CAPITOLO XII.
Gaetano Barbieri translation
»Io perigliai per te; cotal profitto »Di servigio fedel mi rendi? Addio. »Tu ver Gerusalemme, io ver l’Egitto. Imitazione d’alcuni versi del Falconer.
Tressiliano camminando avanti e indietro per la corte del castello meditava sullo strano avvenimento di questa comparsa di Amy e del colloquio avuto seco lei; dubbioso ad un tempo se l’obbligare la propria promessa, e lasciare tutto un giorno in balia di se medesima quella giovinetta fosse stato buon consiglio per parte d’uomo rivestito, com’egli era, della paterna autorità.
Ma in qual modo ricusar tale inchiesta ad Amy, ch’ei poteva anche credere legittimamente sottomessa all’autorità di Varney?
«Se Varney, diceva egli, l’avesse riconosciuta per moglie, qual diritto sarebbe in me di toglierla al suo potere? Converrebbe neanco, ponendo la discordia fra entrambi, distruggere le sole speranze di domestica felicità, che possono rimanere a questa sventurata?»
Tale riguardo si fu quello che fece risolvere Tressiliano a mantenere scrupolosamente la promessa fatta ad Amy. Che anzi, poichè a tal si era giunti, allegravasi di vedersi in circostanze più propizie onde soccorrere una donna infelice a lui sempre cara. Amy non era più rinchiusa in un ritiro solitario e lontano, sotto la guardia di persone sospette. Ella trovavasi nel castello di Kenilworth, in mezzo alla corte della Regina, difesa contra ogni sorte di violenza, e sempre in grado di mostrarsi ad Elisabetta; le quali cose tutte sembravano collegarsi a favore della figlia di sir Robsart.
Intantochè Tressiliano stavasi così esitando, or fra i pericoli da temersi, or fra i vantaggi da sperarsi per la giovane, giunta in sì strano modo a Kenilworth, gli si accostò Wayland, che esclamò in veggendolo: «Lode al Cielo! pur trovo la Signoria vostra,» e gli disse all’orecchio, che la giovane era fuggita da Cumnor.
«Ed è ora in questo castello, soggiunse Tressiliano: lo so, l’ho veduta. Fu per proprio volere di lei che venne condotta nel mio appartamento?»
«No, rispose Wayland, ma abbracciai il primo espediente che mi s’offerse per metterla al sicuro e si fa per me un nuovo contento il sapere che alloggiate voi in quella stanza. Piacevole situazione per vero dire! Da un canto il refettorio e dall’altro la cucina!»
«Taci, che questo non è momento di scherzi,» risoggiunse mestamente Tressiliano.
«Non lo so che troppo, prese a dire il maniscalco; ho passati tre giorni che non mi sarebbero stati più amari col capestro al collo. Questa povera Signora non ha la mente a segno sicuramente; nè è, credetelo, per accettare le nostre offerte. Mi ha proibito parlarle di voi, ed è risoluta a commettersi fra le mani di Leicester. Del certo, se nel punto che entrò nella vostra stanza l’avesse ella conosciuta per tale, mi sarebbe stato impossibile indurla a profittarne.»
«Qual è dunque il suo divisamento? ripigliò Tressiliano. Pensa ella forse, che il conte di Leicester per favorirla, vorrà far uso del proprio potere sopra un infame vassallo?»
«È ciò che non saprei accertarvi. Quanto v’ha di sicuro è, che accordandosi ella con Leicester o con Varney, il lato per noi più sicuro di Kenilworth sarà quello, d’onde potremo più facilmente metterci al largo. Se debbo dirvela, io non fo conto di fermarmivi un istante, tostochè avrò consegnata al Leicester la lettera della Signora. Prima di portargliela, io non aspettava che i vostri ordini. Ecco, vedetela... ma no. Oh! venga il malanno a questa lettera! L’avrò dimenticata in quel fenile, o per dir meglio canile, che è divenuto la mia stanza da letto.»
«Per la morte! gridò Tressiliano perdendo in un subito la pazienza. Piaccia a Dio che tu non abbia smarrita quella lettera da cui dipende un avvenimento più importante che non mille vite pari alla tua!»
«Smarrita! rispose prontamente Wayland. Vostra Signoria scherza; l’ho rinchiusa con tutta diligenza entro il sacchetto delle mie robe da notte. L’avrete a momenti.»
«Corri tosto, e con fedeltà recala a me. N’avrai ricompensa. Ma se si avverasse quanto ho temuto, se più non fosse in tua mano, guai, guai a te! ti farei portar invidia ad un cane ammazzato.»
Wayland partì colla gioia e la sicurezza sul fronte, ma tremante in fondo dell’animo suo.
La lettera era smarrita, e nulla eravi di più sicuro, ad onta della scusa che il maniscalco allegò per calmare la furibonda inquietezza di Tressiliano. La lettera era smarrita, ed era tal lettera che se cadeva in cattive mani, facea noto tutto un maneggio, di cui Wayland era complice. Nè comunque andasser le cose, vedeva egli alcuna speranza, che tal maneggio non si scoprisse. Or lo traevano ancora a molesti pensieri gli atti d’impazienza di Tressiliano.
«Ecco la bella moneta onde vengo pagato per prestar servigi, in cui va la mia testa di mezzo. Gli è ora che pensi a me stesso. Io qui non fo altro, se non m’inganno, che rendermi colpevole verso il signore di questo magnifico castello, verso uno che può togliermi la vita con tanta facilità quanta ve n’è a spegnere una candela da sei denari. E tutto ciò mi guadagno a servire una donna impazzita, ed un malinconico amante, altro matto, che per aver io perduto un cencio di carta piegata in quarto, mette mano alla spada e minaccia d’ammazzar tutto il mondo! Soprappiù, qui si trovano Varney e il dottore. La vita vale anche più dei denari. Ho risoluto. Vada al diavolo ogni compenso, e fo di gamba in quest’istante medesimo.»
Egli è naturale che sì fatte considerazioni si presentassero all’animo di Wayland, ingolfatosi più avanti ch’ei nol credesse da prima in una sequela di maneggi misteriosi, inesplicabili, e tali che perfino i primari attori parea non sapessero qual fosse la loro parte. Nondimeno fa d’uopo rendergli giustizia. Queste personali considerazioni erano, fino ad un certo grado, contrabbilanciate nell’animo suo dalla passione, che l’idea di abbandonare quella infelice giovane gl’inspirava.
«Non penso a Tressiliano più di quello che pensi ad una moneta di sei denari. Con lui non ho debiti. Condussi la sua errante donzella in questo castello. Studii egli a farle la sentinella. Ben mi rattiene la pietà dovuta ad un’infelice. Chi sa a quai disgrazie andrà soggetta in mezzo a questo chiasso, a questo tumulto. Sì: è necessario ch’io mi rechi nella sua stanza, ch’io le confessi d’aver perduto la lettera. Così almeno potrà allestirne un’altra, nè ella mancherà, spero, di messi, in una casa ove non è penuria di servi, che possono ben portare una lettera al loro padrone. Indi le dirò che vado via, raccomandandola alla bontà del Cielo, alla sua propria saviezza, alle cure e alle previdenze del sig. Tressiliano. Forse le verrà in mente l’anello che mi aveva offerto. Affè, che me lo sarei guadagnato! Infine! ella è un’amabile creatura. Dunque all’inferno l’anello! Non voglio avvilirmi per sì poca cosa. Se anche fossi vittima del mio buon cuore in questo mondo, sarò più felice nell’altro. Due parole alla Signora, indi gambe mie fate il resto.»
Col piè leggiero e coll’occhio attento d’un gatto che guati la sua preda, Wayland s’avviò alla stanza della Contessa, trapassando e corti, e corritoi, studioso ad un tempo e d’osservar coloro che gli passavano da vicino, e di sottrarsi quanto il poteva agli altrui sguardi. Con tal tenor d’andamento si trovò al grande atrio situato fra la cucina e il salone, indi alla scaletta della torre di Merwyn.
Già il nostro buon maniscalco si compiacea d’avere scansati tutti i pericoli, e preparavasi a salire, facendo due gradini per volta, quando s’accorse dell’ombra d’un uomo che dipigneasi sopra una porta socchiusa. Allora scese tosto sulla punta dei piedi tornandosene alla corte interna del castello, che trascorse in lungo ed in largo per un quarto d’ora all’incirca, sembratogli quattro volte più lungo dell’ordinario; poi rivenne alla torre colla speranza che finalmente quest’uomo a lui ignoto ne fosse partito. L’ombra di fatto era scomparsa, onde ascese qualche gradino di più, e mentre stava deliberando se fosse miglior partito il salire ancora o tornarsene addietro, s’aprì d’improvviso la porta, offerendo a’ suoi occhi rimasti attoniti Michele Lambourne che tantosto sclamò: «Chi diavolo sei tu? Che cosa vieni a cercare in quest’angolo del castello?»
«Non son già io un cane, che ubbidisca al primo uomo che fischia, lo sapete voi?» rispose Wayland ostentando una sicurezza troppo smentita dal tuono tremebondo della sua voce.
«Tu cerchi credo me, Lorenzo Staples.» Sì disse il Lambourne ad un omaccio mal costrutto, cogli occhi loschi e alto più di sei piedi, che comparve alla porta. Indi rivolto a Wayland, continuò: «Poichè ti piace tanto, amico mio, questa torre, posso dartene a conoscere le parti le più profonde, poste dodici grossi piedi sotto il letto del lago. Le troverai abitate da serpenti, rospi, lucertole e da altri leggiadri animali di simili famiglie, che ti faranno buona compagnia. Presto! rispondimi, chi sei? che vuoi tu in questo luogo?»
«Se una volta si chiude sopra di me la porta d’una prigione, sono spedito,» ragionava in suo cuore Wayland. Laonde rispose con modi i più sommessi esser egli il povero bagattelliere che suo Onore aveva incontrato il dì innanzi a Weatherly.
«E qual giuoco di mano pretendi tu di fare in questa torre? La tua brigata, disse il Lambourne, è nell’edificio di Clinton.»
«Vado a trovare una mia sorella, disse Wayland, che abita là in alto nella camera del sig. Tressiliano.»
«Ah! ah! Ho capito adesso (sclamò sorridendo il Lambourne). Affè che questo sig. Tressiliano per essere un forestiere non si prende fastidi o riguardi, come se fosse in casa sua; e con molta leggiadria mette nelle proprie stanze le suppellettili che gli accomodano meglio. Ottimamente! Sarà un fattarello di più da ingrossare la vita del santo sig. Tressiliano; scommetto vi saranno persone alle quali ne andrà a sangue il racconto più che non a me una borsa d’oro. Ascoltami, furfante, sì disse volgendosi a Wayland, e intendimi bene. Non vogliamo che tu faccia stanare il lepre, perchè è nostra mente prenderlo al covo. Vattene di qui con quel tuo ceffo da imbroglione o ch’io ti fo saltare dalla finestra; e in verità sarei tentato a sperimentare se con qualcuna delle tue astuzie sei capace di preservar le tue ossa dagli effetti d’un capitombolo.»
«La signoria vostra, come spero, non avrà un’anima sì crudele, ne sono certo, ripigliò Wayland. Conviene lasciar vivere la povera gente; anzi spero dalla bontà di vostra Signoria la permissione di parlare con mia sorella.»
«Tua sorella, sì, dal lato d’Adamo, non è vero? Che s’ella lo fosse altrimenti, non ne saresti che più colpevole; ma sorella o non sorella, ti sventro come una volpe se tu ritorni a questa torre. Anzi or che ci penso, dalla parte di tutti i diavoli! sloggia subito dal castello. L’affare è più importante che nol sono tutte le tue gherminelle da barattiere.»
«Sempre col rispetto dovuto alla Signoria vostra, rispose Wayland, è d’uopo ch’io faccia la parte d’Arione nello spettacolo da rappresentarsi questa sera sul lago.»
«Per san Cristoforo! la farò io, disse il Lambourne. Orione! È così che tu lo chiami? Sì: io rappresenterò Orione col suo cinto, e le sue sette stelle, chè è più. Su via esci, mala semenza. Seguimi. E poi!.... a te, Lorenzo, metti fuori questo mascalzone!»
Lorenzo prese per il collo il tremebondo bagattelliere, e Lambourne correndo affrettatamente dinanzi ad entrambi, si indirisse verso una segreta porta forata pel muro di ponente a poca distanza dalla torre, e fu quella medesima, per cui Tressiliano dianzi era entrato.
Intantochè attraversavano lo spazio che disgiugne la ridetta porta di soccorso dalla torre di Merwyn, Wayland si lambiccava invano il cervello per iscoprire una via di giovare alla infelice giovane di Lidcote ch’ei continuava a compiangere ad onta dell’incalzante pericolo in cui si trovava egli stesso, ma appena posto fuor del castello, e udito ch’ebbe Lambourne, il quale con tremendo giuramento gli chiarì come una pronta morte e il ritorno in quel luogo sarebbero stati una stessa cosa per lui, alzò gli occhi e le mani al Cielo, quasi prendendolo in testimonio, che sino all’ultimo istante avea difesa la donna oppressa; volte indi le spalle alle superbe mura di Kenilworth, andò in traccia d’un ricovero più umile, ma più sicuro.
Lorenzo e Lambourne, dopo averlo seguito cogli occhi per qualche tempo, rientrarono nel castello, e in tanto che camminavano, il primo disse al secondo. «Il Cielo mi benedica se indovino qual motivo aveste per discacciare questo povero disgraziato che dovea sostenere una parte nella festa già vicina ad incominciare, e tutto questo per una donna!»
«Ah! Lorenzo, rispose Lambourne, tu pensi a Black Ioan Suggs di Plingdon, nè hai svestite ancora le umane fragilità! Ma fa coraggio, mio nobilissimo duca della Torre, investito dell’alto dominio di tutte le prigioni: per giudicare di questi affari non sei illuminato da maggior luce di quella che rischiara i tuoi feudi. Sappi adunque, mio molto reverendo signore dei paesi bassi di Kenilworth, che il rispettabilissimo nostro padrone Riccardo Varney, sol per trovare un buco nel mantello di questo Tressiliano, ci regalerebbe quante piastre bastano per farci bere cinquanta notti di seguito, e ne darebbe ampio concedimento di licenziare l’intendente della casa, se ci venisse a sconcertare prima d’avere votato l’ultimo fiasco.»
«Oh! quand’è così, non so darvi torto, soggiunse il gran carceriere di Kenilworth. Ma come farete voi, sig. Lambourne, a custodire il deposito, se vi allontanate di qui; perchè giusta quanto mi sembra, all’arrivo della Regina, voi dovete starvene presso al vostro padrone.»
«Ah! ho fatto i miei conti sull’opera tua, mio vicerè. Sei tu che farai la guardia in mia assenza. Lascia entrar Tressiliano, s’ei lo desidera, ma non permettere a nessuno l’uscita. Se la giovane tentasse fuggire, cosa parimente fra le possibili, avrai cura di spaventarla colla tua grossa voce..... In fine poi, non è che la sorella d’un misero saltimbanco.»
«Farò meglio, ripigliò Lorenzo. Chiuderò il catenaccio di ferro che sta alla seconda porta; in tal guisa o per amore o per forza non durerò molta fatica a guarentire questa donna.»
«Allora poi Tressiliano non potrà più andarla a trovare (e qui Lambourne si fermò a pensare un momento). Ma non importa. È assai se nella stanza di lui verrà sorpresa la donna. Tu però confessami, vecchio barbagianni delle prigioni, che temi di passare svegliato la notte in questa torre di Merwyn.»
«Io! perchè volete che ciò sia, signor Lambourne? Tal cosa non mi dà maggior fastidio del dar di volta a una chiave. Gli è vero che in questa torre si sono intese ed anche vedute strane maraviglie. E benchè non siate che da poco tempo in Kenilworth, è difficile non v’abbia parlato qualcuno delle visite che la nostra torre va ricevendo dallo spirito d’Arturo di Merwyn, di quel capo di Barbari, il quale caduto nelle mani del valente lord Mortimero, che comandava l’esercito sulle frontiere del paese di Galles, qui venne, a quanto dicesi, assassinato.»
«Sì, ho inteso raccontare tal favola più d’una volta, e che il fantasma non istrepita mai tanto forte come allor quando si fanno bollire porri, o si fa frigger formaggio nella cucina. Santo Diavolo; non ti lasciar udire, Lorenzo!»
«Tu però ti lasci udire, soggiunse quel guardiano, con tutta la saggezza che ti piacerebbe ostentare. Gli è un caso, credilo, da far fremere i più intrepidi, l’assassinio d’un prigioniere! Si consegni una stilettata ad un uomo sorpreso nell’angolo d’una strada, non è gran cosa per te: si meni un gran colpo di chiavi sulla testa d’un prigioniere ricalcitrante, dicendogli nel tempo stesso: Sta buono, io chiamo ciò mantenere il buon ordine delle prigioni. Ma sguainar a sangue freddo una sciabola, e piantarla, come fu fatto, nel corpo di quel trucidato signore di Galles, è tale eccesso da suscitare fantasmi capaci di rendere inabitevole per più secoli una prigione. E vedi fin dove io spingo la mia affezione verso i prigionieri! Povere creature! Quando ho avuto in consegna e scudieri e persone di riguardo, che s’erano spassati a far camminate proficue nelle strade maestre, o a dir male di sua Signoria il sig. conte di Leicester, ho preferito l’alloggiarli cinquanta piedi sotto terra al chiuderli in quell’alta camera ove fu commesso il misfatto. Sì, per s. Pietro in Vinculis ch’io maraviglio come il mio nobile Signore, o il sig. Varney, acconsentano ad assegnar tale stanza agli ospiti del castello. E se il sig. Tressiliano ha potuto indurre qualcuno, e massimamente una bella giovinetta, a tenergli compagnia, dico che ha fatto assai bene.»
«Ed io ti dico, rispose il Lambourne, andando su e giù per la stanza di Lorenzo, che sei un asino e nulla meglio. Va a mettere il catenaccio all’uscio della scala, e tralascia di pensar agli spiriti, o piuttosto portami vino. Mi sono alquanto riscaldato nel mettere quel cialtrone fuor della porta.»
Mentre Michele andava ammorzando la sete col tracannare per più riprese, e senza ricorrere al bicchiere, un fiasco di Bordò, il nostro guardiano della torre, persuaso veramente dell’esistenza de’ fantasmi, cercava destramente di ricondurre il discorso sul fantasma d’Arturo di Merwyn, per giustificare la propria credulità.
«Scorsero poche ore soltanto dacchè sei nel castello, e queste ancora impiegasti sì bene nell’avvinazzarti, che non ti fu possibile nè parlare, nè vedere, nè udire. Chè certo, faresti meno il gradasso, se avessi passata con noi una notte di plenilunio, tempo in cui il fantasma smania più forte, massimamente allorchè soffiando con violenza il vento di maestro, cominciano a cadere gocciole di pioggia, e s’odono a quando a quando colpi di tuono! Oh Gesù! Che fracasso, che tintinnio, quali urla, quai gemiti si odono allora nella torre di Merwyn. Quando siamo a questi spaventi, t’assicuro, che due boccali d’acquavite bastano appena, pei miei figli e per me.»
«Ah! tu non sei che una bestia (rispose il Lambourne, cui le ultime beviture, aggiunte a tutte le precedenti, cominciavano ad alterare il cervello), non sai tu stesso quel che ti dica. Nessuno ha veduto questi spiriti, e chi ne parla meno dice minori sciocchezze. Chi crede una cosa, chi ne crede un’altra. Visioni tutte! fanfaluche! Io ho conosciuto persone d’ogni fatta, io vedi! mio caro Lorenzo, ed anche uomini di molto merito... ve n’è uno soprattutto... un gran signore, che non voglio qui nominare. Egli crede agli oracoli, alla luna, ai pianeti, e al loro corso. S’immagina perfino che questi non isfavillino se non se per lui. Ma quant’è sicura la parola d’un uom digiuno, o vera quella d’un imbriaco, io credo che le stelle risplendano unicamente per salvare dalle cadute ne’ fossi le buone creature della mia razza. Nondimeno questo tal signore dia pure buon pascolo alle sue fantasie, chè è ricco per poterne avere. Conosco un altro, uomo dottissimo, te ne fa fede Lambourne, che parla il greco, l’ebraico, come io il latino: Ebbene! Egli ha la debolezza delle simpatie e delle antipatie, e di voler cambiare il piombo in oro. Lasciamolo fare, e lasciamlo pagare di tale moneta i gonzi che di tal moneta sono contenti. Tu ancora ti metti nel novero di queste persone, tu altro grand’uomo, benchè nè nobile nè sapiente; ma sei alto sei piedi, e cieco quanto una talpa. Credi pure agli spiriti. Per altro abbiamo qui un altro grand’uomo, un grande piccol uomo, o piccolo grand’uomo, che tu lo voglia chiamare, mio caro Lorenzo; il suo nome incomincia per un V.»
«E che cosa crede costui?»
«Niente, mio caro Lorenzo, niente, assolutamente niente. Non adora nè Dio, nè il diavolo. Per me ho fede nel demonio, perchè credo debba esservene uno che possa portarsi sulle sue corna la mia anima
»Quando stanca del mio frale »Gli darà l’estremo vale,
versi di una famosa canzonetta; perchè non v’è antecedente che non abbia il suo conseguente, solea dire il dottor Brucham. Ma questo è greco per te, mio caro Lorenzo, e in fin de’ conti son cose affatto inutili da sapersi. Dammi dunque un altro fiasco.»
«Corpo di bacco! Se voi continuate a bere così, Michele carissimo, vi troverete mal in ordine per far la parte d’Orione o per accompagnare il padron vostro in una notte tanto solenne. A tutti i momenti, io m’immagino udire la grande campana della torre di Mortimero, nunzia dell’arrivo d’Elisabetta.»
Intanto che Lorenzo faceva tali osservazioni, proseguiva in suo bere il Lambourne, che finalmente rimettendo sulla tavola il fiasco pressochè vôto, e mandando un lungo sospiro, disse con voce a metà spenta, e che sollevavasi a grado a grado mentr’ei parlava: «Non ti prendere fastidio di questo, o Lorenzo. Se m’imbriaco, Varney saprà richiamarmi alla ragione. E perciò non ti prendere fastidio. L’ubbriachezza farà a modo mio. Poi se devo andare sull’acqua come Orione, bisogna mi premunisca contro l’umidità. Tu t’immagini che non sarò capace di far da Orione! Io sfido anzi il più intrepido gracchiatore fra quanti si sono mai sfiatati per dodici soldi a farmi la critica. Avvi forse un sol uomo che non s’imbriachi in tal notte? rispondimi. È una prova di fedeltà l’imbriacarsi, e ti giuro che se mi scontro in chi dopo aver bevuto non sia allegro, rischia in mia fede di non essere mai più allegro nemmeno a digiuno. Non nomino persone, ma... gran virtù che ha una foglietta di vino per mandare al diavolo i mali umori, e per eccitare allegria. Vivat per la regina Elisabetta, pel nobile Leicester, pel degnissimo sig. Varney e per Michele Lambourne, che potrebbe farseli girar tutt’e tre attorno a un dito.»
Dopo dette quest’ultime parole, scese la scala, ed attraversò il cortile interno.
Quel guardiano continuò per qualche tempo ad osservarlo, poi chiudendo lo sportello della torre, dicea fra se stesso: «Che bella cosa l’essere un favorito! Poco mancò un giorno ch’io non perdessi l’impiego sol perchè il sig. Varney sognò ch’io sapessi d’acquavite, e quel furfante non teme d’essere cacciato via su due piedi col presentarsegli innanzi gonfio di vino siccome un otre. Bisogna però fargli giustizia: egli è un furfante pieno d’abilità. Io non intendo mai la metà di quello che dice.»