CAPITOLO IX.
Gaetano Barbieri translation
Snug. Avete voi scritta la parte del Leone? Datemela, ve ne prego; poichè mi occorrerà molto tempo innanzi impararla.
Quince. Oh! voi potrete anche improvvisarla. Non fa d’uopo che ruggire.
Allorchè la contessa di Leicester fu giunta sul limitar della torre al cui piede stava la porta maggiore del castello di Kenilworth, la trovò difesa da uomini d’aspetto straordinario. I merli andavano guerniti di sentinelle la cui statura vedeasi gigantesca, e portavano, chi scuri, chi clave ferrate, chi altre armi antiche: con che s’intendeva rappresentassero i soldati del re Arturo, que’ Bretoni de’ vecchi tempi, i quali giusta la tradizione, primi occuparono il castello, benchè la storia non ne faccia ascendere l’antichità che all’epoca dell’ettarchia. Alcuni di tali strani custodi erano veri uomini che portavano coturni e visiere; ma la maggior parte di essi stavasi in uomini di legno, che faceano compiuta illusione a chi dal basso all’alto li riguardava. Un portinaio, vero colosso, posto alla soglia, ne difendeva l’ingresso. Tanta era la larghezza delle costui spalle, e tanta l’altezza della statura, che avrebbe potuto far la parte di Colbrando Ascapart, o di qualunque altro gigante degli antichi romanzi senza l’uopo d’ingrandirsi artificialmente d’un pollice. Ignude le braccia e le spalle, calzava zoccoli adattati al piede con liste di cuoio rosso, e guerniti di fibbiagli di bronzo. Una stretta casacca di velluto ornata di trine d’oro, e due brache dello stesso drappo, gli coprivano le gambe ed una parte del corpo, tenendo luogo a lui di mantello una pelle d’orso che gli pendea dalle spalle. Scoperto mostrava il capo, e folti capelli e nerissimi ne ombravan la fronte. Ogni suo lineamento presentava quell’aspetto grossolano e feroce, onde salvo poche eccezioni, si attribuiscono ai giganti indole burbera e tardo ingegno. L’arme ch’ei brandiva corrispondeva al rimanente di tale arredo, ed era un’enorme mazza guernita di molte punte di ferro, che valea per se sola una compiuta armadura.
La fisonomia di questo moderno Titano, nell’atto che Wayland si pose a considerarlo mostrava impazienza ed inquietezza: or s’adagiava sopra enorme sedile di pietra posto innanzi alla porta, ora si alzava crollando l’immenso capo, poi fatti alcuni passi innanzi, tornava al suo luogo. Mentre il terribile portinaio in simil guisa agitato trovavasi sulla soglia, Wayland come continuando indifferente per la sua strada, fece per entrar nel castello. Fermo là! gli gridò il gigante con una voce di tuono, e sollevata la sua grande mazza come per accrescere forza al dato comando, lasciolla cadere per terra, quasi sotto le narici del cavallo di Wayland. Sorsero scintille di fuoco da quell’urto col pavimento, e le volte della porta ne rimbombarono.
Allora Wayland, così consigliato da Flibbertigibbet, cercò chiarirgli com’ei fosse un individuo della compagnia comica, rimasto per accidente in addietro, ed essere necessaria la sua presenza entro il castello. Ma inesorabile il portinaio, incominciò a borbottare alcune frasi che Wayland imperfettamente intendea, tranne quelle con cui gli negò per più riprese l’ingresso. Ecco quanto il maniscalco potè raccapezzare dei detti affastellati da costui. (Prima parlando da sè) «Che bordello! no... inferno!» (Indi a Wayland) «Voi siete un infingardo. State fuori» (Un’altra volta a se stesso) «Che inferno!... nemmeno... vedo che non ci riesco» (A Wayland) «Su via vattene, o ti rompo la testa.» (A se stesso) Che! Che!... Ah! non saprò mai dir altro, più della parola Che.»
«Aspettate un momento, soggiunse Flibbertigibbet a Wayland, ho capito dove la scarpa gli fa male. Lasciate a me il pensier d’ammansarlo.»
Detto ciò, scese da cavallo, e avvicinatosi al portinaio, lo tirò per la coda della sua pelle d’orso, onde abbassasse quella grossissima testa, poi gli disse alcune parole all’orecchio. Non fuvvi mai talismano che operasse maraviglie con maggior prestezza; perchè comparvero tosto la modestia e la sommessione sulla fronte del Titano, che lasciando cadere la mazza da una mano, sollevò da terra il nano portandolo a livello del suo orecchio, altezza da cui certamente Flibbertigibbet non avrebbe voluto cadere.
«Sì, così, appunto così, sclamò il portinaio con quella enorme sua voce, va benissimo, mio bravo ragazzo. Chi diavolo te l’ha insegnata?»
«Non pensate a questo, rispose il diavoletto. Ma statemi dunque attento.» Indi continuò a susurrargli altre cose all’orecchio, mandando nello stesso tempo a Wayland ed alla signora occhiate che li rassicuravano. Terminato il misterioso parlamento, il portinaio rimise a terra il fanciullo con quel riguardo onde una prudente massaia colloca sul cammino un vaso screpolato di porcellana. Indi chiamati Wayland e la sua compagna: «Entrate, entrate, ed abbiate un altra volta attenzione di annunziarvi meglio quand’io sono di guardia.»
«Or via, andate innanzi, aggiunse Flibbertigibbet. Io debbo rimanermi un istante col mio Golia. Vi raggiugnerò ben tosto, e scoprirò i vostri segreti, fossero profondi quanto la torre di questo castello.»
«Può darsi, rispose Wayland, ma spero in Dio che questi stessi segreti finiranno d’essere sotto la mia custodia, ed in allora, li sappia tu, o chiunque altro, poco m’importa.»
Superato questo ultimo passo, la Contessa ed il suo condottiero, attraversarono tal prima torre, chiamata la torre della Galleria.
Il ponte, che dall’ingresso di essa estendeasi fino ad altra torre situata sulla riva opposta del lago e detta la torre di Mortimero, era ivi costrutto in modo di formare ampio steccato, di circa cento trenta canne di lunghezza, e largo dieci, coperto di sabbia, e riparato e difeso d’ogni banda da alte e forti impalizzate. Stava questo luogo preparato per le matrone che dovevano assistere alle giostre. I nostri viaggiatori lo trascorsero sintantochè fossero all’altra estremità ov’era la torre di Mortimero, per cui entravasi nella parte interna del castello.
Questa torre presentava sulla sua fronte lo stemma del conte della Marca, la cui audace ambizione dopo avere rovesciato il trono d’Eduardo II, aspirò a dividere l’autorità suprema colla Lupa di Francia sposa di questo sventurato monarca.
La porta, su di cui vedeasi tale scudo malauguroso, veniva custodita da molte sentinelle vestite di ricche livree. Me esse lasciarono passare la Contessa e la sua guida, poichè ammesse una volta le persone dal portinaio della Galleria, non vi era un motivo d’impedir loro il procedere innanzi. Silenziosi pertanto si avanzarono nella gran corte, d’onde poterono liberamente osservare questo vasto ed antico castello e le maestose sue torri. Tutte le porte erano state aperte in segno di ospitalità, e folti scorgeansi gli appartamenti di signori d’altissimo grado, seguiti da un numero considerabile di vassalli, di servi, e di tutto il corteggio, ond’erano usi farsi scortare a tali feste di gioia.
Wayland fermò qui il suo cavallo, fisando gli occhi sulla Contessa, e in atto di chiederle comandi su di quanto dovea farsi ora ch’erano giunti al luogo cui intendevano. In silenzio tenevasi la Contessa. Finalmente Wayland, dopo avere taciuto un minuto o due, si fece coraggioso a chiederle i suoi comandi. Amy si pose la mano alla fronte, qual chi vuole raccogliere le proprie idee e decidersi ad un partito, poi con voce quasi spenta, e siccome persona che parla standosi assorta in un sonno doglioso:
«I miei comandi! Sì, non v’ha dubbio che in questo luogo ho diritto di darne. Ma chi è che vorrà ubbidirmi?»
Dopo di che, sollevò con una certa dignità il capo, e risoluta s’indirisse ad un servo assai ben vestito, che attraversava la corte in aria d’aver molte faccende.
«Andate a dire al conte di Leicester che bramo parlargli.»
«Al conte di Leicester?» rispose il servo, che stupì a tale inchiesta. Poi volgendo gli occhi al misero arnese di colei che prendea sì fatto tuono d’autorità, aggiunse con arroganza: «Molto bene! Chi è dunque costei, fuggita certamente da Bedlam, che domanda di vedere il mio padrone in un giorno siccome è questo?»
«Risparmiatemi il disturbo d’udire le vostre insolenze, rispose la Contessa, e fate quanto vi dico. Gli affari per cui vo’ vedere il Conte sono della massima importanza.»
«Bella Signora, risoggiunse il servo con ironia, volgetevi a tutt’altri, fuori che a me per adempire le vostre commissioni. Fossero queste anche dieci volte più importanti di quello che dite, non me ne incaricherei certamente. Andare ad incomodare il padrone, che sta ora colla Regina! e ciò per farvi cosa grata, non è vero? M’insegnereste bene. Sarebbe per me ottimo espediente onde guadagnarmi, non so quanti buoni colpi di frusta. Mi maraviglio però che il nostro vecchio portinaio lasci entrare certa sorte di persone. Ma! il pover’uomo ha perduta la testa dopo che vogliono costringerlo ad imparare un complimento a memoria.»
Il tuono schernevole che questo servo tenea, fece accostarne due altri, onde Wayland, che incominciava a temere per se medesimo e per la Contessa, s’indirisse a quel d’essi, in cui gli parve scorgere più urbani modi, e fattagli passare fra le mani una moneta, lo pregò, volesse procacciare un ricovero alla signora, ch’ei conduceva seco. La persona a ciò pregata, che giusta quanto appariva, godea di qualche autorità nel castello, rampognò a quel servo sfacciato la sua villania, intimandogli prender cura de’ cavalli di que’ due stranieri, dai quali si fece seguire.
Amy rimase assai presente a se stessa onde comprendere, come per quell’istante le fosse d’uopo abbandonare l’idea di vedere il suo Leicester; e sprezzando gl’insulti di que’ servi arroganti, e i bassi motteggi di cui le avventuriere leggiadre divennero tema, seguì taciturna insieme a Wayland la nuova sua guida.
Entrarono essi nella corte interna per un’ampia porta collocata fra la torre principale chiamata, il dicemmo, torre di Cesare, e un grande corpo di edifizio, conosciuto sotto nome di alloggiamento del re Enrico. Per lo che si trovarono nel centro di questa grande fabbrica, le cui diverse fronti offerivano superbi modelli d’ogni genere d’architettura, introdottasi nell’Inghilterra dai primi giorni della conquista dei Normanni fino al regno d’Elisabetta.
Attraversata la corte, il duce loro li condusse ad una torricella situata a greco del castello, e contigua ad un salone, che essa disgiugneva dal vasto edifizio ov’erano le cucine. Abitavano la parte bassa di sì fatta torre que’ servi della casa di Leicester, che i doveri del loro uficio teneano in tale angolo di quell’ostello. Nel piano superiore, cui salivasi per una scala foggiata in curva spirale, era una stanza che atteso il bisogno di alloggiar tanta gente, fu essa pure posta all’uso di ricoverare qualche straniero. Fu questa per lungo tempo lasciata in abbandono; e correa voce esservi stato racchiuso, poi trucidato, un prigioniero di nome Merwyn da cui quella torre avea preso il nome. Costruttone in volto ogni piano, erano quelle mura di una prodigiosa grossezza, mentre la stanza più ampia che vi fosse non oltrepassava in estensione i quindici piedi quadrati.
Angusta parimente la finestra che le dava luce, si apriva essa sul luogo di delizia, nome imposto ad un ricinto fregiato d’archi trionfali, e di trofei, e di fontane e di statue, e d’altri ornati architettonici, il qual luogo divenuto era tragetto a chi si portava al giardino del castello.
Venne pertanto introdotta la Contessa in tale stanza, ove non si trovavano fuorchè le suppellettili indispensabili; cosa per altro cui non pos’ella grande attenzione, chè gli sguardi suoi unicamente si volsero a fin di vedere se vi fosse il bisognevole per iscrivere, e scorse di fatto quanto bramava su di un tavolino; nè fu poco a que’ giorni, in cui ben di rado tali attrezzi si collocavano in una stanza da letto. Le venne tosto nell’animo di scrivere al conte di Leicester e di starsene ivi rinchiusa sintantochè ne avesse ricevuto risposta.
L’ufiziale che lor fu di guida domandò cortesemente a Wayland, la cui generosità aveva già esperimentata, se di null’altro abbisognassero; e poichè Wayland ebbe fatto comprendere, che qualche reficiamento non gli sarebbe stato discaro, l’altro il condusse alla credenza, ove lautamente si dispensavano commestibili di ogni specie a chiunque ne richiedea. Scelse Wayland que’ più leggieri alimenti che credè confacevoli al gusto delicato della Contessa, ma quanto a sè non trascurò sì fatta occasione onde procacciarsi una mensa più sostanziosa; e così se ne tornò alla stanza della Contessa, che terminata appunto avea la sua lettera; nè tenendo ivi suggello o filo di seta, la chiuse con un riccio de’ propri capelli.
«Fedele amico, diss’ella a Wayland, tu che il Cielo inviommi soccorritore nei più incalzanti infortuni della mia vita, ti prego anche di tal favore, e sarà l’ultima molestia che ti assumerai per una sventurata. Piacciati arrecare la lettera che vedi al nobile conte di Leicester. Ogni modo è opportuno purchè gli pervenga. (Pronunciò ella tai detti dimostrando una agitazione mescolata di speranza e di tema). Vanne, fedele amico, omai non ti sarà d’uopo l’angustiarti per mia cagione. Ora concepisco più dolci speranze. Oh! tornino i giorni del mio antico splendore; nè verun servigio prestato avrà avuto miglior guiderdone quanto quelli che mi rendesti! Consegna, ti dico, questa lettera a Leicester, ma in proprie sue mani, ed osserva soprattutto qual ne diverrà il contegno nel leggerla.»
Wayland non esitò nell’accettare tal commissione, e solamente mise molto calore nel pregar la Contessa a prendere qualche cibo; al che ella consentì per mostrarsi compiacente a sì buon compagno, ed affinchè egli si trasferisse con più sollecitudine presso il Conte. Wayland partissi, raccomandandole di chiudere per di dentro la stanza, e di non uscirne. Indi andò a cercare un’occasione di adempiere il messaggio fidatogli, e ad un tempo di mettere in opera un disegno, che le circostanze gli aveano suggerito; perchè la condotta serbata da Amy nel durare del viaggio, un silenzio mantenuto sì a lungo, la titubazione e l’incertezza che scorgevasi in tutte le risoluzioni di essa, l’assoluta impotenza sua di pensare e d’operar da se stessa, tutte le ridette cose aveano fatte conchiudere a Wayland, nè al certo senza molta verisimiglianza, che gli scogli dello stato cui era pervenuta le avessero fino ad un certo segno alterata la mente.
All’atto della sua fuga da Cumnor, il partito più ragionevole per lei, non v’ha dubbio, sarebbe stato di ripararsi fra le mura paterne, o in tutt’altro luogo lontano dalla prevalenza di coloro che l’aveano perseguitata. Allorchè in vece ella mostrò desio di recarsi a Kenilworth, Wayland non potè spiegare a se medesimo lo scopo di una tale risoluzione, che supponendo Amy deliberata o di mettersi sotto la custodia di Tressiliano, o d’implorare la protezione della Regina. Ma ora, anzichè attenersi ad un partito sì naturale, consegnava ella alla sua guida una lettera pel conte di Leicester, pel protettore del Varney, di quel Varney che avea giurisdizione sopra i luoghi ove le si fecero sofferire tutti i mali, ai quali fin allora soggiacque, salvo sempre il dubbio se da immediato ordine del Varney le fossero derivati. Tal condotta parve a Wayland imprudente e suggerita soltanto dal delirio e dalla disperazione. Laonde temendo questi di compromettere la sicurezza propria non men che quella di Amy, coll’eseguirne troppo tosto la commissione, risolvè non movere alcun passo sino a che non si fosse accertato all’uopo d’un sostenitore; al qual fine divisò di cercar Tressiliano prima di consegnare la lettera, e partecipandogli l’arrivo della figlia di sir Robsart a Kenilworth, addossare al suo committente e padrone tutte le conseguenze degli atti avvenire.
«Egli comprenderà meglio di me, diceva a se stesso Wayland, se ben torni il soddisfare la brama nata in lei di portare appellazione a milord di Leicester. Per me lo credo un atto di demenza. Ma sia che vuolsi! Quando avrò rimesse le cose nelle mani del sig. Tressiliano, quando avrò confidata a lui questa lettera, quando avrò ricevuto quel compenso che vorrà darmisi, volgo, che non mi parrà vero, le calcagna a Kenilworth. Dopo tutto quanto mi è accaduto, prevedo che sarebbe un soggiorno poco delizioso per me. Partiamo, partiamo. Vorrei piuttosto ferrare per tutta la vita le rozze del più tristo villaggio dell’Inghilterra, che partecipare alle feste e ai banchetti cogli abitanti di questo castello, comunque bellissimo.»