PARTE TERZA IL RISORGIMENTO DELL'ANTICHITÀ
Diego Valbusa translation
CAPITOLO I. Osservazioni preliminari.
Estensione dell'idea compresa nella parola Rinascimento. — L'Antichità nel Medio-Evo. — Suo precoce risveglio in Italia. — Poesia latina del secolo XII. — Spirito del secolo XIV.
Giunti a questo punto del nostro quadro storico della civiltà, ci tocca ora di mostrare qual parte vi ebbe l'Antichità, dal cui «Rinascimento» l'epoca intera, con denominazione invero parziale e ristretta, s'intitola. Le condizioni sociali fin qui descritte avrebbero, non v'ha dubbio, bastato da sè, anche senza l'Antichità, a scuotere la nazione e a portarla ad un certo grado di maturità, come è certo altresì, che la maggior parte delle novità veramente sostanziali che allora prevalsero nella vita pubblica, si sarebbero svolte anche senza questo, pur gravissimo, avvenimento; ma tuttavia non può negarsi, che e le une e le altre dall'influenza del mondo antico ricevettero un colorito speciale, che si manifestò nella forma, se non nella sostanza, delle cose, e la padroneggiò interamente. Il Rinascimento non sarebbe stato quella suprema necessità mondiale che fu, se così facilmente si potesse prescindere da esso. Ma ciò che noi dobbiamo stabilire fin d'ora, come un punto essenziale, si è questo, che non la risorta Antichità da sè sola, ma essa e il nuovo spirito italiano, compenetrati insieme, ebbero la forza di trascinare con sè tutto il mondo occidentale. Bensì questo spirito non sembra aver conservato sempre, di fronte ad essa, lo stesso grado di autonomia; ma se, per esempio, nella letteratura neo-latina esso par minimo, grandissimo invece lo si riscontra nelle arti figurative e in parecchie altre sfere d'attività, e così questo nesso fra due civiltà di uno stesso popolo tanto remote fra loro, appunto perchè indipendente, appare anche naturale e fecondo. Le altre nazioni eran libere di respingere il grande impulso che veniva loro dall'Italia, o di appropriarselo in parte, od anche del tutto; ma dove quest'ultima condizione ebbe a verificarsi, dovrebbe cessare ogni lamento per la prematura decadenza delle forme della civiltà medievale. Se queste forme avessero avuto in sè la forza di reagire e di mantenersi, sussisterebbero ancora. E se quegli spiriti queruli, che le rimpiangono, potessero farle rivivere un'ora sola, se ne spaventerebbero essi medesimi e anelerebbero tosto all'aere più puro e spirabile della vita moderna. Che poi in tali processi di trasformazione qualche singolo e delicato fiore resti soffocato, senza poter vivere nemmeno nella tradizione o nella poesia, è cosa che s'intende da sè; ma si dovrebbe per questo desiderare che la trasformazione in sè stessa non fosse accaduta? Ed essa consiste precisamente in questo, che, accanto alla Chiesa, la quale fino a questo tempo (ma per poco ancora) tenne unito tutto l'occidente, sorge un nuovo elemento morale, che, diffondendosi dall'Italia, invade il resto d'Europa e diventa come l'ambiente ordinario di tutti gli uomini forniti di un certo grado di cultura. Il fatto per sè è impopolare, perchè conduce necessariamente ad una separazione completa tra le classi colte e non colte di tutta Europa; ma come rammaricarsene, quando noi stessi siamo costretti a confessare, che questa separazione, universalmente riconosciuta, sussiste ancora oggidì e non può esser tolta? D'altra parte, in Italia essa è assai meno pronunciata che altrove: tanto è vero, che il poeta più ligio ai precetti dell'arte, il Tasso, è uno dei più popolari e corre per le mani di tutti.
L'Antichità greco-latina, che sino dal secolo XIV sì vivamente si compenetrò nella vita italiana come fonte della cultura, come scopo supremo dell'esistenza, e in parte anche come reazione pensata e voluta contro le tendenze precedenti, avea già da lungo esercitato qua e colà la sua influenza su tutto il medio-evo, anche fuori d'Italia. La cultura infatti, che al suo tempo promosse e favorì Carlomagno, era essenzialmente un Rinascimento di fronte alla barbarie dei secoli VII e VIII, e non poteva neanche essere altra cosa. Più tardi nell'architettura romana dei paesi settentrionali noi veggiamo adottarsi, oltre la tendenza generale, forme affatto speciali di carattere prettamente antico, e nei conventi farsi tesoro di molti materiali tolti di pianta da scrittori latini, e imitarsene anche lo stile, dietro l'esempio dato pel primo da Eginardo.
In Italia invece essa torna in vita in modo affatto diverso. Cessata la barbarie, s'annunzia tosto presso il popolo italiano, per metà ancora antico, la cognizione de' suoi tempi anteriori; esso li magnifica e desidera riprodurli. Fuori d'Italia trattasi di trar partito in via di erudizione e di riflessione da singoli elementi dell'Antichità: in Italia invece si ha un vero entusiasmo per tutto ciò che è antico, e non da parte dei dotti soltanto, ma del popolo intero, perchè vi si scorge la rimembranza dell'antica grandezza, e perchè si ha un allettamento a darvi opera nella facile intelligenza del latino e nella copia di memorie e monumenti, che ancora esistono. Da questo impulso e dal contraccolpo, che partiva dallo spirito popolare già essenzialmente mutato, dalle istituzioni politiche germanico-longobarde, dalla Cavalleria diffusa già in tutta Europa, nonchè dagli altri elementi di civiltà portativi dai popoli settentrionali, dalla religione e dalla Chiesa, sorge e si sviluppa una creazione affatto nuova, lo spirito moderno italiano, destinato a dare l'impulso a tutto il mondo occidentale.
In qual modo nelle arti figurative risorga l'elemento antico, non appena cessa la barbarie, mostrasi chiaramente dalle costruzioni toscane del secolo XII e dalle sculture del XIII. Ma anche nella poesia non mancano i confronti, quando si ammetta che il maggior poeta latino del secolo XII, anzi colui, che diede in allora l'intonazione a tutto un genere di poesia latina, fu un italiano. Egli è appunto quel qualunque scrittore, al quale appartengono i brani migliori dei così detti Carmina Burana. Un grande attaccamento al mondo e a' suoi piaceri, come genii tutelari dei quali sono invocate le divinità pagane, prorompe con vena facile e abbondante da queste strofe rimate. Chi le legge d'un tratto, difficilmente potrà crederle opera d'altri, fuorchè d'un italiano e probabilmente d'un lombardo; ma vi sono anche ragioni speciali per accettare una tale ipotesi[364]. Che se anche sino ad un certo punto queste poesie latine dei Clerici vagantes del secolo XII, con tutto il corredo delle frivolezze di cui riboccano, potrebbero dirsi piuttosto un patrimonio generale di tutta Europa, non si potrà però mai credere che tanto la canzone De Phyllide et Flora, quanto l'altra che comincia Aestuans interius, sieno opera di un settentrionale, o del molle e delicato sibarita che cantò: Dum Dianae vitrea sero lampas oritur. Qui c'è una riproduzione dell'antico modo di sentire e di poetare, che salta agli occhi tanto più facilmente accanto alla forma rimata, propria del medioevo. In più di un lavoro di questo e dei secoli vicini s'incontrano esametri e pentametri di una imitazione molto accurata e allusioni mitologiche e reminiscenze antiche d'ogni specie, e tuttavia l'impressione che se ne risente, è ben lungi dall'essere altrettanto viva e profonda. Le cronache in versi e le altre opere di Guglielmo Pugliese mostrano anch'esse uno studio diligente di Virgilio, di Ovidio, di Lucano, di Stazio e di Claudiano, ma la forma antica non vi figura che come tolta a prestito, allo stesso modo che semplicemente copiati appajono i materiali antichi nei grandi raccoglitori del genere di Vincenzo di Beauvais o nei mitologi ed allegoristi della tempra di Alano dalle Isole. Ma il Rinascimento non è già una saltuaria imitazione o una compilazione fatta a frammenti, bensì una rinascita vera, e come tale non lo si trova realmente che nelle poesie sopra citate dell'ignoto scolaro vagante del secolo XII.
Tuttavia il vero ed universale entusiasmo degli Italiani per l'Antichità non comincia a manifestarsi che col secolo XIV. A ciò si richiedeva uno sviluppo della vita cittadina, quale in Italia soltanto e soltanto a questo tempo fu possibile, vale a dire, convivenza ed effettiva uguaglianza della nobiltà e della borghesia, e formazione di una grande società (v. pag. 193), che sentisse il bisogno di istruirsi e n'avesse il tempo e i mezzi. Ma la cultura, se voleva svincolarsi dal mondo fantastico del medio-evo, non poteva passare improvvisamente per mezzo del solo empirismo alla cognizione del mondo fisico e morale; essa avea bisogno di una guida, e come tale si offerse la classica Antichità colla sua ricchezza di verità obbiettive, evidenti in tutti i regni dello spirito. Da essa si tolsero con riconoscenza e ammirazione le forme e la materia, e se ne costituì per un certo tratto di tempo l'essenziale di ogni cultura[366]. Anche le condizioni generali d'Italia favorirono un tale indirizzo: l'impero dopo la caduta degli Hohenstaufen o aveva rinunciato all'Italia, o non aveva avuto la forza di mantenervisi: il Papato aveva emigrato ad Avignone: la maggior parte delle potenze esistenti si reggevano sulla violenza e sulla illegittimità; ma lo spirito della nazione, ridestatosi alla coscienza di sè, era vôlto alla ricerca di un ideale nuovo e durevole, e così il sogno di un dominio d'Italia e di Roma sul mondo potè imporsi alle menti di tutti e tentare perfino una effettuazione pratica con Cola di Rienzo. Vero è che il modo con cui egli, specialmente nel suo primo tribunato, intese la sua missione, non doveva riuscire ad altro, fuorchè che ad una strana commedia; ma tuttavia pel sentimento nazionale la ricordanza dell'antica Roma era pur sempre un punto d'appoggio di gran valore. Tornati in possesso dell'antica loro cultura, gl'Italiani s'accorsero ben presto di essere la nazione più avanzata del mondo.
Il delineare questo moto degli spiriti non in tutta la sua pienezza, ma soltanto nei tratti suoi più salienti e visibili, e principalmente ne' suoi primordj, è ora l'assunto di questa parte del nostro lavoro[367].
CAPITOLO II. Roma, la città delle rovine.
Dante, Petrarca, Fazio degli Uberti. — Le rovine esistenti al tempo del Poggio. — Flavio Biondo, Nicolò V e Pio II. — L'Antichità fuori di Roma. — Città e famiglie di derivazione romana. — Sentimenti e pretese dei romani. — Il corpo di Giulia. — Scavi e restauri. — Roma sotto Leone X. — Le rovine come fonti di sentimentalismo.
Innanzi tutto Roma, la città delle rovine[368], gode anche presentemente una specie di venerazione che è ben diversa da quella del tempo in cui furono scritti i Mirabilia Romae e la storia di Guglielmo di Malmesbury. Se ora mancano i pellegrini che vadano a cercarvi tesori e miracoli[369], vi sono sempre gli storici e i patriotti, che vanno ad attingervi le più alte ispirazioni. In questo senso vogliono essere intese anche le parole di Dante[370]: «le pietre che nelle mura sue stanno, sono degne di reverenzia, e 'l suolo dov'ella siede, è degno, oltre quello che per gli uomini è predicato e provato». La colossale frequenza a' giubilei non lascia quasi veruna devota ricordanza nella letteratura che ne discorre; e Giovanni Villani non esita a dire, che il maggior frutto ch'egli ritrasse dal giubileo dell'anno 1300, fu la sua risoluzione di scrivere la storia di Firenze, surta in lui dalla contemplazione delle rovine di Roma (v. pag. 102). Anche il Petrarca non sa ben dire se egli ammiri più gli avanzi di Roma pagana o quelli di Roma cristiana: e ci narra che di frequente salì con Giovanni Colonna sulle vôlte colossali delle terme di Diocleziano[371], e quivi nell'aria libera e dinanzi all'ampia prospettiva che si apriva d'intorno, immersi entrambi in profondi pensieri e l'occhio fisso sulle rovine, ragionavano insieme non già d'affari, o di cose domestiche o d'interessi politici, ma di storia, evocando l'uno l'antichità pagana, l'altro la cristiana, o s'intrattenevano di filosofia o dei primi inventori delle arti. Quante volte da quel tempo in poi sino a Gibbon e a Niebuhr quel mondo di macerie offerse argomento alle più gravi meditazioni!
La stessa oscillazione di sentimenti incontrasi nel «Dittamondo» di Fazio degli Uberti, che è la descrizione, fatta a guisa di visione (intorno al 1360), di un finto viaggio, nel quale il poeta è accompagnato dall'antico geografo Solino, come Dante da Virgilio. A quel modo che essi visitano Bari per onorarvi S. Nicolò e il monte Gargano in omaggio all'arcangelo Michele, vengono anche a Roma per risuscitarvi la tradizione leggendaria di Araceli e di S. Maria in Trastevere; ma la magnificenza profana di Roma antica esercita su essi un fascino prevalente: una venerabile matrona in lacero abbigliamento — è Roma stessa — narra loro la gloriosa sua storia e descrive minutamente gli antichi trionfi[372]: poi li conduce attorno per la città, addita ad essi i sette colli ed un gran numero di rovine, dalle quali (egli le fa dire) comprender potrai, quanto fui bella!
Ma pur troppo questa Roma dei Papi avignonesi e scismatici non era più, rispetto alle memorie dell'antichità, ciò che era stata alcune generazioni prima. Una orribile devastazione, che ai più importanti edifici ancora esistenti deve aver tolto affatto il loro carattere speciale, fu quella che ebbe luogo nell'occasione dell'atterramento di centoquaranta solide abitazioni di grandi romani ordinato dal senatore Brancaleone intorno al 1258, essendo certo che la nobiltà cercava di trincerarsi nelle rovine maggiori e meglio conservate[373]. Ciò non ostante, restò pur sempre infinitamente più che non rimanga oggidì, e in particolare molti avanzi devono a quel tempo aver avuto ancora il loro rivestimento marmoreo, le loro colonne all'ingresso degli edifici ed altri ornamenti, mentre ora di questi non sopravanza che il nudo scheletro in pietre cotte. Ora appunto a un tale stato di cose fanno capo i primi tentativi di una seria topografia dell'antica città. Nella «Descrizione di Roma» del Poggio[374] per la prima volta noi veggiamo congiunto intimamente lo studio delle rovine con quello degli antichi scrittori e delle iscrizioni (ch'egli andò a cercare in mezzo all'erba[375] cresciutavi sopra), dato il bando ai voli della fantasia e diligentemente sceverate queste memorie da quelle della Roma cristiana. Così fosse il di lui lavoro più esteso e corredato di disegni! Egli infatti trovò molte più cose conservate che non ottant'anni più tardi Raffaello: egli ha veduto la tomba di Cecilia Metella, nonchè il frontale a colonne di uno dei templi situati sul pendìo del Campidoglio, dapprima nella loro integrità e poi mezzo distrutti, perchè sfortunatamente il marmo era sembrato ancor buono ad essere fuso in calce: anche un imponente colonnato attiguo alla Minerva soggiacque a poco per volta alla stessa sorte. Un cronista dell'anno 1443 afferma che queste fusioni continuavano e soggiunge indignato, che erano: «una vera ignominia, poichè le nuove costruzioni sono meschine e il bello di Roma sta tutto nelle rovine»[376]. I romani d'allora, nei loro mantelli da campagnuoli e nei loro stivali, sono dipinti dai forestieri come veri mandriani, ed infatti il bestiame pascolava sin dentro a' Banchi: riunioni sociali non si tenevano, se non in occasione delle visite alle chiese per lucrarvi speciali indulgenze: in tali circostanze soltanto erano visibili anche le belle donne.
Negli ultimi anni di Eugenio IV (morto nel 1447) Biondo da Forlì scrisse la sua Roma instaurata, servendosi omai di Frontino e degli antichi Libri regionali, come altresì (a quanto sembra) di Anastasio. Il suo scopo non è più la descrizione di ciò che sussiste ancora, ma piuttosto la ricordanza delle cose perite. Coerentemente alla dedica al Papa, il libro si consola dell'universale desolazione enumerando le molte reliquie sacre, che Roma ancor possedeva.
Con Niccolò V (1447-1455) sale sul trono dei Papi quel nuovo spirito monumentale, che è una delle caratteristiche dell'epoca del Rinascimento. Vero è che la smania ora sorta in tutti di abbellir la città di Roma, creò da un lato un nuovo pericolo per le rovine, ma dall'altro accrebbe anche il rispetto per esse, come titolo di gloria della città stessa. Pio II ha un vero entusiasmo per ogni cosa antica, e se nelle sue opere ci parla poco delle antichità di Roma in particolare, s'interessa invece moltissimo per quelle di tutto il resto d'Italia, e, primo fra tutti, ci dà una descrizione esatta ed estesa degli avanzi trovati nei dintorni della grande metropoli[377]. Vero è che, nella sua doppia qualità di ecclesiastico e di cosmografo, lo veggiamo compreso di uguale ammirazione tanto dinanzi alle antichità di Roma pagana, quanto dinanzi a quelle di Roma cristiana, o anche di fronte a qualsiasi grandioso fenomeno naturale; ma chi crederà alla sincerità delle sue parole, quando egli, per esempio, afferma che Nola ha maggior gloria dalla memoria di S. Paolino, che non dal combattimento eroico di Marcello? Non già che si pretenda dubitare della sua fede nel valore delle reliquie cristiane; ma ognuno sa che le sue tendenze e i suoi studi lo portavano di necessità a prediligere l'investigazione della natura e dell'antichità e a interrogare la vita delle nazioni nei monumenti, che ne rimangono. Ancor negli ultimi suoi anni, e già divenuto Papa, benchè travagliato dalla podagra, egli si fa lietamente portare in lettiga via per monti e valli a Tusculo, ad Alba, a Tivoli, ad Ostia, a Falerio, ad Ocricolo, e descrive minutamente tutto ciò che ha veduto, segue le antiche strade e gli acquedotti romani, e cerca di determinare il territorio abitato dalle antiche popolazioni finitime a Roma. In una escursione a Tivoli, fatta col grande Federigo da Urbino, il tempo fugge ad entrambi in dialoghi animatissimi sull'antichità e sull'arte della guerra degli antichi e più particolarmente sull'impresa dei Greci contro Troja; perfino nel suo viaggio al congresso di Mantova (1459) egli cerca, benchè indarno, il labirinto di Chiusi, menzionato da Plinio, e visita sul Mincio la così detta villa di Virgilio. Che un Papa simile esigesse anche dagli Abbreviatori della Curia un latino classico nella redazione degli atti, non farà meraviglia, quando, oltre a tutto questo, si sappia che una volta nella guerra contro il re di Napoli amnistiò gli Arpinati perchè compatriotti di M. T. Cicerone e di C. Mario, il nome dei quali ricorre quivi frequentissimo anche nei registri battesimali. A lui solo, come a vero conoscitore e sincero fautore, poteva il Biondo dedicare la sua Roma triumphans, che è il primo grande tentativo di una esposizione generale delle antichità romane.
Ma anche nel resto d'Italia a questo tempo lo studio delle antichità romane s'era fatto più vivo che mai. Già il Boccaccio[378], parlando delle rovine di Baja, le chiama «antiche macerie, ma pur sempre nuove per gli uomini moderni»: d'allora in poi esse furono riguardate come una delle più interessanti rarità dei dintorni di Napoli. Poco dopo sorsero collezioni di antichità di ogni specie. Ciriaco d'Ancona percorse non solo l'Italia, ma anche molti altri paesi dell'antico Orbis terrarum, e ne riportò in grande copia iscrizioni e disegni: interrogato perchè tanto s'adoperasse, rispondeva: per risuscitare i morti[379]. Le storie delle singole città da tempo antichissimo avevano accennato a rapporti veri o supposti con Roma, credendole o direttamente fondate o almeno colonizzate da essa[380]; e da lungo tempo altresì compiacenti compilatori di genealogie avean derivato alcune famiglie dalle più celebri dell'antica Roma. Queste adulazioni tornavano così gradite, che non vi si rinunciò nemmeno nella luce della critica esordiente del secolo XV. Senza reticenza alcuna Pio II a Viterbo disse agli oratori romani, che lo pregavano di un sollecito ritorno[381]: «Roma è già mia patria al pari di Siena, perchè la famiglia dei Piccolomini è da tempo immemorabile trasmigrata da Roma a Siena, come lo prova l'uso dei nomi Enea e Silvio perpetuatosi in essa». Probabilmente non gli sarebbe rincresciuto affatto di esser creduto un discendente dei Giulii. Anche Paolo II — un Barbo da Venezia — trovò lusingata la sua vanità nel veder derivata la sua famiglia, ad onta di un'opinione contraria che la vorrebbe tedesca, dalla stirpe degli Enobarbi romani, che con una colonia sarebbero venuti a Parma e di là poi, in forza di lotte di partito, sarebbersi trasferiti a Venezia[382]. Dopo ciò, non farà meraviglia che i Massimi pretendessero discendere da Fabio Massimo, i Cornaro dai Cornelj, e parrà invece strano che nel seguente secolo XVI il novelliere Bandello abbia cercato di far derivare la propria famiglia da alcuni illustri Ostrogoti (I. Nov. 23).
Torniamo a Roma. Gli abitanti, «che allora si gloriavano del titolo di romani», accolsero con compiacenza i sentimenti di omaggio, che tributava loro il resto d'Italia. Sotto Paolo II, Sisto IV ed Alessandro VI vedremo effettuarsi splendide feste carnevalesche, nelle quali si va a gara per rappresentare le immagini predilette del tempo, i trionfi degli antichi imperatori romani. L'antichità pervade tutti i sentimenti e somministra le forme, sotto le quali si manifestano. In mezzo a tali tendenze generali accadde, che il 18 aprile dell'anno 1485 si sparse la voce essersi trovato il corpo, maravigliosamente bello e ben conservato, di una giovane romana del tempo antico[383]. Alcuni muratori lombardi, i quali stavano lavorando per dissotterrare un antico monumento in un podere del convento di S. Maria nuova, presso la via Appia, fuori della cerchia del sepolcro di Cecilia Metella, trovarono un sarcofago di marmo, che si diceva portar l'iscrizione: Giulia, figlia di Claudio. Questo è il fatto; ma non si tardò a lavorarvi sopra di fantasia, e si disse che i muratori erano immediatamente scomparsi coi tesori e colle pietre preziose poste nel sarcofago ad ornamento del cadavere; che questo era tutto rivestito di una essenza atta a conservarlo, ed avea tale freschezza e flessibilità, da sembrar quello di una giovane quindicenne appena morta; e più tardi si aggiunse, che conservava ancora i colori vitali e gli occhi e la bocca semiaperti. Fu portata al palazzo dei Conservatori in Campidoglio, dove accorse, per vederla, una folla infinita, e molti altresì per ritrarla, «imperocchè essa era bella oltre quanto si possa dire e scrivere, e se lo si dicesse o scrivesse, quelli che non la videro, no 'l crederebbero». Ma tosto dopo, per ordine di Innocenzo VIII, si dovette di notte tempo seppellirla in luogo segreto fuori di porta Pinciana, e nel vestibolo del cortile de' Conservatori non rimase che il vuoto sarcofago. Probabilmente sul viso del cadavere era stata tirata una maschera colorata in cera o qualche cosa di simile, che stesse in armonia con gli aurei capelli. Ciò che v'ha di singolare in tutto questo non è il fatto in sè stesso, ma il pregiudizio universalmente radicato che le forme corporee degli antichi, che qui finalmente si credeva di vedere nella loro realtà, fossero più belle di quelle dei moderni.
Frattanto la cognizione di fatto dell'antica Roma cresceva mediante gli scavi: già sotto Alessandro VI si impararono a conoscere le così dette grottesche, vale a dire le decorazioni delle pareti e delle vôlte degli antichi, e si trovò a Porto d'Anzio l'Apollo del Belvedere: sotto Giulio II seguirono le gloriose scoperte del Laocoonte, della Venere vaticana, del Torso, della Cleopatra ed altre parecchie[384]; anche i palazzi dei grandi e dei cardinali cominciarono a riempirsi di statue e di frammenti antichi. Per Leone X Raffaello intraprese quella restaurazione ideale di tutta l'antica città, di cui parla la celebre sua lettera (o del Castiglione)[385]. In essa, dopo avere amaramente lamentato le devastazioni, che, specialmente sotto Giulio II, ancora duravano, egli supplica il Papa che voglia farsi protettore dei pochi avanzi rimasti a testificare la grandezza e la potenza di quei genii divini dell'antichità, alla cui memoria si accendono ancora coloro, che sono capaci di sentimenti elevati e sublimi. Poi, con senso quasi di divinazione, traccia le linee fondamentali di una storia comparata delle arti, e per ultimo accenna all'opportunità di quei «restauri», che poi furono nella mente di tutti, e a questo scopo esprime il desiderio che di ogni avanzo si cerchi di dare il piano, il contorno e lo spaccato. Come, da questo tempo in avanti, l'archeologia, tutta intesa ad illustrare la città eterna e la sua topografia, sia cresciuta in scienza speciale, e come l'Accademia vitruviana si sia sentita almeno da tanto di metter fuori un programma colossale[386], non può essere dimostrato nel presente lavoro, nel quale dobbiamo arrestarci a Leone X, sotto il cui governo il gusto per l'antichità si connette con tutte le altre tendenze di quel tempo e cospira a dare un'impronta affatto caratteristica alla vita romana d'allora. Il Vaticano echeggiava di canti e di suoni: questi suoni si diffusero, quasi comando a godere la vita, oltre la cerchia di Roma, non ostante che Leone non sia riuscito con ciò nè a mettere in fuga le cure e i dolori, nè a prolungar l'esistenza[387], che gli fu tronca da una morte immatura. La splendida immagine della Roma di Leone, quale ci viene descritta da Paolo Giovio, resterà indimenticabile, per quanto anche se ne conoscano i vizi e le piaghe, quali, ad esempio, il servilismo di chi agognava a salire, la miseria segreta dei prelati che, in onta ai loro debiti, dovevano vivere sfarzosamente[388], la protezione male accordata a letterati mediocri, trascurando i sommi, e finalmente l'amministrazione affatto rovinosa delle finanze pubbliche[389]. Lo stesso Ariosto, che conosceva sì bene queste magagne e ne parlava con amarezza, non può a meno tuttavia nella Satira sesta di confessare quanto gradito gli sarebbe stato il soggiorno di Roma, dove non gli sarebbe mancata la compagnia di coltissimi letterati, che l'avrebbero accompagnato a vedere le rovine del tempo antico, e dove avrebbe trovato consigli autorevoli pel suo poema e mezzi di erudirsi, compulsando i preziosi tesori raccolti nella Biblioteca del Vaticano. Questi, egli soggiunge, sarebbero i veri allettamenti che mi attirerebbero a Roma, se dovessi risolvermi di andarvi quale inviato della corte di Ferrara, non già la protezione medicea, alla quale da gran tempo ho rinunciato.
Ma, oltre all'interesse archeologico e a sentimenti di solenne patriottismo, le rovine ebbero anche la forza di sviluppare, in Roma e fuori, manifestazioni di entusiasmo affatto elegiaco e sentimentale. I primi sintomi trovansi, ancora al loro tempo, nel Petrarca e nel Boccaccio (v. pag. 240 e 245); il Poggio (l. c.) visita di frequente il tempio di Venere e di Roma, persuaso che sia quello di Castore e Polluce, dove una volta soleva radunarsi il Senato, e quivi si esalta alla memoria dei grandi oratori Crasso, Ortensio e Cicerone. In modo affatto sentimentale si esprime più tardi Pio II, specialmente nella descrizione di Tivoli[390], e poco dopo si ha la prima prospettiva di rovine accompagnata da una descrizione del Polifilo[391], dove figurano avanzi di grandiose vôlte e colonnati, circondati all'intorno da vecchi platani, allori e cipressi, tra' quali crescono sterpi ed erba selvatica. Nei racconti delle tradizioni religiose s'introduce l'uso, non si sa come, di trasportare la nascita di Cristo in mezzo alle rovine di uno splendido e grandioso palazzo[392]. Per ultimo scorgesi la manifestazione pratica di questo medesimo sentimento nella consuetudine invalsa di far entrare le rovine artificiali, come requisito indispensabile, in qualsiasi grandioso giardino.
CAPITOLO III. Autori antichi risuscitati.
Autori già noti fin dal secolo XIV. — Scoperte del secolo XV. — Biblioteche, copisti e scrivani. — La stampa. — Cenno sullo studio del greco. — Studi orientali. — Pico di fronte all'antichità.
Ma infinitamente più importanti che gli avanzi dell'architettura e dell'arte in generale, erano i monumenti della parola rimasti dell'antichità greca e romana. Ciò è tanto vero, che in allora furono addirittura riguardati come la fonte d'ogni sapere nel senso il più assoluto. Le condizioni librarie di quel tempo di grandi scoperte sono state più volte e variamente esposte: noi non possiamo aggiungere qui che alcuni particolari men conosciuti[393].
Per quanto grande sembri essere stata da lungo tempo, e più specialmente poi nel secolo XIV, l'influenza degli antichi scrittori in Italia, si potrebbe tuttavia dire che una tale influenza dipendeva piuttosto da una più larga diffusione delle opere già conosciute, che non da nuove scoperte, che in quel secolo fossero state fatte. I più comuni fra i poeti, gli storici, gli oratori e gli epistolografi latini, insieme ad un certo numero di traduzioni latine di singole opere di Aristotele, di Plutarco e di pochi altri greci, costituivano in sostanza l'intero patrimonio, di cui andava ricca e deliziavasi la generazione del Boccaccio e del Petrarca. È noto a tutti che quest'ultimo possedeva e custodiva religiosamente un Omero greco, senza poterlo leggere. La prima traduzione latina dell'Iliade e dell'Odissea è dovuta al Boccaccio, che la mise insieme alla meglio coll'aiuto di un greco oriundo di Calabria. — Soltanto col secolo XV comincia la grande serie delle nuove scoperte, la fondazione sistematica delle biblioteche creata colla moltiplicazione delle copie e il lavoro zelante delle traduzioni dal greco.[394]
Senza l'entusiasmo di alcuni raccoglitori d'allora, che talvolta si videro per esso ridotti alle più dure strettezze, noi non ci troveremmo in possesso se non di una minima parte degli scrittori greci, che giunsero sino al nostro tempo. Papa Nicolò V s'aggravò, fin da quando era monaco, di molti debiti per comperare o far copiar codici, e fin d'allora egli si confessava vinto dalle due grandi passioni, che prevalsero nell'epoca del Rinascimento, i libri e le fabbriche.[395] Divenuto Papa, mantenne la parola, stipendiando copisti per scrivere e mandando esploratori a cercare opere antiche per ogni dove. Perotto per la traduzione latina di Polibio ebbe cinquecento ducati, il Guarino per quella di Strabone mille fiorini d'oro e doveva averne altri cinquecento, se il Papa non fosse morto precocemente. Morendo, egli lasciò ricca di cinquemila, o, secondo un altro modo di calcolare, di novemila volumi[396] quella biblioteca, che propriamente era destinata in origine all'uso dei soli curiali, ma che divenne l'elemento principale della celebre Biblioteca del Vaticano: essa doveva essere collocata nello stesso palazzo papale come il suo più bell'ornamento, a quel modo che aveva ordinato Tolommeo Filadelfo in Alessandria. Quando il Papa, in occasione della peste, si ritirò con tutta la sua corte a Fabriano, vi condusse anche i suoi traduttori e compilatori, per essere sicuro che non gli morissero.
Il fiorentino Nicolò Niccoli,[397] uno degli eruditi che si raccoglievano intorno a Cosimo il vecchio, diè fondo a tutto il suo avere a furia di acquistar libri; ma quando egli non ebbe più nulla, i Medici gli tennero aperte le loro casse per qualunque somma egli richiedesse per tali scopi. A lui si deve il completamento di Ammiano Marcellino e del libro de Oratore di Cicerone, nonchè molte altre scoperte, ed egli indusse Cosimo a comperare altresì il bellissimo Plinio, che aveva già appartenuto ad un convento di Lubecca. Con una liberalità veramente generosa egli dava a prestito i suoi libri, o forniva ogni possibile comodo in casa sua ai lettori, intrattenendosi con loro su quanto leggevano. La sua raccolta, che contava ottocento volumi stimati seimila fiorini d'oro, dopo la sua morte, e per l'interposizione di Cosimo, passò al convento di S. Marco, sotto condizione però che fosse accessibile al pubblico.
Dei due grandi scopritori di libri, il Guarino ed il Poggio, l'ultimo,[398] in parte anche quale incaricato del Niccoli, fece, come è noto, importanti scoperte nelle abbazie della Germania meridionale, ch'ebbe occasione di visitare quando si recò al Concilio di Costanza. Egli trovò quivi sei orazioni di Cicerone e il primo Quintiliano completo, quello di S. Gallo, ora esistente a Zurigo, che dicesi egli abbia copiato per intero e assai nitidamente in soli trentadue giorni. Trovò inoltre importanti frammenti, che ajutarono a completare Silio Italico, Manilio, Lucrezio, Valerio Flacco, Ascanio Pediano, Columella, Celso, Aullo Gellio, Stazio e molti altri; e per ultimo, insieme a Leonardo Aretino, fece conoscere le ultime dodici commedie di Plauto, nonchè le Verrine di Cicerone.
Il celebre cardinale Bessarione, venuto dalla Grecia, raccolse, con sentimento di lodevole patriottismo[399] e non senza enormi sacrifici, seicento codici, contenenti opere pagane e cristiane, e stava appunto cercando un luogo sicuro dove poterli depositare, affinchè l'infelice sua patria, se mai un giorno avesse riacquistato la sua libertà, sapesse dove ritrovare ancora la sua perduta letteratura. La Signoria di Venezia (v. pag. 98) si dichiarò pronta a costruire un locale apposito, ed anche oggidì la Biblioteca di S. Marco conserva una parte di quei tesori.[400]
La formazione della celebre biblioteca medicea ha una storia affatto speciale, della quale noi non possiamo occuparci qui: il raccoglitore principale per Lorenzo il Magnifico, fu Giovanni Lascaris. Tutti sanno che questa raccolta, dopo il saccheggio del 1494, fu a poco per volta rifatta dalla liberalità del cardinale Giovanni de' Medici (Leone X).
La biblioteca di Urbino (ora in Vaticano) fu[401] in modo precipuo fondata dal grande Federigo di Montefeltro (v. pag. 60), che aveva già cominciato a raccogliere fin da fanciullo, e più tardi teneva costantemente a' suoi stipendj da trenta a quaranta scrivani, e che nel corso della sua vita si calcola non vi abbia speso meno di trenta mila ducati. Essa fu poi continuata sistematicamente e completata specialmente coll'ajuto di Vespasiano, e ciò che questi ne riferisce è degno di particolare attenzione, perchè ci dà l'idea più completa di una biblioteca d'allora. Ad Urbino, per esempio, si possedevano gl'inventari della biblioteca Vaticana, di quella di S. Marco di Firenze, della Viscontea di Pavia e perfino di quella di Oxford, e si trovava, con senso di vero orgoglio, che la biblioteca urbinate, per ricchezza di testi completi di ogni singolo autore, le superava tutte di gran lunga. Nell'insieme vi prevalevano forse ancora i libri del medio-evo e specialmente le opere di teologia, quali, ad esempio, quelle di S. Tommaso d'Aquino, di Alberto Magno, di S. Bonaventura ecc.; ma la biblioteca comprendeva molti rami dello scibile, e, per citarne uno, vi si trovavano tutte le opere che mai fu possibile di raccogliere in fatto di medicina. Fra i moderni primeggiavano i grandi scrittori del secolo XIV, Dante e Boccaccio, ad esempio, con tutte le loro opere; poi seguivano venticinque scelti umanisti, sempre con tutte le loro opere latine ed italiane, come altresì colle loro traduzioni. Fra i codici greci prevalevano grandemente i Padri della Chiesa, ma non mancavano neanche i classici antichi, a proposito dei quali nel catalogo incontransi i nomi di Sofocle, Pindaro e Menandro con tutte le loro opere; — evidentemente però il codice di quest'ultimo deve essere assai presto scomparso da Urbino,[402] essendo fuor d'ogni dubbio che, in caso contrario, i filologi non avrebbero tardato a pubblicarlo.
Ma noi abbiamo anche altre informazioni sul modo, con cui si moltiplicarono in allora i manoscritti e si vennero formando le biblioteche. L'acquisto diretto di un manoscritto un po' antico, che contenesse un testo raro, o il solo completo, od anche unico, esistente, restava naturalmente un privilegio di pochi, e non entrava nei calcoli ordinari. Fra i copisti, quelli che intendevano il greco, tenevano il posto d'onore e si contraddistinguevano coll'appellativo speciale di «scrittori»: il loro numero fu e rimase sempre scarso, ed erano retribuiti assai largamente.[403] Gli altri, detti semplicemente copisti, erano in parte scrivani, che vivevano unicamente del loro lavoro, in parte poveri eruditi, che avevano bisogno di qualche guadagno straordinario. Per una singolarità, i copisti di Roma al tempo di Nicolò V erano per la massima parte tedeschi e francesi,[404] individui probabilmente venuti a chiedere qualche grazia alla Curia e che, obbligati a trattenersi, cercavano di guadagnarsi in tal modo il proprio sostentamento. Ora allorquando Cosimo de' Medici volle in tutta fretta fondare una biblioteca per la sua prediletta abbazia al di sotto di Fiesole, chiamò a sè Vespasiano, e questi lo consigliò di abbandonare l'idea di comperar libri posti in commercio, perchè non avrebbe trovato ciò che desiderava, ma bensì di servirsi dell'opera dei copisti; dietro di che Cosimo s'accordò con lui di un pagamento a giornate, e Vespasiano stipendiò quarantacinque scrivani, che in ventidue mesi gli fornirono duecento volumi completi.[405] La lista delle opere da scegliere fu spedita a Cosimo da Nicolò V, che la stese di propria mano.[406] (Naturalmente prevalevano su tutto il resto i libri ecclesiastici e il corredo necessario pel servizio del coro).
La forma della scrittura era quella nitida ed elegante introdottasi in Italia sin dal secolo precedente e che piace tanto ancora oggidì, vista nei libri di quel tempo. Papa Nicolò V, il Poggio, Giannozzo Mannetti, Niccolò Niccoli ed altri celebri eruditi erano essi medesimi eccellenti calligrafi, e non tolleravano se non le scritture veramente belle. Gli altri ornamenti, anche se non vi andava unita nessuna miniatura, portavano l'impronta del massimo buon gusto, come lo provano specialmente i codici della Laurenziana coi loro leggerissimi fregi lineari sul principio e alla fine. Il materiale su cui si scriveva, se per grandi signori, era sempre la pergamena, e le legature nella Vaticana e ad Urbino uniformemente in velluto cremisino con fermagli d'argento. Con tanta cura di mettere in evidenza la venerazione che si aveva pel contenuto dei libri mediante l'eleganza dei fregi esterni, non riescirà difficile a comprendere come ai libri stampati, che improvvisamente cominciavano ad apparir d'ogni parte, non si facesse in sulle prime troppo buon viso. Al qual proposito basta accennare quello che i biografi narrano di Federigo da Urbino, che cioè «si sarebbe vergognato» di possedere nella sua biblioteca un libro stampato![407]
Ma gli stanchi copiatori, — non quelli che esercitavano il mestiere, ma i molti che dovevano copiare un libro per averlo, — giubilarono della invenzione tedesca.[408] Essa fu messa tosto a profitto in Italia per la moltiplicazione e diffusione dei classici latini e poscia anche dei greci, ma non con quella rapidità che avrebbe potuto aspettarsi dall'universale entusiasmo, che esisteva per questi scrittori. Qualche tempo dopo cominciò a designarsi più nettamente la posizione reciproca degli autori e degli stampatori,[409] e sotto Alessandro VI sorse la censura preventiva, perchè non era più tanto facilmente possibile di distruggere un libro, come Cosimo aveva poco prima potuto pattuire col Filelfo.[410]
Come da questo tempo in avanti, in connessione con lo studio progrediente delle lingue e dell'antichità, siasi venuta a poco a poco formando una critica dei testi, non è del nostro assunto il dimostrarlo, come non è nostro compito neanche di dare una storia dell'erudizione in generale in un libro, che non mira tanto a mettere in luce ciò che effettivamente si sapeva allora in Italia, quanto a mostrare ciò che dell'antichità si riprodusse nella vita e nella letteratura del secolo, di cui si parla. Tuttavia ci sia permessa ancora una osservazione sugli studi considerati in sè stessi.
L'erudizione greca si concentra essenzialmente in Firenze e nel secolo XV, nonchè nei primordj del XVI. Ciò che il Petrarca e il Boccaccio aveano fatto al loro tempo[411] per promoverla non accenna che ad un entusiasmo da dilettanti; d'altra parte, colla colonia dei dotti venuti da Costantinopoli morì intorno al 1520 anche lo studio del greco,[412] e fu una vera fortuna che alcuni settentrionali (Erasmo, gli Stefani e Buddeo) se ne sieno frattanto impadroniti. Quella colonia avea cominciato con Emanuele Crisolora e il suo congiunto Giovanni, nonchè con Giorgio da Trebisonda: poi vennero, intorno all'epoca della presa di Costantinopoli e più tardi, Giovanni Argiropulo, Teodoro Gaza, Demetrio Calcondila (che allevò anche i propri figli Teofilo e Basilio a valenti grecisti), Andronico Callisto, Marco Musuros e la famiglia dei Lascaris, con molti altri. Tuttavia, dopochè l'assoggettamento della Grecia per opera dei Turchi fu completo, non vi fu più nessun dotto superstite, ad eccezione dei figli dei fuggiaschi e forse qualche condiotto o cipriotto. Ora il fatto che colla morte di Leone X coincide presso a poco anche il primo scadimento degli studi greci, si spiega bensì col mutamento sopravvenuto nelle tendenze generali[413] e colla sazietà relativa, che avea cominciato a manifestarsi rispetto al contenuto sostanziale della letteratura classica, ma certamente non vi rimase estranea neanche la scomparsa di oramai tutti i dotti venuti dalla Grecia, già morti. Così resta che anche fra gl'Italiani gli anni, in cui lo studio del greco massimamente fiorì, furono quelli più prossimi al 1500, che potrebbe dirsi in questo riguardo l'anno normale; e fu appunto allora che appresero anche a parlarlo correttamente uomini, che un mezzo secolo più tardi non l'avevano ancora dimenticato, quali ad esempio i papi Paolo III e Paolo IV.[414] Ma un tale fervore non si spiega se non col presupporre rapporti con uomini veramente venuti dalla Grecia e greci di nascita.
Oltre Firenze, Roma e Padova ebbero quasi sempre, e Bologna, Ferrara, Venezia, Perugia, Pavia ed altre città di quando in quando, maestri stipendiati di greco.[415] Moltissimo poi deve questo studio al coraggio di Aldo Manuzio, il celebre editore veneziano, che per il primo stampò in greco i più importanti e voluminosi autori. Egli arrischiò in quell'impresa tutto il suo avere, e fu in generale tale tipografo, cui ben pochi anche più tardi possono essere paragonati.
Ma questa è l'epoca in cui, accanto ai classici, anche gli studi orientali ebbero uno sviluppo abbastanza notevole, e noi dobbiamo qui farne menzione almeno con una parola. Lo studio dell'ebraico e di tutto il sapere israelitico si connette ad una polemica dogmatica, che ebbe a sostenere Giannozzo Mannetti,[416] grande erudito e politico fiorentino (morto nel 1459). Egli cominciò dall'educare suo figlio Agnolo allo studio non del latino e del greco soltanto, ma anche dell'ebraico. Più tardi ebbe l'incarico da papa Nicolò V di tradurre nuovamente tutta la Bibbia, perchè l'indirizzo filologico del tempo consigliava ad abbandonar la volgata.[417] Ma anche parecchi umanisti accolsero, molto tempo prima di Reuclino, nei loro studi anche l'ebraico, e Pico della Mirandola possedeva tutto il sapere talmudico e filosofico di un dotto rabbino. I primi a pensare allo studio dell'arabo furono i medici, che non si accontentavano più delle traduzioni latine alquanto invecchiate dei grandi maestri arabi: l'occasione forse fu data dai consoli veneziani stabiliti in oriente, che tenevano presso di sè medici italiani. Geronimo Ramusio, medico veneziano, fece alcune traduzioni dall'arabo e morì a Damasco. Andrea Mongajo da Belluno,[418] innamorato di Avicenna, dimorò lungamente a Damasco per apprendervi l'arabo e fece poi alcune correzioni al suo autore prediletto. Il governo di Venezia istituì poscia appositamente per lui una cattedra d'arabo all'università di Padova.
Ma noi dobbiamo ancora una parola a Pico, prima di passare a dir degli effetti dell'umanismo in generale. Egli è l'unico che a voce alta e con vero coraggio difese i diritti della scienza e della verità in tutti i tempi, di fronte all'esclusiva preponderanza dell'antichità greco-romana.[419] Egli ricolloca nel posto loro dovuto non solo Averroè e gl'investigatori ebraici, ma anche gli Scolastici del medio-evo, dai quali si fa dire: «noi vivremo eternamente, non nelle scuole dei compilatori di sillabe, ma nella cerchia elevata dei dotti, che non discutono più sulla madre di Andromaca o sui figli di Niobe, ma sulle ragioni arcane e profonde di ogni cosa umana e divina: chi si avvicinerà un poco, vedrà che anche i Barbari avevano lo spirito (Mercurium) non sulla lingua, ma nel petto». Con uno stile vigoroso e non del tutto disadorno e con una esposizione nitida e serrata egli combatte il pedantesco purismo e l'esagerata venerazione per una forma non naturale, ma imitata, specialmente se è congiunta con un ingiusto esclusivismo e col sacrificio della verità sostanziale delle cose. In lui può vedersi quale elevato indirizzo avrebbe preso la filosofia in Italia, se la Contro-riforma non vi avesse soffocato ogni libero slancio del pensiero.
CAPITOLO IV. L'umanesimo nel secolo XIV.
Necessità del suo trionfo. — Parte presavi da Dante, Petrarca, e Boccaccio. — Il Boccaccio primo campione dell'antichità. — L'incoronazione dei poeti.
Ora chi furono coloro, che si fecero mediatori tra la venerata antichità ed il presente, e che volevano trasfondere in questo la vita e la cultura di quella?
Ella è una schiera di cento figure diverse, la quale assume oggi un aspetto, domani un altro, ma che in mezzo a ciò ha la coscienza di essere un elemento nuovo nella vita civile, e come tale è considerata anche dai contemporanei. Come loro precursori possono, prima di ogni altro, riguardarsi quei Clerici vagantes del secolo XII, della poesia dei quali s'è già parlato altrove (v. pag. 234): identica l'instabilità dell'esistenza, identico il modo di guardare, talvolta anche troppo liberamente, la vita, identica la tendenza a dare, almeno in sul principio, un'intonazione antica alla poesia. Ma ora, di fronte all'intera cultura del medio-evo pur sempre chiesastica, e coltivata di preferenza dal clero, sorge una nuova cultura, la quale precipuamente s'attiene a ciò che sta al di là del medio-evo, in un'epoca anteriore. I rappresentanti più attivi di essa acquistano una grande importanza[420], perchè sanno ciò che seppero gli antichi, perchè cercano di scrivere come scrissero gli antichi, perchè cominciano a pensare e a sentire come pensarono e sentirono gli antichi. La tradizione, alla quale essi si volgono, in mille punti si viene trasformando in una vera riproduzione.
Taluni fra i moderni lamentarono più volte che i primordî di una cultura senza paragone più autonoma, e schiettamente italiana, quali si manifestarono intorno al 1300 in Firenze, sieno stati più tardi completamente soffocati dalla scuola degli umanisti[421]. Nel secolo XIV, a detta di costoro, tutti sapevano leggere in Firenze; perfin gli asinai cantavano per le vie i versi di Dante; i migliori manoscritti erano quelli posseduti e copiati da artefici fiorentini; e in allora fu anche possibile la formazione di una enciclopedia popolare, quale il «Tesoro» di Brunetto Latini. Tutto ciò non era dovuto certamente ad altro, fuorchè alla forte tempra di carattere che era in tutti, e questa alla sua volta s'era venuta formando e dalla lunga esperienza nelle cose di Stato, e dal movimento commerciale vivissimo, e dai viaggi assai frequenti, e in generale dall'abborrimento in cui vi si aveva la vita oziosa e indolente. Per queste doti il popolo fiorentino era salito in tal rinomanza presso tutte le nazioni, che papa Bonifacio VIII non esitò a chiamarlo il quinto elemento del mondo. Ora l'umanismo, colla diffusione sempre maggiore che ebbe sino dal 1400 in Italia, arrestò d'un tratto tutto quel moto naturale e spontaneo, abituò a chiedere alla sola antichità la soluzione di qualunque problema, ridusse la letteratura ad un semplice sfoggio di citazioni, e contribuì perfino alla rovina definitiva della libertà, mentre tutta questa erudizione non si basava che in una servile soggezione all'autorità altrui e sacrificava ogni privilegio o prerogativa speciale all'universalità del diritto romano, cercando e ottenendo in tal modo il favore di tutti i tiranni.
Tutte queste accuse ci occuperanno altrove, quando sarà il caso di discuterne il vero valore e di bilanciare il pro' ed il contro della questione. Qui per ora ci preme soltanto di stabilire come cosa di fatto, che fu anzi la stessa cultura del vigoroso secolo XIV quella che preparò necessariamente la vittoria completa dell'umanismo, e che appunto i più grandi nel campo della letteratura italiana propriamente detta sono stati i primi ad aprire tutte le porte all'invasione dell'antichità nel secolo XV.
Prima d'ogni altro Dante. Se una serie di genii pari al suo avesse, dopo di lui, potuto condurre sempre più innanzi la letteratura italiana, essa, in onta a tutti gli elementi antichi che vi si introdussero, non avrebbe mai mancato di serbare un'impronta affatto nazionale e sua propria. Ma nè l'Italia, nè l'intero Occidente hanno più prodotto un secondo Dante, e così egli rimase pur sempre il primo, che condusse l'antichità al limitare della nuova cultura moderna. Però è vero che nella Divina Commedia egli non tratta in modo uguale il mondo antico e il mondo cristiano; ma pure li fa sempre correre parallelli fra loro, e come il medio-evo antecedente avea messo insieme i tipi e i contro-tipi tolti dalle storie e dalle figure dell'antico e del nuovo Testamento, così egli appaja di regola un esempio cristiano con uno pagano del medesimo fatto[422]. Ora non si deve dimenticare che il mondo fantastico cristiano e la sua storia erano noti universalmente, mentre invece l'antichità pagana era relativamente assai poco conosciuta, possedeva quindi una maggiore attrattiva e doveva destare una più grande curiosità nell'universale, quando non ci fosse stato nessun Dante, che avesse potuto mantenere le cose in giusto equilibrio.
Il Petrarca nell'opinione dei più non vive oggidì che come un grande poeta: presso i suoi contemporanei invece la sua fama si basava assai più sulla sua erudizione, in quanto egli era quasi una personificazione dell'antichità, imitava tutti i generi della poesia latina e scriveva lettere, le quali, come trattati speciali su singoli punti dell'antichità, ebbero in quel tempo senza manuali un valore, che ognuno può facilmente comprendere.
Nè la cosa andava gran fatto diversamente quanto al Boccaccio. Egli era celebre in tutta Europa da ben duecento anni, prima che al di la delle Alpi si sapesse qualche cosa del suo Decamerone, soltanto per le sue opere mitografiche, geografiche e biografiche scritte in lingua latina. Una di esse, De Genealogia Deorum, contiene nei libri decimoquarto e decimoquinto una notevole appendice, nella quale egli discute la posizione del giovane umanismo di fronte al suo secolo. Il fatto che egli limita sempre il suo discorso alla sola «poesia», non deve per avventura trarre altri in errore; guardando un po' più addentro alla sostanza di quel lavoro, si scorge tosto, che il suo pensiero abbraccia l'intero campo d'attività del poeta-filologo.[423] E sono i nemici di questa che egli combatte più vivamente: i frivoli ignoranti che non vivono che per la gozzoviglia e la crapula: gli schifiltosi teologi, che riguardano come semplici follie le allusioni al monte Elicona, alla fonte Castalia e al sacro bosco di Febo; gli avidi giuristi, che considerano come inutile la poesia, perchè, non dà alcun guadagno materiale: finalmente i monaci mendicanti (indicati con una perifrasi abbastanza chiara), che si lagnano dell'indirizzo pagano e immorale della società.[424] Dopo ciò segue la difesa esplicita, anzi l'elogio della poesia, e in modo speciale del senso recondito ed allegorico, che le si deve dare dovunque, e di quella oscurità, che le è necessaria per tener lontane da essa tutte le menti ottuse degli ignoranti. Da ultimo giustifica lo slancio che presero gli studi dell'antichità al tempo suo, con evidente allusione alla dotta sua opera.[425] In altri tempi, egli dice, questi studi potevano essere pericolosi, perchè le condizioni sociali erano diverse dalle presenti, e la Chiesa primitiva avea bisogno di difendersi contro i pagani: oggidì — per la grazia di Gesù Cristo — la vera religione si è raffermata nelle sue basi, ogni traccia di paganesimo è scomparsa, e la Chiesa vittoriosa è padrona del campo: oggidì si può accostarsi all'antichità pressochè (fere) senza pericolo alcuno. È lo stesso argomento, che più tardi addussero in propria difesa gli uomini del Rinascimento.
S'era dunque manifestato un fatto nuovo nel mondo ed era sorta una nuova classe d'uomini a rappresentarlo. Egli è inutile il questionare se questo fatto avrebbe dovuto arrestarsi a mezzo il corso della sua carriera ascendente, per cedere la prevalenza all'elemento prettamente nazionale: l'opinione di tutti in questo riguardo era una sola, che cioè l'antichità costituiva una delle più splendide glorie della nazione italiana.
Essenzialmente propria a questa prima generazione di poeti-filologi è una ceremonia simbolica, che non cessò neanche nei secoli XV e XVI, sebbene vi abbia perduto tutto il lato sentimentale, vogliamo dire l'uso di incoronare i poeti con una corona d'alloro. Le origini di questa ceremonia si perdono nelle tenebre del medioevo, nè si sa che per essa abbia mai esistito un rito speciale: era una dimostrazione pubblica, una testimonianza onorifica resa al merito letterario,[426] e, appunto per questo, anche qualche cosa di essenzialmente variabile. Dante, per esempio, sembra che la riguardasse come una specie di consacrazione religiosa: egli voleva porsi in capo da sè la corona nel battistero di S. Giovanni, dove egli stesso e centinaja di migliaia di fiorentini erano stati battezzati.[427] Egli avrebbe potuto, dice il suo biografo, in virtù della sua rinomanza ottenere l'alloro dovunque, ma non lo voleva che in patria, e perciò morì senza riceverlo. Da questo stesso biografo noi apprendiamo inoltre, che sino a questo tempo un tal uso non vi fu mai in Firenze, e passava comunemente come cosa ricevuta in eredità dai Greci e dai Romani. Le più vicine reminiscenze infatti si rannodavano al fatto delle gare capitoline, fondate sul modello di quelle di Grecia, tra suonatori di cetra, poeti ed altri artisti, che, da Domiziano in poi, si celebravano ogni cinque anni, e che sembrano essere sopravissute qualche tempo anche dopo la caduta dell'impero d'occidente. Ora, posto il caso che uno non osasse incoronarsi da sè, come avrebbe voluto far Dante, era naturale che si domandasse quale avrebbe dovuto essere l'autorità, cui un tale ufficio spettasse? Albertino Mussato (v. pag. 196) fu incoronato a Padova dal vescovo e dal rettore dell'università; per l'incoronazione del Petrarca erano in contesa fra loro (1341) l'università di Parigi, che appunto allora aveva a rettore un fiorentino, e l'autorità municipale di Roma; e dal canto suo anche l'esaminatore, che egli stesso si era scelto, il re Roberto d'Angiò, volentieri avrebbe compito la ceremonia di propria mano a Napoli, se il poeta, come è noto, non avesse preferito l'incoronazione in Campidoglio di mano del senatore di Roma. Dopo un tale esempio, il Campidoglio rimase per qualche tempo la meta di tutte le ambizioni, e tra gli altri vi aspirò, per esempio, un Jacopo Pizinga, illustre magistrato siciliano.[428] Ma tosto dopo comparve in Italia Carlo IV, che si compiaceva moltissimo di appagare la vanità degli uomini ambiziosi e di imporre alle moltitudini spensierate con l'apparato di ceremonie grandiose e solenni. Partendo dalla supposizione, che l'incoronazione dei poeti fosse stata una volta un privilegio esclusivo degl'imperatori romani e che quindi allora spettasse a lui, egli incoronò a Pisa il dotto Zanobi della Strada,[429] a gran dispetto del Boccaccio, che a nessun patto volea riconoscere come legittima questa laurea pisana (l. c.). E per verità si poteva anche chiedere, come quello straniero mezzo slavo e mezzo tedesco fosse in diritto di sedere a giudice del vero merito dei poeti italiani. Ma, ciò non ostante, l'esempio incoraggiò, ed altri imperatori in viaggio coronarono or qua, or là qualche poeta, dietro di che alla lor volta nel secolo XV anche i Papi ed altri principi non vollero restarsi addietro, sino a che da ultimo non si badò più nè al luogo, nè ad altre circostanze. A Roma, al tempo di Sisto IV, l'accademia di Pomponio Leto distribuiva di propria autorità corone d'alloro.[430] I Fiorentini ebbero il tatto di coronare i loro umanisti solo dopo morti; e così furono coronati Carlo Aretino e Leonardo Aretino, al primo dei quali Matteo Palmieri, e al secondo Giannozzo Mannetti recitarono l'elogio funebre in presenza di tutto il popolo e dei signori del Concilio. In tali circostanze era d'uso che l'oratore parlasse stando ad uno dei lati della bara, sulla quale giaceva il cadavere tutto vestito in seta.[431] Oltre a ciò, Carlo Aretino fu onorato di un monumento (in Santa Croce), che è uno dei più belli dell'epoca del Rinascimento.
CAPITOLO V. Le Università e le Scuole.
L'umanista professore nel secolo XV. — Scuole secondarie. — L'istruzione superiore privata; Vittorino. — Guarino in Ferrara. — Educazione dei principi.
L'influenza dell'antichità sulla cultura, della quale oggimai dobbiamo discorrere, presupponeva innanzi tutto che l'umanismo s'impadronisse delle Università. E ciò veramente accadde, ma non in quelle proporzioni e con quegli effetti, che altri a prima vista potrebbe credere. Le Università d'Italia[432] per la maggior parte hanno un vero splendore soltanto nel corso dei secoli XIII e XIV, allorquando la crescente ricchezza domandava anche una cura maggiore della vita intellettuale della nazione. In origine esse non avevano per lo più che tre cattedre: una di gius canonico, una di gius civile e una di medicina: col tempo se ne aggiunsero altre tre, quella di rettorica, quella di filosofia e una terza di astronomia, che di regola, ma non sempre, era una cosa identica coll'astrologia. Gli stipendi dei professori variavano estremamente: talvolta consistevano perfino in un capitale dato per una volta tanto. Coll'allargarsi della cultura cominciarono le gare e le gelosie, per modo che l'una Università cercava di rubare all'altra i più celebri maestri, e per effetto di tali circostanze vuolsi che Bologna talvolta abbia speso per l'Università non meno della metà delle rendite dello Stato (20,000 ducati). Gli uffici si conferivano ordinariamente solo per un tempo determinato,[433] e perfino per singoli semestri, in guisa che i docenti menavano vita nomade, al pari dei comici; taluni però s'accordavano per tutta la durata della loro vita. Talvolta dovean promettere di non insegnare in nessun'altra Università ciò che aveano insegnato in una. Oltre a ciò v'erano anche dei docenti liberi, senza stipendio. Delle cattedre or ora menzionate naturalmente quella di rettorica era la più ambita dagli umanisti; ma non dipendeva che dalla quantità delle cognizioni che uno possedeva intorno all'antichità, ch'egli potesse aspirare anche a quelle di giurisprudenza, di medicina, di filosofia o di astronomia. I rapporti intrinseci delle scienze erano ancora molto mobili, al pari delle condizioni estrinseche e materiali degli insegnanti. Oltre a ciò non deve tacersi, che alcuni giuristi e medici godevano i maggiori stipendi, i primi specialmente come grandi consultori dello Stato che li pagava, per la trattazione delle sue cause e de' suoi processi. In Padova nel secolo XV un professore di diritto fu pagato mille ducati annui[434] e ad un celebre medico se ne volevano dare duemila e il diritto di libera pratica, dopochè egli sino a quel momento a Pisa era stato stipendiato con settecento fiorini d'oro.[435] Quando il giureconsulto Bartolommeo Socini, professore a Pisa, accettò dal governo di Venezia una cattedra a Padova e voleva partire per quella città, la Signoria di Firenze lo fece arrestare e non volle lasciarlo libero che dietro una cauzione di 18,000 fiorini d'oro.[436] Egli è appunto in virtù dell'alto conto in cui si tenevano queste professioni speciali, che si arriva a comprendere come illustri filologi abbiano aspirato a cattedre di diritto e di medicina, mentre d'altra parte è anche vero che chi voleva in qualsiasi materia tener pubbliche lezioni, non poteva dispensarsi dal mescolarvi per entro una forte dose di tintura umanistica. Dell'attività degli umanisti in altri rami avremo occasione di parlare fra non molto.
Tuttavia le cattedre dei filologi, come tali, benchè in singoli casi provvedute di abbastanza lauti stipendi ed emolumenti accessori,[437] appartengono nel complesso alla classe di quelle che erano mobili e transitorie, in guisa che lo stesso uomo poteva prestar l'opera sua ed essere remunerato al tempo stesso in più d'una Università. Evidentemente si amavano i mutamenti, sperandosi sempre di udir qualche cosa di nuovo da ogni nuovo arrivato, come d'altronde è facile a comprendere con una scienza ancora in istadio di formazione e quindi anche legata in gran parte al merito personale di chi la insegnava. Non è neppur sempre detto che colui che leggeva sugli autori antichi e li interpetrava, appartenesse effettivamente all'Università, potendo benissimo aver bastato un semplice invito privato, quando i mutamenti erano sì facili, e sì grande il numero dei locali disponibili (nei conventi ecc.). In quegli stessi primi decenni del secolo XV,[438] nei quali l'Università di Firenze toccò il colmo del suo splendore, e in cui i cortigiani di Eugenio IV e forse anche di Martino V si affollavano nelle aule per assistere alle gare di Carlo Aretino e del Filelfo, esisteva non solamente una seconda Università quasi completa presso gli Agostiniani di Santo Spirito, ma anche una considerevole riunione presso i Camaldolesi degli Angeli, e singoli gruppi di ragguardevoli privati, che si tassavano spontaneamente per farsi leggere questo o quel corso di filologia o di filosofia. Lo studio della filologia e dell'antiquaria in Roma non aveva quasi rapporto alcuno coll'Università (la Sapienza), e si basava quasi esclusivamente parte sopra una speciale protezione personale dei singoli Papi e prelati, parte sugli uffici accordati nella Cancelleria papale. Appena sotto Leone X fu posto mano ad una grandiosa riorganizzazione della Sapienza, con ottant'otto insegnanti, tra i quali le più grandi celebrità d'Italia anche per le scienze archeologiche; ma quel nuovo splendore fu di assai breve durata. — Delle cattedre di greco in Italia abbiamo già brevemente toccato (v. pag. 262).
Insomma, per farsi un'idea generale dei modi con cui allora veniva impartita la scienza, si dovrà, quanto più è possibile, distogliere l'occhio da tutte le nostre attuali istituzioni accademiche. Le conversazioni e le dispute personali, l'uso costante del latino, e presso molti anche del greco, finalmente lo scambio frequente degli insegnanti e la rarità dei libri davano agli studi d'allora un aspetto, che noi non possiamo figurarci, se non astraendo in tutto dal presente.
Scuole di latino vi erano in ogni città alquanto considerevole, e non già soltanto come preparazione agli studi superiori, ma propriamente perchè la cognizione della lingua latina si reputava quivi necessaria al pari del leggere, dello scrivere e del far conti; dopo ciò seguiva immediatamente la logica. È cosa notevole che queste scuole non dipendevano dalla Chiesa, ma dall'autorità municipale; parecchie erano sorte anche per la sola iniziativa privata.
Tutto questo organismo scolastico sotto la direzione di valenti umanisti non solo si sollevò ad un alto grado di perfezione, ma divenne effettivamente una fonte di educazione superiore.
Ma all'educazione dei figli di due case principesche dell'Italia settentrionale andarono connesse altre istituzioni, che veramente potevano dirsi uniche nel loro genere.
Alla corte di Giovan Francesco Gonzaga in Mantova (1407-1444) venne chiamato l'illustre Vittorino da Feltre,[439] uno di quegli uomini che consacrarono l'intera loro esistenza ad uno scopo, pel quale si sentivano di dentro una vocazione affatto speciale. Egli educò innanzi tutto i figli e le figlie del duca, ed una di queste fu da lui condotta tant'oltre, da farne una donna veramente dotta; ma quando la sua fama si sparse per tutta Italia e a lui affluivano da tutte le parti i figli delle più potenti e ricche famiglie, il Gonzaga non solo permise che Vittorino consacrasse le sue cure anche a questi, ma pare anzi che si tenesse altamente onorato, che Mantova fosse riguardata come la casa di educazione di tutto il mondo elegante. Qui, per la prima volta, all'istruzione scientifica si videro associati anche i più lodati fra gli esercizi ginnastici, come elemento indispensabile per una educazione completa. Ma a questi figli dell'aristocrazia non tardarono ad aggiungersi altri, nell'educazione dei quali Vittorino pare che riconoscesse lo scopo più alto della sua missione, ed erano i poveri dotati di singolari attitudini, che egli nutriva ed allevava in sua casa per l'amore di Dio, abituando così i privilegiati della fortuna a rispettare in questi il privilegio dell'ingegno. Il Gonzaga gli pagava annualmente trecento fiorini d'oro, ma coperse sempre del suo l'eccedente della spesa, che spesse volte importava altrettanto. Egli sapeva che Vittorino non faceva per sè il più piccolo risparmio, e senza dubbio capiva che l'educazione accordata ai giovani privi di mezzi era la tacita condizione, alla quale quell'uomo veramente maraviglioso si acconciava a servirlo. Il sistema della casa era strettamente religioso, quanto in qualsiasi convento.
Un indirizzo più accentuatamente scientifico è quello che seguì Guarino da Verona,[440] il quale nel 1429 fu chiamato a Ferrara da Niccolò d'Este per l'educazione del proprio figlio Lionello, e poscia, dal 1436 in avanti, quando ormai il suo allievo era fatto uomo, vi rimase in qualità di professore di eloquenza e di ambedue le lingue classiche presso quell'Università. Anch'egli, fin da quando istruiva Lionello, aveva accolto in sua casa un drappello scelto di giovani poveri di diversi paesi, che manteneva in parte ed anche del tutto a sue spese: le ore della sera sino a notte avanzata erano quelle, che egli consacrava a questi ultimi, ripetendo le lezioni già date. Anche qui la religione e la morale erano rigorosamente osservate; nè certamente dipendette dal Guarino, o da Vittorino che la maggior parte degli umanisti del loro secolo non meritassero poi molta lode sotto questo doppio punto di vista. Egli è quasi incomprensibile, come il Guarino, con una attività quale era la sua, abbia tuttavia trovato il tempo necessario per condurre a termine tante traduzioni dal greco e tanti lavori originali, come fece.
Oltre a quelle due corti, anche nella maggior parte delle altre d'Italia l'educazione delle famiglie principesche venne, almeno in parte e per alcuni anni, in mano agli umanisti, i quali con ciò fecero un passo più addentro nella vita delle corti. Lo scriver trattati sull'educazione degli uomini destinati a regnare era stato fin qui il compito esclusivo dei teologi: ora fu tutto affare degli umanisti, ed Enea Silvio, per esempio, stese per due giovani principi della casa d'Absburgo speciali trattati sulla loro educazione ulteriore,[441] nei quali naturalmente egli raccomanda il culto dell'umanismo nel senso, nel quale lo intendevano gl'Italiani. Pare ch'egli prevedesse già lo scarso frutto de' suoi precetti, poichè lo vediamo adoperarsi in ogni maniera perchè quegli scritti avessero grande diffusione anche altrove. Ma dei rapporti degli umanisti coi principi parleremo ora un po' più largamente.
CAPITOLO VI. I fautori dell'umanismo.
Cittadini fiorentini; il Niccoli. — Il Manetti, e i primi Medici. — Principi: i Papi da Nicolò V in avanti. — Alfonso di Napoli. — Federigo d'Urbino. — Gli Sforza e gli Estensi. — Sigismondo Malatesta.
Innanzi tutto degni di menzione sono, specialmente a Firenze, quei cittadini, che dello studio dell'antichità fecero lo scopo principale della loro vita, e in parte divennero essi stessi grandi eruditi, in parte grandi dilettanti, che aiutarono gli eruditi (cfr. a pag. 254 e segg). Pel periodo di transizione, che comincia al principio del secolo XV, essi hanno un'importanza grandissima, perchè pei primi tradussero praticamente nella vita l'umanismo, come un elemento affatto indispensabile. I principi e i Papi non se ne interessarono seriamente se non molto più tardi. Di Nicolò Niccoli e di Giannozzo Manetti s'è già parlato più volte e da molti. Nicolò ci vien dipinto da Vespasiano (pag. 625) come un uomo, il quale, anche in tutto ciò che al di fuori lo circondava, non tollerava nulla, che non avesse una certa impronta di antichità. Di bell'aspetto, avvolto in un lungo paludamento, affabile nei discorsi, circondato dai capolavori dell'arte antica, lasciava di sè in tutti un'impressione singolare e maravigliosa; amantissimo della pulitezza in ogni cosa, egli la portava allo scrupolo nel servizio della tavola, sulla quale non figuravano che vasi e calici antichi e lini candidissimi.[442] Il modo con cui seppe guadagnarsi l'animo di un giovane fiorentino rotto ad ogni vizio, è troppo singolare per non dover esser qui raccontato[443] colle parole stesse del suo biografo:
«Messer Piero de' Pazzi, figliuolo di messer Andrea, sendo giovane di bellissimo aspetto e dato molto ai piaceri del mondo, alle lettere non pensava, perchè il padre era mercadante, e, come fanno quelli che non n'hanno notizia, non le stimava, nè pensava che il figliuolo vi desse opera... Sendo in Firenze Nicolao Niccoli, ch'era un altro Socrate e un altro Catone di continenza e di virtù, passando uno dì messer Piero, senza che mai gli avesse favellato, nel passare dal palazzo del Podestà[444] lo chiamò, vedendo uno giovane di sì bello aspetto. Sendo Nicolao uomo di grandissima riputazione, subito venne a lui. Venuto, come Nicolao lo vide, lo domandò di chi egli fosse figliuolo. Risposegli, di messer Andrea de' Pazzi, Domandollo, quale era il suo esercizio. Rispuose, come fanno i giovani: attendo a darmi buon tempo. Nicolao gli disse: sendo tu figliuolo di chi tu sei e di buono aspetto, egli è una vergogna che tu non ti dia a imparare le lettere latine, che ti sarebbero uno grande ornamento; e se tu non le impari, tu non sarai stimato nulla: passato il fiore della tua gioventù, ti troverai senza virtù ignuna. Messer Piero, udito questo da Nicolao, subito gustò e conobbe ch'egli diceva il vero, e sì gli disse che volentieri vi darebbe opera, quando egli avesse uno precettore, che si lascierebbe consigliare a lui. Nicolao gli disse che del precettore e de' libri lasciasse pensare a lui, che lo provvederebbe d'ogni cosa. A messer Piero parve che gli fosse venuta una grande ventura. Dettegli Nicolao uno dottissimo uomo, che si chiamava il Pontano, peritissimo in greco ed in latino, e ricolselo messer Piero in casa, dove lo teneva onoratissimamente servito con uno famiglio e con salario di cento fiorini l'anno. Lasciò andare messer Piero infinite lascivie e voluttà, alle quali egli era volto, e dettesi in tutto alle lettere, che il dì e la notte non attendeva ad altro, in modo che non passò molto tempo che sendo messer Piero di prestantissimo ingegno, ed avendo uno dottissimo precettore, cominciò a avere buonissima notizia delle lettere latine, delle quali egli acquistò grandissimo onore e n'ebbe grande riputazione,..... Imparò l'Eneide di Virgilio a mente, e molte orazioni di Livio in soluta orazione, per spasso, andando a uno suo luogo che aveva, e che si chiamava il Trebbio».
In senso diverso e più elevato rappresenta l'antichità Giannozzo Manetti.[445] Mostrando ancor da fanciullo una maturità precoce, egli avea fatto il suo alunnato nel commercio e teneva i registri di un banchiere; ma dopo qualche tempo questo genere di vita gl'increbbe, come vano ed effimero, ed aspirò alla scienza, per la quale soltanto l'uomo può assicurarsi l'immortalità. E allora, primo fra tutti i nobili fiorentini, si seppellì fra i libri e divenne, come già s'è notato, uno dei più grandi eruditi dell'epoca sua. Ma quando lo Stato lo adoperò al suo servizio, mandandolo a Pescia e a Pistoia in qualità di pubblico esattore e poi di Podestà, egli tenne questi uffici in modo da far palese a tutti l'alto concetto che egli aveva della propria missione, ispiratogli senza dubbio dalla vastità de' suoi studi e da un sentimento di pietà religiosa, che in lui era schietto e profondo. Egli curò la riscossione delle imposte le più odiose decretate dallo Stato, rinunciando ad ogni retribuzione per sè; quale preposto alla provincia, la provvide di vettovaglie, respinse qualsiasi dono, compose le liti e fece quanto era in poter suo per domare colla dolcezza la ferocia delle passioni. I Pistoiesi non furono mai in grado di dire a quale dei due partiti, in che era allora divisa la loro città, egli di preferenza inclinasse: e, quasi a prova ch'egli aveva ugualmente a cuore la sorte e il diritto di tutti, scrisse nelle ore d'ozio la storia di Pistoia, che poi legata in porpora fu custodita, come preziosa reliquia, nel palazzo del Comune. Alla sua partenza la città gli regalò una bandiera con suvvi il proprio stemma ed uno splendido elmo d'argento.
Per quanto riguarda gli altri dotti cittadini di Firenze di questo tempo, noi dobbiamo riportarci a ciò che ne dice Vespasiano (che li conosceva tutti), perchè l'ambiente nel quale egli scrive e le circostanze per le quali egli si trova a contatto con quei personaggi, sono spesso assai più importanti che le cose stesse, ch'egli ci narra. Parlandone di seconda mano e colla compendiosa brevità, alla quale qui siamo condannati, noi non faremmo che sciupare questo, che è il pregio principale del suo libro. Non è un grande scrittore, ma conosce addentro tutto il moto del tempo e ne sente a fondo l'importanza morale.
Se poi si vuol conoscere le cause per cui i Medici del secolo XV, Cosimo il vecchio principalmente (morto nel 1464) e Lorenzo il Magnifico (morto nel 1492), esercitarono su Firenze in particolare e sui loro contemporanei in generale un prestigio così potente ed irresistibile, si troverà che esse non derivavano soltanto dalla loro superiorità politica, ma altresì, e molto più forse, dall'essersi essi posti alla testa di tutta la cultura, che allora sorgeva. Chi al posto di Cosimo, come mercadante e capo-parte in Firenze, ha eziandio con sè tutta la schiera degli uomini che pensano, studiano e scrivono; chi per casato è riguardato come il primo tra i Fiorentini, e per cultura il più grande fra gli Italiani, non può dirsi un privato: nel fatto egli è un vero principe. Cosimo ha poi la gloria speciale di aver riconosciuto nella filosofia platonica[446] il più bel frutto della filosofia antica, di aver infuso questa sua persuasione in quanti lo circondavano e così di aver promosso, dentro la cerchia stessa dell'umanismo, un secondo e più sublime risorgimento dell'antichità. Il fatto ci è narrato[447] assai esattamente: tutto ebbe origine dalla chiamata del dotto Giovanni Argiropulo e dallo zelo personale di Cosimo negli ultimi suoi anni, in guisa che, per ciò che riguardava il platonismo, il grande Marsilio Ficino aveva ragione di dichiararsi il figlio spirituale di Cosimo. Sotto Piero de' Medici il Ficino si riguardava già come il capo di una scuola; alla quale passò, abbandonando i Peripatetici, anche il figlio di Piero e nipote di Cosimo, Lorenzo il Magnifico: tra i più illustri fra' suoi condiscepoli vengono menzionati Bartolommeo Valori, Donato Acciajuoli e Pier Filippo Pandolfini. L'ispirato maestro lasciò scritto in più luoghi delle sue opere, che Lorenzo s'era addentrato in tutte le dottrine più recondite del platonismo e s'era dichiarato convinto non potersi quasi, senza esso, essere nè buon cittadino, nè buon cristiano. Il celebre gruppo di dotti, che si raccoglieva intorno a Lorenzo, viveva tutto in questa atmosfera elevata di una filosofia idealistica ed emergeva di gran lunga sopra tutte le altre riunioni di questa specie. Questo solo era l'ambiente, nel quale potea trovarsi a suo agio un uomo come Pico della Mirandola. Ma ciò che ne accresce di gran lunga la lode si è che, accanto ad un culto così vivo per l'antichità, qui ebbe un sacro asilo anche la poesia italiana, e di ciò il merito principale era tutto di Lorenzo. Come uomo di Stato lo giudichi ognuno a sua posta (v. p. 111, 124): uno straniero non si arrogherà mai, se non vi è chiamato, di giudicare qual parte spetti agli uomini, quale alla fortuna nei destini, che ebbe a subire Firenze; ma sarà sempre somma ingiustizia il voler accusare Lorenzo di non aver nel campo della cultura accordata la sua protezione che ad uomini mediocri, di aver fatto fuggire dalla propria patria Leonardo da Vinci e il matematico fra Luca Pacciolo, di non avere in nessun modo incoraggiato il Toscanelli, il Vespucci ed altri. Uomo universale invero egli non fu; ma fra tutti i grandi, che giammai cercarono di promuovere e favorire l'ingegno, fu certo uno dei più magnanimi e liberali e forse l'unico, che lo fece non per iscopi di vanità od ambizione, ma per obbedire ad un bisogno innato dell'animo suo.
Vero è che anche nel nostro secolo si suol proclamare altamente il pregio della cultura in generale e quello dell'antica in modo particolare. Ma una devozione al tutto entusiastica, una persuasione che questo bisogno sia il primo di tutti, non si troverà presso nessun popolo portato a quel grado, a cui la portarono quei Fiorentini del secolo XV e in parte anche del XVI. Le prove, benchè indirette, abbondano e sono tali da non lasciar dubbio alcuno in proposito: non si avrebbe si di frequente ammesso le figlie di famiglia a partecipare agli studi, se questi non fossero stati assolutamente considerati come il più prezioso ornamento della vita: non si sarebbe convertito l'esiglio in un soggiorno di pace e tranquillità, come fece Palla Strozzi; nè uomini, che del resto si permettevano ogni eccesso, avrebbero conservato tanta calma e forza di volontà da illustrare criticamente la storia naturale di Plinio, come fece Filippo Strozzi.[448] Alieni dalla lode e dal biasimo, noi rendiamo loro tanto più volentieri questa giustizia, in quanto l'assunto nostro non è che di investigare e far conoscere lo spirito di un'epoca per ciò che esso è veramente e quale si mostrò nelle sue più splendide manifestazioni. Oltre Firenze, furonvi anche parecchie altre città in Italia, dove e singoli privati e intere associazioni misero in opera tutti i mezzi possibili per promuovere l'umanismo e per soccorrere i dotti che lo rappresentavano. Dalle corrispondenze epistolari di quel tempo si raccoglie una serie abbondantissima di notizie sulle persone che vi presero parte.[449] Le tendenze ufficiali dei meglio istrutti davano quasi sempre l'indirizzo, in un senso o nell'altro, all'entusiasmo di tutti.
Ma è tempo omai di considerar l'umanismo alle corti principesche. Degli intimi rapporti fra il tiranno e il filologo, condannati dal paro a non contare che sopra sè stessi e sul proprio ingegno, s'è già toccato altrove (v. p. 12,188); ma quest'ultimo, per sua stessa confessione, preferiva le corti alle città libere anche per un'altra ragione, vale a dire per le maggiori ricompense, che vi trovava. Al tempo, in cui sembrava che Alfonso il Magnanimo d'Aragona potesse farsi padrone di tutta Italia, Enea Silvio scriveva[450] ad un Sanese suo compatriota: «se sotto la sua signoria l'Italia potesse ricuperare la pace, io ne sarei più lieto che non se ciò accadesse per opera di un qualsiasi governo repubblicano, poichè un animo regale è sempre più proclive a premiare il vero merito».[451] Anche in questo riguardo i moderni s'affrettarono un po' troppo a mettere in rilievo il lato debole di tali rapporti, cioè la smania di circondarsi di adulatori prezzolati, appunto come in altri tempi, invece, dalle lodi esagerate degli umanisti si era tratto argomento per portare di questi stessi principi un troppo favorevole giudizio. Fatta la somma del pro' e del contro, resta pur sempre una testimonianza decisiva in favor loro nel fatto, che essi credettero di dover collocarsi alla testa della cultura del proprio tempo e del proprio paese, per quanto pure essa fosse imperfetta e ristretta. In alcuni Papi poi par quasi favolosa la tranquillità, con la quale videro svolgersi sotto i loro occhi quel lento lavoro di trasformazione che si veniva compiendo.[452] Nicolò V non ci scorgeva nessun pericolo per la Chiesa, perchè migliaia di dotti le stavano a fianco, pronti a difenderla e ad aiutarla. Pio II non si mostra invero troppo largo verso la scienza, e i poeti che rallegrano la sua corte, sono in numero abbastanza ristretto; ma, in compenso, egli stesso personalmente sta a capo della repubblica letteraria e si compiace di questa gloria al tutto profana. Soltanto sotto Paolo II cominciarono i sospetti e le diffidenze contro la cultura umanistica dei secretari apostolici, e i suoi tre successori, Sisto, Innocenzo ed Alessandro accettarono bensì qualche dedica e si lasciarono esaltare dai poeti senza misura (si parla persino di una Borgiade, scritta probabilmente in esametri),[453] ma ebbero in generale ben altre preoccupazioni e cercarono appoggi più solidi, che non fossero le servili adulazioni dei poeti-filologi. Anche Giulio II trovò i poeti che cantarono le sue gesta, e veramente queste erano tali da fornirne sufficiente argomento (v. p. 161 e seg.); ma non pare ch'egli vi abbia mai posto troppo seria attenzione. A lui successe Leone X: «dopo Romolo, Numa», dissero i poeti d'allora, che, dopo un Pontificato tutto dedito alle armi, videro sorgerne uno tutto sacro alle Muse. Il gusto per la bella prosa latina e pei versi ben risonanti era una delle caratteristiche di Leone, e sta di fatto che la sua protezione a questo riguardo portò le cose ad un punto, che i poeti latini che lo circondavano, non rifinirono di esaltare con elegie, odi, epigrammi e sermoni innumerevoli[454] la felicità di un'epoca, il cui carattere principale era quello di una spensierata allegria, sì ben dipinta dal Giovio nella vita di questo Papa. Forse nella storia occidentale non v'è un principe che sia stato tanto glorificato, con sì poche pagine nella sua vita veramente degne di lode. I poeti erano ammessi alla sua presenza principalmente sull'ora del mezzogiorno, quando avean cessato di circondarlo i citaristi;[455] ma uno dei migliori di quella schiera[456] ci lascia intendere, che essi gli erano sempre al fianco tanto nei giardini, quanto nello stanze più segrete del suo palazzo, e chi avea la disgrazia di non poter giungere sino a lui, tentava di farsi vivo nella sua memoria mediante una supplica in forma di elegia, nella quale di solito si faceva intervenire tutto l'Olimpo.[457] Imperocchè Leone, generoso sino alla prodigalità e desideroso di veder sempre visi allegri, donava con tale larghezza, che nei gretti tempi che susseguirono parve incredibile e favolosa.[458] Della riorganizzazione da lui introdotta nel collegio della Sapienza, s'è già parlato (v. pag. 280). Per non valutare al di sotto del vero l'influenza esercitata da Leone sull'umanismo, bisogna tener l'occhio libero dalle molte ciurmerie, che vi andavano frammiste, nè si deve lasciarsi trarre in errore dall'ironia spesso troppo pronunciata (v. pag. 214), colla quale egli discorre di queste cose: il giudizio deve fondarsi sulle grandi eventualità morali, che possono essere la conseguenza di un «primo impulso dato» e che veramente sfuggono nell'insieme di una rappresentazione generale, ma si palesano poi in singoli casi presi isolatamente. Tutta l'influenza, che, forse dal 1520 in poi, gli umanisti italiani esercitarono sul resto d'Europa, ha pur sempre in un modo o nell'altro la sua origine nella iniziativa, che partì da Leone. Egli è quel Papa che, concedendo il privilegio allo stampatore delle opere di Tacito recentemente scoperte,[459] potè dire che «i grandi autori sono una guida della vita, un conforto nelle sventure», e che il favorire i dotti e il fare incetta di buoni libri gli è parsa sempre opera lodevolissima, per cui anche allora ringraziava il cielo di poter contribuire al bene dell'umanità incoraggiando la pubblicazione di quel libro.
Il sacco di Roma dell'anno 1527, come disperse gli artisti, fece fuggire altresì in tutte le parti d'Italia i letterati e portò così la fama del grande mecenate fino alle più remote estremità della Penisola.
Fra i principi laici del secolo XV quello che mostrò maggiore entusiasmo per l'antichità, fu Alfonso il Magnanimo d'Aragona, re di Napoli (v. pag. 47). Sembra che questo entusiasmo in lui fosse veramente sincero, e che il mondo antico esistente nei monumenti e negli scritti abbia prodotto in lui, sino dal suo arrivo in Italia, una gagliarda impressione, che influì poi su tutto il resto della sua vita. Con singolare leggerezza egli cedette l'inquieto suo regno d'Aragona al fratello, per dedicarsi interamente a quello, che recentemente aveva acquistato. Tenne a' suoi stipendi ora successivamente, ora contemporaneamente,[460] Giorgio da Trebisonda, Crisolora il giovane, Lorenzo Valla, Bartolommeo Facio e Antonio Panormita, facendoli suoi storiografi: quest'ultimo doveva ogni giorno spiegar qualche passo di Livio dinanzi al re e alla sua corte, anche duranti le spedizioni guerresche. Tutti costoro gli costavano annualmente oltre a ventimila fiorini d'oro; al Facio assegnò, per la sua Historia Alphonsi, una pensione annua di più che cinquecento ducati, ed oltre a ciò gli regalò mille cinquecento fiorini d'oro al termine dell'opera con queste parole: «non intendo con ciò di pagarvi, perchè il vostro lavoro non può esser pagato, nemmeno s'io vi regalasse una delle mie migliori città; ma col tempo saprò trovar modo di rendervi soddisfatto». Quando egli assunse Giannozzo Manotti a suo segretario, facendogli lautissime condizioni, gli disse: «occorrendo, dividerò con voi il mio ultimo pane». Egli aveva conosciuto Giannozzo, quando questi andò alla sua corte per incarico della Signoria di Firenze a congratularsi del matrimonio del principe Ferrante, e l'impressione che n'avea ricevuto era stata sì grande, che, udendolo parlare, era rimasto inchiodato sul trono «come una statua di bronzo», senza nemmeno muovere una mano «a cacciarsi gl'insetti». Il suo ritiro prediletto sembra essere stata la biblioteca del castello di Napoli, dove egli sedeva lunghe ore nel vano di una finestra, prospettando il mare e ascoltando i dotti discutere, per esempio, sulla Trinità. Infatti egli era profondamente religioso e, insieme a Livio e a Seneca, non mancava di farsi leggere anche la Bibbia, che sapeva quasi tutta a memoria. Chi potrebbe dire qual sorta di venerazione egli tributasse alle supposte ossa di Livio in Padova (v. p. 199)? Quand'egli, dopo molte preghiere, potè ottenere dai Veneziani un avambraccio del medesimo e lo accolse con pompa solenne a Napoli, chi sa qual contrasto di sentimenti pagani e cristiani era nel suo petto! In una spedizione guerresca negli Abruzzi gli fu mostrata da lontano Sulmona, patria d'Ovidio, ed egli mandò un saluto a quella terra e ne ringraziò il genio tutelare: senza alcun dubbio egli si compiaceva dì veder confermata col fatto la profezia del grande poeta sulla sua fama avvenire.[461] Una volta gli piacque di mostrarsi egli stesso in pubblico vestito all'antica, e fu appunto nel suo celebre ingresso in Napoli dopo la conquista (1443): non lungi dal mercato fu aperta nelle mura una breccia della larghezza di quaranta braccia; per questa egli passò condotto in un cocchio dorato, alla guisa di un trionfatore romano.[462] Anche la ricordanza di questo fatto è stata eternata con uno splendido arco trionfale di marmo nel Castello nuovo. — I suoi successori sul trono di Napoli hanno ereditato ben poco, nulla affatto, di questo suo entusiasmo per l'antichità, come di tutte le altre sue buone qualità in generale.
Senza paragone più dotto di Alfonso era Federigo di Urbino,[463] che si tenne d'attorno minor numero di cortigiani, non dissipò mai nulla, e, come in tutte le cose, così anche nel far rivivere l'antichità procedette con un disegno prestabilito. Egli divide con Nicolò V il vanto di aver fatto eseguire la maggior parte delle traduzioni dal greco e un numero rilevante delle più importanti interpretazioni, illustrazioni e simili. Egli spese molto, ma con saggezza, nelle persone che adoperava. Poeti di corte non ce ne furono mai ad Urbino; il principe stesso era il personaggio il più dotto. Veramente l'antichità non fu che una parte della sua cultura: volendo riuscire perfetto come uomo, come capitano e come principe, egli si studiò di possedere molta parte del sapere d'allora in generale, e, che è più, per iscopi pratici, mirando più alla sostanza che alla forma. Come teologo, per esempio, egli paragonava Tommaso d'Aquino con lo Scoto e conosceva anche gli antichi Padri della Chiesa d'oriente e d'occidente, i primi nelle traduzioni latine. Nella filosofia sembra che abbia lasciato interamente Platone alle predilezioni di Cosimo suo contemporaneo; ma di Aristotile conosceva non soltanto l'Etica e la Politica, ma anche la Fisica e molti altri scritti. Nelle altre sue letture pare che predilegesse in modo speciale gli antichi storici, che possedeva tutti: e questi, non i poeti, «tornava egli sempre a leggere e a farsi leggere».
Anche gli Sforza sono tutti più o meno uomini dotti[464] e proteggono gli studi, come abbiamo già avuto occasione di accennare (v. pag. 37, 53). Il duca Francesco, a quanto sembra, nell'educazione de' suoi figli riguardava la cultura umanistica come un ornamento indispensabile, e ciò anche per motivi politici, considerando come un vantaggio inestimabile, che il principe potesse trattare cogli uomini più colti da pari a pari. Lodovico il Moro, eccellente latinista egli stesso, mostrò più tardi un vivo interessamento per ogni genere di cultura, senza limitarsi alla sola antichità (v. pag. 56).
Anche i principi minori cercarono procacciarsi un simil genere di gloria, e si fa loro un gran torto se si crede che non abbiano mantenuto i loro letterati di corte per altro fine, che per esserne celebrati e adulati. Di un principe quale fu Borso di Ferrara (v. pag. 46), non si può certo supporre, in onta anche alla sua vanità, che aspettasse l'immortalità dai poeti, per quanto anche questi abbiano voluto adularlo con una «Borseide», e simili; egli era troppo persuaso della sua potenza, per scendere a tanto; ma la compagnia dei dotti, il culto dell'antichità e una elegante epistolografia latina erano cose, di cui un principe d'allora non poteva far senza. Quante volte non ha deplorato il duca Alfonso, che pure aveva tanta cultura, (v. pag. 63), che la sua gracilità in gioventù lo abbia costretto a cercare distrazioni e salute unicamente nel lavoro manuale![465] Ma chi potrebbe dire quanto quei lamenti fossero sinceri, o se egli non li facesse, che al solo scopo di tenersi lontani tutti i letterati? In un'anima come la sua la simulazione era abituale, nè giunsero mai a leggervi nettamente per entro nemmeno i suoi contemporanei.
Perfino i più piccoli fra i tiranni della Romagna sentono il bisogno di avere uno o più umanisti alla loro corte: e in tal caso il maestro di casa o il segretario diventano per un tempo più o meno lungo il personaggio più importante fra tutti quelli che circondano il principe.[466] Comunemente si passa oltre con troppo disprezzo e con troppa precipitazione su queste particolarità, che sembrano e non sono inezie, e si dimentica che nell'ordine morale i fatti più salienti sono appunto quelli, che non obbediscono a nessuna regola, o consuetudine.
Qualche cosa di singolarmente strano deve essere stata la corte di Rimini sotto l'audace masnadiere e condottiero Sigismondo Malatesta. Egli aveva intorno a sè un certo numero di filologi, taluni dei quali erano riccamente provvisti anche col possesso di qualche podere, altri avevano almeno tanto da poter vivere ricevendo lo stipendio di ufficiali e servendo anche in tale qualità.[467] Essi tenevano frequenti ed acri dispute nel castello di Sigismondo (arx sismundea), presente lo stesso «re», come essi lo chiamavano; naturalmente le loro poesie latine riboccano delle sue lodi e cantano i suoi amori con la bella Isotta, in onore della quale fu fatta la celebre ricostruzione della chiesa di S. Francesco in Rimini, per convertirla in monumento sepolcrale: Divae Isottae sacrum. E quando i filosofi muojono, son collocati nei sarcofaghi, di cui sono piene le nicchie delle pareti esterne della stessa chiesa: un'iscrizione indica il tempo della morte di ciascuno e segna l'anno del regno di Sigismondo, figlio di Pandolfo.[468] Dire oggidì che un mostro simile amava la scultura e la compagnia dei dotti, parrebbe quasi un voler far credere l'incredibile; pure l'uomo stesso che lo scomunicò, lo combattè e lo fe' bruciare in effigie, Papa Pio II, scrisse di lui: «Sigismondo conosceva le storie ed era molto innanzi nella filosofia, e sembrava nato a tutto ciò che intraprendeva».[469]
CAPITOLO VII. Riproduzione dell'antichità. Epistolografia.
La Cancelleria papale. — Apprezzamento dello stile epistolare.
Ma due erano gli scopi principali, per cui tanto le Repubbliche, quanto i Principi e i Papi non credevano poter far senza degli umanisti: la redazione delle corrispondenze epistolari, e la preparazione dei discorsi da tenere in pubblico o nelle solenni circostanze.
Il segretario non solo deve, quanto allo stile, essere un buon latinista, ma anzi si crede che solo un umanista possegga le attitudini e la cultura necessarie per essere un buon segretario. Ammessa una tale supposizione, s'intende subito come sia avvenuto che i più illustri scienziati del secolo XV abbiano per la massima parte consacrato in tal modo una parte considerevole della loro vita al servizio dello Stato. Nella scelta non si aveva riguardo alcuno nè alla patria, nè all'origine del candidato; dei quattro grandi segretari, che servirono la Repubblica di Firenze dal 1429 al 1465,[470] tre erano originari della soggetta città di Arezzo, vale a dire Leonardo (Bruni), Carlo (Marzuppini) e Benedetto Accolti: il Poggio scendeva da Terranuova, ugualmente nel territorio fiorentino. Ma già da lungo era una consuetudine invalsa quella di conferire ad estranei i maggiori uffici della città. Leonardo, il Poggio e Giannozzo Manetti furono anche ad intervalli cancellieri segreti dei Papi, e Carlo Aretino doveva egli pur divenirlo. Biondo di Forlì e, in onta a tutte le ripugnanze, da ultimo anche Lorenzo Valla tennero lo stesso ufficio. Da Nicolò V e Pio II in avanti[471] il palazzo papale attira le menti più poderose nella sua cancelleria, e ciò accade perfino sotto gli ultimi Papi del secolo XV, tutt'altro che devoti al culto della letteratura. Nella Storia dei Papi del Platina la vita di Paolo II non è che un atto di vendetta dell'umanista contro l'unico Papa, che non seppe trattare come meritavano i suoi cancellieri, quella splendida riunione di «poeti ed oratori, che impartiva alla Curia altrettanto lustro, quanto ne riceveva». Bisogna vederli, questi orgogliosi signori, alle prese fra loro, quando sorge una questione di preminenza, o quando, per esempio, gli avvocati concistoriali vogliono stare in pari rango con loro, o, peggio ancora, si arrogano di sorpassarli![472] Tutto ad un tratto le citazioni piovono d'ogni parte, e l'uno evoca la memoria di Giovanni evangelista, che ebbe il privilegio di vedere anticipatamente gli arcani del cielo, l'altro cita lo scrivano di Porsenna, che da Muzio Scevola fu scambiato pel re stesso, un terzo nomina Mecenate, depositario dei segreti d'Augusto, un quarto dimostra come in Germania gli arcivescovi stessi si gloriano del titolo di cancellieri, e simili.[473] «Gli scrittori apostolici hanno nelle loro mani i più importanti affari del mondo; imperocchè chi, all'infuori di essi, determina i punti della fede cattolica, combatte l'eresia, ristabilisce la pace, compone le differenze tra i grandi monarchi? Chi, se non essi, redige e custodisce i prospetti statistici dell'intera Cristianità? Sono essi che destano la maraviglia nei re, nei principi e nei popoli con tutto ciò che viene emanato dai Papi; essi stendono gli ordini e le istruzioni pei legati; nè hanno altra dipendenza fuorchè dal Papa, ai servigi del quale sono sempre pronti ed attivi in qualsiasi ora del giorno e della notte». Con tutto ciò, i primi a toccare il colmo della gloria e della potenza, furono i due celebri segretari e stilisti di Leone X: Pietro Bembo e Jacopo Sadoleto.
Non tutte le cancellerie hanno una dicitura elegante; anzi la maggior parte di esse usano uno stile assai grossolano in un latino, che non ha alcuna purezza. Nei documenti milanesi riportati dal Corio, accanto a forme di questo genere, emergono tanto più pel loro gusto veramente attico un paio di lettere, che debbono essere state scritte da membri della stessa famiglia regnante e in momenti di supremo pericolo.[474] Ciò mostra che l'eleganza della dizione si reputava necessaria in ogni momento della vita, ed era diventata in quei personaggi omai una abitudine.
È facile immaginare con quanta sollecitudine venissero studiate a que' tempi le raccolte epistolari di Cicerone, di Plinio e d'altri. Ancora nel secolo XV comparve una serie di manuali e formularj di epistolari latini (come ramo accessorio dei grandi lavori grammaticali e lessicografici), la cui moltitudine desta anche oggidì la maraviglia nelle biblioteche. Ma quanto più gli inetti non esitavano a servirsi di tali aiuti, tanto più gli uomini veramente capaci sentirono il bisogno di tenersene lontani e di fare da sè, e le lettere del Poliziano, e un po' più tardi quelle di Pietro Bembo, furono riguardate come capilavori inarrivabili non solo di stile latino, ma di epistolografia in genere.
Accanto a ciò si produce anche nel secolo XVI uno stile epistolare classico italiano, nel quale di nuovo il Bembo porta il vanto su tutti. È un modo di scrivere affatto moderno e che si scosta in tutto dalla forma latina, ma tuttavia intrinsicamente e quanto alla sostanza si mostra affatto impregnato delle idee dell'antichità. Queste lettere sono scritte bensì in parte in via confidenziale, ma per lo più con la vista di una possibile pubblicazione, e sempre poi colla supposizione che potessero essere mostrate in causa della loro eleganza. Dal 1530 in poi cominciano anche le collezioni stampate, parte di lettere diverse messe là alla rinfusa, parte di corrispondenze speciali di singoli autori, e lo stesso Bembo acquistò fama di eccellente epistolografo non solo nella lingua latina, ma anche nell'italiana.[475]
CAPITOLO VIII. L'eloquenza latina.
Indifferenza rispetto alla condizione dell'oratore. — Discorsi solenni di materia politica o in occasioni di ricevimento. — Orazioni funebri. — Discorsi accademici e allocuzioni militari. — Prediche latine. — Rinnovamento dell'antica rettorica. — Forma e contenuto; citazioni. — Concioni finte. — Scadimento dell'eloquenza.
Più splendida ancora, che quella dell'epistolografo, è la posizione dell'oratore[476] in un'epoca e presso un popolo, in cui l'ascoltare è un piacere assai ricercato e in cui inoltre le memorie del senato romano e de' suoi oratori signoreggiano tutte le menti. L'eloquenza appare ora completamente emancipata dalla Chiesa, dove nel medio-evo aveva trovato il suo rifugio: essa è oggimai un elemento necessario, ed un ornamento di ogni uomo posto in condizione alquanto elevata. Moltissimi momenti solenni della vita, che ora sono riempiti dalla musica, in allora erano consacrati a lunghe concioni latine o italiane. Noi lasciamo al lettore intera libertà di giudizio sulla maggiore opportunità dell'uno o dell'altro di tali trattenimenti.
La condizione dell'oratore era perfettamente indifferente; ciò che innanzi tutto si ricercava in lui era un ingegno e una cultura umanistica superiori ad ogni critica. Alla corte di Borso in Ferrara il medico del duca, Girolamo da Castello, dovette far gli onori del ricevimento con un discorso tanto all'imperatore Federico III, che al papa Pio II.[477] Egli era d'uso altresì che laici, anche ammogliati, potessero salire il pergamo nelle chiese e parlare di là in ogni occasione solenne o funebre, e perfino nelle feste di alcuni santi. Ai Padri non italiani del Concilio di Basilea parve cosa un po' strana quando l'arcivescovo di Milano nel giorno di S. Ambrogio chiamò a tesserne le lodi Enea Silvio, che non aveva ancora ricevuto verun ordine sacro; ma in fine vi si adattarono e stettero ad udirlo con la più viva attenzione.[478]
Diamo ora uno sguardo generale alle occasioni più importanti e più frequenti delle pubbliche concioni. Non per nulla, innanzi tutto, si dicono oratori gli inviati da Stato a Stato: accanto alle negoziazioni segrete vi era sempre anche un inevitabile apparato esterno, un discorso pubblico, recitato con pompa più che si poteva solenne.[479] Ordinariamente uno del personale della ambasceria, spesso assai numerosa, prendeva la parola per tutti; ma una volta accadde a Pio II, dal quale, come profondo conoscitore, ognuno ambiva di essere sentito, che dovette ascoltare, l'un dopo l'altro, tutti gl'inviati.[480] Poi parlavano volentieri anche i principi, per lo più dotti e ugualmente padroni delle eleganze latine e italiane. I figli della famiglia Sforza furono assai per tempo abituati a tali esercizi: Galeazzo Maria, ancor giovanissimo, recitò nel 1455 una lunga arringa dinanzi al Gran Consiglio di Venezia,[481] e sua sorella Ippolita salutò nel 1459 al Congresso di Mantova il papa Pio II con un forbito discorso.[482] Lo stesso Pio II s'è preparata da sè l'alta posizione cui giunse col fascino irresistibile della sua eloquenza, nè senza essa forse vi sarebbe mai giunto, in onta a tutta la sua abilità diplomatica e alla sua vasta dottrina. «Nulla infatti (dice un contemporaneo) rapiva, quanto l'impeto della sua parola».[483] Questa fu certo la causa principale, per cui moltissimi lo reputarono degno del Papato, ancora prima che fosse eletto.