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La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

LIBRO SETTIMO. Capitano Carlo Sforza, (continued 2)

Reading edition

Così passò la grande giornata del venticinque, nella quale si parve in tutto il suo splendore la bravura e la fermezza delle fanterie spagnuole, che non avevano pari in quel tempo per stabilità sul terreno, secondo gli ordini con che le aveva disciplinate Gonsalvo. Si parve eziandio l'antico metodo delle milizie deputate a combattere alla spicciolata, in branchetti o in cordoni distesi oltre alla fronte di battaglia, come fanno oggidì i bersaglieri. Di più ci ritornano le artiglierie minute da campagna coi loro carretti; e notiamo i bei tiri di rimbalzo delle galere a distanza di più che due miglia. Nè vuolsi tacere la savia direzione di tutti i capitani dal mare, sul campo, alle trincere; e l'intrepidezza dei guastatori nel compiere il loro servigio sotto il fuoco del nemico.

XVIII.

[30 luglio 1550 ]

XVIII. — Dato il primo governo a circa dugento feriti, e resi gli ultimi onori a un'ottantina di morti, specialmente al prode don Luigi Perez, tornò nell'esercito e nell'armata la consueta giovialità, cresciuta dalla speranza di successi migliori. E perchè gl'infermi in cura avessero a essere meglio provveduti, senza crescere fastidio ai combattenti, ordinarono a Marco Centurioni, luogotenente del Doria, di portarli con dieci galere agli spedali di Trapani; e poi esso scorresse infino a Napoli, a Livorno, alla Spezia e a Genova, per raccogliere da quei centri gente e munizioni, secondo l'ordine dell'Imperatore a tutti i suoi ministri in Italia, tanto che l'impresa d'Africa giugnesse a buon termine[307]. Quando salparono le dieci galèe del Centurioni, si aspettavano di ritorno le cinque dello Sforza; e al tempo stesso Dragut sguinzagliava alcune delle sue fuste per codiarne i movimenti, e per non lasciarsi cogliere, come il vecchio maestro, con tutti i legni in un punto solo.

Qui mi vien bene aggiugnere alcuni fatti minuti di costoro presso la spiaggia romana, durante l'anno del giubilèo: fatti narrati da scrittore contemporaneo[308]. Tre ladroni, sciolti dalla brigata di Dragut, eransi messi in società tra loro, e in busca pel Tirreno: chiamavasi l'uno Cametto, l'altro il Bagascia, e l'ultimo il Bollato. Ladri nomi, come ognun sente, e certamente imposti dai nostri e loro amici, conforme ai meriti. Essi venivano con tre legni, due fuste e un brigantino: e insieme di notte al primo abbordo presso Napoli cattivarono una grossa nave carica di vini, che il vicerè don Pietro mandava in Africa a don Garzia suo figlio. Fecero schiavi il capitano e i marinari, e mandarono alla Gerbe marinato il bastimento e il carico. Poi volsero all'isola di Ventotiene per racconciarsi e dividere i guadagni minuti. Dopo cinque giorni alzarono la vela alla volta del Circèo: ma sorpresi da grosso fortunale rifugiaronsi a Ponza, dove stettero dieci giorni a ridosso. Indi ripigliata la via per maestro, presto ebbero l'incontro di una tartana con venti passeggeri, usciti anche essi al buon tempo da Gaeta, e vôlti cheti cheti alla Fiumara di Roma ed alle indulgenze del giubilèo. Pensate rubalderia di Turchi! presero a un tratto pellegrini, marinari e tartana; e consegnarono ogni cosa al Bollato, perchè col suo brigantino di scorta menasse gli schiavi e il naviglio al mercato della Maometta. Le due fuste vennero avanti alla foce del Tevere, cercando se altri volesse entrare od uscire senza spese di rimburchio: ma scoperti dalla torre Bovacciana, allora più propinqua al lido, e salutati di alcune cannonate, tirarono oltre. Non furono guari lontano, che si parò un bastimento di Civitavecchia diretto al Tevere: ed i pirati addosso. Allora il padrone non potendo tornare addietro pel vento di Ponentemaestro, nè volendo allargarsi a mare, animò la sua gente, distese tutto il cotone, aggiunse sei remi, e prese a correre verso la Fiumara, sempre tenendosi dalla parte di terra il più che poteva. Le fuste più leggiere, e fornite di maggior remeggio, dopo strettissima caccia già già erano per investirlo; e allora il padrone, che aveva anche a questo provveduto, mollava la scotte, dava fondo a due ferri, e abbandonava il bastimento, fuggendo collo schifo e con tutti i suoi marinari a salvamento in Ostia. I pirati nondimeno salparono le áncore, menaronsi il bastimento, rubarono ogni cosa, e poi l'abbandonarono quaranta miglia al largo.

Questo fatto pose di mal umore Cametto contro il Bagascia, perchè costui sconsigliato nella caccia aveva troppo stretto il nemico alla spiaggia, in vece di sforzarlo ad allargarsi; e con ciò cresciuto favore alla fuga delle persone. Ebbero tra loro di male parole, e si separarono, dicendo il Bagascia volersene tornare in Barberia per bisogno di panatica. Al contrario se ne andò solo all'Elba, dove scoperto dalle guardie, e assalito da due barconi dell'isola col rinforzo di molti soldati, combattè lunga pezza, dette e toccò le busse: ma in fine gli riusci di smucciar via, tuttochè mal concio; e corse a ripararsi prima in Bona, poi in Algeri, dove fece mercato del bottino e dei prigioni.

Cametto altresì solo restò sulla Spiaggia romana per due giorni, e poi navigò a Talamone. Colà ebbe incontro quattro galeotte di Dragut, appartenenti alla schiuma di un altro stuolo: e tutti insieme quei furfanti fecero gran baldoria per l'allegrezza di essersi incontrati; dandosi a vicenda l'uno l'altro le notizie di quanto avevano lasciato in Africa, e trovato in Italia. Andarono quattro giorni insieme, fino a capo Côrso; poi si divisero, continuando le galeotte a ponente verso la Spagna; e tirandosi Cametto a ostro per la Corsica e per la Sardegna. Nella prima isola prese un povero prete di campagna nella stessa sua pieve, fuggitone a precipizio il vicario più destro e più giovane. In Sardegna ghermì due fanciulli che nuotavano per sollazzo alla riva. E prolungandosi per quelle costiere, ogni notte gittava in terra dieci o dodici uomini a far preda per le campagne, attaccandosi a tutto, posto che si potesse trasportare. Ma essendosi i Sardi riscossi chi a piè chi a cavallo per ricuperare le persone e le cose perdute, indarno Cametto spese altri otto giorni a ronzare intorno a quelle rive: tutto era guardato e difeso. Però volse la vela verso Biserta, rendendo suo malgrado onorata testimonianza alla virtù dei Sardi[309]. Trista condizione della dimora, dei viaggi e dei commerci per le nostre marine.

XIX.

[31 luglio 1550.]

XIX. — In quella Carlo Sforza, speditosi da Roma, e ripresa a Napoli la capitana e le munizioni che ho detto, veniva a golfo lanciato verso l'Africa, non senza cacciarsi dattorno lo sciame dei pirati, dalle cui mani alle Eolie pur riscuoteva una fregata napolitana con tutta la gente[310]. Il suo ritorno all'armata ed al campo, che fu il trentuno dello stesso mese di luglio, ravvivò la speranza di sollecita espugnazione, e più che mai rivolse i pensieri altrui alle batterie di costa verso la marina, sul debole della piazza, secondo che egli aveva sempre proposto. Di questo suo pensamento, con lunghi e stringenti discorsi, durante la traversata, erasi studiato di far capaci i due ingegneri che aveva preso seco a Palermo: coi quali per maggior convincimento, e prima di mettere piede in terra, scórse a bello studio tutta intorno la penisola fortificata, segnando col dito a quei signori i punti che meglio degli altri potevano essere con buon successo battuti; e pigliandone i rilievi dalla poppa del suo schelmo[311]. Seguo in questa parte la perizia di Carlo Botta, che usa la voce Schelmo per sincope di palischermo, quasi a ogni pagina del Viaggio intorno al globo: e per questa stessa ragione mi sembra termine molto acconcio ad esprimere per eccellenza la barca assegnata all'uso personale del comandante: perchè come si distingue per la ricchezza e nobiltà delle forme, così anche vada per la concisione e forza del nome meglio in armonia colla dignità della persona[312].

I due ingegneri, chiamati con gran pressa dalla Sicilia dopo la battaglia dell'Oliveto, e indi menati al campo dalla prima galèa di passaggio per quelle parti, che fu proprio la capitana di Roma[313], passano ambedue presso che ignoti nella storia dell'arte; e però più meritevoli di special ricordo, come abbiam detto del Ferramolino. Il primo, chiamato Andronico Arduini, oriundo di nobile famiglia messinese[314], nato in Rodi, bombardiere di vaglia in quell'assedio, fattosi poscia seguace del Martinengo, divenne eccellente nel maneggio delle artiglierie, negli ingegni delle macchine, e nelle dottrine della nuova fortificazione militare[315]. Dunque di origine e di scuola italiana, quantunque per andare meglio a' versi dei padroni di Spagna si facesse chiamare col nome di capitano Spinosa, sì come ripetono sempre gli scrittori di quella nazione[316].

Dell'altro parlano quasi tutti implicitamente; ma il solo Orazio Nocella da Terni, attore e testimonio dei fatti, nei commentarî stampati in Roma, esplicitamente ricorda il nome, dicendo[317]: «Presa la città di Afrodisio, tra le molte provvisioni del Vicerè vuolsi ricordare la proposta di renderla più forte, e più difendevole, anche con poca gente. Laonde al signor Prato, nobile architetto, di cui si serve continuamente per le sue fabbriche, e per le fortificazioni delle città e d'altri luoghi, die' commissione di farne il disegno, e di mandarne la figura all'Imperatore, lavorata e finita come si costuma per mostrarne l'artificio.... Il modello, prestamente composto, fu presentato a Cesare da Giovanni Ossorio di Quignones, insieme colle notizie della felice espugnazione e conquista.» Dunque anche il Prato era presente al campo, e pigliava parte all'espugnazione, e aveva il carico dei lavori, quantunque non sia espressamente scritto dal Salazar e dagli altri[318]. Il nome del Prato è certamente italiano, come ognun vede, e forse di quella stessa famiglia da Lecce, donde un secolo prima si era generato Leonardo Prato, cavaliere gerosolimitano, cui i sovrani aragonesi avean dato il carico di riparare le fortificazioni di Otranto, dopo la celebre cacciata dei Turchi[319]. Ora che abbiamo fra noi il Ferramolino, l'Arduino, ed il Prato, passiamo a considerarne le opere magistrali.

XX.

[4 agosto 1550.]

XX. — Dei lavori precedenti sul campo non fa bisogno altro commento: gabbioni, fascine, terrapieni, fossi, trincere, e due parallele, secondo il metodo ordinario. Dalla parte della piazza due muraglie, l'una a riparo dell'altra, il fosso in mezzo, la breccia difficile, l'assalto impossibile. Il Ferramolino si volge alle mine: ma non può camminare di lungo sotterra, dove a ogni passo incontra due ostacoli insuperabili; pietra viva, ed acqua morta[320]. Condizioni geologiche necessarie del sito, quando si dice rupe presso al mare sottoposta a monti più alti e vicini. Venuti gli altri ingegneri, deliberano insieme di accostarsi alla piazza e di attaccarle il minatore per mezzo di una galleria di nuova forma, e acconcia quanto più si può alla qualità del terreno. Cavamento fino a trovare il macigno, ripari laterali di terra e fascina, e copertura superiore di travate e panconi da nascondere e difendere i lavoranti e i minatori.

[18 agosto 1550.]

La galleria divisata venne presso che compiuta, non ostante il fuoco continuo della piazza, e l'opposizione dei nemici vigilantissimi ai nostri danni. Se non che la notte seguente, che la travata s'appressava alla scarpa del muraglione, quei Turchi terribili dalle loro feritoje annaffiarono i palchi di catrame, e vi gittarono sopra giunco, ginestra, stipa e fuoco; a spegnere il quale perchè niuno venisse appostarono tutta la loro archibuseria. Pensate il Ferramolino là sotto colle trombe, coll'acqua e colla terra ad affogare ed a vincere l'incendio: pensate quegli altri a replicare catrame, tizzoni e archibugiate. In somma tre volte domate, tre volte riaccese le fiamme: morendovi molti soldati e guastatori chi cotto, chi trafitto: e urlando i Turchi ad ogni bel colpo dalle feritoje basse del torrione. Finalmente toccò una palla in fronte al Ferramolino, che vi restò gelato sul colpo[321]. Prode ed infelice ingegnero! troppo raffidato nell'arte tua, lasciasti le ossa ascose nella terra dei barbari, e il nome presso che obliato nel tuo stesso paese! L'estremo vale dello storico scusi il monumento della tua tomba, e tenga viva la memoria delle tue benemerenze nell'affetto dei posteri, dovunque alligna cortesia.

[28 agosto 1550.]

Sottentrò l'Arduino alla testa degli ingegneri, prese la direzione dell'assedio, e depose il pensiero delle mine. Uomo nuovo, doveva far novità: venuto dal mare collo Sforza, doveva sforzare dal mare. Mutò subito la postura delle batterie. Salvo alcuni pezzi di fronte, presso al centro del campo e del quartier generale, trasportò il resto di grosso calibro all'estrema destra per battere l'ultimo angolo della fronte verso levante; dove il muro, per essere sul pendio della rupe, non montava più grosso di sette palmi, e pareva privo di contrafforti anteriori e di fosso. All'alba del giovedì ventotto di agosto, essendo ogni cosa in punto, l'Arduino aprì il fuoco della nuova batteria, e se ne videro subito effetti stupendi[322]. La debolezza del muro, la grossezza dei calibri, la vicinanza di dugencinquanta metri, e più di tutto la direzione normale dei colpi facevano a pezzo a pezzo cascar giù la muraglia, e con tale prestezza, che quei di dentro non erano in tempo nè a sgombrar le macerie, nè a riparar la rottura. Indarno i Turchi abbarcavano tavole, terra e fardelli di cotone e di lana; indarno Assano in persona conduceva al lavoro gli operaj; indarno tagliate e traverse. La nostra artiglieria scopava ogni cosa da quella parte: e non restava che un po' di torrione a demolire, perchè senza molestia dei fianchi si potesse ordinare a sicurtà l'assalto. Ma quel torrione stava duro, come gli altri della fronte: strigneva il tempo, bisognava far presto, non dare agli assediati la comodità di riparare. In somma era necessario ajutarsi con tiri perpendicolari dalla parte del mare.

E perchè il luogo ristretto, le acque poco fonde, e la suggezione alla numerosa e terribile artiglieria della piazza, non permettevano senza gravissimo pericolo il ronzare delle galere, come si era fatto a Corone, alla Goletta e a Castelnovo, si pensò adoperarvi una macchina navale, cui era riserbato finalmente il vanto principale della vittoria.

XXI.

[31 agosto 1550.]

XXI. — Questa macchina doveva essere in sostanza una grossa batteria galleggiante da accostarsi facilmente per mare al punto voluto sbrecciare: macchina di gran piazza, formata con due navigli incatenati in un sol corpo, fornita da molte e grosse artiglierie, e ben riparata dalle offese nemiche per sicurezza di sè stessa, dei pezzi e dei serventi. Fu pronta in pochi giorni: e tra poco ne vedremo meglio la costruzione e il servigio.

Intanto se alcuno domanderà il nome dell'egregio inventore, deve mettersi meco tra le varietà dei libri e delle sentenze. Chi dice il Ferramolino, per averne lasciato il disegno prima di morire: chi ne dà il merito al Doria, al Vega, o a don Garzia; chi propriamente all'Arduino; chi dice esserselo preso da sè Giulio Cesare Brancaccio; e chi doversi cercare più abbasso un siciliano, un galeotto, uno schiavo, un rinnegato[323]. Dunque possiamo conchiudere che gl'inventori furono tutti: e tanto meglio la diversità delle altrui opinioni confermerà la nostra, quanto è pur vero che gli uomini, stretti dalle medesime necessità, tornano sempre agli stessi ripieghi. Fin dai tempi di Mitridate e di Scipione si sono viste macchine composte con due o più bastimenti incatenati tra loro: ne parla Tito Livio, Appiano Alessandrino, Festo, Vegezio, Vitruvio[324]. E senza andar tanto lontano, per ogni altro tempo si è veduto nei nostri porti spianare in lungo e in largo gran piazza sopra alcuni bastimenti legati insieme, volendosi riunire in mezzo al mare per maggior sollazzo molta gente a danze, a conviti, e simili[325]. Dunque senza pretendere vanto di bell'ingegno poteva facilmente chiunque al modo istesso proporre di piantarvi il giuoco di una batteria di grossi cannoni; come gli antichi sopra due o più bastimenti collegati piantato avevano gli arieti cozzanti, le torri mobili, le scale volanti, e i ponti di assalto e di traghetto. Io stesso nella storia marinaresca del Medio èvo ne ho parlato diverse volte; e più vi ho messo la speciale descrizione di una di queste macchine, vittoriosamente spinta l'anno 1218 ad espugnare la torre del Nilo innanzi a Damiata[326]. Si faceva doppia, o scempia, o tripla, secondo il numero dei bastimenti componenti; e fin dalla rimota antichità pelasga con voce comune ai Latini ed ai Greci si chiamava la Sambuca, per la ragione dei canapi obbliquamente distesi tra la torre, l'ariete e la scala, alla similitudine delle corde tra il corpo e l'arco nello strumento musicale dello stesso nome.

Venuta poscia l'invenzione della polvere di guerra, e smessi gli arieti con tutto il resto, nondimeno la macchina conservò l'istesso nome di Sambuca, perchè ordinata allo stesso fine. Però invece dei vecchi arnesi si fornì dei nuovi cannoni: di che ho pur detto qualcosa nel mio Marcantonio Colonna per l'anno 1572, quando una macchina di questo genere per espugnare Modone fu costruita con pessimo effetto dall'architetto Giuseppe Buono[327]. E qui calco a bello studio il cognome dell'architetto, e dico Buono, perchè così leggo nei Documenti colonnesi e vaticani, così nelle storie dell'Adriani fiorentino e del Sereno romano, e così nelle scritture dei contemporanei[328]; non trovandosi altrove Bonello, che nel Paruta veneziano e posteriore, certamente per errore di stampa o simile. Accade a chicchessia, anche ai più diligenti ed assennati scrittori. Valga per tutti l'esempio del chiarissimo Carlo Promis, altrettanto dotto che accurato, il quale nondimeno, preso in un punto da certa vertigine tra il testo e le note, confonde in poche righe luoghi, tempi, e persone: Buono con Bonello, Afrodisio con Tripoli, e l'ultima campagna della Goletta mette nel 1572, che fu recisamente due anni dopo, ai ventitrè di agosto 1574[329]. Non fo io professione di censore: ma ho l'obbligo di difendere la verità storica, e di mantenere gli assunti miei.

Dunque i nostri capitani volendo battere la piazza dalla parte del mare, facilmente convennero di mettere allo sbaraglio due sole galere: una genovese, chiamata la Brava; ed una siciliana, detta la Califfa. Alle quali, avendo prestamente levato alberi, antenne e ogni altro attrezzo, attraversarono gli alberi stessi e le antenne loro da poppa e da prua, incatenandole insieme tanto strettamente, da formare un ponte solo, non soggetto a barcollare perchè equilibrato sopra due punti stabili, cioè sulle due chiglie. Poi le maestranze spianarono la coverta; e avanti a chiodar panconi, a livellare piatteforme, a condurre parapetti, ad aprire troniere, e a mettervi per riparo gabbioni terrapienati, alti di palmi dodici, profondi di quindici; e ben ristretti con traversoni, puntelli, bracciuoli, legami, chiovagione: fortissimo e portentoso lavoro. Indi il capitan Arduini incavalcò alla banda destra della macchina nove pezzi di artiglieria grossa sui carri da esser maneggiati tanto comodamente quanto sopra qualunque piattaforma murata: e perchè la macchina meglio avesse a sostenere il gran peso, ed a resistere ad ogni percossa dei nemici, la circondò con una ghirlanda di botti vuote, ben chiuse e stagne, ed imbracate a corto per disotto alla carena[330]: Lavoro eseguito presto e bene dalle navali maestranze; e copertamente dietro alle galèe ed alle navi dell'armata, perchè i nemici non ne avessero sentore[331].

XXII.

[6 settembre 1550.]

XXII. — Mentre queste cose si facevano, le batterie di terra non cessavano di trarre ogni giorno: e la notte tre o quattro galere per turno, cominciando dalle romane, spiccavansi dall'armata e andavano di ronda intorno alla piazza, tessendo e raddoppiando da un seno all'altro le acque della penisola; dando e ricevendo alla cieca, come sempre succede, colpi di cannone o d'archibugio, dovunque appariva segno di persona o di cosa in moto. Chiusa agli assediati ogni via di comunicazione.

Finalmente addì sei di settembre tornò in Africa Marco Centurioni, e con lui il Montani e il Rinuccini commissarî, che avevano raccolto da Genova, dalla Spezia, da Viareggio e da Livorno gran quantità di munizioni da guerra, polvere e palle ammassate in quegli scali dai ministri e amici di Cesare e dai Signori lucchesi, per sopperire al consumo; potendosi calcolare a più di trentamila le palle di ferro colato da cinquanta libbre in su, scaraventate sui muri della piazza dal principio dell'assedio. Le due Sicilie in fatto di munizioni da guerra avevano già mandato il più che potevano; ed erano restate in grado di riceverne, anzi che di esitarne. Supplivano tuttavia colle vittuaglie e coi rinfreschi, specialmente coi vini: che le carni e le farine abondantemente si traevano, ed a prezzo discreto, dal paese e dagli alleati africani, i quali ognor più manifestavano il desiderio di scuotersi dalla servitù dei pirati e dei turchi. Oltracciò il Centurioni aveva condotto al campo quattro bandiere di fanteria spagnuola, un migliajo di uomini. Rinforzo sommamente desiderato[332].

[7 settembre 1550.]

Crebbe pertanto nei capitani non pur la speranza, ma la prontezza. Le munizioni, i soldati, la macchina, tutto in punto; altro non restando che scegliere il sito migliore dove affondare le áncore della sambuca, perchè da sè vi si potesse tirare coll'argano e coi tonneggi. Però la notte appresso al sette furono mandate, sotto il colore della ronda consueta, le galere a scandagliare i fondali, ed a stabilire le boghe[333] sulle áncore, a stendere andrivelli e gherlini, e a lasciarvi i segnali coi gavitelli. Eseguirono gli ordini a puntino, sempre rispondendo col cannone al cannon dei nemici: e, per meglio coprire il lavoro presso alla piazza, avevano istruzione di cogliere l'opportunità, e di levar via dal porto quella misera nave alessandrina e quelle due galeotte sdrucite che vi stavano abbandonate da tanto tempo, non forse avessero poscia da servire ai pirati per molestare la sambuca. Così adunque quella notte in una delle tante girate si accostarono destramente alla bocca del porto, e vi spinsero dentro sei palischermi armati. I marinari da diverse parti saltarono a bordo delle tre carcasse, tagliarono gli ormeggi, stabilirono i rimburchi; e arrancando a un fischio tra palischermi e galere tiraronsi appresso i tre legnacci, senza curare nè gli spari della piazza, nè le percosse delle carcasse per le sponde[334]. Abilissima manovra che onorerebbe la tattica d'ogni altro tempo, come onora quella del secolo decimosesto. Perfetto svolgimento di curva difficile in un tratto solo, sopra quattro coordinate all'asse maggiore: la scoperta, lo scandaglio, l'apparecchio, e la preda: e tutto ciò per espugnare una piazza senza dare niun indizio del finale intendimento al nemico.

XXIII.

[8 settembre 1550.]

XXIII. — All'alba del giorno ormai vicino la sambuca, condotta quanto più si poteva presso alla piazza, annaspava i suoi tonneggi all'argano, e lenta lenta se ne veniva al punto stabilito nella insenata di levante, a dugencinquanta metri dal muro: fondo di sabbia e di alga. Nove pezzi in batteria sul fianco destro della macchina: due capi bombardieri, undici serventi a ogni pezzo; due mozzi colla lanata a bagnar sempre le trombe delle troniere per difenderle dalla vampa; dieci calafati ed altrettanti mastri d'ascia, coi loro calafatini e dascini, pronti a riparare ogni avarìa. I capitani ordinarî de' due legni alla spalliera, e con essi i marinari consueti, oltre ai soldati di guardia. Dabbasso sotto coperta chirurghi, barbieri, e cappellani. Quattro catene di prua sulle àncore per tenere, e quattro gomenette di poppa sui ronzoni per abbozzare e addestrare la macchina secondo il bisogno. Sopra tutti l'ingegnere Arduini alla punteria dei pezzi, alla direzione del fuoco, ed al riconoscimento della breccia[335].

Dato il segno dal campo, sfolgorò l'artiglieria da ogni parte contro la piazza, traendo ciascuno a gara dell'altro, dalle trincere, dall'armata e dalla sambuca. I nemici peggio che peggio infuriati rispondevano a tutti, principalmente mirando a subbissare la macchina, che prevedevano più dannosa per loro. I colpi maggiori pareano diretti a quel solo bersaglio: e le palle come gragnuola frullavangli intorno, toccandola a quando a quando nei terrapieni, nelle opere morte, e talvolta anche nel vivo. Si sentivano già cigolare le botti, e vedevasi crescere acqua nella sentina: e la macchina, sparando a furia, e coperta di fumo, oscillava a ritroso sulle anche. In quella una palla di colubrina nemica, entratavi d'infilata, prima rompeva una bozza sulla bitta, appresso portava via ambedue le mani ad un servente, e la testa a quattro soldati[336]. Momento spaventoso pei macchinisti: corse il brivido per le ossa di tutti, si diffuse il panico, e tutti in massa a fuggire dabbasso. Di più spacciarono un palischermo al Doria, supplicandolo che li facesse incontanente levar di là, se non voleva vederli tutti perduti insieme colla sambuca[337]. Il Doria, mosso a compassione pel pauroso rapporto che a nome degli altri doveva aver fatto il più eloquente e il più costernato di tutti, mandò per loro. Ma che? Fosse arte, fosse fortuna, la sambuca stava immobile sull'orma, e non dava indietro un pelo, per quanto vi si adoperassero i marinari. Naturalmente a parer mio, (senza ricorrere ai prodigi del Nocella) aveva a star lì: perchè già menata quanto più si poteva vicino a terra, col sopraccarico di sì gran peso, dopo tante scosse e colpi, doveva essersi accasciata sul fondo, e tenacemente appiastrata tra la sabbia e l'alga: qualità tuttavia propria di quel rivaggio fino ad oggi, come segnano le carte marine dell'ammiragliato britannico[338].

Di che facendo ragione l'Arduini, e vedendo la sua macchina più stabile di prima, l'acqua allo istesso segno e non crescente nel pozzo delle trombe, l'artiglieria senza danno, e il fuoco dei nemici all'incontro rallentato, pensò che la gente di bordo farebbe di necessità virtù. Si pose tra loro con animose parole, fece sgombrare i cadaveri, mandò altrove il moncherino, e chiese un rinforzo di soldati per isgombrare ogni rimasuglio di pànico coll'esempio, e bisognando anche colla forza. Ebbe subito il sergente Pallares con sessanta fanti spagnoli; appresso il capitan Orihuela, che fu costretto a ritirarsi ferito di scheggia alla prima comparsa; e finalmente il capitan Solis colla sua compagnia. La gente tantosto riprese animo, tornò al dovere come prima: tutti a gara intorno ai pezzi per far bei tiri; e così andò il resto della giornata crescendo il fuoco della sambuca sempre con maggior vantaggio, a emulazione delle altre batterie di terra e di mare, che non avevano mai lasciato di trarre.

[9 settembre 1550.]

Nella notte lavorarono le maestranze a risarcire qualche danno della macchina, ed a crescervi quei ripari che l'esperienza e il raziocinio avevano mostrato convenienti. L'equipaggio prese ristoro, dimenticò lo spavento, e la mattina seguente più baldo e sicuro calcava i cartocci, e appuntava i pezzi sui tagli verticali e orizzontali che far si volevano a compiuta apertura del muro. Il dì nove si parve a tutti evidentissima la eccellente posizione di quella macchina, e il maneggio della sua artiglieria, che non solamente smantellava le muraglie della marina, ma i fianchi del così detto rivellino, e la spalla dell'ultimo torrione tra mare e terra sull'istmo; e di più scortinava per di dentro e di rovescio quasi tutta la difesa della fronte. Ondechè al furioso trarre della sambuca ruinò gran parte della cinta: e l'istesso gran rivellino maestro, che percosso in faccia non aveva mai dato un crollo, ora squassato da tergo, cadeva a pezzi. E quantunque i nemici infuriati per tanti danni, che principalmente provenir vedevano dalla terribile macchina, avessero volto tutto l'animo e lo studio a bruciarla, bolzonando colle balestre e col cannone saette ardenti di fuoco artificiato, non per tutto questo smettevano i nostri diligenza: anzi più prontamente giuocavano di cannonate, plaudendo l'uno all'altro ad ogni bel colpo; e spegnendo sempre che bisognasse l'incendio colle copiose acque del mare; eziandio che ciò costasse a parecchi la vita[339].

In somma la sera del martedì, nove di settembre, la piazza era aperta: e tutti avrebber voluto alla fine entrarci dentro. Solo il vicerè di Sicilia don Giovanni de Vega si oppose, e sostenne doversi l'assalto rimettere al giorno seguente, dicendo che per la notte ormai vicina si andrebbe male dentro una piazza sconosciuta, tra nemici disperati, a rischio di esser fatti a pezzi negli interni traghetti, e forse anche costretti a uscirne fuori con molta vergogna. L'esperienza successiva comprovò la saviezza del consiglio antecedente.

XXIV.

[10 settembre 1550].

XXIV. — Nella stessa notte capitani, soldati e marinari approntarono le armi per la imminente giornata: chi assegnato di guardia alle trincere, chi di riserva ai soccorsi, chi ad una delle tre colonne di assalto. Nella prima, s'intende, don Garzia di Toledo contro il rivellino diroccato[340]; nella seconda don Giovanni di Vega contro la muraglia della primitiva prova[341]; nella terza dalla parte della marina mille italiani. Contate trecento romani del naviglio di Sforza, condotti da Astorre Baglioni[342]; altrettanti fiorentini, delle galèe dell'Orsino, sotto Chiappin Vitelli[343]; e quattrocento tra soldati e cavalieri di Malta, col commendatore Claudio della Sengle[344]. Claudio volle unirsi alla colonna italica, sebbene avesse a suo talento la scelta di quella che più gli fosse gradita. Sapeva bene il savio commendatore, e futuro Grammaestro, doversi unire i marini ai marini: massime a quelli, la cui tempra e valore negli ardui cimenti eragli di lunga mano già conta. Imperciocchè quanto allora stava in alto la fama delle fanterie spagnuole per la fermezza dell'ordinanza, altrettanto per gli assalti pregiavansi le milizie italiane: e veramente quel giorno a gara romani, fiorentini, genovesi e napolitani confermarono onorevolmente la comune riputazione[345].

Come fu giorno, tutte le galèe in battaglia si accostarono alla piazza, e la posero come bersaglio centrale a un semicerchio di cannoni. Il Doria al primo posto collo stendardo del Crocifisso all'albero maestro, secondo la consuetudine delle grandi giornate, spiegava da poppa gli aquiloni imperiali in ruote sopra le lunghe filiere dei gagliardetti e delle banderuole[346]: alla destra le galere sue, di Napoli e di Sicilia, che non avevano fanteria da sbarcare; a sinistra le galèe di Roma, di Firenze e di Malta, tutte imbandierate a festa come in giorno solenne; e i mille in arme allestiti per discendere in terra.

Se non che prima di venire all'ultima prova parve conveniente ai Triumviri di stancare nella mattinata i difensori, ripigliando a batterli con tutte le artiglierie dal mare, dalle trincere e dalla sambuca: volevano spianare vie meglio le brecce, e radere ogni riparo che vi potessero avere i nemici imbastito nella notte. Nella qual fazione di soverchio ardore, di prestezza e di fuoco incalzante, ebbe a crepare qualche pezzo; e tra gli altri uno delle galèe romane, senza altro danno, nè delle persone ne del legno[347].

Sul mezzodì le genti deputate all'assalto presero ristoro di cibo e bevanda, in piè colle armi allato, e tutti a un desco capitani, soldati e venturieri. Indi cessarono i fuochi. Quaranta palischermi portarono i soldati al lido sotto l'ultima breccia, dove prestamente guazzando presero terra, e formarono lo squadrone[348]. Al tocco delle tre pomeridiane, alto silenzio: poi di mezzo ai mille squillò la nota carica, sonata dalla tromba della Reale, e rispose dal campo un colpo solitario. Gli occhi di tutti al cielo, il ginocchio a terra, la mano al petto; i sacerdoti compartirono l'assoluzione in compendio: e i guerrieri, gridando: Avanti, Avanti, corsero ai varchi.

Or non mi è possibile narrare insieme l'andamento delle tre colonne: e come ognuno intende, sono costretto dir le cose ad una ad una, quantunque avvenute nello stesso tempo. Comincio dal punto ove siamo, e dove tutti mi vedono, cioè dalla marina: seguirò brevemente le mosse sempre rapidissime degli assalti, e sarò presto al sommo colle altre due valorose colonne di Spagna. Ecco Claudio, il Vitello, il Baglione, il Savello, la nobile compagnia dei venturieri romani e fiorentini, insieme col fior dei prodi nelle assise di Malta, salgono arditamente verso la breccia. La colonna, stretta in massa, assorbe la scarica dei difensori appostati dietro le rovine: cadono tra ufficiali e cavalieri più che venti persone, tutte principali. Ma al tempo stesso gli assalitori si gittano nella piazza, e pigliano a corpo a corpo colle spade e coi pugnali a sgombrare l'interno delle mura di verso l'istmo, per dare la mano ai compagni. Contrasto fiero, disperato, pertinacissimo, fuori e dentro ad ogni passo: difficile tanto il salire, quanto lo scendere dall'uno all'altro muro, anche per didentro; e sempre ostinatamente conteso dai nemici appostati sulle torri, alle finestre, pei tetti. Ciò non pertanto alcuni di salto, ed altri coll'ajuto di palanche trovate a caso trapassano, ed altri ancora più agiatamente dalla estrema destra entrano e si stabiliscono nell'interno della città, e poi mano mano si prolungano verso la sinistra accostandosi alle altre due colonne di verso terra[349].

Più duro intoppo incontrò lo squadrone del centro, dove caddero o morti o malamente feriti i capitani Zumarraga e Belcazar, e i due Ferranti di Toledo e Lupo, l'alfier Sedegno, il cavalier di Ulloa, cinque alfieri, sedici sergenti, e i tre generosi fratelli Moreróla, l'uno dopo l'altro colla bandiera in mano. Ma infine anche i prodi dello squadrone centrale scavalcarono dal primo al secondo recinto, discesero nella città, e si congiunsero agli altri. Tutte queste difficoltà potrebbonsi quasi stimare per nulla in confronto al contrasto incontrato dall'ultima colonna intorno alle ruine del torrione maestro, chiamato il rivellino: quasi tutti i capitani ed ufficiali restarono sulla breccia, e la maggiore mortalità diè prova di più alto valore. Là, al dir dei contemporanei, finalmente cadde Assan-rais governatore della piazza, nipote di Dragut (da non confondere con altri nipoti nello scambio dei prigionieri); e là si potè in conclusione gridar vittoria, che, vivente Assano, non si sarebbe gridata mai, come egli aveva sempre asserito[350]. Allora si congiunsero le tre colonne, corsero la città, disarmarono il presidio, restrinsero diecimila prigionieri, e aprirono le carceri, dove un centinajo di Cristiani, e tra essi cavalieri, sacerdoti, fanciulli e femmine, lasciavano giubilanti le catene[351].

Or quivi con maggiore esultanza capitani e soldati convenivano, rallegrandosi della fortuna dei liberati fratelli: e chi lodava il valore di questo o di quello, chi il senno degli architetti e degli ingegneri; e chi per isgombrare dalla mente quell'aria di tristezza che sempre gravita sur una città presa d'assalto (anche al pensiero dei vittoriosi soldati e degli umani lettori) ricercava la cervia del Vicerè.

Sia concesso anche a me per le stesse ragioni aver modo di dire come don Giovanni di Vega, vicerè di Sicilia, aveva al campo una giovane e bellissima cervia, mandatagli in dono da donna Isabella sua figlia, da lei stessa ridotta mansueta e domestica. Don Giovanni menavasela sovente appresso, la nutriva alla sua mensa, e ritenevala nella scuderia coi cavalli di battaglia. Tutti i soldati del campo la conoscevano e l'accarezzavano. Quando le colonne si aringarono per lanciarsi alla ultima prova, il mansueto animale venne in mezzo a vedere la mostra: e nel momento solenne del primo distacco, come ebbe riconosciuta la voce del padrone, e la sua mano distesa verso la breccia, e i soldati correre a quella volta, e squillare concitate le trombe di mezzo ai tamburi, essa al modo dei generosi destrieri fiutò la guerra, spiccò un salto, e via innanzi a tutti dentro nella città pei rottami. Dove non avendo poscia trovato nè padroni nè servi, ebbe ribrezzo, come possiamo pensare, della strage; e saltando oltre pei dirupi esterni della piazza ripigliò il genio degli aperti campi, perchè non fu potuta più, nè viva nè morta, ritrovare[352].

XXV.

[11 settembre 1550.]

XXV. — Il giorno seguente, volendo celebrare con più solennità la vittoria e rendere all'Altissimo le dovute grazie, ordinarono l'ingresso trionfale dal campo alla città per la porta maestra. Mettiamci sul ponte, e potremo a bell'agio vedere la sfilata: avanti a tutti i picconieri e la musica, appresso un drappello di archibugeri ed uno di picchieri, indi il vecchio Doria col notissimo berrettone di generale del mare; e in ricchi elmetti con lui don Giovanni e don Garzia: dopo in morione e corsaletto i generali delle galere Sforza, Orsini, e Claudio; e tutti arnesati di piastra e maglia i generali delle fanterie Baglioni, Savelli, Vitelli e gli altri. Ecco in gran frotta tra i capitani Filippo Orsini da Vicovaro, Francesco de Nobili da Lucca, Antonio Fani da Bologna, e tra i gentiluomini ed ufficiali l'Andreotti, il Filippetti, e il Biancardi, gli Oddi, il Ranieri, il Parisani, e tanti altri cavalieri e signori spagnuoli, romani, napoletani, genovesi e fiorentini[353]. Pensiamo splendore e bellezza di gente esultante, soldati e marinari delle varie bandiere, ed entriamo con loro per la sospirata porta nella città, infino alla novella chiesa di san Giovanni, ove si canta laude a Dio, per riconoscimento della compiuta vittoria.

[12-30 settembre 1550.]

Tanto bastò a don Giovanni di Vega per disciogliere a un tratto il triumvirato, quantunque grande prevedesse l'alterazione di don Garzia[354]. Terminata la guerra, solennemente fece pubblica la giurisdizione sua per ragione dell'ufficio, come vicerè della Sicilia: si dichiarò unico capitan generale in Africa, scrisse col suo nome i bandi, prese possesso della città, e la pose sotto il civil dominio di Mùlei Achmet re di Tunisi, amico e tributario del re di Spagna, a patto che non mai più quivi sostenesse nè tollerasse pirati; e di più facesse le spese alla guarnigione di mille fanti, che per malleveria dei patti intendeva lasciar nella piazza al modo stesso che si tenevano alla Goletta[355].

[30 settembre 1550.]

Alcuni già parlavano di voler fortificare Afrodisio alla moderna: e il Vicerè più d'ogni altro desiderava assicurare con grandiose opere difensive il possesso di piazza tanto importante, conquistata a gran fatica sotto il suo governo. Però a quel Prato architetto e ingegnere militare di sua fiducia, che abbiamo addietro nominato, diè il carico di studiare sul terreno le linee che meglio potessero convenire a rendere vie più sicuro quel luogo, già per sua natura fortissimo. L'architetto eseguì le commissioni, e non istette contento ai disegni di pianta sulla carta, ma volle farne il modello in rilievo di legname, così perfetto e bello, che il Vicerè si tenne onorato di farlo presentare all'Imperatore per le mani di un gentiluomo, spedito per questo rispetto alla Corte[356]. Intanto l'istesso Prato dava mano ai risarcimenti necessarî intorno alle brecce, ed a spianare le trincere dell'assedio, e ad imbastire qualche principio di nuovi rinforzi[357]. Sarà inutile entrare in altri particolari: come ciascuno facilmente prevede, non se ne fece più nulla, per la consueta difficoltà della spesa. Anzi l'istesso Imperatore dopo tre o quattro anni, pensandosi troppo aggravato di qualche soldo che gli andava per quelle genti, mandò colà don Fernando d'Acugna con buona provvisione di piccozze e di fornelli a smantellare tutte le fortificazioni nuove e vecchie, e a ritirarne il presidio[358].

Nondimeno dalle lettere dei contemporanei possiam noi raccogliere quanto fosse pregiata la vittoria e la conquista d'Afrodisio; e come ci metta bene ripetere la scrittura fattane da Annibal Caro per ordine del cardinale Alessandro Farnese[359]: «Al signor Giovan di Vega. — La vittoria, che Vostra Eccellenza ha riportata dall'impresa d'Africa, è tale che io me ne debbo rallegrar seco; non solamente come amico affezionato suo e desideroso della propagazione dell'imperio di sua Maestà Cesarea, ma come cristiano; poichè ne risulta beneficio universale a tutto il Cristianesimo, così per l'esaltazione della fede, come per la sicurezza delle provincie. Il qual frutto solo è tanto grande, che mi pare superfluo di magnificarla con altre circostanze per molte e grandi che sieno quelle che la possono mostrare grandissima, come la è con effetto; massimamente per essere notissime e considerate da tutto il mondo. Me ne rallegro adunque, come ho detto, desiderando che le sia d'altrettanto merito appresso a Dio, di quanta riputazione l'è stata e sarà sempre appresso degli uomini. Di Roma, il primo di novembre 1550.»

[Ottobre 1550.]

Con questo i nostri appresso al principe Doria venivano di ritorno verso la Sicilia e verso Napoli, e ricevevano in ogni parte dalle città e dalle fortezze ogni maniera di onoranza e di saluti; ed ogni dì meglio sentivano quanto da presso e da lungi le corti e i popoli si rallegrassero delle loro vittorie[360]. Il Papa aveva ordinato solennissimi ringraziamenti a Dio nella chiesa di san Pietro, luminarie per tre notti consecutive, fiaccole al Campidoglio, falò e musica per le piazze principali[361]. Le quali pubbliche dimostrazioni di esultanza, come erano state grandi nel Regno, nello Stato e in Roma, così crebbero maggiori in Toscana, nella Liguria e a doppio nelle Spagne; avendo più d'ogni altro quei popoli goduti i frutti della vittoria. Le ricchezze, le artiglierie, gli schiavi andarono ai padroni: ed in Roma Orazio Nocella da Terni, inviato straordinario del Vicerè, portò una lettera diplomatica per dire che, dopo Dio, il gran beneficio della vittoria doveasi a papa Giulio ed alle sue genti, capitani e marinari[362]. Stessero contenti con Dio: chè dagli uomini altro non toccherebbero se non un chiavistello, alcuni cani, tre cavalli, due leoni e qualche arredo barbarico da far paghi i curiosi per le vie a vederli passare. In corte sbraitava il Nocella, dicendo[363]: «Ecco il chiavistello della orribil carcere, dove stavano rinchiusi gli schiavi cristiani. Ecco la bandiera di Dragut tolta dalla torre maggiore di Afrodisio. Questi sono i cani della Libia, questi i cavalli messi alla maniera dei beduini; questi i leoni domati e questi gli archi di corno. Vedete la grandezza dell'animo devotissimo e non pensate alla povertà del dono.»

Così vociava Nocella in palazzo. Ma in piazza si diceva diversamente: e ce ne resta memoria in un foglietto volante di quattro pagine, stampato nella stessa città di Roma con tutte le consuete approvazioni, e proprio di quei giorni, per dare notizia al pubblico dei fatti correnti[364]. Questo non sia per rimprovero ad alcuno, ma valga soltanto a ribadire il chiovo più volte battuto sull'impronta caratteristica della nostra marineria: sempre pronta ad ogni servizio pel pubblico bene, senza altra speranza di privato vantaggio. Ai nostri marini dovete meritamente apporre l'antica formola del dritto romano, ricordata per final conclusione da Tullio, che dice[365]: «Se ne tornino con lode alle case loro.»

XXVI.

[Dicembre 1550.]

XXVI. — Onoratamente pertanto quei signori che abbiamo scorto in Africa se ne tornarono chi a Roma, chi a Perugia, chi a Bologna; e in Civitavecchia non restò altri che il capitano Carlo Sforza senza condotta. Conciossiachè parendo ai Camerali spenta al tutto la potenza di Dragut e degli altri pirati, pensarono togliersi il peso di mantenere le galèe e facilmente di mutuo consenso sciolsero il contratto, lasciando allo Sforza piena libertà di condurre la squadra ovunque meglio gli fosse tornato[366]. Ed egli consapevole di essere odiato dagli Spagnuoli, e per questo non fidandosi di toccare nè i porti del Regno, nè di Toscana, nè della Liguria, dove i suoi nemici comandavano, se ne restò più di prima attaccato al porto di Civitavecchia, corseggiando contro i pirati per conto suo, e facendo buona guardia intorno alla spiaggia romana: di che i Civitavecchiesi, che erano la parte maggiore del suo armamento, gli restarono grandemente obbligati, e divennero sempre più amorevoli a lui ed alla sua casa[367].

[Marzo 1551.]

Se non che verso la primavera seguente fu costretto partirsi anche di qua per la guerra vicina tra Francia e Spagna, poscia allargata in Italia ed in Europa. La prima scintilla scoccò da Parma, dove quel duca Ottavio, genero dell'Imperatore, per non essere cacciato di casa sua, e per non perdere Parma tra gli artigli del suocero, come aveva perduta Piacenza, erasi gettato in braccio ai Francesi: indi altra guerra tra le nazioni rivali. Carlo unito coi Papalini, Arrigo coi Turchi. Tornò l'armata ottomana sui lidi d'Italia, tornò Dragut più terribile di prima. Bruciata Agosta in Sicilia, arsa la rôcca, offesa Malta, preso il castello del Gozzo e quattromila isolani fatti schiavi, perdute sei galere dal Doria, cacciati i Gerosolimitani dalla città e fortezza di Tripoli. Travolto dal turbine Carlo Sforza si ritirò colle sue galèe a Marsiglia[368]. Seguì la stessa strada che prima di lui avean battuta altri quattro dei nostri capitani; il Doria, il Vettori, il Salviati, e l'Orsino. Tutti a un modo e di primo slancio da Civitavecchia a Marsiglia, ma niuno di loro per lungo tempo contento.

[Maggio 1551.]

Meno di ogni altro ebbe a restarne soddisfatto lo Sforza, i cui strani ed infelici casi devono essere da noi ricordati. Infin dal primo viaggio di Marsiglia, menando seco Orazio Farnese duca di Castro, con Francesco de Nobili, Antonio da Gubbio, Aurelio Fregosi, e altrettali partigiani, naufragarono presso a Viareggio, perdendovi due galere, e mettendo in sospetto i Signori lucchesi, i quali subito ne scrissero a don Ferrante Gonzaga così[369]: «Illustrissimo et Eccellentissimo signore[370]. Havendo questa mattina hauto aviso dal Commissario nostro di Viareggio, che per fortuna erano date a traverso dui galere nella nostra spiaggia, in un luogo vicino alle confini con l'Illustrissimo duca di Fiorenza, inviammo subito a quella volta un nostro Commissario particolare, per intendere il successo, et di chi fussero le galere, inventariare le robe, et farle guardare, il quale all'arrivo suo ritrovò che le galere erano del priore di Lombardia, et che havevano portato il signore Horatio Farnese[371], il signor Aurelio Fregoso[372], il capitano Antonio di Augubio, con tre o quattro altri servitori del signor Horatio[373], li quali tutti insieme con le robbe di già era stati condutti a Pietrasanta, castello ivi vicino, dai sudditi del prefato signor Duca, et lassati alcuni altri, pure da Pietrasanta, alla guardia delle galere, nelle quali non era restato altro che artiglierie, vele, et remi, et parendoci pur caso di consideratione et importanza, c'è parso debito nostro farlo intendere con diligenza a Vostra Eccellenza[374], sì come faremo sempre che occorrerà cosa degna di aviso, et alla buona gratia sua ci offeriamo et raccomandiamo con tutto il cuore, pregandole felicità. — Il dì xv di maggio MDLI».

Al tempo stesso i Signori lucchesi, tenendosi in equilibrio, scrivevano condoglianze e facevano offerte ad Orazio duca di Castro, come risulta dalla risposta di lui nel giorno seguente e in questi termini: «Molto Magnifici Signori. Io desiderava grandemente fare il camino di Lucca per poterle ringratiare a bocca delle cortesie et offerte che gli è piaciuto farmi, ma per essere stato intertenuto qua in Pietrasanta più che non pensava, mi è parso per spedirmi più tosto del viaggio, pigliare il camino più breve, così hoggi, piagendo a Dio, piglierò il camino per Parma, come da M. Francesco Nobili intenderanno appieno, al quale ho commesso in nome, che li visiti, mi l'offerisca, et le dia conto di quanto occorre, le piacerà dargli tutta quella fede che farieno a me proprio, che sarà il fine della presente con raccomandarmegli, et offerirmegli quanto maggiormente posso, che nostro signore Iddio le concedi ogni felicità. — Di Pietrasanta, alli xvj di maggio MDLI».

Replicavano nell'istesso tuono quei Signori rispondendogli così: «Illustrissimo et Eccellentissimo Signore. Con la lettera di Vostra Eccellenza da Pietrasanta, et per relatione di M. Francesco Nobili habbiamo inteso il buon animo suo verso di Noi, et la cortezia che s'è degnata di usare in farci partecipi de' suoi felici successi[375]. De' quali sentiamo quel piacere che si possa maggiore, et ne le rendiamo infinite gratie di così corteze offitio, rendendola certa, che c'è dispiaciuto grandemente in questa sua aversità di mare non haverle potuto mostrare quanto siamo obligati alla sua casa Illustrissima, et perchè più appieno potrà essere informata dal detto M. Francesco, rimettendoci a lui non le diremo altro, se non che alla buona gratia di Vostra Eccellenza ci offeriamo et raccomandiamo con tutto il cuore pregandole ogni felicità. — Il dì xix maggio MDLI».

[1552-53.]

In somma col naufragio di Carlo Sforza e di Orazio Farnese cominciò la guerra di Parma, e l'anno seguente ebbe termine per la mediazione dei Veneziani[376]. Ma fu tregua di breve durata, chè si accese subito la guerra di Siena. Da capo, per terra e per mare, Turchi, Protestanti, Francesi e Spagnuoli in arme: guerra in Toscana, in Piemonte, in Francia, in Germania; desolazioni di Dragut in Sicilia, all'Elba, in Corsica. In mezzo a queste furie brancolava lo Sforza[377]; e finalmente gli succedeva quell'intricato caso, di che, avendosi ora piena contezza per le recenti pubblicazioni dell'Archivio storico, non devo io passarmi. Qui si parranno le costumanze marinaresche del secolo decimosesto, qui le notizie delle città littorane, e gli intrighi delle fazioni, e le astuzie dei partigiani, e qui la causa prossima della famosa guerra di Campagna tra gli Spagnuoli e Paolo IV. Prendo a dirne dal principio.

XXVII.

[1554.]

XXVII. — Si noveravano per questi tempi cinque personaggi, tutti di alto affare, nella casa Sforzesca: ciò è a dire, il conte di Santafiora, capo della famiglia; il cardinal Guidascanio, camerlengo di santa Chiesa; Alessandro, chierico di Camera; e i due minori fratelli, che seguivano la professione delle armi, Mario e Carlo. Stando l'Italia divisa dalle fazioni francese e spagnuola; e non potendo i baroni sperar nulla, e presso che non dissi vivere, senza accostarsi o a questa o a quella, dove con grande insistenza e con ogni maniera di artifizî erano chiamati, anche a costo di rompere la fede ai proprî sovrani e la pace nelle istesse loro famiglie, v'ebbe pur screzio nella casa Sforzesca; i primi tre, Conte, Cardinale e Prelato tenean fermo a parte spagnuola; e gli altri due, Soldato e Marinaro, a parte francese. Ma perchè la maggiore autorità stava coi primi, non rimaneva ai secondi nè gran forza nè gran credito: e per quanto si studiassero di parere franceschi, non potevano mai togliere dal capo a costoro che, essendo eglino fratelli dei nemici loro, non dovessero essere guardati e avuti a sospetto.

Con questi auspicî non lieti Carlo portò le sue galere a Marsiglia; e subito corse per le poste alla corte in Parigi per baciar le mani al re Arrigo II, il quale in quei primi fervori lo accolse con molte dimostrazioni di gradimento. E Carlo prese servigio, unì le sue galèe a quelle del Re, militò in tutte le fazioni combattute per quei tempi nelle acque della Liguria e della Corsica, ebbe sventure, perse quattro galèe, due per combattimenti e due per naufragio; ne costruì due di nuovo a sue spese, sempre in ossequio e servigio di Francia. Ma non avendo per tutto ciò potuto cessare i sospetti che della sua fede avevano preso gl'invidiosi, e accortosi che qualche brutto tiro mulinavasi contro la persona sua, smucciò via secretamente, lasciando le sue galèe nel porto di Marsiglia. Però il Re le fece sequestrare: ne tolse il governo al capitan Filippo Orsini da Vicovaro, uomo del cardinal Guidascanio, e ne dette il carico al capitan Niccolò Alamanni, fuoruscito fiorentino e francese smaccato, per l'avversione sua contro al duca Cosimo amico degli Spagnuoli[378].

Ciò non pertanto Carlo, venuto in Italia, continuò a militare pei Francesi medesimi nella guerra di Siena, entrando da venturiero nelle fazioni che furono combattute qua e là per quello stato, con molto vantaggio dei padroni, per essere nelle parti medesime le castella della sua casa. E tanto animosamente si era cacciato nella infelice campagna, che in uno scontro di cavalli tra il marchese di Marignano e Piero Strozzi, Carlo per liberare Mario suo fratello fatto prigione da Alessandro Palogi gentiluomo romano, troppo arditamente e senza riguardo alcuno cacciatosi innanzi, incontrò la medesima sorte, ed ambedue furono menati prigioni a Firenze[379]. Per questi fatti Carlo rientrò nella grazia del Re, tanto che si ardì scrivergli come e' desiderava rimettersi sulle stesse galèe al modo di prima per servirlo sul mare, dove meglio poteva: e il Re comandò al capitan Niccolò Alamanni, il quale allora si trovava in Corsica colle galere medesime, che dovesse venire in Civitavecchia a levarlo, subito che, pagata la taglia, si fosse riscosso dalla prigionia.

XXVIII.

[23 maggio 1555.]

XXVIII. — Per la morte accaduta in quest'anno di Giulio III e di Marcello II, era addì ventitrè di maggio divenuto papa il cardinal Giampietro Caraffa col nome di Paolo IV; uomo, per quel che ne dice il Pallavicino e con lui ne dicono tanti altri dotti e virtuosi scrittori, di gran zelo per la religione, ma impetuoso verso ciò che sembravagli giusto ed onesto. Certo della rettitudine delle sue intenzioni, non era ugualmente destro nell'ordinare i mezzi al fine: e non cogliendo nelle opere il punto giusto tra gli estremi, dava nel difetto o nell'eccesso, e più in questo che in quello. A tale disposizione dell'animo aggiugneva molta avversione contro la Spagna signoreggiante in Napoli sua patria, e specialmente contro la corte e i ministri di Carlo e di Filippo per ciò che toccava il loro governo civile e religioso[380]. Queste avvertenze sono necessarie: esse sole bastano a spiegare tutti i fatti della sua vita e della sua morte. Perciò fin dal principio della esaltazione i partigiani si empirono di sospetti, e dovunque inciprignirono le nimicizie, i timori e le trame delle grandi fazioni che tenean divisi i popoli.

Non ignoravano gli umori del tempo e le inclinazioni del nuovo Pontefice i maggiorenti di casa Sforza: prevedevano la tempesta, e desideravano trovarsi uniti e forti per dare e per ricevere maggiori vantaggi. Avvisatisi adunque dei successi di Carlo in Francia, e delle sue disgrazie e ritorni, pensarono volgere ogni cosa a seconda dei loro desiderî, tirando anche lui a parte spagnuola. Di che lo confortarono assai, e lo indussero a dissimulare co' suoi Francesi, finchè non avesse ricuperato le proprie galèe: colle quali, essi dicevano, tornerebbe come capitano di potenza e di seguito più e più accetto a Cesare[381]. Con questi concerti aspettarono che l'Alamanni, secondo gli avvisi di Francia, menasse dalla Corsica in Civitavecchia le galèe per imbarcarvi il Priore; il quale, uscito di prigione, alloggiava in Roma coi fratelli.

[9 agosto 1555.]

Giunto finalmente il capitan Alamanni nel porto di Civitavecchia, Carlo non si fece trovare colà: ma restossi in Roma colla solita scusa d'un piede azzoppato dal calcio di un cavallo. In sua vece mandò monsignor Alessandro suo fratello a trattenere le galèe fino alla venuta sua, dandogli scrittura di piena autorità sulle medesime[382]. Alessandro giovine, ardito e prosuntuoso per la parentela farnesiana, per la grandezza di casa sua, e per la protezione imperiale, arrivato con secrete intelligenze in Civitavecchia, salì a bordo della capitana, ricevuto con tutti gli onori e con molta amorevolezza dall'Alamanni. Dopo desinare, come stanco del viaggio per aver cavalcato di notte, scese a riposo nella camera d'abbasso: ove indi a poco lo segui il capitan Niccolò, volendo domandargli più specialmente le nuove del Priore, e la cagione del non esser venuto egli stesso in persona, secondo il concerto. Alessandro ripetè l'impedimento del piede; e in conferma mostrò all'Alamanni l'ordine in scritto. Leggendo quella carta, Niccolò fece tali e tanti atti di maraviglia che mostrò chiara la poca volontà di contentarsene: il perchè Alessandro, il quale era sul letto, rizzatosi in piè, gli domandò risolutamente, essendo due soli in camera, se intendeva di ubbidire o no. Sopra tale domanda fece l'Alamanni qualche osservazione, allegando varie difficoltà, e specialmente gli ordini del re di Francia. Allora Alessandro, preso con una mano il pugnale, che a similitudine degli ufficiali di marina aveasi allacciato alla cintura[383]; e coll'altra mano stretto messer Niccolò nel petto, gli disse: Vuoi tu dunque tenere per forza la roba di casa mia? e lo minacciò di presente se non prometteva ubbidienza. Sgomentossi l'Alamanni, e rispose saper lui bene, cui le galere di buon diritto appartenessero; e perciò esso e gli ufficiali starebbero contenti agli ordini scritti dal Priore. Subito Alessandro lo rinserrò nella camera di sotto, e salito in poppa alla spalliera trovò da cinquanta a sessanta giovani civitavecchiesi, i quali, perchè affezionati alla casa sua, ed avvisati a tempo, erano venuti a bordo come per visitarlo[384].

Possiamo pensare tra questi il capitan Francesco Andreotti, già seguace di Carlo Sforza in Africa[385], il prode giovane Filippo Filippetti, venturiero alla stessa impresa, e poscia capitano a Lepanto e alle altre fazioni di quella lega[386]; l'alfier Trajano Biancardi, che poi vedremo colonnello[387]; e così il capitan Vincenzo Stella, gli Anselmi, i Rossi, i Rocchi, gli Egidî, i Bonifaci, i Fiori, i Tomaini, i Martinelli ed altrettali, i cui nomi si leggono per quel secolo nei primi onori e documenti della loro patria[388]. Rinfrancato da tanti amici, Alessandro prese animo maggiore, licenziò alcuni fedeli dell'Alamanni, e chiamati a sè gli ufficiali e i marinari, parte ne ritenne, e parte ne prosciolse, dando a ciascuno i suoi stipendî. Nell'altra galèa, governata dal capitan Francesco de Nobili, uomo parziale di casa Sforza, non occorse altra novità, limitandosi Alessandro a fargli intendere che vedesse modo di prevenire ogni inconveniente. Finalmente per queste prontissime disposizioni trovandosi da ogni parte assicurato, cavò dal govone dove era racchiuso l'Alamanni, e con bel garbo gli diè licenza di andarsene a suo talento. Così Alessandro si fece padrone dei due bastimenti col disegno di condurli tra le braccia degli Spagnuoli di Napoli, avendoli oramai cavati dalle branche dei Francesi di Marsiglia.

XXIX.

[10 agosto 1555.]

XXIX. — Restava però la difficoltà di tirarli fuori del porto di Civitavecchia, luogo neutrale alle due fazioni, dove pur si faceva diligentissima guardia dopo il successo di Giannettino nel quarantaquattro[389]. Il castellano Pietro di Capua, senza il cui permesso non si poteva uscire, conoscendo le inclinazioni del Papa, e udite le querele del capitan Niccolò, non volendo offendere nè la Spagna, ne la Francia, andò a pregare monsignore Alessandro che non si partisse, infino a che non si fosse dato conto a Roma delle cose successe. Alessandro, non potendo di meno, consentì: ma al tempo stesso, per la importanza del caso, spacciò subito una fregata con avviso al cardinal Guidascanio di ciò che si era fatto, perchè prontamente mandasse la licenza di uscita libera. La fregata con buon vento di Ponente nella stessa notte imboccò la Fiumara, e la mattina seguente avacciando a remi e all'alzaja fu in Roma: dove il Cardinale, udita e pesata ogni cosa, facilmente ottenne da don Giovanni Caraffa, conte di Montorio, nipote del Papa, e novello capitan generale di tutte le milizie nello Stato, una lettera coll'ordine al castellano di Civitavecchia di non impacciarsi in questo negozio, e di lasciar liberamente partire Alessandro colle galèe quando e come a lui piacesse. Perciò, avvisato Alessandro che poteva andar liberamente pe' fatti suoi, questi senza mettere tempo di mezzo, uscì subito colle galèe dal porto, e andò a sorgere sei miglia lontano a ridosso di capo Linaro per aspettarvi il fratello.

[11 agosto 1555.]

Se non che due giorni dopo lentamente, viaggiando a piedi, arrivò in Roma l'uomo del Castellano; e appresso comparve pure il capitano Niccolò, menando scalpore, e facendo altissime querimonie specialmente presso i partigiani, tanto che l'Ambasciatore francese corse dirittamente a palazzo, e rappresentò al Papa il fatto come frodolento ed oltraggioso al re Arrigo, in un porto libero, e con discapito dell'autorità pontificia. Paolo prese fuoco: e subito senza cercar quali ordini su quell'affare avesse dati il Conte suo nipote, fece rispondere al Castellano che si guardasse bene attorno, e non lasciasse fuggire i temerarî.

Costui ricevuta da Roma la seconda risposta contraria alla prima, e ridotto a non potersi più ajutare colla forza, scese alle preghiere. Andò amichevolmente ad Alessandro, narrandogli il suo impaccio, e scongiurandolo insieme per l'amor di Dio e dei Santi a ritornare. Ma l'altro, più che mai risoluto, stette fermo sul niego: congedò Pietro, chiamò gli amici, e dicendo di essere ormai troppo innanzi per tornare indietro, fece volgere le prore verso Napoli: dove a gran festa fu ricevuto dal vicerè don Bernardino di Mendozza, e dal principe Doria capitano generale del mare[390].

Il Papa all'incontro per la sinistra relazione avuta di questo successo, e per le feste fatte in Napoli a suo disdoro, sdegnossi anche di più: e correndo ai risentimenti, fece citare sotto gravissime pene monsignor Alessandro, e intimar al cardinal Guidascanio che dentro tre giorni facesse tornare le galèe, non ammettendo nè scusa nè ragione che egli potesse allegare in sua discolpa.

[24 agosto 1555.]

Questo accidente riscaldò in Roma le passioni ed i partiti. Spagnuoli e Francesi guardavansi in cagnesco, nulla più desideravano quanto venir presto alle mani[391]. I partigiani del Cristianissimo correvano a palazzo, e mantacavano sul fuoco; quelli del Cattolico si riunivano di notte presso l'istesso Camerlengo, e facean catasta. Discorsi e progetti sediziosi bollivano. Intanto, spirato il termine del monitorio, Paolo faceva condurre in Castello il Lottino segretario del Camerlengo[392], poi l'istesso celebre Cardinale, appresso Camillo Colonna[393]. E minacciava di non si fermare; quando il marchese di Sarrìa ambasciatore di Spagna, vedendo il Papa risolutissimo, la fazione francese potente, il palazzo e la città ben guardati, si rivolse a mitigare lo sdegno di Paolo, offerendosi mediatore per rendergli le galèe; sicuro che ad un suo cenno sarebbero state da Napoli rimandate a Civitavecchia. Sperava in questo modo estinguere l'incendio.

Le private corrispondenze dei contemporanei, che in gran copia ancora ci restano edite ed inedite, sono piene dei rumori crescenti intorno al successo ora narrato; e tutte prevedono gli eccessi della guerra. A me basterà un brano scritto dalla penna del Caro da parte del cardinal Farnese al cavalier Tiburzio, agente farnesiano nella corte di Francia; lettera citata pur dal Pallavicino colla data del 24 agosto 1555 di Roma[394]: «Delli tredici di questo scrissi una lettera al Re (Arrigo II) dell'accidente seguìto delle sue due galere, che il signor Alessandro Sforza ha levate del porto di Civitavecchia, e condotte agli Imperiali; e del risentimento che Nostro Signore n'ha fatto, e della mala satisfazione, che per questo era cominciata tra Sua Santità e gl'Imperiali. Io non ne scrissi a Voi non avendo tempo, per la fretta che l'Imbasciatore fece di spedire il corriero: ma penso che arete inteso tutto come è passato. Questa sarà per dirvi come le cose sono andate di poi pigliando augmento, ed inasprendo sempre: perchè questi Imperiali, avvezzi con papa Giulio, tengono lor modi soliti; e Sua Santità è molto generosa e di saldissimo proposito, massimamente dove si tratta dell'onore e della dignità sua. Fin ad ora gli hanno dato parole ed intenzione di far ritornare le galere, ed offertele anche sicurtà; ma con effetto non hanno fatto cosa che Sua Santità voglia. E mi pare di vedere che le cose mirino più a rottura, che altrimente: non ci essendo più l'onore di Sua Beatitudine a cedere; tanto si è messo innanzi e con le parole e con le provvisioni: avendo fatto venire i cavalli del Duca d'Urbino, e fatte alcune compagnie per Roma persino a due mille fanti, con altri provvedimenti che tendono tutti a questo fine, o di avere l'obbedienza di questi signori Santafiora, o di farne dimostrazione. Pare però a molti che il partito sia molto pericoloso per il Papa, essendo circondato dalle forze dell'Imperatore, e non avendo noi più forze in Toscana che tante. Per questo non si manca di contentare il Papa nel medesimo proposito; ed i Ministri di Sua Maestà potranno far fede dell'opera mia, senza che io entri in altro. Ma io veggo che la cosa corre da sè stessa al palio.»

XXX.

[15 Settembre 1555.]

XXX. — Per questo non era lontano il vicerè di Napoli dal consentire coll'ambasciator di Roma alla restituzione delle galere: temperamento divenuto ormai necessario pel proposito irremovibile del Papa, e per togliere ai nipoti il pretesto di giustificare col rifiuto la guerra che macchinavano. E quantunque agli Sforzeschi non piacesse il perdere quelle galere, e mal volentieri soffrissero di restarsi sgarati; pure considerando il disordine della famiglia nel tempo presente, e il maggior pericolo che le sovrastava pel futuro, dibattuto il pro e il contra di questa bisogna in Napoli tra il vicerè Mendozza, il principe Doria, il conte di Castro, e quel di Santafiora, conclusero la restituzione e il modo del ritorno. Alessandro rimenò le galere innanzi al porto di Civitavecchia: ed essendone esso solo quivi presso smontato, si rivolse con una fregata verso la Toscana, lasciando ordine al capitano Antonio Fani ed a Francesco de Nobili, che ambedue far dovessero quanto sarebbe loro commesso da parte del Papa[395]. Poco dopo il capitan Alamanni rimettevasi al governo di quelle galere in servigio del re di Francia, che non le rese mai più agli antichi padroni, risoluto di tenere per sè quegli eccellenti bastimenti di guerra, anco a costo di pagarne ad alto prezzo la valuta[396]. Del Fani non mi torna più notizia veruna: del Nobili una sola lettera, scritta dal cardinal Farnese dopo questi successi, parla molto onorevolmente; e ce lo mostra disposto a ritirarsi col titolo di Protonotario in Lucca sua patria[397].

Così ebbe fine il capitanato di Carlo Sforza: il quale in grandi intricamenti per tanto tempo vissuto, senza mai potere nè sè, nè le sue cose avere in assetto, nè in Malta, nè in Africa, nè in Roma, nè in mezzo agli Spagnuoli, nè appresso ai Francesi, finalmente deliberò di non più intromettersi nelle altrui brighe; e quietamente si ridusse a vivere in Parma nella priorale sua casa di Lombardia. Là menò il resto di sua vita tranquilla, servendo al religioso suo Ordine infino alla morte, che fu dopo l'anno settantuno[398]. Gravissimo danno la ritirata degli uomini di senno e di valore dal maneggio dei pubblici affari. Ma vi sono certi tempi che rendono non solo onesta, anzi necessaria la solitudine. Quando nella civil società pel mal governo delle fazioni si ottenebra il criterio illativo e pratico intorno ai dritti e intorno ai fatti; quando gli inganni ed i soprusi aduggiano ogni semenza di virtù, e troncano ogni slancio di generoso operare pel comun servigio; insomma quando l'interesse e lo spirito di parte mena tutto agli eccessi, allora agli onesti, consapevoli del proprio dovere e della propria dignità, non resta altra scelta che tenersi in disparte, come fece il capitano Carlo Sforza.

Notes in this chapter

Note 1 · Nucula, 175: «Marco Centurioni negotium datur ut cum decem triremibus Genuam... inde Liburnum... impositisque militibus, reverteretur.»Note 2 · Salazar cit., 46, A, I; 63, A, B; 64Note 3 · Salazar cit., 63, 64.Note 4 · Salazar, 46, A, I: «El Prior con la capitana del Papa.... fue en busca de la fusta.... y topò la fragata que a salvamiento venia.»Note 5 · Sandoval cit., 134, B, 2, med.: «Dixo Espinosa que, quando venia de Sicilia, avia reconocido per el mar ser aquella parte lo mas flaco de laNote 6 · Carlo Botta, Viaggio attorno al globo, di Duhaut de Cilly, 1, 7, 39, 129, 130, 136, 216, etc.Note 7 · Salazar cit., 60, A, I: «Despues el dia de Santiago.... escribieron.... a Andronico de Espinosa ingeniero del reino de Sicilia, que fuesse aNote 8 · Emmanuele e Gaetani (marchese di Villabianca), La Sicilia nobile, in-4. Palermo, 1757, II, 387: «Arduini famiglia antichissima messinese deiNote 9 · Bosio cit., III, 286, A, B: «Merito di Arduino rodiotto, già bombardiere e vassallo della Religione, il quale dopo aver servito il prior GabNote 10 · Salazar cit., 72, B, 1, 2. — Sandoval cit., 134, B, I.Note 11 · Nucula cit., 265, 266: «Quamobrem Prato nobili architecto, cujus opera in ædificiis construendis, urbibusque ac locis muniendis pro rex assiNote 12 · Salazar cit., 85, A, I, med.: «El Visorey en Africa.... dexo un ingeniero, para que haziesse reparar.» Questi è il Prato.Note 13 · Antonio de' Ferrari, detto Il Galatèo, Successi dell'armata turchesca in Otranto, tradotti dal Marziano, in-4. Napoli, 1612, p. 85.Note 14 · Sandoval cit., 134, B, I, mod.: «Començose la trinchea: mas hallaron tanta agua.... juntando con el muro para que pudiesen picarle y minarleNote 15 · Stella cit., 640: «Ferramolinus, architector et machinator excellens, cum cuniculos jam prope pomerium egisset, glande tormentaria secundum Note 16 · Salazar cit., 69, A, 2 princ: «Jueves a la noche veynte y siete de agosto, hizieron plantar pieças gruesas, y al romper del alva de otro diaNote 17 · Bosio cit., III, 276, B: «Dànno alcuni la intiera lode al bell'ingegno di don Garzia.... altri affermano che fu invenzione di un rinnegato dNote 18 · Festus, De verbor. signific., in-4. Amsterdam, 1700: «Sambuca.... Organi genus; et per similitudinem etiam machinam appellant qua urbes expuNote 19 · Nucula cit., 135: «Machina in pulcherrimo Messanæ portu, ludicræ navalis pugnæ spectandæ causa, constructa fuerat; atque in ea convivium priNote 20 · P. A. G., Medio èvo, I, 362.Note 21 · P. A. G., M. A. Colonna, 410.Note 22 · Archivi Colonnese e Vaticano prodotti e citati continuamente nella mia Storia: e nei Documenti del Theiner, Ann. Eccl., t. I, p. 484, LetterNote 23 · Carlo Promis, Gli ingegneri militari che operarono o scrissero in Piemonte dal MCCC al MDCL, in-8. Torino, 1871, p. 28.Note 24 · Salazar cit., 70, A, 1, 2: «El Principe mandò la galera llamada la Brava, el Visorey la Califa, quales Espinosa hizo juntar, ligandolas con Note 25 · Nucula cit., 207: «In statione, ubi tota classis erat, fabricata est machina, ut hostes fallerentur.»Note 26 · Sandoval, 134, A, 2: Marco Centurion.... con los Capitanes Solis, Moreno, Manrique, y otro.... llegaron sobre Africa a seys de setiembre, muNote 27 · Boga (dal lat. Bojæ, arum. f.) Term. marin. da preferirsi a ogni altro per quel gavitellone ancorato, che serve ai bastimenti di facile ormeNote 28 · Salazar cit., 70, A, 2: «Domingo en la noche de siete de setiembre.... las galeras sacaron del puerto la nao y galeota.... estando ya reconoNote 29 · Nucula, 229: «Præerat tormentis machinæ optimus machinator Andronicus Spinosa nomine, cui magna ad rem peragendam.»Note 30 · Sandoval, 135, B, 2, fin.: «Una pelota llevò la maroma, y las manos a uno, y las cabezas a quatro.... huvieron timor.»Note 31 · Nucula, 233: «Miserunt qui suo nomine rogarent Auriam, ut si machinam et qui erant in ea salvos vellet, inde illam amoveri juberet.»Note 32 · Wilkinson, R. N. cit., Anchorages of Mehediah, ancient Africa. 1864. «S. Wd. sand and weed.» (Rena ed Alga.)Note 33 · Sandoval cit., 136.Note 34 · Salazar, 71, B. 2.Note 35 · Sandoval, 136, B, I.Note 36 · Anonimo Perugino cit., Ms. 23: «Astorre Baglioni guidò all'assalto le genti italiane, che erano nelle galere del Papa.... i due generali delNote 37 · Nucula, 224: «Victoriam adjuvit Carolus Sfortia, summi pontificis Julii III militibus, hoc idem Jordanus Ursinus cum suis.»Note 38 · Bosio cit., III, 277, A.Note 39 · Salazar cit., 72, B, 1, med.: «Romanos Florentines, y Ginoveses que havian salido de las galeras del Papa y del duque de Florencia, todos muNote 40 · Salazar cit., 74, A, 2: «Llevando el Principe en su galera un estendarte tendido con un Crucifixo, y otro con el aguila imperial, con otras Note 41 · Sandoval 136, A, 1, fin: «Baterias muy vivas, y espesas, sin cessar, tanto que se quebrò una pieza de artilleria de las galeras del Papa.»Note 42 · Nucula, 249: «Acies aquam audacter ingressa per medios fluctus ad oppidum.»Note 43 · Mambrino Roseo, Storie del mondo, in cont. del Tarcagnota, in-4. Venezia, 1598, III, 405: «Fatta una batteria per mare sopra due galere, e dNote 44 · Nucula, 247: «In ea Præfectus mortem occubuit: et quod ipse eventurum prædixerat, urbem scilicet dum ipse viveret non capiendam, evenit.»Note 45 · Sigonio cit., 289.Note 46 · Nucula cit., 270.Note 47 · Salazar, 80, B, 1, med.: «Otro dia el principe Doria saltò en tierra con los capitanes de las galeras y gentilhombres romanos, ginovesses y Note 48 · Bosio, 278, A: «Volle don Giovanni di Vega essere riconosciuto come solo capitan generale, di che si tenne don Garzia molto offeso.... e manNote 49 · Sandoval cit., 139, B, 1.Note 50 · Nucula cit., 266: «Prato nobili architecto, cujus opera in edificiis construendis, ac locis urbibusque muniendis assidue utitur, negotium deNote 51 · Salazar, 85, A, 1, med.: «Dexo el Visorey un ingeniero para que hiziesse reparar lo que pareciesse necessario.»Note 52 · Antonio Doria, Compendio cit., 111: «Non volendo l'imperatore mantenere tanta spesa nella costa di Barberia, ordinò che si mancasse d'AfricaNote 53 · Annibal Caro, Lettere scritte a nome del cardinale Alessandro Farnese, in-8. Milano, tip. de' Classici, 1807, I, 401. La nota dell'editore aNote 54 · Salazar, 85, A, 2: «Al puerto de Napoles salva de la capitana del Principe, y de don Garzia, y de los otros capitanos del Papa y de FlorenciNote 55 · Raynaldus, Ann., 1550, n. 25, 26.Note 56 · Joannis de Vega, Siciliæ proregis, epistola ad Julium III, pont. max. — Dat. Drepani IX Kal. novemb. MDL. — Ext. ap. Nuculam cit., 333: «DeoNote 57 · Nucula, 360: «En claustram vectemque tetri carceris quo Christiani claudebantur.... Adsunt cornei turcarum arcus.... hi sunt falcati enses..Note 58 · La presa di Africa (cit. sopra alla nota 63): «Gli Italiani, perchè erano pochi, hanno avuto manco preda per la superchiaria che era fatta lNote 59 · Cicero, De legibus, III, 8: «Domum cum laude redeunto.»Note 60 · Adriani cit., 298, G: «Il priore di Lombardia aveva tenuto quattro galere al soldo della Chiesa nell'impresa d'Africa.... e quella spedita, Note 61 · Relazione Mss. Capponiano, (di che vedi appresso nota 192), p. 374: «A. Sforza trovò da cinquanta in sessanta uomini di Civitavecchia, i quaNote 62 · Ratti cit., Casa Sforza, I, 281.Note 63 · Archivio di Stato in Lucca, tre lettere sul proposito del naufragio di due galere del priore di Lombardia alla Spiaggia di Viareggio nel magNote 64 · D. Ferrante Gonzaga: famoso governatore di Milano per Carlo V, che aveva già occupato Piacenza, e minacciava Parma.Note 65 · Horatio Farnese: fratello minore del duca Ottavio, che veniva per generale della cavalleria francese mandata da Enrico II in Lombardia.Note 66 · Aurelio Fregosi: colonnello al servizio di Francia, spedito nel 1551 in Italia per la guerra di Parma, come ben scrive il Litta dei Fregosi,Note 67 · Servitori: non ardiscono nominare Francesco de Nobili perchè concittadino: ma eravi cogli altri, come appresso essi medesimi scrivono.Note 68 · Caso d'importanza: e per quanto si vede studiosamente procurato da quei Signori per gettarsi in fretta sul Parmigiano.Note 69 · Felici successi: non certo del naufragio; ma deve alludere alla partecipazione delle nozze stabilite colla Diana di Francia, o vero alle speNote 70 · Annibal Caro, Apologia seconda in favore del Re di Francia, nella quale brevemente e con verità si tratta delle cagioni della guerra che nuoNote 71 · Adriani cit., 340, H; 436, E.Note 72 · Relazione del Mss. Capponi cit., 373: «Il Re dubitò che quelle galere si conducessero altrove, per essere elle in potere del capitan FilippoNote 73 · Adriani, 436, E.Note 74 · Card. Sforza Pallavicino, Storia del Concilio di Trento, ediz. Romana, in-fol. 1666, II, 52, 128.... «Possiamo affermare che il Caraffa geneNote 75 · Ratti cit., I, 240, nota 19.Note 76 · Relazione della ritenzione delle galere di Carlo Sforza, priore di Lombardia, fatta da monsignore Alessandro Sforza chierico di Camera; e deNote 77 · Pugnale, arma corta da ferire di punta, e facile a essere impugnata. Si usava nei bassi tempi, cinto accanto alla spada; ed usasi tuttavia nNote 78 · Relazione dal Mss. cit., nella nota 192, p. 374: «Alessandro salito in poppa trovò da cinquanta in sessanta uomini di Civitavecchia, i qualiNote 79 · Theuli, Appar. Prov. Rom. in-4. Velletri, 1648, p. 84. (V. a p. 180, nota 54; e la seguente qui nota 198.)Note 80 · Documenti cit., nel M. A. Colonna, 303, 158, 314, 386. (V. a p. 180, nota 55; e la seguente qui 198.)Note 81 · Archivio Municip., v. a p. 180, nota 56. (E la seguente qui 198.)Note 82 · Archivio Conventuale dei Domenicani in Civitavecchia, Codici intitolati Ricordanze, vol. tre, segnati A, B, C, un volume intitolato Memorie,Note 83 · Lettere, pubb. nell'Arch. St. It. (v. qui sopra, p. 129.)Note 84 · Sandoval cit., II, 202, A, 2.Note 85 · Raynaldus, Ann., 1555, n. 72: «Accensæ sunt hoc anno faces infelicis belli quod inter Paulum IV, pont. et Philippum II regem exarsit ex audaNote 86 · Girolamo Maggi, Della fortificazione delle città, in-fol. figur. Venezia, 1564, p. 16: «Messer Gianfrancesco Lottino volterrano, uomo di molNote 87 · Raynaldus, Annales Eccles., 1555.Note 88 · Annibal Caro, Lettere scritte a nome del cardinal Farnese, in-8. Milano, tip. de' Classici, 1807, III, 50. — Lettera al cav. Tiburzio agenteNote 89 · M. Gio. della Casa, Lettere scritte a nome del card. Caraffa, tra le opere del medesimo, in-4. Napoli, 1733. V, 63: «Al Contestabile di FranNote 90 · Archivio Sforza, Conferma della donazione fatta dal Cardinale Guidascanio al fratello nell'anno 1564, per procura di monsignor Alessandro SfNote 91 · Annibal Caro, Lettere scritte a nome del Cardinal Farnese, in-8. Milano, 1807, III, 56: «Al vescovo di Lucca data di Roma alli 29 agosto 155Note 92 · Ratti cit., 281. — Litta, Famiglie cit., tav. 2.
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