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Kenilworth, vol. 3/4

CAPITOLO V.

Gaetano Barbieri translation

«Perchè colei, che un giorno »Fu vita tua, disdegni? »Del padre mio al soggiorno »Chè non lasciarmi allor? »Ah! invano, invan di lagrime »Quest’occhi miei van pregni; »Nè mai tanto durevole »Tua lontananza amara, »Ch’io più non son, rischiara, »Barbaro, nel tuo cor! (Il castello di Cumnor di W. Giulio Mickle).

Le più leggiadre signore de’ nostri giorni avrebbero certamente trovato nella contessa di Leicester, oltre all’avvenenza ed alla giovinezza, due qualità che a buon diritto le meritavano un grado fra le persone distinte. Noi la vedemmo nel suo intertenimento col merciaiuolo manifestare una grande propensione alla compera di cose inutili, ed avidità verso tutte quelle graziose inezie, che appena possedute perdono tutto il vezzo. In oltre le piaceva assai lo spendere molto tempo nell’adornarsi, comunque la ricca varietà del suo aggiustamento, nel luogo ov’era, non le giovasse che a procacciarsi o lodi per metà satiriche dalla scrupolosa Giannina, ovvero solamente l’approvazione di que’ due occhi brillanti, che vedeano riflettuto dallo specchio il proprio splendore. La contessa Amy per vero dire potea sulla leggerezza de’ propri gusti allegare in iscusa l’educazione solita in que’ giorni a darsi alle fanciulle, la quale non era fatta per inspirare la volontà dell’applicazione a giovani menti per natura leggiere e nemiche dello studio. Se questo eccessivo diletto per l’adornarsi non fosse stato in Amy, avrebbe potuto anche nella casa paterna fare tappezzerie o ricami, e decorare de’ lavori delle proprie mani le pareti e le suppellettili del castello di Lidcote, ovvero distrarsi da tai cure col preparare un grosso podingo a sir Ugo quando tornava da caccia. Ma Amy non avea preso genio di sorte alcuna nè al telaio, nè all’ago, nè alla lettura. Ella avea perduta in sua fanciullezza la madre: il padre non osava contraddirle cosa veruna; Tressiliano, unico che sarebbe stato capace di coltivarne lo spirito, molto si danneggiò appunto nell’animo di lei accettando con troppa sollecitudine il ministerio d’esserle precettore. Perchè accadde che questa giovinetta, la cui vivacità e la cui indolenza non trovavano mai opposizione, si avvezzò a riguardarlo con una specie di timore, e con un rispetto, mal concorde con que’ soavi sentimenti, che Tressiliano avrebbe voluto inspirarle. Così preparato il cuore d’Amy, ognun vede quanto fosse esposto a cedere al primo assalto, e quanto dovesse cattivarsi l’immaginazione della fanciulla il Leicester e per nobiltà di esterno portamento, e per grazia di modi, e per accorte lusinghe, prima ancora ch’ella avesse in lui conosciuto il favorito della ricchezza e del potere.

Le frequenti visite che il Conte fece a Cumnor ne’ primi momenti delle nozze contratte con Amy, le rendeano sopportabili la solitudine ed il ritiro, cui si vedea condannata. Ma dacchè queste visite si diradarono, e fecero luogo a lettere di scusa, le quali, oltre al non contener sempre espressioni di tenero affetto, erano generalmente laconiche, il mal umore e i sospetti cominciarono ad introdursi in questi splendidi appartamenti, che l’amore aveva preparati alla bellezza: ed ella il dava troppo a divedere nelle risposte che faceva al Leicester, colle quali, adoperando più di franchezza che d’accorgimento, lo pregava finalmente a liberarla da quell’oscura prigionia col pubblicarne solennemente il maritaggio; ed ordinando i suoi argomenti con quella sola destrezza che in lei trovavasi, credeva renderli più efficaci col calor delle suppliche. Talvolta pure li mescolava di rimproveri, di cui il Leicester pensava aver qualche motivo di lamentarsi.

«Non l’ho io fatta Contessa? diceva questi a Varney: ben mi sembra ch’ella potrebbe aspettare per prenderne il titolo e lo stemma quell’istante, in cui ciò mi fosse gradevole.»

Ma la contessa Amy contemplava sotto tutt’altro aspetto le cose.

«Che mi giova, ella dicea, d’avere di fatto il grado e gli onori di Contessa, se nessuno lo sa, se mi vedo costretta a vivere oscura, prigioniera, lontana da ogni consorzio, ed esposta a vedere ogni giorno ingiuriata la mia fama? Poco mi cale di queste perle, che tu, o Giannina, frapponi ogni dì alle mie trecce. Ti dico bene, che nel castello di Lidcote io non avea che a mettere una rosa novella ne’ capelli, ed il padre mio mi chiamava presso di lui per contemplarla più da vicino, il vecchio curato sorridea, il buon Mumblazen vi trovava qualche allusione blasonica. Ora eccomi ornata d’oro e di pietre preziose, che sembro un reliquiario, nè vi sei che tu, o Giannina, per ammirare tutto questo mio aggiustamento. A Lidcote vi si trovava anche il povero Tressiliano... ma gli è inutile oggi il parlarne.»

«Di fatto, mia signora, tutto ciò è inutile in giornata, rispose la grave Giannina, e per vero dire mi fate talvolta desiderare di non ve ne udire parlar sì sovente, e, perdonatemi, con qualche inconsideratezza.»

«Le tue rimostranze mi sembrano fuor di stagione, o Giannina; io sono libera, benchè in questo momento si voglia tenermi incatenata, sicchè mi si direbbe piuttosto una schiava straniera che la sposa d’un Pari dell’Inghilterra. Te lo ripeto, Giannina: amo il mio sposo; l’amerò fino all’ultima mia ora, nè potrei cessar dall’amarlo, quand’anche il volessi, e perfino s’egli giugnesse a dimenticarmi... Dio solo vede s’io sia pur serbata a quest’ultima disavventura. Ma ciò nonostante, lo dico con franchezza, sarei stata più felice col rimanermi a Lidcote; avessi anche dovuto divenire la sposa del povero Tressiliano, e sostenere lo sguardo malinconico, e la farragine delle dottrine di cui egli avea piena la testa, e delle quali m’importava sì poco. Egli soleva però dirmi, che se mi fossi data a leggere i libri suoi prediletti, siccom’egli me lo consigliava, sarebbe venuto tempo, in cui trovarmi molto contenta di avere abbracciati i suoi suggerimenti.... Oh! credo, Giannina, che questo tempo sia giunto.»

«Mia signora, soggiunse allora l’ancella, ho comperato per voi alcuni libri da uno zoppo, che li vendeva sulla piazza del mercato, e che mi guardò in un modo bene ardimentoso, ve ne assicuro.»

«Vediamoli, Giannina, disse la Contessa, ma soprattutto ch’essi non siano di que’ tuoi libri puritani!... E di che trattano questi qui, mia devota compagna? Smoccolatoio per un candeliere d’oro! Fascetto di mirra e d’isopo per purgare un’anima inferma! Tazza d’acqua della valle di Bacca! Le volpi e le fiaccole! Che nome dai tu a questo guazzabuglio, o mia cara?»

«Oh Dio! signora, era mio debito prima di tutto il mettervi innanzi agli occhi la Grazia, ma se poi la rifiutate, non so che dirvi: eccovi componimenti teatrali, e poesie, a quanto penso.»

La Contessa cominciò con aria di trascuratezza il suo esame aprendo parecchi volumi, divenuti omai sì rari, che uniti insieme, sarebbero oggidì un tesoro per qualche dilettante d’ogni antichità bibliografica. Eranvi il libro di cucina stampato da Riccardo Lant, i passatempi del popolo, il castello della Scienza ec.... ma tal genere di letteratura, non maggiormente che il primo si confaceva al gusto di Amy. D’improvviso un calpestio di cavalli si fece udir nella Corte. La Contessa, levatasi con gioia, abbandonò il noioso intertenimento di scartabellare in questa preziosa raccolta, e lasciando cadere molti libri sul pavimento corse alla finestra, sclamando: «Egli è Leicester! il mio nobile Conte, il mio Dudley! Ogni calpestio del suo cavallo rimbomba a guisa di suono armonioso.»

Videsi qualche bisbiglio nella casa, e il Foster, con quell’accigliamento ch’eragli solito, entrò nella stanza della Contessa per dirle, che Riccardo Varney dopo aver corso tutta la notte giugneva portando ordini del suo signore, e chiedendo di essere sull’istante presentato a Milady.

«Varney vuol parlar meco! Ebbene! avrà da arrecarmi notizie del Conte. Introducetelo tosto.»

Varney entrò nell’appartamento, ove stavasi seduta Amy, adorna di tutta la sua naturale avvenenza, e di tutti i novelli fregi aggiunti dalla ricchezza, dalla eleganza del semplice suo abito, e dalle cure datesi da Giannina nel farli meglio spiccare. Ma il migliore adornamento di Amy era la bella capigliatura, che ondeggiava in leggiadrissime anella attorno ad un collo bianco siccome quello di un cigno, e sopra un seno che la concetta speranza di rivedere lo sposo aveva agitato, colorando di un animato vermiglio tutti que’ vezzosi lineamenti.

Il Varney se le presentò in quell’abbigliamento medesimo con cui aveva in tal giorno accompagnato il suo padrone alla Corte, sicchè lo spicco dell’abito facea strano chiaroscuro col disordine d’aggiustamento prodotto da un viaggio sì precipitoso, intrapreso di notte e per cattivi sentieri. Leggeansi sulla costui fronte l’inquietezza dell’animo e l’imbarazzo proprio di chi debbe annunziar cose che non crede dover essere ben accolte, ed è nondimeno costretto dalla necessità ad eseguire con tutta sollecitudine l’assuntosi ministerio. A tale aspetto spaventata subito la Contessa, sclamò: «Voi mi arrecate notizie di Milord, o Varney! Gran Dio! Sarebb’egli infermo?»

«No, Milady, per grazia del Cielo, soggiunse il Varney. Calmatevi adunque, e permettetemi di riprender fiato prima ch’io adempia il mio messaggio.»

«Non voglio indugi, o signore, rispose la Contessa. Conosco i vostri artifizi; e poichè il fiato vi ha sostenuto a condurvi fin qui, vi potrà sostenere ancora nel raccontarmi quello che avete da dirmi, o almeno per darmene succintamente una idea.»

«Signora, rispose il Varney, non siamo qui soli, ed il messaggio di Milord non riguarda che voi.»

«Lasciatene, Giannina, e voi pure signor Foster, diss’ella, ma rimanete nella stanza contigua in modo di udir la mia voce.»

Il Foster pertanto e Giannina obbedirono agli ordini di milady Leicester, ritirandosi nel prossimo vestibolo. Allora la porta della stanza fu chiusa accuratamente a chiave ed a catenaccio. Il padre e la figlia rimasero al di fuori, il primo con feroce e sospettosa attenzione, l’altra coll’animo diviso fra il desiderio di conoscere la sorte della sua padrona, e la cura di pregare il Cielo per la salvezza della medesima. Si sarebbe detto che lo stesso Tony Foster avesse qualche sentore delle idee in cui stavasi immersa la mente di sua figlia, perchè attraversò l’appartamento, e prendendone la mano le disse: «Tu hai ragione, prega, Giannina, prega il Cielo: tutti abbiamo gran bisogno di pregarlo, e qualcuno di noi più degli altri. Orerei io medesimo, se non volessi porgere orecchio a quanto succede là entro: qualche disastro si prepara, o mia cara figlia. Sì veramente: qualche disastro è vicino. Dio ci perdoni i nostri peccati, ma questo arrivo subitaneo del Varney non mi presagisce nulla di favorevole.»

Era questa la prima volta, in cui Giannina intendesse dal padre simili detti, che doveano in vero renderla diffidente, e sollecitarne l’attenzione a tutto quanto avveniva in quel soggiorno del mistero. La paterna voce sonava all’orecchio di lei siccome quella funesta di un gufo, che pronostica lutto e sventure. Fisò ella gli occhi alla porta con tale ansietà d’animo, come se da un istante all’altro avesse aspettati accenti d’orrore, o spettacoli di spavento.

Nondimeno le cose erano tuttavia affatto tranquille, e le persone che parlavano nella contigua stanza il faceano con voce tanto sommessa, che non se ne poteano distinguere le parole. Se non che, tutto all’improvviso, si udirono alcuni detti pronunziati affrettatamente, indi la voce della Contessa, che col tuono della più veemente indignazione esclamò: «Apritemi la porta, o signore, ve lo comando: apritemi la porta. Non è tempo di repliche, (continuò ella coprendo colle sue grida la voce soffocata di Varney, che però per più riprese si fece ascoltare). Temerario! Uscite, vi dico. Giannina, chiamate gente in soccorso. Foster, atterrate la porta. Uno scellerato mi trattiene a forza. Adoperate leve ed accette, sig. Foster: vi starò per mallevadore io medesima.»

«Non farà mestieri di ciò, o signora, (disse finalmente Varney in modo da essere inteso); e quando vogliate palesi a tutto il mondo gl’importanti segreti di Milord ed i vostri, io non pretendo impedirvelo.»

Vennero tolti i catenacci e aperta la porta; onde Giannina ed il padre di essa si lanciarono nella stanza ansiosi di sapere i motivi che produssero queste reiterate esclamazioni.

Entrati appena, trovarono il Varney in piedi innanzi alla porta, che digrignava e presentava nella fisonomia i sentimenti, fra loro opposti, della rabbia, della vergogna e del timore ad un tempo. La Contessa stavasi nel mezzo dell’appartamento, siccome giovane pitonessa invasata da fuoco profetico.

Le vene turchine della sua bella fronte si erano enfiate per la violenza che fatto avea nel gridare. Rossi al par di scarlatto il collo e le guance, gli occhi sfavillanti d’ira, lanciavano sguardi simili a quelli che un’aquila prigioniera manda sopra coloro cui non può avventarsi dalla sua gabbia. Se fosse ragionevole l’immaginare una delle tre Grazie agitata dalle Furie, nulla esprimeva meglio tal fantasia siccome il volto d’Amy, in cui si univano nel medesimo punto e quanti vezzi, e quanti sentimenti di sdegno, di disprezzo, di alterezza, di rabbia sia possibile l’ideare. I gesti e l’atteggiamento d’Amy corrispondevano alla sua voce, al suo sguardo, e mostravano un aspetto maestoso e seducente ad un tempo; tanto la forza della passione aveva accoppiato naturale avvenenza a sublimità. All’atto istesso dello schiudersi la porta, Giannina era corsa inver la padrona, e Foster, benchè a passi più lenti che non la figlia, pur sollecitandosi più che d’ordinario, si avvicinò a Varney.

«In nome della verità! che accadde alla Signoria vostra?» chiese Giannina alla Contessa.

«In nome di Satanasso, che le avete voi fatto?» disse Foster al suo amico.

«Chi? io? (rispose Varney colla testa bassa e di mal umore). Ho dovuto comunicarle gli ordini del suo sposo, e se a questi non si vuole uniformare Milady, sa meglio di me che le convenga rispondere.»

«Giannina, ne chiamo in testimonio il Cielo! disse la Contessa, il traditore ha orrendamente mentito; egli non può che mentire, poichè dice cose che oltraggiano l’onore del mio nobile sposo; mentisce doppiamente, perchè le parole di costui non sono intese che a favorire un disegno esecrabile quanto impossibile ad effettuarsi.»

«Voi mi avete inteso male, o signora (disse il Varney ricorrendo ad una specie di sommessione). Ma lasciamo tale argomento, finchè sia calmata la vostra collera. Allora vi soddisferò su tutti i punti.»

«Non te ne verrà mai l’uopo, disse ella a Varney. Mira quest’uomo, o Giannina. Egli è ben abbigliato, l’esterno suo è d’un gentiluomo; ed è venuto qui per farmi credere essere intenzione, anzi comando assoluto del mio legittimo sposo, ch’io parta seco lui per Kenilworth, e che là alla presenza della Regina, de’ nobili della Corte, del mio consorte medesimo io riconosca lui, lui che spazzola i vestiti, che pulisce gli stivali, lui dico, lo staffiere di Milord, ch’io lo riconosca per mio signore, per mio marito! Gran Dio! Dovrei io stessa fornire armi contro di me, quando vado ad implorare i miei diritti, il mio grado? rinunziare alla fama di onesta persona, rinunziare a prendere la mia sede fra le rispettabili matrone della nobiltà Inglese?»

«Voi la udite, Foster! e voi Giannina la udite! (disse Varney profittando di quell’istante di silenzio); voi la udite nel momento medesimo della sua collera. Non mi rimprovera ella fuorchè un divisamento suggerito dal nostro buon padrone nella lettera che sta ora fra le sue mani, un divisamento comandato dalla necessità di custodire un certo segreto.» Allora il Foster tentò di porsi in mezzo con quell’aria autorevole ch’ei giudicava conforme al grado affidatogli in quella casa.

«Sì, o signora, debbo confessare che vi lasciaste condurre da troppo impeto in tal circostanza. Simile frode non è tutte le volte riprovevole, e semprechè venga adoperata a buon fine. Non altrimenti il patriarca Abramo finse che Sara gli fosse sorella, allorchè andarono insieme in Egitto.»

«Non vi nego questo, disse la Contessa, ma Dio per riprovare sì fatta impostura commessa dal padre del suo popolo, si valse fin della voce del pagano Faraone. Vergognatevi di non leggere la Scrittura se non se per citare, a guisa d’esempi, quelle cose che vi sono proposte, in vece, siccome avvertimenti.»

«Ma con vostra buona licenza, risoggiunse il Foster, Sara non si oppose alla volontà del suo sposo; e fece anzi quanto le venne ingiunto da Abramo col nominarsene la sorella, così per l’interesse del marito come per quello della propria anima, che la troppa avvenenza delle forme poneva in pericolo.»

«Oh! il Cielo mi perdoni ora un inutile sdegno! replicò la Contessa, ma tu sei un ipocrita ardimentoso quanto colui è un mentitore impudente. Potrò io creder giammai che il nobile Dudley abbia approvato il disegno di disonorarmi! Egli è in cotal modo che calpesto co’ piedi questa lettera infame... S’egli ne è veramente l’autore, io ne cancello per sempre la rimembranza.»

E in ciò dire lacerò di fatto la lettera di Leicester, calpestandola co’ piedi nell’eccesso del suo disdegno, quasi volesse annichilarne fino i più piccioli rimasugli.

«Siatemi testimoni, disse il Varney, ripigliando il suo tuono di sicurezza, siatemi testimoni, ch’ella ha lacerata la lettera di Milord, immaginandosi di far ricadere sopra di me un disegno che partì dal volere del suo medesimo sposo. Ella vorrebbe che fossi io solo il colpevole, quando in tutto questo non ho verun personale interesse.»

«Tu menti ognor più, o abbominevole ribaldo (disse la Contessa ad onta degli sforzi, che per costringerla al silenzio facea Giannina, sfortunatamente presaga che tanto impeto non le gioverebbe se non se a fornir armi contro di se medesima). Tu menti. Non m’impedir ch’io parli, o Giannina. Dovesse questo essere l’ultimo mio detto, egli mente! Egli si prefiggea, sappiatelo, uno scopo infame, e vi sarebbe corso più apertamente, se il mio sdegno mi permettea di conservare più a lungo il silenzio che lo aveva incoraggiato da prima a discoprire le scellerate sue mire.»

«Signora, disse il Varney (preso da grave confusione, che la sua medesima sfrontatezza non gli valse a nascondere) vi prego a credere che prendeste abbaglio.»

«Crederò piuttosto che sia notte in pieno meriggio. Ho io forse dimenticato ogni cosa? Non rammento io certi tuoi artifizi, che, se Milord gli avesse saputi, ti avrebbero meritato una morte degna di chi ti somiglia anzichè la sua intrinsichezza? O perchè non sono io un uomo per soli cinque minuti? Questo tempo mi basterebbe per costrignere un vile tuo pari alla confessione della propria scelleratezza. Ma vattene. Esci di qui. E dì al tuo padrone, che quand’anche mi sentissi capace di tenermi all’obbrobriosa via, in cui mi porrebbe necessariamente l’impostura, che osi dire da lui suggerita, cercherei dargli un rivale meno immeritevole di questo titolo. Oh! puoi accertarlo che nol soppianterebbe almeno un vil salariato, le cui glorie si stanno nel far la caccia agli abiti di Milord prima che sieno del tutto usati, nè atto a sedurre che una qualche giovane di contado coll’eleganza di un nastro nuovo, aggiunto opportunamente ad un paio di scarpe vecchie del suo padrone. Vattene, dissi, esci di qui. Io ti disprezzo, quanto mi vergogno di sdegnarmi contro un ente obbrobrioso quale ti sei.»

Varney abbandonò quella stanza dando a divedere ne’ moti della fisonomia la cupa rabbia che gli premea l’animo. Lo seguì il Foster, che comunque non avesse una coscienza facile ad atterrire, si trovò soprappreso da questo torrente d’indignazione impetuosa, uscito dalle labbra d’una giovane, che si era mostrata insino allora di tempra dolcissima, e assai indolente per altra parte onde si potesse crederla capace di nudrire un pensiero di sdegno, o di pronunziarne un accento.

Il Foster si fece come ad inseguire di appartamento in appartamento il Varney, addossando interrogazioni ad interrogazioni, alle quali non rispose l’altro sintantochè non furono alla vecchia biblioteca, di cui già il lettore ha fatto pratica. Colà giunto il favorito di Leicester, si volse al vecchio Puritano, e gli parlò con una certa sicurezza, perchè pochi istanti bastavano a costui, avvezzo a comandare ai movimenti del proprio animo, per ricuperarne la fermezza e ricomporsi.

«Tony, diss’egli, usando dell’ironia a costui famigliare, non vo’ negartelo, la donna e il diavolo, i quali, come te lo potrà confermare il tuo oracolo, Holdforth, ingannarono l’uomo sin dalla creazione del mondo, hanno quest’oggi trionfato della mia saggezza. Questa piccola Furia aveva modi cotanto seducenti, ebbe l’arte di contenersi con tanta naturalezza tutto il tempo da me impiegato a comunicarle il messaggio di Milord, che finalmente (odilo in pace), ho creduto potere lasciare andar qualche parola anche per me. Costei crede ora aver la mia testa sotto la sua cintura, ma l’ha sbagliata d’assai. Dov’è il dottore Alasco?»

«Nel suo laboratorio, disse il Foster: è questa l’ora in cui non se gli può parlare. È d’uopo lasciar trascorrere il mezzogiorno, se non vogliamo distruggere l’effetto de’ rilevanti suoi studii, o a meglio dire, divini.»

«Sì, egli studia la divinità del diavolo, disse Varney, ma semprechè io voglia vederlo, tutte le ore sono a proposito. Conducimi dunque al suo Pandemonio.»

«Sì,» disse il Varney, e con quel passo trepidante di chi sta per precipitare l’esecuzione d’orribil disegno, seguì Foster, che lo guidò per traverso a corritoi, dei quali la maggior parte stava per cadere in rovina, sino all’appartamento sotterraneo occupato in allora dal chimico Alasco. Fu in questo luogo medesimo, che qualche tempo prima un abate di Abingdon delirante per le scienze occulte, avea con grande scandalo del suo convento messo un laboratorio, ove pari ad altri insensati di questo secolo perdè e gli anni e molte somme di denaro nella ricerca di un grande segreto.

Tony Foster fermatosi dinanzi alla porta, che era con diligenza chiusa al di dentro, mostrò di nuovo grande titubazione. Ma Varney che non dividea coll’altro gli scrupoli, a furia di grida e di ripetuti colpi all’uscio, trasse il saggio da’ suoi lavori. Alasco aperse dunque lentamente, e a ritroso. Gli occhi di costui si vedeano accesi, ed offuscati soltanto dal calore e dai vapori usciti del lambicco, su di cui prima stavasi meditando. L’interno di quella cella offeriva alla vista di chi vi entrava un confuso miscuglio di sostanze fra loro eterogenee, e di arnesi misteriosi. Il vecchio allora borbottò impazientemente tai detti:

«È dunque deciso, che ad ogni momento io debba essere distolto dagli affari del Cielo per que’ della Terra?»

«Per que’ dell’Inferno, soggiunse il Varney, perchè quello è l’elemento che ti si conviene. Foster, abbiamo d’uopo che tu assista alla nostra confabulazione.»

Il Foster entrò a passi lenti in quell’antro seguito dal Varney, che chiuse la porta dietro di sè. Ma lasciamo questi tre scellerati che stanno deliberando, per venire alla contessa Amy, che col disdegno e il timore dipinti su quel bel viso andava innanzi e indietro pel suo appartamento.

«Scellerato, traditore, vile artefice d’iniquità! Ma io l’ho smascherato, Giannina! Aspettai che il serpente svolgesse dinanzi a me tutte le spire entro cui raggruppavasi, e mi comparve strisciando in tutta la sua laidezza. Ho repressi i moti della mia collera in modo, che mi sentiva scoppiarne io medesima per lo sforzo, ma gli ho repressi fintantochè m’abbia egli scoperto il fondo del suo cuore più nero degli abissi. E tu, o Leicester, avresti potuto per un solo istante rinnegare i diritti legittimi che ho sopra di te, o cederli tu stesso ad un altro? Ma egli è impossibile. Tutto fu menzogna quanto venne da quell’uomo infame. Giannina, io non voglio rimanermi più lungo tempo in questo luogo. Temo Varney, temo tuo padre. Sì, Giannina, lo dico con ispavento, temo tuo padre, ma soprattutto questo abominevol Varney. Voglio fuggire da Cumnor.»

«Oh Dio! Signora, e dove vorreste voi fuggire? Quai modi sono in voi per sottrarvi da queste mura?»

«Nol so nemmen io, Giannina (disse la sventurata Amy, sollevando gli occhi al cielo e giugnendo le mani) nol so nemmen io ove mi fuggirò, nè quai modi mi avrò per fuggire. Ma sono ben certa, che quel Dio, al quale prestai sempre omaggio, non mi abbandonerà in una crisi cotanto tremenda, poichè al presente mi trovo fra le mani degli empi.»

«Non pensate questo così in generale, mia cara Signora, disse Giannina. Mio padre è bensì di un’indole severa, compie scrupolosamente i comandi che gli vengono trasmessi, però....»

Nell’istante medesimo Tony Foster entrò nell’appartamento tenendo fra le mani una tazza di vetro, ed un’ampollina. I costui modi aveano questa fiata qualche cosa di straordinario, perchè comunque nell’avvicinarsi altre volte alla Contessa non si fosse mai comportato se non se col rispetto dovuto al grado della medesima, pure lasciava sempre scorgere quella salvatichezza naturale che parea non si potesse scompagnare da lui.

In tal circostanza soltanto, nè dalla sua fisonomia, nè da’ suoi detti traspirò quel tuono d’autorità, che costui d’ordinario occultava sotto una maschera grossolana d’urbanità e cortesia, come i malandrini nascondono le pistole o il bastone sotto un ferraiuolo mal messo. Ciò nondimeno il sorriso di questo ipocrita parea mosso da tema anzichè da benevolenza. Quella sua venuta era intesa ad offerire alla Contessa un cordiale, prezioso al dir del malvagio, e tale che avrebbe ridonata la calma allo spirito di essa, agitato tuttavia dallo spavento dianzi sofferto. Pur quel suo sguardo e la mano e la voce tremebonda, e tutto il suo portamento lo dinunziavano complice di qualche sinistro disegno, e posero in sospetto fino Giannina, la quale dopo essersi fermata qualche minuto secondo a contemplarlo con maraviglia, parve si preparasse d’improvviso ad un atto ardito: onde alzato il capo, prese aria ed andamento, risoluti ed autorevoli, e lenta frapponendosi alla padrona ed al padre, volle togliere di mano a questo la tazza, aggiugnendo con voce sommessa ma ferma queste parole: «Padre mio, verserò il cordiale alla mia nobil Signora quando a lei sarà in grado.»

«No, cara figlia (disse il Foster con tuono vivace ed inquieto ad un tempo) no: non s’appartiene a te il renderle tale servigio.»

«E perchè, disse Giannina, perchè non a me, se trattasi di cosa che dee ristorarla?»

«Perchè, perchè! (disse il ribaldo, alle prime esitante, poi mettendosi in collera, il che gli era ottimo espediente per sottrarsi alla necessità di dar ragioni migliori) Perchè voglio così, figlia mia. Andate all’ufizio della sera.»

«Altre volte potrò assistere all’ufizio, rispose Giannina, ma per questa, ve lo protesto, non uscirò di qui sin ch’io non mi veda meglio rassicurata sulla sorte della mia signora. Datemi, o padre mio, quest’ampolla,» e a malgrado di lui la tolse dalle sue mani, che pareva avesse aperte il rimorso. «Quanto può giovare alla mia signora non può essere a me nocevole. Padre mio, alla vostra salute.»

Il Foster senza rispondere parola, si lanciò sulla figlia e le strappò di mano l’ampolla. Indi confuso di quanto avea fatto, irresoluto su quello che dovea operare in allora, rimase immobile in quell’atteggiamento, com’uom fatto di pietra, coll’ampolla in mano, colle gambe allontanate l’una dall’altra, e tramandando dagli occhi, che fermi avea sulla figlia, tutta quella schifosa orridezza che nasce dal collegamento della rabbia, del timore e della perfidia.

«La cosa è stravagante, o padre mio (disse Giannina, e nel tempo stesso lanciò sul padre una di quelle occhiate, onde, a quanto dicesi, i custodi delle persone prese da nero delirio le fan soggette al proprio volere). Voi non vorrete adunque nè ch’io serva alla mia padrona, nè ch’io beva alla sua salute?»

Il coraggio della Contessa si resse nel durare di sì terribile scena, e conservò quella rassegnazione che le era connaturale; e benchè impallidita fin dal primo istante dell’apparsole tradimento, l’occhio di lei appalesava tranquillità, e quasi disprezzo verso i suoi assassini.

«Questo prezioso cordiale, volete assaggiarlo voi, signor Foster? Poichè non permettete che Giannina ne gusti, non mi negherete almeno di soddisfarmi nel secondo modo che vi propongo. Bevete adunque, ve ne prego.»

«Non voglio,» disse il Foster.

«E a chi era dunque serbata questa peregrina bevanda?» disse allor la Contessa.

«Al diavolo che l’ha composta,» sclamò il Foster, e detto ciò affrettatamente partissi.

Giannina mirava la Contessa con occhio, in cui esprimevansi la vergogna, la compassione, il cordoglio.

«Non piangete per me, o Giannina,» disse dolcemente a questa giovane la Contessa.

«No, mia Signora (rispose l’altra con voce che interrompeano i singulti). Non è già per voi ch’io pianga, ma per me medesima, per quello sciagurato, che oso appena... Coloro che si disonorarono innanzi agli uomini, e che Dio condannò, coloro debbono piangere, e non già chi si conosce innocente. Vi lascio, o mia buona padrona,» diss’ella, prendendo in tutta fretta la mantellina ch’era solita usare, allorchè usciva di casa.

«Mi abbandonate forse, o Giannina, mi abbandonate voi, mentre mi trovo in una condizione tanto crudele?»

«Abbandonarvi, o signora, (sclamò questa buona compagna correndo tosto verso di lei, e coprendole di baci le mani). Abbandonarvi! Possa abbandonarmi, se di ciò fossi capace, fin la speranza della mia eterna salute. No, signora: voi ben diceste che il Dio, cui prestate omaggio, vi aprirebbe una strada di scampo: io l’ho pregato notte e giorno perchè m’illuminasse; io mi stava irresoluta fra i doveri dell’obbedienza verso quel miserabile, che or volse di qui i suoi passi, e di quella obbedienza cui avete diritto. Non debbo chiudere quella porta di salvezza che Dio stessa vi apre. Non mi domandate altro intorno a ciò. Fra poco mi rivedrete.»

Così parlando si avvolse nella sua mantellina, e passò nell’altro appartamento, ove scontrandosi nella vecchia fantesca, le diede a credere di trasferirsi, come di solito, all’uficio della sera, indi uscì fuor di casa.

Intanto il padre di Giannina era tornato nel laboratorio, ove trovò i complici del delitto ch’egli non aveva ardito mandar a fine.

«L’uccelletto ha bevuto?‍[4]» disse il Varney con un dimezzato sorriso; ed eguale interrogazione faceano gli occhi dell’Astrologo che non parlò.

«No, disse il Foster, nè sarò io quel tale che le presenti il veleno. Vorreste adunque ch’io commettessi un assassinio alla presenza di mia figlia?»

«Oh uomo vile senza essere perciò migliore! E non ti fu detto, rispose con rabbia il Varney, che qui non trattavasi di assassinio, come piace a te, o stolido, il chiamarlo con quella tua voce tremante, e con quel tuo sguardo smarrito? Non ti venne assicurato che si volea soltanto procurarle una infermità leggiera e di niuna conseguenza, della natura di quelle che le donne fingono continuamente, onde potersi a lor agio sdraiare sopra un canapè anzichè curare i loro affari domestici? Ecco un uom ragguardevole che giurerà per la chiave del castello della Saggezza.»

«Lo giuro, disse Alasco, l’elissire contenuto nell’ampolla che tieni ancor fra le mani, non è mortale. Lo giuro per l’eterna invariabile quintessenza d’oro racchiusa in tutte le sostanze della natura, e la cui segreta esistenza non può essere scoperta se non se da colui, al quale Trimegisto cederà la chiave della scienza cabalistica.»

«Ecco un giuramento d’alto peso, disse il Varney: Foster, tu saresti peggio assai che un pagano, se ti rimanessi nella tua incredulità. Per altra parte, puoi prestar fede a me, che giuro unicamente sulla mia parola: se tu continui a ricalcitrare, rinunzia alla speranza di convertire in atto di proprietà il tuo contratto enfiteutico. Nè Alasco cambierà in oro il tuo stagno, e per quanto spetta a me, virtuoso Tony, tu non sarai in eterno altra cosa che il mio fittaiuolo.»

«Io non comprendo, signori miei, disse il Foster, qual sia l’ultimo fine di tutti questi vostri divisamenti: ma ben avvi una cosa, a cui mi son risoluto; ed è che qualunque incidente stia per accadere, voglio siavi alcuno che preghi il Cielo per me, e questo alcuno, sarà mia figlia. La mia vita fin qui non è stata buona, ed ho pensato troppo agli affari mondani; ma Giannina è innocente siccome allor quando scherzava in grembo a sua madre. Mia figlia almeno non andrà priva della sua sede in quella beata città, che ha muraglie di oro puro, e le fondamenta di pietre preziose.»

«Che sarebbe veramente un paradiso conforme al tuo cuore, disse Varney. Discutete con lui su quest’argomento, dottore Alasco; io tornerò fra brev’ora.» Nel dire tali cose, il Varney si alzò da sedere, e presa l’ampolla che stava sopra la tavola si partì da quel luogo.

«Figlio mio, (disse Alasco al Foster, appena uscito il Varney) io ti protesto che qualunque cosa ardisca dire questo impudente e profano schernitore della scienza sovrana, in cui per la grazia del Cielo ho fatti tanti progressi, non v’è alcuno fra gli artefici viventi ch’io volessi riconoscere per mio maestro. Lascio pure che questo riprovato inveisca in bestemmie contro cose troppo sante per essere comprese da uomini incapaci di concepir pensamenti, fuorchè carnali e colpevoli; ma te lo giuro io, la città veduta da san Giovanni nella luminosa visione dell’Apocalisse, questa nuova Gerusalemme, a cui sperano giugnere tutti i credenti, annunzia in figura la scoperta del gran segreto‍[5]; di questo gran segreto, per cui le cose le più preziose e perfette che la natura abbia create, si ricaveranno da produzioni abbiette e vilissime della medesima, siccome la farfalla dall’ali leggiere e dorate, vezzosissimo tra i figli del venticel della state, sfugge dal carcere d’informe crisalide.»

«Il maestro Holdforth non ha parlato di questa versione, disse il Foster con aria di perplessità; per altra parte, dottore Alasco, la santa scrittura ne insegna, che l’oro e le pietre preziose della città santa non sono fatte in verun modo per chi fabbrica menzogne, o si lorda d’abbominazioni.»

«Ebbene, disse il Dottore, che concludete voi da tutto ciò, figlio mio?»

«Concludo che chi distilla veleni, o chi li somministra segretamente, non può aver parte a queste ricchezze ineffabili.»

«Conviene distinguere, figlio mio, riprese a dire l’alchimista, fra le cose necessariamente cattive e nei modi e nei fini, e fra quelle che comunque ingiuste possono produrre un bene. Se la morte di un individuo può avvicinare a noi quel tempo, in cui basterà il desiderio per vedere compiuto quanto è di bene, per vedere tolto dalla superficie della terra ogni male; per arrivare a quel tempo in cui le infermità, i patimenti, gli affanni, ubbidiranno alla scienza umana siccome schiavi; a quel tempo che il menomo cenno del sapiente sarà assai per farli fuggire; a quel tempo in cui quanto avvi oggidì di più prezioso e di più raro sarà posto all’arbitrio di chiunque ascolterà le voci della saggezza; a quel tempo in cui l’arte medica cederà affatto luogo al rimedio universale; e i saggi divenendo i monarchi della terra, la stessa morte rifuggirà alla lor voce; se vi ripeto questo felice avvenire può essere affrettato da un accidente di sì lieve conto, qual è la perdita d’un fragile corpo fatto di polve, e che soggetto necessariamente alla comun legge, vada a finir nel sepolcro qualche istante prima dell’ora assegnatagli dalle leggi della natura; che è egli mai un tal sagrifizio per accelerare il Santo Millenio?‍[6]»

«Se non m’inganno, Millenio vuol dire il regno de’ Santi,» disse crescendo sempre nelle sue dubbiezze il Foster.

«Dì, ch’è il regno de’ saggi, o mio figlio, o piuttosto il regno della stessa Saggezza,» rispose Alasco.

«Si è toccato questo articolo col maestro Holdforth nell’ultima congregazione; ed egli sostiene che una dottrina simile alla vostra è eterodossa, e la spiegazione che voi date, falsa e diabolica.»

«Egli è avvinto fra i ceppi dell’ignoranza, o mio figlio, rispose Alasco: il suo grado non si estende oltre al cuocer mattoni in Egitto, o al più ad errare nell’arido deserto del Sinai. Facesti male in parlando di sì fatte cose ad un simile uomo: nondimeno ti darò ben tosto tal prova, che sfiderò questo teologo di mal umore a confutare, quand’anche volesse lottar meco, come i Magi lottarono contro Mosè alla presenza del re Faraone. Assisterai tu medesimo, figlio mio, quando getterò la mia polvere di proiezione, e ti convincerò co’ tuoi stessi occhi della verità.»

«Prosegui, prosegui, dotto filosofo (disse il Varney che entrava in quel medesimo istante), egli può bene ricusare le testimonianze che vengono dal tuo labbro; ma come negherà quelle che i suoi occhi stessi gli procacceranno?»

«Varney, disse l’alchimista, Varney di ritorno? Hai già?...» nè proseguì oltre.

«Hai già eseguita la tua impresa? tu volevi dire, rispose il Varney. Sì; e tu (soggiunse, mostrandosi più che d’ordinario irrequieto) sei ben sicuro di non aver versato più o meno della misura esatta?»

«Lo sono, rispose Alasco; sicuro almeno quanto si può esserlo nel far proporzioni tanto delicate, e che dipendono anche molto dalla differenza delle costituzioni.»

«Se ciò è, disse il Varney, mi converrà starmi tranquillo. E sono poi anche certo che tu non vorresti fare verso l’inferno un passo al di là di quanto ti obbliga il tuo salario. Fosti pagato per procurare una malattia, e del certo avresti per insensata prodigalità il commettere un assassinio allo stesso prezzo. Andiamo; ciascuno si ritiri ne’ suoi appartamenti e domani vedremo l’esito.»

«Qual modo adoprasti tu per costrignerla ad ubbidirti?» disse il Foster fremendo.

«Nulla, rispose il Varney. La fisai soltanto con una di quelle occhiate che mettono a dovere i pazzi, le donne e i fanciulli. Mi fu detto nell’ospital di S. Luca‍[7] aver io uno sguardo quale appunto fa di mestieri per sottomettere un infermo ricalcitrante. Tale fu il complimento che ricevei dal custode de’ matti; onde vedi che non mi manca una via di guadagnar pane quando cadrò di favore alla Corte.»

«Nè temi, soggiunse il Foster, di qualche sproporzione nella dose?»

«Se ciò fosse, disse il Varney, dormirebbe un sonno più profondo; nè questo timore è tale da intorbidare il mio. Addio amici.»

Tony Foster mandò un profondo sospiro alzando gli occhi e le mani al Cielo. L’alchimista annunziò la risoluzione in cui era di continuare in quella notte un’esperienza di grande importanza, e il Foster e il Varney si separarono per andare al riposo.

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