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La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I

PARTE PRIMA LO STATO COME OPERA D'ARTE (continued 2)

Diego Valbusa translation

CAPITOLO VI. Gli avversari della tirannide.

Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli assassini nelle Chiese. — Influenza del tirannicidio antico. — I Catilinari. — Opinioni dei Fiorentini sul tirannicidio. — Il popolo ne' suoi rapporti coi cospiratori.

Di fronte a questa concentrata potenza principesca ogni opposizione dentro i limiti dello Stato era impossibile. Gli elementi necessari alla esistenza di una repubblica erano sciupati per sempre, tutto tendeva al potere assoluto e all'uso della violenza. La nobiltà, priva di diritti politici, anche dove aveva possessi feudali, poteva bensì continuare a ripartir sè e i suoi bravi in guelfi e ghibellini e ad assumere o far assumere i relativi emblemi, facendo portare in questo o in quel modo la piuma al berretto e i guancialini ai calzoni;[95] — ma tutti gli uomini più illuminati, quale ad esempio il Machiavelli,[96] erano pienamente convinti che tanto a Milano, come a Napoli vi era omai «troppa corruzione», per potervi rifare una repubblica. Abbastanza strani sono i giudizi che s'incontrano su questi due pretesi partiti, nei quali da lungo tempo omai non sopravvivevano che vecchie inimicizie di famiglia tenute vive all'ombra della tirannide. Un principe italiano, al quale Agrippa di Nettesheim[97] consigliava di disfarsene, rispondeva ingenuamente: «le loro questioni mi rendono ogni anno sino a 12000 ducati in altrettante multe!» — E quando, per esempio, nell'anno 1500, durante il breve ritorno di Lodovico il Moro ne' suoi Stati, i guelfi di Tortona chiamarono nella loro città una parte del vicino esercito francese, affinchè gli aiutasse a schiacciare completamente i ghibellini, i francesi non mancarono innanzi tutto di dare il sacco alle case di questi ultimi, ma non risparmiarono poscia nemmeno quelle dei guelfi, per modo che la città tutta ne rimase completamente devastata.[98] — Anche in Romagna, dove le passioni e le vendette duravano eterne, ambedue quei nomi aveano da lungo perduto ogni significato politico. E non meno fatale al popolo fu il pregiudizio, pel quale i guelfi qua e colà si tenevano come obbligati a nutrir simpatie per la Francia e i ghibellini a parteggiar per la Spagna, benchè quelli stessi, che cercarono trar partito da quell'errore, non ne abbiano raccolto in ultimo vantaggio veruno. La Francia infatti, dopo tanti interventi, finì pur sempre col dover sgombrare d'Italia, ed ognuno può toccare con mano che cosa sia diventata la Spagna, dopo aver soffocato l'Italia.

Ma torniamo ai principi del Rinascimento. Un'anima pia e timorata avrebbe fors'anche allora concluso che, ogni potenza essendo da Dio, anche questi principi, purchè sostenuti con sincerità e buon volere, col tempo avrebbero dovuto divenire migliori e dimenticar la violenta loro origine. Ma da fantasie riscaldate, da uomini appassionati ed ardenti come richieder tanto? Essi, al pari dei cattivi medici, stimavano guarita la malattia quando fossero giunti ad eliminarne i sintomi, e credevano che, uccisi i tiranni, la libertà sarebbe risorta da sè medesima. E se anche talvolta non spingevano tanto innanzi i loro pensieri, miravano ad ogni modo o a dare libero sfogo all'odio generale, o ad esercitare vendette private cagionate da rancori ed offese puramente personali.

Come la tirannide era incondizionata e sciolta da ogni freno legale, incondizionati erano pure i mezzi usati dai suoi avversari. Sin dal suo tempo il Boccaccio lo dice espressamente:[99] «debbo io chiamar re o principe un usurpatore e serbargli fede come a mio signore? No! perchè egli è nemico della cosa pubblica. Contro di lui sono bene usate le armi, le congiure, le spie, le insidie, le astuzie: sono anzi opera santa e necessaria. Non vi è sacrificio più accetto che il sangue di un tiranno!» Noi non possiamo addurre qui nessun fatto particolare: il Machiavelli, in un notissimo capitolo de' suoi Discorsi,[100] ha già trattato delle congiure antiche e moderne, cominciando dall'epoca remota dei tiranni della Grecia, e le ha giudicate colla sua solita imparzialità secondo i diversi loro fini e il loro esito. Ci accontenteremo dunque di due sole osservazioni, l'una sugli assassinii eseguiti nelle chiese durante il servizio religioso, e l'altra sull'influenza esercitata dagli esempi antichi.

Egli era quasi impossibile il cogliere alla sprovvista il tiranno, sempre guardato a vista, altrove, fuorchè nelle chiese, e in queste soltanto poi potevasi sperare di sorprendere un'intera famiglia principesca riunita. Così quei di Fabriano[101] spensero nel 1435 la famiglia dei Chiavelli loro tiranni durante un servizio religioso e precisamente, secondo gli accordi presi, alle parole del Credo: et incarnatus est. A Milano il duca Giovanni Maria Visconti (1412) fu ucciso mentre entrava nella chiesa di S. Gottardo, e nel 1476 il duca Galeazzo Maria Sforza fu pugnalato nella chiesa di S. Stefano; Lodovico il Moro poi sfuggì una volta al pugnale dei partigiani della duchessa Bona rimasta vedova (1484) soltanto pel fatto, che entrò nella chiesa di S. Ambrogio per una porta diversa da quella, dove era aspettato. Nè pare che si credesse di commettere con simili assassinj veruna speciale empietà, poichè si sa che gli uccisori di Galeazzo non aveano mancato, prima del fatto, d'inginocchiarsi a pregare il santo titolare della chiesa e di ascoltarvi la prima messa. Tuttavia nella congiura de' Pazzi contro Lorenzo e Giuliano de' Medici (1478) una delle cause, per cui l'impresa non riuscì che in parte, fu appunto questa, che il bandito Montesecco, impegnatosi dapprima in un convito di eseguire l'assassinio, vi si era poi rifiutato nel Duomo di Firenze, e in luogo di lui vi si indussero poi alcuni ecclesiastici, «che erano più famigliari con quel sacro luogo e non ebbero quindi alcuna paura».[102]

Quanto all'antichità, la cui influenza sulle questioni morali e più particolarmente sulle politiche avremo occasione di rilevare frequentemente anche in seguito, i primi a dare l'esempio furono i tiranni stessi, che non di rado, tanto nel concetto che s'erano formati dello Stato, quanto nel loro modo di procedere, mostravano di non voler espressamente seguire altro modello, fuorchè l'antico impero romano. Ed altrettanto fecero alla loro volta i loro avversari studiandosi, sin da quando con fredda riflessione preparavansi all'impresa, d'imitare gli antichi nemici della tirannide. Non sarebbe facile il dimostrare che essi nell'idea principale, vale a dire nel risolversi al fatto, abbiano ricevuto il maggiore impulso da questi esempi, ma non è neanche vero per questo che le allusioni continue all'antichità fossero semplici frasi o mera faccenda di stile. Una prova notevolissima ne abbiamo negli uccisori di Galeazzo Sforza, il Lampugnani, l'Olgiati e il Visconti.[103] Tutti e tre avevano motivi affatto personali d'odio contro di lui, e tuttavia la risoluzione di ucciderlo parve essere derivata da una causa d'ordine più elevato. Un umanista e maestro di eloquenza, Cola de' Montani, aveva infuso in un drappello di giovani appartenenti alla nobiltà milanese un vago desiderio di gloria e d'imprese magnanime in pro della patria, e s'era finalmente aperto col Lampugnani e l'Olgiati intorno all'idea di restituire la libertà a Milano. Non andò molto ch'egli cadde in sospetto, ed essendo espulso, dovette abbandonare quei giovani in preda al loro ardente entusiasmo. Circa dieci giorni prima del fatto convennero essi nel monastero di S. Ambrogio e giurarono solennemente di compierlo: «poi, dice l'Olgiati, ridottomi in un angolo remoto dinanzi all'immagine di S. Ambrogio, levai gli occhi ad esso ed invocai il suo aiuto per noi e per tutto il suo popolo». Il celeste patrono della città doveva dunque proteggere l'impresa, appunto come più tardi S. Stefano, nella cui chiesa essa ebbe il suo compimento. Dopo ciò, molti altri furono iniziati nella congiura e tennero notturni convegni nella casa del Lampugnani, dove si esercitavano nel ferire, adoperando le guaine dei pugnali. Il fatto riuscì, ma il Lampugnani fu immediatamente ucciso dai seguaci del duca e gli altri due furono presi. Il Visconti mostrò pentimento, ma l'Olgiati, in onta a tutte le torture, sostenne che quell'uccisione era stata gradita a Dio e diceva a sè stesso, anche quando il carnefice gli ruppe il petto: «coraggio, Girolamo! si penserà lungamente a te: la morte è amara, ma la gloria sarà eterna!»

E tuttavia, per quanto elevati possano apparire gli intendimenti e i propositi di costoro, dal modo stesso con cui la congiura fu condotta trapela evidente un tentativo d'imitazione del più scellerato di tutti i cospiratori, di colui che non pensò mai neanche alla libertà, vogliamo dire di Catilina. I Diarii sanesi dicono espressamente, che i congiurati avevano studiato Sallustio, e ciò appare anche indirettamente dalla confessione stessa dell'Olgiati.[104] Quel terribile nome noi lo incontreremo anche altrove, ed è pur troppo vero, che per congiure volgari, e se si prescinda dallo scopo, non v'era un tipo più seducente di questo.

Presso i fiorentini, tutte le volte che essi effettivamente si sbarazzarono o almeno tentarono sbarazzarsi de' Medici, il tirannicidio era accolto come un'idea accetta universalmente. Dopo la fuga dei Medici nell'anno 1494 fu tratto fuori dal loro palazzo il gruppo in bronzo rappresentante Giuditta e il morto Oloferne, opera del Donatello,[105] e fu posto dinanzi al palazzo della Signoria, dove ora sta il Davide di Michelangelo, con questa iscrizione: exemplum salutis pubblicae cives posuere 1495. Ma più specialmente ora si usò di tirare in campo l'esempio di Bruto il minore, che Dante al suo tempo avea continuato a relegare con Cassio e Giuda Iscarioto[106] nel più profondo abisso dell'inferno, qual traditore dell'impero. Pietro Paolo Boscoli, la cui congiura contro Giuliano, Giovanni e Giulio de' Medici ebbe un esito così infelice (1513), era stato egli pure ardente entusiasta di Bruto e si sarebbe proposto di imitarlo, se avesse trovato un Cassio; e come tale si era poi unito a lui Agostino Capponi. I suoi ultimi discorsi tenuti nel carcere,[107] documento importantissimo per rilevare le credenze religiose d'allora, fanno fede dello sforzo ch'egli dovette esercitare sopra sè stesso, per liberarsi da quelle fantasie e reminiscenze romane e morire cristianamente. Un amico e il confessore dovettero assicurarlo che S. Tommaso d'Aquino condanna le cospirazioni in generale, ma il confessore più tardi confessò a quello stesso amico, che S. Tommaso fa invece una distinzione e permette la congiura contro un tiranno, il quale si sia imposto al popolo suo malgrado. Allorquando Lorenzino de' Medici uccise nel 1537 il duca Alessandro e fuggì, comparve una apologia del fatto,[108] probabilmente autentica, o per lo meno scritta per suo incarico, nella quale egli si vanta dell'uccisione del tiranno come di opera sommamente meritoria, paragonandosi, nel caso che Alessandro fosse stato un Medici legittimo e quindi, benchè da lontano, suo congiunto, con Timoleone, il fratricida per patriottismo. Altri usarono anche in questo caso il paragone con Bruto, e sembrerebbe che Michelangelo stesso non sia stato del tutto alieno da questa idea, almeno se si vuol giudicare dal suo busto di Bruto esistente negli Uffizi. Egli lo lasciò incompiuto, come quasi tutte le sue opere, ma non certamente perchè l'uccisione di Cesare gli pesasse troppo sul cuore, come dice il distico scrittovi sotto.

Un radicalismo che muova dal popolo, quale si è venuto formando nei tempi moderni di fronte alla monarchia, indarno si cercherebbe negli Stati principeschi dell'epoca del Rinascimento. Bensì ognuno protestava isolatamente nel suo interno contro il principato, ma cercava al tempo medesimo di farsi una posizione tollerabile o comoda sotto lo stesso, anzichè di assalirlo con forze riunite. Ci volevano eccessi quali si videro a Camerino, a Fabriano ed a Rimini (pag. 44), perchè una popolazione si decidesse a distruggere o a cacciare una casa regnante. Inoltre si sapeva anche troppo bene, che non si avrebbe fatto altro, fuorchè mutar padrone. La stella delle repubbliche era decisamente nel suo tramonto.

CAPITOLO VII. Le Repubbliche.

Venezia nel secolo XV. — Gli abitanti. — Lo Stato e i suoi pericoli cagionati dalla povertà dell'aristocrazia. — Cause della sua stabilità. — Il Consiglio dei Dieci e i processi politici. — Rapporti verso i Condottieri. — Ottimismo della politica estera. — Venezia quale patria della Statistica. — Lento sviluppo della cultura. — Ascetismo ufficiale prolungato.

Altra volta le città italiane aveano spiegato in sommo grado quella energia, che vale a tramutare una città in uno Stato. Non sarebbe occorso che un passo ulteriore, vale a dire che queste città si fossero strette tra loro in una grande confederazione, concetto, che in Italia si vede ripullular di frequente, per quanto anche, rispetto ai particolari, appaia rivestito ora di una forma, ora di un'altra. Nelle lotte dei secoli XII e XIII formaronsi infatti grandi e potenti federazioni di città, e il Sismondi crede (II, 174), che il tempo degli ultimi armamenti della lega lombarda contro il Barbarossa (dal 1168 in poi) sarebbe stato il vero momento, in cui si sarebbe resa possibile una federazione italiana universale. Ma le più potenti fra le città aveano già palesato troppa fierezza e originalità di carattere, perchè la cosa potesse effettuarsi: facendosi reciproca concorrenza nel commercio, esse si permettevano mezzi violenti ed estremi l'una contro dell'altra, e tenevano le vicine città minori in una ingiusta dipendenza; il che vuol dire, che da ultimo esse credevano di poter fare ciascuna da sè, senza aver bisogno delle altre, preparando per tal modo il terreno a qualunque altra violenza od usurpazione. Questa non tardò a sopraggiungere, allorquando le lotte intestine dei nobili fra di loro, e della borghesia colla nobiltà, fecero nascere il desiderio di un governo forte e sicuro, e le truppe assoldate già si mostravano pronte a sostener per danaro qualsiasi causa, dopochè i precedenti governi di parte s'erano da lungo tempo abituati a veder ineseguito il bando generale di guerra da loro intimato.[109] La tirannide inghiottì la libertà della maggior parte delle città; qua e colà si cercò di sbarazzarsene, ma solo a mezzo, e per breve tempo; essa tornò sempre, perchè le condizioni interne le erano favorevoli, e le forze che contro-operavano, si trovavano già esauste.

Fra le città che seppero conservare la loro indipendenza, due sono della massima importanza per la storia dell'umanità: Firenze, la città dei continui rimutamenti, che ci trasmise le manifestazioni di tutti i disegni e le aspirazioni della cittadinanza e degl'individui, che per tre secoli presero parte a quei mutamenti: Venezia, la città della calma apparente e del silenzio politico. Esse formano fra di loro la più forte antitesi, che si possa immaginare, ed ambedue alla loro volta sono tali, da non poter essere paragonate con verun'altro Stato del mondo.

Venezia si riconobbe essa stessa come una creazione affatto eccezionale e misteriosa, nella quale da tempo remotissimo si sentiva l'azione di qualche altra cosa, che non era l'ingegno umano. Intorno alla solenne fondazione della città correva una leggenda evidentemente mitica: nel dì 25 di marzo dell'anno 413 a mezzogiorno i profughi di Padova gettarono la prima pietra a Rialto, per farne un asilo sacro e inaccessibile in mezzo all'Italia corsa e lacerata dai Barbari. Scrittori venuti più tardi attribuirono ai primi fondatori il presentimento di tutta la grandezza futura della città: Marco Antonio Sabellico, che cantò l'avvenimento in splendidi e facili esametri, mette in bocca al sacerdote che fa la consacrazione, questa preghiera a Dio: «se un giorno tenteremo qualche cosa di grande, accordaci il tuo favore! Ora noi ci inginocchiamo dinanzi ad un povero altare, ma se i nostri voti non andranno inesauditi, qui sorgeranno a te, o Dio, centinaia di templi ricchi di marmo e d'oro».[110] — La città delle isole, sul finire del secolo XV, riguardavasi ormai come il gioiello più prezioso del mondo d'allora. Lo stesso Sabellico la descrive come tale[111] colle sue cupole antichissime, colle sue torri acuminate, co' suoi palagi intonacati di marmo, e colla sua pomposa grettezza altresì, per la quale sotto tetti dorati si dava a pigione ogni più piccolo angolo della casa. Egli ci trasporta sull'affollatissima piazza di S. Giacometto a Rialto, dove un mondo di affari si tratta non tra grida e schiamazzi, ma appena tra un sommesso e svariato bisbiglio, dove siedono, lunghesso i portici che la fiancheggiano e sotto quelli delle vie adiacenti,[112] banchieri ed orefici a centinaja, dove le botteghe e i magazzini sono in numero strabocchevole: oltrepassando poi il ponte, egli ci conduce al gran fondaco dei tedeschi, sotto il cui porticato stanno le loro merci e le abitazioni, e dinanzi al quale i vascelli si addossano gli uni agli altri nel canale: indi più innanzi ci mostra un'intera flotta carica di vini e di olio, e parallelle ad essa sulla riva, dove formicolano i portatori, le officine dei mercanti; e per ultimo da Rialto sino alla piazza di S. Marco i gabinetti de' profumieri e le trattorie. Per tal maniera egli guida il lettore di quartiere in quartiere sin fuori ai due lazzaretti, stabilimenti non solo utili, ma necessari, e in nessun altro luogo portati ad un sì alto grado di sviluppo, come qui. Una cura attenta e sollecita pel benessere personale dei sudditi era il distintivo del governo di Venezia non solo in pace, ma anche in guerra, dove l'assistenza che si prestava ai feriti, anche nemici, era oggetto di ammirazione per tutti.[113] In generale non v'era stabilimento di pubblica beneficenza, che non esistesse a Venezia e sotto la forma la più perfetta: anche il fondo delle pensioni vi era ordinato con regolarità sistematica, perfino in ciò che riguardava i superstiti. La ricchezza, la sicurezza politica, la pratica del mondo avevano per tempo vôlto il pensiero de' veneziani a queste cose. Quei cittadini svelti, biondi, dal passo leggero e circospetto e dal discorso sensato,[114] non differivano quasi fra loro sia nelle fogge del vestire, sia nel contegno che tenevano in pubblico: di ornamenti (fra i quali primeggiavano le perle) non si curavano, se non per fregiarne il collo delle loro donne o fanciulle. In allora la prosperità generale era veramente grande, in onta ad alcune gravi perdite cagionate dai Turchi; ma l'energia di tutti e il pregiudizio generale d'Europa bastarono anche più tardi a far sopravvivere Venezia anche ai colpi più aspri della fortuna, quali la scoperta del Capo, la rovina del dominio dei Mammelucchi in Egitto e la guerra mossale dalla Lega di Cambray.

Il Sabellico, che era oriundo dei dintorni di Tivoli e abituato alla franca loquacità dei filologi d'allora, nota in un altro luogo[115] con qualche maraviglia, che i giovani nobili, i quali andavano ad udire le sue lezioni del mattino, non volevano a nessun patto entrare con lui in discorsi politici: «Se io chieggo loro che cosa si pensi, si dica e s'aspetti da questo o quel moto in Italia, tutti mi rispondono ad una voce di non saper nulla». Ciò non ostante, e in onta alla più severa inquisizione di Stato, più d'una cosa potè risapersi per opera di alcuni nobili corrotti, ma bisognò pagarla a ben caro prezzo. Nell'ultimo quarto del secolo XV s'incontrano dei traditori perfino tra i funzionari, che coprono le più alte dignità dello Stato;[116] i papi, i potentati italiani e perfino alcuni condottieri in condizioni affatto mediocri e stipendiati dalla Repubblica, vi mantenevano al loro soldo speciali spioni; anzi le cose erano andate tanto oltre, che il Consiglio dei Dieci trovò opportuno di non comunicare al Consiglio dei Pregadi alcune importanti notizie politiche, e si accreditò universalmente l'opinione, che Lodovico il Moro in questo stesso Consiglio disponesse a suo talento di un certo numero di voti. Noi non siamo in grado di dir quanto abbiano contribuito a frenare quegli abusi le notturne esecuzioni di taluni colpevoli e l'alto premio concesso a chi li denunciasse (fino a sessanta ducati di pensione vitalizia); ma certo è che una delle cause principali, la povertà di molti nobili, non poteva esser tolta d'un tratto. Nell'anno 1492 due patrizi misero innanzi una proposta, che lo Stato dovesse sborsare annualmente 70,000 ducati a sollievo di quei nobili poveri, che non avessero alcun pubblico ufficio; la cosa era sul punto di essere portata dinanzi al gran Consiglio, dove non sarebbe stato difficile farle ottenere una maggioranza, — quando il Consiglio dei Dieci fu ancora in tempo di intervenire, e mandò ambedue i proponenti a confine per tutta la loro vita a Nicosia e a Cipro.[117] Intorno a questo stesso tempo un Soranzo fu fuori di Stato appeso alle forche come ladro sacrilego, ed un Contarini posto in catene per furto violento: un altro della stessa famiglia si presentò nel 1499 dinanzi alla Signoria, lamentando di essere da molti anni senza impiego alcuno, di aver soli sedici ducati di rendita e nove figli da mantenere, di trovarsi per di più impegnato in debiti per sessanta ducati, di non essere in grado di esercitare verun mestiere e di essere stato ultimamente gettato sulla pubblica via. In presenza di tali fatti si comprende come alcuni nobili ricchi imprendono a edificar case, per collocarvi ad abitare gratuitamente i poveri; ed infatti tale opera figura in parecchi testamenti annoverata tra le opere di carità.[118]

Ma se i nemici di Venezia su mali di questa specie fondavano per avventura serie speranze, s'ingannavano grandemente. A prima vista si potrebbe credere che lo slancio stesso del commercio, che anche al più povero garantiva un ricco e sicuro guadagno sul proprio lavoro, nonchè le colonie sparse nella parte orientale del Mediterraneo, dovessero aver distrutto tutti gli elementi pericolosi nel campo politico. Ma Genova non ha forse avuto, ad onta di simili vantaggi, una storia politica delle più tempestose? Il fondamento della stabilità di Venezia sta piuttosto in un concorso di circostanze, che non si verificarono mai in nessun altro Stato. Inespugnabile come città, essa non si era da tempo remotissimo occupata de' suoi rapporti con gli Stati esteri se non dietro a' calcoli della più fredda riflessione, ignorando quasi i parteggiamenti del resto d'Italia, e non concludendo le sue alleanze se non per iscopi al tutto passeggeri ed al maggior prezzo possibile. Il fondo adunque del carattere veneziano era quello di un superbo e dispettoso isolamento, e conseguentemente di una più compatta solidarietà all'interno, e a ciò fu spinto anche dal rancore di tutti gli altri Stati d'Italia. Di più, nella città stessa tutti gli abitanti eran tenuti uniti da fortissimi interessi comuni di fronte alle colonie ed ai possessi di terra-ferma, mentre la popolazione di quest'ultima (vale a dire delle città soggette sino a Bergamo) non poteva esercitare atti commerciali altrove, fuorchè a Venezia. Un vantaggio fondato su mezzi cotanto artificiali non poteva essere mantenuto che mediante una grande tranquillità e concordia interna; — questo lo sentiva certamente la grande maggioranza, e quindi il terreno quivi era assai disadatto per qualsiasi cospirazione. Che se pure vi erano taluni malcontenti, costoro furono tenuti talmente divisi tra loro per la separazione esistente tra la borghesia e la nobiltà, che ogni ravvicinamento diventava quasi impossibile. Ed anche nel seno della nobiltà a quelli, che per avventura fossero pericolosi, vale a dire ai ricchi, mancava affatto l'occasione principale di qualsiasi congiura, l'ozio, e ciò per la moltiplicità stessa dei loro affari commerciali, pei viaggi e per la parte continua che doveano prendere alle guerre coi Turchi, i quali incessantemente tornavano a farsi vedere. Vero è che i comandanti in queste li risparmiavano a tutto potere, e talvolta in modo ingiustificabile, il che fece predire ad un Catone veneziano la caduta della Repubblica, se avesse durato a spese della giustizia quella stolta paura dei nobili «di farsi del male l'un l'altro».[119] Tuttavia questo libero moto all'aria aperta diede alla nobiltà veneziana, presa nel suo complesso, un sano indirizzo. E se talvolta l'invidia e l'ambizione pretesero ad ogni costo una qualche soddisfazione, non mancavano mai le vittime ufficiali condannate dall'autorità e con mezzi legali. La lunga tortura morale, alla quale fu sottoposto sotto gli occhi di tutta Venezia il doge Francesco Foscari (morto nel 1457), è forse il più terribile esempio di una tale vendetta, possibile soltanto dove prevalgono le aristocrazie. Il Consiglio dei Dieci, che aveva una mano in tutto e possedeva un illimitato diritto di vita e di morte, nonchè una sorveglianza sulle cose pubbliche e sul comando dell'armata, che comprendeva nel suo seno gl'Inquisitori e che rovesciò il Foscari come tanti altri potenti, veniva ogni anno rieletto dall'intera casta dominante, dal gran Consiglio, ed era per ciò stesso l'organo più immediato della stessa. Non pare che grandi intrighi avessero luogo in queste elezioni, perchè la breve durata e la posteriore responsabilità dell'ufficio non lo rendevano molto desiderato. Ma dinanzi a questa e ad altre autorità indigene, per quanto il loro modo di agire fosse tenebroso e violento, il vero veneziano non cercava già di nascondersi, ma bensì di mettersi in vista, non solamente perchè la Repubblica aveva le braccia lunghe e poteva, invece che su lui, vendicarsi sulla sua famiglia, ma perchè, nella maggior parte dei casi almeno, si procedeva secondo la norma di certi principii, piuttosto che per sete di sangue.[120] In generale nessuno Stato ha avuto più di questo una grandissima autorità morale sui propri sudditi, anche lontani. E se, per esempio, fra i Pregadi stessi poteva dirsi esservi dei traditori, non è meno vero da un altro lato che ogni veneziano, che si trovasse all'estero, si credeva obbligato a farsi referendario o spia del proprio governo. Dei cardinali veneziani domiciliati a Roma s'intendeva da sè, che riferivano tutto ciò che si trattava nei concistori segreti del Papa. Il cardinale Domenico Grimani fece rapire non lungi da Roma (1500) i dispacci, che Ascanio Sforza inviava a suo fratello Lodovico il Moro, e li spedì tosto a Venezia: suo padre, che allora si trovava sotto il peso di una grave accusa, fece valere pubblicamente questo servizio del figlio dinanzi al gran Consiglio, che era come dire, dinanzi a tutto il mondo.[121]

Come Venezia si conducesse co' suoi condottieri, è stato già accennato di sopra (pag. 30). Che se essa avesse cercato una più solida garanzia della loro fedeltà, avrebbe potuto per avventura trovarla nel gran numero che ne contava, pel quale, come si rendeva più difficile il tradimento, ne diventava anche più facile la scoperta. Dando uno sguardo ai quadri dell'armata veneziana, sorge spontanea la domanda: come fosse possibile una azione comune con truppe messe insieme da elementi così disparati? In quello della guerra del 1495 figurano non meno di 15 mila cavalli, ma in tante piccole squadre:[122] il Gonzaga di Mantova n'aveva egli solo milleducento, e Gioseffo Borgia settecentoquaranta: a questi tenevano dietro sei condottieri con un contingente di sei a settecento, dieci con quattrocento, dodici con una forza di due a quattrocento, quattordici con cento in duecento, nove con ottanta, sei con cinquanta in sessanta ecc. Sono in parte vecchi corpi di truppe veneziane, in parte veterani condotti da nobili veneziani di città o di campagna, ma il maggior numero dei duci si compone di principi italiani o capitani di città o dei loro congiunti. A questi sono da aggiungere 24,000 uomini di fanteria, sull'arrolamento e la condotta dei quali non abbiamo veruno schiarimento, oltre ad altri 3300 uomini, che probabilmente vi rappresentano le armi speciali. In tempo di pace le città di terra-ferma o erano prive affatto di guarnigione o ne aveano ben poca: Venezia non si basava tanto sull'affezione, quanto sulla prudenza de' suoi sudditi; nella guerra contro la Lega di Cambray (1509) è noto universalmente, che essa li sciolse da ogni obbligo di fedeltà e lasciò giungere le cose al punto, che essi avessero agio di paragonare le piacevolezze di una occupazione straniera col mite suo modo di governare; e siccome essi non ebbero bisogno di staccarsi da S. Marco ricorrendo al tradimento, e quindi non aveano in seguito da temere verun gastigo, così si verificò ciò ch'essa prevedeva, che cioè tutti tornarono con molta premura sotto il di lei dominio. Questa guerra era, lo diciam di passaggio, l'effetto di un secolare grido d'allarme surto contro la smania d'ingrandimento di Venezia. Talvolta quest'ultima commise l'errore delle persone troppo prudenti, quella cioè di non voler supporre nessun colpo di testa ne' suoi avversari, perchè, secondo la sua maniera di vedere, sarebbe stato troppo folle e sconsiderato.[123] In questo ottimismo, che forse è proprio in modo speciale delle aristocrazie, si aveva una volta ignorato completamente gli armamenti di Maometto II per la presa di Costantinopoli, e perfino i preparativi per la spedizione di Carlo VIII, finchè si avverò ciò che meno si aspettava.[124] Ed altrettanto accadde ora colla Lega di Cambray, la quale effettivamente era contraria al vero interesse de' principali suoi fondatori, Luigi XII e Giulio II. Ma nel Papa c'era il vecchio odio di tutta Italia contro la Repubblica conquistatrice, in guisa che egli chiuse gli occhi sulla venuta degli stranieri; e per quanto riguardava la politica del cardinale d'Amboise e del suo re nei rapporti con tutta Italia, Venezia avrebbe dovuto già da lungo tempo accorgersi delle sinistre loro intenzioni e mettersi in guardia. I più fra gli altri presero parte alla Lega per quell'invidia, che è bensì un salutare ritegno posto alla potenza ed alla ricchezza, ma non cessa per questo di essere in sè una ben deplorabile debolezza. Venezia uscì con onore, ma non senza durevoli danni, da quella lotta.

Una potenza, le cui basi erano così complicate, la cui attività e i cui interessi abbracciavano un campo sì vasto, non si potrebbe immaginare senza una grandiosa sorveglianza su tutto l'insieme, senza un continuo bilancio delle forze e dei pesi, degli incrementi e delle perdite. Venezia potrebbe benissimo aspirare al vanto di essere la patria della moderna Statistica: tutt'al più Firenze potrebbe dirsi sua emula, ma in seconda linea, e più sotto ancora i principati italiani maggiormente sviluppati. Lo Stato feudale del medioevo non ha che prospetti generali dei diritti e dei possessi detti urbariali del principe: esso riguarda la produzione come qualche cosa di stazionario, ciò che essa effettivamente è anche, sino a che si tratti unicamente della proprietà fondiaria. Di fronte a ciò le Repubbliche, probabilmente da tempo antichissimo, hanno riconosciuto la loro produzione, fondata specialmente sull'industria e sul commercio, come qualche cosa di estremamente mobile ed hanno agito conformemente a questo concetto, ma si arrestarono — perfino nei tempi più floridi della lega anseatica — ad un bilancio esclusivamente commerciale. Così le flotte, gli eserciti, e tutta la potenza ed influenza politica dello Stato non trovavano posto che tra il dare e l'avere di un libro mastro di commercio. Soltanto negli Stati italiani trovansi per la prima volta congiunti quelli che potrebbero dirsi effetti di una piena coscienza politica con le esperienze desunte dallo studio dell'amministrazione musulmana e da una pratica lunga ed attiva dell'industria agricola e commerciale, per creare una vera statistica.[125] La monarchia assoluta di Federico II nell'Italia meridionale (v. pag. 7) era surta unicamente sulla concentrazione del potere allo scopo di sostenere una lotta, in cui si trattava di essere o non essere. In Venezia per contrario gli scopi supremi sono il godimento dei comodi della vita e dei vantaggi della potenza, l'aumento di ciò che si è ereditato dagli antenati, la riunione delle più lucrose industrie e l'aprimento di sempre nuovi sfoghi al commercio.

Gli scrittori si esprimono con molta schiettezza su tutte queste cose.[126] Da essi noi apprendiamo che la popolazione della città nell'anno 1422 ammontava a 190,000 anime. Forse questo modo di calcolare non più per focolari, nè per uomini atti a portar le armi o per tali che potessero reggersi sulle proprie gambe, e simili, ma per anime, è molto antico in Italia, e può meglio d'ogni altro offrire una base giusta e sicura di calcolo. Allorchè i fiorentini intorno al medesimo tempo insistevano per una lega con Venezia a danno di Filippo Maria Visconti, la Repubblica pel momento li rimandò, nella persuasione evidente, e del resto confermata anche da un esatto bilancio del commercio, che ogni guerra tra Milano e Venezia, vale a dire tra compratori e venditori, fosse una vera follìa. E già perfino quando il duca aumentava la sua armata, Venezia se ne accorava, perchè, dovendo egli con ciò aumentare le imposte, il ducato se ne risentiva e il consumo diminuiva. «Piuttosto si lascino soccombere i fiorentini, perchè in tal caso, avvezzi come sono alla vita delle città libere, essi emigreranno a Venezia e porteranno con sè le tessiture della lana e della seta, come fecero gli oppressi lucchesi». Ma ancor più notevole è il discorso del doge Mocenigo[127] tenuto dal suo letto di morte ad alcuni senatori (1423) come quello che contiene gli elementi più importanti di una statistica dell'intera forza e dell'avere di Venezia. Io ignoro, se e dove esista una compiuta illustrazione di questo difficile documento; ma come una specialità mi sia lecito di riportarne qui alcuni dati. Dopo fatto il pagamento di quattro milioni di ducati per un prestito di guerra, il debito dello Stato (il monte) ammontava ancora a sei milioni di ducati. Il giro complessivo del commercio (come sembra) ascendeva a dieci milioni, i quali ne fruttavano quattro (così il testo). Su tremila navigli, trecento navi e quarantacinque galere stavano 17 mila e rispettivamente 8 ed 11 mila marinai (più di duecento per galera). A questi erano da aggiungere 16 mila costruttori nell'arsenale. Le case di Venezia avevano un valore di stima di sette milioni e fruttavano in affitti un mezzo milione.[128] Vi erano mille nobili, che avevano una rendita da settanta a quattromila ducati annui. — In un altro luogo la rendita ordinaria dello Stato in quello stesso anno è calcolata un milione e centomila ducati: intorno alla metà del secolo, per le perdite sofferte dal commercio in causa della guerra, essa era discesa ad ottocentomila ducati.[129]

Se, per questo spirito di calcolo e per la sua pratica applicazione, Venezia rappresentava completamente e prima d'ogni altro Stato un lato importantissimo del moderno organismo politico, trovavasi per converso in certo modo alquanto al di sotto rispetto a quella cultura, che allora in Italia stava in cima d'ogni altra cosa. Quello che manca qui è l'attività letteraria in generale e specialmente quell'entusiasmo per la classica antichità, che prevaleva dovunque.[130] Bensì il Sabellico afferma che le attitudini alla filosofia ed all'eloquenza non erano punto minori di quelle che si scorgevano pel commercio e per la politica, ed è anche vero che nel 1459 Giorgio da Trebisonda fece omaggio al doge di una traduzione latina del libro di Platone sulle Leggi, e ne fu ricompensato con una cattedra di filologia e cencinquanta ducati annui, e più tardi dedicò alla Signoria il suo libro sulla Rettorica.[131] Ma se si dà un'occhiata alla storia della letteratura veneziana, che il Sansovino aggiunse al noto suo libro su Venezia,[132] non s'incontrano per tutto il secolo XIV che sole opere di teologia, di giurisprudenza e di medicina, ed anche nel XV l'umanismo non vi è, in paragone all'importanza della città, se non assai scarsamente rappresentato sino ad Ermolao Barbaro e ad Aldo Manuzio. Anche la biblioteca che il cardinal Bessarione lasciò alla Repubblica, a stento andò salva dalla dispersione. Per le quistioni di erudizione si aveva e doveva bastare l'università di Padova, dove realmente i medici e i giuristi, quali estensori di pareri politici, aveano stipendi lautissimi. Nè maggiore operosità vi si scorge a questo tempo per ciò che riguarda le produzioni poetiche, che pur tanto abbondarono nei primordi del secolo XVI; e perfino lo spirito artistico dell'epoca del Rinascimento vi appare in sulle prime come importazione estera, e non comincia a dar frutti degni della sua grande potenza se non sul finire del secolo XV. Ma vi hanno indizi di tardità intellettuale ancor più caratteristici e strani. Quel medesimo Stato, che teneva in tanta soggezione il suo clero, che si riserbava il conferimento di tutte le dignità più importanti, e che quasi sempre si metteva in opposizione colla Curia romana, fu schiavo di un ascetismo ufficiale di genere tutto affatto particolare.[133] Corpi di santi ed altre reliquie importate dalla Grecia dopo la conquista turca pagavansi a prezzi elevatissimi e accoglievansi dal doge in solenne processione.[134] Pel sacro Pallio inconsutile nel 1455 s'era deciso di spendere sino a diecimila ducati, ma non si potè averlo. Questo fanatismo non era l'opera di un popolare entusiasmo, ma proveniva da una fredda deliberazione della più alta autorità dello Stato, che pure senza scandolo avrebbe potuto astenersene, come in eguali circostanze a Firenze la Signoria se ne sarebbe certamente astenuta. Non diremo nulla, dopo ciò, della devozione delle moltitudini e della cieca loro fede nelle indulgenze di un Alessandro VI. Ma lo Stato, che pure aveva assorbito la Chiesa più di qualunque altro, aveva qui realmente in sè una specie di elemento ecclesiastico, e il suo simbolo vivente, il doge, in dodici solenni processioni (che si dicevano andate) procedeva con carattere e pompa semi-sacerdotali.[135] Erano feste fatte puramente in onore di avvenimenti politici, che coincidevano colle grandi feste ecclesiastiche: la più splendida di esse, il celebre sposalizio del mare, cadeva sempre nel giorno dell'Ascensione.

CAPITOLO VIII. Ancora delle Repubbliche.

Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività della coscienza politica. — Dante come politico. — Firenze qual patria della statistica; i Villani. — La statistica dei maggiori interessi. — Valori delle monete del secolo XV. — Le forme costituzionali e gli storici. — Vizio fondamentale dello Stato toscano. — Gli uomini politici. — Machiavelli e il suo progetto di costituzione. — Genova, Siena e Lucca.

La più elevata coscienza politica e la maggior varietà nello sviluppo delle forme di Stato trovavansi riunite nella storia di Firenze, la quale in questo rispetto merita la lode di primo fra gli Stati del mondo moderno. Qui è un popolo intero che s'occupa di ciò, che nei principati è nell'arbitrio di una sola famiglia. La mente maravigliosa del fiorentino, ragionatrice acuta e al tempo stesso creatrice in fatto d'arte, muta e rimuta incessantemente le sue condizioni politiche e sociali, e incessantemente pure le giudica e le descrive. Per tal modo Firenze divenne la patria delle dottrine e delle teoriche, degli esperimenti e dei subiti trapassi, ma anche insieme con Venezia la patria della statistica, e, sola e prima di ogni altro Stato al mondo, la patria della storia intesa nel senso moderno. Nè senza una potente influenza vi rimasero la vicinanza dell'antica Roma e la conoscenza de' suoi storici: infatti Giovanni Villani confessa apertamente, che il primo impulso al suo grande lavoro gli venne dalla sua andata in quella città in occasione del Giubileo del 1300, e che vi pose mano subito dopo il suo ritorno in patria.[136] Ma quanti fra i 200,000 pellegrini di quell'anno avranno avuto uguali attitudini e inclinazioni, e tuttavia non scrissero la storia della loro città! E per vero non tutti potevano fiduciosamente soggiungere come lui: «la nostra città di Firenze è nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare, e però mi parve convenevole di recare in un volume tutti i fatti e cominciamenti della città e seguire per innanzi stesamente infino che fia piacere di Dio». E con ciò Firenze ottenne da' suoi storici non solo una testimonianza autentica del modo con cui si svolse la sua vitalità, ma altresì una fama maggiore che qualunque altro Stato d'Italia.[137]

Ma non è del nostro assunto il far qui la storia di questo memorabile Stato, bensì soltanto di additare sommariamente la parte che questa storia ebbe nel risvegliare nei fiorentini tanto amore alla libertà e un senso pratico così profondo.

Intorno all'anno 1300 Dino Compagni descrisse le lotte cittadine del suo tempo. La condizione politica della città, i moventi più riposti dei partiti, il carattere dei capi, tutta insomma la tela delle cause e degli effetti prossimi e remoti vi è rappresentata in modo, che si tocca con mano la superiorità de' suoi giudizi e delle sue narrazioni. E la vittima più illustre di queste crisi, Dante Alighieri, qual tipo d'uomo politico, maturato fra le contradizioni della patria e le torture dell'esiglio! Egli ha scolpito il suo disprezzo pei continui mutamenti e sperimenti di governo in terzine di bronzo,[138] che rimarranno proverbiali dovunque sarà per ripetersi qualche cosa di somigliante: egli ha indirizzato alla sua patria parole tanto orgogliose e appassionate ad un tempo, che il cuore dei fiorentini non potè certo non esserne scosso potentemente. Ma i suoi pensieri si allargano a tutta Italia, anzi a tutto il mondo, e quantunque il suo entusiasmo per l'Impero, come egli lo intendeva, non sia stato che un errore, si dovrà tuttavia confessare pur sempre, che le fantasie giovanili della speculazione politica, che allora era in sul nascere, hanno in lui una sublime grandezza poetica. Egli va superbo di essere stato il primo a mettersi per questa via,[139] guidato a mano senza dubbio da Aristotele, ma pure alla sua maniera padrone di sè e indipendente. Il suo imperatore ideale è un giudice supremo, giusto, benevolo e dipendente solo da Dio, l'erede della signoria mondiale di Roma, voluta dal diritto, dalla natura, dal senno eterno di Dio. La conquista del mondo infatti fu legittima, perchè fu il giudizio di Dio tra Roma e gli altri popoli, e Dio stesso ha riconosciuto il suo impero prendendo spoglie umane sotto di esso, sottomettendosi nella sua nascita al censo di Augusto e nella sua morte al giudizio di Ponzio Pilato; e così via. Che se anche noi non possiamo sempre seguire questo suo modo di argomentare, non manca però mai di commoverci la sua passione. Nelle sue lettere[140] egli è uno dei più antichi nella serie dei pubblicisti, forse il primo fra i laici, che abbia divulgato per proprio conto scritti politici sotto la forma epistolare. A ciò egli pose mano assai presto: subito dopo la morte di Beatrice egli pubblicò un opuscolo sullo stato di Firenze, mandandolo «ai grandi della terra», ed anche le posteriori sue lettere patenti del tempo del suo esilio sono tutte dirette a imperatori, principi e cardinali. In queste lettere e nel libro Del volgare eloquio torna, sotto forme diverse, il sentimento espiato con tanti dolori, che l'esule anche fuori della propria città può trovare una nuova patria intellettuale nella lingua e nella cultura, che da nessuno gli ponno essere tolte; sul qual punto avremo occasione di tornar nuovamente.

Ai Villani, così a Giovanni che a Matteo, andiamo debitori non tanto di profonde considerazioni politiche, quanto di giudizi schietti e convalidati dall'esperienza, degli elementi primi della statistica fiorentina e di notizie importanti sopra altri Stati d'allora[141]. Il commercio e l'industria aveano anche qui dato occasione a studi di economia politica. Sulle condizioni pecuniarie in grande nessuno aveva altrove idee più precise, a cominciare dalla curia papale di Avignone, l'enorme ammontare della cui cassa (25 milioni di fiorini d'oro alla morte di Giovanni XXII) non parrebbe credibile, se non fosse dato da fonti così autorevoli[142]. Qui soltanto, a Firenze, udiamo di prestiti colossali, per esempio di quello del re d'Inghilterra con le case fiorentine Bardi e Peruzzi, le quali ci perdettero un valore di 1,365,000 fiorini d'oro, (1338), danaro proprio e di soci, e tuttavia si riebbero[143]. — Ma la cosa più importante sono le notizie di quello stesso tempo che si riferiscono allo Stato[144], vale a dire: le rendite (oltre a 300,000 fiorini d'oro) e le spese; la popolazione della città (calcolata qui ancora molto imperfettamente, giusta il consumo del pane, in bocche, fatte ascendere a 90,000), e quella dello Stato; l'eccedenza dei nati maschi (da 300 a 500) su 5800 in 6000 battezzati annuali del Battistero[145]; la frequenza delle scuole, in sei delle quali da 8000 a 10,000 fanciulli imparavano a leggere, e da 1000 a 1200 a far conti; oltre a 600 scolari circa, che in quattro scuole venivano istruiti nella grammatica (latina) e nella logica. Segue la statistica dei conventi e delle chiese, degli spedali (con più di 1000 letti complessivamente); il lanificio, con notizie di sommo valore, la zecca, l'approvigionamento della città, i pubblici ufficiali[146] e così via. Altre cose si apprendono incidentalmente, per esempio come nell'erezione delle nuove rendite dello Stato (il monte), i Francescani abbiano predicato dal pulpito in favore, gli Agostiniani e i Domenicani contro di esse[147]; e per ultimo le conseguenze economiche della peste nera (1348) nè furono, nè poterono essere osservate ed esposte in nessuna parte d'Europa, come avvenne in questa città[148]. Un fiorentino soltanto poteva lasciare scritto come tutti si aspettassero che, per la scarsezza degli abitanti, tutti i prezzi delle cose ribassassero, e come invece e viveri e mercedi abbiano incarito del doppio; come il popolo in sulle prime non volesse più lavorare, ma darsi buon tempo; come nella città non potessero più aversi nè servi, nè fantesche se non a prezzi elevatissimi; come i contadini non volessero più coltivare che i terreni migliori, lasciando incolti gli altri e come gli enormi legati lasciati a favore dei poveri apparissero dopo la peste inutili affatto, perchè i poveri o erano morti o poveri più non erano. Per ultimo si ha perfino il saggio di una ampia statistica dei mendicanti della città nell'occasione di un grande legato di sei danari a ciascuno di essi lasciato da un filantropo senza prole.[149]

Quest'arte di valutare statisticamente le cose fu in appresso condotta dai Fiorentini al massimo grado di perfezione, e piace ancor più il vedere come i loro computi lascino per lo più trasparire il loro legame e rapporto colla parte più sostanziale della storia, vale a dire colla cultura generale e coll'arte. Una indicazione dell'anno 1422[150] tocca col medesimo tratto di penna le settantadue botteghe di cambio intorno al Mercato nuovo, l'ammontare del giro di danaro (2 milioni di fiorini d'oro), l'industria allora nuova dell'oro filato, le stoffe di seta, Filippo Brunellesco che disseppellisce l'architettura antica, e Leonardo Aretino, segretario della Repubblica, che risuscita l'antica letteratura ed eloquenza: finalmente la generale prosperità della città allora tranquilla e la buona fortuna d'Italia, che s'era francata dai mercenari stranieri. La statistica di Venezia da noi più sopra riportata (pag. 96), che si riferisce quasi al medesimo anno, parla, invero, di possessi, guadagni e provincie molto maggiori: Venezia da lungo tempo padroneggia il mare colle sue navi, quando Firenze spedisce la sua prima galera ad Alessandria (1422). Ma chi non trova le notizie fiorentine redatte con maggiore ampiezza di vedute? Questi e somiglianti documenti trovansi per Firenze ordinati di decennio in decennio in veri prospetti, mentre altrove nel miglior dei casi si ha qualche isolata indicazione. Da essi impariamo a conoscere approssimativamente gli averi e gli affari dei primi Medici, e vediamo, p. es., come essi dal 1434 al 1471 sborsarono in elemosine, costruzioni pubbliche ed imposte non meno di 663,755 fiorini d'oro, dei quali il solo Cosimo oltre 400,000[151], e come Lorenzo il Magnifico si rallegrasse che quel danaro fosse stato così bene impiegato. Dopo il 1478 si ha poi di nuovo un prospetto assai importante, e perfetto nel suo genere, del commercio e delle industrie della città[152], e in esso parecchi dati che per metà od interamente versano sulla storia dell'arte, come, per esempio, sulle stoffe d'oro e d'argento e sui damaschi, sull'intaglio e l'intarsio, sulla scultura dei rabeschi in marmo e pietra calcare, sui ritratti in cera, sull'oreficeria e sulla gioielleria. E il genio innato de' Fiorentini per il computo di tutta la vita esterna si mostra perfino nei loro libri di amministrazione famigliare, commerciale ed agricola, che di gran lunga primeggiano su quelli di tutti gli altri europei del secolo XV. Al qual proposito non possiamo astenerci dal dire che felicissima fu l'idea di pubblicarne dei brani scelti[153], non ostante che molti studi saranno ancor necessari per desumerne risultati precisi e generali. In ogni caso, anche in questo si dà a conoscere la città, nella quale i padri morenti pregano per testamento la Signorìa d'imporre ai loro figli una multa di 1000 fiorini d'oro, se non eserciteranno veruna industria regolare.[154]

Per la prima metà del secolo XVI poi nessuna città forse al mondo possiede un documento simile alla splendida descrizione di Firenze lasciata dal Varchi.[155] Come in molti altri rapporti, anche nella statistica descrittiva qui ci viene presentato un'ultima volta un raro modello, prima che la libertà e la grandezza di questa città discendano nel sepolcro.[156]

Ma accanto a questo computo dell'esistenza esterna procedeva di pari passo quella continua pittura della vita politica, di cui più sopra s'è fatto cenno. Firenze non solo perdura in mezzo a forme e mutazioni di governo più frequenti che in qualsiasi altro Stato libero d'Italia e dell'intero occidente, ma ne rende conto altresì in modo incomparabilmente più esatto. Essa è lo specchio più fedele dei mutevoli rapporti dei singoli individui o di intere classi verso un tutto estremamente variabile. I quadri delle grandi demagogie cittadine in Francia e nelle Fiandre, quali ci vengono delineati da Froissart, i racconti delle cronache tedesche del secolo XIV hanno invero un'importanza universalmente riconosciuta, ma quanto alla pienezza degli argomenti e allo svolgimento razionale del corso degli avvenimenti restano infinitamente al di sotto alle descrizioni dei Fiorentini. Aristocrazia, tirannide, lotta delle classi medie col proletariato, democrazia piena, mezza ed apparente, primato di una famiglia, teocrazia (con Savonarola), e così via, sino a quelle forme miste che prepararono l'usurpazione medicea, tutto è scritto in modo che i più riposti moventi degli attori vengono messi in piena luce.[157] Per ultimo il Machiavelli nelle Istorie fiorentine (sino al 1492) considera la sua città come un essere vivente, e come individuali e volute dalle stesse leggi di natura le vicende che accompagnarono il suo svolgimento; primo fra i moderni, che abbia saputo sollevarsi a tanto. Non è del nostro assunto il ricercare se ed in quali punti egli abbia fatto con ciò violenza alla storia, come gl'intervenne nella vita di Castruccio Castracane, tipo di tiranno da lui arbitrariamente ideato; ma se anche nelle Storie fiorentine vi fosse ad ogni linea qualche cosa da eccepire, non ne resterebbe per questo scemato il valore sommo, inestimabile, che hanno nel loro complesso. E i suoi contemporanei e continuatori, Jacopo Pitti, Guicciardini, Segni, Varchi, Vettori, quale corona di nomi gloriosi! E che storia è quella che è scritta da tali maestri! Niente meno che il gran dramma degli ultimi decenni della repubblica fiorentina! In questa immensa eredità di memorie sulla caduta della città più agitata e più originale del mondo d'allora sia pure che altri non vegga se non una congerie d'interessanti curiosità, altri si compiaccia con gioja maligna di scorgere il naufragio di ogni idea nobile e grande, ed altri ancora non vi ripeschi che i materiali come di una gigantesca procedura giudiziaria; ad ogni modo essa non cesserà di rimanere l'oggetto delle più serie considerazioni sino alla consumazione dei secoli. Il tarlo che ad ogni istante rodeva ogni cosa, era la signorìa di Firenze su nemici soggiogati una volta potenti, come i Pisani, che di necessità manteneva uno stato di violenza perenne. L'unico rimedio, violento esso pure, che solo il Savonarola, ma non senza il soccorso di circostanze al tutto favorevoli, avrebbe potuto far accettare, sarebbe stato lo scioglimento, fatto a tempo, della Toscana in una federazione di città libere, pensiero che, come ritardato sogno febbrile, condusse poi al patibolo (1548) un patriotta lucchese.[158] Da questo malanno e dalla malaugurata simpatia guelfa de' Fiorentini per un principe forestiero, come altresì dalla conseguente abitudine agli interventi stranieri, provennero tutti gli altri infortuni. Ma chi, in onta a ciò, non vorrà ammirare questo popolo, che sotto la guida del santo suo monaco, sostenuto in un continuo entusiasmo, dà il primo esempio in Italia della pietà verso i vinti nemici, mentre tutte le memorie del tempo passato non gli predicano che la vendetta e la distruzione? Bensì l'ardore che qui fonde insieme i sentimenti di patriottismo e di entusiasmo religioso e morale, guardato dopo alcuni secoli, sembra essersi spento assai prestamente; ma non è men vero per questo, che i suoi migliori effetti si videro nuovamente rifulgere nel memorabile assedio degli anni 1529-30. Furono «pazzi» senza dubbio, come il Guicciardini allora scriveva, coloro che attirarono sopra Firenze quella tempesta, ma egli stesso confessa che fecero cosa non creduta possibile; e se stima che i savi avrebbero evitata quella sciagura, ciò non significa altro se non che Firenze avrebbe dovuto ingloriosamente e senza una parola di protesta darsi in mano a' suoi nemici. Vero è che in tal caso essa avrebbe conservato i suoi magnifici sobborghi e i giardini e la vita e il benessere d'innumerevoli cittadini; ma le mancherebbe altresì una delle più grandi e più gloriose pagine della sua storia.

I Fiorentini sono in parecchi pregi il modello e la primissima espressione degl'Italiani e dei moderni europei, ma sono tali altresì, ed in più guise, quanto ai difetti. Quando Dante a' suoi tempi paragonava Firenze, che non cessa di correggere la propria costituzione, con quell'inferma che sempre muta lato per sottrarsi a' suoi dolori, egli esprimeva con questo paragone uno dei caratteri più stabili di questa città. Il grande errore moderno che una costituzione possa farsi e rifarsi mediante il calcolo delle forze e dei partiti esistenti,[159] a Firenze si vede risorgere sempre in tempi di qualche commozione, e il Machiavelli stesso non ne andò immune. Egli è allora che si vedono farsi innanzi certi artefici di Stati, che con un artificioso spostamento e frastagliamento del potere, con sistemi elettorali lambiccatissimi, con magistrature di sola apparenza e simili, vogliono fondare uno stato di cose durevole, e accontentare o almeno illudere tutte le parti. Essi copiano in ciò con molta ingenuità i tempi antichi e finiscono perfino col prendere a prestito da quelli i nomi stessi delle fazioni, come per esempio, degli ottimati, dell'aristocrazia ecc.[160] D'allora in poi il mondo s'è abituato a queste denominazioni e ha dato ad esse un senso convenzionale europeo, mentre dapprima tutti i nomi dei partiti erano particolari e diversi secondo i diversi paesi, e o designavano direttamente la cosa, o nascevano dal capriccio del caso. Ma quanto il solo nome non dà o toglie di colorito alle cose!

Ma fra tutti coloro che s'immaginavano di poter costruire uno Stato,[161] il Machiavelli è senza paragone il più grande. Egli usa delle forze esistenti come di forze vive ed attive, le alternative che ci pone dinanzi sono giuste e grandiose, e non cerca mai d'illudere nè sè stesso, nè gli altri. In lui non vi è nemmen l'ombra della vanità e della millanteria, anzi egli non scrive nemmeno pel pubblico, ma soltanto per qualche autorità, o per principi ed amici. Il suo pericolo non istà mai in una falsa genialità o in una falsa deduzione di idee, ma bensì in una gagliarda fantasia, ch'egli domina a stento. La sua obbiettività politica, non v'ha dubbio, è talvolta di una sincerità spaventosa, ma essa è sorta in tempi di estreme miserie e pericoli, nei quali senza di ciò gli uomini non potevano così di leggieri credere più nè al diritto, nè alla giustizia. Nè una virtuosa indignazione contro di essa può aspettarsi da noi, che siamo stati nel nostro secolo spettatori di quanto hanno fatto le Potenze in un senso e nell'altro. Il Machiavelli almeno era capace di dimenticare sè stesso per la cosa pubblica. In generale egli è un patriota nel più stretto senso della parola, quantunque i suoi scritti (poche parole eccettuate) sieno privi affatto di vero entusiasmo, e quantunque i fiorentini stessi lo abbiano da ultimo considerato come un ribaldo.[162] Ma per quanto egli ne' suoi costumi e nei discorsi, come allora la maggior parte, fosse corrivo e licenzioso, certo è che la salute della patria era sempre in cima de' suoi pensieri. Il suo più completo programma per l'ordinamento di un nuovo Stato a Firenze trovasi nel suo Memoriale da lui indirizzato a Leone X[163] e scritto dopo la morte di Lorenzo de' Medici il giovane, duca di Urbino (morto nel 1519), al quale egli aveva dedicato il suo libro del Principe. Le cose sono agli estremi e la corruzione prevale universalmente, quindi anche i rimedi proposti non hanno sempre un carattere di troppa moralità; ma in ogni caso riesce interessantissimo il vedere come egli speri di sostituire ai Medici, qual loro erede, la repubblica, e precisamente una repubblica sorta tutta dalla borghesia. Non è possibile immaginare un edificio, come questo, più ricco di concessioni al Papa, a' suoi aderenti, e ai diversi interessi de' Fiorentini: si crederebbe quasi di guardar dentro al meccanismo di un orologio. Molti altri principii, osservazioni, confronti, viste politiche e simili per Firenze trovavansi nei Discorsi, nei quali tralucono qua e là lampi di maravigliosa bellezza. In un punto, ad esempio, egli ci dà la legge, secondo la quale progrediscono e si sviluppano, ma non senza urti violenti, le repubbliche, e vuole che lo Stato sia mobile e capace di cangiamenti, perchè con questo mezzo soltanto si evitano i precipitati giudizi di sangue e le condanne di esiglio. Per un identico motivo, vale a dire, per evitare le violenze private e gl'interventi stranieri («peste della libertà»), desidera di veder stabilita contro i cittadini più odiati una procedura giudiziaria (accusa), in luogo della quale Firenze da tempo remotissimo non aveva avuto che il tribunale della maldicenza. Da vero maestro egli caratterizza le risoluzioni forzate e tardive, che nei tempi agitati delle repubbliche ricorrono così frequentemente. In mezzo a tutto ciò la fantasia e la miseria de' tempi lo seducono di quando in quando a intonare apertamente le lodi del popolo, che ha maggior tatto di qualunque principe nella scelta degli uomini e che è più docile ai consigli, che lo salvano dalle vie dell'errore.[164] Quanto alla signoria su tutta la Toscana, egli non dubita nemmeno che essa spetti alla sua città, e riguarda quindi (in uno speciale discorso) il riassoggettamento di Pisa come una questione di vita o di morte: egli deplora che, dopo la ribellione del 1502, si abbia lasciato sussistere Arezzo, e in generale si mostra persuaso, che le repubbliche italiane dovrebbero potersi muovere liberamente al di fuori e ingrandirsi, per non essere esse stesse assalite e per goder la pace all'interno; ma Firenze ha fatto le cose sempre a rovescio, e così da tempo antichissimo si è inimicata mortalmente con Pisa, Siena e Lucca, mentre Pistoia «trattata fraternamente» si è sottomessa di proprio impulso.[165]

Sarebbe ingiusto il voler anche solo porre a riscontro le poche altre repubbliche, che ancora esistevano nel secolo XV, con quest'unica di Firenze, che senza paragone fu la sede più importante del moderno spirito italiano, anzi europeo. Siena soffriva di vizi organici profondi, e la sua relativa prosperità nell'industria e nelle arti non deve a questo riguardo trarci in errore. Enea Silvio dalla sua città natale guarda con occhio appassionato[166] alle «fortunate» città tedesche dell'Impero, dove l'esistenza non è amareggiata da nessuna confisca degli averi e delle eredità, dove non esistono nè fazioni, nè arbitrii.[167] — Genova non entra quasi nella cerchia delle nostre considerazioni, poichè prima dei tempi di Andrea Doria non ebbe pressochè parte veruna al Rinascimento, anzi gli abitanti della Riviera passavano in tutta Italia per nemici di qualsiasi cultura.[168] Le lotte dei partiti hanno in questa repubblica un carattere così selvaggio e sono accompagnate da scosse così violente, che quasi non si sa capire come, dopo tante rivoluzioni e occupazioni straniere, i genovesi abbiano pure trovato modo di acquetarsi in uno stato di cose almen tollerabile. Ma forse ciò dipendette dall'essere tutti quelli, che avevano parte alla cosa pubblica, quasi senza eccezione addetti al tempo stesso al commercio.[169] E Genova ci mostra in modo maraviglioso sino a qual grado d'incertezza il commercio esercitato in grande e la ricchezza possano perdurare e con quale stato interno di cose sia conciliabile il possesso di lontane colonie.

Lucca non ha molta importanza nel secolo XV. Dei primi decenni di esso, nei quali la città viveva sotto la pseudo-tirannide della famiglia Guinigi, ci è stato conservato un giudizio dello storico lucchese Giovanni di Ser Cambio, che può riguardarsi in generale come un documento parlante della condizione di tali famiglie regnanti nelle repubbliche.[170] L'autore tratta del numero e della ripartizione delle truppe mercenarie nella città e nel territorio, non che del conferimento di tutti gli uffici a scelti aderenti della famiglia che padroneggia; designa tutte le armi che si trovano in possesso de' privati, e parla del disarmo delle persone sospette; in seguito passa a dire della sorveglianza esercitata sopra i banditi, i quali sono obbligati a rimanere nel luogo loro assegnato sotto pena di una totale confisca dei loro beni, degli atti segreti di violenza commessi per togliere di mezzo ribelli creduti pericolosi, dei modi con cui alcuni commercianti emigrati furono costretti a tornare. Segue una descrizione delle pratiche fatte per impedire possibilmente la riunione della maggiore assemblea dei cittadini (Consiglio generale), sostituendovi soltanto una Commissione composta di partigiani della casa regnante in numero di dodici o diciotto, e toccasi della restrizione di tutte le spese a favore dei mercenari, indispensabili per non vivere in continue paure e pericoli, e che bisognava tenere allegri (i soldati si faccino amici, confidenti e savî). Per ultimo si parla delle miserie del tempo, dello scadimento dell'arte della seta, nonchè di tutte le altre industrie, e della coltivazione dei vini, e si propone come rimedio un dazio elevato sui vini forastieri e l'obbligo assoluto, da imporsi al contado, di comperare ogni cosa in città, i soli mezzi di sussistenza eccettuati. — Questo notevolissimo documento avrebbe bisogno anche per noi di un commento circostanziato: qui lo citiamo soltanto come una delle molte prove di fatto, che in Italia la riflessione politica si svolge assai prima che in tutti i paesi del settentrione.

CAPITOLO IX. Politica estera degli Stati italiani.

Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per la Francia. — Tentativo per un equilibrio. — Intervento e conquista. — Alleanze coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione obbiettiva della politica. — Arte diplomatica.

A quel modo che la maggior parte degli Stati italiani erano all'interno opere d'arte, vale a dire creazioni coscienti, emanate dalla riflessione e fondate su basi rigorosamente calcolate e visibili, artificiali dovevano essere anche i rapporti che correvano tra di loro e con gli Stati esteri. L'essere quasi tutti fondati sopra usurpazioni di data recente è cosa per essi sommamente pericolosa tanto nelle relazioni esterne, quanto nel normale andamento interno. Nessuno riconosce il suo vicino senza qualche riserva: lo stesso colpo di mano che ha servito a fondare e rafforzare l'una signoria, può aver servito anche per l'altra. Ma non sempre dipende dall'usurpatore che egli possa sedere tranquillo sul trono, o no: il bisogno d'ingrandirsi e in generale di muoversi suol essere proprio d'ogni signoria illegittima. Per tal modo l'Italia diventa la patria di una «politica estera», che poi a poco a poco anche in altri paesi prevale al diritto riconosciuto, e la trattazione degli affari internazionali, completamente oggettiva e libera da pregiudizi e da ogni ritegno morale, vi raggiunge talvolta una perfezione, che le dà apparenza di decoro e di grandezza, mentre l'insieme ha l'impronta di un abisso senza fondo.

Questi intrighi, queste leghe, questi armamenti, queste corruzioni e questi tradimenti costituiscono in complesso la storia esterna dell'Italia d'allora. Da lungo tempo Venezia era specialmente l'oggetto delle accuse di tutti, come se essa volesse conquistar l'intera Penisola o a poco a poco indebolirla per modo, che uno Stato dopo l'altro cadesse spossato nelle sue braccia.[171] Ma, guardando la cosa un po' più addentro, si vede, che quel grido di dolore non si solleva dal popolo, ma dalle regioni più prossime ai principi ed ai governi, i quali quasi tutti sono gravemente odiati dai sudditi, mentre Venezia col suo reggimento abbastanza mite si concilia le simpatie universali.[172] Anche Firenze colle città soggette, che impazienti rodevano il freno, di fronte a Venezia trovavasi in una posizione assai falsa, quand'anche non si voglia tener conto della gelosia commerciale che le inimicava entrambe, nonchè degli avanzamenti, che Venezia veniva facendo in Romagna. Alla fine la lega di Cambray (v. pag. 94) portò effettivamente le cose ad un punto, che Venezia ne uscì con gloria, ma non senza danno, mentre tutta Italia avrebbe dovuto invece concorrere a sostenerla.

Ma sentimenti non certo più miti nutrivano anche tutti gli altri fra loro, ond'è che noi li veggiamo pronti, come la mala coscienza suggerisce a ciascuno, ad ogni eccesso l'un contro l'altro. Lodovico il Moro, gli Aragonesi di Napoli, Sisto IV (per tacere dei minori) tengono l'Italia in uno stato di perenne agitazione, che le riesce pericolosissimo. E si fosse almeno limitato alla sola Italia questo perfido giuoco! Ma la natura delle cose portò con sè, che si cominciò a guardarsi attorno per qualche ajuto ed intervento, volgendo gli occhi specialmente ai Francesi ed ai Turchi.

Le simpatie per la Francia si manifestano primieramente da parte delle popolazioni. Con una ingenuità che fa rabbrividire, Firenze confessa le sue vecchie predilezioni guelfe per la dinastia francese.[173] E quando Carlo VIII effettivamente passò le Alpi, tutta Italia gli corse incontro con tal giubilo, che restarono maravigliati egli stesso e le sue genti.[174] Nella fantasia degli italiani (si rammenti per tutti il Savonarola) era pur sempre viva l'immagine ideale di un grande e giusto redentore del loro paese venuto dal di fuori, con questo soltanto che non doveva essere più l'imperatore invocato da Dante, ma uno dei Capetingi di Francia. Vero è che l'illusione doveva tosto svanire colla di lui ritirata; ma pure quanto ci volle prima che si riconoscesse generalmente che tanto Carlo VIII, quanto Luigi XII e Francesco I non intesero la vera loro missione in Italia, e si lasciarono invece guidare da moventi al tutto meschini e contrari ai loro stessi interessi! — I principi dal canto loro cercarono di servirsi anch'essi della Francia, ma in modo affatto diverso. Allorchè furono finite le guerre anglo-francesi e Luigi XI stendeva d'ogni parte le sue reti, mentre Carlo di Borgogna si cullava in progetti da romanzo, i gabinetti italiani si fecero ad essi premurosamente incontro e l'intervento francese doveva necessariamente prima o dopo avverarsi, anche senza le pretensioni straniere su Napoli e su Milano, con altrettanta certezza, quanto era quella che, per esempio, a Genova ed in Piemonte esso aveva omai avuto luogo da tempo non breve. I veneziani l'aspettavano ancora fin dall'anno 1462.[175] Quali angosce mortali abbia provato il duca Galeazzo Maria di Milano durante la guerra di Borgogna, nella quale egli, alleato apparentemente tanto di Luigi XI che di Carlo, doveva ad ogni momento aspettarsi una sorpresa da parte di entrambi, lo si tocca con mano dalle sue stesse corrispondenze.[176] Il sistema di un equilibrio dei quattro Stati principali d'Italia, quale lo intendeva Lorenzo il Magnifico, non fu in ultimo che il postulato di una mente chiara, lucida, perseverante nel suo ottimismo, pel quale, sollevandosi al di sopra della scellerata politica degli esperimenti, nonchè dei pregiudizi guelfi de' fiorentini, egli si ostinava sempre a sperare il meglio. E quando Luigi XI gli offerse un aiuto d'uomini nella guerra contro Ferrante di Napoli e Sisto IV, si sa ch'egli disse: «io non posso ancora anteporre il mio particolare vantaggio al pericolo di tutta Italia; volesse Iddio, che ai re di Francia non venisse mai in mente di sperimentare le loro forze in questo paese! Quando ciò accada, l'Italia sarà perduta».[177] Ma per altri principi invece il re di Francia è alternativamente un mezzo o una causa di terrore, ed essi minacciano di chiamarlo ogni volta che in qualsiasi imbarazzo non sanno trovare da sè un espediente. I Papi poi credevano addirittura di poter fare a fidanza con questa stessa Francia più di qualsiasi altro, ed Innocenzo VIII s'immaginava già di poter nel suo dispetto ritirarsi al di là delle Alpi, per tornar poscia in Italia in qualità di conquistatore alla testa di un'armata francese.[178]

Tutti gli uomini serii adunque previdero la conquista straniera ancor lungo tempo prima della discesa di Carlo VIII.[179] E quando questi, ritirandosi, ripassò le Alpi, apparve chiaro agli occhi di tutti, che da quel momento in avanti l'êra degl'interventi era omai cominciata. D'allora in poi una sventura tien dietro all'altra e troppo tardi si comprende, che la Francia e la Spagna, i due principali invasori, sono divenute frattanto due grandi potenze moderne, che non possono omai più star contente a semplici omaggi di forma, ma hanno bisogno di lottar sino all'ultimo per assicurarsi un'influenza e un possesso in Italia. Esse hanno cominciato a somigliare agli Stati italiani centralizzati, anzi ad imitarli, ma in proporzioni ben più colossali. I progetti di rapine o di scambi di paesi si moltiplicano per un certo tempo all'infinito. Ma, come è noto, la prevalenza finale toccò alla Spagna, la quale, come spada e scudo della Controriforma, tenne anche il Papato in una lunga soggezione. Le tristi meditazioni dei filosofi d'allora in poi non ebbero altro tema, che la mala fine di tutti coloro, che aveano chiamati i barbari.

Ma nel secolo XV si entrò anche in lega aperta coi Turchi, nè ciò parve destare alcun ribrezzo, stimandosi questo un espediente politico, come qualunque altro. L'idea di una solidarietà degli stati cristiani d'occidente avea già sofferto qualche scossa ancora durante il periodo delle crociate, e Federico II parve poi averla abbandonata del tutto. Ma il nuovo avanzarsi dei Turchi da un lato, e la profonda miseria e lo scadimento dell'Impero greco dall'altro, avevano in seguito risvegliato quei vecchi sentimenti (se non anche l'antico entusiasmo religioso) in tutta l'Europa occidentale. L'Italia sola costituì anche in questo riguardo una singolare eccezione. Infatti, per quanto grande vi fosse lo spavento dei Turchi e per quanto serio il pericolo, non vi fu tuttavia quasi nessuno Stato di qualche importanza, che, almeno una qualche volta, non abbia slealmente cospirato con Maometto II e co' suoi successori a danno di altri Stati italiani. E dove ciò non seguì effettivamente, lo si sospettò almeno sempre reciprocamente, nè in ciò v'era maggiore malignità di quando, per esempio, i Veneziani incolparono l'erede del trono di Napoli, Alfonso, di aver mandato appositi incaricati ad avvelenare le cisterne di Venezia[180]. Da un ribaldo, quale era Sigismondo Malatesta, non poteva aspettarsi nè si aspettava di meglio, se non che una volta o l'altra chiamasse in Italia i Turchi[181]. Ma anche gli Aragonesi di Napoli, ai quali Maometto — e, si pretende, ad istigazione di altri governi italiani[182] — tolse un giorno Otranto, aizzarono in seguito il sultano Bajazet II contro Venezia[183]. Della stessa colpa fu accusato anche Lodovico il Moro: «il sangue dei caduti e il grido de' vecchi prigionieri venuti in mano ai Turchi invocano da Dio su lui la vendetta», scrive l'annalista del suo Stato. In Venezia, dove si sapeva tutto, si sapeva anche che Giovanni Sforza, principe di Pesaro e cugino del Moro, aveva albergato in sua casa gli ambasciatori turchi, che passavano per di là diretti a Milano[184]. Dei Papi del secolo XV i due più rispettabili, Nicolò V e Pio II, sono morti in profondo rammarico pei progressi dei Turchi, anzi l'ultimo in mezzo agli apprestamenti di una crociata, che egli stesso voleva guidare: i loro successori invece truffano il così detto obolo turco raccolto in tutta la cristianità e profanano l'indulgenza accordata, facendone una sordida speculazione pecunaria per sè.[185] Innocenzo VIII si presta a far da carceriere al fuggiasco principe Zizim verso un tributo annuo pagatogli dal di lui fratello Bajazet II, e Alessandro VI aiuta a Costantinopoli le pratiche fatte da Lodovico il Moro per provocare un attacco dei Turchi contro Venezia (1498), su di che questa lo minaccia della convocazione di un Concilio.[186] Da ciò può ben vedersi che la famosa alleanza di Francesco I con Solimano II non aveva in sè nulla di nuovo, nè di inaudito. Del resto non mancavano neanche talune popolazioni, alle quali la signoria dei Turchi non pareva omai più una cosa così spaventevole. E quand'anche esse non l'avessero fatta servire che come una minaccia contro governi eccessivamente tirannici all'interno, sarebbe pur sempre questo un indizio, che si era già cominciato a famigliarizzarsi con questa idea. Già ancora nel 1480 Battista Mantovano lascia chiaramente intendere, che la maggior parte degli abitanti della costa adriatica prevedevano qualche cosa di simile, ed Ancona anzi se ne mostrava desiderosa.[187] Allorquando la Romagna sotto Leone X sentì più che mai il peso dell'oppressione, un inviato di Ravenna non esitò a dire apertamente al legato pontificio, il cardinale Giulio de' Medici: «Monsignore, la serenissima Repubblica di Venezia non ci vuole, per non entrare in contese colla Chiesa; ma se il Turco verrà a Ragusa, noi ci daremo a lui»[188].

Di fronte all'assoggettamento omai cominciato d'Italia per opera degli Spagnuoli è un conforto ben meschino, ma non del tutto irragionevole, il pensare, che almeno per questo assoggettamento l'Italia andò salva dalla barbarie, alla quale l'avrebbe ricondotta la signoria turca.[189] Da sè sola, divisa com'era, difficilmente avrebbe potuto sottrarsi a un tale destino.

Se, dopo tutto questo, qualche cosa di buono può dirsi della politica italiana d'allora, ciò non può riferirsi che al modo positivo, spregiudicato e pratico di trattar le questioni, che non erano intorbidate nè da paura, nè da passione, nè da male intenzioni. Qui non esiste più il sistema feudale nel senso inteso dai settentrionali, co' suoi diritti dedotti paradossalmente; ma la potenza di fatto che ognuno possiede, la possiede, di regola, per intero. Qui al seguito del principe non si ha quella nobiltà riottosa, che altrove tien desto nell'animo del monarca un astratto punto d'onore e tutte le strane conseguenze che ne derivano, ma principi e consiglieri convengono in questo, che non si deve agire che conformemente allo stato delle cose e secondo gli scopi, che si vogliono conseguire. Contro gli uomini, dei quali si accettano i servigi, contro gli alleati, da qualsiasi parte essi vengano, non esiste nessun pregiudizio di casta, che possa per avventura tenerne lontano qualcuno, e una prova anche soverchia se ne ha nella posizione fatta ai Condottieri, dei quali riesce perfettamente indifferente l'origine. Per ultimo i governi, in mano di despoti illuminati, conoscono il proprio paese e quello dei lor vicini incomparabilmente più addentro, che i loro contemporanei d'oltr'alpe non conoscessero i loro, e calcolano la capacità di giovare o di nuocere di amici e nemici sin nei menomi particolari, tanto nel rispetto morale che economico: in una parola, appajono, ad onta dei più grossolani errori, nati fatti per la politica.

Con uomini di questa tempra si poteva trattare, si poteva tentare la persuasione e sperare anche di convincerli, quando si mettessero loro dinanzi buone ragioni di fatto. Quando Alfonso il Magnanimo di Napoli cadde prigioniero (1434) nelle mani di Filippo Maria Visconti, egli seppe persuadere quest'ultimo che il dominio della casa d'Angiò sopra Napoli, sostituito al suo, avrebbe reso i Francesi padroni di tutta Italia, e il duca mutò proposito, rilasciò Alfonso senza riscatto, e si strinse in alleanza con esso.[190] Difficilmente un principe settentrionale avrebbe operato così, e certamente poi nessuno, che in fatto di moralità avesse avuto gli strani principj del Visconti. Una ferma fiducia nella potenza delle ragioni di fatto appare anche nella celebre visita, che Lorenzo il Magnifico fece, tra lo spavento generale dei Fiorentini, allo sleale Ferrante di Napoli, il quale certamente risentì la tentazione non troppo benevola di ritenerlo prigioniero.[191]

Ma l'imprigionare un gran principe e il lasciarlo poi vivo e libero, dopo strappatagli qualche concessione e inflittegli profonde umiliazioni, come fece Carlo il Temerario con Luigi XI a Péronne (1468), agli Italiani d'allora sarebbe sembrata una vera follia;[192] per ciò Lorenzo o non si aspettava più, o si aspettava colmo di gloria. — Del medesimo tempo è altresì un'arte di persuasione politica tutta propria degli ambasciatori veneziani, della quale oltre le Alpi non s'ebbe un'idea se non per mezzo degl'Italiani, e che non deve essere giudicata dai discorsi recitati nei ricevimenti ufficiali, perchè questi ultimi sono un prodotto rettorico delle scuole umanistiche, e nulla più. E non mancano nemmeno tratti violenti e ingenuità singolari,[193] a dispetto del ceremoniale, che rigorosamente è osservato. Ma anche in questo niuno appare tanto originale, quanto il Machiavelli nelle sue «Legazioni». Fornito di scarse istruzioni, malamente equipaggiato, trattato sempre come un incaricato di secondo ordine, egli tuttavia non perde mai il suo spirito elevato di osservazione e di profonda indagine. — Da indi in poi l'Italia è e rimane di preferenza il paese delle «Istruzioni» e delle «Relazioni» politiche. Anche altri Stati certamente negoziano con somma abilità, ma l'Italia soltanto ce ne ha conservato in sì gran numero le prove documentate, che risalgono ad un tempo così lontano. Già il lungo dispaccio intorno agli ultimi momenti della vita del torbido Ferrante di Napoli (17 gennaio 1494), scritto di mano del Pontano e indirizzato al gabinetto di Alessandro VI, porge la più alta idea di questo genere di scritti politici, eppure non è stato citato che incidentalmente e come uno dei moltissimi da lui lasciati.[194] Ma quanti di non minore importanza e vivacità, inviati ad altri gabinetti sul finire del secolo XV e sul cominciare del XVI, non giaceranno inediti, per tacere anche dei posteriori! — Però dello studio dell'uomo nel rapporto sociale e privato, che va di pari passo con lo studio delle condizioni generali di questi italiani, ci occuperemo più innanzi in apposita trattazione.

CAPITOLO X. La guerra come opera d'arte.

Le armi da fuoco. — Conoscitori e dilettanti. — Orrori guerreschi.

Giunti a questo punto, diremo ora in poche parole come a questo tempo anche la guerra abbia assunto il carattere e l'aspetto di una vera opera d'arte. Durante il medio-evo l'educazione guerresca in tutto l'occidente era perfetta dentro la cerchia del sistema prevalente di difesa e d'attacco; inoltre vi furono anche in ogni tempo ingegnosi inventori nell'arte delle fortificazioni e degli assedi; ma tanto la strategia, quanto la tattica trovarono non pochi ostacoli al pieno loro svolgimento nella natura stessa e nella durata del servizio militare, nonchè nelle ambizioni della nobiltà, la quale di fronte al nemico era capace di ostinarsi a questionare sulla preminenza del posto e di mandar a male in tal modo colla sua indisciplina le più importanti fazioni, come accadde in quelle di Crécy e di Maupertuis. Presso gl'Italiani invece prevalse assai per tempo il sistema delle truppe mercenarie affatto diversamente organizzate, ed anche la sollecita introduzione delle armi da fuoco contribuì dal canto suo non poco a demoralizzare in certo modo la guerra, non solamente perchè i castelli meglio agguerriti tremavano all'urto delle bombarde, ma perchè l'abilità dell'ingegnere, del fonditore e dell'artigliere, sorti dalla borghesia, acquistava ogni dì più la prevalenza. Si vedeva infatti, e non senza rincrescimento, che il valore personale — che era tutto nelle piccole compagnie mercenarie egregiamente organizzate — veniva a scemare non poco di pregio dinanzi a quei potenti mezzi di distruzione che agivano sì da lontano, e non mancarono Condottieri, che, non potendo altro, si rifiutarono almeno di ammettere il fucile da poco inventato in Germania,[195] come fece Paolo Vitelli, il quale per di più faceva cavar gli occhi e tagliare le mani agli schioppettieri che gli capitavano tra mano[196], mentre poi accettava e adoperava i cannoni come armi legittime. Ma nella generalità si lasciarono prevalere le nuove invenzioni e si cercò di trarne il maggior profitto possibile, per modo che gl'Italiani tanto pei mezzi d'attacco, quanto per la costruzione delle fortezze divennero i maestri di tutta Europa. Principi quali un Federigo da Urbino e un Alfonso di Napoli, si procurarono tali cognizioni in questa materia da far parere quasi un principiante in loro confronto lo stesso imperatore Massimiliano I. In Italia, prima che altrove, si hanno una scienza ed un'arte della guerra trattate in modo affatto sistematico e razionale, e qui pure s'incontrano i primi esempi di guerre condotte con un intento puramente artistico, quale poteva conciliarsi benissimo coi frequenti mutamenti di parte o col modo di agire affatto spassionato e neutrale dei Condottieri. Durante la guerra milanese-veneziana del 1451 e 52, combattuta tra Francesco Sforza e Jacopo Piccinino, seguiva il quartier generale di quest'ultimo il letterato Porcellio, incaricato dal re Alfonso di Napoli di stendere su di essa una Relazione.[197] Questa è scritta in un latino non troppo puro, ma facile, colle ampollosità umanistiche allora in uso, e nel complesso tende ad imitare i commentari di Giulio Cesare, con fioriture di concioni, prodigi e simili: e siccome da cento anni si disputava, se Scipione l'Africano il vecchio fosse stato più grande di Annibale o Annibale di Scipione,[198] così il Piccinino dovette rassegnarsi a fare in tutta l'opera le parti di Scipione, come lo Sforza faceva quelle di Annibale. Ma anche sulle truppe milanesi dovendo pur riferire qualche cosa di positivo, il sofista non esitò di presentarsi allo Sforza, il quale lo fe' condurre per tutte le file: egli lodò altamente ogni cosa e promise di eternare ne' suoi scritti quanto aveva veduto.[199] Del resto, la letteratura italiana d'allora è ricca di descrizioni guerresche e di aneddoti tanto per uso del dotto teorico, quanto delle persone colte in generale, e ciò forma un forte distacco dalle relazioni contemporanee redatte al nord, dove per esempio, quella di Diebold Schilling sulla guerra di Borgogna conserva ancora la nuda ed arida esattezza di una informe cronaca. Fu allora che il gran dilettante di cose guerresche,[200] il Machiavelli, scrisse la sua «Arte della guerra». Ma lo sviluppo subbiettivo del guerriero preso individualmente trovò la sua più compiuta espressione in quelle lotte solenni di due o più parti, che già molto tempo prima della sfida di Barletta (1503) erano in uso.[201] In queste il vincitore era sicuro di un genere di apoteosi, che gli mancava al nord: quella che gli veniva dalla bocca dei poeti e degli umanisti. Nell'esito di queste lotte non si vede più il giudizio di Dio, ma una vittoria del valor personale, e — per gli spettatori — la decisione di una gara assai tesa, insieme ad una soddisfazione data alle velleità ambiziose di un esercito o della intera nazione.

S'intende da sè che tutti questi modi di trattar le cose di guerra da un punto di vista razionale e subbiettivo non mancavano, in date circostanze, di far luogo anche ad orribili crudeltà, senza che ci entrasse nemmeno l'odio politico, ma solo in vista di permettere un saccheggio, che per avventura fosse stato promesso. Dopo la spogliazione di Piacenza, che non durò meno di quaranta giorni e che lo Sforza avea dovuto concedere ai suoi soldati (1447), la città per buon tratto rimase vuota del tutto, e per ripopolarla nuovamente si dovette usar la violenza.[202] Ma tali fatti sono ancor poco in paragone dei mali, che l'Italia ebbe a soffrire più tardi dalle truppe straniere, e specialmente poi da quegli Spagnuoli, nei quali forse una vena di sangue arabo e fors'anche l'abitudine alle atrocità della Inquisizione svegliarono il lato più perverso della natura umana. Chi impara a conoscerli nelle nefandità commesse a Prato, a Roma ed altrove, non sa poi qual concetto formarsi di Ferdinando il Cattolico e di Carlo V, che, pur conoscendo l'indole di tali mostri, non si peritarono tuttavia di lasciarli inferocire a loro talento. Il cumulo degli atti consumatisi nei loro gabinetti, e che mano mano vengono prodotti alla luce del giorno, potrà restare come una fonte storica della più alta importanza; — ma nessuno negli scritti di tali principi cercherà più un pensiero politico vivificatore.

CAPITOLO XI. Il Papato e i suoi pericoli.

Posizione di fronte all'estero e all'Italia. — Torbidi a Roma da Nicolò V in poi. — Sisto IV signore di Roma. — Progetti del cardinale Pietro Riario. — Il nepotismo politico in Romagna. — Cardinali di case principesche. — Innocenzo VIII e suo figlio. — Alessandro VI come spagnuolo. — Relazioni coll'estero e simonia. — Cesare Borgia e suoi rapporti col padre. — Suoi ultimi progetti. — Minacciata secolarizzazione dello Stato pontificio. — I mezzi violenti. — Gli assassinii. — Gli ultimi anni. — Giulio II restauratore del Papato. — Elezione di Leone X. — Suoi progetti pericolosi in politica. — Pericoli esterni crescenti. — Adriano VI. — Clemente VII e il sacco di Roma. — Conseguenze di esso e reazione. — Riconciliazione di Carlo V col Papa. — Il Papato della Contro-riforma.

Del Papato e dello Stato pontificio, come creazioni affatto eccezionali, noi non ci siamo occupati fin qui se non incidentalmente affatto e solo per istabilire il carattere degli Stati italiani in generale.[203] Allo Stato pontificio mancava quasi affatto ciò che invece caratterizza in modo speciale gli altri Stati, vale a dire il ben calcolato aumento e la concentrazione dei mezzi della potenza, appunto perchè il potere spirituale aiutava dal canto suo a coprire e a sostituire il difettoso svolgimento del temporale. Eppure per quali solenni prove non è esso passato nel secolo XIV e nei primi anni del XV! Quando il Papato fu trasportato nella cattività di Avignone, tutto andò in sulle prime a soqquadro, ma la corte avignonese aveva danari, truppe ed un grand'uomo di Stato, che al tempo stesso era un gran capitano, lo spagnuolo Albornoz, che sottomise e tornò all'obbedienza i ribelli. E di gran lunga ancora più grave fu il pericolo di un definitivo sfacelo, allorchè sopraggiunse lo scisma, e coll'andar del tempo nè il papa romano, nè quello di Avignone aveano forze e ricchezze bastanti per sottomettere nuovamente lo Stato perduto; ma, dopo restaurata l'unità della Chiesa, la cosa riuscì nuovamente sotto Martino V, e riuscì una seconda volta ancora, dopochè sotto Eugenio IV il pericolo s'era ancor rinnovato. Senonchè lo Stato della Chiesa era, e rimase per allora, una completa anomalia fra tutti gli altri Stati d'Italia: in Roma e nel suo territorio resistettero al potere dei Pontefici le grandi famiglie dei Colonna, dei Savelli, degli Orsini, degli Anguillara ed altre: nell'Umbria, nelle Marche, nelle Romagne, se non v'era più quasi nessuna di quelle repubbliche, alle quali il Papato s'era mostrato sì poco riconoscente pel loro attaccamento, vi era invece una moltitudine di grandi e piccole case principesche, l'ubbidienza e la fedeltà delle quali non volevano dire gran cosa. Come dinastie a sè e sussistenti per forza propria, hanno tuttavia anche esse la loro speciale importanza, e da questo punto di vista noi trovammo più sopra (v. pag. 37, 59) conveniente di toccare almeno di quelle che primeggiavano sulle altre. Ciò non ostante, non vogliamo dispensarci qui da alcune brevi considerazioni sullo Stato della Chiesa preso nel suo insieme. Esso sin dalla metà del secolo XV trovasi esposto a nuove crisi e a nuovi pericoli, perchè lo spirito della politica italiana cerca da diverse parti d'invadere anche la Curia e di tirarla nelle sue vie. Ma i pericoli che vengono dal di fuori o dal popolo, sono sempre i minori; i maggiori hanno la loro origine nelle tendenze stesse dei Papi.

Innanzi tutto lasciamo da parte i paesi esteri di là dalle Alpi. Se in Italia il Papato trovavasi sotto la minaccia di pericoli gravissimi, non era certamente quello il momento, in cui avessero potuto o voluto prestargli un aiuto nè la Francia sotto la tirannia di Luigi XI, nè l'Inghilterra ai primordi della guerra delle due Rose, nè la Spagna in preda ai più grandi rivolgimenti, nè la Germania stessa tradita nel concilio di Basilea. Anche in Italia v'era bensì un certo numero di uomini colti ed idioti, che riguardavano come un vanto nazionale la presenza del Papa nel paese, ma i più per soli interessi privati, e moltissimi per una gran fede nel valore delle benedizioni papali,[204] tra i quali quello stesso Vitellozzo Vitelli, che invocava l'assoluzione di Alessandro VI nel momento stesso, in cui il figlio del Papa lo faceva strozzare.[205] Ciò non ostante, tutte queste simpatie non sarebbero bastate a salvare il Papato di fronte ad avversari veramente risoluti, e che avessero saputo trar profitto dall'odio e dal rancore che esistevano contro di lui.

Ora egli fu appunto in un momento di così generale abbandono, che anche all'interno si manifestarono i più serii pericoli. Già pel fatto stesso del trovarsi la Chiesa imbevuta delle stesse massime che informavano la politica degli altri principati italiani, essa doveva sentirne le scosse più fiere: il suo proprio carattere v'arrecò poi urti affatto particolari.

Per quanto riguarda, prima d'ogni altra cosa, la città di Roma, era già da tempo invalsa la consuetudine di non dare importanza alcuna alle sue agitazioni interne, poichè tanti Papi cacciati da tumulti popolari erano sempre tornati, e i Romani stessi dovevano nel proprio interesse desiderare la presenza della Curia a Roma. Ma non è men vero per questo, che Roma di tempo in tempo non solo si mostrò proclive ad idee più o men radicali,[206] ma nelle cospirazioni che minacciavano la sicurezza dei Pontefici, ubbidì a mani invisibili, che la guidavano dal di fuori. Così accadde, per esempio, nella congiura di Stefano Porcari contro quel Papa, che per l'appunto aveva procurato a Roma i maggiori vantaggi, Nicolò V (1453). Il Porcari mirava ad un rovesciamento della signoria dei Papi in generale, e in ciò avea grandi complici, i quali bensì non vengono nominati,[207] ma devono cercarsi fra i governi italiani d'allora. Sotto lo stesso pontificato Lorenzo Valla chiudeva la sua famosa invettiva contro la donazione di Costantino, augurando l'immediata secolarizzazione dello Stato pontificio.[208]

Anche la congrega di cospiratori, colla quale ebbe a lottare Pio II (1495), non nascondeva che il suo scopo era in generale la caduta del dominio dei preti, e il capo di essa, Tiburzio, ne riversava la colpa sui profeti, che gli avevano promesso l'adempimento di quel suo desiderio in quello stesso anno.[209] Parecchi grandi romani, il principe di Taranto e il condottiero Jacopo Piccinino n'erano complici e promotori. E se si ripensa al ricco bottino, che ad ogni momento poteva riguardarsi come pronto nei palazzi dei maggiori prelati (i congiurati aveano messo gli occhi specialmente sui tesori del cardinale di Aquileja), sorprenderà piuttosto che in una città quasi sempre così priva di sorveglianza tali tentativi non fossero invece più frequenti e più fortunati. Non per nulla Pio II risiedeva più volentieri dovunque, anzichè a Roma, ed anche Paolo II ebbe a provare nel 1468 un forte spavento per una congiura, supposta o reale, di questa specie[210]. I Pontefici dovevano o quando che sia soggiacere a tali assalti, o domare colla forza le fazioni dei grandi, sotto la protezione dei quali simili rapaci tentativi venivano ogni dì più aumentando.

E questo fu appunto il compito che si propose il terribile Sisto IV. Egli fu il primo ad aver Roma e il suo territorio quasi compiutamente nelle sue mani, massimamente dopo la persecuzione inflitta ai Colonnesi, e per questo potè anche, sì negli affari della Chiesa, come in quelli della politica italiana, procedere con tanta franchezza di fronte alle lagnanze e perfino alle minaccie di convocare un Concilio, che venivano dall'occidente. I mezzi necessarii li forniva una simonia, che tutto ad un tratto cominciò ad eccedere ogni misura, e alla quale soggiacevano tanto le nomine dei cardinali, quanto quelle dei dignitari inferiori, nonchè le grazie o concessioni di qualsiasi specie[211]. Sisto stesso non avea potuto ottenere la dignità papale senza ricorrere ad un tal mezzo.

Era naturale che una corruzione così universalmente estesa dovesse quando che sia tirare addosso alla sedia papale disastrosissime conseguenze; ma queste in allora sembravano ancora molto lontane. Diversamente invece andò la cosa rispetto al nepotismo, che minacciò perfino un momento di rovesciare dai cardini il Pontificato. Fra tutti i nipoti, il cardinale Pietro Riario fu quegli, che in sulle prime godeva il maggiore e quasi l'esclusivo favore di Sisto, nel tempo stesso che del suo nome riempiva tutta l'Italia, sia pel suo lusso smodato, sia per le voci che correvano sulla sua empietà e sulle sue mire politiche.[212] Egli s'accordò col duca Galeazzo Maria di Milano (1473), allo scopo che questi dovesse diventar re della Lombardia ed aiutar poi lui con danaro e con uomini a salire sul trono papale al suo ritorno in Roma: Sisto, a quanto sembra, glielo avrebbe ceduto spontaneamente.[213] Questo progetto, che sarebbe riuscito ad una secolarizzazione dello Stato pontificio mediante l'ereditarietà del trono, fallì poi per la morte subitanea di Pietro. Il secondo nipote, Girolamo Riario, non abbracciò lo stato ecclesiastico e non toccò quindi il Pontificato; ma dopo di lui i nipoti dei Papi tennero in continui scompigli l'Italia con gli sforzi che fecero per procacciarsi un gran principato. Per lo innanzi alcuni Papi aveano tentato di far valere la loro supremazia feudale su Napoli a favore dei loro congiunti;[214] ma, dopochè ciò non era riuscito neanche a Calisto III, non era il caso di più pensarvi, e Girolamo Riario, deluso anche nel tentativo di assoggettar Firenze (e chi sa in quanti altri progetti), dovette accontentarsi di fondare una Signoria nello Stato stesso della Chiesa. Fino ad un certo punto la cosa poteva giustificarsi col dire che la Romagna, co' suoi principi e tiranni sparsi per le città, minacciava già di svincolarsi compiutamente dalla supremazia papale, che essa in breve avrebbe potuto divenir preda degli Sforza o dei Veneziani, se Roma non si appigliava a questo spediente. Ma chi, in tempi simili e in tali condizioni, si sarebbe fatto mallevadore di un'obbedienza durevole da parte di tali nipoti divenuti sovrani o dei loro discendenti verso Papi, coi quali non avessero più alcun vincolo di parentela? Perfino i Papi ancora viventi non erano sicuri dei propri figli o nipoti, perchè troppo prossima era la tentazione di cacciare il nipote di un predecessore per sostituirvi il proprio. Il contraccolpo di questo stato di cose sul Papato stesso costituiva un pericolo gravissimo: esso si trovava, cioè, costretto ad usar tutti i mezzi coercitivi, anche gli spirituali, per uno scopo dei più equivoci, al quale dovevano subordinarsi tutti gli altri della sedia papale; e se l'intento era raggiunto con tali mezzi e fra l'odio di tutti, si creava una dinastia, che avrebbe avuto il più grande interesse alla caduta del Papato.

Quando Sisto morì, Girolamo non potè sostenersi nel principato usurpato (Imola e Forlì) se non a gran fatica e soltanto colla protezione e l'aiuto della famiglia Sforza, dalla quale usciva sua moglie. Ora nel Conclave successivo (1484), — nel quale fu eletto Innocenzo VIII, — si vide un fatto, che somigliava quasi ad una nuova garanzia esterna del Papato, vale a dire due cardinali di case regnanti, che per denaro e dignità si lasciarono vergognosamente corrompere: Giovanni d'Aragona, figlio del re Ferrante, ed Ascanio Sforza, fratello del Moro.[215] Così almeno le due case di Napoli e di Milano s'interessavano, per amor del bottino, al mantenimento della signoria papale. Anche nel Conclave seguente, nel quale tutti i cardinali simoneggiarono, ad eccezione di soli cinque, Ascanio si lasciò nuovamente corrompere con forti donativi, non senza riserbarsi però la speranza di divenir Papa egli stesso un'altra volta.[216]

Lorenzo il Magnifico dal canto suo desiderava altresì che la casa Medici non andasse colle mani vuote. Egli diè in moglie sua figlia Maddalena al figlio del nuovo Papa, Franceschetto Cybo, e s'attendeva non solo ogni specie di favori per suo figlio Giovanni (il futuro Leone X), ma anche un sollecito innalzamento del genero.[217] Però, quanto a quest'ultima speranza, egli pretendeva l'impossibile. Sotto Innocenzo VIII non era il caso di veder sorgere quell'audace nepotismo, che fondava Stati, appunto. per questo che Franceschetto era uomo di scarso ingegno e, al pari del Papa suo padre, non era sollecito d'altro che di godere la potenza nel modo il più grossolano, specialmente accumulando enormi somme di danaro[218]. Tuttavia la maniera, colla quale il padre e il figlio condussero quell'affare, alla lunga non avrebbe mancato di riuscire ad una pericolosissima catastrofe, lo scioglimento dello Stato.

Se Sisto s'era arricchito colla vendita di ogni sorta di grazie e di dignità, Innocenzo e suo figlio eressero addirittura una banca di grazie temporali, nella quale, dietro il pagamento di tasse alquanto elevate, poteva ottenersi l'impunità per qualsiasi assassinio e delitto: di ogni ammenda cento cinquanta ducati ricadevano alla Camera papale, il di più a Franceschetto. E così Roma, come era naturale, negli ultimi anni specialmente di questo pontificato, formicolava d'ogni parte di assassini protetti e non protetti: le fazioni, la cui repressione era stata la prima opera di Sisto, rialzarono il capo in modo spaventoso: ma il Papa, chiuso e ben custodito nel Vaticano, non si preoccupava d'altro, che di porre qua e là qualche agguato, per farvi cader dentro malfattori, che avessero mezzi di ben pagare. Per Franceschetto la questione principale era di sapere come avesse potuto piantar tutti con quanti più tesori poteva, nel caso che il Papa venisse a morire. Egli si tradì una volta nell'occasione che di questa morte, omai aspettata, corse una falsa notizia (1490); addirittura egli voleva portare con sè tutto il danaro esistente nelle casse, e quando quelli stessi che lo circondavano, glielo impedirono, volle almeno che lo seguisse il principe turco Zizim, che egli riguardava come un capitale vivente da potersi cedere per avventura a patti vantaggiosissimi a Ferrante di Napoli.[219] Egli è sempre malagevole il voler calcolare tutte le eventualità politiche di un'epoca omai remota: ma qui sorge da sè la domanda: come Roma sarebbe stata in grado di sostenersi con due o tre pontificati di questo genere? Di fronte poi all'Europa niuna maggiore imprudenza che lasciar andare le cose tant'oltre, che non soltanto i viaggiatori e i pellegrini, ma un'ambasceria intera spedita da Massimiliano, re dei Romani, fu in prossimità di Roma assalita e spogliata così completamente, che taluni degl'inviati tornarono addietro senza nemmeno aver toccato le porte della città!

Notes in this chapter

Note 1 · Burigozzo, nell'Arch. Stor. III. p. 432.Note 2 · Discorsi, I, 17.Note 3 · De incert. et vanitate scientiar. cap. 53.Note 4 · Prato, nell'Arch. Stor. III. p. 211.Note 5 · De casibus virorum illustrium. L. II. cap. 15.Note 6 · Discorsi, III, 6. — Cfr. Storie fiorent. L. VIII. — La descrizione delle congiure è un'occupazione prediletta degl'Italiani sin da tempo antNote 7 · Corio, fol. 333. Ciò che segue, ibid. fol. 305, 422 e segg. 440.Note 8 · Così la citazione del Gallo, presso Sismondi XI, 93. — Il motivo sopra addotto per l'uccisione nelle chiese viene menzionato ancora all'epocNote 9 · Corio, fol. 422. — Allegretto, Diari sanesi, presso Muratori XXIII, col. 777. — Vedi sopra pag. 54.Note 10 · Si vegga nella relazione autentica dell'Olgiati, presso Corio, un periodo come il seguente: «quisque nostrum magis socios potissime et infinNote 11 · Vasari, III, 251. Nota alla vita del Donatello.Note 12 · Inferno, XXXIV, 64.Note 13 · Scritti dal testimonio auricolare Luca della Robbia, Arch. Stor. I, p. 273. Cfr. Paul. Iov., Vita Leonis X, L. III, nei Viri illustres.Note 14 · Presso Roscoe, Vita di Lorenzo de' Medici, vol. IV, Appendice 12. — Cfr. anche la Relazione, Lettere di Principi (edizione Venez. 1577) III.Note 15 · Intorno all'ultimo punto veggasi Jac. Nardi, Vita di Ant. Giacomini, pag. 18.Note 16 · Genetliacon, ne' suoi Carmina. — Cfr. Sansovino, Venezia, fol. 203. — La più antica cronaca veneziana, presso Pertz, Monum. IX, p. 5, 6, ponNote 17 · De situ venetae urbis.Note 18 · Tutta questa parte della città fu modificata poi per le nuove costruzioni dei primi anni del secolo XVI.Note 19 · Benedetto: Charolus VIII. presso Eccard. Scriptores, II, col. 1597, 1601, 1621. — Nel Chron. venetum, presso Murat. XXIV, col. 26, sono enumNote 20 · Molti nobili usavano di portare i capelli corti, v. Erasmi Colloq. ed. Tigur, 1553, pag. 215, miles et carthusianus.Note 21 · Epistolae, lib. V, fol. 28.Note 22 · Malipieri, Annali veneti, nell'Arch. stor. VII, I, p. 377, 431, 481, 493, 530, II, p. 661, 668, 679. — Chron. venetum, presso Murat. XXIV, cNote 23 · Malipiero, nell'Arch. Stor. VII, II, p. 691. — Cfr. 694, 713 e I, 535.Note 24 · Marin Sanudo, Vite de' Duchi, Murat. XXII, col. 1194.Note 25 · Chron. venetum, Murat. XXIV, col. 105.Note 26 · Chron. venetum, Murat. XXIV, col. 123 e segg., e Malipiero l. c. VII, I, p. 175 e segg. narrano il caso significantissimo dell'ammiraglio AnNote 27 · Chron. venetum, l. c. col. 166.Note 28 · Malipiero, l. c. VII, I, p. 349; altri prospetti di questo genere in Marin Sanudo, Vite de' Duchi, Murat. XXII, col. 990 (dell'anno 1426), cNote 29 · Guicciardini (Ricordi, n. 150) forse nota pel primo che il desiderio della vendetta può in politica soffocare il sentimento del proprio inteNote 30 · Malipiero, l. c. VII, I, p. 328.Note 31 · Ancora assai limitatamente abbozzato e tuttavia importantissimo è un prospetto statistico di Milano, che trovasi nel Manipulus florum (pressNote 32 · Specialmente Marin Sanudo nelle Vite de Duchi di Venezia, Murat. XXII, passim.Note 33 · Presso Sanudo, l. c. col 958. Ciò che si riferisce al commercio è riportato da Scherer, Allgem. Geschs. des Welthandels, I, 326, in nota.Note 34 · Sotto questa indicazione comprendonsi tutte le case e non quelle soltanto, che appartengono al governo. Anche queste ultime però rendevano tNote 35 · Ciò presso il Sanudo, col. 963. Un computo di Stato del 1490 si ha alla col. 1245.Note 36 · Anzi l'avversione parrebbe essersi tramutata nel veneziano Paolo II in vero odio, talmente che egli chiamava eretici tutti gli umanisti. PlaNote 37 · Sanudo, l. c. col. 1167.Note 38 · Sansovino, Venezia, l. XIII.Note 39 · Cfr. Heinr. de Hervordia ad a 1293 (pag, 213, ediz. Potthast).Note 40 · Sanudo l. c. col. 1158, 1171, 1177. Allorquando venne dalla Bosnia il corpo di S. Luca, vi fu questione coi benedettini di Santa Giustina diNote 41 · Sansovino, Venezia, lib. XII.Note 42 · Villani, VIII, 36. — L'anno 1300 è anche la data fissa per la Divina Commedia.Note 43 · Ciò fu già constatato da Vespasiano fiorent. intorno al 1470, v. pag. 554.Note 44 · Purgatorio, VI, sulla fine.Note 45 · De Monarchia, L. I.Note 46 · Dantis Alligherii epistolae, cum notis C. Witte. Come egli volesse assolutamente in Italia l'imperatore ed il papa, veggasi la lettera a pagNote 47 · Al che la statistica di un anonimo dell'anno 1339, presso il Baluz. Miscell. IV, p. 117 e segg. offre un complemento desiderato. Anche qui lNote 48 · Giov. Villani, XI, 20. — Cfr. Matteo Villani, IX, 93.Note 49 · Queste e simili notizie presso Giov. Villani, XI, 87, XII, 54.Note 50 · Giov. Villani, XI, 91 e segg. — Discostandosi da esso il Machiavelli, Stor. fiorent., lib. II.Note 51 · Il parroco riponeva una fava nera per ogni bambino, una bianca per ogni bambina: in ciò consisteva tutto l'artificio statistico.Note 52 · In Firenze, città fabbricata solidamente, esistevano già regolari guardiani per gl'incendi. Ibid. XII, 35.Note 53 · Matteo Villani, III, 103.Note 54 · Matteo Villani, I, 2-7. Cfr. 58. — Per lo stesso tempo della peste sta in prima linea la celebre descrizione del Boccaccio sul principio delNote 55 · Giov. Villani, X, 164.Note 56 · Ex annalibus Ceretani, presso Fabroni, Magni Cosmi Vita, ad not. 34.Note 57 · Ricordi di Lorenzo, presso Fabroni, Laur. Med. magnifici Vita, adnot. 2 e 25. — P. Jovius, Elog. Cosmus.Note 58 · Di Benedetto Dei, presso Fabroni, ibid. adnot. 200. L'indicazione del tempo è tolta dal Varchi, III, p. 107. — Il progetto finanziario di unNote 59 · Per es. nell'Arch. Stor., IV.Note 60 · Libri, Hist. de sciences mathématiques, II, 162 e segg.Note 61 · Varchi, Storie fiorentine, III, p. 56 e segg. sulla fine del lib. IX. Alcuni numeri evidentemente erronei possono benissimo essere derivati Note 62 · Sui rapporti dei valori e della ricchezza in Italia in generale io non posso, in mancanza di altri sussidi, dar qui che alcuni dati sconnessNote 63 · Per ciò che riguarda Cosimo (1433-1465) e suo nipote Lorenzo il Magnifico (morto nel 1492), l'autore si astiene da ogni giudizio sulla loro Note 64 · Francesco Burlamacchi, il padre del capo dei protestanti lucchesi, Michele Burlamacchi. Cfr. Arch. Stor., Append. tom. II, p. 176. — Come MiNote 65 · Nella terza domenica dell'Avvento del 1494 il Savonarola predicò sul modo di attuare una costituzione come segue: le sedici compagnie della Note 66 · Quest'ultima denominazione per la prima volta nel 1527, dopo la cacciata de' Medici. Veggasi il Varchi, I, 121 ecc.Note 67 · Machiavelli, Storie fiorent., lib. III. «Un savio dator delle leggi» poteva salvar Firenze.Note 68 · Varchi, Storie fiorent., I, p. 210.Note 69 · Discorso sopra il riformar lo Stato di Firenze, nelle Opere minori, p. 207.Note 70 · La stessa opinione, senza dubbio tolta di qui, incontrasi in Montesquieu.Note 71 · Per un tempo un po' posteriore (1522?) si confronti il giudizio spaventevolmente sincero di Guicciardini sulla condizione e sull'inevitabileNote 72 · Aen. Sylvii Apologia ad Martinum Mayer, p. 701. — In modo simile Machiavelli, Discorsi, I, 55 e l. c.Note 73 · Quanto una mezza cultura e una forza d'istruzione affatto moderna ponno influire sulla politica, appare dai parteggiamenti del 1535. V. DellNote 74 · Pierio Valeriano, De infelicit. literator., parlando di Bartolommeo Della Rovere.Note 75 · Senarega, De reb. genuens., presso Murat. XXIV, col. 548. Sulla poca sicurezza v. specialmente alle col. 519, 525, 528, ecc. V. il discorso Note 76 · Baluz. Miscell., ediz. Mansi, t. IV, p. 81 e segg.Note 77 · Così, benchè tardi oggimai, il Varchi, Stor. fiorent. I, 57.Note 78 · Galeazzo Maria Sforza nel 1467 dice veramente all'inviato di Venezia il contrario, ma questa non è che una vanitosa millanteria. Cfr. MalipiNote 79 · In modo affatto speciale in una Istruzione dell'anno 1452 agli inviati spediti a Carlo VII, presso Fabroni, Cosmus adnot. 107.Note 80 · Comines, Charles VIII, chap. 10: si riguardavano i francesi come Santi. — Cfr. chap. 17. — Chron. venetum, presso Murat. XXIV, col. 5, 10, 1Note 81 · Pii II Commentarii, X, p. 492.Note 82 · Gingins, Dépêches des ambassadeurs milanais etc. I, p. 26, 153, 279, 283, 285, 327, 331, 345, 359, II, p. 29, 37, 101, 217, 306. Carlo si esNote 83 · Niccolò Valori, Vita di Lorenzo.Note 84 · Fabroni, Laurentius magnificus, adnot. 205 e segg. Perfino in uno de' suoi Brevi era detto letteralmente: flectere si nequeam Superos, AcherNote 85 · Per es. Giov. Pontano nel suo Caronte. Sulla fine egli aspetta uno Stato unitario.Note 86 · Comines, Charles, VIII, chap. 7. — Come Alfonso cercasse in guerra di prendere il suo avversario mediante un abboccamento, ci è narrato da NNote 87 · Pii II Commentarii, X, p. 492. — V. una fiorita lettera di Malatesta, nella quale egli raccomanda a Maometto II un pittore ritrattista, MattNote 88 · Porzio, Congiura de' Baroni, l. I, p. 4. Che Lorenzo vi abbia avuto una mano è appena credibile.Note 89 · Chron. venetum, presso Murat. XXIV, col. 14 e 76.Note 90 · Malipiero, l. c. p. 565, 568.Note 91 · Trithem, Annales Hirsaug. ad an. 1490, tom. II, p. 535 e segg.Note 92 · Malipiero, l. c. p. 161. Cfr. p. 152. — Sulla consegna di Zizim a Carlo VIII veggasi a p. 145, dove appare chiaramente che esisteva una corrNote 93 · Bapt. Mantuanus, De calamitatibus temporum, sulla fine del secondo libro, nel canto della Nereide Dori alla flotta turca.Note 94 · Tommaso Gar, Relazioni della Corte di Roma, I, p. 55.Note 95 · Ranke, Geschichten der romanischen und germanirchen Völker. — L'opinione del Michelet (Réforme, p. 467), che i Turchi avrebbero finito per fNote 96 · Fra gli altri il Corio, fol. 333. Cfr. il contegno tenuto con lo Sforza, fol. 329.Note 97 · Nic. Valori. Vita di Lorenzo. — Paul. Jovius, Vita Leonis X, L. I: quest'ultimo certamente dietro fonti autorevoli, benchè non senza rettoriNote 98 · Se il Comines in questa e in mille altre occasioni osserva e giudica non meno oggettivamente di qualsiasi italiano, bisogna anche tener contNote 99 · Cfr. per es. Malipiero, l. c. p. 216, 221, 236, 237, 478 ec.Note 100 · Presso Villari, la Storia di G. Savonarola, vol. II, p. XLIII dei Documenti, tra i quali trovansi anche altre importanti lettere politiche. Note 101 · Pii II Commentarii, L. IV, p. 190 ad a. 1459.Note 102 · Paul. Jovius, Elogia. Ciò fa ricordare Federigo di Urbino, che si sarebbe vergognato di tollerare nella sua biblioteca un libro stampato. CfNote 103 · Porcellii Commentaria Jac. Piccinini presso Murat. XX. Una continuazione per la guerra del 1453 ibid. XXV.Note 104 · Per isbaglio il Porcellio dice Scipione Emiliano, mentre intende il vecchio Africano.Note 105 · Simonetta, Hist. Franc. Sfortiae, presso Murat. XXI, c. 630.Note 106 · Egli viene trattato anche come tale. Cfr. Bandello, parte I, nov. 40.Note 107 · Cfr. per es. De obsidione Tiphernatium nel 2.º volume dei Rer. ital. scriptores ex codd. florent., col. 690. Avvenimento molto caratteristicNote 108 · I particolari nell'Arch. Stor. Append. T. V., ed in una lettera presso Baluz. Miscell. III, p. 158, nella quale le truppe dello Sforza sono Note 109 · Una volta per sempre rimandiamo qui alla Storia dei Papi di Ranke (v. I), e a quella di Sugenheim Sull'origine e lo sviluppo dello Stato delNote 110 · Sull'impressione delle benedizioni di Eugenio IV in Firenze veggasi Vespas. fiorent. 18. — Sulla maestà delle funzioni ecclesiastiche di NicNote 111 · Machiavelli, Scritti minori, pag. 142, nel noto Discorso sulla catastrofe di Sinigaglia. — Vero è però che gli spagnuoli e i francesi si mosNote 112 · Invece quegli eretici della Campagna, propriamente di Poli, i quali credevano che un Papa dovesse innanzi tutto avere a distintivo la povertNote 113 · L. B. Alberti: De Porcaria conjuratione, presso Murat. XXV, col. 309 e segg. — Il Porcari voleva: omnem pontificiam turbam funditus extingueNote 114 · Ut Papa tantutm vicarius Christi sit et non etiam Caesaris.... Tunc Papa et dicetur et erit pater sanctus, pater omnium, pater ecclesiae etcNote 115 · Pii II, Commentarii, IV, pag. 208 e segg.Note 116 · Platina, Vitae Paparum, p. 318.Note 117 · Battista Mantovano, De calamitatibus temporum, L. III. L'arabo vende l'incenso, il fenicio la porpora, l'indiano l'avorio: venalia nobis temNote 118 · Si veggano, per es., gli Annales Placentini, presso Murat. XX, col. 943.Note 119 · Corio, Storia di Milano, fol. 416-420. Pietro aveva già aiutato a far cadere la elezione su Sisto V. Infessura, presso Eccard, Scriptores, INote 120 · Ancora Onorio II voleva, dopo la morte di Guglielmo I (1127), incorporare l'Apulia come feudo devoluto a S. Pietro.Note 121 · Fabroni, Laurentius magnif. adnot. 130. Un referendario scriveva di ambedue: hanno in ogni elezione a mettere a sacco questa corte, e sono iNote 122 · Corio, fol. 450.Note 123 · Un monitorio molto caratteristico veggasi in Fabroni, Laurentius magnif. adnot. 217, e in estratto presso Ranke, Die römischen Päpste, I, p.Note 124 · E fors'anche feudi napoletani, per cui Innocenzo chiamò nuovamente gli Angioini contro il re Ferrante, che a questo riguardo faceva il sordoNote 125 · Cfr. specialmente l'Infessura, presso Eccard, Scriptores, II, passim.
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