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Il Ricciardetto, vol. II

Volume 2 — CANTO VIGESIMO

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ARGOMENTO

Ricciardo e Malagigi alla ventura Sen van per entro il regno delle donne. Al morto Astolfo dando sepoltura, Canta il buon Ferraù l'eleisonne. Ei dal convento una monaca fura; Onde sì guasto all'altro mondo andonne; Chè mentre in agonia col diavol giostra, Le recise anguinaglie uno gli mostra.

1

Il diavol, donne mie, può far gran cose: Basta solo che Dio lo lasci fare. Però non siate punto dubitose Di ciò che udiste ed udrete cantare Dell'opere di lui maravigliose; Chè sebbene il tristaccio non appare, E su le Fate si versa la broda, Ei però vi pon sempre e corna e coda.

2

So ben che ci son molti, come voi, Che credono romanzi e favolette Le cose delle Fate; ma son buoi, Nè sanno che il demonio non perdette In uno con la grazia i pregi suoi, E le virtù che Dio gli concedette, Le quali tante sono, che potría Guastare il mondo in un'Avemmaria.

3

E poi le Sacre Carte non son piene Di maghi e streghe, e cose somiglianti? E in chiesa l'acqua santa a che si tiene? E a che si fanno tanti preghi e tanti Su le campane? Perchè suonin bene, E la fune e il battaglio non si schianti? Si fanno solo per guastar con esse Le traversìe che il diavol ci facesse.

4

Mi spiace che non ho tempo abbastanza; Chè l'incantata selva a sè mi chiama, E Ricciardetto, che leggiadra stanza Have sul lido, ed altro più non brama; Che vorrei trarvi fuora d'ignoranza. Ma tanto è chiaro che il pesce ha la squama, La lepre il pelo, e i melloni la state, Quanto egli è vero che si dan le Fate.

5

Si dan pur troppo; e così fosse spento Il seme loro, come ancora è vivo. Ricciardo dunque se ne stava attento, Mirando il volto ed il petto lascivo Delle donzelle, e il vago portamento Che sopra ogni credenza era festivo; Quando ciascuna esce da' legni sui, E si ferma ridendo avanti a lui.

6

Il buon Ricciardo in compagnìa sì grata Or questa ninfa, or quell'altra rimira; E gli sembra ciascuna sì garbata, Ch'arde per tutte, e per tutte sospira. Quando una la più scaltra fiso il guata Alcuno spazio, e poi prende la lira; E dopo cento ricercate e cento Cantò, che parve cosa di portento;

7

E disse: Cavalier, non ti rincresca Spogliarti di quest'armi, e starti nosco; Chè amor di gloria i semplicetti adesca, Che bevon fele ne' verd'anni e tosco. Soffrendo aspro digiuno per lieve esca, E fame e sete all'aer chiaro e fosco, Solo perchè di lor, quando son morti, Resti fama tra noi d'illustri e forti.

8

Il fiero Marte e la crudel sua suora Son l'affanno del mondo e la ruina; E sol si gode infra i mortali allora, Che quegli tace, e questa si tapina Per l'ozio che la guasta e la divora. Avventuroso quei cui sua regina È l'alma Pace, dal cui sen fecondo Tutto deriva ciò che abbella il mondo!

9

O delle Grazie e di Venere amica, Diletta Pace, a noi data da Giove Perchè biondeggi su' campi la spica, Onde l'uom si rinfranchi e si rinnove, Da sè scacciando la fame nemica; Deh fa che costui veggia a mille prove, Quanto il mestier dell'armi si disdice A chi vita desìa lieta e felice.

10

Mostra a questo ingannato giovinetto Le tue bellezze, il biondo crin ricciuto Da verde ulivo circondato e stretto, E il volto che disprezza ogni altro ajuto, Per esser bello cotanto e perfetto; E fagli udire il dolce suono arguto Degli angelici tuoi soavi accenti, Da volgere in piacere anche i tormenti.

11

E se la tua beltà non lo riscalda, Nè lo sanno addolcir le tue parole, Fagli vedere la guerra ribalda, Che d'atro sangue tutta quanta cole: Che alla stagion gelata ed alla calda Spinge la turba che l'adora e cole; E a cui le trombe e i timpani feroci Servon di cetre e di soavi voci.

12

E mentre ella sì canta, ecco ad un tratto Che gli son sopra tutte le donzelle Per disarmarlo; e ben l'avrebber fatto, Se il suo destriero non temea di quelle: Perchè da quel romore sopraffatto, Fe' lor co' calci rimirar le stelle; Per modo che ciascuna in fretta in fretta Si ridusse fuggendo alla barchetta.

13

E contro il cavalier prendon tant'ira, Che l'avrebber voluto fare in brani. Così vediamo, se ben si ritira Da toro o da cinghial turba di cani, Che il corno o il dente furibondo gira, Che per poco da lui stanno lontani, Ma ritornan più fieri e più possenti A lacerarlo con gli acuti denti.

14

Così ciascuna d'esse una saetta Prende, ed incurva il suo bell'arco d'oro; E nell'esser la prima ognuna ha fretta A far nel bel Ricciardo il reo lavoro; E la pioggia di strali maladetta Tutto il coperse, e non gli fece un foro; Ch'eran quell'armi così ben temprate, Che un fulmine nè pur le avrìa spezzate.

15

A cotal vista spalancaron gli occhi Attonite le ninfe, e immantinente Saltâr nell'acqua a guisa di ranocchi Ch'abbiano udito strepito di gente. Fa Ricciardetto entrar fino a' ginocchi Il suo caval nell'onda rilucente; Poi più s'inoltra, e dassi al nuoto, e spera Di giunger presto all'opposta riviera.

16

Ma come quando fassi a becca l'uovo, Che sta il villano con la bocca aperta Per trangugiarlo, e l'infiammato rovo In quel mentre l'arriva e lo diserta, Talchè egli fugge qual lepre dal covo; Così Ricciardo allor, che si tien certa La ripa, e già il destrier quasi la tocca, E foco e fiamma dalla ripa sbocca.

17

Onde ritorna spaventato al nuoto Il cavallo, e Ricciardo in altro lato Lo spinge; e quei, che non è tardo al moto, In un momento v'è quasi arrivato, Talchè tocca la sabbia e il lito ignoto: Ma sorge un vento così infurïato, Che lo ributta indietro, e lo rimanda Poco men che del lago all'altra banda.

18

Non però si spaventa il giovin fiero, E tenta nuovo grado e nuova sorte; Ma sempre gli vien guasto il suo pensiero. Ond'egli, che temer non sa la morte, Fascia con drappo gli occhi al suo destriero, Acciò il timor non lo faccia men forte; Poi là torna, ove il fuoco e il fumo fitto Faceano orribil siepe al suo tragitto.

19

E quivi giunto, all'alto incendio in mezzo Si getta; e stride la fiamma vorace; Ma lui non tocca, e non riscalda a un pezzo; Onde tutta si spegne e affatto tace, E lascia cotal puzza e cotal lezzo, Che dell'inferno par proprio la brace. Sbenda Ricciardo il suo destriero, e poscia Lo punge con lo spron sopra la coscia.

20

E quegli fugge d'un bel colle in cima, Vaga sede, cred'io, di primavera, Che dalla somma parte infino all'ima Tutto quanto di fior vestito egli era; Ed ogni fiore era di somma stima, Chè la natura madre e giardiniera Li produceva insieme e coltivava: Tanto di que' bei fior si dilettava.

21

Gli anemoni, le rose e le giunchiglie, E gli odorosi bianchi gelsomini, Che tra noi son de' fior le maraviglie, Gloria degli orti, fama de' giardini, Là detto avresti: Chi li vuol, li piglie: Ne daresti una soma a due quattrini; Cotanto ella è de' nostri fior maggiore La bellezza di quelli e il loro odore.

22

V'era un mughetto (almen mi parve tale) Alto quanto un cipresso; e campanelli, Candidi più del latte verginale, Pendevan tutti in modi così belli, Che mai vista non fu bellezza eguale. Stavan sopra essi poi diversi uccelli Cantando; e quelli mossi poi dal vento Facean con loro un mirabil concento.

23

Da questo fior chi ha un'oncia di cervello Può immaginarsi facilmente il resto. A tal fior dunque lega Ricciardello Il buon cavallo; ed ei doglioso e mesto Della sua donna pensa al volto bello, E fra sè dice: In questo luogo, in questo, Ove albergan le Grazie, e forse Amore, Senza Despina io muojo di dolore.

24

Ed oh quanto da lei diviso io sono! Ed ella forse s'è di me scordata; Chè donna facilmente in abbandono Pone il suo amante, quando non lo guata. Che sebben l'arricchì d'ogni suo dono Natura, e la formò bella e garbata, Non l'avrà fatta certo differente Dall'altre che han volubile la mente.

25

Chè, come io piacqui a lei, così potrìa Piacerle un altro; e però si dipinge Amor con l'ali, che viene e va via. Chè nodo mai sì forte non si stringe, Che sciolto e rotto a lungo andar non sia; E la costanza è un nome che si finge E non si trova, e massime tra quelle C'hanno la fama di leggiadre e belle.

26

Chè sebbene sprezzò di Serpedonte Le nozze, e viva andar sotterra volle, Piuttosto che con esso ornar la fronte Di regal serto; non pero s'estolle Sì la mia speme, che il timor sormonte. Forse allor lo credette iniquo e folle, E forse le dispiacque e l'ebbe a sdegno, E fu ancor forse un femminile impegno.

27

Nè si può dir fedele una donzella, Che non si trovi molto combattuta: E molto combattuta, qual è quella Che il novello amator caccia e rifiuta? Ed una donna, quando è troppo bella, Dovunque guarda, sempre fa feruta: Onde a quest'ora avrà mille amatori, E discacciato me del suo cor fuori.

28

Mentre così fra sè piange e ragiona, Ecco un vecchio apparir di faccia onesta, Diritto e maestoso di persona, Che l'appella per nome, e quasi il desta; E un non so che nel parlar suo risuona Di famigliar, che fagli alzar la testa; E in lui s'affissa, e subito il ravvisa Per Malagigi al volto, alla divisa.

29

Lettor, non ti so dir quanta allegrezza Inondò il seno al mesto giovinetto, Perchè spera da lui aver contezza Della sua donna che gli scalda il petto: E glie ne chiese con tanta prestezza, Che ben fe' chiaro il naturale affetto; E perch'ei non risponde prestamente, Si agghiaccia e trema, e fassi egro e languente;

30

E con tremula voce lo richiede Che dica pur quel che di lei può dire. Ed egli a lui: La non ti tien più fede, E ben potresti avanti a lei morire, Che ne godrebbe; sì in odiarti eccede. 'N una fanciulla ha posto il suo desire; Quella sol ama, e sol per lei si sente Pieno d'amore il cor, piena la mente.

31

Disse Ricciardo allor meno affannato: Se lasciommi per donna, io non mi lagno. Temeva d'un garzon bello e garbato; Ma averà fatto un misero guadagno; Chè val più un uomo guercio ed istroppiato Avere per marito e per compagno Ad una donna, che vedersi attorno Venere e Giuno di notte e di giorno.

32

Ma sta pur di buon animo, riprese Malagigi, che sol forza d'incanto Nell'amor di Lirina sì l'accese, Che sempre stàlle innamorata accanto. Ma non passerà tutto questo mese, Che di tornarla all'amor tuo mi vanto; Ma ci vuol molta e fatica e disagio, Chè le grand'opre si fan sempre adagio.

33

Io già so tutto; e gran fortuna avesti A trovar armi tali e tal destriero; Chè nulla oprare senza essi potresti: E il mio sapere, per narrarti il vero, Qui poco vale; e tu poco faresti, Senza un che ti spiegasse il gran mistero Di questa selva, detta l'Incantata, Che Pluto istesso la difende e guata.

34

Ma monta in sul destriero, e statti in sella, Nè discenderne mai per caso alcuno; Chè se perdi il destriero, la tua stella Di chiara e lieta vestirassi a bruno, Nè rïavrai la tua Despina bella; Ma ignoto a lei, ignoto a ciascheduno Qui invecchierai; e qui pur sarai côlto Dall'aspra morte, e qui sarai sepolto.

35

Questo destrier nelle zampe davanti Ha virtù di disfar gl'incantamenti; Onde torri vedrai e monti infranti Da lui, ed asciugar fiumi e torrenti; Smorzar gl'incendi, e le profonde innanti Voragini ripiene di serpenti Passar da lui nella stessa maniera Ch'altri sul ponte passa la riviera.

36

E se mostra talvolta aver paura, E torna indietro, lascialo pur fare, Che fuggendo fa l'opra più sicura: Perchè tra l'altre doti sue sì rare, È quella del giudizio; tanta cura Poser le Fate in far lui singolare. Però gli vedrai far nelle bisogna Cose che a un mastro farebber vergogna.

37

Dell'armatura poco io ti favello, Ch'è cosa impenetrabile e sicura: Marte non ha nè spade nè coltello Da trapassarla, cotanto ella è dura; E Giove col suo fulmine, con quello Che spezzò i monti, e fenne sepoltura A' superbi giganti, non potrìa In cotesta arme tua farsi la via.

38

La spada poi e la lancia son tali, Che non v'è cosa che loro resista. Tu poi, si sa quanto nell'armi vali; Sicchè sta lieto, e nuova gloria acquista, E per adesso t'indura ne' mali; Chè senza pena il ben non si conquista. Passati questi, avrai dal ciel benigno Favor ben grande, e a' sudor tuoi condigno.

39

Mentre così Malagigi ragiona, Ricciardo sul cavallo è già montato, E dice a lui: Sì la mente m'introna Il pensier di Despina, e sì turbato Sto in lontananza della sua persona, Che vorrei pur da te, cugin pregiato, La grazia di vederla. Ed egli: Or ora A lei ti condurrò che t'innamora.

40

E qui prende egli figura di nano, E si mette a cavallo d'un ronzino. Che fece comparire in modo strano; E prendon vêr Despina il lor cammino. Ma qui mi sento richiamar lontano; Onde lascio costoro, e mi strascino In altra parte: mi strascino, ho detto, Chè voleva ancor dir di Ricciardetto.

41

Ma il tacerne ora, sebben v'è molesto, Spero che poscia vi sarà più grato, Quando riparleronne; e sarà presto. La maestra natura ci ha insegnato Quanto sia rincrescevole e molesto Tener le cose in un medesmo stato: Però sempre ella varia e sempre piace; E questa non è regola fallace.

42

Una tal cosa vorrei ben tra noi Che non fosse mutabile tuttora; E questa voglia mia, donne, è per voi, Che trapassate la natura ancora Nell'incostanza e cangiamenti suoi: Chè se voi foste un po' più ferme, allora Sareste l'allegrezza de' mortali; Or siete la cagion di tutti i mali.

43

Se Iddio faceva senza donne il mondo, E che si generasse con le stampe, Stato sarebbe il vivere giocondo, Nè guasto mai dall'amorose vampe, Che tanti e tanti ne mandano a fondo. Ma giusto perchè qua vuol che si campe Sempre in sospiri, e che sempre si piagna, Diede all'uomo la donna per compagna.

44

E glie la diede sì maligna e ria, Che l'affanna e l'affligge ogni momento. In quanto a me n'ebbi la parte mia, Quando mi tenne Amore a suo talento. Ma tempo egli è che di Spagna la via Riprenda, e lasci un tal ragionamento; Chè, sebben dico il vero, a qualcheduno Parrò maligno, ingrato ed importuno.

45

Carlo con tutto il resto dell'armata In verso i Pirenei prese la via; E la bara d'Astolfo vien portata Da' due giganti, il che non dissi in pria. Ferrautte la Croce ha inalberata, E va dicendo qualche Avemmaria Al povero defunto che sta male, S'altra per lui a Dio prece non sale.

46

Giunser di notte ad un certo castello Che di Granata proprio è sul confine: Lo bagna un chiaro e limpido ruscello, Ch'ivi incomincia, detto Guadaline, Che presto cresce, e col piè scalzo e snello Non lo guadano più le contadine. Quivi Carlo si ferma, e tutto il loco Ne va per l'allegrezza a fiamma e foco.

47

Il diavol che non mai si dà per vinto, E le tristizie sue cresce a misura Che noi reggiamo il naturale istinto, Vedendo Ferrautte che procura, Di pietà tutto e di dolor dipinto, Lavar col pianto ogni atra sua bruttura, Una frode gli ordisce così furba, Che fuor di modo lo contrista e turba.

48

Al luogo dove Carlo era alloggiato, Stava vicino un celebre convento Di vergini, che quivi d'ogni lato Venivano di Spagna, ed eran cento. Nel tempio loro Astolfo fu locato, Chè Carlo il vuol dappresso ogni momento: E riman Ferraù con don Fracassa E don Tempesta a guardia della cassa.

49

Le verginelle che lì stanno chiuse, Vanno vestite d'un color modesto. Non son per voti dalle nozze escluse, Ma di rado da lor marito è chiesto; Chè all'ago, al fuso, al ricamar ben use, A niuna sembra quel loco molesto. Escon talvolta, e van per lo castello, E qualche volta ancor fuori di quello.

50

Quivi del Saracino era una figlia Bella così, che un angelo parea; Ch'egli ebbe d'una dama di Siviglia, Allor che mezza Spagna egli reggea. Nè già deve recarvi maraviglia Come quel luogo ad un Pagan piacea; Chè il tener custodite le figliuole Piace a ciascuno, anzi ciascun lo vuole.

51

Chè come nobil pianta giovinetta Cinge d'intorno il villanel di spine, Acciocchè qualche fera maladetta Non la guasti col dente o la ruine; Così donzella in sua magion ristretta Star deve, onde nessun se le avvicine; Chè, perduto il buon nome, una fanciulla Per bella che si sia, non val più nulla.

52

La giovine chiamata era Almerina, La quale a Carlo con altre donzelle Venne a far riverenza la mattina: E come appar la luna infra le stelle, O pur tra' fior la rosa porporina, Così Almerina si mostrò tra quelle. Sì come il padre, già bruna non sembra, Ma pare che di latte abbia le membra.

53

Rinaldo, Orlando e il vecchio Carlo ancora In vederla si sentono nel petto Un non so che, che tutti li accalora. Ma Carlo, pien di senno e di rispetto, Spegne quel foco che nasceva allora; E Orlando, per timor che l'intelletto Un'altra volta non gli venga guasto, Al novello desìo fece contrasto.

54

Rinaldo pur, contro sua vecchia usanza, Non stimò ben di dare esca alla fiamma: Onde uscita ella dalla regia stanza, Come levrier che persa abbia la damma O lepre, più nel corso non s'avanza; Così costor non sentono più dramma Di fuoco; e benchè sia cotanto bella, Di Almerina fra lor non si favella.

55

Ma non così successe a Ferrautte; Chè nel passar che fece ella pel tempio, Gli arse la carne, i nervi e l'ossa tutte; Sicchè fulmine mai non feo tal scempio, Quando egli cadde su le paglie asciutte. Ond'egli pien d'audacia senza esempio Pensò di trarla da quel loco, e poi Saziar con essa tutti i desir suoi.

56

E perchè vestito era da romito, Lo lasciavano entrar le giovinette Nel chiostro loro. Oh povero vestito! Oh funi! oh chierche! oh barbe maledette! Quanto il mondo da voi viene tradito! Che credendole mostre pure e schiette D'anime sante, si fida di loro, E dàgli in mano ciascun suo tesoro.

57

So ben che in tanti sacchi e sì diversi Qualcuno è pieno di buona farina; Ma questi stan ne' chiostri, e non dispersi Per le contrade. Oh giustizia divina! Che ti trattien contro questi perversi, Che non li ammacchi e non ne fai tonnina? Ma se non sbaglio, tu vuoi tardar poco A non mandarli tutti a fiamma e foco.

58

E con essi arderai l'empia avarizia, E la superbia e la sporca lussuria, La frode, l'ignoranza e la malizia, L'ipocrisia e la fraterna ingiuria, Ed in somma ogni sorte di nequizia, Di che i cappucci non han mai penuria; E purgato da peste così ria, Il mondo tornerà miglior di pria.

59

Nè meco v'adirate, anime sante, S'io me la piglio con la gente vostra. Vi giuro per quel Dio che avete avante, E di sè v'empie, e ognora a voi si mostra, Che umile io bacerei le nude piante De' vostri figli, e tacerei lor chiostra; Non dico già se fosser come voi, Ma fossero men tristi e meno buoi.

60

Vede il buon frate adunque che vicina Ad un'grand'orto ell'era la celletta Della leggiadra amabile Almerina; Onde la notte a' suoi disegni aspetta; E questa giunta, all'orto s'incammina, E un piccol uscio spezza con l'accetta: Entra nell'orto, ed alla stanza vola, Ov'ella stava addormentata e sola.

61

Aperse l'uscio, che mal chiuso egli era; E messole una mano in su la bocca, Con fuga speditissima e leggiera Con essa in collo fuor dell'orto sbocca, Ed entra in una selva orrida e nera. Ma questo fatto sì l'alma mi tocca E sì m'offende, che lo vo' lasciare Dentro alla selva, ed al castel tornare.

62

Già la notte fuggiva a tutta briglia Con l'ombre grate e con l'amiche stelle, E con tutta l'oscura sua famiglia; E già già l'alba di rose novelle S'ornava il seno e si facea vermiglia; E i pastor su le candide scodelle Poneano il latte, ed in diversi modi Ne feano poi giuncate e caci sodi;

63

Quando s'alza un rumore pel convento, Che il simil non cred'io che udito fosse Là del grand'Ilio nel comun spavento, E nell'alzarsi delle fiamme rosse, Onde cenere fêssi in un momento: Da tanto duol, da tanta ira commosse Fur le donzelle in veder la mattina, Che stata tolta loro era Almerina.

64

Giuntane a Carlo la trista novella, Manda gente a cavallo e gente a piede Per ogni parte a ricercar di quella. Ma quando più nel tempio non si vede Il romitaccio, Orlando monta in sella, E il suo cavallo ancor Rinaldo chiede, Ed entran nella selva, e stanno attenti S'odono pianti, o miseri lamenti.

65

Il buon romito intanto sopra un prato La giovinetta ne' lenzuoli involta Pone, del gran cammino omai stancato; E con voce pietosa a lei si volta, Fingendo esser afflitto e sconsolato; E le chiede pietà, s'egli l'ha tolta Dal suo convento, e quivi l'ha condutta: Chè Amor lo spinse a fare opra sì brutta.

66

Amore (le dicea), bella fanciulla, Ha più potere in noi, che non si dice. Egli si prende spasso e si trastulla Di Giove istesso; ed or lo fa felice, Ed or tapino, conforme gli frulla. Però ne incolpa lui, come radice Di tutto il male, e solo lui minaccia; E a me perdona, e come amico abbraccia.

67

E mentre così parla e si riposa, E con quel che far vuole si ristora; Si sta la verginella vergognosa E afflitta sì, che par che allor si muora. Stende il romito la man furïosa In verso lei che trema e s'ange e plora; Ma in quel punto fatale Orlando arriva, Che la languida giovane ravviva.

68

Come quando d'amor tutto divampa Il cervo, e viene alla sua cerva avanti, Che occhio non muove, non fronte, non zampa, Ma in essa ferma tanto i suoi sembianti, Che il cacciator se in lui per sorte inciampa Con la turba de' suoi cani latranti, Tutta obbliando la natìa paura, Nulla ode, nulla vede e nulla cura;

69

Così quel romitello benedetto S'era tanto ingolfato nel piacere, Che perduta la vista e l'intelletto, Non vide aversi sopra il cavaliere, Che colmo d'ira per lo collo stretto Levollo presto presto da sedere; E presa la donzella in su la groppa, Strascina il frate, ed al castel galoppa.

70

Al mezzo di sua lucida carriera Giunto era il Sole; e le fronzute piante Non più spargevan la lor ombra nera; E del cantare la cicala amante L'aria assordiva di strana maniera; E disteso pel bosco e ruminante Stavasi il gregge, e dibattendo i fianchi I cani attorno dal gran caldo stanchi.

71

Quando rivolta la donzella al conte, Lo prega a soffermarsi; tanto stracca Si sente, e di dolor colma la fronte, Che senza posa al certo si distacca Dal mondo. Orlando, che le voglie ha pronte Di compiacerla, il frate a un olmo attacca; Indi discende, e sopra un verde prato Pon la fanciulla, ed ei le siede a lato.

72

Quindi di tasca tragge un temperino, E dice alla donzella: In questo mentre Che noi ci difendiam dal Sol vicino, Io voglio un poco a sto frate valentre Levar la pelle e farne un otricino, E se vi pare, incominciar dal ventre. Fate voi, disse la bella fanciulla, Che in quanto a me, m'importa poco o nulla.

73

Ciò detto, s'alza, e Ferraù legato Dispoglia affatto, in fuor delle mutande; E dice: Adesso d'ogni tuo peccato Ti vo' far far la penitenza grande; Chè così vivo vivo scorticato, Le tue carnacce saranno vivande Di barbagianni, di gufi e d'allocchi, Che le prime beccate dan negli occhi.

74

Non vi crediate già che il saggio Orlando Volesse scorticare un cavaliero; Ma lo diceva il buon uomo scherzando. In questo mentre rovinoso e fero Entra nel prato col fulmineo brando Rinaldo, e là si ferma col destriero, Dove si stava il signore d'Anglante Col ferro in mano al frate ignudo avante;

75

E tosto grida: Forse questi è quello Che rubò la fanciulla dal convento? Rispose Orlando: Questi è il santerello, Questi è l'eroe del nuovo Testamento, Che fece atto sì brutto, indegno e fello. Rinaldo allor gli pon la mano al mento, E lo scuote e lo sgrida, e dice: Ancora Vuoi trar de' chiostri le monache fuora?

76

Ribaldo, iniquo, schiuma de' furfanti, Quando porrai tu fine a' tristi fatti? Sempre peggiori, quanto più vai avanti: Ma tante volte al lardo vanno i gatti, Che ci son côlti e pesti tutti quanti: Ed or la pagherai a tutt'i patti. Orlando disse: Io lo vo' scorticare Così vivo, ed a' corvi abbandonare.

77

Rinaldo sorridendo: Assai fatica Questa sarebbe, e pena troppo acerba; E poi biasmo ti fora, che si dica Che la destra d'Orlando, che superba Strinse più palme di gente nemica Che bosco foglie e il prato non ha erba, Or abbia tratto ad un uomo la pelle, Benchè il più tristo sia sotto alle stelle.

78

In così dire giunge don Fracassa, E poco dopo ancora don Tempesta; E visto il frate con la fronte bassa, E saputa la fuga disonesta, E la rapina che ogni colpa passa, Crucciosi alquanto crollaro la testa; E dopo aver taciuto un qualche poco, Parlò il Fracassa in suono grave e fioco,

79

E disse: Io so che ogni mal'opra merta Il suo gastigo; e il non punir chi pecca, Offende tutti, e il pubblico diserta; Che il mal esempio è fuoco in paglia secca, Che al vento stia nella campagna aperta; E quel chirurgo che le piaghe lecca, E col ferro e col fuoco non le invade, Apre e non serra del morbo le strade.

80

Ma la somma giustizia ognun comprende Ch'è somma ingiuria ancora; e non si debbe Però seguirla, come il testo intende. Talora a men fallir pena s'accrebbe, E fu scemata alle maggiori mende, Secondo che al peccar maggiore egli ebbe Oppur minore spinta il nostro core, Che a male oprare inclina a tutte l'ore.

81

Bellezza e Amore han fatto ne' mortali Sempre gran stragi; e misero colui Che cade in braccio ad un di questi mali, E più se cade in braccio ad ambidui. Però se côlto da cocenti strali Di bella giovinetta fu costui, E se la prese e si fuggì con essa, Ch'egli operasse male ognun confessa.

82

Ma non per questo egli ha mancato in guisa, Che il debba o possa ognuno a morte porre, Com'uomo ch'abbia la sua madre uccisa, O della patria sua castello o torre Data a' nemici. Egli d'amor conquisa L'alma sentendo, s'è provato a côrre Quel frutto che potea trarlo d'affanno Con quel piacere, come molti sanno.

83

Al giudice severo, e non a noi, Tocca a lui destinar la pena estrema; Nè lessi mai che alcuno degli eroi Facesse un'opra sì di laude scema: Perciò si sciolga, e sciolto che fia poi, Si mandi alla sua cella; e quivi gema, E perdon chiegga a Dio del suo fallire. E qui il Fracassa terminò il suo dire.

84

Rinaldo tentennò la testa un pezzo, Poi disse: Il rimandarlo alla sua cella Non mi dispiace; che cotanto è il lezzo D'ogni opra sua sì scellerata e fella, Che se l'ossa e la testa non gli spezzo, Nè gli traggo di ventre le budella, Lo fo per dar nel genio a don Fracassa: Ma sì liscia per Dio non se la passa.

85

Io vo' che gli facciamo un tagliettino Un palmo buono sotto all'ombilico; Che se bene non feci mai il norcino, Nulladimen lo servirò da amico. Ivi sta il male di questo assassino, E quel velen che fàllo a Dio nimico. Grattossi Orlando, sorridendo, il naso; E per me, disse, ne son persuaso.

86

E a don Tempesta pur ciò non dispiacque; Chè tolta la cagion, manca l'effetto. Ma Ferraù che fino allora tacque, Scossa da sè la vergogna e il rispetto, Gridò: Prima del mar m'affoghin l'acque, E mi sia il collo da un canapo stretto, Che far mi veda affronto sì villano, Rinaldo traditor, dalla tua mano.

87

Ma al suo gridar non v'è chi presti orecchia; E preso il temperin che aveva Orlando, Rinaldo all'opra santa s'apparecchia: Ed ogni cosa insieme affastellando Con tutta quanta la boscaglia vecchia, Dice: Fratello, perdon ti domando, Se ti fo male. E con queste proteste, Ziffe; e l'aggiusta pel dì delle feste.

88

Vien meno Ferraù pel duolo strano, Ma restano a curarlo i suoi giganti; Ed i due Franchi di valor sovrano Con la bella fanciulla vanno avanti, Ragionando fra lor di mano in mano Del male oprar degl'ipocriti santi; E concludon tra lor che i colli torti Lascian sol di far mal quando son morti.

89

Almerina che nulla sa del frate, Se l'abbian scorticato, oppure ucciso, Fa lor mille domande e ricercate Per saperlo; e Rinaldo con sorriso Dice: Fanciulla mia, non vi curate Sapere di costui veruno avviso. Vi basti, ch'egli è vivo ed ha la pelle, Ma gli mancano certe bagattelle.

90

Orlando si contorce, arrabbia e stizza, Egli fa cenno che taccia, e s'ingolle Il gran volere ch'a parlar l'attizza; Ma la ragazza più s'invoglia, e colle Mani congiunte, al contrario l'aizza. Rinaldo, come pentola che bolle, E versa per la troppa bollitura, Le narra il fatto della castratura.

91

Non capì tutto la fanciulla il fatto, Ma capì tanto, che si fece rossa. Chinò la testa ed ammutissi a un tratto, E fe' vista d'avere una gran tossa, Acciò che quel colore di scarlatto A quello sforzo ascrivere si possa, Che si suol far tossendo, e che talora Par che vi faccia sbalzar gli occhi fuora.

92

In questo mentre del castello in vista Eccoli giunti; e da mille persone Già si divulga la nobil conquista Della fanciulla, e niuno in dubbio pone Ch'ella ritorni svergognata e trista: Nè gli era un creder tal senza ragione; Chè prima scanna la pecora il lupo, E poi la trae nel bosco orrido e cupo.

93

E se nol fece il romitaccio infame, Fu dell'ordine suo strana appendice. O mondo sciocco, che questo letame, Questo veleno d'ogni mal radice Ti stringi al petto e satolli sua fame! Quando sarà quel tempo sì felice, Ch'io vegga i romitorj arsi e distrutti, Ed impiccati i lor romiti tutti?

94

Tempo fu già che gli uomini dabbene Col piede scalzo e con la testa rasa Fornivan d'erbe i lor pranzi e le cene, E un'elce cava prendevan per casa; E vôlte al mondo davvero le schiene, Magri, languenti e con la barba spasa Fuggivano le genti, e sopra tutte Le donne, ancorchè vecchie, ancorchè brutte.

95

Ed oltre a questo, nelle spine acute Si gettavano ignudi o in mezzo al gelo; E rozze vesti dentro, e fuori irsute Stringeansi addosso, sol pensando al cielo. Genti beate ch'or godon salute, E veggion Dio qual è, senza alcun velo; E colme di piacer, vuote d'affanno Senton gioir d'ogni sofferto danno!

96

Ma i successori lor, corpo di Giuda! Sono tutt'altro: mangian, come porci, Starne e fagiani, ed alla carne cruda Tirano più che al marzolino i sorci; E il villanello che s'affanna e suda Per aver grano che sua fame accorci, Appena l'ha battuto, che ne dona Al romitaccio qualche parte buona.

97

E chi gli porta il vino, e chi i pollastri, E chi i piccioni, onde s'impingui, e vaglia Resistere agl'incomodi e disastri Dell'aspra vita: ed ei tornisce e intaglia Corna frattanto, e fa lavori mastri Alla devota credula marmaglia. O viver dolce de' nostri romiti, C'hanno le mogli e po' il pan da' mariti!

98

Nè ti stupire, lettor mio benigno, Se quando posso, io l'accocco a costoro; Che so il romito quanto egli è maligno, Che da per tutto fa tristo lavoro. Nè udirai mai alcuno fatto indigno, Dove non entri qualchedun di loro: Le rapine, le morti e gli adulterj Sono le lor corone e i lor salterj.

99

Ma ritorniamo alla nostra Almerina, Che ha ripieno il castello d'allegrezza. La incontra Carlo, e a Orlando s'avvicina, Acciò del fatto gli arrechi contezza; Ed Orlando la storia gli sciorina Con sermon breve e con somma chiarezza. Sol di quel tagliettin non disse nulla, E ciò fece a cagion della fanciulla;

100

La quale ritornò tosto al convento; E ciò che se ne fosse, non è scritto. Rinaldo intanto pieno di contento Racconta a Carlo qual fece despitto A Ferraù, che più rasojo al mento Non menerassi; e come ei l'ha relitto In mano de' giganti: e quel buon vecchio Lieto piegava a tal parlar l'orecchio.

101

Quindi del pranzo già venuta l'ora, Suonan le trombe e i musici strumenti; E seco vuole i paladini ancora A mensa Carlo, ed altri uomin valenti: Chè quanto la virtude più s'onora, Più si fa grande e bella infra le genti. Ma mentre questi se ne stanno a pranzo, Ritorniam, se vi piace, al nostro manzo.

102

A forza d'erbe già gli avean fermato Il sangue, e del dolor gran parte tolta: Ma egli era Ferraù sì infurïato, Che comincia bel bello a dar di volta; E così ignudo dentro il bosco entrato, Fugge per quello, e mai non si rivolta. Gli corron dietro i pietosi giganti; Ma più d'un miglio egli è già corso avanti.

105

E ravvïato già nel corso s'era Il sangue, ed inaspritosi il dolore: Onde cadde svenuto in su la sera; E a caso ritrovato da un pastore Ch'ivi passava con la sua mogliera, Fu preso, e fu portato con amore Al convento de' Padri Certosini, Che da per tutto sono uomin divini;

104

Che gli scaldaro in un subito il letto, E lo bagnar ben ben con l'acquavite; Talchè riprese lena il poveretto: Ma fuor del suo costume umile e mite, Tacito stava, e si batteva il petto; Indi a lavar le sue colpe infinite Chiese d'un confessore, e tutto ansando Venne correndo il Padre Fidelbrando.

105

Questi era un vecchio settuagenario. Si diede in giovinezza alla milizia; Indi lasciolla, e il viver suo fu vario; Vo' dire or buono, or pieno di malizia: Finchè racchiuso dentro del sacrario, Mutò costumi, ed acquistò dovizia Di virtù tali, che divenne un santo. Or questi a Ferraù si mise accanto

106

E presolo per man: Figlio, gli disse, Dura cosa è la morte; ma quel Dio Che si fece uomo, e Giuda il crocifisse, Dolcissima la rese al parer mio. Ma in lui i pensieri, in lui le luci fisse Tener bisogna, e d'ogni fallo rio Dimandargli perdono, ed umilmente Pregarlo acciò ci sia dolce e clemente.

107

Nè perchè forse la marina sabbia Esser possa minor de' falli tuoi, Non ti lasciar da disperata rabbia Opprimer sì, che l'inferno t'ingoi. Nessuno sa qual sia, che termine abbia La divina pietà verso di noi; Perch'ella è immensa, e men si può peccare Di quello ch'ella possa perdonare.

108

Ferrautte a quel dir s'alza sul letto, E sul gomito manco sostenuto, Si leva con la destra il suo berretto, E pietà chiede a Dio, e chiede ajuto Al Padre in quell'orrendo passo stretto: E segnatosi in fronte, alquanto muto Si stette, e poi tra lagrime e lamenti Incominciò le note penitenti:

109

E seguitò più di quattr'ore a dire; E fece spesso bofonchiare il frate, Che molte colpe si pensava udire, Ma non già tante e così scellerate. Pur lo consola e gli ministra ardire, E gli promette dall'alta bontate Perdonanza, e l'assolve; e gli Angel santi Fanno udir suoni d'allegrezza e canti.

110

Ma non si stette con le mani in mano Il demoniaccio in questa congiuntura; Chè fece ivi venire da lontano I diavoletti di maggior bravura. Chi prese di Climene il volto umano, E a lui mostrollo in dolce positura; Chi le sue grazie e i vaghi atteggiamenti; Chi il grato suon de' suoi leggiadri accenti.

111

Chi gli mostrò la giovin da lui tolta; Chi gli amor del Catai: in somma cento Demonj travestiti in fretta molta Entraro repentini nel convento, E della cella corsero alla volta, E zitti zitti vi passaron drento. A quella vista Ferraù meschino Si rallegrò, benchè a morir vicino.

112

Ma il Padre Fidelbrando, che l'osserva Minutamente, di quell'allegrezza Insospettissi, e della rea caterva Ebbe timore, e disse con prestezza: Il riso, figlio, nel cielo riserva; E piangi adesso, e esala con tristezza L'anima addolorata. Indi lo segna Con l'acqua santa e il diavol se ne sdegna;

113

E dispariro quelle cose belle. Allora Ferraù maravigliato Ringrazia il facitore delle stelle, Che sia da tal periglio liberato; E narra al confessor le inique e felle Arti d'inferno, e di pianto bagnato Rinforza il suo dolore, e pien di fede Nuove arme a Dio contro il nemico chiede.

114

Quando ad un tratto ecco che smania e grida Sì, che par toro da' cani ferito; E chiede il ferro, ed a battaglia sfida Un non so chi, talchè sembra impazzito. Indi soggiunge: Si sbrani e s'uccida Costui che sì m'ha concio e m'ha tradito. Fidelbrando lo prega che s'accheti; Ma parla agli usci e parla alle pareti.

115

Di queste strida e di questo furore Cagion fu un diavoletto de' più tristi, E di cui forse non ve n'è un peggiore; Che con modi furbeschi e non previsti Da Rinaldo gli apparve; e il feritore Coltello avea, che fece il repulisti, In una mano, e nell'altra le cose Che gli recise, ed anco sanguinose.

116

Onde a tal vista manda fuor la bava Per la grand'ira; ed il Padre schiamazza Che gli perdoni, mentre il mal s'aggrava: Ma invano s'affatica, invan s'ammazza. Tanto l'invade la rabbia sua prava, Che d'atra bile già la mente pazza Altro non pensa più che a far vendetta Del suo nemico, e in quella si diletta.

117

Un Crocifisso prende il Padre santo, E gli dice: Figliuolo, hai tu nemici Che t'abbiano piagato e offeso tanto, Quanto fu questo, che co' benefìci Trattògli sempre, e se li tenne a canto? Eppur per lor, come fossero amici, Pregò l'eterno Padre, e di buon core, A perdonarli un così grave errore.

118

Ferraù, che non sa ciò che si gracchia, Dice: Rinaldo mi fe' peggio assai. Fidelbrando a tal voce si sbatacchia, E grida: Figliuol mio, che di' tu mai? Ed egli: Padre, il tristo in una macchia Castrommi con un ferro da beccai; E quasi poco gli paresse questo, Ci fece piazza con tagliare il resto.

119

Fidelbrando gli disse: O via figliuolo, Tu gli vuoi mal, perchè t'ha fatto bene. Bene m'intasca, con voce di duolo Egli riprese; e dentro delle vene Gli bollì il sangue, come in un pajuolo, Quando di sotto le secche vermene Van divampando: ed in quel gorgoglìo Attaccò i Santi, e disse mal di Dio.

120

Me' che può il frate a lui conforto porge; Ma non trova la via di ripigliarlo. Pur dolcemente lo riprende, e scorge Pel buon cammino, e cerca d'ajutarlo: Ma l'ira non iscema, anzi più sorge In lui, che omai dal velenoso tarlo Nel core è roso; e morto impenitente Fora, se non giungeva ivi altra gente.

121

I due giganti dalla vasta chierca Entrâr carponi dentro della cella; E udito come il diavolo sel merca Con quel rancor che tanto lo martella, Gli disser: Ferraù, così si cerca Perdon da Dio dell'opera tua fella? E non sai tu che l'anima sdegnosa In ciel non sale, e in grembo a Dio non posa?

122

Se dall'offeso Dio vuoi perdonanza, E tu perdona a chi ti fece male, Perchè vuole il Signor questa uguaglianza; Altrimenti, non fare capitale Del ciel; chè nell'abisso avrai tua stanza, Dove diventerai tizzo eternale. Ferraù s'addolcisce a quella voce, E mitiga lo spirito feroce.

123

E tornato di nuovo a confessarsi, Sentendosi oramai presso al morire, Pregò i giganti a volere accostarsi A lui, che un non so che volea lor dire; E disse: Se non son sepolti od arsi Que' cosi, me li fate ricucire; O me li fate, se non v'è molesto, Di cera o stracci, o pur di carton pesto.

124

Perchè se morto qualchedun mi vede, Non mi faccia a tal vista onta o vergogna. Lo che raccomandato alla lor fede, Perde la voce, e si affanna ed agogna, Ed assoluzïon col capo chiede. Gli bagnano la bocca con la spogna Zeppa di vino, perchè si ristore; Ma in un tratto boccheggia e se ne muore.

125

Pianser la morte sua teneramente I pietosi giganti e Fidelbrando; E portatolo in chiesa, prestamente Gli andaro molte Messe celebrando. V'era un vuoto sepolcro nobilmente Fatto, ed a niuno sovvenìa del quando Fosse stato formato, ond'è che in esso Da quei buon Padri Ferraù fu messo.

126

E don Tempesta con la spada scrisse: «Fermati, passeggiero. In questo avello «Riposa Ferraù, che mentre visse «Saracin, de' Cristiani fu flagello: «Fatto Cristiano, i Saracin sconfisse. «Si fe' frate, e riprese poi 'l cappello: «Fu Amor suo beccamorto e suo norcino. «Pregagli pace, e segui il tuo cammino.»

127

E don Fracassa poi scrisse sul muro Tutta l'istoria e tutta la sua vita, Perchè n'andasse dall'obblìo sicuro Il nome di sì celebre eremita; Della cui morte, donne mie, vi giuro Che ne ho pena acerbissima sentita; E maledico quel giorno fatale Che fe' Rinaldo un taglio sì brutale.

128

Perchè se ogni uomo che in tal cosa manca, Dovesse rimaner così infelice, La barba nera, oppur la barba bianca Sarebbe rara come la fenice; E più che altrove, tra la gente Franca, Ch'è sì donnesca, come il mondo dice. Ma Rinaldo scordossi di sè stesso, E però diede in così strano eccesso.

129

Di che ne pianse poi sera e mattina, Come sta scritto in un foglio vetusto, Il quale narra ancora che Almerina, Quando lo seppe, ne sentì disgusto; Benchè non ben capisse la meschina La gran virtù del mozzo mazzafrusto; Che se per sorte la sapeva tutta, L'avrebbe al certo il giusto duol distrutta.

130

Ma tempo è omai di rivoltare altrove Gli afflitti carmi, e rallegrar chi m'ode; E nella selva ritornar, là dove Pieno d'amore e di desìo di lode Insiem con Malagigi il passo move Il mio Ricciardo, il cavalier sì prode. Colà dunque venite, e vi prometto Di colmarvi l'orecchie di diletto.

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