PARTE PRIMA LO STATO COME OPERA D'ARTE
Diego Valbusa translation
CAPITOLO I. Introduzione.
Condizioni politiche d'Italia nel sec. XIII. — La Monarchia normanna sotto Federico II. — Ezzelino da Romano.
Questo scritto porta il titolo di semplice Saggio nel senso più rigoroso della parola, perchè nessuno sa meglio dell'autore, ch'egli s'è posto ad una impresa di vasta mole con mezzi e forze di gran lunga sproporzionate. Ma, quand'anche egli potesse sino ad un certo grado dichiararsi soddisfatto del proprio lavoro, non oserebbe tuttavia lusingarsi di aver con ciò meritato la lode degl'intelligenti e dei maestri. Già forse di per sè i contorni ideali del quadro di una data civiltà presentano una importanza diversa ad ogni osservatore; e quando poi trattisi di una civiltà che, come madre immediata, continua ad influire sulla nostra, quasi impossibile riesce di evitare che ad ogni tratto non si ridesti il sentimento e il giudizio subbiettivo tanto di chi scrive, che di chi legge. Nell'ampio mare, nel quale ci avventuriamo, le vie e le direzioni possibili sono molte; e gli stessi studi intrapresi per questo lavoro assai facilmente potrebbero in mano ad altri non solo ricevere uno sviluppo ed una trattazione diversa, ma porgere occasione altresì a conclusioni del tutto contrarie. E per vero il soggetto ha in sè tanta importanza da far desiderare di vederlo studiato sotto tutti gli aspetti e da punti di vista i più disparati. In mezzo a ciò noi saremo contenti, se la nostra parola non cadrà affatto inascoltata e se questo libro sarà giudicato nel suo insieme come un tutto organico, che può stare da sè. La più grave difficoltà in una storia della cultura sta appunto nel dover rompere la continuità del processo storico, scomponendolo in parti che spesso sembrano arbitrarie, per pur giungere a darne comecchessia un'immagine. — Alla maggior lacuna del libro pensavamo altra volta di poter supplire con un'altra opera, che avrebbe dovuto intitolarsi: l'Arte nel secolo del Rinascimento; ma questo proposito non ha potuto effettuarsi che in parte.[1]
La lotta fra i Papi e gli Hohenstauffen finì col lasciare l'Italia in uno stato politico essenzialmente diverso da quello degli altri paesi occidentali. Mentre in Francia, in Ispagna, in Inghilterra il sistema feudale era ordinato per modo che, dopo percorso lo stadio della sua vita, dovette cadere nelle braccia della monarchia unitaria; mentre in Germania contribuì a mantenere, almeno esteriormente, l'unità dell'Impero, in Italia invece s'era quasi interamente sottratto ad ogni specie di dipendenza. Gl'imperatori del secolo XIV, anche nei casi più favorevoli, non vi furono più accolti come supremi signori feudali, ma solamente come capi e sostegni possibili di potenze già costituite; e dal canto suo il Papato, ricco di aderenti e di appoggi, era forte abbastanza da impedire ogni futura unificazione del paese, ma non già da poter fondarne una esso stesso.[2] Fra l'uno e l'altro di questi rivali eravi una moltitudine di aggregazioni politiche — repubbliche e principati — talune già preesistenti, altre surte da poco, la cui esistenza non era fondata che puramente sul fatto.[3] In esse lo spirito della moderna politica europea scorgesi per la prima volta abbandonarsi liberamente a' suoi propri istinti, trascorrendo assai di frequente agli eccessi del più sfrenato egoismo, conculcando ogni diritto e soffocando il germe di ogni più sana cultura; ma dove queste tendenze furono arrestate od almeno comecchessia controbilanciate, quivi si ha subito qualche cosa di nuovo e di vivo nella storia, si ha lo Stato nato dal calcolo e dalla riflessione, lo Stato come opera d'arte. Questa nuova vita si manifesta tanto nelle repubbliche che nei principati in mille modi diversi, e ne determina non solo la forma interna, ma altresì la politica estera. — Noi ne prenderemo in esame il tipo più completo ed esplicito negli Stati retti a forma principesca.
Gli Stati retti a forma principesca trovarono un modello illustre nel regno normanno dell'Italia meridionale e della Sicilia, dopo la trasformazione che esso aveva subìto per opera dell'imperatore Federico II.[4] Questi, cresciuto in mezzo ai pericoli e alle insidie e in prossimità ai Saraceni, si era abituato assai per tempo a giudicar delle cose e a trattarle da un punto di vista affatto obbiettivo, anticipando così il tipo dell'uomo moderno sul trono. A queste sue qualità bisogna aggiungere altresì la profonda conoscenza ch'egli aveva delle condizioni interne degli Stati saraceni e della loro amministrazione, nonchè la guerra a morte sostenuta coi Papi, che obbligò entrambi i contendenti a mettere in campo tutte le forze ed i mezzi, di cui poteano disporre. Le ordinanze di Federico (specialmente dal 1231 in avanti) non mirano ad altro, fuorchè alla distruzione completa del sistema feudale e alla trasformazione del popolo in una moltitudine indifferente, inerme e solo in estremo grado tassabile. Egli centralizzò l'intera amministrazione giudiziaria e politica in un modo sino a quel tempo affatto sconosciuto in Occidente. Nessun ufficio poteva più essere conferito in virtù dell'elezione popolare, sotto pena di veder devastato il paese, dove ciò si osasse, e ridotti gli abitanti in condizione servile. Le imposte, basandosi sopra uno sconfinato catasto e sulle consuetudini maomettane, venivano percette con quei modi vessatorii e crudeli, senza dei quali, del resto, in Oriente è impossibile estorcere un quattrino ai contribuenti. Qui insomma non si ha più un popolo, ma una moltitudine di sudditi sottoposti a sì rigido sindacato, che non possono nemmeno, senza speciale permesso, nè prender moglie, nè studiare all'estero: — l'università di Napoli infatti fu la prima a metter leggi restrittive agli studi; — quando lo stesso Oriente, in simili materie almeno, lasciava la più ampia libertà. E dai despoti musulmani copiò altresì Federico il sistema di esercitare il commercio per conto proprio in tutto il mare Mediterraneo, riserbandosi, con molto scapito de' suoi sudditi, il monopolio di parecchi oggetti. — I califfi fatimiti colle loro tendenze eterodosse non ancor ben manifeste erano stati (almeno sul principio) abbastanza tolleranti colla religione dei loro sudditi: Federico al contrario corona il suo sistema di governo con una persecuzione contro gli eretici, che sembrerà tanto più riprovevole, quando si ammetta, come par quasi certo, che egli in costoro abbia inteso di perseguitare i partigiani non tanto della libertà di coscienza, quanto del libero vivere civile. Finalmente egli si tiene sempre dappresso, quali agenti di polizia all'interno e come nucleo dell'armata contro i nemici esterni, quei Saraceni trapiantati dalla Sicilia a Lucera e a Nocera, che con uguale indifferenza sono sordi ai lamenti dei sudditi e alle scomuniche papali. — I sudditi, disavvezzi alle armi, lasciarono più tardi, con indolente apatìa, consumarsi la rovina di Manfredi e il trionfo dell'Angioino; ma questi alla sua volta fece suo quel sistema di governo, e se ne giovò a' suoi scopi ulteriori.
Accanto all'imperatore, che mirava a centralizzare ogni cosa, sorge un usurpatore di un genere tutto affatto particolare, Ezzelino da Romano, vicario e genero di lui. Egli non rappresenta propriamente nessun sistema di governo o di amministrazione, poichè tutta la sua attività fu sprecata in guerre continue per l'assoggettamento delle Provincie orientali dell'Italia superiore; ma, come tipo politico pei tempi posteriori, non è meno importante del suo imperiale protettore. Sino a questo tempo ogni conquista ed usurpazione del Medio-Evo erasi effettuata in vista di veri o pretesi diritti di eredità ed altro, o a danno degl'infedeli e degli scomunicati. Ora per la prima volta si tenta la fondazione di un trono sulla strage delle moltitudini e su altre infinite crudeltà, che è come dire, impiegando ogni sorta di mezzi, pur di riuscire allo scopo. Nessuno dei tiranni posteriori, non lo stesso Cesare Borgia, ha uguagliato Ezzelino nella immanità dei delitti; ma l'esempio era dato, e la caduta di Ezzelino non ricondusse la giustizia fra i popoli, nè fu di alcun freno agli usurpatori venuti dopo.
Indarno S. Tommaso d'Aquino, nato suddito di Federico, pose innanzi la dottrina di una costituzione di governo, in cui il principe s'immagina assistito da una Camera alta da lui nominata e da una Rappresentanza eletta dal popolo. Simili teorie si perdevano senza eco nelle scuole, e Federico ed Ezzelino rimasero per l'Italia le due più grandi figure politiche del secolo XIII. La loro personalità, rappresentata sotto un aspetto per metà, leggendario, costituisce la parte più importante delle «Cento novelle antiche», la cui originaria redazione cade certamente in questo secolo.[5] In esse si parla di Ezzelino con quella specie di reverente paura, che sogliono inspirare le cose grandi, e in breve un'intera letteratura si forma intorno alla sua persona, dalla cronaca dei testimoni oculari alla tragedia, che ne fa quasi un mito.[6]
Subito dopo la caduta di entrambi pullulano numerosi, principalmente dalle lotte partigiane dei Guelfi e dei Ghibellini, i singoli tiranni, in generale quali capi dei Ghibellini, ma in occasioni e condizioni così diverse, che è impossibile non riconoscere in questo fatto una legge di suprema ed universale necessità. Quanto ai mezzi, di cui si servono, essi non hanno bisogno che di continuare sulla via adottata già dai partiti: l'espulsione o la distruzione degli avversari e delle loro case.
CAPITOLO II. La Tirannide nel secolo XIV.
Finanze e loro rapporti colla civiltà. — L'ideale di un principe assoluto. — Pericoli interni ed esterni. — Giudizio dei Fiorentini sui tiranni. — I Visconti sino al penultimo.
Le maggiori e minori tirannidi del secolo XIV sono una prova evidente del come esempi consimili non andarono punto perduti. Le loro immanità parlavano abbastanza altamente, e la storia le ha circostanziatamente descritte; ma, come Stati destinati a sostenersi da sè e a non contare che sopra le proprie forze, e organizzati in conformità a questo scopo, presentano pur sempre una particolare importanza.
Il calcolo freddo ed esatto di tutti i mezzi, di cui in allora nessun principe fuori d'Italia aveva nemmeno un'idea, congiunto con una potenza quasi assoluta dentro i limiti dello Stato, fece sorgere qui uomini e forme politiche affatto speciali.[7] Il segreto principale del regnare stava, pei tiranni più accorti, nel lasciare possibilmente le imposte quali ognuno di essi le aveva trovate o fissate al principio della sua signorìa. Tali erano: un'imposta fondiaria basata sopra un catasto; determinati dazi di consumo, e gabelle pure determinate sopra l'importazione e l'esportazione: vi si aggiungevano poi le rendite dei dominii privati della casa regnante. Esse non oltrepassavano mai un certo limite, tranne il caso di un notevole aumento nella pubblica prosperità e nel commercio. Di prestiti, quali si vedevano effettuarsi nelle comunità repubblicane, qui non si parlava neppure; e più volentieri si ricorreva a qualche ardito colpo di mano, quando si poteva prevedere che non avrebbe prodotto veruna scossa, come, per esempio, la destituzione e la spogliazione, all'uso affatto orientale, dei supremi magistrati della finanza.[8]
Con queste rendite si cercava di provvedere a tutti i bisogni della piccola corte, alla guardia personale del principe, ai mercenari assoldati, alle pubbliche costruzioni, — nonchè ai buffoni ed agli uomini d'ingegno, che formavano il seguito del regnante. L'illegittimità, circondata da continui pericoli, isola il tiranno: l'alleanza più onorevole ch'egli possa stringere, è quella degli uomini superiori, senza riguardo alcuno alla loro origine. La liberalità dei principi del nord nel secolo XIII s'era ristretta ai cavalieri, vale a dire alla nobiltà che serviva e cantava. Non così il tiranno italiano: sitibondo di gloria e vago di trionfi e di monumenti, egli pregia l'ingegno come tale, e se ne giova. Col poeta e coll'erudito si sente sopra un terreno nuovo, e quasi in possesso di una nuova legittimità.
Universalmente noto sotto questo rapporto è il tiranno di Verona, Can Grande della Scala, il quale negl'illustri esuli accoglieva alla sua corte i rappresentanti di tutta Italia. Gli scrittori se ne mostrarono riconoscenti: Petrarca, le cui visite a questa corte trovarono un biasimo così severo, ci dà il tipo ideale più completo di un principe del secolo XIV.[9] Dal suo mecenate — il signore di Padova — egli pretende molte e grandi cose, ma in modo tale da mostrare ch'egli ne lo crede anche capace. «Tu non devi essere il padrone, ma il padre de' tuoi sudditi e devi amarli come tuoi figli, anzi come membra del tuo stesso corpo. Armi, guardie e soldati puoi tu adoperare contro i nemici; — co' tuoi concittadini devi ottener tutto a forza di benevolenza. Bene inteso, io dico i soli cittadini che amano l'ordine; poichè chi ogni giorno va in cerca di mutamenti, è un ribelle, un nemico dello Stato, e contro simile genìa una severa giustizia deve aver sempre il suo corso».[10] Entrando poi ne' particolari, vi si scorge la finzione affatto moderna dell'onnipotenza dello Stato: il principe deve aver cura di tutto, restaurare e mantenere le chiese e i pubblici edifizi, sorvegliare la polizia delle strade, prosciugar le paludi, regolare la vendita del vino e dei grani, ripartire equamente le imposte, soccorrere i poveri e gl'infermi e accordar la sua protezione e la sua confidenza agli uomini illustri, perchè questi soli gli assicurano un posto glorioso presso la posterità.[11]
Ma, per quanti possano essere stati i lati luminosi e i meriti personali di taluni fra questi principi, tuttavia il secolo XIV riconosceva o almeno presentiva la breve durata e l'effimera sussistenza della maggior parte delle tirannidi. Siccome istituzioni politiche di questo genere per lor natura son destinate a mantenersi tanto più stabilmente, quanto maggiore è l'estensione del loro territorio, così era anche naturale che i principati più potenti fossero sempre proclivi ad ingoiare i più deboli. Quale ecatombe di piccoli signori non fu sacrificata in questo tempo ai soli Visconti! — A questi pericoli esterni poi corrispondeva quasi sempre un cupo fermento all'interno, e questo stato di cose non poteva certamente non esercitare una sinistra influenza sull'animo del principe. L'arbitrio male inteso e lo sfrenato egoismo da un lato, i nemici e i cospiratori dall'altro lo trasformavano quasi inevitabilmente in tiranno nel peggior senso della parola. Avesse egli almeno potuto fidarsi de' suoi più prossimi congiunti! Ma dove tutto era illegittimo, non poteva neanche parlarsi di un diritto stabile di eredità, sia riguardo alla successione al trono, come altresì riguardo alla ripartizione dei beni, e appunto nei momenti di maggior pericolo un risoluto cugino od uno zio si sostituivano, nell'interesse stesso dell'intera famiglia, al posto del legittimo erede minorenne od inetto. Anche l'esclusione o il riconoscimento dei figli illegittimi davano occasione a liti continue. E così accadde, che un numero ragguardevole di queste famiglie si trovò avere nel seno non pochi di tali congiunti malcontenti e sitibondi di vendetta; il che non di rado condusse poscia al tradimento aperto e alle stragi domestiche. Altri, vivendo all'estero in qualità di fuggiaschi, si chiudono in paziente aspettativa, come ad esempio quel Visconti che, stando a pescare sul lago di Garda,[12] al messo del suo rivale, che lo avea richiesto quando pensasse di ritornare a Milano, seccamente rispose: «non prima che le scelleratezze del tuo padrone abbiano superato le mie». Talvolta sono altresì i congiunti del principe che lo sacrificano alla pubblica moralità troppo altamente offesa, per salvare così gl'interessi della dinastia.[13] Altrove la signoria è ancora proprietà dell'intera famiglia per modo che il capo di essa è obbligato di sentire il parere dei membri che la compongono, ed anche in questo caso la divisione del possesso e della potenza è causa frequente di acerbi rancori.
Tutti questi fatti eccitano assai per tempo il più profondo disprezzo negli scrittori fiorentini d'allora. Già il fasto stesso ed il lusso, col quale i principi cercavano forse non tanto di soddisfare alla propria vanità, quanto d'impressionare la fantasia del popolo, è fatto segno ai loro più amari sarcasmi. Guai se un signore sorto di fresco capita loro tra mano, come fu il caso appunto dell'intruso Doge Agnello da Pisa (1364), che usava uscire a cavallo con uno scettro d'oro in mano e, tornato a casa, mostravasi dalla finestra appoggiato a guanciali e a drappi pure tessuti in oro «a quel modo che soglionsi mostrar le reliquie de' Santi», facendosi servire in ginocchio, quasi fosse un Papa od un Imperatore.[14] Ma più spesso ancora questi vecchi fiorentini assumono un tuono grave e serio. Dante intende e caratterizza egregiamente il lato ignobile e volgare della cupidigia e dell'ambizione dei nuovi principi. «Che cosa vogliono dire le vostre trombe, e i corni e i flauti e le tibie, se non: venite, venite, carnefici, venite, avoltoi?».[15] Il castello della tirannide non s'immagina che in sito eminente ed isolato, riboccante d'insidie e di carceri, vero ricettacolo di miseria e di ribalderìe.[16] Altri predicono sventure a chiunque s'accosti o serva il tiranno,[17] che da ultimo trovano degno esso stesso di compassione, costretto, com'è, ad odiare tutti i buoni e gli onesti, a non fidarsi di chicchessìa e a leggere ad ogni momento in viso a' suoi sudditi la speranza della sua caduta. «A quello stesso modo, scrive M. Villani, che le tirannidi nascono, crescono e si rassodano, così nasce e cresce con loro l'elemento segreto, che deve trarlo a rovina».[18] E tuttavia si tace di ciò che costituiva il più spiccato contrasto tra le città libere e i principati: Firenze infatti tendeva allora a promovere il maggiore sviluppo possibile della individualità, mentre i tiranni non vogliono emergere che essi stessi, con gl'immediati loro aderenti. Il sindacato sulle persone si esercitava in modo rigorosissimo, come ne fanno prova gli uffici allora generalizzati dei passaporti.[19]
Lo spavento e la miseria di tali condizioni assumevano agli occhi dei contemporanei un aspetto ancor più speciale per le superstizioni astrologiche e per l'empietà di taluni fra quei tiranni. Quando l'ultimo dei Carrara non fu più in grado di agguerrire le mura e le porte di Padova spopolata dalla pestilenza e assediata dai Veneziani (1405), gli uomini della sua guardia lo udirono spesso nel silenzio della notte invocare il demonio, «perchè lo uccidesse!».
Il tipo più completo e più istruttivo di queste tirannidi del secolo XIV si ha indubbiamente nei Visconti di Milano, dalla morte dell'arcivescovo Giovanni (1354) in poi. In Bernabò pel primo riscontrasi una quasi somiglianza di famiglia coi più feroci imperatori romani:[20] l'affare di Stato più importante è la caccia dei cinghiali del principe: chi a questo riguardo si permette il più piccolo arbitrio, è messo a morte fra inauditi tormenti: il popolo tremante deve nutrirgli i suoi cinquemila e più cani da caccia, sotto la più stretta responsabilità per la loro salute. Le imposte vengono percette nei modi più odiosi, che si possano immaginare: sette figlie ricevono una dote di 100,000 fiorini d'oro ciascuna, e, in onta a ciò, un enorme tesoro si trova accumulato nelle mani del principe. Alla morte di sua moglie (1384) una notificazione «ai sudditi» intima che, come altre volte essi parteciparono alle gioie del loro signore, così ora devono dividere con lui il dolore, e quindi portare il lutto per un intero anno. — Senza riscontro poi è il colpo di mano, con cui il nipote di lui Giangaleazzo giunse ad averlo nelle sue mani (1385), per mezzo di una di quelle trame ben riuscite, nel riferire le quali trema il cuore anche agli storici più lontani.[21] In Giangaleazzo si vede a gran tratti il tiranno, che aspira soltanto a cose colossali. Egli spese non meno di 300,000 fiorini d'oro in gigantesche opere d'arginatura, per poter divergere a suo talento il Mincio da Mantova e il Brenta da Padova, e togliere così ogni mezzo di difesa a queste due città,[22] e non par lungi dal vero ch'egli abbia pensato altresì ad un prosciugamento delle lagune di Venezia. Fondò la Certosa di Pavia, «il più maraviglioso di tutti i conventi»[23] e il Duomo di Milano, «che in grandezza e magnificenza supera tutte le chiese della cristianità»; e forse anche il palazzo di Pavia, cominciato da suo padre Galeazzo e da lui condotto a compimento, era in allora la più splendida residenza principesca, che vi fosse in Europa. In questo egli trasportò la sua celebre biblioteca e la grande collezione di reliquie sacre, nelle quali egli aveva una fede affatto particolare. Con tali idee sarebbe stato strano che in politica non avesse steso la mano alle più alte corone. Il re Venceslao lo fece duca (1395); ma egli non pensava a meno che al regno di tutta Italia[24] o alla corona d'imperatore, quando invece si ammalò e morì (1402). Si vuole che tutti i suoi Stati presi insieme gli fruttassero in un anno la rendita ordinaria di un milione e dugento mila fiorini d'oro, oltre ad altri 800,000 di sussidi straordinari. Dopo la sua morte, il dominio, che egli con ogni sorta di violenze avea messo insieme, andò in brani, e appena poterono essere conservate le provincie più vecchie che lo componevano. Chi può dire che cosa sarebbero divenuti i suoi figli Giovanni Maria (morto nel 1412) e Filippo Maria (morto nel 1447), se fossero vissuti altrove e con altre tradizioni di famiglia? Ma, come eredi di questa casa, essi ereditarono anche l'enorme cumulo di scelleratezze e vigliaccherie, che vi si era venuto ingrossando di generazione in generazione.
Anche Giovanni Maria alla sua volta va celebre pe' suoi cani, ma non son più cani da caccia, bensì mastini ch'egli aveva addestrati a sbranar uomini vivi, e dei quali ci furono tramandati anche i nomi, come degli orsi dell'imperatore Valentiniano I.[25] Allorquando nel maggio dell'anno 1409, mentre durava ancora la guerra, il popolo affamato gridava sul suo passaggio pace! pace!, egli scatenò su di esso le sue soldatesche, che scannarono duecento persone; e dopo ciò proibì, pena la forca, di pronunciar le parole pace e guerra, e prescrisse perfino agli ecclesiastici di dire nella Messa dona nobis tranquillitatem, in luogo di pacem. Da ultimo alcuni congiurati giovaronsi destramente del momento, in cui il gran condottiere del pazzo duca, Facino Cane, giaceva gravemente infermo a Pavia, e assassinarono Giovanni Maria presso la chiesa di S. Gottardo a Milano; ma il morente Facino fece giurare lo stesso giorno a' suoi ufficiali di sostenere l'erede Filippo Maria, ed egli stesso per di più propose che la moglie sua, Beatrice di Tenda, si sposasse, dopo la sua morte, a quest'ultimo,[26] ciò che si verificò anche ben presto.
Ed in tempi come questi Cola di Rienzo s'immaginava di poter fondare sull'entusiasmo cadente della borghesia già corrotta di Roma un nuovo Stato, che comprendesse tutta l'Italia! In verità che, accanto a tali principi, egli ha l'aria piuttosto di un povero illuso o di un folle.
CAPITOLO III. La Tirannide nel secolo XV.
Interventi e viaggi degl'imperatori. — Loro pretensioni messe in disparte. — Mancanza di uno stabile diritto ereditario. Successioni illegittime. — I condottieri quali fondatori di stati. — Loro rapporti coi propri signori. — La famiglia Sforza. — Progetti del giovane Piccinino e sua caduta. — Posteriori tentativi dei condottieri.
Nel secolo XV la tirannide mostra già un carattere affatto diverso. Molti dei piccoli ed anche alcuni dei grandi tiranni del secolo precedente, come i Della Scala e i Carrara, erano già caduti in basso; i più potenti, arricchiti delle spoglie altrui, si sono riordinati all'interno in modo affatto speciale; Napoli riceve dalla nuova dinastia aragonese un impulso più energico e vigoroso. Ma del tutto caratteristico per questo secolo è lo sforzo dei condottieri per crearsi uno stato indipendente, od anche una corona, ciò che costituisce un passo ulteriore sulla via dei fatti compiuti, un premio elevato all'ingegno e all'audacia. I piccoli tiranni, per assicurarsi un rifugio, si mettono ora al servizio degli stati maggiori e si fanno lor condottieri, il che procaccia loro danaro e impunità per parecchi misfatti, e talvolta anche ingrandimento del loro territorio. Tutti poi, presi insieme, grandi e piccoli hanno bisogno di sforzi maggiori, debbono procedere più circospetti e guardinghi e astenersi da crudeltà troppo immani. In generale non potevano osare che quel tanto di male, che fosse stato necessario per riuscire nei loro scopi; — e questo veniva lor perdonato, almeno da chi non ne restava offeso. Della pietà religiosa, che tornò pure di tanto vantaggio agli altri principi legittimi d'Occidente, qui non si ha traccia veruna; tutt'al più vi si riscontra una specie di popolarità, che però non esce dalle mura della città che serve di residenza: i principi italiani sentono che ciò che deve loro maggiormente giovare, è il freddo calcolo e l'ingegno. Un carattere come quello di Carlo il Temerario, che con impeto cieco tende a scopi destituiti affatto d'ogni pratica utilità, era un vero enigma per essi. «Gli Svizzeri non sono che poveri contadini e quand'anche si uccidessero tutti, sarebbe questa pur sempre una magra soddisfazione pei magnati di Borgogna, che per avventura perissero in tale lotta! Quand'anche il duca giungesse a posseder la Svizzera senza contrasto alcuno, le sue rendite annue non si aumenterebbero nemmeno di 5000 ducati» ecc.[27] Ciò che in Carlo vi era di medievale, le sue fantasie e idealità cavalleresche, non era cosa più comprensibile da lungo tempo in Italia. Quando poi si seppe che co' suoi ufficiali e comandanti usava unire ai rabbuffi gli schiaffi, e tuttavia li teneva al suo servizio, che maltrattava le proprie truppe, per punirle di una disfatta sofferta, e da ultimo, che in presenza di tutto l'esercito sparlava de' suoi consiglieri intimi, — allora tutti i diplomatici del mezzodì lo diedero per ispacciato.[28] Ma da un altro lato Luigi XI, che nella politica superò gli stessi principi d'Italia, e che non cessava di manifestare la sua ammirazione per Francesco Sforza, rimase loro molto al di sotto, colpa la sua volgare natura, in fatto di civiltà e gentilezza.
Una strana mescolanza di bene e di male è il carattere prevalente di questi stati italiani del secolo XV. La personalità del principe è sì colta, ed egli si presenta sotto un aspetto talmente importante per la sua posizione e pel compito che si propone,[29] che un giudizio su lui dal punto di vista morale riesce oltremodo difficile.
La base fondamentale della signoria è e rimane illegittima, e vi pesa sopra come una maledizione, che non può cancellarsi. Le concessioni e le investiture imperiali non valgono a mutare un tale stato di cose, perchè il popolo non si cura di sapere, se i suoi padroni abbiano comperato un brano di pergamena in paese straniero o da uno straniero di passaggio per le loro terre.[30] Se gl'imperatori fossero stati utili a qualche cosa, non avrebbero dovuto lasciar sorgere i tiranni: quest'era il ragionamento delle moltitudini non istrutte. Sino dalla spedizione a Roma di Carlo IV gl'imperatori non hanno che sanzionato in Italia le tirannidi sorte senza di essi, ma non poterono guarentirle con altro che con semplici documenti. La comparsa e la dimora di Carlo in Italia non è che una delle più vergognose mascherate politiche, che sieno state; ed ognuno può leggere in Matteo Villani[31] in qual modo i Visconti lo menarono attorno pel loro territorio e da ultimo lo scortarono a' confini, come egli corse da un luogo all'altro a guisa di mercatante girovago per iscambiar con danaro al più presto i suoi privilegi, con che meschino apparato fece il suo ingresso in Roma, e come infine, senza nemmeno avere sfoderato la spada, se ne tornò col sacco pieno al di là delle Alpi.[32] Almeno Sigismondo la prima volta venne con la buona idea (1414) d'indurre papa Giovanni XXIII a prender parte al Concilio, che egli aveva in animo di riunire; e fu appunto in quella circostanza che, trovandosi insieme il Papa e l'Imperatore sull'alto della torre di Cremona per godervi il prospetto di gran parte della Lombardia, al loro ospite Gabrino Fondolo, tiranno della città, passò pel capo il pensiero di farli precipitare al basso ambedue. La seconda volta però anche Sigismondo comparve da vero avventuriere, indugiandosi ben più di mezzo anno a Siena, dove era ritenuto prigioniero qual debitore insolvente, e giungendo poscia a stento in Roma, per farvisi incoronare. Che dovremo dir poi di Federigo III? Le sue discese in Italia hanno l'aria di viaggi di vacanza o di ricreazione fatti a spese di coloro, che desideravano veder confermati con qualche brevetto imperiale i loro diritti, o di quelli che si sentivano solleticati nella loro ambizione di poter dare pomposa ospitalità ad un imperatore. Di quest'ultimi fu Alfonso di Napoli, al quale l'onore della visita imperiale non costò meno di 150,000 fiorini d'oro.[33] In Ferrara, al suo secondo ritorno da Roma (1469), Federico stette chiuso un dì intiero in una sala di udienza, occupato a conferir titoli e dignità (non meno di ottanta); e vi nominò cavalieri, dottori, notari, conti di diverso grado, vale a dir conti palatini, conti col diritto di nominar dottori (anche cinque per volta), di legittimar bastardi, di crear notari ecc.[34] Tutto ciò era gratuito, in apparenza; sennonchè al di lui cancelliere dovevasi un segno di riconoscenza per la redazione dei relativi documenti, riconoscenza che ai ferraresi parve un po' cara.[35] Che cosa pensasse il duca Borso nel vedere il suo imperiale protettore rilasciar tali diplomi e tutta la sua piccola corte fare incetta di titoli, la storia non lo dice. Ma gli umanisti, che allora avevano l'ultima parola in tutto, erano divisi in due schiere, secondochè si trovavano, o no, cointeressati in quel traffico. Perciò, mentre gli uni[36] festeggiavano l'imperatore con quel giubilo convenzionale che era proprio dei poeti della Roma imperiale, il Poggio per contrario non sa più che cosa voglia propriamente significare l'incoronazione: avvegnachè gli antichi non coronassero che gl'imperatori vittoriosi e di niun'altra corona, fuorchè di alloro.[37]
Con Massimiliano I poi comincia, insieme all'intervento generale dei popoli stranieri, una nuova politica imperiale verso l'Italia. Il fatto con cui essa ebbe principio — l'investitura di Lodovico il Moro coll'esclusione dell'infelice suo nipote dal trono — non era di tal natura da poter promettere buona fortuna. Secondo la moderna teoria degli interventi, quando due prepotenti vogliono fare in brani un paese, anche un terzo può farsi innanzi e darvi mano; anche l'impero adunque poteva ora pretendere la sua parte. Ma in tal caso non era più da parlare di diritto, nè di giustizia. Quando Luigi XII era aspettato a Genova (1502) e dal vestibolo della sala maggiore nel palazzo dei Dogi fu tolta l'aquila imperiale per sostituirvi i gigli di Francia, lo storico Senarega[38] chiese dappertutto che cosa propriamente significasse quell'aquila rispettata in tante rivoluzioni, e quali diritti l'Impero avesse su Genova? Nessuno gli seppe rispondere altro, fuorchè l'antico ritornello, che Genova era una camera imperii. E infatti nessuno in generale in Italia avrebbe saputo dare allora una risposta decisiva su tali questioni. Soltanto quando Carlo V fu padrone ad un tempo e dell'Impero e della Spagna, potè con le forze spagnuole far valere le pretese imperiali; ma in fondo ciò che egli per tal modo guadagnò, tornò a profitto, non già dell'Impero, ma bensì della monarchia di Spagna.
Dalla illegittimità politica delle dinastie del secolo XV derivò alla sua volta anche l'indifferenza rispetto alla nascita legittima che agli stranieri, specialmente al Comines, parve tanto maravigliosa. La si considerava quasi come una giunta sopra la derrata. Mentre nelle famiglie principesche del nord, in quella di Borgogna, per esempio, ai figli illegittimi non si assegnavano che determinati appannaggi, come vescovati e simili, e mentre in Portogallo una linea spuria non giungeva a sostenersi sul trono che mediante sforzi inauditi, in Italia invece non v'era casa principesca, che non avesse avuto e pazientemente tollerato nella stessa linea principale qualche rampollo illegittimo. Gli Aragonesi di Napoli erano la linea bastarda della casa, perchè l'Aragona propriamente detta toccò al fratello di Alfonso I. Il grande Federigo di Urbino con ogni probabilità non era un vero Montefeltro. Quando Pio II andò al congresso di Mantova (1459), mossero ad incontrarlo in Ferrara otto discendenti illegittimi della famiglia d'Este, fra i quali lo stesso regnante Borso e due figli illegittimi del suo fratello e predecessore Leonello, ugualmente illegittimo.[39] Inoltre quest'ultimo aveva avuto per legittima moglie una principessa, che propriamente non era che una figlia naturale di Alfonso I di Napoli, avuta da una africana.[40] Gl'illegittimi erano anche di frequente ammessi alla successione, specialmente se i figli legittimi erano minorenni quando qualche pericolo stringeva assai da vicino; e così fu introdotta una specie di seniorato senza ulteriore riguardo alla legittimità o illegittimità della nascita. L'opportunità dell'individuo, il suo merito personale e la forza del suo talento furono qui sempre più forti della legge e delle consuetudini invalse in tutti gli altri paesi d'Occidente. Infatti erano i tempi, in cui si vedevano i figli stessi dei Papi crearsi dei principati! Nel secolo XVI, prevalendo l'influenza degli stranieri e della contro-riforma, che allora incominciava, la cosa destò qualche maggiore scrupolo, e già il Varchi trova che la successione dei figli legittimi «è comandata dalla ragione e sin dai più remoti tempi voluta dal cielo».[41] Il cardinale Ippolito d'Este fondava le sue pretese alla signoria di Firenze sul fatto, che egli probabilmente derivava da un matrimonio legittimo, o in ogni caso era figlio almeno di una madre uscita da nobile stirpe, mentre il duca Alessandro avea avuto per madre una fantesca.[42] Ora cominciano anche i matrimoni morganatici di affezione, che nel secolo XV, per motivi di moralità e di politica, non avrebbero avuto alcun senso.
Ma la più alta e più comunemente ammirata forma dell'illegittimità nel secolo XV è quella del condottiere, il quale — qualunque sia la sua origine — giunge a procacciarsi un principato. In sostanza anche l'occupazione dell'Italia meridionale operata nel secolo XI dai Normanni non era stata altra cosa; ma ora diversi tentativi di questa specie cominciarono a tener la Penisola in perpetue agitazioni. L'insediamento di un condottiero a signore di un paese poteva accadere anche senza usurpazione, ogni qualvolta il principe che lo teneva al suo soldo, mancando di denaro, pattuiva con lui una mercede in uomini e terre,[43] le quali, senza di ciò, ed anche nel caso che licenziasse la maggior parte della sua gente, gli erano necessarie per porvi al sicuro i suoi quartieri d'inverno e le provvigioni più indispensabili. Il primo esempio di un capo di bande provveduto in tal guisa è Giovanni Hawkwood, che dal papa Gregorio XI ottenne Bagnacavallo e Cotignola. Ma quando con Alberigo da Barbiano cominciarono ad apparire sulla scena bande e condottieri italiani, parve anche più prossima l'occasione di procurarsi qualche principato, o, se il condottiere lo possedeva già, quella di allargarlo. Il primo grande trionfo di questa avidità soldatesca fu festeggiato a Milano dopo la morte di Giangaleazzo (1402): il governo de' suoi due figli (v. sopra pag. 19) fu volto principalmente alla distruzione di questi tiranni giunti al potere colla forza della propria spada, e dal maggiore di essi, Facino Cane, i Visconti ereditarono non solo la vedova di lui (Beatrice di Tenda), ma altresì un bel numero di città e 400,000 fiorini d'oro, senza contare gli uomini d'arme del primo marito che Beatrice condusse pure con sè.[44] Da questo tempo in poi prevalse in modo incredibile quel rapporto affatto immorale tra i governi che stipendiavano e i condottieri che si vendevano, che è tanto caratteristico del secolo XV. Un vecchio aneddoto,[45] di quelli che sono veri e non veri in ogni tempo e dovunque, lo dipinge presso a poco così: una volta gli abitanti di una città (pare che s'intendesse Siena) avevano un capitano, che li aveva liberati dall'oppressione straniera: ogni giorno essi si consultavano sul modo migliore di ricompensarlo, e trovavano che nessuna ricompensa, che fosse compatibile colle loro forze, sarebbe stata adeguata, neanche se lo avessero creato signore della loro città. Allora uno di essi si alzò e disse: uccidiamolo e poi adoriamolo come nostro patrono. E così fu fatto, rinnovando il caso di Romolo ucciso dal Senato romano. E veramente da nessuno i condottieri avevano maggior bisogno di guardarsi, quanto dai principi o dai governi, pei quali combattevano; poichè, se vincitori, erano riguardati come pericolosi e fatti uccidere, come toccò a Roberto Malatesta subito dopo la vittoria riportata per Sisto IV (1482); se vinti, si vendicava in loro la sconfitta sofferta, come fecero i Veneziani col Carmagnola (1432).[46] Dal punto di vista morale è un fatto degno di molta considerazione, che i condottieri assai di frequente erano obbligati di dare in ostaggio la propria moglie ed i figli, senza per questo giungere a procacciarsi maggior fiducia da parte degli altri, o sentir cresciuta la propria in questi. Avrebbero dovuto essere eroi d'abnegazione, caratteri della tempra di Belisario, per tenersi puri dall'odio, e solo una bontà interna a tutta prova avrebbe potuto salvarli dal diventare malfattori perfetti. Qual maraviglia adunque se noi li vediamo per la massima parte dispregiatori d'ogni cosa più sacra, pieni di crudeltà e di perfidia contro chiunque, e anche al limitare della morte indifferenti affatto alle scomuniche papali? Ma al tempo stesso in alcuni la personalità e il talento si svilupparono in sì alto grado da imporre a forza l'ammirazione e la riconoscenza dei loro soldati, offrendo così nella storia il primo esempio di eserciti, nei quali la forza impellente è senz'altro il credito personale del duce. Una splendida prova se ne ha nella vita di Francesco Sforza,[47] contro il quale nessun pregiudizio di classe fu mai tanto forte da impedirgli di acquistarsi presso tutti la più grande popolarità e di sapersene giovare a tempo opportuno: si sa infatti che più di una volta i nemici, al solo vederlo, deposero spontaneamente le armi e lo salutarono rispettosamente a capo scoperto, perchè ognuno riconosceva in lui «il padre comune di tutti gli uomini d'arme». Questa famiglia Sforza ha un altro lato interessante, ed è che di essa, più che di qualunque altra, si possono seguire passo passo tutti i tentativi fatti per giungere al principato.[48] Il fondamento di questa fortuna fu la grande sua fecondità: Jacopo, il celebre padre di Francesco, non aveva meno di venti tra fratelli e sorelle, tutti rozzamente allevati in Cotignola, presso Faenza, al sentimento di una di quelle inestinguibili vendette, che sono così frequenti in Romagna, contro la famiglia dei Pasolini. Tutta la casa degli Sforza era trasformata in un arsenale e in un corpo di guardia: la stessa madre e le figlie non respiravano che sentimenti di vendetta e di sangue. Ancor tredicenne Jacopo si tolse di là segretamente per recarsi innanzi tutto a Panicale presso Boldrino, condottiere del Papa, quel medesimo, il quale anche morto continuava a guidar le sue schiere, dandosi la parola d'ordine da una tenda tutta circondata di bandiere, nella quale giaceva imbalsamato il suo corpo, — sino a tanto che si trovò un successore che fosse degno di lui. Jacopo, di mano in mano che co' suoi servigi cresceva in credito e potenza, tirò con sè anche i suoi congiunti e per mezzo di essi si procacciò quei vantaggi, che ad un principe procura sempre una numerosa dinastia. Furono infatti questi congiunti che tennero insieme la sua armata per tutto il tempo ch'egli languì prigioniero nel Castel dell'Uovo a Napoli; e fu sua sorella che fece prigionieri colle stesse sue mani i negoziatori di quella corte, e con questa rappresaglia lo salvò dalla morte. Altri indizii della larghezza delle sue viste si ebbero in questo, che Jacopo in affari pecuniari era scrupolosamente ligio alla parola data, e con ciò si mantenne in credito, anche dopo qualche rovescio, presso tutti i banchieri; che in qualsiasi occasione egli prese sempre le parti del popolo contro la licenza della soldatesca; che non trascorse mai a nessun atto di ferocia contro le città conquistate e, più ancora, che non esitò a dare in moglie ad un altro la celebre sua concubina Lucia (la madre di Francesco), per serbarsi sempre libero di passare, data l'occasione, a nozze principesche. Ed in quest'ultimo riguardo egli andò più oltre, non volendo che neanche i suoi congiunti contraessero unioni non approvate da lui. Nel medesimo tempo egli si tenne sempre lontano dall'empietà e dalla vita perduta e rotta de' suoi compagni d'arme; e quando mandò pel mondo suo figlio Francesco, lo congedò con tre avvertimenti essenzialmente pratici: «non accostarti alla donna altrui; non battere alcuno de' tuoi e se l'hai battuto, allontanalo più che puoi; non cavalcare nessun cavallo di duro freno o che perda volentieri la ferratura». Ma prima d'ogni altra cosa egli era, se non un grande capitano, almeno un grande soldato, e poteva vantarsi di un corpo sano, robusto ed esperto in ogni genere di esercizi; si conciliava la popolarità co' suoi modi franchi e schietti, e possedeva una maravigliosa memoria, che gli faceva ricordare anche dopo molti anni tutti i suoi soldati, lo stato del loro servizio, i loro cavalli ecc. Colto non era che nella letteratura italiana; ma nelle ore d'ozio amava erudirsi nella storia, e fece tradurre dal latino e dal greco molti scrittori per suo uso particolare. Francesco suo figlio, ancor più celebre di lui, volse sin da principio chiaramente tutte le sue mire a crearsi una grande signoria, e con splendidi fatti d'armi e con un tradimento assai destramente mascherato giunse anche a farsi padrone della potente Milano (1447-1450).
Il suo esempio sedusse. Enea Silvio intorno a questo tempo scriveva:[49] «nella nostra Italia, tanto vaga di mutamenti, dove nulla ha stabilità e non sussiste omai più nessuno dei vecchi governi, non è difficile che anche i servi possano divenir re». Uno specialmente che si diceva egli stesso «il figlio della fortuna», preoccupava in allora tutte le menti del paese: Giacomo Piccinino, figlio di Niccolò. Era una questione d'interesse vivissimo e generale quella di sapere, se anche egli riuscirebbe a fondare, o no, un principato. Gli Stati maggiori erano evidentemente interessati ad impedirglielo, ed anche Francesco Sforza trovava che sarebbe stato un vantaggio per tutti, se la serie dei condottieri divenuti sovrani si fosse terminata con lui. Ma le truppe e i capitani spediti contro il Piccinino, specialmente nell'occasione che egli voleva impadronirsi di Siena, trovavano invece che il loro tornaconto stava nel sostenerlo: «se la si fa finita con lui (dicevan essi ad una voce), noi possiam tornarcene a lavorare le nostre terre».[50] Perciò, nel tempo stesso che lo tenevano assediato in Orbetello, lo fornivano essi medesimi di viveri, tanto che egli potè da ultimo uscire da quel frangente a patti onorevolissimi. Ma nemmen per questo riuscì a sottrarsi eternamente al proprio destino. Tutta Italia presentiva già ciò che stava per accadere quand'egli, dopo una visita fatta allo Sforza in Milano (1465), si condusse a Napoli a visitare il re Ferrante. In onta a tutte le garanzie e ai rapporti ch'egli aveva nelle regioni più elevate, quest'ultimo lo fece uccidere nel Castel Nuovo.[51] Anche i condottieri, che possedevano stati pervenuti loro per via di eredità, non furono mai pienamente sicuri: quando Roberto Malatesta e Federigo di Urbino morirono nel medesimo giorno, l'uno a Roma, l'altro a Bologna (1482), avvenne che ognuno di essi, morendo, raccomandava all'altro il suo stato.[52] Il fatto è che contro una classe di persone, che si permetteva tutti arbitrii, tutto sembrava permesso. Francesco Sforza ancor molto giovane s'era sposato ad una ricca ereditiera di Calabria, Polissena Ruffa, contessa di Montalto e n'aveva avuto anche una figlia: — una zia le avvelenò entrambe, per appropriarsi l'eredità.[53]
Dalla caduta del Piccinino in avanti, la formazione di nuovi stati creati da condottieri parve uno scandalo da non doversi assolutamente tollerar più, e i quattro stati maggiori, Napoli, Milano, la Chiesa e Venezia sii unirono in un sistema d'equilibrio, che doveva impedirne la rinnovazione. Nello stato della Chiesa, che formicolava di tirannelli, stati in parte già condottieri o che lo erano ancora, sino dal tempo di Sisto IV i soli nepoti del Papa s'attribuirono esclusivamente il privilegio di tentar simili imprese. Ma non appena nella politica si manifestava una oscillazione qualunque, ecco che i condottieri ricomparivano. Sotto il debole governo di Innocenzo VIII poco mancò che un capitano per nome Boccalino, stato già dapprima a servizio in Borgogna, non si desse insieme alla città di Osimo, di cui s'era fatto padrone, in mano a' Turchi;[54] e si dovette andar più che contenti, quando egli, per la mediazione di Lorenzo il Magnifico, s'indusse ad accomodarsi con una somma di danaro e ad andarsene. Nell'anno 1495, quando tutto andò a scompiglio per la venuta di Carlo VIII, un Vidovero, condottiere da Brescia, volle fare esperimento delle sue forze:[55] egli aveva preso già dapprima la città di Cesena, uccidendo molti della nobiltà e della borghesia, ma il castello aveva resistito ed egli aveva dovuto ritirarsi: ora, accompagnato da alcune genti cedutegli da un altro ribaldo suo pari, Pandolfo Malatesta da Rimini, figlio del nominato Roberto e condottiero al soldo dei Veneziani, tolse all'arcivescovo di Ravenna la città di Castelnuovo. I veneziani, che temevano di peggio ed oltre a ciò erano pressati dal Papa, ingiunsero a Pandolfo «a fine di bene» di far prigioniero, datane l'occasione, il suo buon amico, ed egli vi si prestò, benchè «a malincuore»; poco dopo gli sopraggiunse il comando di farlo morir per le forche. Pandolfo non potè usargli altro riguardo, fuorchè quello di farlo strozzare dapprima nel carcere, e di mostrarlo morto al popolo. — L'ultimo notevole esempio di tali usurpatori è il celebre castellano di Musso, il quale, fra gli scompigli del milanese avvenuti in seguito alla battaglia di Pavia (1525), improvvisò la sua sovranità sul lago di Como.
CAPITOLO IV. Le Tirannidi minori.
I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e le nozze di sangue dell'anno 1500. — Fine di questa famiglia. — Le case dei Malatesta, dei Pico e dei Petrucci.
Delle tirannidi del secolo XV può dirsi in generale, che le maggiori scelleratezze s'accumularono nelle più piccole di esse. Frequentissime in famiglie, i cui membri volevano vivere tutti secondo il loro grado, erano le questioni per causa di eredità: Bernardo Varano da Camerino si sbarazzò coll'assassinio di due fratelli (1434), unicamente perchè i suoi figli ne agognavano le ricchezze.[56] Se in qualche città un tiranno si distingueva per un governo saggio, moderato, alieno dal sangue e per la protezione accordata alla cultura, questi era di regola un discendente di qualche grande famiglia, o almeno ne dipendeva per ragioni politiche. Di questa specie fu, per esempio, Alessandro Sforza principe di Pesaro,[57] fratello del grande Francesco e suocero di Federigo da Urbino (morto nel 1473). Saggio amministratore e giusto ed affabile regnante, costui, dopo una lunga carriera guerresca, ebbe un regno tranquillo, durante il quale raccolse una splendida biblioteca e passò il suo tempo in pie ed erudite conversazioni. Anche Giovanni II dei Bentivogli di Bologna (1462-1506), la cui politica era modellata su quella degli Estensi e degli Sforza, potrebbe essere registrato nel numero di costoro. — Qual brutale ferocia invece non si riscontra nelle famiglie dei Varani di Camerino, dei Malatesta di Rimini, dei Manfredi di Faenza, e soprattutto dei Baglioni di Perugia! — Delle vicende di questi ultimi sul finire del secolo XV noi abbiamo ampie notizie da eccellenti fonti storiche — le cronache del Graziani e del Matarazzo.[58]
I Baglioni erano una di quelle famiglie, la cui signoria non si era mai trasformata in un vero principato, ma consisteva soltanto in una supremazia esercitata dentro la cerchia della città e basata sulle grandi ricchezze e sull'influenza effettiva nel conferimento delle pubbliche dignità. Nell'interno della famiglia uno solo era riguardato come il capo supremo di essa; ma un profondo e nascosto rancore regnava tra i membri de' suoi rami diversi. Di fronte ad essi mantenevasi un partito contrario, composto di nobili capitanati dagli Oddi. Intorno al 1487 tutti erano in armi e le case dei grandi erano piene di bravi: non passava giorno che non si commettesse qualche atto di violenza: nell'occasione che dovea portarsi a seppellire uno studente tedesco, stato quivi ucciso, due collegi si posero in armi l'un contro l'altro, e talvolta i bravi di diverse case venivano a battaglia tra loro sulla pubblica piazza. Indarno i commercianti e gli operai ne movevano lamento: i governatori e i nipoti dei Papi tacevano o se ne andavano al più presto possibile. Da ultimo gli Oddi furono costretti ad abbandonare Perugia, e allora la città si convertì in una fortezza assediata sotto la piena signoria dei Baglioni, ai quali anche il duomo dovette servire di caserma. Le cospirazioni e le sorprese venivano represse con terribili vendette: nell'anno 1491, dopo avere scannato d'un tratto ben cento trenta congiurati introdottisi in città, e dopo averne appeso i corpi alle mura del palazzo del comune, furono alzati sulla pubblica piazza trentacinque altari e per tre giorni vi si fecero celebrar messe e far processioni, per purgare e riconsacrare quel luogo contaminato. Un nipote di Innocenzo VIII fu pugnalato di pieno giorno sulla pubblica via; un altro di Alessandro VI, che vi era stato spedito a metter la pace, dovette ritirarsi sotto il peso del pubblico disprezzo. Per converso, ambedue i capi della casa dominante, Guido e Rodolfo, ebbero frequenti colloqui colla santa e taumaturga monaca domenicana suor Colomba da Rieti, la quale, sotto la minaccia di grandi sventure avvenire, consigliava, ma infruttuosamente, la pace. — In mezzo a tutto ciò il cronista non tralascia anche in questa occasione di mettere in rilievo la devozione e la pietà dei migliori fra i perugini. — Mentre Carlo VIII si avvicinava (1494), i Baglioni e gli esigliati, accampatisi in Assisi e nei dintorni, condussero una guerra di tal natura, che nella pianura interposta tutti gli edifici furono atterrati, i campi rimasero incolti, i contadini si trasformarono in audaci masnadieri, e non solo i cervi, ma i lupi altresì corsero a loro agio quel terreno fatto deserto e vi trovarono gradito pascolo nei cadaveri dei caduti, o, come allora dicevasi, nella «carne cristiana». Quando Alessandro VI nel 1495 fuggì nell'Umbria dinanzi a Carlo VIII, che ritornava da Napoli, trovandosi a Perugia, concepì l'idea di sbarazzarsi per sempre dei Baglioni, e propose a Guido una festa qualunque, un torneo o qualche cosa di simile, per averli tutti insieme nelle sue mani; ma Guido fu pronto a rispondere che «il più bello di tutti gli spettacoli sarebbe stato il vedere riuniti insieme tutti gli uomini d'arme di Perugia»; e allora il Papa rinunziò al suo progetto. Poco dopo gli espulsi tornarono a fare una nuova sorpresa, nella quale i Baglioni non ottennero la vittoria se non in virtù del loro eroismo personale. Fu in quella occasione che Simonetto Baglione, appena diciottenne, tenne fronte con pochi sulla pubblica piazza a parecchie centinaia di nemici e, caduto per più di venti ferite, si rialzò di nuovo a combattere, sino a che accorse in suo aiuto Astorre Baglione, il quale, alto sul suo cavallo e tutto armato di ferro dorato e con un gran falcone sull'elmo, «si slanciò nella mischia pari al Dio Marte nelle gesta e nell'aspetto».
Era quello il tempo, in cui Raffaello, fanciullo allor dodicenne, studiava alla scuola di Pietro Perugino. Forse le impressioni di quei giorni sono riprodotte e fatte eterne nelle sue prime figure in piccolo di S. Giorgio e di S. Michele: forse sopravvive ancora, per non morire mai più, una reminiscenza di esse nella figura dello stesso S. Michele fatta in grande posteriormente; e se Astorre Baglione ha per avventura avuto in qualche cosa la sua apoteosi, non potrebbesi cercarla altrove, fuorchè nella figura del celeste guerriero nel gran quadro di Eliodoro.
Gli avversari parte erano periti, parte per paura si erano allontanati, nè in seguito ebbero più la forza di tentar nuovi attacchi. Dopo qualche tempo seguì una parziale riconciliazione e ad alcuni fu concesso il ritorno. Ma Perugia non ridivenne per questo nè più tranquilla nè più sicura: le discordie interne della famiglia dominante proruppero allora in fatti ancor più spaventevoli. Contro Guido, Rodolfo ed i loro figli Giampaolo, Simonetto, Astorre, Gismondo, Gentile, Marcantonio ed altri sorsero uniti due pronipoti, Grifone e Carlo Barciglia: quest'ultimo era al tempo stesso nipote del principe Varano di Camerino e cognato di uno degli anteriori banditi, Geronimo dalla Penna. Indarno Simonetto, che aveva sinistri presentimenti, scongiurò suo zio a permettergli di uccidere questo Penna: Guido glielo proibì. La cospirazione maturò improvvisamente nell'occasione delle nozze di Astorre con Lavinia Colonna, a mezzo l'estate dell'anno 1500. La festa cominciò e durò alcuni giorni tra sinistri indizi, il cui aumentarsi ci vien descritto egregiamente dal Matarazzo. Il Varano, che era presente, li ingannò tutti: a Grifone con arte diabolica fe' balenare agli occhi la possibilità di regnar solo e lasciò credere vera una supposta tresca di sua moglie con Giampaolo, e quando tutto fu ordito, ad ognuno dei congiurati fu assegnata una vittima da scannare. (I Baglioni aveano tutti abitazioni separate, la maggior parte nel luogo, dove è l'attuale castello). Dei bravi, che erano presenti, ognuno ebbe quindici uomini a' suoi ordini: gli altri furono posti in vedetta. Nella notte del 15 luglio le porte furono forzate e compiuti gli assassinii di Guido, di Astorre, di Simonetto e di Gismondo: gli altri poterono fuggire.
Mentre il cadavere di Astorre giaceva, con quello di Simonetto, sulla pubblica via, gli spettatori «e specialmente gli studenti stranieri» furono uditi paragonarlo con quello di qualche antico romano: tanto imponente e grandioso n'era l'aspetto. In Simonetto essi trovavano l'espressione di un'audacia spinta all'estremo, come se la morte stessa non avesse potuto domarlo. I vincitori si recarono attorno dagli amici della famiglia, cercando di rendersi bene accetti, ma trovarono tutti in lagrime ed occupati a preparar la partenza per fuggire alla campagna. Frattanto quelli dei Baglioni che erano fuggiti, raccolsero genti al di fuori, e poi, con Giampaolo alla testa, penetrarono il giorno seguente nella città, dove altri aderenti, anch'essi minacciati di morte dal Barciglia, s'affrettarono ad unirsi con loro: presso S. Ercolano Grifone cadde nelle mani di Giampaolo, che lo abbandonò a' suoi, perchè lo scannassero; ma il Barciglia ed il Penna riuscirono a fuggire a Camerino presso il promotore principale di quella tragedia, e così in un momento, quasi senza perdita alcuna, Giampaolo si trovò padrone della città.
Atalanta, la bella e ancor giovane madre di Grifone, la quale il giorno innanzi, insieme alla di lui moglie Zenobia e a due figli di Giampaolo, si era ritirata in un podere e avea respinto da sè più volte, non senza lanciargli la sua maledizione materna, il figlio che s'affrettava a raggiungerla, accorse ora colla nuora e cercò del figlio stesso già moribondo. Tutti fecero largo alle due donne: nessuno voleva essere riconosciuto per l'uccisore di Grifone, per non tirarsi addosso gli sdegni della madre. Ma s'ingannavano: ella stessa scongiurò il figlio a perdonare a' suoi uccisori, ed egli morì ribenedetto da lei e riconciliato con tutti. Con reverenza mista di pietà tutti guardavano poscia alle due donne, quando con vesti ancora intrise di sangue attraversarono la piazza. Quest'è quella Atalanta, per la quale più tardi Raffaello dipinse la celebre sua Deposizione. Con quel quadro ella depose il proprio dolore ai piedi della Regina di tutti gli addolorati.
Il Duomo, che avea visto la maggior parte di queste tragedie nelle sue vicinanze, fu lavato con vino e consacrato di nuovo. Ma rimase pur sempre in piedi l'arco trionfale eretto per le nozze con suvvi dipinte le gesta di Astorre e colle poesie laudative di colui, che ci narrò tutti questi avvenimenti, il buon Matarazzo.
In seguito si formò una storia affatto leggendaria de' tempi anteriori dei Baglioni, che non è se non un riflesso di queste atrocità. Secondo questa leggenda, tutti i discendenti di questa casa sarebbero morti da tempo immemorabile di morte violenta, una volta non meno di ventisette d'un tratto; le loro case sarebbero state già anteriormente atterrate, e coi materiali delle medesime sarebbero state selciate le vie ecc. Ma il fatto è, che la distruzione vera e reale dei loro palazzi non ebbe luogo che più tardi, sotto il governo di Paolo III.
In onta a tutto questo, e' pare che essi di quando in quando abbiano avuto anche de' buoni intendimenti, come è certo che misero un po' d'ordine nel loro partito e che protessero i pubblici ufficiali dagli arbitrii della nobiltà. Sennonchè la maledizione pareva inseguirli, e scoppiò di nuovo più tardi contro di essi, a guisa d'incendio solo apparentemente domato. Giampaolo fu con lusinghe attirato a Roma nel 1520 sotto Leone X e quivi decapitato: uno de' suoi figli, Orazio, che tenne Perugia solo per qualche tempo e in circostanze burrascosissime, specialmente perchè parteggiava pel duca di Urbino ugualmente minacciato dal Papa, inferocì ancora una volta in modo atrocissimo contro la propria famiglia, assassinando uno zio e tre cugini, tanto che il duca stesso gli fe' dire che era tempo di farla finita.[59] Suo fratello, Malatesta Baglione, è il duce de' fiorentini, che nel 1530 si rese tristamente immortale col suo tradimento, e il figlio di questo, Ridolfo, è quell'ultimo della famiglia, che coll'uccisione del Legato papale e dei pubblici ufficiali conseguì nel 1534 una breve, ma spaventevole signoria.
Coi tiranni di Rimini avremo occasione d'incontrarci ancora qua e colà. — Audacia, empietà, talento guerresco e cultura assai raffinata raramente si riunirono in un uomo solo, come in Sigismondo Malatesta (morto nel 1467). Ma dove i misfatti sovrabbondano, come in questa casa, quivi finiscono anche col preponderare sopra qualsiasi altra qualità e col trascinare il tiranno nell'abisso. Il già menzionato Pandolfo, nipote di Sigismondo, non giunse a sostenersi se non perchè i Veneziani non volevano, ad onta di qualsiasi delitto, veder la caduta di nessuno dei loro condottieri; e quando i suoi sudditi, per motivi ragionevolissimi, lo bombardarono nella sua cittadella di Rimini (1497), e poi lo lasciarono fuggire,[60] un commissario veneziano lo ripose nella signoria, benchè macchiato di fratricidio e di ogni sorta di scelleratezze. In capo a tre decenni però i Malatesta trovaronsi ridotti alla condizione di poveri banditi. L'epoca del 1527 fu, come quella di Cesare Borgia, veramente fatale a queste piccole tirannidi, delle quali ben poche sopravvissero, ed anche queste con assai scarsa fortuna. — Alla Mirandola, dove regnavano i piccoli principi della famiglia Pico, dimorava nell'anno 1533 un povero letterato, Lilio Gregorio Giraldi, che si era quivi rifugiato dal sacco di Roma al tetto ospitale del canuto Giovan Francesco Pico (nipote del celebre Giovanni). I dialoghi che egli ebbe col principe intorno al monumento sepolcrale, che questi voleva preparare a sè stesso, diedero origine ad uno scritto,[61] che nella dedica porta la data dell'aprile di quello stesso anno. Ma quanto è triste il poscritto! «Nell'ottobre dello stesso anno lo sventurato principe, assalito di notte tempo, perdette il trono e la vita per opera di un figlio di suo fratello, ed io stesso, gittato nella più profonda miseria, potei a stento salvare la vita fuggendo».
Una pseudo-tirannide affatto priva di carattere proprio, come fu quella, che Pandolfo Petrucci esercitò dal 1490 in poi nella città di Siena, lacerata allora dalle frazioni, è appena degna di essere ricordata. Incapace e crudele, egli regnò coll'aiuto di un professore di diritto e di un astrologo, e sparse qua e là qualche terrore con atti di violenza e di sangue. Suo passatempo prediletto in estate era di rotolar massi di pietra dal monte Amiata, senza pensare dove e su chi cadessero. A lui riuscì quello, a cui non avean potuto giungere nemmeno i più astuti, di sottrarsi cioè alle insidie di Cesare Borgia: tuttavia morì più tardi abbandonato e dispregiato da tutti. I suoi figli però si sostennero ancor lungamente in una specie di mezza signoria.
CAPITOLO V. Le maggiori case principesche.
Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di Milano. — Francesco Sforza e la sua fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico il Moro. — I Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro, duca di Urbino. — Ultimo splendore della corte urbinate. — Gli Estensi a Ferrara; tragedie domestiche e fiscalità. — Traffico dei pubblici uffici, polizia e lavori pubblici. — Merito personale. — Fedeltà della capitale. — Il direttore di polizia Zampante. — Partecipazione dei sudditi al lutto di corte. — Pompa della corte. — Protezione accordata alle lettere.
Fra le dinastie più importanti quella degli Aragonesi vuol essere considerata a parte. L'ordinamento feudale, che qui sin dal tempo dei Normanni si mantenne come una signoria inerente al possesso fondiario dei Baroni, vi dà già un'impronta speciale allo Stato, mentre nel resto d'Italia, eccettuata la parte meridionale del dominio della Chiesa e poche altre regioni, non sussiste omai più che il semplice possesso come tale, e lo Stato non permette più che diventi ereditario nessun ufficio. Inoltre Alfonso il Magnanimo (morto nel 1488), che sin dal 1435 divenne signore di Napoli, è di un'indole affatto diversa da quella de' suoi veri o pretesi discendenti. Splendido in tutto, dignitosamente affabile e quindi caro al popolo, non biasimato nemmeno, anzi ammirato, per la tarda sua passione per Lucrezia d'Alagna, egli non aveva che un solo difetto, quello di una grande prodigalità,[62] ma con tutta la sequela delle inevitabili conseguenze, che sogliono derivarne. Infedeli amministratori delle finanze furono dapprima onnipotenti, e da ultimo vennero dal re, caduto in fallimento, spogliati dei loro averi; una crociata fu indetta, ma al solo scopo di poter taglieggiare anche il clero sotto questo pretesto: in occasione di un grande terremoto avvenuto nell'Abruzzo, i superstiti dovettero continuare a pagar l'imposta anche pei morti. In mezzo a tutto ciò Alfonso accolse ospiti eccelsi alla sua corte con una magnificenza sino allora inaudita, lieto di sprecare per chiunque, anche pe' suoi stessi nemici (v. sopra p. 25). Nel rimunerar poi i lavori letterari non conobbe misura; al Poggio regalò una volta d'un solo tratto cinquecento monete d'oro per la traduzione latina della Ciropedia di Senofonte.
Ferrante, che venne dopo di lui,[63] passava per suo figlio illegittimo avuto da una dama spagnuola, ma forse discendeva da qualche Moro bastardo di Valenza. Fosse il sangue o le congiure ordite contro la sua vita dai Baroni, che lo rendevano cupo e feroce, fatto è che tra i principi di quel tempo egli figura come il più terribile di tutti. Instancabilmente operoso, riconosciuto da tutti come una delle più forti menti politiche e alieno al tempo stesso da ogni sregolatezza, egli volge tutte le sue forze, tra le quali anche quella di un implacabile odio e di una profonda dissimulazione, all'annientamento completo de' suoi nemici. Offeso in quanto può avere di più geloso un principe, mentre i capi dei Baroni erano da un lato congiunti a lui per parentela e dall'altro alleati di tutti i suoi nemici esterni, egli s'abituò alle imprese le più arrischiate, come a faccende, per così dir, quotidiane. Per procacciarsi i mezzi di sostener questa lotta al di dentro e le guerre al di fuori, egli procedette a un di presso con quei modi violenti, che erano stati tenuti già da Federico II. Infatti avocò a sè il traffico dei grani e degli olii, e al tempo stesso concentrò il commercio in generale nelle mani di un ricco negoziante, Francesco Coppola, il quale divideva con lui gli utili e teneva nella sua dipendenza tutti i noleggiatori: prestiti forzosi, esecuzioni e confische, aperte simonìe e gravose contribuzioni imposte alle corporazioni ecclesiastiche procacciavano il resto. I passatempi di Ferrante, oltre la caccia ch'egli esercitava senza rispettar legge alcuna, furono di due specie: di aver, cioè, presso di sè i suoi nemici o vivi in ben custodite prigioni o morti e imbalsamati nello stesso costume, che soleano portare da vivi.[64] Egli sogghignava ferocemente, quando parlava a' suoi più fidati dei prigionieri: e quanto alla sua collezione di mummie, non ne fece mai mistero alcuno. Le sue vittime erano quasi tutti uomini, dei quali egli s'era impadronito per tradimento, ordinariamente invitandoli al suo reale banchetto. Del tutto infernale poi fu il contegno usato col primo ministro Antonello Petrucci, che avea logorato la vita e la salute al suo servizio, e del cui spavento sempre crescente Ferrante si valse per estorcerne doni, finchè da ultimo un'apparente complicità nell'ultima cospirazione dei Baroni gli fornì il pretesto di imprigionarlo e di farlo morire, insieme al Coppola. Il modo con cui tutto ciò è raccontato dal Caracciolo e dal Porzio fa ancor oggi rabbrividire. — Dei figli del re il maggiore, Alfonso duca di Calabria, ebbe negli ultimi tempi una specie di correggenza: dissipatore brutale e feroce, superava il padre in franchezza, e non si peritava minimamente di far palese anche il suo disprezzo per la religione e i suoi riti. Indarno si cercherebbero in questi principi almeno quei tratti di coraggio e di generosità che s'incontrano in altri tiranni d'allora; e se pur s'interessano talqualmente dell'arte e della cultura del loro tempo, non è che per solo lusso od apparenza. In generale gli spagnuoli venuti in Italia sono tutti più o meno profondamente corrotti: ma gli ultimi rampolli di questa dinastia di Mori bastardi (1494 e 1503) mostrano una perversità, che oggimai può dirsi un vizio organico di famiglia. Ferrante muore tra sospetti e rancori: Alfonso accusa di tradimento il proprio fratello Federigo, l'unico della casa che non fosse uno scellerato, e lo offende nel modo il più indegno: da ultimo, egli stesso, che pure fino a questo momento era stato riguardato come uno de' più valenti capitani d'Italia, fugge senza consiglio in Sicilia e abbandona in preda ai francesi e al tradimento di tutti il proprio figlio, il minore Ferrante. Una dinastia, che avesse regnato come questa, avrebbe dovuto almeno far pagar cara la sua rovina, se i suoi figli e nipoti dovevano sperare, quando che fosse, una restaurazione. Ma jamais homme cruel ne fut hardi, come disse in questa occasione assai giustamente, benchè da un solo punto di vista, Comines.
Schiettamente italiano nel senso del secolo XV appare il principato nei duchi di Milano, la signoria dei quali da Gian Galeazzo in poi è stata una monarchia assoluta nel suo più completo sviluppo. Innanzi tutto l'ultimo dei Visconti, Filippo Maria (1412-1447), è uno dei personaggi più notevoli del tempo, e fortunatamente ne possediamo una eccellente biografia.[65] In lui si vede con rigore pressochè matematico ciò che la paura può fare di un uomo dotato di attitudini non comuni e collocato in una posizione elevata. Tutta la sua politica non ha che uno scopo, la sicurezza della sua propria persona, con questo solo di buono, che il suo crudele egoismo non degenerò mai in furibonda sete di sangue. Nel castello di Milano, che allora era circondato da magnifici giardini, viali e steccati, egli se ne sta solitario, senza uscire nemmeno una volta in molti anni a visitar la città. Le sue escursioni si restringono a quelle città di provincia, dove egli ha grandiosi castelli: la flottiglia che, tirata da rapidi destrieri, lo porta qua e là pei canali da lui stesso costruiti, è disposta in modo da prestarsi agli usi della più perfetta etichetta. Chi oltrepassava la soglia del castello, doveva sottoporsi ad una visita rigorosissima: là dentro poi nessuno doveva affacciarsi a qualsiasi finestra, per timore che si facessero cenni con quei di fuori. Un sistema minuzioso di esami era prescritto per coloro, che erano destinati a formar parte del seguito personale del principe: indi venivano loro affidati i più alti uffici diplomatici e privati, perchè non si faceva differenza tra questi e quelli. — E, in mezzo a tutto ciò, quest'uomo condusse lunghe e difficili guerre ed ebbe sempre tra mano affari politici della più alta importanza, il che lo obbligava a spedire continuamente qua e là uomini muniti di pieni poteri. Ma la sua sicurezza stava in ciò, che nessuno nella sua corte si fidava degli altri, che i condottieri erano sorvegliati da spie, e i plenipotenziari e gli ufficiali superiori erano tenuti divisi tra loro da un sistema di discordie artificialmente mantenute, specialmente coll'accoppiar sempre un uomo onesto con un ribaldo. Anche nell'interno della sua coscienza Filippo Maria si garantisce una perfetta tranquillità, adottando al tempo stesso una doppia linea di condotta; credendo cioè all'influsso dei pianeti e ad una cieca fatalità e inginocchiandosi tuttavia a tutti i santi del cielo,[66] studiando gli antichi scrittori, ma dilettandosi altresì dei romanzi francesi della cavalleria. Per ultimo egli, che non voleva mai sentir menzionare la morte e che faceva perfino trasportar fuori del castello, se moribondi, i suoi favoriti, perchè quell'asilo della felicità non fosse contaminato dalla presenza di un cadavere,[67] egli stesso affrettò volontariamente la propria fine, col farsi chiudere una ferita e col ricusare una cavata di sangue, ed è morto con dignitosa fermezza.
Il di lui genero e successore, il fortunato Francesco Sforza (1450-1466), era forse, fra gl'italiani d'allora, l'uomo più di qualunque altro fatto secondo l'indole del suo tempo. In nessun altro, quanto in lui, si parve la vittoria del genio e della forza individuale, e chi non voleva credere alla superiorità de' suoi talenti, doveva almeno riconoscere in lui il prediletto della fortuna. I milanesi andavano orgogliosi di avere ora un signore di tanta fama; ed infatti nella circostanza del suo ingresso nella città la folla del popolo acclamante gli si fece talmente d'attorno, che lo portò a cavallo sin dentro al Duomo, senza che egli potesse smontare.[68] Udiamo ora che cosa scrive di lui il papa Pio II colla sua solita perspicacia: «nell'anno 1459, allorquando il duca intervenne al congresso dei principi in Mantova, toccava oggimai il suo sessantesimo anno (più precisamente il cinquantottesimo), ma stava a cavallo come un giovane, alto e imponentissimo della persona, con lineamenti serii, calmo ed affabile ne' discorsi, con contegno di vero principe, ed un complesso di doti corporali e mentali senza pari nel nostro secolo: — tale era l'uomo, che dalla più umile condizione seppe sollevarsi al possesso di un trono. La moglie di lui era bella e virtuosa, i figli graziosi come angioletti: raramente fu infermo; e in generale vide il compimento di tutti suoi desiderii. Ciò non ostante dovette egli subire altresì qualche contrarietà: la moglie gli uccise per gelosia la ganza; i suoi antichi compagni d'arme ed amici, Troilo e Brunoro, lo abbandonarono, disertando presso il re Alfonso: un altro, Ciarpollone, dovette egli far morire sulle forche per tradimento; da parte del fratello Alessandro gli toccò di vedersi sobbillati contro i francesi: uno de' suoi figli cospirò contro di lui e dovette essere imprigionato; la Marca di Ancona, da lui conquistata in una guerra, gli andò perduta in un'altra guerra. Nessuno gode mai una felicità tanto incontrastata, che non abbia comecchessia a lottare coll'avversità. Felice colui che la incontra di rado!». Con questa definizione negativa della felicità il dotto Papa si congeda dal suo lettore. Se egli avesse potuto gettare uno sguardo nel futuro o soltanto voluto soffermarsi a considerare in generale le conseguenze di una forma di governo affatto assoluta, non gli sarebbe certamente sfuggita la causa vera di quella debolezza, che stava tutta nella mancanza di buone ed elevate tradizioni famigliari. Quei fanciulli, belli come angeli, ed oltre a ciò allevati con tante cure e istrutti in tante discipline, soggiacquero fatti adulti, a tutte le seduzioni del più sconfinato egoismo. Galeazzo Maria (1466-1476), vago soltanto delle esterne apparenze, andava superbo della sua bella mano, degli stipendi elevati che pagava, del credito finanziario che godeva, del suo tesoro di due milioni di fiorini d'oro, degli uomini illustri che lo circondavano, dell'armata e delle cacce che manteneva. Egli dava inoltre facili udienze, perchè aveva la parola facile, massimamente quando si trattava di ridurre al silenzio qualche ambasciatore veneziano.[69] Ma in mezzo a ciò sovrabbondavano i capricci, come quello, ad esempio, di far dipingere a figure una stanza in una sola notte; e quel che è peggio, spaventevoli atrocità contro coloro che più gli stavano da vicino, o insensate sregolatezze. Ma tale contegno parve tirannico ad alcuni esaltati: essi lo uccisero e diedero con ciò lo Stato nelle mani de' suoi fratelli, uno dei quali, Lodovico il Moro, pretermettendo in seguito l'incarcerato nipote, avocò a sè l'intera signorìa. A questa usurpazione si connettono l'intervento dei Francesi e le sventure di tutta Italia. Ma il Moro è la più perfetta figura principesca di questo tempo, e, come figlio dell'epoca sua, bisogna accettarlo quale è. In onta alla più profonda immoralità dei mezzi, egli mostra un'ingenuità affatto caratteristica nell'uso che ne fa: probabilmente si sarebbe maravigliato, se qualcuno avesse voluto fargli comprendere, che vi è una responsabilità morale anche per questi, anzi con ogni verosimiglianza si sarebbe vantato, come di una virtù, dell'essersi con ogni possibilità astenuto da qualsiasi sentenza di morte. La venerazione quasi favolosa che gli Italiani mostravano per la sua abilità politica, egli l'accettava come un omaggio dovutogli:[70] e ancora nel 1496 si vantava che il papa Alessandro era il suo cappellano, l'imperatore Massimiliano il suo condottiere, Venezia il suo ciambellano, e il re di Francia il suo corriere, che doveva andare e venire, secondochè a lui talentava.[71] Perfino nel supremo pericolo egli fu visto calcolare con maravigliosa freddezza (1499) tutti i possibili espedienti e far assegnamento (il che gli torna ad onore) sulla bontà della natura umana: egli respinse le offerte di suo fratello, il cardinale Ascanio, che proponeva di tenersi fermo nel castello di Milano, perchè prima aveano avuto acerbe contese fra loro: «Monsignore, non abbiatelo a male, di voi non mi fido, quand'anche siate mio fratello»; e prepose al comando del castello stesso (che dovea essere «il pegno del suo ritorno») un uomo, che aveva sempre beneficato,[72] — e che però lo tradì alla sua volta. — All'interno il Moro pose ogni cura per amministrare bene e vantaggiosamente lo Stato, per modo che anche nell'ultimo tempo egli contava, tanto a Milano, che a Como, sull'amore che gli si portava; ma è vero altresì, che verso la fine del suo dominio (dal 1496 in poi) egli aveva aggravato soverchiamente la mano sui contribuenti, usando talvolta mezzi crudeli, come fece, per esempio, a Cremona, dove per viste puramente precauzionali fece impiccare un ragguardevole cittadino, che osò alzar la voce contro le nuove gravezze; ed è vero eziandio che, da quel tempo in poi, egli nelle udienze usò tener lontani da sè i supplicanti mediante una sbarra,[73] in guisa che bisognava elevare il tono della voce per farsi intendere da lui. — Alla sua corte, la più splendida d'Europa, dopochè non esisteva più quella di Borgogna, l'immoralità trionfava nel modo il più scandaloso: il padre prostituiva la figlia, il marito la moglie, il fratello la sorella.[74] Ma il principe si mantenne almeno sempre attivo, e, come figlio delle proprie azioni, si trovò sempre nella schiera di coloro, che appunto dovevano la propria posizione alle loro qualità personali, i dotti, i poeti, e gli artisti in genere. L'accademia da lui fondata[75] dovea servire innanzi tutto all'uso suo particolare, anzichè al comodo di una scolaresca da istruire; nè in generale cullava tanto la fama degli uomini illustri che si tirava vicini, quando ne cercava la compagnia e i servigi. Si sa che Bramante in sul principio non ebbe che uno scarsissimo emolumento;[76] Leonardo però sino al 1496 fu stipendiato assai lautamente; — del resto qual cosa avrebbe potuto trattenerlo a questa corte, se egli non vi fosse rimasto spontaneamente? Il mondo gli stava aperto dinanzi, quanto forse a nessun altro mortale di quel tempo, e se v'ha cosa che dimostri esservi stata pur qualche qualità superiore in Lodovico, essa è certamente questa prolungata dimora presso di lui di quel misterioso maestro. Ed anche più tardi, se Leonardo prestò i suoi servigi ad un Cesare Borgia e ad un Francesco I, non è improbabile che egli lo abbia fatto sol per aver trovato in ambedue qualche cosa di straordinario e di superiore al loro tempo.
Dei figli del Moro, che dopo la sua caduta furono malamente allevati da gente straniera, il maggiore, Massimiliano, non ha più alcuna rassomiglianza col padre; ma il minore, Francesco, non era almeno inaccessibile a qualche tratto di nobile entusiasmo. Milano, che in questi tempi mutò tanti padroni e con tanto suo danno, cercò almeno di guarentirsi dalle reazioni, e indusse i Francesi, che nel 1512 si ritiravano dinanzi alle armi della Lega Santa e a quelle di Massimiliano, a rilasciarle una dichiarazione, nella quale era detto che i Milanesi non ebbero veruna parte nella loro espulsione e potevano quindi, senza farsi rei di fellonìa, darsi in mano ad un nuovo conquistatore.[77] Anche sotto il rapporto politico è da notare che l'infelice città in simili momenti di transizione era solita, al pari di Napoli al momento della fuga degli Aragonesi, di sottostare ad un formale saccheggio esercitatovi da bande di malfattori (talvolta anche assai ragguardevoli).
Due signorìe in modo speciale bene ordinate e rappresentate da principi abilissimi sono, nella seconda metà del secolo XV, quella dei Gonzaga in Mantova e quella dei Montefeltro in Urbino. I Gonzaga, quanto ai rapporti di famiglia, erano abbastanza concordi fra loro, ed era vôlto oggimai un bel tratto di tempo che presso di loro non si erano verificati assassinii segreti, ed essi potevano, quando qualcuno moriva, mostrarne pubblicamente il cadavere. Il marchese Francesco Gonzaga[78] e sua moglie Isabella d'Este, per quanto anche vi sia stato qualche dissapore tra loro, appaiono nella storia una coppia rispettabile e concorde, che educò figli illustri e fortunati in un tempo, in cui il loro piccolo, ma importantissimo Stato si trovò esposto a gravissimi pericoli. Che Francesco, come principe e condottiere, avesse dovuto seguire una politica leale ed onesta, non era cosa, alla quale in allora potessero pretendere nè l'imperatore, nè i re di Francia, nè Venezia; ma egli diè prova, almeno dopo la battaglia al Taro (1495) e per quanto riguardava l'onore delle armi, di sentimenti patriottici, e comunicò questi stessi sentimenti alla propria consorte. Ed infatti da quel tempo in poi ella non vede in qualsiasi manifestazione di leale eroismo, quale per esempio la difesa di Faenza contro Cesare Borgia, che un nobile sforzo diretto a salvare l'onore italiano. Per giudicare di lei noi non abbiamo bisogno di ricorrere a quanto ne dissero gli artisti e gli scrittori, che largamente ricambiarono la bella principessa della protezione loro accordata; le sue stesse lettere ci mostrano abbastanza in lei la donna intrepidamente ferma, cautamente circospetta ed amabile al tempo stesso. Il Bembo, il Bandello, l'Ariosto e Bernardo Tasso mandavano i loro lavori a questa corte, benchè piccola e impotente e spesso anche scarsa a danari; ma, dopo lo scioglimento della vecchia corte di Urbino (1508), non vi fu più in nessun luogo un centro di maggiore cultura, ed anche la corte di Ferrara vi era in complesso superata, specialmente per la maggior libertà che vi si godeva. Isabella s'intese molto addentro nell'arte, e il catalogo della sua piccola, ma scelta pinacoteca non può esser letto senza ammirazione da alcun vero amico dell'arte.
Urbino possedeva nel grande Federigo (1444-1482), fosse egli un vero Montefeltro o no, uno dei più illustri rappresentanti del potere principesco. Come condottiere, egli aveva quella politica moralità, che era propria di questo genere di persone, e di cui essi non erano colpevoli che per metà: come principe del suo piccolo territorio, egli seguì la politica di consumare in esso il danaro guadagnato al di fuori e di opprimerlo il meno possibile di gravezze. Di lui e de' suoi due successori Guidobaldo e Francesco Maria fu scritto: «eressero edifici, promossero l'agricoltura, vissero sempre in patria e tennero al loro soldo buona quantità di armati: il popolo li ebbe cari».[79] Ma non solamente lo Stato, bensì anche la corte era un organismo in ogni senso egregiamente architettato e condotto. Federigo intratteneva cinquecento persone: le cariche di corte vi erano complete quanto in qualsiasi delle corti dei maggiori monarchi; ma nulla vi si sprecava, tutto aveva uno scopo, e un severissimo sindacato vegliava su tutto. Qui non giuochi, non corruzioni, non dissipazioni, perchè la corte doveva essere al tempo stesso una scuola di educazione militare pei figli di altre grandi case, ai quali il duca si teneva altamente onorato di far impartire una soda istruzione. Il palazzo ch'egli si edificò, non era de' più splendidi, ma spirava un'aria di pieno classicismo per la felice sua disposizione: in esso egli raccolse il suo maggior tesoro, la celebre biblioteca. Siccome egli si sentiva perfettamente sicuro in un paese, dove ognuno godeva de' suoi beneficii e nessuno elemosinava, così egli usciva sempre disarmato e quasi senza seguito; e in ciò nessun principe avrebbe potuto certamente imitarlo, sia quando egli s'aggirava pe' suoi giardini aperti a chiunque, sia quando sedeva ad un banchetto molto frugale in una sala del tutto aperta, facendosi leggere qualche passo di Livio o libri ascetici in tempo di quaresima. Dopo il pranzo egli si recava ad udire una lezione di antichità, e di là passava al chiostro delle Clarisse, per intrattenersi al parlatorio coll'abbadessa di cose spirituali. La sera assisteva volentieri agli esercizii ginnastici della gioventù della sua corte nel prato di S. Francesco, dove si ha una così splendida prospettiva, e s'interessava grandemente perchè nelle sorprese e nelle corse essi apprendessero a muoversi con arte perfetta. La sua costante preoccupazione era quella di mostrarsi facile ed accessibile a tutti: visitava gli artefici, che lavoravano per lui, nelle officine, dava udienze e sbrigava le istanze dei singoli possibilmente il giorno stesso che gli venivano presentate. Nessuna maraviglia quindi che la gente, quando egli passava per le vie, s'inginocchiasse dinanzi a lui e gli gridasse dietro: «Dio ti mantenga, signore!» Gli eruditi poi lo chiamavano senz'altro «luce d'Italia».[80] Suo figlio Guidobaldo, dotato di grandi qualità, ma vittima di perpetue infermità e disgrazie, potè finalmente nel 1508 affidare il suo Stato a mani sicure, vale a dire al nipote Francesco Maria, nipote al tempo stesso di papa Giulio II, e questi riuscì almeno a salvare il paese da una stabile dominazione straniera. Singolare è la sicurezza, con cui questi principi si rassegnano e fuggono, Guidobaldo dinanzi a Cesare Borgia, Francesco Maria dinanzi alle truppe di Leone X: essi sanno che il loro ritorno riescirà tanto più facile e desiderato, quanto meno i sudditi avranno sofferto da una inutile resistenza. Anche Lodovico il Moro faceva un calcolo somigliante, ma egli dimenticava i molti altri motivi d'odio che stavano contro di lui. — La corte di Guidobaldo, come scuola della più elevata cultura, è stata resa immortale da Baldassare Castiglione, il quale fece rappresentare la sua egloga, il Tirsi, dinanzi a quella società quasi per renderle omaggio (1506), e più tardi (1518) collocò i dialoghi del suo Cortegiano nel circolo della coltissima duchessa (Elisabetta Gonzaga).
La signoria degli Estensi a Ferrara, Modena e Reggio tiene in modo affatto speciale una via di mezzo tra l'assolutismo e la popolarità.[81] Nell'interno del palazzo accadono fatti spaventevoli: una principessa è decapitata insieme ad un figliastro per supposto adulterio (1425): principi legittimi ed illegittimi fuggono dalla corte e sono minacciati anche all'estero da assassini inviati ad inseguirli, come accadde nel 1471: oltre a ciò, continue cospirazioni dal di fuori: il bastardo di un bastardo vuol rapire a forza la signoria al legittimo erede (Ercole I): più tardi (1493) si vuole che quest'ultimo abbia avvelenato la moglie per aver saputo che ella voleva avvelenar lui, e ciò per incarico avuto dal di lei fratello Ferrante di Napoli. L'atto finale di questa tragedia lo si ha nella congiura di due bastardi contro i loro fratelli, il reggente duca Alfonso e il cardinale Ippolito (1506); congiura che, scoperta a tempo, fu punita col carcere a vita. — Anche la fiscalità si esercita in modo amplissimo in questo Stato, e deve esercitarvisi, sia perchè esso è il più minacciato di tutti gli altri grandi e mediocri d'Italia, sia perchè ha bisogno in sommo grado di agguerrirsi e fortificarsi. Vero è, che colle crescenti gravezze avrebbe dovuto crescere in egual misura il materiale benessere del paese, ed infatti il marchese Niccolò (molato nel 1441) espresse più volte il desiderio che i suoi sudditi potessero dirsi più ricchi di quelli di qualunque altro Stato. Ora, se la popolazione rapidamente aumentata può far testimonianza di un benessere veramente raggiunto, egli è anche un fatto importante e degno di considerazione, che ancor nel 1497 in Ferrara (comecchè straordinariamente ampliata) non si trovavano più case da affittare.[82] Ferrara è la prima città moderna di Europa: qui, prima che altrove, sorsero per volere dei principi ampie e regolari contrade: qui, col concentramento degli ufficii e coll'attirarvi l'industria, si formò una vera capitale: ricchi esuli da tutta l'Italia, e più specialmente da Firenze, trovarono qui allettative bastanti per fermarvi la loro dimora e costruirvi palazzi. Tuttavia le imposizioni indirette almeno debbono avervi raggiunto un grado di sviluppo assai elevato e appena sopportabile. Bensì il principe ebbe anche qui la stessa cura che ebbero altri altrove, per esempio Galeazzo Maria Sforza a Milano, di far cioè venire grano dall'estero in casi di grandi carestie[83] e di ripartirlo gratuitamente, a quanto sembra; ma in tempi ordinari egli si compensava con estesi monopolii, se non di grani, certo di molti articoli di sussistenza, quali le carni salate, i pesci, le frutta e le civaie, le quali ultime venivano con molta cura coltivate intorno e sulle mura di Ferrara. Tuttavia l'entrata più considerevole era pur sempre quella che proveniva dalla vendita dei pubblici ufficii, che si faceva annualmente, usanza che del resto era diffusa in tutta Italia, ma della quale non abbiamo precise informazioni se non in ciò che riguarda la città di Ferrara. In occasione del nuovo anno 1502, per esempio, si narra espressamente, che moltissimi comperarono i loro ufficii a prezzi salati, e si citano singolarmente nomi di amministratori di diversa specie, di esattori di gabelle, di massari, di notai, di podestà, di giudici e perfino di capitani, vale a dire degli ufficiali superiori del duca sparsi nella provincia. Fra questi «mangia-popoli», come allor si chiamavano, e che realmente erano odiati dal popolo «più che il demonio», trovasi nominato anche un Tito Strozza, che vorremmo credere non sia stato il celebre poeta latino. — Intorno alla medesima epoca usava ogni duca di fare un giro in persona per Ferrara, che dicevasi andar per ventura, e di farsi regalare almeno dai più abbienti. I doni non consistevano in danaro, ma ordinariamente in prodotti naturali.
Ora l'orgoglio del duca[84] era questo che in tutta Italia si sapesse, che in Ferrara i soldati ricevevano esattamente il loro soldo e i professori dell'Università il loro stipendio nel giorno della scadenza, che le truppe non potevano in nessun caso mai aggravar la mano arbitrariamente sulle popolazioni della città e della campagna, che Ferrara era imprendibile e che nel castello vi era un ingente tesoro in danaro sonante. Di una separazione delle casse non si parlava nemmeno: il ministro di finanza era al tempo stesso ministro della casa ducale. Le costruzioni di Borso (1430 fino al 1471), di Ercole I (sino al 1505), e di Alfonso I (sino al 1534) furono assai numerose, ma per lo più di poco rilievo:[85] e in ciò si riconosce una casa principesca, che, in onta al suo amore per le pompe — (Borso non si mostrava mai in pubblico se non in abbigliamenti tessuti in oro e carico di gioielli), — non vuol però mai lasciarsi andare a veruna spesa inconsiderata. Si direbbe anzi che Alfonso presentisse già anticipatamente la triste sorte, a cui sarebbero soggiaciute le sue graziose, ma piccole ville, tanto quella di Belvedere co' suoi ombrosi giardini, quanto quella di Montana co' suoi begli affreschi e le sue fontane zampillanti.
Egli è innegabile che la stessa loro posizione perpetuamente minacciata suscitò in questi principi una grande abilità personale: in una esistenza cotanto artificiale non poteva moversi con buon successo che un uomo di genio, che dovea provare col fatto di esser degno della signoria che teneva. I caratteri di ciascuno hanno in generale dei lati deboli assai pronunciati, ma pure in tutti vi era qualche cosa di ciò che allora costituiva il tipo ideale di un principe, quale se l'erano formato gl'Italiani. Qual regnante d'Europa, per esempio, può citarsi, che in quel tempo abbia fatto di più di Alfonso I per darsi una vera e soda cultura? Il suo viaggio in Francia, in Inghilterra e nei Paesi Bassi fu un vero viaggio di erudito, e gli procacciò effettivamente una conoscenza molto profonda del commercio e dell'industria di quei paesi.[86] Ella è cosa veramente stolta il rimproverargli, come altri fa, i lavori da tornitore, ai quali si dedicava nelle sue ore d'ozio, quando si sa che a questi andava congiunta un'abilità veramente magistrale nella fonderia dei cannoni e una liberalità superiore ad ogni pregiudizio nel saper attirare intorno a sè i maestri in ogni genere d'industria. — I principi d'Italia non si limitano, come i loro contemporanei del nord, a trattare esclusivamente con una nobiltà, la quale si crede l'unica classe degna di considerazione a questo mondo e trascina anche il principe in questo errore: in Italia il regnante può e deve conoscere ognuno, ed anche la nobiltà, sebbene ristretta in una data cerchia pel privilegio della nascita, nei rapporti sociali ha bisogno di un valore affatto personale e non di casta, come più innanzi avremo occasione di dimostrare.
I sentimenti dei Ferraresi verso questa casa regnante sono il più strano miscuglio di una tacita venerazione, di una devozione ben calcolata e riflessa, di una fedeltà e sudditanza intese affatto nel senso moderno: si sente che all'ammirazione personale si sostituisce già un nuovo sentimento, quello del dovere. La città di Ferrara eresse nel 1451 al principe Niccolò (morto nel 1441) una statua equestre in bronzo sulla pubblica piazza: Borso non esitò punto (1454) a collocare vicino ad essa la propria, pure in bronzo, ma seduta, ed oltre a ciò la città gli decretò, ancor nei primordi del suo reggimento, una «colonna trionfale di marmo». Un ferrarese, che all'estero (in Venezia) avea sparlato pubblicamente di Borso, al suo ritorno, denunciato, fu punito dal tribunale col bando e colla confisca dei beni, e poco mancò che un cittadino zelante sino al fanatismo non lo uccidesse dinanzi ai giudici: egli dovette però colla corda al collo venire dinanzi al duca e implorarne il perdono. In generale questo principato è molto ben provveduto di spie, e il duca stesso esamina dì per dì la lista dei forestieri, che gli albergatori sono rigorosamente tenuti di presentare. Di Borso si pretende che egli la esigesse innanzi tutto per viste di ospitale liberalità,[87] non volendo lasciar partire da Ferrara nessun ragguardevole forestiero, senza avergli reso onoranza: ma è certo che Ercole I invece riguardava la cosa come una semplice misura di sicurezza.[88] Anche in Bologna, sotto Giovanni II Bentivoglio, ogni forestiero che passasse di là, doveva, entrando in città, farsi rilasciare una cedola per poter poi uscirne.[89] — Grandissima popolarità si procaccia il principe quando improvvisamente priva d'ogni potere i pubblici funzionarii che ne abusano, quando, come fece Borso, arresta di propria mano anche i suoi più intimi consiglieri, quando destituisce vituperosamente, come fece Ercole I, un esattore, che per lunghi anni avea succhiato il sangue del popolo: egli è appunto allora che, in segno d'allegrezza, s'accendono fuochi e si suonano le campane. Ma con uno di costoro Ercole lasciò andar le cose troppo oltre, vogliamo dire col direttore di polizia o, come allora lo si chiamava, col capitaneo di giustizia, Gregorio Zampante di Lucca (perchè per ufficii di questo genere non sembrava adatto nessuno, che fosse nativo del luogo). Dinanzi a costui tremavano perfino i figli e i fratelli del duca: le ammende ch'egli infliggeva, ammontavano sempre a centinaia e a migliaia di ducati, e la tortura cominciava prima ancora del processo. Al tempo stesso però egli era tutt'altro che inaccessibile alla corruzione, e con menzogna sapeva procurare ai più grandi malfattori l'impunità e la grazia del duca. Non è a dire quanto caro i sudditi avrebbero pagato l'allontanamento di questo «nemico di Dio e degli uomini!». Ma Ercole invece l'aveva fatto suo compare e cavaliere, e il Zampante poneva in serbo ogni anno non meno di 2000 ducati, benchè in mezzo a questo egli continuasse a non cibarsi d'altro che di piccioni allevati in casa, nè si arrischiasse di uscire, se non accompagnato da un drappello di arcieri e di sgherri. Sarebbe invero stato tempo di sbarazzarsene; e poichè non lo faceva il duca, se ne incaricarono due studenti ed un ebreo battezzato, ch'egli aveva mortalmente offeso, e questi lo scannarono nella stessa sua abitazione (1496), mentre faceva la siesta, indi su cavalli tenuti pronti percorsero tutta la città, gridando: «fuori fuori, abbiamo ucciso il Zampante!» La truppa spedita ad inseguirli non giunse che troppo tardi, quando essi erano già pervenuti in luogo sicuro oltre al confine. Naturalmente piovvero d'ogni parte gli scherzi e le satire, le une sotto forma di sonetti, le altre sotto quella di canzoni. Ma, prescindendo da questi casi speciali, egli è affatto conforme all'indole di questo principato, che il sovrano detti altresì a tutta la sua corte e alla popolazione le attestazioni di stima, ch'egli vuole accordate a coloro che lo servono utilmente. Allorchè nel 1469 morì il consigliere intimo di Borso, Lodovico Casella, nessun ufficio e nessuna bottega nella città, come anche nessuna scuola nell'Università, rimase aperta nel giorno che lo si portò a seppellire, e ognuno dovette accompagnarne la salma a S. Domenico, perchè si sapeva che vi sarebbe andato anche il duca. Ed infatti egli — primo di casa d'Este, che abbia seguito il cadavere di un suo suddito — se ne veniva piangendo e vestito a bruno subito dopo la bara, e dietro di lui seguivano immediatamente, accompagnati ciascuno con uno dei grandi della corte, due congiunti del trapassato: e, finita la ceremonia religiosa, alcuni nobili portarono il corpo del borghese fuori della chiesa nella crociera del sagrato, dove fu sepolto. In generale la partecipazione ufficiale alle gioie e ai dolori dei principi è usanza, che ha avuto il suo principio appunto in questi Stati italiani.[90] Il fondo di questa usanza può avere il suo lato bello in uno squisito senso di umanità, ma la manifestazione di esso, specialmente nei poeti, è di regola molto ambigua. Una delle poesie giovanili di Ariosto,[91] scritta per la morte di Leonora d'Aragona, moglie di Ercole I, contiene, oltre gli inevitabili fiori mortuari che si spargono a piene mani in tutti i tempi, anche alcuni tratti che arieggiano lo stile moderno: «questa morte ha percosso Ferrara di tal colpo, che essa ne serberà la memoria per lunghi anni: la benefattrice è divenuta avvocata nel Cielo, perchè la terra non era più degna di possederla: l'angelo della morte non le si avvicinò colla falce insanguinata, come agli altri mortali, ma con aria onesta e in aspetto così benigno, che ella stessa non temette». Ma noi c'incontriamo altresì in altra e ben diversa comunanza di sentimenti, noi troviam novellieri, ai quali nulla doveva star tanto a cuore, quanto il favore delle case ove frequentavano (perchè di questo favore vivevano), che ci narrano le avventure galanti di principi ancora viventi[92] in guisa tale, che nei secoli posteriori avrebbe sembrato toccare il colmo dell'indiscrezione, e allora pareva un tratto ingenuo di schietta cortigianeria. Anche i poeti lirici cantavano le facili passioni dei loro eccelsi protettori talvolta anche legittimamente ammogliati: Angelo Poliziano, fra gli altri, quelle di Lorenzo il Magnifico, e con tuono ancor più accentato Gioviano Pontano quelle di Alfonso di Calabria. Le poesie in tale riguardo scritte da quest'ultimo[93] rivelano, senza volerlo, l'animo abbietto dell'Aragonese, il quale anche nel campo amoroso vuol essere sempre il più fortunato, e guai a chi lo fosse più di lui! — S'intende poi da sè che i più grandi pittori, tra i quali lo stesso Leonardo, trovano naturalissimo di dover dipingere le belle dei loro padroni.
Ma i principi estensi non aspettarono la loro apoteosi dagli altri, e se la regalarono invece da sè medesimi. Borso si fece ritrarre nel suo palazzo di Schifanoia in una serie di quadri, che lo rappresentavano in diversi momenti del suo governo, ed Ercole festeggiò (la prima volta nel 1472) il giorno anniversario del suo avvenimento al trono con una processione, che non pare fosse in nulla inferiore a quella del Corpusdomini: tutte le botteghe erano chiuse come in giorno festivo: tutti i membri della casa, anche gli illegittimi, marciavano nel centro in ricchissimi abbigliamenti ricamati in oro. — Che ogni potere e dignità partisse dal principe e dovesse riguardarsi come una prova di particolare distinzione da parte sua, era cosa ormai universalmente ammessa a questa corte sino da quando vi era stato creato l'ordine dello Sprone d'oro, che non aveva nulla che fare colla Cavalleria del Medio-Evo.[94] Ercole I, oltre allo sprone, dava anche una spada, un mantello ricamato in oro ed una dotazione, per la quale senza dubbio si esigeva una servitù regolare. La protezione accordata alle lettere e alle arti, per la quale questa corte acquistò rinomanza mondiale, si estendeva in parte all'Università, che era una delle più complete d'Italia, ma presupponeva in parte anche un servizio a corte e nello Stato, nè costò mai grandi sacrificii. Il Bojardo, quale ricco gentiluomo di provincia e pubblico funzionario, entrava senza dubbio in quest'ultima categoria: quando l'Ariosto cominciò ad essere qualche cosa, non vi erano omai più, almeno nel loro vero significato, nè la corte di Milano, nè quella di Firenze, e ben presto neanche quella di Urbino, per tacere di quella di Napoli, ed egli dovette accontentarsi di una posizione che lo metteva a fascio coi musicanti e coi buffoni del cardinale Ippolito, sino a che Alfonso lo assunse al proprio servizio. Diversamente andarono più tardi le cose con Torquato Tasso, del cui possesso la corte si mostrò veramente gelosa.