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Kenilworth, vol. 3/4

CAPITOLO VI.

Gaetano Barbieri translation

Ora m’assista Iddio in questo terribile pellegrinaggio! Ho già scacciato lungi da me ogni speranza di terreno soccorso. Chi fra i viventi si augurerebbe mai d’appartenere al mio sesso? Misere donne, compassionevoli e fedeli, sì spesso derelitte, e sì capaci di provare il dolore, soggette a’ più duri trattamenti per parte di coloro sul cui affetto avete più forti diritti, e contraccambiate d’ogni vostra bontà con altrettanto d’ingratitudine!

Il Pellegrinaggio d’amore.

Stava per finire il giorno, e Giannina temendo col prolungare il suo allontanamento di eccitare ricerche in una casa piena di sospetti, quanto lo era necessariamente il castello di Cumnor, affrettò il suo ritorno e risalì all’appartamento ove lasciata avea la Contessa. Questa se ne stava allora col capo appoggiato alle braccia incrocicchiate sulla tavola innanzi cui era seduta; e neanco alzò gli occhi, o fece un moto benchè menomo al giugnere di Giannina.

Questa fedele seguace corse verso la sua padrona colla rapidità del lampo, e lievemente toccandola per toglierla da quel letargo, la supplicò d’uno sguardo e di narrarle qual nuovo avvenimento l’avesse posta in quello stato. L’infelice Amy alzando il capo a quella preghiera, e fisando gli occhi che pareano spenti sulla compagna: «Giannina, disse, bevei il fatale liquore.»

«Sia lodato Dio! disse Giannina con vivacità. Intendo sia lodato, perchè le cautele prese non furono inutili, nè potete paventare alcun danno da quella bevanda. Alzatevi, e fatevi forza per iscuotere quel letargo che vi assidera le membra. Bandite soprattutto dalla vostr’anima la disperazione.»

«Non mi togliere da questa positura, o Giannina, ripetè la Contessa, lasciami in tale riposo; lascia che io finisca tranquillamente i miei giorni. Sono avvelenata.»

«Voi non lo siete, mia buona signora, voi non lo siete, disse con grande commozion d’animo la giovinetta, e grazie a previdenze che certamente furono additate dal Cielo, non può nuocervi quanto beveste. Venni qui in tutta fretta ad avvertirvi, che i modi di fuggire sono in vostro potere.»

«Di fuggire! (sclamò l’infelice Contessa, levandosi dalla sedia ov’era, intanto che a poco a poco gli occhi di lei ripigliavano l’usata vivacità, ed il loro colore le guance). Ma oimè! Giannina, egli è troppo tardi.»

«No, cara padrona. Alzatevi ed appoggiatevi al mio braccio per fare un giro all’intorno della stanza. Non vogliate che la immaginazione produca in voi l’effetto del veleno. Non vi accorgete or forse che ricuperaste l’uso perfetto delle vostre membra?»

«Di fatto sembra diminuire il sopore in cui stavami (disse la Contessa facendo passi lungo l’appartamento, sempre appoggiata al braccio di Giannina). Ma sarebb’egli adunque vero, ch’io non sono altrimenti avvelenata? Il Varney qui si trasse allorchè eri lontana, e lanciandomi sguardi, ne’ quali io leggea il mio destino, mi comandò bere questa orribil pozione. Oh Giannina! essa debb’esser mortale. Fuvvi mai bevanda innocente presentata da un tal coppiere?»

«Nè egli credeva, a quanto temo, che sarebbe stata inefficace a mal’opera; ma Dio confonde i disegni degli uomini malvagi. Credetemi, e lo giuro sul santo Vangelo, in cui stassi ogni nostra speranza, la vostra vita è in sicuro dal veleno somministratovi da Varney. Ma come non cercaste resistergli?»

«Regnava il silenzio attorno di me. Tu non eri in mia compagnia. Sola io a fronte di costui!... di costui capace d’ogni delitto! Venni a patti con esso onde mi liberasse dall’odioso suo aspetto, e a tal fine bevvi quanto mi porse. Ma tu parlavi di fuga o Giannina? Sarei forse io tanto felice?....»

«Siete voi forte quanto basta per reggere al contento di un annunzio di fuga, e per intraprenderla?»

«Forte quanto basta! rispose la Contessa. Oh! domanda alla giovane capriola, se è forte assai per superare i dirupi quando i denti dei veltri stanno per afferrarla. Oh! sì. È in me tutto il coraggio che vuolsi per fuggire da questo luogo.»

«Dunque ascoltatemi, disse Giannina. Un uomo ch’io credo fermamente essere nel novero de’ vostri fedeli amici, mi si mostrò sotto diversi abbigliamenti, e cercò venir meco a confabulazioni. Ma non essendo per anche schiariti i dubbi che teneano perplesso il mio animo, ricusai sempre tale colloquio. Colui che il chiedeva era e il merciaiuolo dal quale comperaste diverse bagattelle e il venditore dei libri che poc’anzi vi diedi. Ogni volta ch’io usciva del castello era sicura di vederlo. L’accidente di questa sera mi ha indotta finalmente a parlargli. Egli vi aspetta alla porta segreta del parco, ed ha seco quanto è d’uopo ad agevolare la vostra fuga. Ma ripeto, vi sentite in voi forza e coraggio a tentarla?»

«Chi fugge dalla morte trova sempre forza bastante, nè il coraggio manca giammai a chi vuol sottrarsi all’infamia. L’idea di aver vicino lo scellerato da cui sono minacciati i miei giorni, ad un tempo, e l’onore, mi darebbe vigore per sorgere dal letto della morte.»

«Allora dunque, in nome di Dio! soggiunse Giannina. Io debbo dividermi da voi e confidarvi alla sua santa custodia.»

«Non vuoi tu dunque seguirmi, o Giannina? disse sorpresa da novello turbamento la Contessa. Io ti perderò adunque? ed è questa la tua fedeltà?»

«Mia cara padrona, io fuggirei in vostra compagnia con quel contento che ha un uccelletto nell’abbandonar la sua gabbia; ma sarebbe la stessa cosa che scoprire il tutto sull’istante, e dar luogo ai vostri persecutori d’impedirvi ogni via di salvezza. È d’uopo ch’io rimanga e mi adoperi a celare la verità. Il Cielo perdona una menzogna che imperiosa necessità suggerisce.»

«E dovrò io dunque viaggiar sola con uno straniero? disse Amy. Pensaci bene, o Giannina. Non potrebbe questa essere una cabala più nera e meglio tessuta dell’altre per disgiugnermi sino da te, diletta mia amica?»

«No, mia signora: non la crediate tale, rispose vivacemente Giannina. Questo giovane è sincero; egli è amico del signor Tressiliano; nè venne fra noi che guidato dalle istruzioni medesime di chi desidera il vostro scampo.»

«S’egli è l’amico di Tressiliano, soggiunse allor la Contessa, io mi abbandonerò dunque a tale soccorso, come a quello d’un angelo inviatomi dal Cielo, perchè uomo non fuvvi giammai al pari di Tressiliano immune da rimproveri di viltà, o di personale interesse. Ha sempre dimenticato se stesso quando ha potuto giovare agli altri. Oh Dio! qual compenso n’ebb’egli!»

Le due donne raccolsero in grande fretta tutto quanto dovea portar seco quella di lor che fuggiva. Nè dalla sollecitudine andò disgiunta la destrezza di Giannina nel preparare il fardello, e collocarvi le minute cose preziose, che più prontamente le si offerivano alla mano, e soprattutto uno scrignetto di diamanti, che giudiziosamente pensò poterle venire all’uopo ne’ più urgenti bisogni. Indi la contessa di Leicester cambiò i suoi panni con quelli che Giannina era solita a vestire dovendo imprendere gite di breve tempo; perchè nel consiglio ch’elleno fecero, si trovò cosa necessaria il mettere in disparte qualunque distintivo, che avesse potuto eccitare particolarmente l’altrui sguardo su quella d’esse che dovea rimanere sconosciuta. Tali apparecchi erano terminati nell’ora che già essendo alta la luna sull’orizzonte, tutti quegli abitanti aveano ceduto al sonno, o almeno stavano ritirati nelle proprie stanze; laonde per uscire della casa e del giardino non potevano esse temere altri ostacoli fuorchè quello di trovarsi sopravvegghiate. Ma in tal momento diveniva questo un ostacolo di nessun conto, perchè Foster si era accostumato a riguardare la propria figlia con quell’occhio, onde un peccatore tormentato da’ rimorsi riguarderebbe un angelo custode incessante in proteggerlo ad onta di continuate malvagità; quindi metteva un’illimitata confidenza sovr’essa, e Giannina, padrona delle proprie azioni in tutto il durare del giorno, possedeva in oltre una chiave della porta di dietro del parco, per cui poteva trasferirsi al villaggio ogni qual volta glie ne veniva talento, sia per gli affari interni della casa ad essa affidati, sia per prestarsi ai pietosi doveri della setta cui pertenea. Ben è vero che alla figlia del Foster non era stata conceduta una sì ampia libertà, fuorchè a patto di non valersene mai a proteggere una fuga della Contessa; divisamento che si sospettò covare in questa fin d’allor quando si mostrò impazientita dei confini che s’imponeano al suo libero arbitrio. E di fatto le orribili certezze apportate dalla precedente scena, bastarono appena a trar Giannina nella risoluzione di violare la promessa data, e d’ingannare la fiducia in lei riposta dal padre. Ma le vedute cose non solamente la giustificavano, ma le comandavano imperiosamente di provvedere alla sicurezza della padrona, e di mettere da banda tutt’altro riguardo.

La Contessa fuggitiva, e la sua seguace attraversavano con affrettato passo un sentiero, talor fatto più oscuro dai folti rami degli alberi che s’incrocicchiavano al di sopra de’ loro capi, talora schiarito dal lume tremolante ed incerto de’ raggi della luna, che penetravano fra le tacche fatte dalla mannaia fra mezzo alle frasche. La strada era di frequente sbarrata da alberi atterrati, o da grossi tronchi, che si lasciavano sparsi qua e là finchè si avesse il tempo di affastellarli per l’uso giornaliero de’ cammini.

La fatica e le moleste sensazioni del timore che si mesceva colla speranza, sfinirono sì fattamente le forze della Contessa, che Giannina fu costretta a proporle di fermarsi alcuni minuti per riprendere fiato. Si assisero entrambe sotto di un’antica quercia, e com’era ben naturale, volsero il guardo verso il castello che lasciato avevano dietro di sè. Se ne discernea l’ampia fronte a malgrado della oscurità e della distanza, e i cammini, e le torri, e l’orologio, che sormontavano i tetti, parean disegnati sul campo azzurro del cielo. Una sola face rischiarava quelle tenebre, ed era posta sì bassa, che sembrava ne venisse il chiarore dal terrazzo posto innanzi al castello, anzichè da una di quelle finestre. Nel contemplarla fu presa da subitaneo timor la Contessa. «Essi ne inseguono,» diss’ella indicando a Giannina quello splendore che le metteva spavento.

Meno agitata della padrona la figlia del Foster, s’accorse che quella luce era immobile, e spiegò alla Contessa come venisse dalla celletta ove l’alchimista era solito fare le sue segrete sperienze. «Egli è, soggiunse, nel novero di coloro, che si alzano e vegghiano di notte tempo per commettere le iniquità. Fu ben trista la combinazione che trasse fra noi sì fatto uomo; il quale in ogni suo discorso mescolando la speranza dei tesori della Terra alle idee di una scienza soprannaturale, unisce tutte le qualità pur troppo atte a sedurre il mio povero padre. L’ottimo sig. Holdforth aveva pur ragione allorchè dicea, e penso ben che il dicesse con animo di somministrare un’utile lezione ad alcune persone di nostra casa: avvi tali uni, ripetea di frequente, i quali anzichè ascoltare i detti che parlò il Signore per bocca de’ suoi veri profeti, vogliono, siccome Acabbo, prestare orecchio ai sogni del falso profeta Zedechia. E molto fermavasi su queste parole; indi aggiugnea: Oimè! fratelli carissimi, molti Zedechia si trovano in mezzo a voi, molti uomini che vi promettono i lumi della loro scienza carnale, purchè abbandoniate la ragione, dono venutovi dal Cielo. Costoro vagliono forse meglio del tiranno Naas, che volea l’occhio destro di tutti coloro che gli erano sottomessi?...»

Chi sa fin dove la memoria avrebbe soccorso l’avvenente Puritana nel recapitolare il discorso del sig. Holdforth? Ma la interruppe la Contessa per assicurarla di essersi riavuta in forze quanto bastava per giugnere, senza fermarsi novellamente, sino alla porta del parco.

Elleno pertanto si ridiedero a fuggire con maggior sicurezza; e Giannina per la prima volta osò chiedere alla padrona verso qual parte ella divisasse condursi. E non ottenendo sull’istante una risposta, poichè forse in quella confusione d’idee tal rilevante argomento di deliberazione non s’era ancor presentato al suo animo, Giannina aggiunse: «Forse vorrete portarvi alla casa del padre vostro, ove siete certa di ritrovare sicurezza e protezione?»

«No, Giannina, rispose mestamente la Contessa: lasciai il castello di Lidcote con un cuor felice e con un nome onorevole. Non vi ritornerò fintantochè la permissione del mio sposo, e la pubblicazione delle nostre nozze, non mi restituiscano alla mia famiglia, ed ai luoghi ove nacqui con tutti gli onori e le distinzioni, di cui questo sposo medesimo mi colmò.»

«E dove andrete dunque, o signora?» disse Giannina.

«A Kenilworth, figlia mia, rispose senza esitar la Contessa; mi porterò a veder queste feste, queste reali magnificenze, delle quali i soli apparecchi eccitarono tanto rumore. Ben m’è avviso, che mentre la Regina d’Inghilterra viene onorata di feste nel palagio di mio marito, la contessa di Leicester non debba esservi un ospite importuno.»

«Prego Dio, che vi siate bene accolta!» rispose Giannina.

«Voi abusate dello stato in cui mi trovo, e dimenticate quello in cui siete,» rispose la Contessa, presa da un moto di collera.

«Oh Dio! rispose mestamente la giovane seguace, vi sfuggirono dalla memoria i severi ordini dati dal nobile Conte per tener nascoste queste nozze, e che in tali ordini non ebbe egli altro fine che di conservarsi il favore di cui gode presso la Corte? E vi date a credere dopo ciò che egli possa gradire un subitaneo apparir vostro nel suo castello in tali circostanze ed al cospetto di tai testimoni?»

«Ho inteso: voi giudicate che non gli farei onore; lasciate andare il mio braccio: so camminare senza l’uopo del vostro soccorso, come so operare se anche risparmiate i vostri consigli.»

«Non vi sdegnate contro di me, le rispose dolcemente Giannina, e permettete ch’io continui a porgervi il braccio: la strada è cattiva, e voi non siete avvezza a camminar fra le tenebre.»

«Al dir vostro (continuò la Contessa sempre dominata dal risentimento) il conte di Leicester sarebbe dunque capace di favorire, e fors’anche d’aver voluti gli orribili attentati che si commisero dal padre vostro e da Varney! Oh! saprà dal mio labbro medesimo tutte le colpe di costoro.»

«Per amor di Dio, mia buona padrona, risparmiate il padre mio nel racconto che divisate fare al vostro sposo. Possano i servigi, comunque deboli che vi ho prestato, giovare all’espiazion dei suoi falli!»

«Commetterei troppo grave ingiustizia se non riconoscessi questi tuoi servigi, o Giannina (disse allor la Contessa, che riprese ben tosto la dolcezza sua naturale, e il tuono di confidenza che fu sempre usa mostrare a quella fida compagna). Non temerne Giannina: io non dirò mai una sola parola, che possa nuocere a tuo padre; ma tu comprendi da te medesima, mia cara fanciulla, ch’io non posso concepire altro desiderio, tranne quello di abbandonarmi alla protezion del mio sposo. La perfidia di chi mi circondava m’ha costretta a fuggir dal soggiorno che m’avea scelto egli stesso; ma sarà questa la sola cosa in cui mi avrà inobbediente. A lui solo voglio appellarmi. Da lui unicamente bramo esser soccorsa. Io non feci mai noti a nessuno, nè li farò independentemente dal suo volere, i segreti nodi che uniscono i nostri cuori e i nostri destini. Voglio vederlo, e ricevere dalla sua propria bocca le istruzioni che regoleranno la mia condotta avvenire. Non ti studiare a combattere tale divisamento, o Giannina; tu non faresti che confermarlo nell’animo mio. Quando tu il voglia sapere, ho risoluto di portarmi senz’altri indugi ad ascoltare dalle labbra medesime del mio sposo la sorte mia. Queste sole me la debbono annunziare. Voglio cercarlo a Kenilworth; unico espediente che m’assicuri di non vedere un tal disegno infruttuoso.»

Giannina dopo aver calcolato nel suo spirito le difficoltà e le incertezze inseparabili dalla condizione della sua sfortunata padrona, cominciò ad inclinare ad opinione affatto contraria a quella che aveva manifestata da prima; e perfino a persuadersi, che costretta ad abbandonare il soggiorno assegnatole dallo sposo, la Contessa non avesse più importante dovere del portarsi a lui onde spiegargli i motivi di sua condotta.

Non ignorava ella quanta fosse in Milord la cura di tenere nascoste sì fatte nozze, nè tampoco si dissimulava, che il fare senza permissione di lui un’inchiesta da cui ne fosse derivata la loro pubblicità, poteva essere cagione di eccitarlo a sdegno. Ma per altra parte, s’ella facea ritorno alla casa paterna senza che il suo grado fosse chiarito solennemente, si mettea in uno stato sommamente pregiudizievole alla sua fama; e il pubblicarlo a malgrado del Leicester potea occasionare una compiuta rottura fra i due sposi. Aggiugneasi alle considerazioni soccorse a Giannina, che la Contessa, giunta a Kenilworth, avrebbe potuto trattare da se medesima la sua causa, e comunque la figlia del Foster non dividesse colla sua padrona quella intera sicurezza sulle intenzioni del Leicester, ella era però ben lungi dal crederlo capace di partecipare alle colpevoli trame delle sue creature. È vero, pensava ancor fra se stessa, che fuggendo Amy dalle costoro mani, non avrebbero risparmiati espedienti per soffocarne le giuste querele. Ma supponendo pure il peggio, e che il Conte le avesse negato protezione e giustizia, e ch’ella fosse stata costretta a far pubblico il sofferto aggravio, non le sarebbero mancati in Kenilworth un avvocato nella persona di Tressiliano, un giusto giudice nella Sovrana; cose tutte che Giannina aveva potuto raccogliere in sua mente nel breve colloquio avuto con Wayland. Per tutte queste ragioni bilanciate fra loro, Giannina trovò finalmente ben fatto che la sua padrona si portasse a Kenilworth, e solamente le raccomandò la massima prudenza nel far sapere questo arrivo al suo sposo.

«E tu hai avuto per parte tua le necessarie cautele? le disse la Contessa. Questo condottiero, cui sto per mettermi fra le mani, ignora egli il segreto del presente mio stato?»

«Nulla egli seppe del certo dal mio labbro, rispose Giannina, nè forse egli crede più o meno di quanto si giudica dal Pubblico intorno a voi.»

«E che si giudica dunque dal Pubblico?» Si fece tosto a chiedere Amy.

«Che abbandonaste la casa del padre vostro. Ma voi vi sdegnerete un’altra volta contro di me, se continuo,» così interruppe il suo dire Giannina.

«No, prosegui, disse la Contessa; gli è ben d’uopo ch’io m’avvezzi a sopportare le sinistre voci, cui diede origine la mia imprudenza. Si penserà, m’immagino, che io abbia abbandonata la casa di mio padre per unirmi ad un amante con illegittimi nodi. Questo errore finirà ben tosto, perchè son risoluta o a vivere con una riputazione immune da macchia, o a non vivere più lungo tempo. Io vengo dunque riguardata siccome la favorita di Leicester?»

«La maggior parte, o signora, vi crede anzi la favorita di Varney, rispose Giannina. Avvi però chi pensa non essere questo secondo che il mantello entro cui s’avvolge il Conte nel soddisfare le proprie brame. Si è saputo qualche cosa dell’esorbitanti spese fatte nel fornire a tutto punto questo castello, profusione, che passa di gran lungo le sostanze del Varney. Ma sì fatta opinione non è generale: tanto più che quando si viene a parlare d’un personaggio sublime, qual’è il vostro sposo, le persone osano appena pronunziare i concepiti sospetti, per tema di essere puniti dalla Camera Stellata siccome calunniatori della Nobiltà.»

«E fanno bene a parlar sotto voce, disse subito la Contessa, coloro che osano credere l’illustre Dudley complice di uno sciagurato quale è Varney!.... Eccoci arrivate alla porta del parco. Oimè! mia cara Giannina, è d’uopo ch’io mi congedi da te. Non piangere, mia buona figliuola (e nel dir questo cercava nasconder sotto apparenza d’ilarità il suo contraggenio a dipartirsi da una sì fedele compagna), e allor quando ci rivedremo, o Giannina, fa che in luogo di questo tuo collare troppo semplice, io te ne veda uno di pizzo ricamato, ond’abbia maggiore spicco quel collo avvenente. Cambia questo corsaletto di bigello, sol convenevole ad una fantesca, in un altro di bel velluto messo ad oro. Troverai nella mia stanza molta quantità di vesti: accetta questo dono che ti fo sin d’ora di tutto cuore. È d’uopo che ti adorni, o Giannina; perchè comunque tu sia stata fin qui la seguace di una donna infelice ed errante, priva di nome, e persino di buona fama, all’atto di rivederci, dovrai portar vestimenti confacevoli a persona che terrà il primo grado nell’amicizia e nella casa della più ragguardevole fra le Contesse della Inghilterra.»

«Possa Dio esaudirvi, mia cara padrona, e permettere, non già ch’io porti vesti più ricche, ma che l’una e l’altra portiamo i nostri corsaletti sopra cuori più contenti ch’ora nol sono!»

Mentre quest’ultime cose dicevansi, la serratura della porta segreta dopo vigorosa resistenza avea ceduto alla chiave di Giannina, e la Contessa, non senza un segreto fremito, si trovò al di là delle mura, che lo sposo le aveva indicate siccome limite de’ suoi diporti. Wayland, nascosto a qualche distanza dietro una siepe che stava sul confin della strada rimanea con grande impazienza aspettandole.

«Avete preparato ogni cosa»? gli disse, appena furono vicini, Giannina grandemente commossa.

«Ogni cosa, rispos’egli: solamente non ho potuto trovare un cavallo per la signora. Giles Gosling che non sa scordarsi d’essere pubblicano, me ne ha ricusato uno benchè glie n’abbia io offerto qualunque prezzo; e ciò per timore, dicea, di entrare in disgrazie. Ma non importa. Ella monterà sul mio cavallo; io l’accompagnerò a piedi sintantochè possa provvedermene un altro. Non saremo inseguiti, semprechè voi non dimentichiate la vostra lezione, leggiadra Giannina.»

«Nel tenerla a memoria imiterò la saggia vedova di Tekoa, che non obbliò le parole postele in bocca da Gioabbo. Domani dirò che la mia padrona non si può alzare dal letto.»

«Sì, e aggiugnerai che soffre grandemente, che prova grave peso al capo, palpitazioni al cuore, che non vuole essere disturbata. Non temer di nulla; crederanno d’intenderti ad una mezza parola, nè ti faranno molte interrogazioni, perchè conoscono l’effetto della malattia che si lusingano averle procacciata.»

«Ma, soggiunse la Contessa, eglino scopriranno ben presto la mia lontananza, e per vendicarsi uccideranno Giannina. Amo meglio tornare addietro che esporla ad un tale pericolo.»

«Non vi affannate per la mia vita, o diletta padrona. Piacesse a Dio, che voi foste certa di essere ben accolta da coloro a’ quali dovete volgervi, com’io lo sono che mio padre, qualunque sdegno abbia egli concepito contro di me, non soffrirà che mi si faccia il menomo aggravio!»

Wayland pose la Contessa sul suo cavallo, avendo piegato il proprio mantello attorno alla sella in guisa che le divenisse un comodo cuscino.

«Io vi saluto e possa la benedizione del Cielo accompagnarvi!» disse Giannina baciando per l’ultima volta la mano alla Contessa, che con un muto accarezzamento le contraccambiò il fattole augurio. Finalmente si separarono, e Giannina volta verso Wayland, esclamò: «Possa il Cielo, allorchè lo implorerete ne’ vostri bisogni, usar con voi in quella proporzione onde voi vi mostrerete o fedele o traditore a questa Signora tanto ingiustamente perseguitata, e tanto sfornita di terreni soccorsi!»

«Così sia, bella Giannina! disse Wayland. Credetemi, giustificherò la confidenza avutami in modo da meritare che i vostri begli occhi, in mezzo a tutta la lor divozione, sieno men disdegnosi meco quando ci rivedremo.»

Le ultime parole di questo congedo furono pronunziate con qualche ricercatezza; ma Giannina non fece ad esse una risposta; ben la fecero i suoi sguardi, mossi senza dubbio dal desiderio che era in lei di accrescere forza ad ogni motivo che potesse maggiormente assicurare lo scampo alla sua padrona, ma non però di natura da distruggere le speranze, che co’ suoi discorsi mostrava aver concepute Wayland. Ella rientrò per la porta segreta chiudendola dietro a sè. Wayland afferrò tosto la briglia del cavallo, ed egli e la Contessa incominciarono silenziosamente l’incerta loro peregrinazione.

Benchè Wayland facesse trottare, quanto poteva, il suo corridore, pur questo modo di camminare era sì lento, che quando il giorno cominciò a diradare i vapori dell’Oriente, i due viaggiatori non si trovarono più di dieci miglia distanti da Cumnor.

«Maledetti tutti questi ostieri larghi di belle parole! (sclamò il maniscalco incapace di nascondere più lungamente il dispetto e l’inquietezza che lo premea). Se quel cane di Giles Gosling m’avesse detto con franchezza, due giorni sono, di non far conti sopra di lui, mi sarei provveduto da altra parte: ma costoro hanno talmente il vizio di promettere qualunque cosa lor si richiede, che solamente quando v’attignete a ferrare un cavallo, vi dicono che non hanno ferri. Se avessi potuto preveder questo, avrei potuto accomodarmi in venti altre maniere. Poi, in un affare sì importante e per una causa sì buona, avrei ben io avuto scrupolo di rubare un cavallo nel vicino villaggio! Tutto sarebbe finito col rimandarlo al commissario del cantone. Possano il moccio e la rogna impadronirsi in sempiterno delle scuderie dell’Orso nero!»

La Contessa andava confortando il suo condottiero col fargli osservare come il giorno che già spuntava gli avrebbe permesso di camminar più veloce.

«Va benissimo, mia Signora, ma il giorno farà ancora che altre persone ci vedranno; cosa che potrebbe essere di non poco incomodo sul bel principio del nostro viaggio. Ciò mi sarebbe stato indifferente affatto, se avessimo potuto essere ora più lontani da Cumnor; ma la contea di Berk, dacchè conosco questo paese, è piena di diavoli maliziosi, che vanno a letto tardi, e si levano di buon’ora col solo disegno di spiare i fatti degli altri. Oh! questa genia mi ha dato faccende altre volte. Però non vi spaventate, mia bella Signora; poichè quando si ha spirito, ogni poco che le occasioni lo favoriscano, si trova rimedio a qualunque incidente.»

I timori mossi da Wayland fecero più impressione nell’animo della Contessa di quel che la consolassero i conforti, con cui cercò medicare i primi detti. Ella riguardava attorno di sè inquietamente, e a mano a mano che l’orizzonte brillando di un più vivo splendore annunciava vicino il nascer del sole, ella s’immaginava ad ogni passo, che la nuova luce l’abbandonerebbe alla vendetta de’ suoi persecutori, o che qualche ostacolo insuperabile interrompesse il lor viaggio.

Wayland si accorgeva dell’agitazione in cui venuta era la Contessa, e scontento di averle dato alimento egli stesso, cominciò ad ostentare gaiezza camminando dinanzi a lei. Laonde or parlava al cavallo com’uomo bene addottrinato nel dialetto delle scuderie, or canticchiava a mezza voce squarci di ballate: spesso, assicurava la Signora non esservi alcun pericolo, e nell’istesso tempo guardava bene all’intorno se mai vi fosse qualche cosa che dismentisse le sue parole nell’atto stesso del pronunziarle. Continuarono in tal guisa il viaggio, finchè un accidente non preveduto offerse loro i modi di proseguirlo più comodamente e più presto.

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