Volume 2 — CANTO VIGESIMOSETTIMO
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ARGOMENTO
Si ha nuova di Ricciardo a un'osteria. I due cugini uccidono il dragone: Son ricevuti con gran cortesia Nella spelonca del pastor vecchione. Per non usata malagevol via Salgon della Fortuna alla magione, Pazza così nel dar onori e robbe, Da far venir la rabbia ancora a Giobbe.
1
Non so se in questo canto, o in quel che viene, Udirete cantar di Ricciardetto; Chè un certo modo il Garbolino tiene, Che spesso inganna per dar più diletto: Onde ciò che promette, non mantiene. Ma questo è al parer mio lieve difetto, E forse forse egli merita lode, Se della varietate è ver ch'uom gode.
2
Or seguitando i scartafacci suoi, Egli racconta come giunti in porto I due cugini, i due famosi eroi, Entraro in barca; e la sinistra all'Orto Piegaro, per rivolgere dappoi Là dove il mar di Spagna divien corto, La prora in faccia della Barberìa: E in poco tempo fecer molta via.
3
Presso Biserta presero terreno; E comprati due nobili destrieri, Che sparivan di vista qual baleno, La notte si fermâr da un buon ostieri; Dove trovaro un vïandante Armeno Che sospirava, e di tristi pensieri Era sì grave, che stava in un canto, E dava spesso in un dirotto pianto.
4
Nalduccio se gli accosta, e lo richiede Della cagion di tanto suo dolore. Ed egli: Della mia tradita fede A ragione mi dolgo tutte l'ore; Chè prima a me, e ad altri poi si diede La bella donna c'ho sempre nel core; E vo pel mondo misero e tapino, Poichè addolcir non posso il mio destino.
5
L'oste, che udì del buono Armeno i detti, S'altro mal tu non hai, ridi, gli disse: Le donne non son già case coi tetti, Che stieno sempre ferme e sempre fisse. No' abbiamo i nostri, ed esse i lor difetti; E mal di noi e mal di lor si scrisse: E se questa ti ha fatto un tiro infame, Tu pure avrai ciò fatto a molte dame.
6
La donna, fratel mio, è un animale Senza cervello e pieno di malizia, Non serva mezzo o nel bene o nel male; Vo' dire nell'amore o nimicizia. Sospettosa, superba, e sì bestiale, Che la scanna l'invidia e l'avarizia; E finta sì, che chi fede le presta, Meriterebbe un maglio in su la testa.
7
Non ti pensar col farle benefizio Di farla tanto tua, ch'altri non voglia; Chè pellegrin non cerca sì d'ospizio, Nè medico di febbre o d'altra doglia, Come ogni donna ha il maledetto vizio Di volerne più d'uno: e sì t'imbroglia Con le dolci parole e i dolci vezzi, Che ancor che ti tradisca, l'accarezzi.
8
Però di così trista mercanzìa Non ti lagnar se tu ti vedi privo. Io diedi in testa alla mogliera mia, Per troppa gelosìa fatto corrivo, E piansi molto; poi tanta allegrìa N'ebbi, che sempre mi vedrai giulivo; Chè catena, fratello, di mogliera Un zucchero sembrar fa la galera.
9
Taci, disse Orlandino, oste furfante; Chè cosa santa ella è tener mogliera. Ed all'Armeno con dolce sembiante Disse: Prendi conforto, amico, e spera Che altra ne troverai ferma e costante; E giacchè questa fu tanto leggiera, È stato meglio che t'abbia mancato, Prima che in sposo t'avesse pigliato.
10
Perchè quando elle son di certa razza, Tristo a colui che ne divien marito: Perchè fa male assai s'egli l'ammazza; E se sta cheto, egli è mostrato a dito, Ed è il divertimento della piazza. In somma incerto sempre è di partito, E fa una vita peggiore di morte. Però sta lieto, e al duol serra le porte;
11
Chè il tempo è gran conforto, anzi sicura E sola medicina per gli amanti; Sì perchè vuol sollievo la natura, Sì ancor perchè degli amati sembianti Di giorno in giorno lo splendor s'oscura: Ed io ne ho visti pur tanti e poi tanti Di te più guasti sanare in tal guisa, Ed ogni affanno lor volgere in risa.
12
Ciò detto, a mensa Rinalduccio il chiama, Ed egli a forza lo stranier vi mena, E disse: Or lascia ogni pensier di dama; Chè il nostro amore ha da esser la cena. L'Armeno allora quell'afflitta e grama Cera depose, e la mostrò serena; E finito il mangiar, Naldo il richiese, Se quivi nuove di Ricciardo intese.
13
Ed egli, Molte, gli soggiunse; e penso Che in breve tutta Libia avrà soggetta; Sebbene Ulasso con potere immenso Fama è che giva ad assalirlo in fretta. Ma non potrà da lui essere offenso, Avendo un'armatura sì perfetta, Ed una spada ed un cavallo tale, Che più a Marte che a lui lo fanno eguale.
14
Io però non gl'invidio e queste e quelle: Gl'invidio solo la candida fede Che serba a lui il fior delle più belle, L'alma Despina, in sul cui volto siede Venere e il figlio con tutte le ancelle. Fortuna tale ogni fortuna eccede. E qui tornossi a perturbar l'Armeno, Ed acchetossi, e piegò il mento al seno.
15
Andiam, disse Nalduccio ad Orlandino, Andiamo a letto, ch'egli è tardi molto, E ci dobbiam levar di buon mattino. E ciascun quindi all'Armeno rivolto, Soffri, gli disse, l'aspro tuo destino, Che non sempre averà lo stesso volto; Chè tale oggi s'affanna e si conquide, Che domani s'allegra e scherza e ride.
16
Ciò detto, se n'andaro al quartier loro; E a sè chiamato l'oste, e fatti i conti, Gli dier di Spagna una dobola d'oro; Talchè baroni li chiamava e conti L'oste, cui parve d'avere un tesoro. Gli aggiunser poscia, che sellati e pronti Fossero all'alba i bravi lor destrieri; Ed a dormir si miser volentieri.
17
A mala pena si vedeva lume, Che abbandonaro i destri giovinetti Le dolci sì, ma neghittose piume; E montati su i lor destrieri eletti, Atti a guadare ogni rapido fiume, Uscîr dell'osteria soli soletti, E verso il Mezzodì preser cammino Tra il Mauro Tingitano e l'Algerino.
18
Molte le cose fur che a lor successero, Che sarebbe pazzìa volerle tutte Narrar per filo, e dir come accadessero. Infiniti contrasti, acerbe lutte Ebbero; e sempre vittoriosi ressero: Chè se ben madre delle cose brutte Africa è detta, ed ha bestiacce immani, Essi avean più ardire e miglior mani.
19
Una però ne trascerrò fra tante Che qui tralascio, orribile per certo, E che sola per più sarà bastante. Entraro una mattina in un deserto E negro bosco presso il monte Atlante, Che si teneva il Sol chiuso e coperto Con le grandi ombre de' rami frondosi, Che lor venìan tutti i sentieri ascosi.
20
Pure alla fine sboccaro in un campo, Ove bassi ginepri e molta arena Ai piè de' lor cavalli eran d'inciampo. Quivi un dragone, come una balena, Dalla bocca e dagli occhi acceso lampo Gittando stava; ed una gran leena Avea tra' denti, che pareva giusto Un sorcio in bocca di gatto vetusto.
21
Si spaventaro, e posersi a fuggire I cavalli, e si riser della briglia. Ma in terra si lanciâr con molto ardire I due cugini, e con turbate ciglia Là ritornaro (cosa strana a dire!) Ove il gran drago fea l'erba vermiglia Del sangue che versava d'ogni banda La sfortunata fiera e miseranda.
22
Si accorse appena della lor venuta L'orribile bestiaccia, che ingollosse La fera a un tratto; e così ben pasciuta Su le zampe davanti altera alzosse; E sibilando con la voce arguta, L'ampia sua testa e le grand'ali scosse: Poi con l'ali e co' piè sopra i garzoni Andò, pensando farne due bocconi.
23
Dove il campo finiva e l'alta sabbia Eranvi querce ed orni e lunghi pini: E perchè importa che riguardo s'abbia Questa coppia di forti paladini, Per non entrarle nell'orrende labbia, S'ascoser dietro a quelli; e a lei vicini Si facevan talor, talor lontani, Senza punto menar le forti mani.
24
Or dietro all'uno, or dietro all'altro il drago L'immensa mole sua giva volgendo; Ma or l'uno or l'altro di straccarlo vago Di pianta in pianta s'andava ascondendo; Talchè di bava aveva fatto un lago Il fiero mostro, e veramente orrendo. Con quest'astuzia in mezzo al negro bosco Menâr la fiera grondante di tosco.
25
E mentre ella appoggiossi a un elce vecchio, Disse Nalduccio: Caro fratel mio, Vo' darle con la lancia in quest'orecchio, E tu in quell'altro, e lasciam fare a Dio. Ed Orlandino a lui: Io m'apparecchio A far qualche bel colpo; e non son io, Rispose, se non resta il mostro fiero Piagato a morte, o morto daddovero.
26
Come per lizza corresi all'anello, Così alle orecchie corser della fera I due campioni, e fero un colpo bello. Ma il suo orecchiaccio una caverna ell'era; E se bene (incredibile a vedello!) V'avesse fitta ognun la lancia intera, Sul vivo la toccâr sì leggermente, Che nè meno del colpo si risente.
27
Più tormentosa a noi mosca o zanzara Certo si rende, che al dragone immane Non fur quell'aste; e niun mi faccia tara, Chè in Libia sono bestie troppo strane. E se la voglia non costasse cara, Direi: Andiamo in Africa domane A scapricciarci ed a saperne il netto; Ma non è mica come andare a letto.
28
Or creda pur ciascun ciò ch'egli vuole, Che non m'importa, e seguitiamo a dire. Di cotal fatto entro il suo cor si duole La nobil coppia, ed ebbe a strabilire Quando l'aste ritrasse asciutte e sole, Che di sangue pensava colorire; Onde disse Nalduccio ad Orlandino: Per Dio, questo ha una testa come un tino;
29
Anzi piuttosto d'un qualche stanzone, E le finestre sue son quegli orecchi; Chè l'aste lunghe son sei canne buone E grosse, e a lui parute son due stecchi; E ancor che entrate tutte, quel ghiottone Segno non fece pur che un lo punzecchi. Ed Orlandino: Un caso come questo, Non credo che si trovi in verun testo.
30
E quel che più m'accora, fratel mio, Egli è che sonno gli abbiam conciliato Con queste lance. Ed in fatti il mostro rio Sopra il terreno si stava sdrajato, Alto ronfando immerso in grande obblìo; Ed in trar fuore e in ripigliare il fiato Romoreggiava alla stessa maniera, Che l'ampio mare in ria procella e fera.
31
Pel suo dormire assicurati entrambo, In su la punta degli agili piedi Givano, a guisa che va l'uomo strambo, Intorno al mostro. Gli squamosi arredi Disse Naldo in mirar: Vuol darci il giambo Questo bestione, e allegrar nostri eredi: Che in quanto a me, torcere a questo un pelo Lo stesso par, che dare un pugno in cielo.
32
Orlandin non risponde, e guarda attento Tutta la fiera che parea metallo; E vede ove le branche han fondamento, Che non giunge la squama, e sol vi è callo; Onde disse: Mettiamoci al cimento, E sarem vittoriosi senza fallo. Ed impugnò la lancia, e con il dito Fe' segno ov'ei restar dovea ferito.
33
Restava discoperta solamente La destra branca, ed alta di maniera, Che si potea percuoter francamente Sotto di lei, dove sol callo egli era. Onde ambedue con impeto possente Vi spinsero la lancia acuta e fiera; Per lo che l'aspro drago si riscosse, E verso i due garzon ratto avventosse.
34
Ma già le lance lor tirate fuora, Si andavano ascondendo infra le piante. Urlava il mostro, e di sangue una gora Gettava, e con la coda fulminante E querce e pini egli abbatteva ognora; Ma d'abbattere i due non fu bastante: Così ben si sapevano schermire, E render vani li suoi sdegni e l'ire.
35
Durò gran pezzo a inferocire il drago; Ma pure a poco a poco infievolendo (Chè già di sangue avea formato un lago) Fermossi, e l'occhio velenoso orrendo Girava attorno, desïoso e vago Di veder per qual mano iva morendo. Indi più volte mandò fuor suoi stridi, Che uditi fur dagli uni e gli altri lidi.
36
In fine le gran branche egli distese, Ed allungò la coda e perdè il moto; Ma con tal puzza i cavalieri offese, Che poco andò che in luogo sì remoto Non restassero estinti. Li difese Da quel periglio un qualche Nume ignoto Che fe' destare un vento all'improvviso, Che il grave lezzo scacciò lor dal viso:
37
Ed essi incontro a lui ratti ne andaro: Ma l'alte piante e gl'intrigati rami Gl'impedivano il passo; onde tagliaro E quelle e questi, e monti di legnami, Prima d'uscir, nella gran selva alzaro. Usciti alfine, tapinelli e grami Stavan, chè non avean di che cibarsi; Onde insieme si misero a guardarsi.
38
Ed oh! l'è cosa pure acerba e strana, E dura molto e tormentosa e ria (Disse Nalduccio in voce fioca e piana), Fratel, la fame! e ti direi bugìa, S'io ti negassi che il ventre mi sbrana Questa crudele. Ed ei: Come la mia S'ell'è la tua, rispose, in men d'un'ora Farà che tu di fame ed io mi mora.
39
Ed oh miseri noi, se in questa guisa La dolce vita abbandonar dovremo! Io mangerei di quella bestia uccisa, Riprese l'altro, ma con ragion temo Che tutta sia d'atro veleno intrisa. Far dobbiamo però lo sforzo estremo Per trovar case, o pur capanne o grotte, Prima che venga tutta fuor la notte.
40
Giacchè ancor ci si vede, andiamo in fretta Su quella assai piacevole collina. Così dice egli; e van per linea retta A quella volta, ed odono vicina Cantar con voce boschereccia e schietta, Non san se villanello o contadina. Vanno inverso la voce, e di repente Una donzella si fa lor presente.
41
Quale appena gli vide, che si ascose In una tana, e non uscì più fuora, Ed al forame della tana pose Un ampio sasso; a cui Nalduccio allora: Apri, disse, fanciulla. Non son cose Queste da farsi a chi strugge e divora L'acerba fame; e l'armi c'hai veduto, Non ti saran d'oltraggio, ma d'ajuto.
42
Ed Orlandino: Giovinetta bella, Apri, soggiunse, e non temer d'affronti. E con la lancia sul sasso martella; Ma sua ragione dice a' boschi, a' fonti; Perchè la timidetta villanella Faceva altri pensieri ed altri conti: Che seco non aveva altri che un uomo, E quello ancor per troppa età già domo.
43
Onde dentro al suo cor fermato avea Di lasciar che abbajassero alla luna. Ma giacchè quivi il pregar non valea, Mosse Naldin senza fatica alcuna La pietra, e disse: Come a immortal Dea, A te vegniamo, e non temer di niuna Opra sinistra. E fêr tal giuramento, Ch'ella e il buon vecchio ne mostrâr contento.
44
Dentro la tana ella vi aveva un gregge Di pecore e di capre; e prontamente Un bel capretto tra i più grassi elegge, E ne fa quattro parti immantinente. Il vecchio intanto ammassa aride schegge, Indi le accende; e stridere si sente La grata fiamma; e i quarti deretani Del capro infila, e volge con le mani.
45
Il resto dentro d'una gran pignatta Pone la giovinetta, e mette al fuoco; E vi mescola erbette di tal fatta, Che passano le industrie d'ogni cuoco. E mentre il pranzo cuoce, si arrabatta La giovin della tana in ogni loco Per trovar qualche seggiola o sgabello, Onde possa sedere e questi e quello:
46
E di salci pieghevoli tessuti Loro portò due comodi sedili. Trattisi gli elmi, i bei capei ricciuti Mostravano, e i lor visi almi e gentili I due guerrieri al mondo sì temuti; Onde il vecchio in vederli: O voi simìli Siete agli Dei, o Dei a dirittura; Chè non fa queste cose la natura.
47
Uomini siam pur troppo, amico vecchio; E se non era la tua cortesìa, Già Morte si poneva in apparecchio Fuora del mondo di mandarci via, Disse Orlandino; e con acuto orecchio La giovinetta i lor discorsi udìa; E benchè fosse semplice ragazza, Della bellezza loro andava pazza.
48
Chè mastra d'ogni cosa la natura, Quel che noi non sappiamo ella c'insegna; Onde è che a nozze femmina matura, Se vede un uomo, a lui piacer s'ingegna. E che non fa la vacca e non procura, Acciò il torello sopra lei si vegna? E come smania, subito che il vede, Dalla cornuta fronte al fesso piede?
49
Fatta l'ora di cena, e dato fondo In men d'un batter d'occhio a quanto v'era, La giovinetta dal capello biondo Alzossi, e diede lor la buona sera, E della grotta se ne andò nel fondo: E i due garzoni fecero preghiera Al vecchio, acciò volesse lor mostrare Se c'era qualche bella opra da fare.
50
Tempo già fu che in questo eccelso monte, Rispose il vecchio, vi fur tante e tante Bestie e giganti che a prato nè a fonte Pastor per condur gregge era bastante: Ma venne all'improvviso un certo conte, Che Orlando si chiamava e sir d'Aglante, Da cui furono i mostri tutti estinti, E i giganti quai morti e quai fur vinti.
51
Questo d'Atlante è il monte sì famoso, Di cui libro non è che non ne dica. Qui pure uno spettacolo grazioso È da vedersi; ma ci vuol fatica. Egli va tanto in alto, che non oso Dir quanto; chè la mente mi s'intrica. V'ha chi dice, col capo ch'egli tocchi Le stelle, che del ciel sono tanti occhi.
52
Nella robusta mia gran giovinezza In su le cime sue giunsi talora, Dove da un mago pieno di saviezza Molti precetti appresi; e fin d'allora Li misi in uso, e gli opro in mia vecchiezza: E discender vedeva in su l'aurora La Fortuna in quel monte, ov'ella tiene Un bel palazzo, e vi fa pranzi e cene.
53
Caso che abbiate voglia d'ir lassuso, Io vi dirò quel che dovete fare. Passato il mezzo, vi sarebbe chiuso Lo spirto e il modo più di respirare; Chè l'aere è sì sottile, che al nostro uso Non è più buono, e ne convien mancare. Però darovvi un otro per ciascuno, Tutto ripien d'una più crassa Giuno.
54
Poi vi dirò qual via tener dovete Per favellar con quella Dea sì stolta E instabil tanto, come voi vedrete; Che or quinci or quindi si muove e si volta; Inimica mortale della quiete. Ella sempre ha d'attorno gente molta, E tutta pazza e strana al par di lei, E che disprezza sempre uomini e Dei.
55
Ma la notte s'inoltra, e di riposo (Io per l'etade, e voi per le fatiche) Abbiam bisogno. E qui il pastore annoso Alzossi in piedi, e di paglie mendiche Formò gran letto in un angolo ascoso Della spelonca, e lor, Fra genti amiche, Disse, voi siete, e dormite sicuri, Finchè il Sol giunga in questi luoghi oscuri.
56
La buona notte a lui pregâr di cuore I giovinetti; e su la stesa paglia Si agiâr vestiti, e con tanto sapore Presero il sonno, che a ghiro s'agguaglia Ognun di loro: e volâr presto l'ore, Che son sì pigre allor ch'uno travaglia; E il Sole apparve, che debole e tronca Spinse la luce sua nella spelonca.
57
Già il saggio vecchio avea gli otri ammanniti, E l'altre cose necessarie al vitto, E presentolle a' paladini arditi, Che di troppo dormire ebber despitto, Chè già vorrìan sul monte esser saliti. E qui dal vecchio venne lor prescritto Il modo di parlare all'incostante Nume, se mai gli giungono davante.
58
Giunti del monte che sarete in cima, Vedrete un gran palagio, egli dicea, Che sembra d'oro alla veduta prima, Ma sempre nuovo in lui color si crea; Chè or d'ostro, ora d'argento esser si stima, Or d'altra cosa: e qui dal ciel la Dea Discende. E' non ha tetto, e senza fine Son le finestre fra grandi e piccine.
59
Un'ampia porta egli ha verso Levante, Che non ha legni, e giammai non si chiude. Grand'ali su le spalle ed alle piante Ha poi la Dea, e sue membra son nude; Ma d'un cert'olio colan tutte quante, Che la man di ciascun sempre delude, Che la voglia afferrare; e fino adesso Di fermarla ad alcun non fu permesso.
60
Però prendete (e di caprina pelle Diè loro una sacchetta) questa nera Polve tenace, che a veder le stelle Xantia portò dalla stigia riviera, Di Bacco il servo; come le novelle Cantan di Grecia, e forse è cosa vera. Di questa le man vostre intriderete, E la veloce Dea forse terrete.
61
Così disse egli; e lieti i due cugini Uscîr dell'antro, e del selvoso Atlante Salîr sul dorso; e quando fur vicini Al mezzo, i tuoni e la grandin sonante, E gli aquiloni ed i venti marini Nascevan sotto assai delle lor piante; E l'etere lievissimo e sereno Già cagion era che venisser meno.
62
Onde a' lor otri ognun la bocca pose, E così gìan salendo il monte alpestre: Quando a veder le mura luminose Incominciaro, e le tante finestre Di quel palazzo, come il vecchio espose; Ch'opera al certo non parea terrestre; Sebbene degli Dei nel prandio strano Dicon che Atlante il fêsse di sua mano.
63
Giunti che fûro al destinato loco, Posero arditi il piè nella gran porta, E giraro il palazzo a poco a poco, Il qual taceva come cosa morta. Onde Orlando a Naldin disse per gioco: Ritorniamcene via per la più corta; Chè questa pazza chi sa quando viene, E se venendo ci farà del bene.
64
Ma rispose Naldin: Di lei più pazzi Parremo noi a ritornare a basso, E stimati saremo due ragazzi Da quel buon vecchio; ond'io non te la passo Per questa volta, e soffrirò strapazzi, E fame e sete e qualunque sconquasso, Per vedere costei che ha tanta fama Infra di noi, e da noi tanto s'ama.
65
Or mentre sì dicevan tra di loro, Ecco venir per l'aria a tutto volo L'ignuda Diva co' capelli d'oro: E seco v'era un numeroso stuolo Di garzoncelli alati, e di costoro Ognuno in mano avea come un orciuolo; Ma largo in cima e chiaro e trasparente, E pien ciascun di merce differente.
66
Ove eran perle, ove monete, ed ove Lotti diversi, e Pagherò felici D'Ambi parecchi, che quell'orcio piove; Ma pochi Terni; e come le fenici Erano le Cinquine, che al buon Giove Potrebbero eguagliare i più mendici: E negli altri orci eran varie saette, Quali ad odiar, quali ad amare elette.
67
Ma la Fortuna sotto il braccio manco Aveva un cornucopia smisurato, Che come fiume, in gittar non vien manco; E quando da' fanciulli era vuotato Il vaso, alcun se l'appendeva al fianco, Altri lo rïempiva al corno usato: E questi fanciulletti eran senz'occhi, Parte vivaci e parte pigri e sciocchi.
68
Capricci eran chiamati, alma e diletta Famiglia di Fortuna; e a loro in mezzo Stava una vecchia grinza maladetta, Livida e nera, che facea gran lezzo Per ogni banda, ed Invidia era detta, Ch'altra vecchiaccia degna di disprezzo Per man teneva e ragionava seco, Secca, sparuta, e d'occhio torvo e bieco.
69
La rea Malvagitade era costei, Che unita all'atra Invidia, a tempo e loco Volgea gli occhi su gli uomini più rei, E li faceva stare in festa e in gioco. Naldin prese un garzon per i capei, Per torgli l'orcio e scherzar seco un poco; Ma tira tira, si ruppe l'orciuolo, E qui piangendo seguitò il suo volo.
70
Frattanto Orlando le mani s'intrise Nella polvere stigia, e il destro braccio Strinse a Fortuna, che a gridar si mise, E si scoteva, come presa a laccio Semplice cerva; e grave se ne rise Uomo di bianco pelo sul mostaccio, Che, preso il tempo, il cornucopio tolse Alla Fortuna, che in pianto si sciolse;
71
E giù dal monte si fuggì con esso, E girò il mondo: ed allor fu di certo Che l'uom dabbene, misero e depresso Vide una volta premiato il suo merto; E le bell'arti allor vider lo stesso, E fiorîr tutte, e fu l'ingresso aperto Delle gran corti agli uomini di stima, E chiuse alla gentaglia indotta ed ima.
72
Questo vecchione egli era il Buon-giudizio, Che ognun crede d'avere, e non è vero; E questa è la ragion ch'a precipizio Vanno le cose, ov'egli non ha impero. Ei ben distingue la virtù dal vizio, E il falso bene dal bene sincero; E non confonde i premj con le pene, E dà a ciascuno ciò che gli conviene.
73
Dopo aver pianto la Fortuna molto, Tanto si dimenò, che fuggì via Dalle man d'Orlandino; e poi con volto Pieno di sdegno e d'ira acerba e ria, A sè il drappel de' fanciulli raccolto, Disse: Fia cura della suora mia, Che si domanda Fortuna infelice, Farsi de' torti miei un giorno ultrice.
74
Disse Nalduccio: Non c'importa un'ette Che tu ci abbracci, o che ci sia nimica. Noi seguitiam Virtude: il ciel ci dette Questa per guida, ed Onore e Fatica Sono le nostre deitadi elette. Te cerchi sol chi d'ozio si nutrica. Ha Virtude i suoi doni, che de' tuoi Tanto più vaglion, quanto in lor men puoi.
75
Per la rabbia si morse ambe le mani, E tornò in cielo; e i due forti guerrieri Riser fra lor degli atti sconci e strani Che fe' la Dea, qual presa da' sparvieri L'anitrella far suole ne' pantani. Poi si fermaro entrambi volentieri A veder le muraglie e le pitture Ch'erano in esse, e tutte con scritture.
76
Mostravano altre le cose passate, Le presenti altre, e le future ancora; E si vedevan teste coronate Che dall'aratro ne venìano allora; E puttanelle nel chiasso allevate Salire al trono, e discacciarne fuora Le illustri e caste; e mitere e cappelli Vedeansi dati ad uomin tristi e felli.
77
Là si vedeva l'Ignoranza in sedia Cibi gustare e vini saporiti; E qua Virtude morirsi d'inedia, Ed esser giuoco degli scimuniti. In somma egli era un spasso da commedia: Ma i giovani si fûro infastiditi, Che avevano altro in testa; e poco o nulla Guardâr le imprese della rea fanciulla.
78
O, se stato foss'io con loro insieme, Avrei veduto pur con mio contento, Non le cose passate e non l'estreme, Ma quelle sol del mille settecento: In cui il Vizio sì trïonfa, e geme Virtude, e piange Apollo, e fan lamento Le Muse; e la Malizia e l'Ignoranza Stanno nel lardo, e si grattan la panza.
79
O se potessi qui sciorre i miei bracchi, Vorrei dir cose da fare stordire! Nell'Aventin son ritornati i Cacchi, E tanti son, che non si posson dire: Nè si ritrova un Ercol che gli acciacchi Il tristo capo, e li faccia morire? Questi Fortuna se li tiene in seno, E i nostri greggi ognor ci vengon meno.
80
Delle rapite lane i traditori Su gli occhi nostri le cappe si fanno, E restan nudi i miseri pastori. Ma se i Numi di noi pensiero egli hanno, E del mal nostro e de' nostri dolori, Sempiterno non fia il nostro affanno; Chè tra poco vedrem costoro spenti, Salve le nostre lane e i nostri armenti.
81
Ma seguitiam gli arditi giovinetti, Che van scendendo il monte con tal furia, Che sembran damme o leggieri cervetti Co' cani appresso, e temono d'ingiuria. Già l'aere meno grave entro i lor petti Di respirar lor toglie la penuria. Eccoli al piano, e su l'angusto foro Della spelonca; e il vecchio è già con loro.
82
Rise il buon uomo, ed ammirò in segreto Il soprumano ardir de' due guerrieri, E diede lor cortesemente e lieto Povera cena, e diella volentieri. Indi disse Orlandin: Nostro decreto È di passar nel paese de' Neri, Vo' dir nell'Etïopia, ove Ricciardo Soggiorna, il fior d'ogni campion gagliardo.
83
Però ci mostra il più corto cammino, E che più colmo sia di belle imprese. Quel giorno egli è per noi tristo e meschino, Che ci son l'armi d'inutile arnese. E il vecchio a loro: Un bosco è qui vicino, Dove alberga una donna discortese, Che alletta prima i passeggieri, e poi Li fa scannare da' giganti suoi.
84
E son dieci anni che uccise un mio figlio, Che alla vecchiezza mia fora sostegno; Ma più che non credete v'è periglio, Ch'ella ha tropp'arte e troppo iniquo ingegno. È bella assai, e innamora col ciglio; Ed è lasciva sì, che passa il segno. Miseri voi, s'ella vi tocca il core, E ve l'infiamma del suo falso amore.
85
Ella vince nel canto le sirene; E se talor si mette a carolare, Il vento per mirarla si trattiene, E gli uccelletti lascian di cantare. I gesti e le parole son catene Che ogni libero cuor sanno fermare. In somma ella è la Dea della bellezza, Ed ho timor di vostra giovinezza.
86
O questa impresa sì, disse Nalduccio, Mi cava il cuore, e dammi gusto estremo; E sol mi duole di dover dar cruccio A questa bella donna, e fare scemo Di tanta grazia il mondo, che corruccio Porrà per lei. Di questo io già non temo, Disse Orlandin; che per fera che sia, Non le farò giammai tal villanìa.
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Ma non si perda tempo. E di buon passo, Sbrigatisi dal vecchio, camminaro Inverso il bosco. E quivi ora li lasso, Chè vo' tornare a Ricciardo mio caro, Qual destato si diede a Satanasso, E proruppe in lamenti e in pianto amaro, Quando s'accorse che gli fu rubata, Mentre dormiva, la sua donna amata.
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Altri qui narrerebbe il piagnisteo, E le parole tragiche e dolenti Che allora disse, ed i gesti che feo; Ed aprirebbe i fonti ed i torrenti Del più forbito immaginare Acheo. Ma qui noi siamo tra amici e parenti, E si raccontan le cose alla buona, Senza tanti Permesso od Elicona.
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Quel ch'egli è vero, la stiacciò sì male, Che senza dire a' suoi compagni addio, Montò a cavallo, e gli fe' metter l'ale, E bestemmiando da lor si partìo. Or dove andasse, ed in che verso e in quale Terra si ritrovasse, il pensier mio È di dirlo domani; se pur anco La memoria di ciò non mi vien manco.