CAPITOLO XIII.
Gaetano Barbieri translation
»Ella s’appressa a noi: l’annunzi il suono »Delle festanti squille; e tu soldato, »Corri, t’affretta ai merli: or non ministro »Di morte, il foco al cavo bronzo appresta; »E l’aura ripercossa e rotta a lei »Gl’impazienti nostri voti adduca. La Regina Vergine. Tragicom.
Dopo che Wayland abbandonò Tressiliano, come dianzi il dicemmo, il secondo stavasi incerto su quanto si dovesse operare, allor quando vide venire a se Raleigh e Blount che si tenevan per braccio, e ad un tempo disputavano fortemente fra loro, giusta il costume. In quello stato d’animo in cui si trovava il giovane di Cornovaglia, egli sentivasi per vero dir poco vezzo della lor compagnia, ma oltrechè non vedea un modo convenevole ad evitarli, comprendea che obbligato qual erasi con promessa ad Amy di non vederla e di non avventurare per lei alcun tentativo, il miglior partito per esso lui diveniva quello di mettersi tra la folla, nè lasciar comparire, che il men possibile nella sua fronte le angosce e le incertezze, fra cui internamente agitavasi. Fatta dunque di necessità virtù, salutò i compagni: «Ebbene, come passaste il tempo, o signori? D’onde venite?»
«Da Warwick, disse Blount. Siamo tornati per cambiar d’abito, come usano gli attori di certe compagnie comiche povere per moltiplicare sulla scena i lor personaggi. E voi, Tressiliano, perchè non faceste altrettanto?»
«Blount ha ragione, soggiunse Raleigh. La Regina è tenerissima dell’etichetta, e reputa una violazione del rispetto dovutole il comparire innanzi a lei con un abito ove si veda la più piccola orma di polve o di fango. Ma guarda! mio caro Tressiliano, guarda, e fa se puoi di non ridere, il nostro Blount. Osserva come quel suo cane di sartore gli ha messo addosso un catafascio di turchino, di grigio, di rosso, di nastri color di carne, e compiscono l’opera quelle rosette gialle sulle sue scarpe!»
«Che cosa pretenderesti di meglio? rispose Blount. Certamente non mi stetti dal raccomandare a quel mariuolo di fare una bella cosa, e di non guardare a spese; e credo poi anche che questo da te chiamato catafascio, non manchi di fare spicco. Per lo meno il mio abito è migliore del tuo, e ne fo giudice Tressiliano.»
«E lo sia, disse Walter Raleigh. Per bacco! ne ho tutto il piacere. A te, Tressiliano, profferisci sentenza.»
Tressiliano, instituito arbitro, cominciò ad esaminare le cose che divenivano materia di procedura, e indovinò d’un guardo, che il povero Blount prese sulla parola del sartore quell’abito carico di nastri, in mezzo ai quali sentivasi imbarazzato più d’un contadino quando mette il suo abito della domenica. Il vestito di Raleigh invece, elegante e ricco ad un tempo, gli si affacea sì vantaggiosamente, che chiamava ogni sguardo sopra di lui. Laonde Tressiliano pronunziò, più ricco essere il vestito di Blount, di miglior gusto l’altro di Raleigh.
Blount si tenne contento di una tal decisione. «Lo sapea ben io che quel furfante di Doublettich non avrebbe avuta la poca accortezza di presentarmi una giubba liscia come quella di Raleigh. Gli avrei spaccato il cranio col suo stesso ferro da distendere. Poichè se dobbiamo essere pazzi, siamo almeno pazzi di prima sfera.»
«Ma, e tu, Tressiliano, allora disse Raleigh, che aspetti tu per andarti a vestire?»
«Un equivoco m’ha fatto rimanere fuori della mia stanza, rispose il gentiluomo di Cornovaglia, e mi priva qualche tempo del mio arredo. Anzi stava io per pregarti a darmi un poco di luogo nel tuo appartamento.»
«E con tutto il piacere, soggiunse tosto Raleigh. La mia stanza è assai vasta, nè può negarsi, sua Signoria di Leicester ci tratta con ogni riguardo, e ne volle alloggiati da principi. Certamente, se anche è a ritroso tal sua compitezza, ei la porta sì lunge, che la ritrosia non si scorge. Laonde nell’atto stesso di farti padrone della mia stanza, ti consiglierei volgerti al ciamberlano del Conte; egli ti farà subito avere soddisfazione per l’altra stanza che t’hanno levata.»
«Oh! la cosa non merita l’incomodo di pensarvi sopra, massimamente poichè condiscendi tu ad alloggiarmi. È egli poi ben sicuro che non darò disturbo a nessuno. A proposito! Avevate compagnia nel venir da Warwick?»
«Grande, rispose Blount. Varney, e un’intera tribù di Leicesteriani, poi anche una ventina circa di fedeli amici del conte di Sussex. Noi dobbiamo, a quanto sembra, ricevere la Regina nella torre, che costoro chiamano della Galleria, e assistere a tutte le buffonerie che si preparano per farle festa; indi saremo noi gl’incaricati di farle corteggio nel trasferirsi al Salone, affinchè tutti quelli che l’avranno accompagnata sino al castello, abbiano il tempo di cambiare in più ricche vesti gli abiti loro da viaggio. Sto da re, se la Sovrana mi volge qualche parola. Dio mi castighi s’io so che risponderle.»
«Qual cagione vi ha trattenuti sì lungo tempo a Warwick?» continuò ad interrogar Tressiliano, studioso di allontanare il discorso dalle cose che lo riguardavano.
«Ci ha trattenuti... una infinità di stravaganze, rispose Blount, ma stravaganze tali, che non se ne vedono di sì fatte alla fiera di S. Bartolommeo: discorsi imparati a memoria, commedie, cani, orsi, uomini vestiti da simie, donne trasformate in fantocci, che so io? In verità maraviglio come la Regina abbia potuto reggere a tante goffaggini. Eh sì! coloro che ne erano i personaggi ricavavano a quando a quando clementi occhiate dalla Sovrana, e lessero nel volto di lei più d’un segno d’aggradimento. Convien dirlo: la vanità fa talvolta impazzire i più saggi; ma andiamo tutti alla torre della Galleria. Vieni, Tressiliano... non capisco per altro come ti trarrai d’imbarazzo con quell’abito pieno di polvere, e con que’ tuoi stivaloni.»
«Starò sempre dietro a te, caro Blount. Così la nobiltà della tua presenza, e l’eleganza delle tue vesti copriranno quanto è di sconcio nel mio aggiustamento,» rispose Tressiliano, che s’accorse come tutte le idee del nostro Blount si fossero concentrate allora in una sola, intendo la pompa insolita de’ panni che aveva indosso.
«E pensi che ciò accadrà veramente? rispose Blount. Ebbene! rassegniamci. Non puoi credere quanta sia la mia soddisfazione, perchè trovasti di buon gusto il mio abito. O non fare una pazzia, ma tratti a farla, si faccia almen grandemente!»
Nel dir tai cose il Blount, ora s’aggiustava il cappello, or mettea studio a ben portare la gamba, pago di se stesso come se avesse preceduta la sua brigata di lancieri, talvolta mandava occhiate contente alle cremesine sue calze, e alle larghe rosette gialle che si spiegavano sulle sue scarpe. Mesto e pensieroso il seguia Tressiliano, senza por mente a Raleigh, il quale spassandosi sulla goffa vanità di Blount ne facea il testo di mille graziosi motteggi che susurrava all’orecchio dell’altro compagno.
Di tal maniera attraversarono il ponte coperto, andati indi a porsi con altri gentiluomini innanzi alla porta esterna della Galleria, o torre d’ingresso. Il loro numero era di quaranta persone all’incirca, scelte fra i cavalieri di primo ordine, e schierati in doppia fila da ciascun lato della porta come una guardia d’onore.
Armati soltanto delle loro spade questi gentiluomini, portavano abiti ricchi sin quanto l’immaginazione può concepirli; e poichè l’usanza d’allora volea grande sfoggio di magnificenza, non vedeansi che velluti, ricami d’oro e d’argento, nastri, perle, e preziose catenelle. I gravi pensieri che occupavano l’animo di Tressiliano non gl’impedirono d’avvedersi, come con quel suo abito da viaggio benchè elegante, facesse meschina comparsa in mezzo a cotanta pompa, e più il trassero in tale considerazione le maraviglie fatte da’ suoi amici, e gli sguardi schernitori de’ partigiani del Leicester. Non potevamo omettere simile circostanza, quand’anche taluno la riguardasse men consentanea al carattere grave che attribuimmo a Tressiliano. Ma però questa maggior cura che si dà all’esterno aggiustamento è una specie d’amor proprio, di cui neanche l’uomo il più saggio va immune, ed è sì connaturale alla specie umana, che non solamente la serba il soldato fin quando si cimenta ai rischi d’una morte quasi sicura, ma lo stesso colpevole che cammina al supplizio si studia di mostrarsi nel modo men disdicevole. Però si evitino le digressioni.
Terminava il crepuscolo vespertino della giornata estiva de’ 9 luglio 1575, che tutti aspettavano ancora con grande ansietà l’arrivo della Regina. Ogni istante ingrossava la folla già da molte ore adunatasi. Un’abbondante distribuzione di reficiamenti e di bue arrostito, e le botti d’ala congegnate con pertiche in diversi punti della strada, mantenevano nel popolo la gaiezza, e la sua affezione in ver la Regina e il favorito della Regina, affezione che sarebbesi del certo affievolita, se la molestia del digiuno si fosse aggiunta all’impazienza di un lungo aspettare.
Così a quella turba non parve lungo un tempo trascorso fra popolari trastulli, e schiamazzi, e risa, e triviali scherzi, che gli uni agli altri mutuamente si indirigevano.
Di tal genere era l’agitazion che vedeasi nello spianato vicino al castello, e principalmente presso la porta del parco, ove il popolo più numeroso assembrossi; allor quando vistosi d’improvviso brillar un razzo nell’atmosfera, si fece ad un tempo udire per tutta l’estensione della pianura il suono della campana maggiore del castello.
Cessarono in quest’istante le grida, cui succedè il sordo mormorio dell’aspettazione, onde non altra cosa ascoltavasi, che un confuso ronzio di migliaia d’uomini che parlavano sotto voce, e per valermi d’una frase bizzarra, il bisbigliar lieve d’una moltitudine immensa.
«Giungono adesso, non v’è dubbio, disse Raleigh. Tressiliano, questo suono ha un non so che di maestoso. Noi di qui l’ascoltiamo, siccome naviganti, che dopo un lungo viaggio, odono in lontananza il flutto che si rompe urtando in qualche incognita spiaggia.»
«Secondo me, rispose il Blount, questo rumore ha molta simiglianza col muggito che fan le mie vacche nel ricinto di Wittens-Westlowe.»
«Adesso, per Dio! sta pascolando, disse Raleigh a Tressiliano, e non gli passano per la mente che buoi e praterie. Di fatto ei non val meglio de’ suoi armenti cornuti, nè diventa uomo che quando gli si parla di sangue o di morte.»
«Bada, soggiunse Tressiliano, ch’egli sull’istante non te ne dia prova, se non la finisci colle tue spiritose bizzarrie.»
«Eh! non ci penso neanche, rispose Raleigh. Ma tu pure, mio Tressiliano, sei divenuto un barbagianni, lo sai! Tu non voli più che di notte tempo. Tu cambiasti i tuoi canti in lugubri lamentazioni, e la buona compagnia in un buco di muro.»
«E tu! che specie d’animale sei tu, o Raleigh, che corri tanto nel giudicare i tuoi simili?» disse allor Tressiliano.
«Io! io sono un’aquila che non mi abbasserò mai fino a terra, sintantochè vi sia un cielo verso cui indirigere il volo, finchè vi sarà un sole ove fisare il mio sguardo.»
«Bella millanteria! per san Barnaba! entrò in campo il Blount. Ma, caro il mio signor dall’aquila, guardatevi dalla gabbia, e dall’uccellatore. Ho visto altri uccelli volar alto quanto il vorreste voi; poi gli ho visti dopo, molto leggiadramente impagliati far da spavento agli altri uccelli loro compagni. Ma zitti. Da che deriva questo improvviso silenzio?»
«È il corteggio, disse Raleigh, che si ferma alla porta del parco, ove una sibilla, una di queste fatidicae, parla colla Regina e ne trae l’oroscopo. Ne ho veduti i versi che non hanno gran vezzo. Poi sua Maestà è stanca di poesie. Ella stessa in tempo che il cancelliere di Ford-Mell l’arringava, mi disse all’orecchio, che era pertaesa barbarae loquelae.»
«La Regina parlargli all’orecchio! meditò subito il Blount. Come finirà mai questa faccenda?»
Ma tali sue considerazioni vennero interrotte dai romorosi applausi della moltitudine, che da ogni eco venivano rimandati due miglia all’intorno. I gruppi situati a mano a mano ne’ luoghi d’onde passava Sua Maestà, mettevano plaudenti grida, che da un gruppo all’altro si comunicavano fino al castello, onde finalmente quelli ch’eran di dentro n’ebber gli annunzi, e quando la Regina aveva oltrepassato la porta del parco, e quando fu entrata in Kenilworth. Allora si fece udire la musica del castello, e il romor del cannone si mescolò a quel delle scariche degli archibusi. Pur questo fracasso di tamburi, di trombe e di spari di cannone discernevasi appena, tanto forti erano le acclamazioni ognor crescenti di tutta quella popolazione.
Allorchè lo strepito cominciò a sminuire, si fece vedere alla porta del castello un vivacissimo splendore, che si distendeva ed ingrandiva col suo avvicinarsi. Tale splendore avanzavasi, tenendo il sentiero del viale che guidava alla torre della Galleria, e venendo per mezzo alle file della gente del Conte. Tantosto da entrambi i lati di quelle file medesime s’alzò un grido: la Regina! la Regina! silenzio! Di fatto giugnea Elisabetta, preceduta da dugento suoi cavalieri, che portavano torcie di legno resinoso, il cui chiarore, pari a quello del giorno, splendea su tutto il corteggio, in mezzo al quale stavasi la Regina vestita nella massima pompa, e raggiante tutta di gemme. Saliva ella un bianco destriero, unendo dignità e grazie in condurlo, talchè in quel portamento nobile e maestoso ben ravvisavasi l’augusta discendente di cento monarchi.
Le dame d’onore che seguivano sua Maestà non trascurarono certamente nel loro ornarsi nessuna cosa di quante si voleano a sostenere il lustro di un sì brillante corteggio. Tutte queste costellazioni secondarie erano degne del glorioso astro che circondavano. La pompa, onde cresceano spicco all’avvenenza di loro forme, stavasi bensì ne’ limiti d’un ritegno che le facea riguardose di non parer gareggianti col maggior astro, ma tale sempre si mantenea, onde si scorgesse essere elleno il fiore d’un regno tanto rinomato pe’ suoi fasti e per la leggiadria delle sue abitatrici. La magnificenza dei cortigiani, non frenata da prudenziali considerazioni andava oltre ogni limite.
Il Leicester, tutto splendente d’oro e di preziosi ricami, veniva a cavallo alla diritta della Regina, onore che gli si addicea e come ospite di lei, e come grande scudiere. Era il destriero uno de’ più famosi corridori di tutta l’Europa, ed un’insigne somma avea spesa il Conte per procacciarselo, e farsene merito in tale circostanza. Questo nobile animale mostrandosi impaziente del lento marciare di quel corteggio, ritondava con grazia il maestoso collo, e rodea in leggiadra guisa l’argenteo morso che lo frenava. Ne uscia dalla bocca la spuma, e cadea come fiocchi di neve in su le belle sue membra. Degno il cavaliere del proprio grado, e di salire sì nobil corsiero, non eravi alcuno in Inghilterra, nè forse in Europa, che gli potesse contender la palma o nell’arte di guidare un cavallo, o in tutt’altr’arte cavalleresca. Col capo scoperto, siccome ognuno di quel corteggio, il lume delle torce rischiarava e le prolungate anella della sua nera capigliatura, e quel dignitoso volto, ove il censore anche il più severo non avrebbe potuto notare altro difetto, che un’altezza di fronte, soverchia anzichè no. In questa sera tanto memorabile, dipigneasi nei suoi lineamenti la tenera sollecitudine di un suddito compreso d’alta gratitudine per l’onore compartitogli dal Monarca, ma che ad un tempo va orgoglioso d’esserne meritevole.
Ciò nondimeno, comunque gli raggiasse la gioia sul viso, alcuni del suo seguito credettero accorgersi d’una pallidezza più che ordinaria in quel volto, e gli uni agli altri si manifestarono la tema, che le molte cure e fatiche cagionate a lui da un tal giorno non ne pregiudicassero la salute.
Varney seguiva da vicino, siccome primo scudiere, il padrone portando un berrettone di velluto nero ornato d’un fibbiaglio di diamanti, e sormontato da bianco pennacchio. Egli tenea gli occhi costantemente fisi sul Conte, siccome colui che per motivi non ignoti al certo ai nostri leggitori, dovea fra tutti i numerosi servi del Leicester augurargli più ardentemente e forza e risoluzione nel sostenere i travagli di un giorno per lui sì penoso. Comunque il Varney appartenesse a quel picciolo numero di scellerati, che giunti a spegnere i rimorsi passano dall’ateismo a tale indifferenza, onde i loro animi si chiudono ad ogni nobile affetto, e si fanno simili ad agonizzanti assonnati dall’oppio, egli sapea nondimeno vivere fortissima nel cuore del suo padrone questa fiamma inestinguibile del sentimento morale, e che in mezzo anche a tante pompe e magnificenze lo martoriava il rimorso, verme roditore che mai non muore. Nondimeno l’astuto scudiere si confortava in pensando, che il Leicester era giunto a persuadersi di quanto gli avea egli detto sulla leggiera infermità cui soggiacea la Contessa, scusa validissima a dispensarla dal comparire innanzi alla Regina, e s’immaginò quindi che in tal momento ogn’altro affetto avrebbe ceduto all’ambizione, potentissima nello spirito del Conte, e che per ciò non si sarebbe egli mai tradito col lasciar trapelare sensi di debolezza.
I cavalieri del corteggio della Regina erano quelli fra gli ospiti del viril sesso che maggiormente attraessero a sè gli sguardi d’ognuno. Appartenevano tai gentiluomini alla nobiltà la più illustre di que’ tempi, e lo sfarzo onde pompeggiavano toglieva ai circostanti ogni vaghezza d’osservar quelli che venivano dopo di loro.
Era giunto il momento che quella insigne schiera facesse mostra di sè al gigante custode della porta. Ma questo grande baggeo stavasi in tanta agitazione, ed in oltre una brocca d’ala ch’ei trangugiò credendo rinfrancar la memoria, produsse effetto sì contrario in quel povero suo cervello ch’ei poteva appena respirare standosi adagiato, nel suo sedile di pietra. La Regina, cred’io, sarebbe passata senza che ei si movesse da quella positura, se il suggeritore Flibbertigibbet, che stavasi dietro lui in vedetta, non gli avesse conficcata la punta d’uno spillone nelle sue larghe spalle.
Costui mandò un grido, per vero dire fuor di concerto in quella parte che ei dovea sostenere, poi alzatosi incominciò a girare a destra e sinistra la sua mazza ferrata, e simile ad un cavallo che dopo avere ricevuto un colpo di frusta, precipita in sua carriera e aggiugne in un sol tratto la meta, così egli recitò d’un fiato la sua tirata coll’aiuto sempre del suggeritore. Ella era la seguente; e il leggitore comprenderà, senza fatica, che i primi versi di essa s’indirigevano alla folla, il rimanente ad Elisabetta, al cui avvicinarsi il gigante, quasi colpito da un’apparizione, abbandonava ogni insegna della propria carica, cedendo il luogo alla Dea della notte, e al corteggio della medesima.
Che bordello! è qui l’inferno? O un guardian son’io di paglia? Che si vuol? Fuori, o canaglia, O le membra vi squinterno. Però adagio! il guardo mio Chi abbarbaglia oltre il costume? È una donna, o fora un nume? Addio, mazza, chiavi addio. Gran Reina, cui d’appresso Va il contento, io t’offro omaggio. Al mirarti chi ha coraggio Di contenderti l’ingresso?
Elisabetta accolse con molta grazia l’omaggio di questo Ercole moderno, e avendogli fatto col capo tal cenno, che grata ne l’indicava, attraversò la torre datagli prima in guardia, da’ cui merli udivasi una musica guerresca. Tal musica ripetuta da altri sonatori collocati su diversi punti di que’ baloardi, e prolungata dai vari ripercotimenti dell’eco, dilatò cotanto quell’armonia che parea omai venisse da tutte le bande.
Al suono di tal musica deliziosa la regina Elisabetta attraversò il ponte che tenea tutto lo spazio compreso fra la torre della Galleria, e l’altra di Mortimero. Innumerabili torcie poste alle impalizzate, spargevano un chiarore vivace siccome quello del giorno. La maggior parte di quei gentiluomini, scesi a terra, mandarono i loro cavalli al villaggio di Kenilworth, per seguire a piedi la Regina; come il faceano gli altri ch’erano stati scelti per riceverla nella galleria.
In quel tempo Raleigh volse alcune parole a Tressiliano, come per più riprese avea fatto in fino allora, nè poco stupore destarono in lui le risposte vaghe ed insignificanti che ne ricevea. E tal circostanza, e quelle dell’appartamento abbandonato, e simile comparsa in abito da viaggio che non potea far di meno di non ferire gli occhi della Regina, e molt’altri sintomi osservati in Tressiliano, trassero Raleigh a dubitare che non fosse accaduto qualche istantaneo sconcerto nella mente di questo Cornovagliese.
Giunta appena la Regina sul ponte, altro nuovo spettacolo le si offerse alla vista. Fin d’allora che i suoni musicali annunziarono per ogni dove la sua presenza, si vide movere una grande zattera, che rassembrava ad isola galleggiante illuminata da molte torcie, e cinta di macchine intese a rappresentare i cavalli marini, su de’ quali si posavano i Tritoni, le Nereidi, e le altre divinità de’ fiumi e del mare. Tale isola si avanzò lentamente fino alla vicinanza del ponte.
Scorgevasi sovr’essa un’avvenente donna, vestita d’un mantello di seta azzurra, annodato alla persona da un cinto, che presentava misteriose cifre improntate, come il Filottero degl’Israeliti. Nuda le mani e i piedi, smaniglie d’oro ne ornavano le braccia e l’estremità della gamba. In mezzo a lunghe trecce di neri capelli stavale una corona di vischio finto, e portava in mano un bastone d’avorio guernito d’argento. La seguivano due ninfe vestite al pari di lei d’un abito antico e simbolico.
Il tempo venne calcolato sì al giusto, che la signora dell’isola galleggiante era con entrambe le sue seguaci alla torre, quando vi giugnea Elisabetta. Allora questa abitatrice dell’acque con elegante parlamento si annunziò per la famosa donna del Lago, rinomata nelle storie del re Arturo, e celebre per avere protetta la giovinezza del formidabile Lancilotto, e per avere coi pregi di sua beltà trionfato della saggezza e degl’incanti del poderoso Merlino. Da quel tempo non avea giammai abbandonato i cristalli cui dominava, comunque illustri personaggi avessero a mano a mano tenuto il castello di Kenilworth. Nè i Sassoni, nè i Danesi, nè i Normanni, nè i Samolowi, non i Clinton, non i Monfort, non i Mortimeri, non i Plantageneti, benchè grandi ne fossero la magnificenza e la gloria, aveano potuto indurla ad uscir fuor dell’alghe del suo palagio. Ma appena un nome più di questi famoso risonò al suo orecchio, divenne ansiosa d’offerire omaggio d’obbedienza all’Inglese eroina, e d’invitarla a quelle feste, di cui sarebbero stati teatro il castello e i dintorni, il lago e le rive.
La Regina che accolse gratamente tale salutazione, le rispose sorridendo: «Noi avevamo creduto fin qui che il lago facesse parte de’ nostri dominii, ma poichè una donna tanto celebre a sè lo richiama, ci sarà gradevole a miglior tempo di metterci in corrispondenza secolei onde regolare i comuni nostri interessi».
Ottenuta ch’ebbe sì cortese risposta, la donna del Lago scomparve; e Arione che entrava fra le marine divinità si fece vedere sul suo delfino. Ma il Lambourne, che si era assunta questa parte dopo avere discacciato Wayland, intirizzito dal freddo in un elemento tutt’altro a lui che aggradevole, nè sapendo a memoria la propria parte, nè avendo, come il guardiano della torre della Galleria un Flibbertigibbet che gliela suggerisse, si volse all’unico soccorso che l’impudenza fornivagli; e gettata da sè la maschera si diede a giurare ch’egli non era nè Arione, nè Orione quale che dei due nomi si fosse il vero, ma bensì l’onesto Michele Lambourne, che dalla mattina alla sera non avea fatto che bere ad onore di sua Maestà, e condotto erasi a Kenilworth unicamente per aggiugnere le sue congratulazioni a quelle degli altri sopra un arrivo sì desiato.
Tale buffoneria improvvisata ebbe più favorevole effetto d’un preparato discorso. La Regina ne rise di tutto cuore, e col suo usato giuramento affermò essere questa la migliore fra le arringhe da lei ascoltate in quel giorno. Il Lambourne accortosi che l’espediente cui si tenne avea incontrato fortuna, saltò subito a terra, dando un calcio alla sua marina cavalcatura e facendo voto di non intricarsi mai più co’ pesci, se ciò non era attorno d’una tavola ben imbandita.
Intantochè la Regina entrava nel castello, fu tratto quel memorabile fuoco d’artifizio, nella cui descrizione si adoperò sì fortemente l’eloquenza del maestro Laneham, personaggio che dianzi demmo a conoscere ai leggitori.
Tali erano, son questi i termini propri del donzello della camera del Consiglio, il chiarore de’ razzi, lo spicco delle stelle splendenti, i lampi de’ fuochi artifiziali, lo strepito del cannone, che ne rimbombò il Cielo, commosse ne furono l’acque, e crollò la terra, e quanto a me comunque io sia uomo coraggioso, non mi presi mai tanta paura in mia vita[12].
Fine del terzo volume.