PARTE TERZA IL RISORGIMENTO DELL'ANTICHITÀ (continued 2)
Diego Valbusa translation
Oltre a ciò, l'uso era che in ogni solenne ricevimento si recitasse dinanzi ai principi una orazione, che di frequente durava una qualche ora. Naturalmente ciò non accadeva se non quando il principe era noto per particolare amore all'eloquenza, vero o finto che fosse,[484] e quando si aveva alle mani un abile oratore, ad esempio, un letterato di corte, un professore di università, un funzionario pubblico, un medico od un ecclesiastico.
Del resto si afferrava avidamente anche qualsiasi altra occasione politica, e, secondo la fama dell'oratore, era più o meno grande il concorso dei cultori dell'arte. Nelle nomine annuali dei pubblici ufficiali e nell'ingresso de' nuovi vescovi un qualsiasi umanista non dovea mancare di arringarli con un discorso o talvolta anche con odi saffiche e con esametri;[485] e alla sua volta nessun funzionario pubblico poteva assumere il suo ufficio senza tenere un indispensabile discorso di circostanza, per esempio, sulla giustizia, e simili: e fortunato colui, che meglio riusciva. In Firenze si costrinsero perfino i Condottieri, chiunque fossero, a seguir l'uso comune, facendoli arringare, nel momento di conferir loro il supremo comando, dal più dotto dei segretari dello Stato in presenza di tutto il popolo.[486] Sembra che nella Loggia dei Lanzi, l'aula solenne dove il governo soleva presentarsi al pubblico, esistesse una tribuna apposita per gli oratori (rostro, ringhiera).
I giorni anniversari della morte di qualche principe venivano in modo speciale solennizzati con discorsi commemorativi. Anche l'orazione funebre propriamente detta era quasi sempre di spettanza particolare dell'umanista, il quale la recitava in chiesa, ma senza indossare altre vesti che le proprie, e non soltanto sulla bara dei principi, ma anche di pubblici funzionari o di qualsiasi personaggio ragguardevole.[487] Altrettanto accadeva dei discorsi in occasione di sponsali e di nozze, salvo che questi non si tenevano (a quanto sembra) nella chiesa, ma bensì nel palazzo del Comune; quello del Filelfo per gli sponsali di Anna Sforza con Alfonso d'Este fu tenuto nel castello di Milano. (Ma potrebbe anche essere stato pronunciato nella cappella del Palazzo). Anche illustri famiglie private si compiacevano di tali discorsi, come di un lusso, che ne appagava la vanità. In tali occasioni a Ferrara si usava, senz'altro, di pregare il Guarino[488] a voler mandare qualcuno de' suoi scolari. La Chiesa, come tale, non interveniva nè nelle nozze, nè nei funerali se non colle proprie ceremonie.
Dei discorsi accademici, quelli fatti in occasione dell'insediamento di nuovi professori, o tenuti dai professori stessi nell'apertura dei corsi delle loro lezioni,[489] abbondavano per lo più di molte frondi rettoriche. L'ordinaria lezione dalla cattedra s'accostava anch'essa assai di frequente ad una orazione propriamente detta.[490]
Quanto alle arringhe degli avvocati, esse assumevano questa o quella forma secondo la qualità dell'uditorio, dinanzi al quale dovevano essere pronunciate; ma anch'esse talvolta s'infioravano di ornamenti raccolti nel campo della filosofia e dell'antiquaria.
Un genere affatto speciale di eloquenza era quello delle allocuzioni militari, che si tenevano sempre in lingua italiana prima o dopo la battaglia. In queste avea fama di eccellente Federigo da Urbino,[491] la cui parola infondeva un vero entusiasmo nelle schiere pronte per la battaglia. Taluna di queste allocuzioni riportate dagli scrittori di cose militari del secolo XV, per esempio dal Porcellio (v. pag. 135), può sembrar finta in parte, ma in parte si basa effettivamente su parole, che furono pronunciate. Qualche cosa di diverso erano invece le allocuzioni alla milizia fiorentina, organizzata sino dall'anno 1506 principalmente per impulso del Machiavelli,[492] in occasione delle riviste e, più tardi, nella ricorrenza di una speciale festività annua. Esse non miravano che a tener vivo il patriottismo in generale, ed erano pronunciate nella chiesa di ogni quartiere, dinanzi alle milizie stesse quivi raccolte, da un cittadino armato di corazza e con una spada in mano.
Finalmente la predica propriamente detta talvolta non si differenzia nel secolo XV quasi in nulla dall'orazione, in quanto che molti ecclesiastici s'erano messi anch'essi allo studio dell'antichità e volevano esservi tenuti per qualche cosa. Vediamo infatti che un oratore affatto popolare, quale fu Bernardino da Siena, venerato come santo, si credette in dovere di non dispregiare i precetti rettorici del celebre Guarino, quantunque non si fosse proposto di predicare che in lingua italiana. Le esigenze, specialmente verso i predicatori della quaresima, non erano senza dubbio in allora minori, che in qualsiasi altro tempo; e qua e colà s'incontrava anche un uditorio, che era in grado di star ad udire questioni di filosofia trattate dal pergamo, e che anzi, a titolo di cultura, le pretendeva.[493] Ma qui noi parliamo specialmente dei più illustri predicatori latini di circostanza. Più di una volta, come s'è detto, l'occasione veniva loro rubata dai dotti laici, ai quali di regola lasciavansi tutte le orazioni panegiriche e funebri, i discorsi gratulatori o per nozze o per ingresso di vescovi o per celebrazione di prime Messe, come anche le orazioni solenni nelle feste commemorative di qualche ordine religioso.[494] Ma alla corte papale, qualunque fosse la circostanza, i predicatori ordinariamente nel secolo XV non erano che monaci. Sotto il pontificato di Sisto IV Jacopo da Volterra nomina e critica severamente, dal punto di vista dell'arte, questi oratori.[495] Fedra Inghirami, celebre per tal genere di orazioni al tempo di Giulio II, aveva almeno ricevuto gli ordini sacri e godeva un canonicato in S. Giovanni Laterano; ed anche altrove contavasi già tra i prelati buon numero di latinisti eleganti. In generale col secolo XVI cominciano a scemare, tanto in questo come in altri riguardi, i privilegi dapprima eccessivi degli umanisti profani; ma di ciò avremo occasione di parlare più innanzi.
Ora quale era propriamente l'indole e la sostanza di questi discorsi presi nel loro insieme? Una naturale facilità a ben parlare non pare che sia mai mancata agli italiani neanche nel medio-evo, e da tempo antichissimo fra le sette arti liberali ce n'era anche una, che si diceva la rettorica; ma, se si restringe il discorso al risveglio dell'arte antica, questo merito, a quanto ne riferisce Filippo Villani, deve ascriversi tutto ad un Bruno Casini fiorentino,[496] che morì ancor giovane della pestilenza del 1348. Con intendimenti affatto pratici, vale a dire, per addestrare i fiorentini a parlare facilmente e con garbo nei Consigli e nelle pubbliche assemblee, egli dava precetti, sulla scorta degli antichi, intorno all'invenzione, alla declamazione, al gesto e al modo di contenersi in generale. Ma anche senza di questa, non mancano altre testimonianze, le quali parlano di una educazione rettorica vôlta tutta alla pratica; nulla infatti nella vita d'allora sembrava tanto in pregio, quanto il poter con elegante improvvisazione latina suggerire in qualsiasi circostanza una deliberazione od un provvedimento pubblico. Lo studio sempre crescente delle orazioni di Cicerone e de' suoi scritti teorici, di Quintiliano e dei panegiristi imperiali, la comparsa di appositi manuali,[497] gli aiuti che si traevano dal progredire continuo della filologia in generale, e la grande abbondanza di materiali antichi, con cui si poteva e doveva infiorare i propri pensieri, furono circostanze che contribuirono non poco a dare un carattere affatto nuovo all'eloquenza.
Questo carattere, tuttavia, è assai differente secondo gl'individui. Alcuni discorsi hanno l'impronta della vera eloquenza, specialmente quelli, che non divagano dall'argomento, e tali sono, generalmente parlando, tutti i discorsi di Pio II, che sono pervenuti sino a noi. Dopo ciò, i prodigiosi effetti che ottenne Giannozzo Manetti,[498] lasciano presupporre anche in lui uno di quegli oratori, dei quali v'è scarsezza in ogni tempo. Le arringhe da lui tenute dinanzi a Nicolò V e ai Dogi e al Consiglio di Venezia erano altrettanti avvenimenti, la cui memoria sopravvisse per lungo tempo. Per converso, molti oratori profittavano dell'occasione per stemperare il discorso in adulazioni verso illustri uditori e per affastellarvi alla rinfusa un ammasso enorme di erudizione. Come fosse possibile affaticar in tal modo l'attenzione altrui per due o tre ore di seguito, è cosa che non si spiega se non dal grande interessamento, che allora si nutriva per l'antichità, e dalla imperfezione e relativa rarità dei libri, prima della diffusione della stampa. Tali discorsi avevano però sempre quella specie di merito, che noi abbiamo cercato di rivendicare ad alcune lettere del Petrarca (v. pag. 270). Ma taluni andavano troppo oltre. La maggior parte delle orazioni del Filelfo sono un labirinto inestricabile di citazioni classiche e bibliche, innestate in una tessera generale di luoghi comuni: in mezzo a ciò la personalità dei grandi, che egli vuol celebrare, è giudicata sopra uno schema qualunque (per esempio, le virtù di un cardinale), e si dura una fatica enorme a cavarne i pochi dati preziosi per la storia, che vi stanno per entro. Il discorso di un professore e letterato di Piacenza, fatto pel ricevimento del duca Galeazzo Maria nell'anno 1467, comincia col parlare di C. Giulio Cesare, passa quindi a fare uno strano miscuglio di citazioni antiche e di allusioni ad un opera allegorica sua propria, e conclude con ammaestramenti buoni, ma in quel caso indiscreti, al principe stesso.[499] Per buona ventura di quest'ultimo, la sera era già di troppo inoltrata per poterlo recitare, e l'oratore dovette accontentarsi di presentarlo manoscritto. Anche il Filelfo comincia un'orazione nuziale colle parole: Quel peripatetico Aristotile ecc. Altri esclamano sino dal bel principio: Pubblio Cornelio Scipione ecc., proprio come se essi e i loro uditori fossero impazienti di avere una citazione. Col finire del secolo XV il gusto si purifica tutto ad un tratto, specialmente per opera de' Fiorentini: d'allora in poi si procede con molto maggiore parsimonia nelle citazioni, anche perchè in quel frattempo s'era di molto accresciuto il numero delle opere da consultare, nelle quali del resto chiunque avrebbe potuto trovar pronti tutti quegli artifici, coi quali sino a questo tempo era stato possibile di destare l'ammirazione dei principi e lo stupore dei popoli.
Siccome i discorsi per la maggior parte venivano preparati al tavolo, così i manoscritti servirono immediatamente ad una ulteriore diffusione e pubblicazione dei medesimi. Per converso, ai grandi improvvisatori bisognava tener dietro facendo uso della stenografia.[500] — Inoltre non tutte le orazioni che possediamo, erano destinate alla recitazione; per esempio, il panegirico di Beroaldo il vecchio per Lodovico il Moro è un lavoro, che non fu se non inviato per iscritto.[501] E a quel modo che si scrivevano lettere con indirizzi immaginari per tutte le parti del mondo, come semplici esercitazioni e formulari, od anche come scritti d'occasione, così vi erano anche discorsi per circostanze affatto inventate,[502] quasi altrettanti modelli per allocuzioni a grandi dignitari, principi, vescovi e simili.
Anche per l'eloquenza la morte di Leone X (1521) e il sacco di Roma (1527) segnano il termine della decadenza. Sfuggito a stento all'eccidio della città eterna, il Giovio accenna,[503] da un punto di vista troppo ristretto, ma tuttavia con molta verità, alle cause di quello scadimento con queste parole:
«Le rappresentazioni delle commedie di Plauto e di Terenzio, una volta scuola utilissima di eleganze latine per gli illustri romani, sono sbalzate di seggio dalle commedie italiane. Il forbito oratore non trova più nè ricompense, nè onori, come prima. Per ciò gli avvocati concistoriali, ad esempio, non lavorano che i proemi dei loro discorsi, e nel resto declamano scompostamente ed a sbalzi, secondo l'impressione del momento. Anche i discorsi di circostanza e le prediche sono in gran decadenza. Se si ha da fare un'orazione funebre per un cardinale o per qualsiasi altro grande personaggio, gli esecutori testamentarii non si rivolgono al migliore oratore della città, che dovrebbero retribuire con un centinaio di monete d'oro, ma prendono a pigione per poco o per nulla il primo vanitoso pedante che capita loro tra le mani, il quale non aspira ad altro, fuorchè a correre per le bocche di tutti, sia pure per essere soltanto biasimato. Il morto, si dice, non ne sa nulla, quand'anche salisse in cattedra una scimmia vestita a lutto e vi intonasse un rauco piagnisteo, che finisse in un ululato sempre più forte. Anche le prediche solenni, che si tengono in occasione delle grandi ceremonie e feste papali, non danno più alcun vero lucro; monaci di tutti gli ordini ne hanno avocato a sè il monopolio e predicano nella maniera la più grossolana. Ancora pochi anni or sono una predica di questo genere, recitata alla presenza del Papa, poteva servire di scala ad un vescovato».
CAPITOLO IX. I trattatisti latini.
All'epistolografia e all'eloquenza degli umanisti aggiungeremo qui anche le altre loro produzioni, che al tempo stesso sono più o meno riproduzioni dell'antichità.
A queste appartiene innanzi tutto il trattato sotto forma propria o di dialogo,[504] la quale ultima è stata direttamente imitata da Cicerone. Per essere abbastanza giusti con questo genere di componimento e per non respingerlo anticipatamente come una vera sorgente di noja, si devono considerare due cose. Il secolo, che usciva dal medio-evo, avea bisogno in molte questioni d'indole morale e filosofica di un organo intermediario tra esso e l'antichità, e quest'ufficio se l'appropriarono ora gli scrittori di trattati e di dialoghi. Molte cose, che in questi ci sembra luoghi comuni, erano per essi e pei loro contemporanei un modo nuovo di guardare certi argomenti, sui quali nessuno, dall'antichità in poi, s'era mai pronunciato, e a cui essi non erano pervenuti senza uno sforzo lungo e faticoso. Oltre a ciò, anche la lingua (tanto la latina, che l'italiana) maneggiata con più libertà e larghezza che non nei racconti storici o nelle orazioni o nelle lettere, acquistò nei trattati una maggiore padronanza di sè e attrasse in modo speciale; tanto è vero che anche oggidì taluno di essi, specialmente gli italiani, passano come modelli di prosa eccellente. Parecchi di questi lavori furono già da noi menzionati, o saranno, per l'indole delle cose che contengono; qui non dobbiamo accennare che al genere in sè medesimo. Dalle lettere e dai trattati del Petrarca in avanti, sin verso la fine del secolo XV, prevale nella maggior parte di essi la tendenza ad appropriarsi i materiali antichi, come nell'eloquenza; ma poi tutto il genere si delinea più nettamente, specialmente nei trattati scritti in lingua italiana, e con gli Asolani del Bembo e colla Vita sobria di Luigi Cornaro giunge ad una perfezione veramente classica. A ciò senza dubbio contribuì l'essersi frattanto tutti quei materiali antichi come depositati in grandi raccolte speciali, oggimai stampate, e l'essersi quindi potuti anche i trattatisti liberare una volta per sempre da quel faticoso ingombro.
CAPITOLO X. La Storiografia.
Necessità relativa del latino. — Studi sul medio-evo; il Biondo. — Primordi della critica. — Rapporti colla storiografia italiana.
Anche la Storiografia alla sua volta era inevitabile che cadesse nelle mani degli umanisti. Questo fatto non può non essere deplorato altamente, non appena si istituisca un paragone, sia pur rapido e superficiale, tra le storie di questo tempo e le cronache anteriori e specialmente quelle dei Villani così splendide, così ricche di vita e di colorito. Chi potrebbe negare infatti che, accanto a queste, non sembri affatto sbiadito, convenzionale e artificioso tutto ciò che fu scritto dagli umanisti e in modo particolare dai loro immediati e più celebri successori nella storiografia di Firenze, il Poggio e Leonardo Aretino? E qual senso di doloroso rincrescimento non si prova, pensando che sotto alle frasi liviane e cesariane di un Facio, di un Sabellico, di un Foglietta, d'un Senarega, d'un Platina (storia di Mantova), di un Bembo (annali di Venezia) e perfino di un Giovio (storie) se ne va perduto ogni colorito locale e individuale e si distrugge affatto quell'interesse, che nasce soltanto da una esposizione nitida e chiara degli avvenimenti! La sfiducia poi cresce, quando si scorge che si cercò di imitar Livio appunto in ciò, in cui era men degno di imitazione, vale a dire,[505] nell'aver voluto «rivestire di forme splendide e seducenti una nuda ed arida tradizione»; e per ultimo si resta compiutamente disillusi, quando s'incontra la strana confessione, che la storia debba per proprio istituto allettare, eccitare e scuotere il lettore mediante tutti i lenocinj dello stile, — nè più, nè meno, come se essa dovesse fungere gli uffici della poesia. In presenza di tali fatti non si ha forse il diritto di domandare se anche il disprezzo di ogni cosa moderna, che questi stessi umanisti talvolta apertamente professano,[506] non abbia per avventura esercitato una dannosa influenza sul loro modo di trattare la storia? Certo è che il lettore involontariamente presta maggiore attenzione e fiducia ai modesti annalisti latini e italiani, che si tennero fedeli all'antica maniera, quali sono, ad esempio, quelli di Bologna e di Ferrara, e più ancora ai migliori fra i cronisti propriamente detti che scrissero in italiano, quali un Marin Sanudo, un Corio, un Infessura, che prelusero a quella schiera gloriosa di grandi storici italiani, dai quali ebbe tanto lustro il paese nei primi anni del secolo XV.
E veramente la storia contemporanea acquistava senza contrasto un più libero movimento nella lingua del paese, di quello che se costretta nelle spire dell'artificioso periodare latino. Se poi anche al racconto delle cose antiche, e alle questioni erudite convenisse meglio la lingua italiana, è una questione, che per quel tempo ammette più d'una risposta. Il latino in allora era la lingua usata dai dotti non solo in senso internazionale, vale a dire tra francesi, inglesi, italiani, ecc., ma anche più strettamente in senso interprovinciale, cioè tra lombardi, veneziani, napoletani ed altri, i quali, benché nel loro modo di scrivere italiano toscaneggiassero e non conservassero quasi più traccia alcuna del loro dialetto, non giunsero però mai a guadagnarsi il suffragio, in questo riguardo assai geloso, dei fiorentini. Ora, di questo si poteva facilmente far senza quando si trattava di scrivere una storia contemporanea locale, che trovava lettori bastanti nel luogo stesso dov'era scritta, ma non altrettanto facilmente in una storia dei tempi passati, per la quale si domandava un circolo molto più esteso di lettori. In questo caso bisognava assolutamente sacrificare l'interesse locale del popolo a quello più generale dei dotti. E infatti qual celebrità avrebbe acquistato il Biondo da Forlì, se avesse scritto le dotte sue opere in una lingua mezzo toscana e mezzo romagnola? Certamente queste sarebbero cadute in dimenticanza dinanzi al disprezzo de' fiorentini, mentre, scritte in latino, esercitarono una grandissima influenza su tutti i dotti dell'occidente. E ciò è così vero, che tra i fiorentini stessi nel secolo XV parecchi scrissero in latino, non tanto perchè imbevuti di umanismo, quanto perchè aspiravano ad una più facile diffusione delle loro opere.
Finalmente s'incontrano anche lavori latini di storia contemporanea, che non la cedono in nulla alle più eccellenti storie italiane. Non appena si abbandonò la esposizione oratoria degli avvenimenti fatta al modo di Livio, vero letto di Procuste per tanti scrittori, questi appaiono come trasformati. Quel Platina stesso, quel Giovio, che nelle loro grandi opere storiche si dura tanta fatica a seguire, mostransi ad un tratto eccellenti nel trattar la forma biografica. Di Tristano Caracciolo, delle Biografie del Facio, della Topografia veneziana del Sabellico abbiamo già avuto occasione di parlare altrove; su altri torneremo più tardi.
Le narrazioni latine riguardanti i tempi passati riferivansi innanzi tutto e naturalmente all'antichità classica; ora, ciò che indarno si crederebbe trovare presso questi stessi umanisti, e che pur si trova, sono singoli lavori di una certa importanza intorno alla storia generale del medio-evo. La prima opera di qualche rilievo in questo riguardo è la cronaca di Matteo Palmieri, che comincia dove finisce quella di Prospero d'Aquitania. Chi poi a caso aprisse le Decadi di Biondo da Forlì, stupirebbe di trovarvi una storia universale ab inclinatione Romanorum imperii, come in Gibbon, piena di studi fatti sulle fonti degli autori di ogni secolo, e che nelle prime trecento pagine in folio abbraccia la prima metà del medio-evo sino alla morte di Federigo II. E tutto questo facevasi in Italia, mentre oltre l'Alpi si era ancora alle note Cronache papali e imperiali e al Fasciculus temporum. Qui non è del nostro assunto di mostrare criticamente di quali scritti il Biondo si sia giovato e dove li abbia trovati tutti riuniti; ma nella storia della moderna storiografia converrà pure che gli sia resa quando che sia piena giustizia. Già anche per questo libro soltanto si potrebbe dire a ragione, che lo studio dell'antichità fu quello, che rese possibile anche lo studio dei medio-evo, abituando per la prima volta le menti alla considerazione obbiettiva della storia. Certamente s'aggiungeva anche il fatto che il medio-evo era veramente passato per l'Italia d'allora, e che tanto più facile era il riconoscerlo, in quanto si era omai fuori di esso. Veramente non si potrebbe dire con altrettanta verità, che esso sia stato giudicato con giustizia e molto meno con pietosa venerazione; poichè nelle arti si insinua un ostinato pregiudizio contro ciò che viene da esso e gli umanisti non riconoscono il principio di un'êra nuova, se non dal tempo in cui essi poterono esclusivamente prevalere.
«Io comincio, dice il Boccaccio,[507] a sperare ed a credere, che Dio abbia avuto pietà del nome italiano, dopochè veggo che la sua inesaurabile bontà mette nel petto degli Italiani anime, che somigliano a quelle degli antichi in quanto cercano la gloria per altre vie, che non sieno le rapine e le violenze, vale a dire sul sentiero della poesia, che rende immortali». Ma questo modo di vedere ristretto ed ingiusto non impediva agli uomini più altamente dotati di approfondire l'investigazione critica in un tempo, in cui nel resto d'Europa non se ne parlava nemmeno; e si formò pel medio-evo una critica storica appunto per questo, che la trattazione razionale di qualsiasi argomento doveva tornar buona agli umanisti anche per questa materia storica. Nel secolo XV essa penetra ormai in tutte le storie delle singole città per guisa tale, che le posteriori leggende favolose della storia primitiva di Firenze, Venezia, Milano ecc. svaniscono, mentre le Cronache del nord ancora per lungo tempo sono costrette a trascinarsi innanzi colle loro narrazioni fantastiche inventate sino dal secolo XIII e prive per la maggior parte di qualsiasi valore.
Dell'intima attinenza della storia locale col sentimento di gloria, che era sì profondo nel secolo XV, abbiamo già toccato più sopra, parlando di Firenze (pag. 102 e segg.). Venezia non volle restare addietro, e, come già subito dopo un grande trionfo di un oratore fiorentino[508] un ambasciatore veneziano in tutta fretta eccitò il suo governo a spedire anch'esso un proprio oratore, così ora i veneziani sentirono il bisogno di una storia, che potesse reggere al paragone di quelle di Leonardo Aretino e del Poggio. E fu appunto da tal bisogno che nacquero nel secolo XV le Decadi del Sabellico, e nel XVI la Historia rerum venetarum di Pietro Bembo, opere che furono scritte ambedue per espresso incarico della Repubblica, l'ultima quale continuazione della prima.
Del resto s'intende da sè che i grandi storici fiorentini del principio del secolo XVI (v. pag. 111) sono uomini affatto diversi dai latinisti Giovio e Bembo. Essi scrivono in italiano, non solamente perchè non possono più gareggiare colla raffinata eleganza dei ciceroniani d'allora, ma anche perchè vogliono, come Machiavelli, presentare sotto una forma viva ciò che essi hanno appreso da una osservazione immediata e personale,[509] e perchè hanno a cuore, come il Guicciardini, il Varchi e la maggior parte degli altri, che il loro modo di guardar le cose s'allarghi quanto più sia possibile. Perfino quando essi scrivono per un numero ristretto d'amici, come fece Francesco Vettori, sentono un bisogno irresistibile di dichiarare la parte che presero negli avvenimenti, e di giustificare così il loro interessamento per gli uomini e le cose, che vengono ricordando.
Tuttavia in mezzo a tutto questo, e in onta al carattere proprio e speciale della loro lingua e del loro stile, essi appaiono talmente compenetrati dello spirito dell'antichità, che senza di essa non si potrebbero neanche immaginare come vissuti. Non sono umanisti, ma passarono attraverso l'umanismo, e dell'antichità serbano un'impronta molto più spiccata, che non la maggior parte dei latinisti seguaci di Livio: son cittadini, che scrivono pei loro concittadini, a quel modo che facevano gli antichi.
CAPITOLO XI. Il latinismo prevalente in ogni ramo della cultura.
Il latinismo nei nomi. — Il latinismo nelle cose. — Predominio assoluto del latino. — Cicerone e i ciceroniani. — Conversazione latina.
A noi non è permesso qui di seguir l'umanismo nelle altre scienze speciali; ognuna di esse ha la sua storia particolare, nella quale gli archeologi italiani di questo tempo, specialmente per la sostanzialità delle cose antiche da essi scoperte,[510] segnano un momento affatto nuovo e molto importante, da cui datano, più o meno spiccatamente, gli ulteriori progressi di ciascuna scienza nel tempo moderno. Anche per ciò che riguarda la filosofia, noi dobbiamo rinviare alla sua storia speciale. L'influenza degli antichi filosofi sulla cultura italiana appare talvolta immensa, talvolta assai limitata. Il primo caso ha luogo specialmente quando si consideri come le idee di Aristotele, principalmente quelle contenute nell'Etica,[511] assai per tempo diffusa, e nella Politica, erano divenute un patrimonio comune di tutti i dotti d'Italia, e come tutta la speculazione filosofica fosse padroneggiata da lui.[512] Il secondo per contrario si verifica ogni volta che si voglia tener conto della scarsa influenza dogmatica degli antichi filosofi, e perfino degli stessi entusiasti platonici fiorentini, sullo spirito della nazione in generale. Ciò che si scambia comunemente per una tale influenza, non è, nel più dei casi, se non un effetto della cultura in generale, una conseguenza delle forme sociali di svolgimento dello spirito italiano. Parlando della religione, avremo occasione di soggiungere qualche altra osservazione su questo argomento. Ma nella massima parte dei casi non trattasi neppure della cultura in generale, bensì soltanto delle manifestazioni di singole persone o di dotte società, ed anche qui ad ogni momento si dovrebbe fare una distinzione tra una vera assimilazione delle antiche dottrine ed una semplice adozione portata dalla moda. Infatti per molti il culto e l'imitazione dell'antichità non era che una moda, perfino per taluni, che in essa avevano cognizioni molto serie e profonde.
Del resto non sarebbe logico il dire che tutto ciò, che ha un tal quale aspetto di affettazione nel nostro secolo, lo avesse realmente anche a quel tempo. L'uso di nomi greci e romani, per esempio, è pur sempre più bello e pregevole, che non quello dei nomi (specialmente femminili) attinti ai romanzi. Dal momento che l'entusiasmo per gli eroi dell'antichità era maggiore che non pei santi del cristianesimo, non può parere strano, che le famiglie illustri preferissero di chiamare i loro figli Agamennone, Achille e Tideo,[513] e che il pittore imponesse il nome di Apelle a suo figlio e quello di Minerva a sua figlia.[514] Nè si troverà neanche fuor di ragione che, invece di un nome di casato, dal quale in generale non si voleva chiamarsi, si adottasse un nome antico ben risonante ed armonioso. Quanto poi ai nomi desunti dalla patria di taluno, e che disegnavano tutti gli abitanti di un dato luogo, senza essere ancora diventati nomi di famiglia, vi si rinunciava assai volentieri, specialmente ogni volta che il luogo si denominasse da un qualche santo; così Filippo da S. Gemignano si chiamava sempre Callimaco. Chi poi, respinto ed offeso dalla propria famiglia, seppe conquistarsi da sè una posizione al di fuori mediante la sua dottrina, avea ben diritto, fosse anche stato un Sanseverino, di ribattezzarsi orgogliosamente in Giunio Pomponio Leto. Anche la pura e semplice traduzione di un nome di lingua greca o latina (uso che fu poi adottato quasi esclusivamente in Germania) può ben essere perdonata ad una generazione, che parlava e scriveva in latino, e che tanto in prosa, quanto in verso usava nomi non solo declinabili, ma di facile e dolce pronunciazione. Biasimevole invece e ridicolo fu l'uso, introdotto più tardi, di mutare un nome di persona o di casato solo per metà sino a dargli una cadenza classica od anche un nuovo senso, come quando di Giovanni si fece Gioviano o Giano; di Pietro, Pierio o Petreio; di Antonio, Aonio; di Sannazzaro, Sincero; di Luca Grasso, Lucio Crasso, e così via. L'Ariosto, che di queste debolezze ride così amaramente,[515] ebbe ancor tanto di vita da vedere imposti i nomi de' suoi eroi e delle sue eroine ad alcuni fanciulli.[516]
Anche l'uso di antiquare molti fatti della vita sociale, nomi di uffici, di istituzioni, di ceremonie e simili non deve giudicarsi con troppa severità. Sino a che si stava contenti ad un latino semplice e facile, come forse era il caso di tutti i latinisti, che vissero tra il tempo del Petrarca e quello di Enea Silvio, la cosa non fu tanto frequente, ma divenne poi inevitabile quando si cominciò a volere un latino assolutamente puro, ciceroniano. Allora le cose moderne non poterono più nella loro totalità essere espresse nello stile antico, se non ribattezzandole artificialmente. E allora i pedanti si compiacquero di chiamare i consiglieri municipali col nome patres conscripti, le monache con quello di virgines vestales, ogni santo con quello di divus o deus, mentre scrittori di gusto più raffinato, come Paolo Giovio, probabilmente non ricorrevano a simili travestimenti se non quando era impossibile il fare diversamente. Ma appunto perchè il Giovio lo fa naturalmente e senza mettervi nessuna speciale importanza, in lui offende meno che in altri il sentir chiamare senatores i cardinali, princeps senatus il loro decano, Dirae la scomunica,[517] Lupercalia il carnevale, e così via. Egli è appunto da questo autore principalmente che può rilevarsi con quanta cautela si debba procedere nel voler da queste semplici forme stilistiche dedurre troppo precipitose conclusioni sull'indirizzo generale del pensiero d'allora.
Non è del nostro assunto qui il tener dietro alla storia dello stile latino considerato in sè stesso e nelle varie fasi del suo sviluppo. Basterà dunque che sia notato come gli umanisti, per due secoli di seguito, abbiano continuato a condursi in modo, come se la lingua latina in generale fosse e dovesse perpetuamente restare l'unica degna di essere scritta. Il Poggio deplora[518] che Dante abbia steso il suo grande poema in lingua italiana, e d'altra parte è noto universalmente che egli avea cominciato a stenderlo in latino, avendo dapprima scritto in esametri i primi canti dell'Inferno. Tutto l'avvenire della poesia italiana dipendette dal fatto, che egli abbandonò poscia questo suo primo pensiero; ma anche il Petrarca s'aspettava assai maggior gloria dalle sue poesie latine, che da' suoi sonetti e dalle sue canzoni, e pare che la tentazione di poetare in latino fosse venuta in sulle prime altresì all'Ariosto. Insomma una tirannide maggiore di questa non s'è vista mai nel campo della letteratura;[519] ma, ciò non ostante, la poesia seppe in gran parte sottrarvisi, ed oggidì noi possiam dire, anche senza peccare di soverchio ottimismo, essere stato un bene, che la poesia italiana abbia avuto a sua disposizione due lingue, poichè in entrambe essa ha dato frutti diversi ed eccellenti, e precisamente tali dal mostrar chiaramente, perchè in un luogo si sia preferita la forma latina, in un altro la italiana. Forse può dirsi altrettanto anche della prosa: la posizione e la fama mondiale della cultura italiana era vincolata a questa condizione, che alcuni argomenti dovessero essere trattati nella lingua allora universale — urbi et orbi, —[520] mentre la prosa italiana ebbe i suoi migliori cultori appunto in coloro, i quali ebbero a lottare con sè medesimi per non scrivere in latino.
Lo scrittore, che sino dal secolo XIV passava senza contrasto come il modello più perfetto della prosa latina, era Cicerone. Ciò non era soltanto l'effetto di un'intima persuasione che egli fosse unico nell'arte di scegliere le parole, di disporre i periodi e di ordinare le varie parti di una composizione, ma discendeva anche naturalmente dal fatto che in lui l'amabilità dell'epistolografo, la magniloquenza dell'oratore e la nitida perspicuità del filosofo mirabilmente si confacevano coll'indole dello spirito italiano. Già ancora al suo tempo il Petrarca aveva riconosciuto appieno il lato debole di Cicerone come uomo e come politico,[521] ma egli nutriva per esso troppa venerazione, per mostrarsi lieto di una tale scoperta; e dal suo tempo in poi, l'epistolografia in prima e in seguito tutti gli altri generi di composizione, eccettuato soltanto il narrativo, non avean preso altro modello, fuorchè Cicerone. Tuttavia il vero ciceronianismo, che non si permetteva nè una frase, nè una parola che non fosse nei libri del grande maestro, non comincia che verso la fine del secolo XV, dopochè gli scritti grammaticali di Lorenzo Valla aveano fatto il giro di tutta Italia, e dopochè si erano già vedute e raffrontate le testimonianze degli storici della letteratura latina.[522] Allora soltanto si cominciò ad esaminare colla più scrupolosa esattezza le diverse gradazioni dello stile nella prosa degli antichi, e si finì pur sempre colla beata persuasione che Cicerone solo fosse il modello perfetto, o, se si voleva abbracciare in uno tutti i generi, «che l'epoca soltanto di Cicerone meritasse il nome di immortale e quasi celeste».[523] Fu allora che si videro un Pietro Bembo, un Pierio Valeriano e molti altri non preoccuparsi d'altro, fuorchè di imitare un sì grande esemplare: fu allora che s'inginocchiarono dinanzi a Cicerone anche taluni dei più restii, che si erano formati uno stile arcaico studiando gli autori più antichi;[524] fu allora che Longolio, dietro i consigli del Bembo, per cinque interi anni non lesse altro scrittore che Cicerone, e poscia fe' voto di non usare nessuna parola che non fosse stata usata da quel sommo; e questo entusiasmo fu appunto quello che poi diede origine alle grandi dispute letterarie, che arsero tra Erasmo e Scaligero il vecchio e i loro seguaci.
Imperocchè anche gli ammiratori di Cicerone non erano poi tutti così esclusivi da riguardarlo come l'unica fonte della lingua. Ancora nel secolo XV il Poliziano ed Ermolao Barbaro osarono di animo deliberato tentare una forma tutta loro propria e particolare,[525] naturalmente basandosi sopra una cognizione del latino «affatto eccezionale», e a questa stessa meta aspirò pure colui, che ci narrò i loro tentativi. Paolo Giovio. Egli ha pel primo e con uno sforzo indicibile espresso in lingua latina una quantità di pensieri moderni, specialmente in argomenti d'indole estetica, e, se non sempre vinse tutte le difficoltà, gli si deve però assai di frequente la lode di una certa vigoria ed eleganza. I ritratti latini, che egli ci dà dei grandi pittori e scrittori di quel tempo,[526] contengono spesso tratti di una finitezza perfetta accanto ad altri informi e pessimamente riusciti. Anche Leone X, che riponeva tutta la sua gloria in questo, ut lingua latina nostro pontificatu dicatur facta auctior,[527] inchinò ad una forma di latinità abbastanza larga e niente affatto esclusiva, come era da aspettarsi dall'indirizzo piuttosto sensuale di tutta la sua vita; a lui bastava che tutto ciò, che dovea udire o leggere, avesse un colorito di schietta, vivace ed elegante latinità. Infine Cicerone non poteva servire di modello per la conversazione latina, e sotto questo riguardo bisognava pur scegliere, accanto a lui, altri idoli da adorare. Questa lacuna fu colmata dalle rappresentazioni abbastanza frequenti in Roma e fuori di Roma delle commedie di Plauto e di Terenzio, le quali agli attori offrivano un esercizio utilissimo nel latino, come lingua di società. Ancora sotto Paolo II il dotto cardinale di Teano (probabilmente Nicolò Fortiguerra da Pistoia) è lodato[528] per essersi accinto alla lettura dei lavori di Plauto allora molto imperfetti e mancanti perfino dell'elenco dei personaggi, e per aver chiamato l'attenzione dei dotti sui tesori di lingua che vi stanno racchiusi; e può ben darsi che da lui sia partito il primo impulso alla rappresentazione di quelle commedie. Più tardi la cosa stessa trovò un caldissimo fautore in Pomponio Leto, che non disdegnò di far le parti di direttore della scena, quando negli atrii dei palazzi dei grandi prelati le stesse commedie venivano rappresentate.[529] L'essersi poi intorno al 1520 smesse tali rappresentazioni parve al Giovio, come vedemmo (p. 320), una della cause dello scadimento dell'eloquenza.
Concludendo diremo, che il ciceronianismo nella letteratura corse le stesse vicende che il vitruvianismo nel campo dell'arte. E in ambedue ì casi si manifesta quella legge generale dell'epoca del Rinascimento: che il moto nella cultura di regola precede il moto analogo nell'arte. La distanza del tempo tra l'un fatto e l'altro potrebbe per avventura calcolarsi di due decennii, non più, se si computa dal cardinale Adriano da Corneto (1505?) sino ai primi vitruviani assoluti.
CAPITOLO XII. La nuova poesia latina.
L'epopea tratta dalla storia antica; l'Africa. — Poesia mitica. — Epopea cristiana: il Sannazzaro. — Introduzione di elementi mitologici. — Poesia storica contemporanea. — Poesia didattica; il Palingenio. — La lirica e i suoi limiti. — Odi per santi. — Elegie e simili. — L'epigramma. — La poesia maccaronica.
Finalmente il maggior vanto degli umanisti è la nuova poesia latina. Noi dobbiamo toccare anche di questa, almeno per quanto essa può esserci di aiuto a dare una caratteristica completa dell'umanismo.
Quanto favorevole le fosse l'opinione pubblica e quanto vicina fosse la sua definitiva vittoria, è stato già mostrato più sopra (v. pag. 237). Ora si può anche in anticipazione andar persuasi, che la nazione più colta e più civile del mondo d'allora non può certamente, per semplice capriccio e quasi senza coscienza di ciò che faceva, aver rinunciato ad una lingua quale era l'italiana. Se dunque vi rinunciò, deve esservi stata spinta da una causa ben più forte e potente.
Questa fu l'ammirazione per l'antichità. Come ogni schietta e sincera ammirazione, essa produsse necessariamente l'imitazione. Questa non manca, è vero, anche in altri tempi e presso altri popoli; ma in Italia soltanto verificaronsi le due condizioni indispensabili per l'esistenza e per l'ulteriore sviluppo della nuova poesia latina; vale a dire, una favorevole disposizione di tutta la parte più colta della nazione, ed un parziale risveglio dell'antico genio italico nei poeti stessi, quasi eco prolungato di un'antica armonia. Ciò che di meglio nasce in tal modo, non è più imitazione, ma creazione vera e originale. Chi nelle arti non sa tollerare qualsiasi imitazione di forme, chi o non apprezza l'antichità in sè stessa o la ritiene assolutamente inarrivabile e inimitabile, chi finalmente non si sente disposto di usare nessuna indulgenza con poeti, che più d'una volta si trovarono costretti o a cercare da sè, o a indovinare una moltitudine di quantità sillabiche, non si metta allo studio di questo genere di letteratura. Anche le produzioni le più perfette non sono fatte per affrontare gli attacchi di una critica assoluta, ma solo per procurare un'ora di sollievo al poeta e a molte migliaia de' suoi contemporanei.[530]
Pochissima fortuna ebbe l'epopea desunta da tradizioni o leggende antiche. Le condizioni essenziali per una vera poesia epica non si riscontrano nemmeno, per consenso di tutti, negli antichi epici romani, anzi neppure nei greci, se si prescinda da Omero: come avrebbero esse potuto trovarsi nei latinisti del Rinascimento? Ciò non ostante, l'Africa del Petrarca sembra aver trovato lettori e ammiratori in tal numero, da lasciarsi addietro in questo riguardo qualsiasi epopea del tempo moderno. Per verità lo scopo e il movente del poema non potevano non destare il più vivo interesse. Il secolo XIV riconobbe assai giustamente nella seconda guerra Punica il momento più splendido della grandezza e potenza romana, e questo appunto fu ciò che si propose di cantare il Petrarca. Se Silio Italico fosse stato scoperto a quel tempo, forse egli avrebbe scelto un altro soggetto; ma non conoscendosi ancora quell'antico, l'apoteosi di Scipione Africano il vecchio pareva sì bel tema agli uomini del secolo XIV, che già un altro poeta, Zanobi della Strada, s'era proposto di trattarlo e vi avea già posto mano, quando, udendo che se ne occupava il Petrarca, per sentimento di rispetto a questo grande se ne ritrasse.[531] Se il poema dell'Africa avesse avuto bisogno di una giustificazione, questa le si aveva nel fatto, che in quel tempo ed anche più tardi l'entusiasmo per Scipione era tale, che lo si collocava al di sopra di Alessandro, di Pompeo e di Cesare.[532] Quante fra le moderne epopee possono gloriarsi di un soggetto pel loro tempo così popolare, così nella sostanza storicamente vero e tuttavia rivestito di tanto prestigio mitico? Non v'ha dubbio, del resto, che oggidì il poema per sè stesso riesce illeggibile. Perciò che riguarda altri soggetti storici, noi dobbiamo rinviare i lettori alle storie letterarie propriamente dette.
Più largo campo si offriva a chi, poetando, prendeva a trattare qualche mito o leggenda antica, per riempire qualche lacuna lasciatavi da altri. A ciò si accinse assai presto la poesia italiana e propriamente per la prima volta colla Teseide del Boccaccio, che è riguardata come il suo migliore lavoro poetico. Sotto Martino V Maffeo Vegio aggiunse un tredicesimo libro all'Eneide di Virgilio, e poscia si ha un buon numero di tentativi minori, ad imitazione specialmente di Claudiano, quali una Meleagriade, una Esperiade ecc. Ma in ispecial modo notevoli sono i miti nuovamente inventati, coi quali si popolarono le più belle regioni d'Italia di una moltitudine di divinità, di ninfe, di genii ed altresì di pastori, appunto perchè a quest'epoca era invalso di accompagnar sempre l'elemento epico col bucolico. Più tardi ci si offrirà occasione di notar nuovamente come, dal Petrarca in poi, nelle egloghe, tanto di forma narrativa, che dialogica, la vita pastorale sia rappresentata quasi sempre[533] in modo affatto convenzionale, e come espressione di sentimenti e fantasie di qualsiasi specie; qui non se ne tocca che in relazione ai nuovi miti, cui diede origine. E questi, meglio d'ogni altra cosa, ci rivelano il doppio significato che ebbero nell'epoca del Rinascimento le antiche divinità, le quali da un lato rappresentano le idee generali e rendono quindi inutili le figure allegoriche, dall'altro costituiscono un elemento affatto libero ed indipendente di poesia, un tipo di bellezza neutrale, che può essere innestato in ogni creazione poetica e passare per mille e sempre nuove combinazioni. Il primo a darne arditamente l'esempio fu il Boccaccio col suo mondo immaginario di Dei e di pastori dei dintorni di Firenze nel Ninfale d'Ameto e nel Ninfale fiesolano, ch'egli cantò in poesia italiana. Ma il capolavoro in questo genere sembra essere stato il Sarca di Pietro Bembo,[534] nel quale si narrano gli amori del dio di quel fiume colla ninfa Garda, lo splendido convito nuziale, che ebbe luogo in una grotta del Monte Baldo, i vaticinii di Manto, figlia di Tiresia, sulla nascita di un figlio, il Mincio, sulla fondazione di Mantova e sulla fama avvenire di Virgilio, figlio del Mincio e della ninfa di Andes, Maia. A questi concetti, barocchi invero, ma propri dell'epoca, il Bembo diede una splendida cornice di versi, che si chiudono con un apostrofe a Virgilio, che ogni miglior poeta accetterebbe per sua. — Comunemente tutto ciò si riguarda come nulla più che vuota declamazione e ci si passa sopra con parole di scherno: noi non intendiamo d'intavolare polemiche a questo riguardo; diremo soltanto: è questione di gusto, e come tale è lecito ad ognuno avere su di essa un'opinione sua propria.
Accanto ai menzionati, non mancano neanche vasti poemi epici in esametri di argomento biblico e religioso. Non è da credere che con questi gli autori avessero sempre in mira di promovere l'incremento della Chiesa o di procacciarsi il favore dei Papi; ma sembra invece che tutti, grandi e piccoli, buoni e cattivi (tra questi ultimi va certamente annoverato Battista Mantovano, autore di un poema intitolato Parthenice), sieno stati animati da un sentimento, lodevole invero, di servire colle dotte loro poesie latine alla religione, ciò che era veramente in piena armonia col modo quasi pagano, che allora prevaleva, di considerare il cattolicismo. Giraldo ne nomina un numero ragguardevole, ma tra essi emergono di gran lunga il Vida colla sua Cristiade e il Sannazzaro co' suoi tre libri De partu Virginis. Il Sannazzaro sorprende coll'onda equabile e maestosa del verso, nel quale egli intreccia un mondo di cose cristiane e pagane, col vigore plastico delle descrizioni, colla squisitezza perfetta del lavoro; nè certamente egli avea motivo di temere il paragone, quando nel canto dei pastori al presepio innestò alcuni versi della quarta egloga di Virgilio. Innalzandosi nelle regioni dell'ideale e nel mondo degli spiriti, egli ha qualche tratto che arieggia i sublimi ardimenti danteschi, quale è, per esempio, il canto e la profezia del re Davidde nel Limbo de' patriarchi, o la pittura dell'Eterno, che siede sul trono avvolto nel suo gran manto tempestato delle figure elementari di tutti gli esseri, in atto di parlare agli spiriti celesti. Altre volte egli non si perita di innestare al suo soggetto l'antica mitologia, senza per questo cader nel barocco, perchè le divinità pagane non sono per lui che come la cornice del quadro, nè egli assegna mai ad esse veruna parte principale nel suo poema. Chi desidera formarsi un concetto intero e adeguato di quanto abbia potuto l'arte a quel tempo, non deve trascurar di leggere un lavoro come questo. Il merito poi del Sannazzaro parrà tanto maggiore anche per questo, che d'ordinario la mescolanza di elementi pagani e cristiani stuona assai più facilmente nella poesia, che nelle arti figurative: queste ultime infatti ponno del continuo compensar l'occhio colla vista di qualche determinata e materiale bellezza, e in generale non sono così schiave del contenuto sostanziale dei soggetti che trattano, come la poesia, mentre l'immaginazione in esse s'arresta piuttosto alla forma, nella poesia invece penetra direttamente nella sostanza. Il buon Battista Mantovano nel suo «Calendario festivo»[535] avea tentato un altro espediente; che era appunto quello di porre gli Dei e i Semidei del paganesimo in pieno contrasto colla storia sacra, come facevano i Padri della Chiesa, anzichè introdurli a far parte della medesima. Così mentre l'angelo Gabriele scende a Nazaret apportatore della grande novella alla Vergine, Mercurio si stacca dal Carmelo e lo insegue sino a spiarne il saluto sul limitare della cella benedetta; vola quindi ad informare gli Dei raccolti in solenne radunanza e li induce col suo racconto ai propositi più feroci. Ma anche con questo metodo egli si trova altre volte costretto[536] a far sì che Tetide, Cerere, Eolo ed altre divinità spontaneamente s'arrendano a riconoscere la superiorità della Vergine.
La fama del Sannazzaro, la moltitudine de' suoi imitatori, l'omaggio tributatogli dei più grandi dell'epoca sono circostanze, che mostrano ad evidenza quanto egli fosse caro e necessario al suo secolo. Anche in servigio della Chiesa egli sciolse vittoriosamente, proprio sul cominciare della Riforma, il problema: se fosse possibile poetare cristianamente e conservarsi ligi nel tempo stesso alle tradizioni classiche; e tanto Leone, quanto Clemente gliene attestarono altamente la loro riconoscenza.
Per ultimo fu cantata in esametri o in distici anche la storia contemporanea, ora sotto forma narrativa, ora a guisa di panegirico, e d'ordinario sempre in lode di qualche principe o di qualche famiglia principesca. Così ebbero origine una Sforziade, una Borseide, una Borgiade, una Triulziade e simili, ma veramente nessuna raggiunse il suo scopo, poichè se alcuni dei lodati rimasero celebri ed immortali nella storia, non dovettero certo la loro celebrità a questa specie di poemi, contro i quali ci fu sempre un'invincibile ed universale avversione, anche se scritti da buoni poeti. Un effetto molto diverso produssero invece alcuni poemetti minori, stesi senza pretensione alcuna a guisa di episodi della vita di qualche uomo celebre, come per esempio la descrizione delle «Cacce di Leone X» presso Palo[537] e «il Viaggio di Giulio» di Adriano da Corneto (v. pag. 162). Splendide descrizioni di cacce di questa specie ci lasciò pure, tra molti altri, Ercole Strozza, ed è veramente deplorevole che i lettori moderni ricusino di gettarvi gli occhi, disgustati da quel fondo di adulazione che ci sta sotto e che traspare ad ogni tratto. Eppure la maestria del lavoro e la importanza storica, talvolta non piccola, di queste poesie assicurano ad esse una vita più lunga di quella, cui possono aspirare parecchie poesie del nostro tempo ora abbastanza in voga.
In generale queste composizioni sono di tanto migliori, quanto meno contengono di elementi patetici ed ideali. Vi sono taluni poemetti epici di celebri maestri, che, sotto un cumulo enorme di allusioni mitologiche, producono un effetto altamente ridicolo e comico, certamente contro la intenzione dei loro autori. Tale, per esempio, è «l'Epicedio» di Ercole Strozza[538] per la morte di Cesare Borgia (v. pag. 154). In esso si ode il lamento di Roma, che aveva posto tutte le sue speranze nei papi spagnuoli Calisto III ed Alessandro VI e poi aveva riguardato Cesare come il promesso suo liberatore, e si leggono le gesta di quest'ultimo sino alla catastrofe dell'anno 1503. Poscia il poeta chiede alla sua Musa, quale in quel momento fosse stato l'alto consiglio dei Dei[539], ed Erato narra che nell'Olimpo Pallade si era dichiarata per gli spagnuoli, Venere per gli italiani; ambedue abbracciarono le ginocchia di Giove, ed egli, baciatele in viso, le pacificò e protestò che non potea nulla contro il destino ordito dalle Parche, ma che, ciò non ostante, le promesse degli Dei s'adempirebbero per opera del fanciullo nato dall'unione delle due case Borgia ed Este[540]; e, dopo aver narrato la storia antichissima e favolosa di ambedue le famiglie, confessa di non poter dare a Cesare il dono dell'immortalità, come non potè darlo una volta, in onta ad autorevoli preghiere, nè a Memnone, nè ad Achille; conclude però col dire, quasi a conforto del poeta, che Cesare prima di morire avrebbe fatto grande strage, guerreggiando, de' suoi nemici. Allora Marte scende a Napoli e prepara la guerra, ma Pallade s'affretta a Nepi e appare quivi all'infermo Cesare sotto la forma di Alessandro VI, e, dopo averlo ammonito a rassegnarsi e a star contento alla gloria che già circonda il suo nome, la Dea travestita da Papa scompare «a guisa di uccello».
Ciò non ostante, si rinuncia senza necessità ad un piacere talvolta assai grande se si respinge a priori tutto ciò che, più meno a proposito, contiene qualche sprazzo di mitologia, poichè anche la poesia non poche volte ha saputo nobilitare questo elemento, al pari della pittura e della scultura. E pei dilettanti del genere non mancano neanche i primi saggi della parodia (v. pag. 216) tentati nella «Maccaroneide», alla quale poi nell'arte fa degno riscontro la «Festa degli Dei» di Giovanni Bellini.
Talune poesie narrative in esametri sono anche semplici esercitazioni o rifacimenti di relazioni in prosa, che il lettore probabilmente preferirà ogni qualvolta le trovi. E da ultimo si finì, come è noto, col mettere in versi ogni cosa, e ciò anche da parte degli umanisti tedeschi dell'epoca della Riforma.[541] Ma si andrebbe molto errati, se tutto questo si attribuisce soltanto ad abbondanza di ozi agiati ed a soverchia smania di poetare. Negli Italiani almeno c'è sempre troppa cura di ripulire e perfezionare la forma, della quale essi avevano un senso squisito e profondo, come lo prova la moltitudine enorme che si ha contemporaneamente di relazioni, di storie e di opuscoli in terzine. Appunto come Nicolò da Uzzano, per produrre maggiore effetto, fuse in questo metro non facile del verso italiano il suo manifesto per una nuova costituzione politica, e il Machiavelli il suo prospetto della storia contemporanea, e un terzo la vita del Savonarola, e un quarto l'assedio di Piombino per opera di Alfonso il Magnanimo,[542] non deve far meraviglia che altri potessero aver bisogno dell'esametro, per incatenar meglio l'attenzione di un pubblico al tutto diverso.
Ciò che sotto questa forma si era disposti a tollerare o ad esigere, scorgesi con piena evidenza dalla poesia didattica. Questa nel secolo XVI ebbe uno sviluppo straordinario e maraviglioso, e cantò in esametri l'alchimia, il giuoco degli scacchi, l'arte della seta, l'astronomia, la lue venerea e mille altre cose, alle quali sono da aggiungere anche parecchi estesi poemi italiani. Oggidì è moda di condannar tali poemi senza neanche darsi la briga di leggerli, e per verità noi stessi non sapremmo dire sino a qual punto essi meritino effettivamente di esser letti.[543] Ad ogni modo però egli è certo, che epoche senza paragone superiori alla nostra per retto senso del bello, quali appunto furono la greca (dei tempi più tardi) e la romana, nonchè questa del Rinascimento, non credettero di poter far senza neanche di questa forma speciale di poesia. Ma si potrebbe anche rispondere, che non la mancanza dì gusto estetico, bensì una maggiore serietà nella trattazione delle materie scientifiche è quella che ne tien lontana oggidì la forma poetica; su di che non volendo ridire, noi crediamo miglior partito lasciare ad ognuno la propria opinione.
Una di queste opere didattiche si vede ancora oggidì qua e colà ristampata, ed è lo Zodiaco della vita di Marcello Palingenio, segreto seguace delle dottrine protestanti in Ferrara. Alle più sublimi questioni intorno a Dio, alla virtù, all'immortalità, l'autore congiunge la trattazione di molti punti della vita pratica, ed è da questo lato un'autorità non dispregevole per la storia della morale. Nel complesso però il suo poema si distacca da tutti gli altri congeneri dell'epoca del Rinascimento, come anche, in ordine al suo scopo seriamente istruttivo, l'allegoria ne esclude quasi affatto la mitologia.
Ma il genere, nel quale i poeti filologi s'accostarono, più che in qualsiasi altro, all'antichità, è la lirica, e in modo speciale poi l'elegia, e, dopo questa, altresì l'epigramma.
Nel genere leggero Catullo esercitò un vero fascino sugli Italiani. Più di un elegante madrigale latino, e non poche brevi invettive o maliziosi biglietti potrebbero dirsi vere trascrizioni da lui senza quasi mutamenti di sorta, e la morte di qualche cagnolino o pappagallo è pianta colle stesse parole e con lo stesso ordine di pensieri, con cui egli pianse il passero di Lesbia. Ma vi sono anche altre brevi poesie, che, pur mantenendosi originali nel concetto, potrebbero trarre in inganno il più esperto conoscitore, quanto alla forma, e delle quali non si saprebbe precisar l'epoca, se il contenuto non le dimostrasse indubbiamente lavori dei secoli XV e XVI.
Per contrario nelle odi di metro saffico od alcaico ecc. non se ne troverebbe forse una sola, che in un modo o nell'altro non rivelasse come che sia la sua origine moderna. Ciò accade per lo più in causa di una certa loquacità rettorica, che negli esemplari antichi non s'incontra se non per la prima volta in Stazio e per una mancanza assoluta di nerbo lirico, quale sarebbe domandato da questa specie di poesia. In una ode qualunque potranno, è vero, incontrarsi singoli tratti, talvolta anche due o tre strofe di seguito, di tal fattura da crederle frammenti di qualche antico, ma l'illusione non va più in la, e il colorito muta subito dopo. E se non muta, come per esempio nella bella ode a Venere di Andrea Navagero, vi si riconosce tosto una copia di qualche capolavoro antico.[544] Alcuni scrittori di odi prendono a soggetto il culto che si presta ai santi e modellano con molto gusto le loro invocazioni su quelle di Orazio e di Catullo di genere somigliante. Tale è il Navagero nell'ode all'arcangelo Gabriele, e tale in modo particolare il Sannazzaro, che nell'adottare i riti del culto pagano va più innanzi di ogni altro. Egli celebra sopra ogni altro il suo santo onomastico,[545] al quale aveva dedicato un tempietto nella sua splendida villa di Posilipo, «colà dove i fiotti del mare si confondono colle acque che sgorgano dalla rupe, e si frangono alle mura del piccolo santuario». Per lui non v'è gioja maggiore della festa annua di S. Nazzaro, e le frondi e i fiori, di cui in questo giorno, più che di consueto, s'adorna il piccolo tempio, figurano nella sua fantasia gli antichi sacrifici. Anche fuggiasco in compagnia dell'espulso Federigo d'Aragona, sulle rive dell'Atlantico e alle foci della Loira, egli non dimentica nel suo giorno onomastico di appendere al suo santo, con l'angoscia nel cuore, ghirlande sempre verdi di bosso e di quercia, e rammentando con desiderio gli anni trascorsi, nei quali tutta la gioventù di Posilipo accorreva sulle sue navicelle a rallegrar quella festa, fa voti pel suo ritorno.[546]
Antiche al punto da produrre una perfetta illusione sono poi più specialmente alcune poesie di metro elegiaco, od anche in semplici esametri, ma che appartengono pel loro contenuto a questo genere, passando dall'elegia in giù per tutte le possibili gradazioni sino all'epigramma. Siccome gli umanisti si erano molto famigliarizzati colla lettura dei poeti elegiaci romani, così si sentirono anche incoraggiati ad imitarli preferibilmente ad ogni altro. L'elegia del Navagero «alla Notte» ribocca d'ogni parte di reminiscenze di quegli antichi esemplari, ma al tempo stesso ha nell'insieme un colorito che seduce ed affascina. In generale egli si mostra innanzi tutto molto accurato nella scelta di concetti veramente poetici,[547] e poi li traduce, non servilmente, ma con una certa disinvoltura e maestria, nello stile dell'Antologia, di Ovidio, di Catullo od anche delle Egloghe di Virgilio: della mitologia fa un uso moderato, spesse volte soltanto per ritrarre l'immagine della vita campestre in qualche preghiera a Cerere o ad altre divinità rustiche. Un saluto alla patria, ritornando dalla sua missione in Ispagna, non fu che cominciato; ma ne sarebbe uscita una splendida composizione, se il resto avesse corrisposto a questo principio:
Salve, cura Deûm, mundi felicior ora, Formosae Veneris dulces salvete recessus; Ut vos post tantos animi mentisque labores Aspicio lustroque libens, et munere vestro Sollicitas toto depello e pectore curas!
La forma elegiaca o quella dell'esametro diventano le forme di ogni elevato sentimentalismo, e vi si adattano bellamente tanto il più nobile entusiasmo patriottico (v. pag. 162 elegia a Giulio II), quanto la pomposa apoteosi dei regnanti,[548] e quanto anche la tenera e delicata melanconia di Tibullo. Mario Molsa, che nelle sue adulazioni a Clemente VII ed ai Farnesi gareggia con Stazio e Marziale, in una elegia «ai Compagni», scritta dal letto de' suoi dolori, ha dei pensieri sulla morte che si crederebbero propri di un antico qualunque, e tuttavia non sono tolti a prestito da nessuno esemplare classico. Del resto, chi meglio d'ogni altro intese il vero spirito dell'elegia romana e seppe imitarla più perfettamente fu il Sannazzaro, il quale anche è il più copioso e svariato scrittore di questo genere di poesie. — Di altre elegie avremo occasione di parlare altrove, secondochè ci cadrà in acconcio pel contenuto sostanziale delle medesime.
Per ultimo l'epigramma latino in quei tempi ha un'importanza grandissima, avvegnachè un pajo di linee ben fatte, scolpite sopra un monumento o portate di bocca in bocca a provocare un sorriso, potevano benissimo creare la riputazione di un letterato. Questa tendenza è vecchia in Italia. Quando si sparse la voce che Guido da Polenta voleva innalzare sulla tomba di Dante un monumento, affluirono da tutte le parti le iscrizioni,[549] inviate «da tali che o volevano mettersi in vista, od onorare la memoria del morto poeta o procacciarsi il favore del da Polenta». Sul mausoleo dell'arcivescovo Giovanni Visconti (morto nel 1354), che esiste ancora nel Duomo di Milano, sotto trentasei esametri leggesi: «il signor Gabrio de Zamorer di Parma, dottore in ambo le leggi, ha composto questi versi». A poco a poco, prendendo a modelli Marziale e Catullo, si venne formando anche una letteratura speciale dell'epigramma; e questo raggiunse il colmo della sua gloria, quando lo si potè credere antico o copiato da qualche antica lapide,[550] quando parve di tanto buon gusto, che tutta Italia lo sapesse a memoria, come accadde di alcuni del Bembo. Così quando il governo di Venezia, per l'elogio fattegli in tre distici dal Sannazzaro, premiò quest'ultimo con un regalo di seicento ducati, a nessuno parve questa una generosità troppo spinta, perchè tutti stimarono l'epigramma per quello che realmente era nell'opinione dei dotti di quel tempo, vale a dire, la formola più breve per esprimere la gloria. Nè in allora vi fu nessuno tanto potente, che sgradisse di vedersi onorato con tal genere di componimenti, ed anche i grandi cercavano con molta sollecitudine, per ogni iscrizione che ponevano, un qualche dotto consiglio, perchè gli epitaffi ridicoli correvano anche il pericolo di essere registrati in raccolte speciali destinate a provocare l'ilarità del pubblico. L'epigrafia[551] e l'epigrammatica si tenevano strettamente por mano; la prima si basava sopra uno studio accuratissimo delle antiche iscrizioni lapidarie.
La città degli epigrammi e delle iscrizioni in modo affatto speciale fu e rimase Roma. Non esistendo nello Stato pontificio l'ereditarietà del trono, ognuno doveva pensare da sè al modo di perpetuare la propria memoria: al tempo stesso poi il motto beffardo espresso in poesia diventava un'arma potente contro i rivali. Ancora Pio II enumera con compiacenza i distici, che il suo maggior poeta, il Campano, compose per qualche fortunata circostanza del suo governo. Sotto i Papi seguenti fiorì poi l'epigramma satirico, e di fronte ad Alessandro VI ed a' suoi degenerò nella maldicenza la più scandalosa. Il Sannazzaro componeva i suoi in una posizione relativamente sicura, ma altri affatto in prossimità della corte ebbero ardimenti estremamente pericolosi (v. pag. 153). Per otto distici minacciosi, che erano stati affissi alla porta della biblioteca,[552] Alessandro fece una volta rinforzare la guardia di ben ottocento uomini; ognuno può immaginare come avrebbe trattato il poeta, se gli fosse riuscito di averlo. Sotto Leone X gli epigrammi latini erano il pane quotidiano: sia che si volesse adulare al Papa o sparlarne, sia che si mirasse a vendicarsi di nemici noti ed ignoti o a colpir qualche vittima, e in generale ogni qualvolta sopra un argomento di fatto o immaginario si voleva scagliare un motto, o malignare, od esprimere un sentimento di pietà o d'ammirazione, la forma prescelta era sempre quella dell'epigramma. Così nell'occasione, in cui fu esposto il celebre gruppo della Vergine con S. Anna e il bambino, che Andrea Sansovino scolpì per la chiesa di s. Agostino, non meno di centoventi furono gli epigrammi latini, che piovvero per la circostanza, non tanto per sentimento di pietà religiosa, quanto por piacenteria verso il mecenate, che aveva commesso all'artista quell'opera.[553] Egli era quel Giovanni Goritz di Lussemburgo, referendario papale alle suppliche, il quale ogni anno per la festa di S. Anna non solo faceva celebrare un servizio divino, ma dava anche un grande banchetto a tutti i letterati di Roma ne' suoi giardini situati sul pendio del colle Capitolino. In allora parve anche che valesse la pena di passare in rassegna tutta la schiera de' poeti, che cercavano fortuna alla corte di Leone, come fece con un grande poema de poetis urbanis[554] Francesco Arsillo, uomo che non avea bisogno di nessuna protezione da parte del Papa o di chicchessia, e che all'occorrenza sapeva parlar francamente anche contro i propri colleghi. — Dopo Paolo III l'epigramma decade e non sopravvive che in qualche saggio isolato, mentre invece l'epigrafia continua a fiorire sino al secolo XVII, in cui anch'essa muore por soverchia gonfiezza.
Anche in Venezia questa ha una storia sua propria, alla quale possiam tenere dietro mercè gli ajuti di Francesco Sansovino nel suo libro «sulla Topografia veneziana». Un argomento perenne lo si aveva nell'uso invalso di apporre un'epigrafe (Brieve) ad ogni ritratto di doge collocato nella gran sala del palazzo ducale, epigrafe che non oltrepassa mai quattro esametri, nei quali bisognava compendiare le gesta più importanti di ciascuno.[555] Oltre a ciò, le tombe dei dogi del secolo XIV portano laconiche iscrizioni in prosa, che accennano a qualche fatto più clamoroso, e accanto ad esse pochi sonori esametri o alcuni versi leonini. Nel secolo XV si comincia a curare di più lo stile, e nel secolo XVI questo tocca alla sua ultima perfezione, dopo la quale comincia la vana antitesi, la prosopopea, l'enfasi, il fare sentenzioso, in una parola il falso ed il gonfio. Non è raro neanche il caso, in cui si rasenti la satira e si cerchi di adombrare sotto la lode diretta di un morto il biasimo indiretto di un vivo. Molto più tardi torna a ricomparire nella primitiva sua semplicità qualche epitaffio, ma in via puramente eccezionale.
Anche le opere architettoniche e monumentali eran sempre disposte in modo da poter far luogo ad iscrizioni, talvolta ripetute in più guise, e ciò è tanto più notevole in quanto si sa che gli edifici del nord a stento lasciano un posto conveniente per collocarvi qualche epigrafe, e nei monumenti sepolcrali, per esempio, quest'ultima è relegata nei punti più esposti ad essere guasti, nelle orlature.
Ora, col sin qui detto noi non crediamo niente affatto di avere persuaso il lettore del valore intrinseco di questo genere di poesia risorto presso gl'Italiani del Quattrocento. Ma non si tratta neanche di ciò, bastando al nostro scopo di aver designato la necessità della stessa e la posizione che le compete nella storia della cultura italiana. Del resto già sin d'allora se n'ebbe una caricatura nella così detta poesia maccaronica,[556] il cui capolavoro è l'Opus macaronicorum cantato da Merlin Coccai (Teofilo Folengo di Mantova). Del contenuto sostanziale di questo poema avremo occasione di parlare ancora qua e colà; quanto alla forma — esametri ed altri versi misti di latino e di vocaboli italiani con desinenze latine, — il lato comico di essa sta essenzialmente in questo, che simili mescolanze vi figurano per entro come tanti lapsus linguae e come espettorazioni di un improvvisatore latino, che si lascia trasportare dalla foga dell'estro. Delle imitazioni fatte in Germania, mescolando insieme il latino e il tedesco, nessuna ha neanche l'ombra della spontaneità, che è nel lavoro del poeta italiano.
CAPITOLO XIII. Caduta degli umanisti nel secolo XVI.
Accuse contro gli umanisti e loro giusto valore. — Loro sventure. — Il contrapposto degli umanisti. — Pomponio Leto. — Le accademie.
Dopochè molte gloriose generazioni di poeti-filologi sino dal principio del secolo XIV ebbero diffuso in Italia e nell'Europa occidentale il culto dell'antichità, dando un indirizzo del tutto nuovo alla cultura, all'educazione e talvolta anche alla politica, e riproducendo, secondo le loro forze, l'antica letteratura, noi vediamo tutta questa classe d'uomini cadere in profondo discredito, ed essere disprezzata in un tempo, in cui non si credeva ancora di poter far senza delle loro dottrine e del loro sapere, vale a dire, nel secolo XVI. In questo secolo infatti si continuava a parlare, a scrivere e a poetare alla loro maniera, ma nessuno personalmente voleva esser creduto della loro schiera. L'opinione pubblica li accusava di due colpe principalmente: di una sconfinata superbia e di turpi dissolutezze; alle quali l'incipiente Contro-riforma ne aggiunse ben presto una terza, quella di un'empia incredulità.
Ora, innanzi tutto si domanda: vere o non vere, perchè tali accuse non si fecero sentir prima? E se anche si fecero talqualmente sentire, perchè in generale rimasero prive di effetto? Evidentemente perchè la dipendenza dai letterati, rispetto alla cognizione dell'antichità, era ancor troppo grande, e perchè essi soli n'erano i possessori, i rappresentanti e i propagatori. Ma quando colla stampa i classici ebbero una maggiore diffusione,[557] e cominciarono a moltiplicarsi ricchi e copiosi manuali e repertorii ad uso di tutti, il popolo a poco a poco si venne notevolmente scostando dagli umanisti; e quando s'avvide che, anche soltanto in parte, poteva far senza di essi, volse loro decisamente le spalle. E quell'improvviso rivolgimento colpì senza distinzione alcuna i buoni e i cattivi.
Causa prima di tali accuse furono gli umanisti stessi. Fra quanti fondarono una società qualunque, nessuno si mostrò più alieno di essi da quel senso di concordia, che occorre a tenerla unita, e nessuno vi si ribellò mai più apertamente. Quando poi cominciarono a volersi sopraffare l'un l'altro, ogni mezzo parve loro lecito, pur di riuscire allo scopo. Con una rapidità portentosa passano essi dal campo della discussione scientifica a quello dell'invettiva e della maldicenza: non si accontentano di combattere il loro avversario, ma vogliono schiacciarlo completamente. Un po' di colpa di tali eccessi può ascriversi, se si vuole, a quelli stessi che li circondano e alla posizione, nella quale si trovano: vedemmo infatti con quanta violenza l'epoca, di cui essi sono i principali rappresentanti, oscillasse incerta tra due correnti contrarie, l'amor della gloria e la tendenza al dileggio. Oltre a ciò, anche la posizione loro nella vita di ogni dì era per lo più tale, da metterli in grave pensiero per la loro stessa sussistenza. E con tali disposizioni d'animo dovevano scrivere, perorare e parlare l'uno dell'altro. Le sole opere del Poggio contengono tal cumulo di bassezze, da provocare senz'altro una decisa avversione per tutti; — e queste opere del Poggio sono appunto quelle che ebbero un maggior numero di edizioni, tanto al di qua che al di là delle Alpi. Nè si deve nemmeno con troppa facilità rallegrarsi, se per avventura qua e là s'incontra qualche onesta figura, che sembri esente da qualsiasi macchia; poichè, guardando un po' più addentro, si corre pericolo di trovarsi di fronte ad altre testimonianze, che, vere o false, sono più che sufficienti a intorbidare lo splendore di quell'immagine. Il resto lo fecero le sconce poesie latine del Pontano e più ancora il suo famoso dialogo Antonius, nel quale egli scherza oscenamente sulla sua stessa famiglia. Il secolo XVI conosceva tutte queste brutture ed era stanco, senz'altro, di tollerare una classe d'uomini simili. Per maggior loro sventura poi anche il più grande poeta dell'epoca non degnò ricordarli, se non per gettar su loro a piene mani il disprezzo.[558]
Ma le accuse, che si lanciarono contro essi, non erano in generale che troppo vere. E se anche qua e colà se ne incontra taluno, che mostra in modo positivo e innegabile di non essere sordo ai dettami della moralità e della religione, questa eccezione non inferma punto la regola, sussistendo di fatto che molti, e fra essi i più celebri, erano realmente colpevoli.
Tre cose spiegano e forse mitigano in parte la loro colpa: l'eccesso delle lodi lor tributate, quando sedevano al colmo del carro della fortuna; l'incertezza e la precarietà della loro vita materiale, per cui dallo splendore piombavano ad un tratto nella miseria, secondo i capricci dei loro mecenati o la malignità dei loro avversari; infine la pervertitrice influenza dell'antichità. Questa corruppe la loro morale, senza comunicare ad essi la propria, e dal punto di vista religioso influì sinistramente, inoculando nelle loro menti idee di scetticismo e di sensualismo, poichè non poteva inocularvi la credenza positiva nell'antica mitologia. Ora il danno derivò appunto da questo, che essi intesero l'antichità in modo affatto dogmatico; vale a dire, videro in essa il prototipo di qualsiasi modo di pensare e di agire. Ma che vi sia stato un secolo, che in modo affatto esclusivo abbia divinizzato il mondo antico e quanto proveniva da esso, non è un fatto da doversi ascrivere in colpa a nessuno in particolare. Esso fu una necessità storica d'ordine superiore, e tutta la cultura dei tempi posteriori e futuri è la conseguenza immediata di esso e della maniera affatto esclusiva, con cui si verificò.
La carriera degli umanisti d'ordinario era tale, che solo le tempre più forti potevano correrla senza risentirne alcun danno. Il primo pericolo veniva talvolta dai genitori, che di un figlio di precoce sviluppo volevano fare un fanciullo miracoloso,[559] colla mira di farlo entrar poscia in quella classe d'uomini, che allora erano tutto. Ma i fanciulli miracolosi non vanno generalmente oltre ad un dato punto, o, se vogliono progredire, no 'l possono che a furia di sforzi faticosissimi. Inoltre la gloria e la stima, di cui erano circondati gli umanisti, potevano diventare pei giovani stessi una tentazione molto pericolosa: essi correvano il rischio di immaginarsi, «per la superbia che è connaturale all'uomo, di non aver bisogno di badar più alle cose ordinarie e comuni della vita».[560] E allora si precipitavano ciecamente colà, dove la gloria sembrava chiamarli attraverso la vicenda dei più violenti contrasti: ora docenti pubblici o privati, ora segretari o consiglieri di principi; ora fatti segno all'entusiastica ammirazione di tutti, ora derisi e vituperati; qua negli agi e nell'abbondanza, là nelle privazioni e nella miseria, e sempre e dovunque esposti a pericoli, a inimicizie mortali, implacabili. Un sapere serio e profondo con tutta facilità poteva essere soppiantato da una tintura di dottrina frivola e superficiale. Il peggio poi si era che all'umanista era quasi affatto impossibile l'avere una patria qualunque stabile e certa, mentre la sua stessa condizione lo obbligava continuamente a mutar dimora o gl'impediva di trovarsi bene un po' a lungo in qualsiasi luogo. Infatti o egli stesso s'annojava degli altri, perchè circondato di inimicizie, o gli altri si annojavano di lui, perchè desiderosi di novità (v. p. 281). Che se anche un tale stato di cose ci fa, quasi senza volerlo, andar la mente ai sofisti greci del tempo imperiale, quali furono descritti da Filostrato, non v'ha dubbio però che il paragone non regge, poichè la condizione di questi ultimi era senza contrasto migliore, provveduti com'erano di maggiori agi e ricchezze o più disposti a farne senza, e in generale men tormentati dalle esigenze di un pubblico, che vedeva in loro dei dilettanti dell'arte oratoria, non dei dotti di professione. L'umanista del Rinascimento invece deve essere un erudito di prima forza e, per di più, un uomo capace di sostenere le cariche e gli uffici più disparati. S'aggiunga a questo la vita sregolata ch'egli conduce e l'indifferenza per qualsiasi sentimento di moralità, a cui si viene abituando, dopochè si vede dall'opinione pubblica già condannato a priori: arroge da ultimo l'orgoglio, senza cui caratteri simili non possono esistere e che in essi è mantenuto dal bisogno, non fosse altro, di conservarsi al di sopra del livello comune, e dal sentimento della gloria, che si alterna continuamente con quello dell'odio e del disprezzo. Essi sono la personificazione vivente di un soggettivismo, che per eccesso di forze trabocca.
Le accuse e le allusioni satiriche cominciano, come è stato già notato, assai per tempo, appunto perchè per ogni individualità un po' spiccata, per ogni specie di celebrità s'avea sempre pronto, qual correttivo, un motto arguto, un sarcasmo. Oltre a ciò gli umanisti stessi fornivano un abbondantissimo tema, al quale non s'avea che la pena di attingere. Ancora nel secolo XV Battista Mantovano, facendo la rassegna dei sette peccati capitali,[561] schiera gli umanisti con molti altri sotto al primo, la superbia. Egli li descrive quali, nella loro boriosa vanità di pretesi alunni di Apollo, incedono con aria dispettosa e con affettata gravità, simili a stuolo di gru che scendono al pascolo, e tanto pieni di sè medesimi, che s'arrestano perfino talvolta a contemplare estatici la propria ombra. Ma quello che fece loro un processo in tutte le forme, fu il secolo XVI. Oltre all'Ariosto, ne fa testimonianza principalmente il loro storico, Giraldo, il cui lavoro, già composto sotto Leone X, probabilmente fu ritoccato intorno al 1540.[562] In esso sono riportati in copia strabocchevole antichi e moderni esempi della depravazione morale e della misera vita dei letterati, e in mezzo a ciò suonano accuse gravi e generali contro essi. Si parla principalmente della loro irascibilità, vanità, caparbietà e presunzione; s'incolpano di sregolatezze, di dissipazione, di eresia e di empietà; e si fa loro rimprovero di parlar senza convinzioni, di consigliare senza coscienza, stigmatizzandoli come meschini compilatori di sillabe, come vilmente ingrati verso i loro maestri, come abbiettamente servili verso i principi, che solitamente mordono dapprima in mille guise i letterati e poi li lasciano morire di fame. Finalmente il libro si chiude con una allusione alla fortunata età, in cui sulla terra non v'era ancora scienza veruna. Di tutte queste accuse una divenne ben presto la più pericolosa, quella di eresia, e Giraldo stesso fu costretto più tardi, in occasione della ristampa di un suo scritto giovanile affatto innocuo,[563] di rifugiarsi sotto il manto protettore del duca Ercole II di Ferrara, perchè omai cominciavano a prevalere quegli uomini, ai quali pareva troppo male impiegato il tempo, che altri dedicava alla studio della classica antichità. Ed egli, per giustificarsi, dovette fare ogni sforzo per dimostrare che, in tempi simili, questo studio era anzi l'unico veramente innocente, perchè vôlto ad argomenti d'indole affatto neutrale.
Ma, se è dovere dello storico il cercare, accanto alle accuse, anche quelle testimonianze, nelle quali invece prevale un sentimento di benevolenza verso l'umanità, nessuna fonte certo potrà sembrare paragonabile con lo scritto spesse volte citato di Pierio Valeriane «Della infelicità dei letterati».[564] Esso fu composto sotto la triste impressione del sacco di Roma, che, colle sventure che cagionò anche ai letterati, all'autore sembra come l'ultima vendetta dell'avverso destino, che da lungo tempo li perseguitava. Pierio obbedisce quì ad un sentimento affatto naturale e giusto ad un tempo; egli non tira in campo nessuna potenza spirituale, che abbia preso a perseguitare in modo speciale questi uomini per causa del loro genio, ma narra senz'altro ciò che è accaduto e che bene spesso fu opera soltanto del caso. Egli non ha in mira di scrivere una tragedia o di far discendere i fatti da un conflitto di cause superiori, e appunto per questo si restringe ad esporre le vicende ordinarie della vita quotidiana. Così dal suo libro noi impariamo a conoscere taluni, che in tempi molto agitati perdono dapprima le loro rendite, e poscia anche i loro uffici; altri che, aspirando nello stesso tempo a più impieghi, non ne ottengono alcuno; qua un avaro sordido ed egoista, che si porta cucito addosso il suo tesoro, e che poi, derubato, muore di rammarico; altrove un venale prebendato, che si consuma lentamente nel desiderio della perduta libertà. In un punto egli rimpiange la morte di qualcuno rapito dalla febbre o dalla pestilenza, e deplora ad un tempo la perdita de' suoi scritti, che andarono arsi col suo letto e colle sue vesti: in un altro ci parla della vita infelice di chi si trascina innanzi sotto il peso dell'invidia e delle minaccie de' propri colleghi: qua è uno sventurato, che soccombe al pugnale assassino di un servo rapace; là è un fuggiasco in cerca di migliore fortuna, che, sorpreso dai masnadieri, è gettato a languire nel fondo di un carcere, perchè non può pagare il proprio riscatto. Taluno è portato precocemente alla tomba da un segreto dolore per un torto ricevuto o per una umiliazione subita: ad un veneziano si spezza il cuore per la morte di un figliuoletto; fanciullo miracoloso, al quale tengon dietro ben presto la madre e uno zio, quasi che egli dovesse trascinar con sè tutta la sua famiglia. E non mancano neanche, e in numero rilevante, i suicidi, per lo più fiorentini,[565] nonchè quelli che furono vittime della vendetta di qualche tiranno. Dove, in tanta miseria, trovare uno che sia felice? E come potrà esserlo? Forse col chiudere il cuore ad ogni senso di pietà portanti mali? Uno degl'interlocutori del dialogo s'incarica di rispondere a queste domande: egli è l'illustre Gaspero Contarini, e il nome basta per farci sperare che le risposte contengano quanto di più sensato e profondo si pensava in proposito a quell'età. L'uomo felice egli lo trova in frate Urbano Valeriano da Belluno, che per lunghi anni insegnò il greco a Venezia, poi visitò la Grecia e l'Oriente, ed anche vecchio peregrinò ora in questo, ora in quel paese, senza mai essere salito in groppa a un cavallo, senza aver posseduto in sua vita un quattrino, rifiutando sempre qualsiasi avanzamento ed onore, e morendo nella grave età di ottantaquattro anni senza aver mai avuto un'ora di malattia, se si eccettui soltanto quell'unica cagionatagli da una caduta. E che cosa lo differenziava tanto dagli umanisti? Essi godettero una libertà d'azione mille volte maggiore, essi ebbero una volontà loro propria, che avrebbero anche dovuto usufruttare assai più utilmente, che non abbiano fatto: il povero monaco invece, allevato nel chiostro sin dalla sua fanciullezza, visse sempre a beneplacito altrui e s'abituò a non volere se non ciò, che gli altri volevano; ma questa abitudine fu appunto quella che in mezzo ai più grandi fastidi della vita gli mantenne quella equabilità e quella serenità di spirito, colla quale influiva assai più sui suoi discepoli, che non colle sue lezioni. Questi infatti si venivano ogni dì più persuadendo, che non dipende se non da noi il far sì, che anche nell'avversa fortuna possiam trovare qualche conforto, «In mezzo alle privazioni e ai disagi egli era felice e voleva esserlo, perchè non avea contratto male abitudini, perchè non era capriccioso, nè volubile, nè incontentabile, ma sempre si mostrava soddisfatto di poco, od anche di nulla». — A questa abnegazione, se crediamo al Contarini, non erano estranei i più serii e profondi sentimenti di pietà religiosa; ma, anche guardando in lui semplicemente il filosofo, egli non ci parrà meno degno di ammirazione. — Un carattere molto affine a questo, sebbene in condizioni affatto diverse, ci presenta quel Fabio Calvi,[566] che fece un commento ad Ippocrate.
In età già molto inoltrata egli viveva a Roma, cibandosi di sole erbe «come una volta i Pitagorici», ed abitando sotto una tettoia, che ben poco si differenziava dalla botte di Diogene. Della pensione che gli pagava papa Leone, egli non pretendeva che lo stretto necessario per sè e dava il resto agli altri. Non potè, come frà Urbano, rallegrarsi di una salute costantemente florida e vigorosa, e non avrà potuto neanche, come questi, sorridere sul suo letto di morte, poichè nel sacco di Roma gli toccò, vecchio quasi nonagenario, di seguire a forza gli Spagnuoli, che intendevano di farsene pagar caro il riscatto, e poco dopo morì di fame abbandonato da tutti in un ospedale. Ma il suo nome andò salvo dall'obblio, perchè Raffaello aveva amato e onorato quel vecchio come un padre e un maestro, e s'era giovato de' suoi consigli in ogni tempo. Forse questi consigli riferivansi in modo speciale a quella restaurazione archeologica dell'antica Roma, di cui già tenemmo parola altrove (v. pag. 249); ma fors'anche a cose d'ordine molto più elevato. Chi potrebbe dire qual parte abbia avuto Fabio al concetto della Scuola d'Atene e di altre importantissime composizioni di Raffaello?
Assai di buon grado porremmo fine a questa parte del nostro lavoro con qualche interessante biografia, per esempio con quella di Pomponio Leto, se possedessimo intorno a lui qualche cosa di più che una semplice lettera di un suo discepolo, il Sabellico,[567] nella quale Pomponio a bello studio è dipinto con colori di antichità un po' troppo risentiti: tuttavia suppliremo a questa lacuna col riferirne almeno qualche tratto dei più salienti. Egli discendeva illegittimamente dalla famiglia napoletana dei Sanseverino, principi di Salerno (v. pag. 335), ma non volle mai riconoscerli, e all'invito fattogli di andare a vivere con essi, rispose col celebre biglietto: Pomponius Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis non potest. Valete. Meschinissimo nell'aspetto, con occhietti piccoli e vivaci, vestito sempre in fogge strane e bizzarre, insegnando negli ultimi anni del secolo XV all'Università di Roma, egli abitava alternativamente la sua modesta casetta sul colle Esquilino o la sua villetta sul Quirinale: quivi in mezzo alle sue anitre predilette e ad un gran numero d'altri volatili, dei quali pure grandemente si dilettava, attendeva alla coltivazione di un suo poderetto, seguendo rigorosamente i precetti che trovava in Catone, in Varrone ed in Columella, e nei giorni festivi cercava un po' di spasso nella caccia o nella pesca, od anche nello starsene lunghe ore sdraiato all'ombra presso una fonte e sulle rive del Tevere. Ricchezze ed agi non curò punto, nè poco. Alieno da ogni invidia e maldicenza, non le tollerava nemmeno in chi gli stava dappresso: ma per converso parlava con molta libertà contro la gerarchia allor prevalente, e in generale passava anche come libero pensatore in fatto di religione, eccettuati però gli ultimi suoi anni. Involto nella persecuzione che Paolo II iniziò contro gli umanisti, egli era stato dal governo di Venezia consegnato al Papa; ma non per questo si lasciò mai piegare ad ignobili confessioni: dopo d'allora Papi e prelati lo ebbero caro e lo sussidiarono; e quando, nei torbidi scoppiati sotto Sisto IV, gli fu saccheggiata la casa, i danni gli furono rifusi in sì larga misura, che eccedettero le perdite da lui fatte. Come insegnante, era coscienzioso sino allo scrupolo: ancor prima dello spuntare del giorno lo vedevano scendere dall'Esquilino colla sua lanterna in mano e recarsi all'Università, dove la sua scuola riboccava sempre di ascoltatori; e siccome parlando in privato balbettava alquanto, così dalla cattedra declamava con lenta circospezione, ma non senza proprietà ed eleganza. Anche i pochi suoi scritti sono dettati con molta cura. Gli antichi testi non ebbero mai un interprete più accurato e più sobrio di lui: anche dinanzi agli altri venerabili avanzi dell'antichità egli si sentiva compreso di religioso rispetto sino al punto di rimanere estatico e come fuori di sè o di prorompere improvvisamente in un pianto dirotto. Siccome egli era sempre pronto a lasciar da parte i propri studi, quando si trattava di essere utile agli altri, così era anche molto amato ed aveva sempre un gran numero di amici, e quando morì, lo stesso Alessandro VI volle che i suoi cortigiani ne seguissero la bara, che fu portata dai più illustri tra' suoi uditori: alle sue esequie in Aracoeli assistettero quaranta vescovi e tutti gli ambasciatori esteri.
Pomponio aveva introdotto a Roma e diretto la rappresentazione di alcune commedie antiche, specialmente di quelle di Plauto (v. pag. 342). Oltre a ciò, egli era solito di festeggiare ogni anno il giorno della fondazione della città con una solenne adunanza, nella quale i suoi amici e discepoli recitavano discorsi e poesie. Da queste circostanze principalmente ebbe origine e si mantenne anche più tardi quella, che poi fu detta l'accademia romana. Essa non era realmente se non una libera associazione, non legata a nessun fermo statuto: oltre alle due occasioni menzionate, si riuniva[568] ogni qualvolta un protettore ve la invitava o quando accadeva di dover celebrare le lodi di qualche suo membro venuto a morire (per es. il Platina). L'uso era questo, che al mattino un prelato a ciò destinato celebrava, prima d'ogni altra cosa, la Messa: poscia Pomponio ascendeva la tribuna a recitarvi il suo discorso, e dopo di lui un altro a declamarvi qualche distico. Il solito banchetto d'obbligo, accompagnato da dispute e declamazioni, chiudeva poi qualunque festività lieta o triste, ed anche in questo gli accademici, il Platina specialmente, s'erano creati una grande riputazione di buongustai.[569] Altre volte singoli ospiti rappresentavano farse sul gusto delle Atellane. Come libera associazione e senza un programma ben definito, questa accademia si mantenne nella sua forma primitiva sino al sacco di Roma e potè contare fra' suoi soci un Angelo Coloccio, un Giovanni Göritz (v. pag. 360), e molti altri. Quanto ella abbia contribuito a far progredire la vita intellettuale della nazione, non è cosa che si possa così facilmente stabilire, come d'ordinario non si può di nessuna associazione di questa specie; tuttavia sta di fatto, che anche il Sadoleto ne fa menzione, come di una delle più care e preziose ricordanze di sua gioventù.[570] — Un numero considerevole di altre accademie sorse e morì in diverse città, secondochè ciò era reso possibile dalla fama e dall'importanza degli umanisti, che vi risiedevano, e dal favore che i ricchi e i grandi vi impartivano. Una di queste fu l'accademia di Napoli, che si venne formando intorno a Gioviano Fontano, e della quale poi una parte emigrò a Lecce,[571] un'altra fu quella di Pordenone, che costituiva la corte del gran condottiere Alviano, e così via. Di quella di Lodovico il Moro e della sua speciale importanza nella corte del principe s'è già parlato altrove (v. pag. 56).
Intorno alla metà del secolo XVI queste associazioni sembrano aver subito una completa e radicale trasformazione. Gli umanisti sbalzati, anche per altre ragioni, di seggio e divenuti sospetti alla incipiente Contro-riforma, perdono la direzione delle accademie, e la poesia italiana anche in queste comincia ad occupare il posto della latina. Ben presto ogni città di una tal quale importanza ha la sua accademia, coi nomi più strani e bizzarri,[572] e con fondi propri messi insieme mediante contributi dei soci e legati. Oltre alla recitazione di poesie, si adotta in esse, alla maniera delle precedenti associazioni latine, l'uso del periodico banchetto e della rappresentazione di drammi, parte col concorso degli stessi accademici, parte sotto la loro sorveglianza coll'opera di giovani dilettanti e ben presto anche di attori pagati. Le sorti del teatro italiano, e più tardi anche dell'Opera, rimasero per lungo tempo nelle mani di queste associazioni.
FINE DEL VOLUME PRIMO.