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Il Ricciardetto, vol. II

Volume 2 — CANTO VIGESIMOPRIMO

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ARGOMENTO

Fatta per incantesimo Despina Cruda a Ricciardo, il pone in gran periglio; Ma Malagigi da quella rovina Lo scampa col poter del suo consiglio. I duo minor cugin seguon Lirina, E restan nell'orrendo nascondiglio. Con tante streghe Ricciardo s'affronta, Che tante Benevento non ne conta.

1

Il creder, donne vaghe, è cortesìa, Quando colui che scrive o che favella, Possa essere sospetto di bugìa, Per dir qualcosa troppo rara e bella. Dunque chi ascolta questa istoria mia, E non la crede frottola o novella, Ma cosa vera, come ella è di fatto, Fa che di lui mi chiami soddisfatto.

2

E pure che mi diate piena fede, Della dubbiezza altrui poco mi cale. Quest'opera per voi da capo a piede Ella è formata; e se punto ella vale, È tutto il suo valor vostra mercede. Chi sa che un giorno ancor non metta l'ale, E il mar trapassi? Io non sono indovino; Ma prevedo felice il suo destino.

3

Or si torni all'istoria. Sul ronzino Andava il nano, vo' dir Malagigi, E Ricciardo a cavallo a lui vicino; Quando sopra il terren veggion vestigi D'un piè che il fondo sembrava d'un tino. Dice Ricciardo: Oh questi son prodigi! E se al piè corrisponde anche il restante, Sarà pur questi che grosso gigante!

4

Nè avevan fatti ancor cinquanta passi, Che nel voltare che facea la strada, Veggono un giganton, ma di que' grassi, Che d'altro si pascea che di rugiada. Nelle mani egli aveva un par di sassi Di mole immensa, e quelli son sua spada: Con essi al buon Ricciardo s'appresenta, Che nel vederli quasi si sgomenta;

5

E gli dice: Chiunque tu ti sia, O scendi prontamente da cavallo, O torna addietro per la stessa via. E Ricciardetto a lui: M'hai preso in fallo; Chè vo' gir oltre a ritrovar la mia Diletta sposa, senza cui m'avvallo E vengo meno. E troncato il parlare, Sprona il cavallo, e te lo fa volare.

6

Il gigantaccio allor con strane note Urla, e il gran sasso in aria fa rotare. Non minore di quel ch'a Polibote Trasse Nettuno; e conficcollo in mare; Da cui poi nacque (e dico cose note) Un'isoletta di bellezze rare, Nisiro detta: ma il nostro Ricciardo Di Polibote s'ebbe più riguardo.

7

Ma s'io v'avessi a dire il modo appunto Che nel fuggir quel colpo egli si tenne, M'imbroglierei: so ben che non fu giunto: O che 'l masso per aria Iddio trattenne, O che 'l cavallo a tempo egli ebbe punto, O che 'l gran vento che dal colpo venne, Come esser può, lo tenesse lontano: E questo parmi il discorso più sano.

8

Quando s'accorse l'orrido gigante Che aveva tratta la sassata a vuoto, L'altra tirò; ma egli era tanto avante Il cavaliero per lo bosco ignoto, Che la gran possa sua non fu bastante Di secondare il suo maligno voto. Indi gli corre appresso; e ancorchè grasso, Parea levriero allor sciolto dal lasso.

9

Ricciardo si rivolta al calpestìo, Che le miglia lontano si sentiva; Onde si ferma, e con molto desìo L'attende; e quegli non sì tosto arriva, Ch'ei gli dice: Ti vo' per lacchè mio, Ovvero per la mia leggiadra diva; Ma non ti vo' far mica i calzoncini, Chè vi vorrieno tutti i panni lini.

10

E il nano soggiungea: Se non mi sdegni, Staremo sempre insieme. Adesso adesso Ci starete voi due, poltroni indegni, Disse il gigante, in un sepolcro istesso. Chè se, lasciati i fortunati regni, Gli Dei dell'uno e ancor dell'altro sesso Venissero per tôrvi all'ira mia, Non so quello che a lor rïuscirìa.

11

E ciò detto, abbracciare a un tempo vuole Ricciardo e il nano e l'una e l'altra bestia; Ma presto ben li lascia, e assai si duole; Ch'egli ebbe un calcio, dove la modestia Nel nominarlo arrossire si suole; Il che gli arreca sì strana molestia, Che cade a terra. Ricciardo non bada, E séguita a gir oltre per la strada.

12

Quando senton più dolce dell'usato L'aria d'intorno, e tutto quanto il suolo Veggon di fior vestirsi in ogni lato, E poco dopo un leggiadretto stuolo Veggon di ninfe sì bello e garbato, Che si può dir nel mondo o raro o solo. Il nano dice allora a Ricciardetto: Abbi gran senno, e duro cor nel petto.

13

Guari non anderà che tu vedrai La bramata Despina; ma se l'ami, Di ciò ch'ella vorrà, nulla farai. Le sue parole or sono esca con gli ami, E fraudolenti; chè, come ben sai, Non è più dessa. I possenti legami, Con cui Lirina all'amor suo la strinse, In lei di te la rimembranza estinse.

14

E perchè vecchia fama è tra di loro Che un cavalier su fatato destriero Ha da disfar l'incantato lavoro, Ogni lor cura, tutto il lor pensiero È di dar morte con strano martoro A qualunque innocente cavaliero Che trovin per la selva: ond'è che piena Ell'è di ossa insepolte questa arena.

15

In così dire, da un verde boschetto Esce la bella coppia, e bella tanto, Che riman senza moto Ricciardetto. Al venir lor, danno principio al canto Le ninfe, e le accompagna ogni augelletto: Lirina sola con segreto pianto Sospira nel veder quell'uomo armato, E sopra d'un destrier tanto pregiato.

16

Ed a Despina sua si volta e dice: Fingiam d'amar costui per trarlo a morte; Che senza frode fia l'opra infelice; Chè troppo parmi rigoglioso e forte. E la bella fanciulla non disdice; Ma con parole dolcemente accorte S'accosta a Ricciardetto, e lo saluta, E gli chiede ragion di sua venuta.

17

E prima che risponda, dolcemente Gli domanda del nome e del paese; E se d'amor piagato il cor si sente, Oppur l'ha sano, e sol di belle imprese Ha desïoso il cor, vaga la mente. Indi lo prega del guerriero arnese A volersi spogliare, e dal cavallo Scendere, e seco incominciare un ballo.

18

Come tenera madre guardar suole Il figlio fatto ad un tratto deliro, Che assai stupire sul primo si suole, Come di sè del tutto in lui svaniro Le idee, e guasto è il suon di sue parole; Indi disciolto il core in un sospiro, L'abbraccia e piange; ed egli ride, e intanto Non sa che quello è di sua madre il pianto;

19

Così colmo riman di maraviglia Su le prime Ricciardo, e non si puote Dar pace che a quegli occhi, a quelle ciglia Le sue sembianze un dì cotanto note Or sieno oscure; e poi tal duol ne piglia, Che il petto, il volto, i fianchi si percuote, E grida: Anima mia, e come mai Son fatto sconosciuto a' tuoi bei rai?

20

Despina sorridendo: A dirti il vero, Riprese, io giuro avanti a tutti i numi, Che adesso sol ti veggo, o cavaliero. Ed egli: Io ben sapeva i rei costumi Del vostro sesso, che non è sincero; Ma negarmi che il Sole non allumi, E il dirmi che mai più non m'hai veduto, Lo stesso parmi, e va del par creduto.

21

Lirina, che sentìa questo contrasto, S'accosta al cavaliero, ed all'orecchio Gli dice: Se i disegni tuoi non guasto, Dimmi chi sei, e fin d'or m'apparecchio A farti lieto; ed a ciò far ben basto. Già veggo che in te bolle un amor vecchio, C'hai tu per questa ingrata giovinetta, E che or sol del tuo pianto si diletta.

22

Ricciardo, che di frode non paventa, Le narra tutta la storia amorosa, E la trista Lirina n'è contenta; E seco tratta a piè d'un'elce ombrosa Despina, dice: In poco d'ora spenta Sarà quest'alma altera e disdegnosa, Purchè tu finga e mostri che altre volte Amor ti diè per lui ferite molte.

23

Ricciardo egli s'appella, e tu talora Per nome il chiama, e inventa ciò che vuoi; Che il vero amante crede il falso ancora. Ride Despina, ed, I consigli tuoi Vado, mia cara, a porre in opra or ora, Soggiunge; e a lui tornata che fu poi, Dice: Ricciardo mio, lo sdegno ammorza: Non mi occulto per genio, ma per forza.

24

Qui l'amare è negato alle zitelle, Che amar solo si possono fra loro; E triste molto e sventurate quelle Che d'alcun giovinetto prese fôro. Nulladimeno le benigne stelle Ci han riguardato con influsso d'oro, Che ti ha fatto scoprire il nostro amore A Lirina, che ha meco e mente e core.

25

Però nosco ne vieni alla lontana; E quando il Sole attufferassi in mare, Tu ti sofferma a piè della fontana, Che chiara e bella nel gran prato appare Presso all'ampia magione e sovrumana, Dove tu mi vedrai stasera entrare. Quivi solo m'attendi, e il tuo destriero Lascia nel bosco in mano allo scudiero:

26

E ti sovvenga che le dure maglie, E il forte scudo, e l'acciar che ti copre, Poco atti sono alle nostre battaglie. E qui si tace, e il volto suo ricopre Un bel rossor; nè mai per secche paglie Foco s'accese, come agli occhi scopre Ricciardo il grande incendio che il divora: Cotanto l'amor suo crebbe in quell'ora.

27

E prega il Sole che presto tramonti, E si lamenta assai di sua tardanza. O miser, se ti fosser noti e conti Gl'inganni, e come a' danni tuoi s'avanza Affanno e morte, o almeno onte ed affronti, Avresti in ira la bella sembianza Di lei, che per incanto or t'odia a morte, E ti prepara al piè ceppi e ritorte.

28

Ma pur troppo cominciano a cadere L'ombre da' monti; e pur troppo si vede Il palazzo fatale, e a schiere a schiere Già le donzelle in lui pongono il piede. Vel pon Despina ancora, e le sue nere Luci volge a Ricciardo, e or entra, or riede, E più cenni gli fa che si ricordi De' fermati fra lor patti ed accordi.

29

S'inselva Ricciardetto, e si discioglie L'elmo, e pon mano ancora a scior l'usbergo; Quando a por freno alle sue stolte voglie Lo sgrida il nano che gli stava a tergo, E gli dice: Così da te s'accoglie Lo mio parlar, che di prudenza aspergo? Così d'una donzella i finti vezzi, Miser, tu fuggi, e così tu disprezzi?

30

Non tel dissi pur ora? e non vedesti Con gli occhi proprj che la tua Despina Ha spento il foco che in essa accendesti? E che sol vaga della tua ruina Mostra d'amarti con finti pretesti, Come a lei detta la cruda Lirina? E tu le parli appena e la saluti, Che di pensier 'n un subito ti muti?

31

Non ti rimembra che il primo precetto Ch'io ti diedi, fu quello di star saldo Sopra il destriero; e che l'acciajo eletto Che ti ricopre, e fàtti andar sì baldo, Non dovessi lasciar, che tristo effetto N'avresti visto? Or l'amoroso caldo Ti ha tratto così fuora di te stesso, Che vuoi il cavallo, e lasciar l'armi appresso?

32

La tua donna ti avvisa che meschino È l'uomo amante e la donzella amata; E poi ti vuole e ti brama vicino, Solo ed a piè, con la man disarmata? E non comprendi ancor questo latino? Deh, Ricciardetto mio, deh meglio guata A quel gran mal che la corteccia or copre, Prima che indarno tu il comprenda all'opre.

33

Ricciardetto sogghigna e non risponde; Ma pieno di desìo, vuoto di tema, Va pettinando le sue chiome bionde, Ed or divampa, ora agghiacciato trema; E guarda spesso di mezzo alle fronde Del verde prato in su la sponda estrema, Dov'è il palazzo, se vede per sorte Aprirsi alcuna delle tante porte.

34

Malagigi ripiglia sua figura, Poichè lo vede in male oprar sì fermo, Nè seco usar dolcezza più si cura; Ma come fassi a furïoso infermo Dal fisico perito che lo cura, Con fronte corrugata e volto fermo Lo guarda e grida; Già che non ti cale Vita, nè fama, nè gloria immortale;

35

E risoluto sei che qui ti copra, Giovin meschino, un vergognoso obblìo. Vanne alla fonte, ove avverrà che all'opra Stimerai troppo vero il detto mio; E lei che del tuo cor s'asside or sopra, E che sospiri con tanto desìo, Teco dell'empie Belidi sorelle Vedrai fatta una, e assai peggior di quelle.

36

E quando avvenga per maggior tuo danno Che in vita ella ti serbi, ogni speranza Perdi di libertà; chè pien d'affanno Vivrai tra ceppi in tenebrosa stanza; Laddove, se tu schivi questo inganno Col non andarvi, o col mostrar costanza, Sta pur sicuro, disfarai l'incanto In poco tempo, e avrai Despina accanto.

37

La virtù, figliuol mio, poggia su l'erto, E non vi giunge chi non suda e gela. Ella poi dona ampia mercede al merto, E sue bellezze da vicin gli svela Più luminose assai d'un cielo aperto. Ma chi della salita si querela, E guarda il monte, e si stende sul piano, Può dir ch'egli ebbe ed alma e mente in vano.

38

Ricciardo nell'udire un tal parlare, Come talor nel cielo nubiloso Fra nube e nube alcun sereno appare, Così della ragione un luminoso Lampo lo fa da capo a piè tremare; E meno acceso e meno coraggioso Dice: Cugino mio, tu narri il vero; Ma sono amante, e più dirti non chero.

39

E Malagigi allora: In me confida, E coteste rivesti armi lucenti. Io farò sì che una larva s'uccida Dalla tua donna, e noi sarem presenti; Chè una leggiera nuvoletta fida Involeracci agli occhi delle genti. Ciò detto, ei comparir fa d'improvviso Un che tutto è Ricciardo ai moti, al viso;

40

Qual se ne va diritto alla fontana: Essi non visti appresso a lui sen vanno. Nè guari andò che la donna inumana, Ma cruda sol per lo bevuto inganno, Lieta, vezzosa e fuor dell'uso umana Apparve, avvolta in un purpureo panno; Ch'ivi la luna tanto risplendeva, Che al par del giorno e più vi si vedeva.

41

E giunta appena in su l'erbose sponde Della fontana, che Ricciardo chiama, E il finto e il vero ad un tempo risponde. Ella gli chiede se di cor più l'ama; Perchè saldate crede le profonde Antiche piaghe, onde ne sta sì grama. Risponde il finto: Son le stesse. E il vero Vi aggiunge: Or son maggiori, e han duol più fiero.

42

E in questo dire in sul collo di neve Della bella fanciulla l'ombra vana Getta le braccia; e vero assenzio beve Ricciardo, l'opra lui parve sì strana. Ma gelosìa fuggissi in tempo breve; Chè la scaltra donzella aspra, inumana, Prima nel collo e poi nel petto spinse Dell'ombra il ferro, e al parer suo l'estinse.

43

Indi la testa gli recide, e corre Verso il palazzo, e va gridando: Aprite. Ogni uscio s'apre, ogni finestra; e accorre Lirina, e seco femmine infinite, Che la vogliono tutte in mezzo porre; Ma rimasero a un tratto sbalordite, E rientrâr nel palazzo in un istante Afflitte, mute, e col piede tremante:

44

Chè volendo mostrar l'inferocita Despina il tronco capo del garzone, Mostrò di paglia ed alga inaridita Un ammasso su tal proporzïone; Di che sentinne una doglia infinita. Lirina spaventata, e con ragione, D'Origlia sua ricorre a' scartafacci, Per veder ciò che quel mostro minacci.

45

Ma lasciamola pur che scartabelli Nel segreto scrittoio a suo piacere, E torniamo a Ricciardo, che i capelli Ha ritti sì, che gli alzano il cimiere: Non per timore, chè non è di quelli In cui mostri viltade il suo potere; Ma per l'inganno e il tradimento strano Che fe' Despina sua di propria mano.

46

E disse a Malagigi: In fede mia, Ho fatto bene a non fare a mio modo; Ma credi tu che quell'opra sì ria Ell'abbia fatto per forza di brodo, O d'altro beveraggio che si sia, Per cui fu sciolto l'amoroso nodo, Con cui meco si strinse, e fu sconvolta La sua memoria, ed in fumo disciolta?

47

E Malagigi a lui: L'incantamento Le feo far quello che far le vedesti. Però sèguita pure a stare attento, Nè per casi terribili e funesti, Nè per casi di lieto avvenimento Muta consiglio mai, finchè non resti Vincitor dell'impresa, ch'è più dura Di quello ancor che altrui non si figura.

48

Mentre così favellan fra lor due, Odon pel bosco gente che cammina, E mostra quasi non poterne piùe. Ricciardo verso loro s'avvicina, Già rivestite le bell'armi sue; Nella figura pristina piccina Malagigi lo segue, e in pochi istanti Raggiungono gli stracchi vïandanti.

49

Splendea la luna, è ver, splendean le stelle, E pioveva da lor luce sì grande, Che forse con le tante sue facelle In minor copia il biondo Sol ne spande; E le famose risplendenti e belle Armi de' due guerrieri memorande Cresceano il lume: eppur con tutto questo A niun di lor fu l'altro manifesto.

50

Onde disse Ricciardo: Il nome vostro Datemi, o meco a pugnar v'accingete. Orlandino rispose: L'uso nostro È di tacerlo; e se tu pur n'hai sete, Aspetta, chè non siam frati di chiostro, Che ti saprem cambiare le monete. Ma tu devi esser qualche uomo poltrone, Che i cavalieri a piè sfidi in arcione.

51

Di Ricciardetto al naso la mostarda Venne sì acuta, che la lancia impugna, E grida: Vili, canaglia bastarda, E gente da pestarsi con le pugna; Sì poco alle parole si riguarda? Ma se avviene che con questa vi giugna, Vi vo' infilare a foggia di ranocchi, E lasciarvi per pasto degli allocchi.

52

Erano stanchi i due bravi cugini; Ma come quando si torna da caccia, Che i cani sono sì lassi e tapini, Che alcuno per la via se ne accovaccia; Pure, se avvien da' cespugli vicini Che scappi un lepre, a seguitar sua traccia Si pongon tutti con sì forte lena, Che par ch'escano allor dalla catena;

53

Così lo sdegno e la subita rabbia Le forze ravvivâr de' giovinetti, Siccome il vento suole alzar la sabbia, E spingerla da terra sopra i tetti. Onde senza più movere le labbia, Traggon fuora le spade, e chiusi e stretti Ne' loro scudi aspettan che Ricciardo Venga sopra essi, e venga pur gagliardo.

54

E venne egli di fatto, e in guisa venne Con quella lancia sua nuova di zecca, Che rotte avrìa le querce come penne: Ma su quell'armi, che la Morte secca Diè loro, il fin bramato non ottenne; Che sì lo scudo il gran colpo rimbecca, Che mancò poco che al ripicco strano Non gli scappasse la lancia di mano.

55

Ricciardo resta attonito e stordito, Chè simil caso mai non gli successe. E Rinalduccio giovinetto ardito Lo picca, e dice che quindici Messe Gli vuol far dire, all'altar di San Vito, A cui non so che papa avea concesse Molte indulgenze all'anime purganti, Dopo che sel sarà tolto davanti:

56

Ed Orlandino suo prega che voglia Lasciarlo solo a quella lieve impresa. Ricciardo nel suo cuor molto s'imbroglia, E di far pensa dal caval discesa; Chè assai crede d'onor che se gli toglia, Se ancor finisce bene la contesa; Chè troppo chiaro il suo vantaggio vede Combattendo a cavallo, e quelli a piede.

57

Il nano che s'accorge dell'intoppo, Si pone in mezzo, e dice: Cavalieri, Noi siamo in terra scellerata troppo, Dove il guardarci insieme fa mestieri, Non disertarci. E lor disse in un groppo, Perchè non può discender dal destrieri Il campion che vi siede, e tutto il resto; E fecero la pace, udito questo.

58

E fu tanto il piacere e l'allegrezza Di ritrovarsi insieme in tempo tale, Che si scordaro i due di lor stanchezza; E Ricciardo non n'ebbe un'altra eguale, Com'egli disse poscia in sua vecchiezza, Narrando a' figli suoi quel dì fatale. Ma mentre essi si danno mille abbracci, Esce Lirina fuor co' scartafacci:

59

E sciolta i biondi crini, in gonna corta, Nuda il bel piede, corre alla fontana, E con la verga che in mano ella porta, Fa un cerchio in terra, ed un nell'aria vana: Ed ogni stella e la luna s'ammorta, Ed atra nube pel cielo si spiana, E giù tramanda in spaventevol foggia Di grandine grossissima una pioggia.

60

Chi ha veduto giuocare al pallon grosso, Può dir d'aver veduta la tempesta Che a' forti cavalier cadeva addosso: Perchè la grandin che lor dava in testa, Era rispinta in alto a più non posso, Talchè per loro fu cosa di festa. Sol Malagigi avrìa pericolato; Ma sotto del caval stette celato.

61

Finita la terribile procella, Che stritolò le querce e gli alti faggi, Ma il buon Ricciardo non mosse di sella, E agli altri due non potè fare oltraggi, Ecco che il cielo di nuovo s'abbella, E si veggon del Sole i chiari raggi, E venir loro incontro con gran fretta Una leggiadra e lieta giovinetta;

62

La quale a nome della bella Argea E di Corese saluta piangendo I due pedoni; e in sostanza chiedea Da loro ajuto nel periglio orrendo Di vita, in cui ponevale la rea Donna che quivi ha l'impero tremendo: E se l'ajuto non veniva presto, L'avrìa tratte di vita un vil capresto.

63

Ad una voce gridano ambidue: Eccoci pronti. Ed ella: Vi conviene Entrare in una grotta, e calar giùe, Dov'esse stanno avvinte tra catene. Ed essi: Andiamo, e non si tardi piùe A trar le nostre consorti di pene. Ricciardo li sconsiglia, e ancora il nano; Ma gettan tutti le parole in vano.

64

Ella va innanzi, e quei le vanno appresso; Entran nel prato, e vicino alla fonte Si ferma a piede d'un alto cipresso: Ed ecco (dice con dimessa fronte) Lo speco, ove il miglior del nostro sesso Fatto è bersaglio di disprezzi e d'onte. Orlandino in un tratto vi si getta; L'altro lo segue a modo di saetta.

65

Sonosi appena in lui precipitati, Che si riserra il diviso terreno; E la fanciulla per i verdi prati Se ne dilegua via come baleno. In vedere sì male capitati Ricciardo i due garzoni, venne meno; E rïavuto pianse amaramente L'inopinato misero accidente.

66

Quando un dragone d'immensa figura Si vede in faccia, e da man destra un toro, E alla sinistra di strana misura Un gigantaccio ignudo, ispido e moro; Di dietro una voragine sì oscura, Che a sol pensarvi d'affanno mi muoro. L'aria s'oscura, e quelle orride furie Gli vanno addosso a un tempo a fargli ingiurie.

67

Con le zampe davanti il buon destriero Lo difende dal drago, e con la spada, Ch'ei gira a tondo veloce e leggiero, Si difende dagli altri, e fassi strada Per dilungarsi da quel pozzo nero, Dove, misero lui, s'avvien che cada; Quando per l'aria battendo le penne Un strano augello addosso a lui pervenne.

68

Sì grosso egli era, e avea sì lunghi artigli, Che un elefante avrìa portato in alto, Come portano l'aquile i conigli. Ricciardo, ancorchè avesse il cor di smalto, E si ridesse di tutt'i perigli, Qui gli diede il timore un po' d'assalto; E Malagigi misero ed afflitto Stava sotto il cavallo, e stava zitto;

69

E fece mille prove e mille incanti Per disparire con Ricciardo insieme; Ma i diavoletti suoi sono birbanti, E con forti scongiuri in van li preme: Perchè a farsi ubbidir non son bastanti; Chè il demonio del loco non lo teme, Il quale ha maggior forza; onde il meschino Sta sempre lagrimando e a capo chino.

70

Ed ecco che ad un tratto in sul cimiero Un artiglio egli stende, e l'altro caccia Sopra del collo al nobile destriero, E su li tira; e lieto della caccia Rota per l'aria libero e leggiero, E gettarlo nel pozzo ognor minaccia: Ricciardo impugna la possente lancia, E glie la ficca in mezzo della pancia.

71

Un miglio buono alzato in alto s'era, Quando sentissi dentro le budella, E passar oltre in misera maniera L'asta fatal, che omai la coratella Gli passa, e già gli dà l'ultima sera; E tanto egli è il dolor che lo martella, Che lascia il cavalier, lascia il ronzino, Il quale cade al gran pozzo vicino.

72

Ma l'uccellaccio morto veramente Vi cadde in mezzo; e al suo cader si chiuse Il vano orrendo, e il drago immantenente Disparve, ed il gigante si confuse. Or qui ti prego, Apollo, caldamente, E teco prego il coro delle Muse, Che mi diate conforto e diate forza, Perchè l'opra più cresce e si rinforza.

73

Visto Lirina il caso disperato, Torna a tentar di nuovo la sua sorte; E vedendolo tanto innamorato Di Despina promessagli in consorte, La fa venire sopra il verde prato, E comanda ad un mostro che la porte Avanti a Ricciardetto, e fugga via, Acciò ch'egli la séguiti per via.

74

Il mostro in braccio se la prende, e passa Davanti a Ricciardetto, il quale appena L'ha vista, che la lancia a un tratto abbassa, E il segue col destrier con molta lena, Che gl'intricati rami apre e fracassa. Ma vada pure. Or se dolore e pena, Donne, vi prese dal caso crudele Di quella coppia di sposi fedele;

75

Deh non v'incresca che a cercar di loro Io rivolga il mio canto, perchè almeno Saprem qual fine egli ebbe il lor martoro. Ma fate pur il bel viso sereno, Ch'essi stan bene, e stanno in mezzo a un coro Di donzellette su verde terreno; Mangian del buono, e bevon del migliore, E si ridon del vostro e mio dolore.

76

Chè quella grotta e quel gran precipizio Non era cosa vera, ma apparente, Atta però a ingannar nostro giudizio, Ed in questo il demonio è assai valente; Ma le donzelle e il fortunato ospizio Fantastico non era certamente. Quivi Lirina chiudere facea I cavalier che uccider non potea;

77

Ed in una nefanda capponaja Li tratteneva, acciò si fesser grassi. V'eran strumenti musici a migliaja, E vi dormivan come ghiri e tassi. V'era fino del vin di Germinaja, Di che in terra il miglior certo non dassi; E v'era il Faraon, v'era il San Pavolo, Che a' Pistojesi avea rubato il diavolo.

78

Perchè dal vino e da lussuria oppressi Non alzasser la mente a belle imprese, Ma scordati del tutto di sè stessi, Con l'alme a terra piegate e distese, E co' pensieri tarpati e dimessi Vivesser come bestie al ventre intese, Ed a null'altro; e in sì sporca maniera Passasser la lor vita e giorno e sera.

79

Orlandino non più pensa ad Argea, Nè Nalduccio a Corese; anzi d'accordo D'esser senza consorte ognun dicea. Ma tacciasi oramai d'un così lordo Ostello, e d'una vita tanto rea; Perchè troppo flagello e troppo io mordo I garzon che a mal far voglia non mosse, Ma il senno per incanto a lor guastosse.

80

Tempo verrà che di nobil rossore Ne saran tinti, e n'averanno affanno; E riscaldati da desìo d'onore La perduta lor fama accresceranno. Così casca talora il corridore Per non suo fallo, e si rammenda il danno; Chè l'animo gentil, sebbene intoppa Alcuna volta, non però si azzoppa.

81

Questo bordello e queste cose strane, Di cui la selva è piena tutta quanta, M'hanno fatto scordar delle lontane Armi e di Carlo mio. Ma pur, se tanta Grazia averò di giungere a domane, Non lascerollo: sebben canta canta, Mi scaldo assai, e guastomi il cervello, E m'esce poi di mente e questo e quello.

82

Però, se voi mi amate, come spero, Mi dovete soffrir nel modo stesso Ch'uom soffriamo per troppi anni leggiero, Che or principia un racconto, e quello smesso, Altro ne prende, e smarrisce il sentiero: Chè il vecchio parla assai, nè corre appresso Della lingua, veloce com'ei vuole, La memoria, e van sole le parole.

83

Onde s'è breve il canto questa volta, Non vi rincresca; che s'io resto in vita, Ne averete de' lunghi; perchè molta È la materia, ed anzi ella è infinita: Ed avanti ch'io l'abbia ben raccolta, Ben collocata e meglio digerita, Talchè si possa dir: Noi siamo al fine, Quante dovran passare estati e brine?

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