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La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I

PARTE PRIMA LO STATO COME OPERA D'ARTE (continued 3)

Diego Valbusa translation

Alessandro VI, uomo dotato di attitudini non comuni, salì al potere coll'idea di goderlo nel pieno significato della parola (1492-1503): e siccome con questa idea non poteva certamente conciliarsi uno stato di cose, quale lo abbiamo descritto, il primo suo atto fu l'immediato ristabilimento della pubblica sicurezza e il puntuale pagamento di tutti gli stipendi.

Rigorosamente parlando, noi potremmo qui pretermettere questo Pontificato, appunto perchè non parliamo che delle diverse forme che assunse la civiltà italiana, e i Borgia non erano italiani più di quello che lo fosse la casa allora regnante di Napoli. Alessandro, parlando in pubblico con Cesare, si serviva sempre della lingua spagnuola: Lucrezia al suo ingresso in Ferrara (dove portò le mode spagnuole) fu festeggiata da buffoni pure spagnuoli: di spagnuoli si compose il servidorame più fidato della famiglia, nonchè le bande famigerate di Cesare nella guerra del 1500, e pare che lo stesso suo carnefice, don Micheletto, e il suo avvelenatore Sebastiano Pinzon sieno stati anch'essi spagnuoli. Finalmente anche Cesare, fra le altre sue gesta, si mostrò vero spagnuolo, quando atterrò, secondo tutte le regole dell'arte, sei tori selvaggi in campo chiuso. La corruzione soltanto, di cui questa famiglia sembra la personificazione vivente, non potrebbe dirsi portata a Roma da essa, quando già, come vedemmo, vi preesisteva e in sì larga misura.

Di questi Borgia e delle loro gesta molto e in più modi fu scritto. Il loro scopo immediato era l'assoggettamento completo dello Stato della Chiesa, e lo ottennero in fatto, schiacciando tutti i piccoli signori — più o meno impotenti vassalli della Chiesa — o annientandoli,[220] e togliendo di mezzo in Roma le due grandi fazioni che la padroneggiavano, gli Orsini che la pretendevano a Guelfi, i Colonnesi che avrebbero voluto passare per Ghibellini. Ma i mezzi, di cui si fece uso, furono così spaventevoli, che il Papato necessariamente avrebbe dovuto andare in rovina, se un avvenimento incidentale (l'avvelenamento contemporaneo del padre e figlio) non avesse improvvisamente mutato la faccia delle cose. — Vero è che all'indegnazione che sorgeva dalle coscienze di tutto l'Occidente, Alessandro non avea bisogno di badare gran fatto: intorno a sè egli sapeva farsi temere e rispettare: i principi stranieri si lasciavano comperare e Luigi XII specialmente gli prestò ogni ajuto possibile; e quanto alle popolazioni, esse non avevano nemmeno un sentore di quanto accadeva nell'Italia di mezzo. L'unico momento veramente pericoloso, nell'approssimarsi di Carlo VIII, passò contro ogni aspettazione felicemente, e d'altronde anche allora non trattavasi del Papato come tale,[221] ma di una deposizione di Alessandro per far luogo ad un Papa migliore. Il massimo e durevole e sempre crescente pericolo pel Pontificato stava in Alessandro stesso e più ancora in suo figlio Cesare Borgia.

Nel padre l'ambizione, l'avidità e la depravazione erano congiunte con un'indole energica, e con tendenze assai splendide. Tutti i godimenti che può dar la potenza, egli volle goderli sino dal primo giorno e in ampia misura. Nella scelta dei mezzi che doveano condurlo al suo scopo, egli non si mostrò mai titubante: sin dalle prime tutti seppero che egli non intendeva di rifarsi soltanto dei sacrificii fatti per ottenere il Papato[222], ma voleva senz'altro che la simonia dell'acquisto fosse ampiamente sorpassata dalla simonia delle vendite. S'aggiungeva poi che Alessandro, in virtù degli ufficii di vice-cancelliere ed altri da lui anteriormente coperti, conosceva meglio d'ogni curiale tutti i mezzi possibili di far danaro. Nè egli nominò mai nessun cardinale senza un deposito anticipato di somme considerevoli. — Del resto sin dal 1494 un carmelitano, Adamo da Genova, che a Roma aveva osato predicare contro la simonia, fu trovato morto nel suo letto con ben venti ferite.

Ma quando il Papa col tempo cadde sotto il dominio del proprio figlio, i mezzi violenti presero quel carattere veramente infernale, che necessariamente reagisce perfin sugli scopi. Ciò che si fece nelle lotte coi grandi di Roma e coi tiranni delle Romagne supera, in linea di crudeltà e di perfidia, quanto di peggio commisero gli Aragonesi di Napoli, con questo di più che le arti, con cui si tradiva, erano assai più raffinate. Affatto spaventevole è il modo, con cui Cesare giunse ad isolare il padre, togliendo di mezzo il fratello, il cognato ed altri congiunti e cortigiani, non appena il favore che essi godevano presso il Papa e la loro posizione suscitarono in lui qualche ombra di gelosia, Alessandro fu spinto al punto di dare il suo consenso all'uccisione del figlio suo prediletto, il duca di Gandia,[223] perchè tremava per sè stesso dinanzi a Cesare.

Ora quali erano i segreti disegni di quest'ultimo? Ancora negli ultimi mesi della sua signoria, quando egli appunto aveva finito di sterminare i condottieri a Sinigaglia ed era di fatto divenuto padrone dello Stato della Chiesa (1503), ripetevasi abbastanza modestamente da chi lo avvicinava, che egli non voleva sottomettere se non le fazioni e i tiranni, e ciò solo a vantaggio della Chiesa, ritenendo per sè tutt'al più la Romagna, e che quindi non gli sarebbe mancata la riconoscenza anche di tutti i Papi futuri, ai quali rendeva il più grande servigio, abbattendo gli Orsini e i Colonna.[224] Ma chi potrebbe ammettere che questo realmente fosse l'ultimo suo pensiero? Un po' più apertamente una volta si espresse Papa Alessandro in una conversazione avuta coll'ambasciatore veneziano, mentre raccomandava suo figlio alla protezione della Repubblica: «io voglio fare in modo, diss'egli, che un giorno il Papato tocchi o a lui o alla vostra Repubblica».[225] Veramente Cesare aggiunse, che non doveva divenir Papa, se non colui che avesse avuto l'assenso di Venezia, e che a tal uopo i cardinali veneziani non aveano bisogno che di star bene uniti e compatti. Nessuno è in grado di dire, se egli con tali parole intendesse alludere a sè medesimo; ma, in ogni caso, le espressioni del padre bastano bene a provare quali fossero le sue idee circa l'occupazione del trono papale. Qualche ulteriore indizio ci viene per via indiretta da Lucrezia Borgia, potendosi presumere che certi passi delle poesie d'Ercole Strozza non sieno che l'eco di espressioni, alle quali ella, come duchessa di Ferrara, può benissimo essersi lasciata andare. Anche qui innanzi tutto si parla dell'intendimento di Cesare di farsi Papa,[226] ma in mezzo a ciò traluce altresì qualche cosa che alluderebbe ad una sperata signoria su tutta l'Italia,[227] e sulla fine si accenna al fatto che Cesare, qual principe secolare, macchinava cose grandissime e per questo anche avea deposto una volta il cappello cardinalizio.[228] Infatti non è a dubitare che Cesare, fosse eletto Papa o no dopo la morte di Alessandro, pensava a conservare per sè ad ogni costo lo Stato della Chiesa, e che egli, dopo tutte le scelleratezze commesse, più facilmente poteva sperare di sostenersi come principe, che come Papa. Nessuno più di lui sarebbe stato in grado di secolarizzare lo Stato,[229] e nessuno più di lui avrebbe dovuto farlo, se voleva continuare a tenerlo. Se noi non c'inganniamo affatto, questo sarebbe il motivo principale della segreta simpatia, che il Machiavelli manifesta per questo grande ribaldo: o Cesare, o nessuno sarebbe stato capace di «estrarre il ferro dalla ferita», vale a dire, di annientare il Papato, causa di tutti gl'interventi e fonte di tutte le divisioni d'Italia. — Gl'intriganti che credevano d'indovinare le mire di Cesare, quando gli facevano balenare agli occhi la possibilità di regnare sulla Toscana, furono respinti sdegnosamente, a quanto sembra, da lui medesimo.[230]

Ma forse tutte le logiche deduzioni che si tirano da tali promesse, riescono vane, — non tanto per una speciale genialità satanica, di cui altri lo volle fornito, ma che in lui non v'era, come non v'era, per esempio, nel duca di Friedland; bensì, perchè i mezzi, di cui egli si servì, erano di quelli che in generale non si conciliano con nessuna maniera pienamente logica di agire in grande. E nessuno può dire se, quando l'eccesso dei mali avesse raggiunto l'ultimo limite, una prospettiva di salute non si sarebbe nuovamente dischiusa pel Papato anche senza quell'eventualità, che affatto casualmente pose fine alla sua signoria.

Quand'anche si voglia ammettere che la distruzione di tutti i piccoli signori sparsi qua e là nello Stato della Chiesa avesse procacciato a Cesare le simpatie universali, e quand'anche si volesse altresì far servire di prova ai suoi grandiosi disegni la scelta schiera di ufficiali e soldati (i migliori d'Italia, con Leonardo da Vinci alla testa del Genio), ch'egli nel 1503 riuscì a chiamare sotto le sue bandiere, — ci son tuttavia troppi altri fatti di brutale ferocia, che contrastano apertamente con tali supposizioni e che rendono incerto il nostro giudizio su lui, come fu quello dei contemporanei. Tali sono, per esempio, le devastazioni, alle quali egli lasciò in preda lo Stato da lui appena conquistato[231] e che pur pensava di conservare e di governare: tali sono altresì le condizioni, a cui furono ridotte Roma e la Curia negli ultimi anni di quel pontificato. Sia che padre e figlio avessero preparato una vera lista di proscrizione,[232] sia che le uccisioni sieno state comandate separatamente, certo è che i Borgia agirono di conserva per togliere di mezzo segretamente tutti coloro, che comecchessia fossero loro d'inciampo o dei quali essi agognassero farsi eredi. In questi casi essi non si preoccupavano più che tanto dei capitali e dei beni mobili delle loro vittime, quanto, e assai più, delle loro rendite personali provenienti dagli ufficii coperti, che il Papa era sollecito di tener lungamente vacanti per goderne i proventi, e ch'egli poi rivendeva a nuovi aspiranti a prezzi assai elevati. L'ambasciatore veneziano Paolo Capello nell'anno 1500 riferiva al Senato:[233] «ogni notte si hanno a Roma quattro o cinque uccisioni di vescovi, prelati ed altri dignitari, tanto che tutta la città trema di essere a poco a poco uccisa dal duca (Cesare)». Questi s'aggirava notturno per le vie accompagnato da' suoi,[234] e non tanto, a quel che pare, per nascondere, come Tiberio, il viso divenuto deforme, quanto e assai più per soddisfare la sua pazza sete di sangue anche su persone del tutto a lui sconosciute. Ancor nell'anno 1499 la disperazione per tali fatti era divenuta sì grande ed universale, che il popolo, rotto ogni ritegno, assalì e scannò parecchi della guardia del Papa.[235] Ma chi andava salvo dal ferro dei Borgia, non riusciva poi a sottrarsi al loro veleno. In quei casi, nei quali sembrava necessaria una certa discrezione, usarono essi di quella polvere candida come neve e piacevole al gusto,[236] che non uccideva istantaneamente, ma a poco a poco, e poteva inavvertitamente mescolarsi con ogni cibo e con ogni bevanda. Il principe Zizim n'avea già fatto il saggio prima di essere consegnato da Alessandro a Carlo VIII (1495), e sulla fine della loro carriera si avvelenarono con essa il padre e il figlio, avendo per isbaglio bevuto del vino destinato ad un ricco cardinale. Il compendiatore ufficiale della storia dei Papi, Onofrio Panvinio,[237] cita i nomi di tre cardinali, che Alessandro fece avvelenare (Orsini, Ferrerio e Michiel), e tocca altresì di un quarto, che Cesare s'era incaricato di spacciare per proprio conto (Giovanni Borgia); ma in generale può dirsi che quasi nessun prelato alquanto ricco non morì a Roma in quel tempo, senza che sulla sua morte non si elevassero sospetti di questo genere. L'implacabile veleno raggiunse perfino qualche pacifico scienziato, che avea creduto evitarlo ritirandosi in qualche oscura città di provincia.

Intanto intorno al Papa le cose cominciarono a non andar più così allegramente come prima: fulmini e tempeste, che fecero crollare pareti e stanze, lo avevano già visitato anteriormente e colmatolo di spavento: ed ora che questi fenomeni si rinnovavano (1500), tutti credettero che Satana stesso ci avesse parte, e la dicevano «cosa diabolica».[238] La voce di questi fatti sembra abbia cominciato a diffondersi fra i popoli nell'occasione del Giubileo dell'anno 1500 che fu frequentatissimo;[239] e il traffico scandaloso che allora si fece delle indulgenze, fece il resto e richiamò l'attenzione di tutti sulle ignominie di Roma.[240] Oltre ai pellegrini che tornavano alle loro case, si vedevano passar le Alpi strani penitenti in lunghi abiti bianchi e tra essi alcuni incappucciati fuggiaschi dello Stato pontificio, i quali assai probabilmente non avranno taciuto. Ma chi potrebbe dire sino a qual punto avrebbe dovuto giungere lo scandalo e l'indignazione di mezza Europa, prima che per Alessandro ne sorgesse un immediato pericolo? «Egli avrebbe, dice Panvinio altrove,[241] avvelenato anche gli altri cardinali e prelati, ch'erano in voce di ricchi, per divenir loro erede, se, in mezzo ai grandi progetti che macchinava pel figlio, la morte non lo avesse sorpreso». E che cosa avrebbe fatto Cesare, se nel momento in cui morì suo padre, non si fosse egli pure trovato infermo sul letto di morte? Qual Conclave non sarebbe stato quello, dal quale egli, forte di tutti i mezzi, di cui poteva disporre, fosse uscito Papa per l'elezione di un collegio di cardinali convenientemente ridotto a furia di veleno, in un momento in cui non c'era neanche da temere la vicinanza delle armi francesi? La fantasia si perde in un abisso, qualora soltanto si provi a tener dietro ad una somigliante ipotesi.

Invece si ebbe il Conclave, dal quale uscì Pio III, e quasi subito dopo, quello, in cui riuscì eletto Giulio II, due elezioni, che evidentemente accennano ad un principio di reazione, che manifestavasi d'ogni parte.

Per quanto anche una critica severa trovasse a ridire sui costumi privati di Giulio II, certo è nondimeno che nei punti più sostanziali egli fu l'uomo che salvò il Papato. Osservando attentamente l'andamento delle cose sotto i pontificati seguiti a quello di suo zio Sisto IV, egli aveva potuto accorgersi di quali basi e di quali appoggi avea bisogno la potenza papale per sostenersi, e, divenuto Papa, ordinò tosto il suo governo in piena conformità a tali viste, portando all'attuazione de' suoi progetti tutta quell'energia di carattere, che non si arresta dinanzi a verun ostacolo. Portato al potere in virtù di abili maneggi, ma senza simonia alcuna, e accolto con favore dall'opinione universale, egli fe' cessare, per prima cosa, lo scandaloso traffico delle dignità ecclesiastiche. Anche alla sua corte non mancarono i favoriti, e talvolta erano i meno degni, ma egli ebbe l'inestimabile fortuna di andare immune dalla pericolosa piaga del nepotismo. Suo fratello Giovanni della Rovere avea sposata l'erede di Urbino sorella di Guidobaldo, l'ultimo dei Montefeltro, e da questa unione era nato nel 1491 un figlio, Francesco Maria della Rovere, che al tempo stesso diventava possessore legittimo del ducato di Urbino e nipote del Papa. Ciò dispensava Giulio da qualunque obbligo di creare uno Stato alla sua famiglia, e per questo noi lo veggiamo, in tutti gli acquisti, che o coll'arti della diplomazia o con quelle della guerra venne facendo, non d'altro sollecito che dell'ingrandimento dello Stato della Chiesa, che nel fatto alla sua morte lasciò completamente ricostituito e per di più ingrandito di Parma e di Piacenza, mentre al suo avvenimento l'avea trovato in piena dissoluzione. Nè dipendette nemmeno da lui che la Chiesa non abbia potuto avocare a se anche Ferrara. Si sa altresì che i 700,000 ducati, ch'egli sempre teneva in serbo in Castel S. Angelo, non dovevano essere in qualsiasi momento, per ordine suo, rimessi ad altri, fuorchè al suo successore. Al pari degli altri Papi, ereditò anch'egli dai cardinali, anzi da tutti i prelati che morivano a Roma, e talvolta anche con mezzi dispotici,[242] ma non per questo avvelenò, nè uccise nessuno. L'essere andato in persona al campo non gli giovò certamente, ma fu una necessità ineluttabile, che tanto più facilmente doveva essergli perdonata in Italia, in quanto che quello era il tempo, in cui bisognava battere o essere battuti e in cui il credito personale valeva più di qualsiasi diritto legittimamente acquistato. Che se poi, ad onta del suo celebre grido «fuori i barbari!», egli contribuì più di qualunque altro a far sì che gli Spagnuoli mettessero salde radici in Italia, sta di fatto altresì che ciò al Papato poteva sembrare una eventualità indifferente affatto, anzi perfino, sotto un certo aspetto, favorevole e vantaggiosa. E da chi altri, meglio che dalla Spagna, poteva la Chiesa attendersi una sincera e durevole devozione,[243] nel momento stesso in cui tutti i principi italiani non nutrivano che sentimenti ostili verso di lei? — Ma, comunque sia, l'uomo potente ed originale, che non poteva soffocare in sè veruno sdegno e neanche nascondere nessun vero affetto, preso in tutto il suo insieme era l'uomo del tempo, il Pontefice terribile invocato da tutti. Egli ebbe quindi pienamente ragione di appellarsi con coscienza relativamente tranquilla al giudizio di un Concilio e di rispondere in tal modo vittoriosamente al grido de' suoi avversarii, che da tutte le parti d'Europa ne domandavano la convocazione. Un regnante di questa tempra aveva bisogno anche d'incarnare in qualche grandioso monumento la vastità de' suoi concepimenti: egli pensò alla ricostruzione e all'ampliamento della chiesa di S. Pietro, e le aggiunte che vi fece il Bramante sono forse l'espressione più sublime di una potenza, che è conscia di quanto può e deve a sè stessa. Ma anche nelle altre arti restano le tracce dell'alta protezione loro accordata da Giulio, nè è senza importanza il fatto che perfino la poesia latina di quei giorni, parlando di lui, appare infiammata di un estro, che non seppero mai ispirarle i di lui predecessori. L'ingresso a Bologna, che si trova descritto sulla fine dell'Iter Julii secundi del cardinale Adriano da Corneto, ha una grandiosità tutta affatto speciale, e Giovanni Antonio Flaminio in una delle sue più belle Elegie ha cantato nel Papa il redentore d'Italia[244].

Giulio aveva in una fulminea costituzione del Concilio lateranense[245] proibito la simonia nell'elezione del Papa. Dopo la sua morte (1513) i cardinali, mossi da un sordido istinto di avarizia, volevano eludere quel divieto col proporre un patto generale, secondo il quale le prebende e gli ufficii di colui che sarebbe eletto, dovessero ripartirsi in proporzioni uguali fra loro, e si sa che il loro intendimento sarebbe stato di eleggere per l'appunto quegli che godeva le prebende più pingui, l'inetto Raffaello Riario.[246] Ma una riscossa, che partiva principalmente dai membri più giovani del sacro Collegio, mandò all'aria quel misero strattagemma e fu scelto Giovanni de' Medici, il celebre Leone X.

Noi avremo frequenti occasioni d'incontrarci in questo Papa, ogni volta che ci accadrà di discorrere dei momenti più splendidi dell'epoca del Rinascimento: qui adunque e pel nostro scopo ci basterà di accennare, come sotto di lui il Papato abbia corso nuovamente gravissimi pericoli tanto al di dentro, quanto al di fuori. Fra questi non contiamo la congiura dei cardinali Petrucci, Sauli, Riario e Corneto, perchè questa tutt'al più, riuscendo, avrebbe cagionato un mutamento di persone e non altro: e d'altronde a Leone fu facile sventarla colla creazione, inaudita per vero, di trent'un nuovi cardinali in una sola volta, la quale del resto non fece che produrre un'eccellente impressione, perchè, in parte almeno, premiava il vero merito.[247]

Sommamente pericolose invece furono certe vie, alle quali si lasciò tirare Leone nei due primi anni del suo pontificato. Egli aveva infatti intavolato pratiche molto serie per procurare il regno di Napoli a suo fratello Giuliano e per creare a suo nipote Lorenzo un gran regno nell'Italia settentrionale, che abbracciasse Milano, la Toscana, Urbino, e Ferrara.[248] È evidente a chiunque che lo Stato della Chiesa, rinserrato per tal modo da tutte parti, avrebbe dovuto finire col diventare un appannaggio mediceo, senza che nemmeno s'avesse avuto bisogno di secolarizzarlo.

Il progetto trovò uno scoglio insuperabile nelle condizioni politiche generali d'allora. Giuliano morì a tempo; tuttavia, per provvedere a Lorenzo, Leone intraprese l'espulsione del duca Francesco Maria della Rovere da Urbino, e con ciò si tirò addosso l'odio universale, impoverì il tesoro, e finì poi, quando anche Lorenzo nel 1519 morì[249], col dover dare alla Chiesa ciò che con tanta fatica aveva per altri acquistato: così egli non ne raccolse nemmen quella gloria, che certamente non gli sarebbe mancata, se quella cessione fosse stata anteriore e spontanea. Anche ciò che tentò più tardi contro Alfonso di Ferrara, e che potè realmente condurre ad effetto contro un pajo di tiranni e Condottieri, non fu tal cosa, da cui potesse venirne incremento alla sua reputazione. E tutto questo accadeva nel momento stesso, in cui i monarchi d'Occidente d'anno in anno si andavano ognor più abituando ad un colossale giuoco di politica, ch'era fatto alle spese di questo o di quel territorio d'Italia[250]. Chi avrebbe voluto farsi garante che essi, dopochè la loro potenza all'interno negli ultimi decenni era immensamente cresciuta, non fossero per allargare quando che sia le loro viste anche allo Stato della Chiesa? Leone visse abbastanza per essere testimone di un fatto, che era come il preludio di ciò che si verificò poi nel 1527: un pugno di fanti spagnuoli apparve nel 1520, — di proprio impulso, a quanto sembra, — ai confini dello Stato pontificio, unicamente allo scopo di taglieggiare il Papa[251], ma si lasciò respingere dalle truppe di quest'ultimo. Anche la pubblica opinione, di fronte alla corruzione della Curia e della corte romana, s'era negli ultimi anni svegliata più imperiosa che mai, ed uomini che vedevano nel futuro, come, per esempio, il giovane Pico della Mirandola[252], invocavano con forza pronte riforme. Infrattanto era comparso sulla scena Lutero.

Le riforme vennero sotto il pontificato di Adriano VI, (1521-1523), ma scarse e insufficienti e ritardate di troppo, di fronte alla foga invadente del grande movimento tedesco. Adriano non potè far altro, fuorchè manifestare l'orrore, di cui era compreso per tutte le piaghe che avean deturpato la Chiesa sino a quel tempo, vale a dire la simonia, il nepotismo, la prodigalità, il malandrinaggio e la più profonda immoralità. Nè per allora il pericolo, che minacciava da parte del luteranismo, sembrava neanche il maggiore: un arguto osservatore veneziano, Girolamo Negro, presente vicinissima una spaventevole catastrofe per Roma stessa, e ne esprime il proprio dolore apertamente[253].

Sotto Clemente VII l'orizzonte di Roma si copre di gravidi vapori somiglianti a quel plumbeo velo di nebbia sciroccale, che talvolta vi rende così pericolosi gli ultimi mesi d'estate. Il Papa è inviso ai vicini e ai lontani: gli uomini più gravi crollano tristamente il capo[254], e infrattanto sulle pubbliche vie e sulle piazze s'affacciano eremiti a presagire la rovina d'Italia, anzi del mondo intero, e a stigmatizzare col nome di Anticristo il Papa medesimo[255]:la fazione colonnese solleva arditamente il capo in atto di sfida: l'indomabile cardinale Pompeo Colonna, la cui presenza soltanto è una minaccia permanente pel Papato[256], tenta una sorpresa su Roma (1526) nella speranza di poter, coll'aiuto di Carlo V, cingere senz'altro la tiara, non appena Clemente fosse caduto vivo o morto nelle sue mani. Per Roma non fu di nessun vantaggio, che quest'ultimo abbia potuto trovare un rifugio in Castel S. Angelo; ma la sorte, alla quale egli stesso era serbato, poteva ben dirsi peggiore della morte, alla quale ora sfuggì.

Con una serie di quelle menzogne, che sono sempre permesse ai forti, ma che recano la rovina ai deboli, Clemente provocò la venuta delle truppe austro-spagnuole comandate dal Borbone e da Frundsberg (1527). Egli è fuor d'ogni dubbio che il gabinetto di Carlo V meditava di prendere del Papa una fiera vendetta[257], e che l'imperatore non poteva prevedere anticipatamente quanto oltre nel loro zelo sarebbero andate le orde che aveva assoldate, ma non pagava. L'arrolamento pressochè gratuito non avrebbe potuto effettuarsi in Germania, se non si avesse saputo che si doveva marciare contro Roma. Forse si ritroveranno quando che sia le istruzioni date in questa occasione al Borbone, e può darsi anche che esse suonino più miti di quanto ora si possa supporre; ma la storia non si lascerà travolgere per questo a men severi giudizii. Fu una fortuna pel cattolico re e imperatore che nè il Papa, nè alcuno dei cardinali sia stato ucciso dalle sue genti. Se ciò fosse accaduto, nessun sofisma al mondo avrebbe potuto salvarlo da una gravissima responsabilità. Ma l'uccisione di innumerevoli persone delle infime classi e la spogliazione delle altre ottenuta colla tortura o coll'infame mercato, che se ne fece, mostrano ad esuberanza fino a qual punto fu permesso di spingere le atrocità nel sacco di Roma.

Carlo V voleva, a quanto pare, far condurre il Papa, che si era nuovamente rifugiato in Castel S. Angelo, a Napoli, dopo avergli estorto enormi somme, e se Clemente invece riuscì a fuggire ad Orvieto, non pare che ciò sia seguito per nessuna connivenza da parte degli Spagnuoli[258]. Se poi Carlo abbia, almeno per un momento, pensato alla secolarizzazione dello Stato della Chiesa (alla quale l'opinione pubblica[259] omai era preparata), e se nel fatto egli se ne sia poi lasciato distogliere dalle rimostranze di Enrico VIII, è un enigma, che non potrà mai essere messo in chiaro.

Ma se anche tali intendimenti erano in lui, non furono certo di lunga durata; e intanto dalla desolazione stessa della città sorge uno spirito di riforma, che promette una completa restaurazione della Chiesa e del principato. Il primo a presentirla fu il cardinal Sadoleto[260]: «Se col nostro dolore, egli scrive, noi diamo una dovuta soddisfazione allo sdegno e alla giustizia di Dio, se queste terribili punizioni ci aprono la via a migliorare le nostre leggi e i costumi, noi forse potremo dire che la nostra sventura non fu la maggiore, che ci potesse cogliere.... Di ciò che è di Dio, abbia cura Dio stesso; ma noi abbiamo dinanzi a noi una via di miglioramento, dalla quale nessuna violenza potrà farci deviare: volgiamo adunque i nostri pensieri e le nostre azioni all'unico fine di cercare il vero splendore del sacerdozio e la vera grandezza e potenza in Dio solo».

E nel fatto questo terribile anno 1527 fruttò almeno questo, che la voce degli uomini più gravi e assennati non cadde inascoltata affatto, come tante altre volte. Roma avea troppo sofferto per poter pensare a tornar, nemmeno sotto il pontificato di un Paolo III, l'allegra e corrotta Roma di Leon X.

Tosto dopo manifestossi pel Papato, fatto segno di tante umiliazioni, una simpatia d'indole in parte politica e in parte religiosa. I monarchi non potevano permettere che un loro uguale si arrogasse l'ufficio di carceriere privilegiato del Papa, e nell'intento di ridonare a quest'ultimo la sua libertà conclusero per l'appunto il trattato di Amiens (18 agosto 1527). Con ciò essi ottennero almeno di far ricadere sull'imperatore tutta l'odiosità dei fatti testè commessi dalle truppe imperiali. Ma contemporaneamente all'imperatore creavansi serii imbarazzi anche in Ispagna, dove i prelati ed i grandi lo tempestavano di rimostranze, quante volte era lor dato di avvicinarlo. E quando si parlò di una dimostrazione generale del clero e della cittadinanza, che minacciavano di presentarsi a lui in forma solenne e in abito di gramaglia, egli se ne spaventò, temendo si rinnovassero le scene della insurrezione delle comunità poco prima domata, e volle che a qualunque costo fosse impedita.[261] Egli non poteva adunque, nemmen volendo, prolungare più oltre la persecuzione contro il Papato, anzi, prescindendo anche dalla politica estera, trovavasi imperiosamente costretto a riconciliarsi con esso al più presto possibile, molto più che non volle mai tener conto nè in questa, nè in altre occasioni, dello stato dell'opinione pubblica in Germania, che per vero gli avrebbe additato un'altra via da tenere. Finalmente non è neanche impossibile, come opinava un veneziano,[262] che la ricordanza del sacco di Roma gli pesasse sull'anima come un rimorso, e che appunto per questo egli abbia sollecitato quell'ammenda, che doveva essere suggellata con lo stabile assoggettamento dei Fiorentini sotto la tirannide de' Medici. Quasi a conferma di ciò, una figlia naturale dell'imperatore fu data in moglie al nuovo duca Alessandro.

In seguito Carlo, coll'idea del Concilio, tenne sempre il Papato nella sua soggezione, e potè ad un tempo medesimo proteggerlo ed opprimerlo. Ma il maggior pericolo, la secolarizzazione, e propriamente quella che dovea partire dal di dentro, vale a dire dai Papi e dai loro nipoti, era eliminato per più secoli per opera della Riforma. Nella stessa maniera che essa sola rese possibile la spedizione contro Roma (1527), fu anche causa che il Papato sentisse il bisogno di essere l'espressione vivente di una potenza mondiale nel campo delle coscienze, obbligandolo a porsi alla testa di tutti i nemici di qualsiasi innovazione e a rialzarsi dalla sua gran caduta ad una vita di moto e d'azione. Ed invero, la gerarchia, che negli ultimi anni di Clemente VII e sotto i pontificati di Paolo III e di Paolo IV e dei loro successori a poco a poco e in mezzo alla defezione di mezza Europa si venne formando, fu una gerarchia affatto nuova e rigenerata, la quale innanzi tutto si affrettò a togliere i maggiori e più pericolosi scandali interni, e massimamente il nepotismo avido di ingrandimenti,[263] e poscia, sostenuta da tutti i principi della cattolicità e portata da un impulso religioso del tutto nuovo, fece ogni sforzo per riacquistare quanto aveva perduto. Essa andò debitrice di tutta questa energia a quei medesimi che l'avevano abbandonata: in un certo senso si può dunque affermare con tutta verità, che il Papato sotto il punto di vista morale dovette la sua salvezza a' suoi stessi nemici. E con la spirituale si venne poi rassodando, benchè sotto l'assidua sorveglianza spagnuola, anche la potenza temporale, tanto da accampare in ultimo il privilegio della inviolabilità, e così le fu possibile, allo spegnersi de' suoi vassalli (le linee legittime degli Estensi e dei Della Rovere), costituirsi erede incontrastata dei due ducati di Ferrara e di Urbino. Per converso senza la Riforma — se si potesse astrarre da essa — tutto lo Stato della Chiesa sarebbe passato da lungo tempo in mani secolaresche.

CAPITOLO XII. L'Italia dei patriotti.

Prima di chiudere, ci sia permesso un brevissimo sguardo al contraccolpo di questo stato di cose sullo spirito della nazione in generale.

Nessuno durerà fatica a persuadersi che la incertezza delle condizioni politiche, nelle quali si trovò l'Italia nel secolo XIV e nel XV, dovesse naturalmente destare sentimenti di patriottico sdegno e di aperta opposizione in tutti gli uomini privilegiati di attitudini superiori. Dante e il Petrarca ancora al loro tempo parlano di un'Italia unita,[264] alla quale devono tendere gli sforzi di tutti. Si oppone, è vero, da taluni che questo non fu che un entusiasmo di pochi spiriti colti, di cui la nazione intera non mostrò nemmeno di accorgersi; ma a costoro si potrebbe domandare se a quel tempo la nazione tedesca si sarebbe condotta diversamente, quantunque, di nome almeno, non le mancasse l'unità ed avesse un capo visibile e universalmente riconosciuto nell'imperatore? Le prime voci patriottiche della letteratura tedesca (se si eccettuino pochi versi dei menestrelli) non si odono che in bocca agli umanisti del tempo di Massimiliano I,[265] e non sembrano che un'eco delle declamazioni degl'Italiani. Eppure la Germania aveva avuto una nazionalità, quale l'Italia non possedeva più sino dal tempo dei Romani. La Francia va debitrice della coscienza della sua unità nazionale principalmente alle lotte ch'ebbe a sostenere contro gl'Inglesi, e la Spagna per lungo tratto di tempo fu così sorda a questo sentimento, che non fu in grado nemmeno di aggregarsi il Portogallo, che pur le è tanto affine. Per l'Italia l'esistenza dello Stato della Chiesa e le condizioni, nelle quali soltanto esso poteva esistere, crearono un ostacolo permanente alla sua unificazione, ostacolo, la cui eliminazione non parve pressochè mai sperabile. Che se anche, in onta a ciò, qua e colà nelle corrispondenze politiche del secolo XV si parla con qualche enfasi della patria comune, ciò non accade, pur troppo, che per provocare il dispetto di qualche altro Stato pure italiano.[266] I richiami veramente serii e profondamente tristi al sentimento nazionale non si odono di nuovo che nel secolo XVI, quando era già troppo tardi, e Francesi e Spagnuoli avevano inondato il paese.

Quanto al patriottismo locale o di campanile, non potrebbe dirsi altro, se non che esso teneva il luogo di questo sentimento, ma non lo sostituiva.

Notes in this chapter

Note 1 · Ad eccezione dei Bentivoglio di Bologna e della casa Estense di Ferrara. Quest'ultima fu costretta ad imparentarsi: Lucrezia Borgia fu data Note 2 · Secondo il Corio (fol. 479), Carlo pensava ad un Concilio, alla deposizione del Papa e perfino alla sua deportazione in Francia, e precisameNote 3 · Corio, fol. 550. — Malipiero, Ann. veneti, Arch. stor. VII, I, p. 318. — Da quale spirito di rapacità fosse dominata la famiglia intera scorNote 4 · Ciò presso il Panvinio (Contin. Platinae, p. 359): insidiis Caesaris fratris interfectus.... connivente.... ad scelus patre. Testimonianza cNote 5 · Machiavelli, Opere, ediz. Milan. vol. V, p. 387, 393, 395, nella Legazione al duca Valentino.Note 6 · Tommaso Gar, Relazioni della Corte di Roma, I, p. 12 nella Relaz. di P. Capello. Letteralmente è detto: il Papa rispetta Venezia quanto nessNote 7 · Strottii poetae, p. 19, nel poema sulla Caccia di Ercole Strozza, cui triplicem fata invidere coronam. Poi anche nell'Elegia per la morte diNote 8 · Ibid. Giove una volta avrebbe promesso: affore Alexandri sobolem, quae poneret olim Italiae leges, atque aurea saecla referret, ecc.Note 9 · Ibid: sacrumque decus majora parantem deposuisse.Note 10 · Come è noto, egli era congiunto in matrimonio con una principessa francese della casa di Albret, e n'ebbe una figlia: ma in qualche modo avrNote 11 · Machiavelli, l. c. p. 334. Dei disegni su Siena, ed eventualmente su tutta la Toscana, esistevano, ma non erano ancora maturi: inoltre non sNote 12 · Machiavelli, l. c. p. 326, 351, 314. — Matarazzo, Cronaca di Perugia, Arch. stor. XVII. II, p. 137 e 221: egli voleva che i suoi soldati si Note 13 · Così Pierio Valeriano, De infelicitate literator., parlando di Giovanni Regio.Note 14 · Tommaso Gar, l. c. p. 11.Note 15 · Paulus Jovius, Elogia, Caesar Borgia. — Nei Commentarii urbani di Raffaello da Volterra il libro XXII contiene una caratteristica di AlessanNote 16 · Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col. 362.Note 17 · Paul. Jovius, Historiar. II, fol. 47.Note 18 · Panvinius, Epitome pontificum, p. 359. Il tentativo d'avvelenamento contro il posteriore Giulio II veggasi a p. 313. — Secondo Sismondi (XIINote 19 · Prato, Arch. stor. III. p. 254 — Cfr. Attilio Alessio, presso il Baluz. Miscell. IV, p. 518 e segg.Note 20 · Ed anche assai sfruttato dal Papa. — Cfr. Chron. venetum, presso Murat. XXIV, col. 133.Note 21 · Anshelm, Berner Chronik, III, pag. 146-156. — Trithem. Annales Hirsaug. II, 579, 584, 586.Note 22 · Panvin., Cont. Platinae, p. 341.Note 23 · Da ciò la pompa dei monumenti sepolcrali posti ai prelati ancor vivi, per togliere ai Papi almeno una parte del bottino.Note 24 · In onta all'asserzione del Giovio (Vita Alphonsi ducis), resta sempre incerto, se Giulio realmente abbia sperato di potere indurre FerdinandNote 25 · Ambedue le poesie, per es., presso il Roscoe, Leone X ed. Bossi, IV, 257 e 297. — Ma è anche vero che, quando Giulio nel luglio del 1511 fu Note 26 · Septimo decretal. l. I, t. 3, cap. 1-3.Note 27 · Franc. Vettori, nell'Arch. stor. VI, 297.Note 28 · Oltre a ciò si vuole (secondo Paul. Lang. Chronicon Citicense) che abbia fruttato non meno di 500,000 fiorini d'oro: l'ordine de' FrancescanNote 29 · Franc. Vettori, l. c. p. 301.--Arch. stor. Appen. I, p. 293 e segg. — Roscoe, Leone X, ed. Bossi, VI, p. 232 e segg. — Tommaso Gar, l. c. p.Note 30 · Ariosto, Satire, VI, vs. 106: Tutti morrete ed è fatal che muoja Leone appresso. . . . . . . .Note 31 · Una combinazione di questa specie può vedersi in un Dispaccio del card. Bibiena datato da Parigi, 1518, nelle Lettere de' principi I, 56.Note 32 · Franc. Vettori, l. c. p. 333.Note 33 · Presso Roscoe, Leone X, ed. Bessi, VIII. p. 105 e segg. trovasi una declamazione spedita nel 1517 da Pico al Pirkheimer. Egli teme che ancorNote 34 · Lettere de' principi, I, Roma, 17 marzo 1523: questo Stato sta per molte cagioni sulla punta di un ago, e Dio voglia che noi non dobbiamo fuNote 35 · Negro, l. c. in data 24 settembre e 9 novembre 1526, 11 aprile 1527.Note 36 · Varchi, Stor. fiorent. I, 43, 46 e segg.Note 37 · Paul. Jovius: Vita Pomp. Columnae.Note 38 · Ranke: Deutsche Geschichte, II, 375 e segg.Note 39 · Varchi, Storie fiorent. II, 43 e segg.Note 40 · Ibid., e Ranke, Deutsche Geschichte II, p. 394, nota. Si credeva che Carlo volesse trasportare la sua residenza a Roma.Note 41 · V. la sua lettera al Papa, in data di Carpentras, 1.º settembre 1527, negli Anecd. litterar. IV, pag. 335.Note 42 · Lettere de' principi, I, 72. Il Castiglione al Papa, Burgos 10 dicembre 1527.Note 43 · Tommaso Gar, Relaz. della Corte di Roma, I, 1527.Note 44 · I Farnesi poterono tentare ancora qualche cosa di simile, ma i Caraffa non vi riuscirono.Note 45 · Petrarca, Epist. fam. I, 3, p. 574, dove egli ringrazia Iddio di esser italiano. Inoltre l'Apologia contra cujusdam anonymi Galli calumnias,Note 46 · Io intendo specialmente gli scritti di Wimpheling, Bebel ed altri nel I vol. degli Scriptores dello Scardio; ai quali sono da aggiungere perNote 47 · Un esempio per molti: la risposta del Doge di Venezia ad un inviato fiorentino spedito per trattare degli affari di Pisa nel 1496, presso il
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