CAPITOLO IV.
Gaetano Barbieri translation
»Ambizion se frettolosa troppo »La vetta aggiunga, dall’opposta banda »Del pendio discosceso alfin dirupa. Shakespeare.
Le splendide feste che stavano per celebrarsi a Kenilworth erano già divenute l’argomento de’ discorsi che faceansi da ognuno nell’Inghilterra. Tutta dovizia di cose atte a render più deliziosi alla regina Elisabetta que’ giorni che le sarebbe piaciuto dimorare nel castello del suo favorito, venne adunata, e d’ogn’intorno dell’isola, e dal Continente. Intanto il Leicester progrediva ogni dì maggiormente nelle buone grazie della Regina. Sempre a fianco di lei ne’ consigli, ben ascoltato nell’ore consacrate ai passatempi della Corte, accolto in qualsivoglia istante coi contrassegni della massima intrinsichezza, era il Leicester la speranza di tutti coloro, che avevano grazie da chiedere alla Sovrana: ricercato da tutti i ministri delle corti straniere, che in nome de’ loro monarchi gli largheggiavano delle più lusinghiere dimostrazioni d’affetto, egli era, giusta il dire cortigianesco l’alter ego dell’orgogliosa Elisabetta, impaziente a quanto credevasi dell’istante favorevole per collegarselo al poter supremo con fargli dono della sua mano.
Nel mezzo di tante prosperità, questo favorito della Regina e della fortuna era forse l’uomo il più infelice che si vivesse in quel regno di cui sembrava l’arbitro ed il dominatore. Egli aveva certamente al di sopra delle sue creature la sovranità data da ingegno, e vedea cose, che ad esse fuggivano. Niuno al pari di lui conoscea l’indole della Sovrana; siccome quegli che aveva fatto un unico studio di indagarne ad un tempo le singolarità e le virtù, studio che unito ai poderosi espedienti di quella sua mente abilissima, e al lustro che gli crescevano le esterne sue prerogative, valse a sollevarlo in tanto favore. Ma questo medesimo conoscimento ch’egli aveva dell’indole di Elisabetta gli facea temere, ad ogni piè sospinto, qualche disgrazia rovinosa e non aspettata. Il Leicester somigliava a nocchiere, che avendo innanzi agli occhi la carta su di cui stanno delineati tutti i punti della via da trascorrersi, scorge nel medesimo tempo gran numero di secche, di scogli coperti, e di scogli a fior d’acqua; onde tutto il vantaggio ritratto da sì inquietante schiarimento è la certezza, che in un prodigio soltanto sta la speranza di uno scampo.
Di fatto, la regina Elisabetta aveva un’indole stranamente impastata di maschia fortezza d’animo, e di tutte quelle debolezze, che sono di consueto il retaggio del sesso, cui perteneva. Gran profitto traevano i sudditi dalle virtù che in questa Regina superavano di gran lunga i difetti; ma quanto ai cortigiani, ed alle persone che le stavano intorno, trovavansi di sovente esposte ai capricci e alle violenze d’uno spirito per sua natura geloso e dispotico.
Tenera madre verso i suoi popoli, ella era ad un tempo verace figlia di Enrico VIII; e benchè i patimenti da lei sofferti in giovinezza, e le cure di un’ottima educazione avessero compresse e modificate in essa le inclinazioni che si portava seco col sangue, queste non si potevano dire sradicate.
«Lo spirito di una tal donna (così esprimevasi sir John Harrington, che l’aveva avuta in matrina al fonte battesimale, e ch’ebbe a vicenda occasioni di provarne l’affabilità e i mali umori), lo spirito di una tal donna era il più delle volte siccome un vento leggiero, che in una mattina estiva sen venga dall’occidente; dolce e soave a tutti quelli che la circondavano; i discorsi di lei guadagnavano ogni cuore; ma giugnevano istanti, in cui credendo ella scorgere qualche disobbedienza o mancanza di rispetto, prendea quel tuono che palesava compiutamente di chi fosse figlia. Il sorriso di lei era come dolce calor di sole, di cui ciascuno si contende l’influenza gradevole; ma tantosto sorgeva la burrasca preceduta da oscure nubi, e il fulmine cadeva indistintamente sopra d’ognuno[3].»
Tale mobilità di carattere, nè lo ignorava il Leicester, era sopra tutto formidabile per coloro che le avevano inspirato qualche sentimento di affetto; perchè il credito, frutto di tal sentimento medesimo, non lo era così di servigi indispensabili, che que’ favoriti prestar potessero alla corona. Perciò la grazia conceduta al Burleigh, o al Walsingham, benchè al di sotto, quanto allo sfarzo, di quella onde godeva il Leicester, era fondata manifestamente sul senno e non sul capriccio di Elisabetta: laonde questi cortigiani non temevano le fasi dell’incostanza da cui erano ad ogni istante minacciati coloro, pei quali i primi meriti ai favori della Regina si stavano in prerogative esterne, e nelle inclinazioni d’un cuore femminile.
Que’ grandi e saggi ministri non venivano giudicati se non se in proporzione degli espedienti di stato che suggerivano, e delle massime onde affortificavano i partiti per essi posti nelle adunanze del consiglio. Al contrario il buon successo dei disegni formati dal Leicester dipendeva da tutti que’ venti leggieri ed incostanti di capriccio o di umore, che contrariano o favoriscono i progressi di un amante nel cuore della sua donna; ed era Elisabetta tal donna, che offeriva ai propri adoratori altro scoglio, cioè il timore continuo che era in lei di dimenticare la propria dignità, e di compromettere il poter di Regina coll’ascoltare di troppo le inclinazioni connaturali al suo sesso.
Le spine che circondavano il possedimento del favore d’una tale amante ben comprese erano dal Leicester; ed allorchè spiava egli intorno di sè quai modi avesse per conservarsi in uno stato sì precario, ovvero, (che a ciò pur meditava) di scenderne senza pericolo, poca speranza egli vedea di buon esito, così ad un partito come all’altro appigliandosi.
Ora gli erano altissimo argomento di considerazione il segreto suo maritaggio e le conseguenze che ne sarebbero derivate. E preso da amarezza contro di se medesimo (ch’ei certamente non potea concepirne contro la sfortunata Contessa), si rampognava d’essersi gettato nell’impossibilità di fondare sopra salde basi il proprio potere collo stringere un nodo inconsiderato, ed attribuiva a questa, così chiamata da lui, sconsigliata passione il pericolo di una vicina caduta.
«Ognuno dice, così ragionava egli in questi momenti di perplessità e di pentimento, ch’io potrei sposare Elisabetta, e divenire re d’Inghilterra. Ogni contrassegno sembra annunziarlo. Non si fa menzione nelle ballate fuorchè di queste nozze desiderate ansiosamente dal Pubblico. Se ne favella ne’ ginnasi; i predicatori le raccomandano dai pulpiti; esse son quanto l’un dice all’orecchio dell’altro fin nelle stanze d’udienza della Regina. Si prega che tal maritaggio si verifichi nelle chiese dei calvinisti del Continente; fino i nostri uomini di Stato ne han fatto parola nel Consiglio. Niuna ammonizione è venuta a frenare sì arditi propositi, intorno ai quali la regina Elisabetta ha dismessa la consueta sua protesta di voler morir vergine. Ella conosce l’esistenza di tali romori, nè mai si mostrarono ver me più affabili i suoi detti, più graziosi gli atti, più soavi gli sguardi. Niuna cosa sembra mancare a che io divenga re d’Inghilterra, ed a che trattomi finalmente al sicuro dall’incostanza delle corti, io m’impadronisca di questa corona regale, gloria dell’universo. E sarà dunque, allor quando io potrei stendere più ardimentosa la mano per impadronirmene che questa mano medesima si vedrà incatenata da un nodo segreto ed indissolubile. Ecco, diceva egli impazientemente, ecco le lettere di Amy che mi persegue colle sue incessanti inchieste, ond’io pubblicamente la riconosca, e renda giustizia a lei, a me, e non so a chi! Quanto a me ho ben fatto finora tutt’altro che rendermi giustizia. Ed Amy mi parla come se Elisabetta fosse presta ad ascoltare la notizia di tal mio maritaggio colla contentezza di una madre alle nozze d’un figlio prediletto! Elisabetta quella figlia di Enrico VIII, la cui collera non risparmiò giammai uomini o donne che la contrariassero ne’ suoi disegni! Che direbbe ella all’atto di scorgere maritato quell’uomo che con una simulata passione la trasse in tanto inganno da confessare ella stessa il proprio amore verso di un suddito? Quell’uomo che si fosse fatto giuoco di lei, come potrebbe un cortigiano prendersi trastullo d’una povera contadina! Oh! ben vedremmo allora quanto una femmina furibonda sappia operare!»
Fermandosi in sì fatte meditazioni chiamava Varney, e lo chiedeva di consigli, assai più di quanto il facesse in addietro, poichè spesse volte da tal consigliere lo aveva allontanato il ricordarsi gli avvisi che contro tal segreto nodo avea posti in campo. La conclusione di questi intertenimenti era sempre il deliberare sul modo di far comparire a Kenilworth la Contessa. Risolvettero, finchè poterono, far ritardare la partenza della Regina, ma alla perfine una conclusione divenne necessaria.
«Elisabetta non sarà certamente paga a men di vederla. Non so s’ell’abbia concepiti alcuni sospetti, come mel fanno presagire i miei timori, o se il Sussex o alcun altro de’ miei segreti nemici s’adoprino a ricordarle sovente la supplica di Tressiliano; ma certamente in mezzo alle espressioni di bontà con cui ella è solita ad onorarmi, la storia di Amy Robsart si frammette frequentemente. Io credo che Amy sia la schiava postami dalla cattiva sorte dietro il mio carro per umiliare i miei trionfi nel momento il più glorioso per me. Suggeriscimi qualche espediente, o Varney, per sottrarmi da passo cotanto arduo. Ho fatto per differire queste maledette feste tutte le obbiezioni, che con qualche apparenza di convenevolezza, potevano essere messe innanzi; ma l’abboccamento ch’ebbi oggi colla Sovrana non mi permette omai di commettermi fuorchè alla sorte. Ella mi ha detto con tuono di dolcezza sì, ma ad un tempo risoluto. — Noi non vogliamo più, sig. Conte, lasciarvi tempo a fare apparecchi per timore che andiate del tutto in rovina. Sabbato, giorno nove del mese di luglio, saremo in casa vostra a Kenilworth. Vi preghiamo non dimenticare alcuno degli ospiti, pei quali mostrammo desiderio: ci sta a cuore soprattutto conoscere la donna, che ha potuto preferire al poeta Tressiliano il vostro servo Riccardo Varney. — Dunque, Varney abbi ricorso alla tua fantasia che mi è stata utile le tante volte; perchè come è vero ch’io mi chiamo Dudley, le disgrazie predette nel mio oroscopo incominciano finalmente a minacciarmi.»
«Nè vi sarebbe qualche modo di persuadere a Milady l’esser contenta di sostenere per alcuni istanti la parte oscura cui circostanze del momento l’astringono?» disse il Varney dopo aver esitato per qualche tempo.
«Che osi dire, o scellerato? La mia Contessa passar per tua moglie! Ciò non può accordarsi nè col mio, nè col suo onore.»
«Oimè! Milord, rispose il Varney, pur non è conosciuta sott’altro nome dalla Regina. Col toglier questa d’errore si andrebbe a rischio di scoprir tutto.»
«Pensa qualch’altro espediente, disse agitato oltre ogni credere il Conte; cotesto che tu proponi non può giammai essere all’uopo. Ammetti ancora ch’io condiscendessi, non vi sarebbe mai l’assenso della Contessa; perchè debbo farti sapere, o Varney, che Elisabetta sul proprio trono non ha tanto orgoglio quanto ne ha questa figlia d’un gentiluomo oscuro della contea di Devon. Dolce, pieghevole nelle circostanze ordinarie, in tutte quelle, ov’ella creda scorgere il suo onore compromesso, l’indole ne è accensibile e violenta al par della folgore.»
«Ne abbiam fatto prova, o signore, e se tale non fosse la sua indole, non ci troveremmo ora in questo impiccio. Non so ora a qual altro stratagemma ci resti ricorrere. Mi sembra poi che la persona dalla quale scaturisce il pericolo, dovesse mostrarsi, quand’è in suo potere, sollecita di allontanarlo.»
«Ti ripeto che è impossibile (risoggiunse il Conte facendo tal gesto, che proibiva al Varney fino il pensare a tale divisamento). Non conosco forza, d’autorità o di lusinghe, che inducesse mia moglie a portare il tuo nome nemmeno un istante.»
«La cosa per altro è alquanto scabrosa,» disse il Varney con tuono tronco, e senza fermarsi su di tale argomento. Poi soggiunse: «Se si trovasse qualch’altra persona da sostituirle! Tai giuochi di mano sono andati a buon termine sotto gli occhi d’altri monarchi antiveggenti quanto lo è la Regina Elisabetta.»
«Tu perdi il cervello, o Varney, rispose il Conte: la falsa Amy dovrebbe sostenere il confronto di Tressiliano, e ne diverrebbe inevitabile lo scoprimento.»
«Si potrebbe allontanare Tressiliano dalla Corte,» disse allora senza esitare il Varney.
«E con quai modi?».
«Con quai modi? Un personaggio posto nella vostra condizione ne ha infiniti per allontanare dalla scena un uomo, che incessante nello spiare i vostri segreti, vi è divenuto un pericolosissimo oppositore.»
«Non voglio udirmi parlare di tal genere di espedienti politici, o Varney, disse il Conte. Poi nel caso in cui siamo non gioverebbero a nulla. Possono esservi alla Corte molte altre persone che abbiano veduta Amy, e mancando Tressiliano, non si starebbero dal far venire il padre di lei o alcuni de’ suoi amici. Cerca ancora qualch’altro stratagemma nella tua immaginazione.»
«Signore, io non so più qual cosa proporre, ma so bene che se mi trovassi in una perplessità qual si è quella dell’animo vostro, correrei volando a Cumnor, e costringerei mia moglie ad acconsentire a quegli espedienti, che la sua e la mia sicurezza chiedessero.»
«Non posso, allora soggiunse il Conte, costringerla a cosa, che ripugnerebbe alla nobiltà della sua indole. Troppo, così operando, mi mostrerei ingrato all’amore ch’ella ha per me!»
«Ebbene, o signore, rispose Varney, voi siete un uomo nel quale onore e saggezza vanno del pari. Non vi dirò dunque che questi scrupoli delicati son da romanzo, e non possono aver corso fuorchè in Arcadia, come lo ha scritto il nipote vostro Sydney. Ma permettete un’altra osservazione ad un vostro umilissimo servo, il quale ebbe finor la fortuna di vedere non disdegnata nemmeno dalla Signoria vostra la poca cognizione ch’egli si acquistò vivendo nel mondo. Vorrei sapere se in questo felice nodo che unisce a voi la figliuola di sir Robsart, l’obbligazione maggiore sia dal canto vostro, o da quello della Signora, e qual dei due abbia maggiori motivi di usar compiacenza, e prendere in esame i desiderii, la convenienza, la sicurezza dell’altro.»
«Ti ripeto, Varney, disse il Conte, che quanto fu in mio poter di concederle, non fu merito mio, ma pagato al di là dalla sua virtù non minore in lei della bellezza. Ah! no: fra le persone pervenute ad alto stato, non fuvvi giammai altra creatura più capace di ornarlo e di abbellirlo.»
«È una gran fortuna, o signore (riprese a dire Varney con quel suo sorriso sardonico, che ad onta de’ riguardi di rispetto non era sempre in suo potere il frenare), è una gran fortuna che ciò tanto vi appaghi! Voi avrete tutto il tempo di bearvi con sì deliziosa compagna, però spirato il termine di una prigionia, forse proporzionata al delitto di aver delusi gli affetti di Elisabetta Tudor. Voi non isperate, cred’io, di scontarlo a più lieve costo!»
«Spirito infernale! Osi tu schernirmi sulla sventura in cui m’avvolgo? rispose il Leicester. Aggiusta le cose, come ti parrà meglio.»
«Se dite davvero, o signore, convien sull’istante portarsi a briglia sciolta a Cumnor,» replicò il Varney.
«Vacci tu stesso, o Varney. Il demonio ti ha compartito quel genere d’eloquenza, che fa più impressione allorchè si tratta una cattiva causa. La mia fronte tradirebbe la bassezza della mia anima se ardissi proporre sì fatta frode. Vattene, dico, hai d’uopo ancora ch’io t’aggiunga sproni per compiere il mio disonore?»
«Per servirvi non ho d’uopo di sprone, o Milord. Ma se volete seriamente affidarmi l’incarico di far gradire a Milady un espediente divenuto unico ed indispensabile, fa di mestieri mi diate uno scritto, che presso la nobile mia padrona mi faccia vece di credenziale. Assicuratevi poi, che io sosterrò questo partito con quanto è in me d’eloquenza. Porto sì ferma opinione dell’amore che la Contessa nudre per la Signoria vostra, e della inclinazione ch’è in essa a far tutto quanto possa tornare a vantaggio del suo sposo, per non dubitar punto ch’ella non acconsenta a portare per alcuni giorni un nome umile come il mio, tanto più che per antichità non cede in nessuna parte a quello della famiglia Robsart.»
Il Leicester prese tutto quanto occorrevagli per iscrivere, ed incominciò per la Contessa due o tre lettere, che stracciò senza terminarle. Finalmente scrisse alcune righe slegate e disordinate, colle quali supplicava, per cagioni che riguardavano il proprio onore e la propria vita, la sua Amy a voler portare il nome di Varney per quel solo tempo che duravano le feste di Kenilworth. Aggiugnea che lo stesso Varney le avrebbe comunicati questi motivi onde si rendea tanto necessario sì fatto inganno. Dopo avere sottoscritta e suggellata la lettera, la gettò sopra la tavola, facendo tal gesto che intimava al Varney di partir sull’istante, e che questo consigliere intese a prima vista.
Leicester rimase siccome uomo impietrito fintantochè udì lo scalpitar de’ cavalli; perchè il Varney senza nemmeno indugiare quant’era d’uopo per cambiar di vestito, salì in sella, e seguito da un solo servo s’avviò a tutta briglia verso la contea di Berk. Udito questo rumore, il Conte si alzò precipitosamente, e s’affacciò alla finestra, venuto sull’istante in idea di rivocare l’indegno messaggio di cui aveva incaricato l’uomo, che a confessione stessa del Leicester, non possedeva alcuna sorte di virtù, eccetto l’affezione per chi lo proteggea. Ma il Varney era già lontano tanto da non poter neanco udirne la voce, e l’aspetto del firmamento seminato di stelle, riguardato in quel secolo siccome il libro del destino, stolse il Conte da una risoluzione che sarebbe stata più degna di lui.
«Eccoli che seguono il taciturno lor corso (dicea il Conte trattosi alla contemplazione del Cielo), eccoli questi astri, il cui possente influsso è sentito da tutti gli abitatori del nostro Pianeta. Se gli astrologi non mentiscono, ecco la crisi de’ miei destini! S’avvicina l’ora, l’ora per me di sperare e di temere ad un tempo, come mi fu predetto. Re si fu la parola. — Ma in qual modo? — La corona di Elisabetta! Da questo lato ogni mia speranza si dileguò. — Ebbene! io la rinunzio. Le ricche province dei Paesi Bassi mi domandano per loro capo, e se Elisabetta non si opponesse mi offrirebbero la corona di que’ Paesi. — E non ho io forse diritti al diadema?... anche entro il regno? Se Elisabetta venisse a morire, non appartengo io alla famiglia degli Huntingdon?... Ma asteniamoci dall’addentrarci maggiormente in sì rilevanti misteri. È d’uopo che per qualche tempo ancora, io continui a guisa di fiume sotterraneo il mio corso nell’oscurità e nel silenzio. Verrà giorno che mi mostrerò con tutto l’apparato della mia forza, e trascinerò meco tutto quanto si opporrà al mio passaggio.»
Intantochè il Leicester cercava ingannare la sua coscienza medesima col presentare a se stesso l’aspetto di una pretesa politica necessità, e s’avvolgea per tal modo fra i lusinghevoli sogni dell’ambizione, il perfido suo ministro aveva abbandonato la Corte e la città per trasferirsi in tutta fretta al suo destino. Nè meno del Conte il Varney si era sollevato ad altissime speranze. Costui di fatto avea condotto al punto cui voleva il padrone, che discoprivagli, come ben vedesi, i lati più reconditi del proprio cuore, e si prevalea dell’opera di quest’uom detestabile, persino nel mantenere le più intrinseche corrispondenze colla sposa. Divisò dunque il Varney, che per l’avvenire il suo protettore non potesse più, nè far senza di lui, nè ricusar di secondarne le inchieste, comunque si fossero sragionevoli; onde se la disdegnosa signora, tal era il predicato con cui solea, fra se stesso e con Foster, qualificar la Contessa, se la disdegnosa signora condiscendea finalmente alla domanda dello sposo, egli, Varney divenutone il marito supposto, divorava colla mente la futura condizione a se favorevole in modo cotanto straordinario, da non vedere omai limite alcuno alla propria autorità.... nè ravvisava perfin difficile l’ottenere un trionfo, cui agognava, primeggiando fra’ sentimenti infernali che lo stimolavano quello di vendicare i sofferti disprezzi. Ma in mezzo a tali speranze non trascurava il ribaldo di meditare all’altra possibilità di trovare Amy affatto renitente ad accettar la parte che le si voleva assegnare nel dramma di Kenilworth.
«Alasco, diceva egli, farà se ciò accade il suo ufizio; ed una infermità sarà il colore onde scusare presso Elisabetta la negligenza posta dalla signora Varney nel venire a tributarle omaggio in persona. Oh sì! e sarà, cred’io, una lunga e pericolosa malattia, se la Regina continua a riguardare milord Leicester con occhio sì favorevole. Non rinunzierò già di leggieri a divenire il favorito di un Monarca. Trotta, mio buon palafreno. L’ambizione, la sete di piacere e di vendetta conficcano i loro stimoli nel mio cuore, come io nel polveroso tuo fianco gli sproni. Trotta, trotta, mio buon palafreno, e il diavolo raddoppi la nostra velocità.»