermi alla sua carità affidati; e nomina il socio della stessa Compagnia padre Martino da Estella; il fra cappellano di Malta don Matteo; fra Michele da Napoli, e fra Alonso Romero, dei Minori: e quattro Cappuccini, due de' quali vi morirono insieme a tanti altri, e due presso che morti furono rimenati in Sicilia[280]. Sugli afflitti, lungi dalla patria e dai congiunti, scenda propizio il sollievo della religione; e le parole di pace per la bocca de' sacerdoti, partecipi delle stesse sofferenze, confortino l'animo virtuoso di chi non si perita professare pubblicamente la sua fede. Ecco come di questi soldati e marinari in procinto di partenza per la spedizione africana scriveva un diplomatico ad un sovrano[281]: «Tutta la fanteria, capitani, maestro di campo, ed ogni sorta di gente jeri mattina si confessò e comunicò con molta devozione: e credo che avranno fatto bene, per essere questa un'impresa da restarcene assai.... Ogni uomo va risolutissimo di avere a combattere, e di avere a morire.»
XIV.
[15 luglio 1550.]
XIV. — Crescendo il numero dei feriti e degli infermi, quelli di essi che potevano alla meglio sostenere il travaglio della navigazione andavano sui grippi trasferiti agli spedali di Sicilia, con ordine alle galere della scorta di rimenare al ritorno il supplemento di gente e di munizioni, quanto più se ne poteva. La buona stagione, il quieto mare, ed i Ponenti freschi prestamente gli conducevano all'andata ed al ritorno; sempre di buonbraccio sotto vela, senza altro fastidio che di cambiare le mure, o di rovesciare il carro dall'una o dall'altra banda. Coll'occasione dei ritorni, molti venturieri italiani continuamente sopravvenivano in Africa; tra i quali devo ricordare più che trenta gentiluomini romani, accordatisi tra loro di fare onore e spalla a Carlo Sforza nelle dure fazioni dell'assedio[282]. I foglietti volanti stampati in Roma di quel tempo manifestano la pubblica simpatia della città a loro favore[283]. Primo tra questi signori nominerò Giambattista del Monte, nipote del nuovo Pontefice, giovane desideroso di mostrare il suo valore in tanto onorata guerra, offertosi colla scelta compagnia dei suoi provvisionati[284]. Metterò appresso il signor Antimo Savelli[285], alla testa di molti amici e seguaci della principesca sua casa, il quale in questa e in tante altre imprese meritossi elogi universali, che fia ben ripetere coll'enfasi di Benedetto Varchi[286]: «Chi non ha sentito, non dico ricordare, ma portare insino alle stelle il signor Antimo Savelli, il signor Luca, il signor Antonello, il signor Troilo, e mille altri, tutti signori, tutti Savelli, tutti gran maestri di guerra?»
[18 luglio 1550.]
Il Ferramolino intanto, ricevuti i rinforzi dal Regno, e più dalla Goletta due altri cannoni grossi, due lunghe colubrine, ed un serpentino da breccia[287], aprì la seconda parallela, divisando portare le trincera coi loro rami, risvolte, e bisce, e batterie cento metri più avanti[288]. Per tutto questo cresceva la fatica ai soldati: guardia alle armi, al campo, ai pezzi; lavori di terra e di trincera; e la comandata in giornèa al bosco per la fascina. Ogni giorno una grossa brigata in arme andava a legnare in certi oliveti lontano uno a due miglia: la scorta coll'archibuso, i guastatori colla scure, i garzoni e i giumenti colle ritortole. Rimenavano pali e stecconi da trincera, ramaglie e schegge da salsiccioni, cepperelli e trucioli per le cucine, tronconi e mozzi da carbonizzare per le fucine. Conciossiachè sempre ardevano nel campo due grandi fucine, dove si faceva ogni lavorìo di ferro, occorrente alla giornata, massime in servigio dell'artiglieria: piastre, cerchioni, perni, chiavarde ed attrezzi[289]. Non erano bambini, nè aspettavano i maestri di ogni cosa, come alcuni presumono nel nostro secolo. Tutto è antico: la fucina di campo, lo stento dell'assedio e la gelosia dei Triumviri.
[20 luglio 1550.]
La mattina del venti di luglio cinque galèe piene di infermi e feriti, e alcuni grippi coi lettucci per gli aggravati sotto il comando e la scorta di Carlo Sforza salpavano verso gli spedali di Trapani: e di là le galèe corsero a Napoli per levarne gente e munizioni[290]. Vi giunsero la sera del ventidue a due ore di notte: e vedendo Carlo che qualche giorno sarebbe passato a caricare le polveri, i projetti, le provvisioni e i soldati, prese le poste e se ne venne a Roma, volendo dare direttamente al Papa informazione esatta di ciò che passava in Africa, perchè ne avesse a ricevere sicuro ragguaglio l'Imperatore, ed indi venirne il rimedio. Il parere dello Sforza intorno a questo assedio ci è stato conservato da uno di quei tanti diplomatici che il duca Cosimo teneva in ogni parte di Italia; il quale, dando conto allo stesso Duca del lungo discorso fatto col Capitano di Roma, ne ripete le parole in questa forma[291]: «Nell'esercito vi è tanto poco ordine, che non si può veder peggio.... perchè il governo è in mano di giovani e di persone senza nessuna esperienza; e quelli che alla ventura potrebbero sapere, non sono chiamati alli consigli, e se ne stanno da banda, senza ingerirsi in cosa alcuna, lasciando abusarsi a quei giovani intorno alla muraglia. Alla quale circa cinquecento Spagnuoli dettero un assalto da una parte che era andata a terra; e si portarono con tanta viltà, che ducento Turchi che escirono dalla terra gli seguitorono fino alle loro trincere, ammazzandone e ferendone quanti volseno[292]... Il signor Principe non esce di galera, e tutto giorno giuoca a tarocchi, e non manca andar qualche volta in villa con la brigata a piacere... Al priore Sforza ed al signor Giordano Orsino non è stata observata cosa che fussi lor promessa... Ed ogni minimo spagnolo ha avuto ardire di comandare alli Italiani ogni vile azione: i quali non hanno servito ad altro che per guastatori, tirar l'artiglieria, far gabbioni, e simili altre mercenarie opere: et al primo, quando si dette la batteria, andò un bando che i soldati italiani non ce intervenissino... In somma, s'el si tira questa posta, sarà grande: ma pare disperata, considerato il valore di dentro, e il poco ordine e manco experienza di fuori.»
Dunque dissensioni tra i comandanti: lo Sforza, l'Orsino, e anche il Doria in disparte per l'arroganza di don Garzia[293]. Disperato in quel modo l'attacco dalla parte di terra; e la vittoria riservata ad altro metodo di batteria per la parte del mare, con quelli ordini e ingegni che vedremo al ritorno in Africa del nostro Capitano.
XV.
[21 luglio 1550.]
XV. — Intrattanto cannonate continue alle mura, scaramucce perpetue col presidio, e giornèa quotidiana per la fascina. Nel tempo di quest'ultima più umile fazione si aveva spesso spesso a menar le mani, o all'andata o al ritorno, contro certe imboscate di Mori e di Beduini attizzati da Dragut con lettere, promesse e minacce. Fra gli altri erasi reso celebre un Cavaliero africano, che non fu mai veduto uscir fuori di caverna o di bosco o di altro riposto nascondiglio, che non ottenesse alcun segnalato vantaggio. Costui compariva solo or qua or là improvvisamente; e talvolta alla testa di otto cavalli e di circa trenta pedoni, tutto ammantato di bianco, e cavalcando nobile corsiero di bianco mantello, chiazzato di bajo alla criniera e alla coda. Il giorno seguente alla partenza dello Sforza toccò a Giordano Orsino farne la conoscenza, e portarne i ricordi. Imperciocchè Giordano proprio in quel primo giorno, privo della consueta compagnia, pensò distrarsi con Astorre Baglioni e alcuni altri gentiluomini fiorentini e romani, seguendo la carovana dei taglialegna: desideroso pur di osservare meglio la campagna, e di vedere da presso la qualità e i prodotti delle terre africane. Se non che la cavalcata andò più lontano che non si conveniva; tanto che volendo ritornare tutti insieme a cavallo di piccoli, ma briosi barberi, si avvidero essere l'ora già tarda, e i guastatori colla scorta partiti dall'oliveto. Per maggior disdetta vennero veduti all'Orsino certi volatili pellegrini di bei colori tra quelle solitudini posarsi sulla cima degli alberi non molto lontano dalla via: ed egli, che aveva seco sospeso all'arcione l'archibusetto a ruota, col quale era uso fare bellissimi colpi, s'appartò con quello in mano alquanto dai compagni, seguendo copertamente tra le macerie la direzione della preda. Quando ecco uscir fuori improvvisamente il Moro dal bianco mantello, e con tal prestezza investire di zagaglia l'Orsino, che in un subito gli trapassò il braccio sinistro e lo gittò da cavallo, senza dargli tempo di voltare nè faccia nè arme[294]. E già messo piede a terra e sguainata la scimitarra gli avrebbe troncata la testa, se Astorre ratto come suona il suo nome, a briglia sciolta e chiamando ad alta voce i compagni, non si fosse gittato pel primo e risolutamente contro l'offensore, costringendolo a risaltare in sella, e a fuggir via: non tanto però confusamente, che colui non si portasse al guinzaglio il cavallin di Giordano, e non gridasse a più riprese: Cristiani, un'altra volta più attenti! Il Baglione tuttavia e gli altri, desiderosi di dargli la risposta più che di parola, galoppavangli appresso a spron battuto; sì che il Moro per salvarsi fu costretto di rilasciare all'istesso Baglioni, che eragli quasi ai garetti, il cavallino predato; e senza altra novità si sottrasse. La brigata di ritorno pensava alla necessità della vigilanza e circospezione, quando si è in guerra pel paese nemico; e come ogni diletto, ancorchè onesto, può divenir fatale, se distoglie l'uomo dall'attendere alle cose di maggior momento ed alla guardia di sè stesso.
Or noi leviam di terra il mal ferito Orsino, e rimeniamlo a bordo per curarlo: che avrà a fare tra breve più degna prova[295]. E perchè tutti sogliono volgersi alla storia, e da lei aspettare giudizî, e lode, e biasimo, secondo le opere, mi sia concesso di soddisfare al debito mio e al desiderio delle onorate persone, rendendo a nome dell'Orsino e dell'inclita sua casa pubbliche grazie, non vendute nè compre, ad Astorre Baglioni. Le povere parole di romito scrittore faccian ghirlanda al caro capo del gentil Cavaliero perugino; e restino scolpite attorno al suo nome in vece della corona di quercia che da altri avrebbe dovuto ricevere per avere salvato sul campo la vita di un cittadino romano[296].
XVI.
[22 luglio 1550.]
XVI. — Volgiamci adesso al principale avversario contro chi si fa la guerra. Dragut già da tre mesi batte il mare da lontano, facendo il più che può insulto, danno e vergogna ai naviganti ed ai paesi littorani della cristianità, coll'intendimento di strapparne l'armata dall'Africa. Ma non per questo i soldati e marinari nostri rallentavano l'assedio, sapendo che il tristo non potrebbe arrischiarsi sulle coste d'Italia, senza correre pericolo di restarvi avviluppato da forze maggiori; e che sulle coste di Spagna troverebbe in guardia con dodici buone galere don Bernardino di Mendoza a tenerlo in rispetto. Perciò lo strattagemma non produsse effetto favorevole ai disegni suoi: anzi l'espose a parecchi rovesci, tra i quali gravissimo lo scacco toccatogli sulle coste occidentali della Sardegna; dove essendosi arrischiato a sbarcare per far preda e per espugnare una terra, quei terribili isolani si levarono a stormo, e non solo ricacciaronlo alle navi, ma gli ammazzarono circa quattrocento scherani[297].
Dopo cotal fazione più che mai avvilito, e abbandonato dagli Algerini stanchi di lui, si trovò molto basso con soli quindici o venti piccoli bastimenti. Nondimeno rilevando quanto degli antichi spiriti gli restava, e risoluto di spendere per sua salvezza i tesori corseggiando in tanti anni accumulati, tornò celatamente in Barberia, e si diè a correre le maggiori città, picchiando alle porte degli amici suoi: rappresentava a tutti il pericolo, che egli diceva comune; prometteva e donava largamente, intendeva scioglier l'assedio e far gente. Scrisse al re di Tunisi e a quello del Caruano, fu a Sfax, a Tagiora, alle Cherchere, e specialmente alle Gerbe, tanto che raccolse da ogni parte un tremila settecento Mori, ottocento Turchi, e sessanta cavalli. Indi scrisse al Nipote in Afrodisio di tenersi pronto pel venticinque del mese, che egli verrebbe dalla parte di terra a soccorrerlo, ed a congiungersi con lui.
Le lettere di Dragut entrarono nella piazza, come poi si seppe, portate di notte da esperto marangone; il quale durante il giorno, tenutosi nascosto nell'oliveto, e poi tra le tenebre messosi a nuoto, prese la direzione del porto facendosi riconoscere alle guardie per quello che era. L'esercito dei Mori similmente, marciando a gran giornate, giunse al sito convenuto, cinque miglia lungi dalla piazza assediata, e Dragut la stessa notte del ventidue, venuto per mare con alcune sue galeotte, gittossi in terra con ottocento Turchi, per mettersi alla testa della sua gente. In somma grossa tempesta si addensava sul capo degli assedianti, senza che niuno ne avesse sentore: salvo che si udivano aggressioni più del solito frequenti contro i soldati o contro cavalieri sbandati intorno all'oliveto[298].
XVII.
[25 luglio 1550.]
XVII. — La mattina del venticinque tre compagnie di dugencinquanta uomini l'una, spalleggiando ducento guastatori siciliani, condotti in Africa dal Vega, eran sull'incamminarsi agli oliveti per legnare, secondo il consueto, quando il Vicerè informato allora allora di certe dicerie correnti tra i Mori alleati faceva uscire con loro altre tre compagnie, e tutti sotto due sole bandiere, per coprire il numero, e metteavi per mastro di campo don Luigi Perez di Vargas, governatore della Goletta: uomo che, per essere più di ogni altro pratico delle insidie e delle scaramucce moresche, era stato fatto venire a posta, e trattenuto al campo[299]. La colonna marciava in bell'ordine: ottanta file per diciassette righe. I picchieri armati di corsaletti alla vanguardia e alla retroguardia, nella battaglia gli archibugeri, alla coda i guastatori, a destra e a sinistra due catene di moschettieri. Queste genti, appressandosi all'oliveto, vedevano qua e là Mori e Turchi in piccoli drappelli, massime intorno a certe muraglie diroccate pei campi: ed essendosi avvicinate al bosco consueto, scoprirono finalmente il grosso dei nemici, che a primo aspetto fu stimato di quasi tremila fanti. Dragut, la cui presenza era ignota ai nostri, e ignota restò fino al termine della giornata[300], erasi tenuto nascosto perchè la colonna si allontanasse più e più dalle trincere: ma avendola oramai vicina con suo gran vantaggio di numero e di posizione studiosamente scelta, faceva dar nelle trombe, e assaltava il fronte dello squadrone. A quello scontro don Luigi Perez da bravo spagnuolo correndo avanti a cavallo gridava: «Animo, amici, avanti, e dagli alla trista canaglia: Santiago, e dagli!»[301].
Si attacca la scaramuccia alla destra e alla sinistra, cresce la mischia sul fronte, e al rumore tutti si riscuotono dal campo, dalla piazza e dal mare. Tutti vorrebbero esser là: e non potendo altrimenti, ciascuno manda l'ajuto ai suoi e lo sgomento ai nemici con altissime voci e col rombo del cannone. Le galere specialmente, accostatesi di fianco, tengono coi loro corsieri in rispetto i barbari: e non ostante la grande distanza al secondo o al terzo rimbalzo squartano o maciullano fanti e cavalli[302]. Il Vega, veduta l'azione impegnata, lascia don Garzia alla guardia delle trincere, e si avanza colle riserve, opportunamente giugnendo a sostenere la colonna sul terreno, dove non cede un palmo. In quella le maniche dei moschettieri si spiegano con soverchia larghezza, intesi a coprire le spalle dell'ordinanza, sì come i nemici minacciano girarla; e il Vicerè manda Luigi Perez a raccoglierli a segno. Già don Luigi ha rannodato il cordone di sinistra, e già galoppando trapassa alla destra, dove trova maggior difficoltà, e più fiero riscontro: mentre chiede soccorsi per ricongiungere allo squadrone l'altra manica, una palla di schioppo di un beduino appostato sugli alberi lo coglie nel petto, e gli esce dagli arnioni[303]. Sentendosi ferito a morte, volge le briglie per mettersi tra suoi: ma prima di potervi arrivare, cade morto in terra, e il cavallo gli si ferma allato. I Musulmani in furia per avere il cadavere, gli Spagnuoli in furore per ricuperarlo. Si viene alle strette: scimitarre contro spade, lancie contro picche, schioppi contro archibusi, saette contro pugnali. Contuttociò gli Spagnoli raccolgono la salma, rimettonla di traverso sul cavallo, e si rannodano allo squadrone.
Intanto i guastatori, come se nulla fosse intorno, avevano compito il lavoro della fascina, e preso il carico delle legne e delle ramaglie: però il Vega ordina che dalla stessa parte, cioè dalla sinistra, si ritiri al campo la colonna, ed esso stesso mettesi alla coda per sostenere i suoi, e per tirarsi appresso i nemici sotto al fuoco delle trincere[304]. Marciano in ritirata: sempre colla faccia volta al nemico, sempre combattendo, e sempre incontrati da gente fresca di soccorso. Notevole in questa ritirata il ricordo dell'artiglieria di campagna maneggiata sui carretti, per tenere addietro la piena dei barbari[305].
In quel momento Assan-rais che dalle sue torri vede lo squadrone in ritirata, Dragut sulla pesta, e le trincere più che mai sguernite, caccia fuori della piazza il presidio, risoluto a fare l'estrema prova di spianare i lavori, di chiodare le artiglierie, e di dar mano agli amici, secondo le istruzioni da tre giorni ricevute. Se costui fosse riescito nell'intento, la campagna di Afrodisio sarebbe a ricordare funesta quanto quella d'Algeri. Ma don Garzia è sul posto, e quivi di piè fermo sostiene l'assalto di Assano: il Ferramolino dirige i fuochi sulla fronte delle trincere, fiancheggiate per filo radente, e munite di molte artiglierie e di archibusoni da posta. Ambedue scopano d'infilata a metraglia; e il Vicerè, trovandosi oramai vicino, rimanda dentro mano mano maggior rinforzo. Fatte inutili e disperate prove con molta strage de' suoi, Assano si ritira in fretta, e tanto prestamente fa chiudere le porte innanzi al rincalzo dei nostri, che molti dei suoi, per rientrare nella piazza, sono costretti gittarsi a nuoto nel mare[306].
Dragut collo sguardo di pirata aveva seguite tutte le fasi del combattimento. Vedeva intatto lo squadrone, rimessa la fascina, ricacciata la sortita, assicurate le trincere. Tutto al rovescio dei suoi disegni. Nè in principio per sorpresa, nè appresso per forza, nè in fine pel concorso del nipote, non aveva mai potuto venire a capo di nulla. Molto meno confidava di vincere l'accampamento, munito di argini, di fossi e di numerose artiglierie. Pressato dalla volubile accozzaglia della gente raccogliticcia, tirossi indietro. Spese la notte in consulte inutili, e il giorno seguente sciolse le bande dei Mori, e se ne tornò coi Turchi verso le Gerbe. Di là tanto meglio, quanto da luogo più vicino e sicuro, attese a considerare il procedimento dell'assedio: sempre pronto ad ogni occasione che mai potesse la fortuna mettergli avanti.