Volume 2 — CANTO DECIMONONO
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ARGOMENTO
Ricciardo, vinto il mostro, l'armatura E il cavallo incantato alfin si piglia. Orlando abbatte l'orribil figura, La quale in pochi passi fa più miglia. Ferraù, per condur l'anima dura D'Astolfo a ben morir, l'arte assottiglia. I due minor fratelli nel cammino Vedonsi innanzi passeggiare un pino.
1
Muse, se mai mi foste amiche e grate, E se all'ombra de' vostri incliti allori, E al mormorìo dell'acque a voi sacrate Potei gli affanni miei render minori; Deh per vostra pietà non mi negate L'usata grazia, acciò ch'io mi ristori Dal crudo colpo della Morte acerba, Che mi ha reciso un nipotino in erba.
2
E col picciol nipote ahi quanta speme L'iniqua ha spento de' parenti suoi! Onde a ragione s'addolora e geme L'afflitta madre, e seco tutti noi: Chè rado mette la natura insieme, Nè forse allor che genera gli eroi, Tanta grazia, beltà, vivezza e ingegno, Come in lui: e la rea ruppe il disegno.
3
Ruppe il disegno di natura e il mio, Che tutto lieto al benedetto giorno Giva pensando, ch'ei dal picciol rio D'Ombron sarìa venuto a far soggiorno In val di Tebro, u' la terrena a Dio Stanza è sacrata; e di virtudi adorno Forse stato sarìa luce e conforto Di tutti noi che lo pianghiamo or morto.
4
Oh morte! ahi dura e rincrescevol cosa! Così la gente misera favella, A cui, Momino mio, tutta è nascosa La gran felicitade che t'abbella: Che di cosa mortal, trista e fangosa, Ti sei cangiato in rilucente stella; E appena entrato in questo mare infido, Pietoso vento t'ha rispinto al lido.
5
Ben è crudele e d'invidia ripieno Chi piange la tua morte, e non comprende Gli umani affanni e l'amaro veleno Onde grondanti son nostre vicende: Chè tutto questo misero terreno Egli è coperto di nimiche tende Per trucidarci; ed oltre a queste ancora, Abbiam dentro di noi chi ci divora.
6
Però statti felice, e Dio ringrazia Dell'immensa mercede che t'ha fatta; E di quel bene immortale ti sazia, Onde la fonte d'ogni bene è tratta; E pel sereno ciel lieto ti spazia, E qualche volta le tue luci imbratta In guardar le miserie de' mortali, Nell'onde avvolti de' perpetui mali.
7
Che se forse ancor tu venivi grande, Forse anco un giorno tu averesti pianto, Come Ricciardo, che una fonte spande Di lagrime dagli occhi acerba tanto, E così piena di miseria grande. La doglia ell'è di non vedersi accanto La sua Despina e il suo diletto amore, Che gli rubò dormendo il genitore.
8
Quando svegliossi il mesto giovinetto, E seppe che Despina era partita, D'affanno e di vergogna e di dispetto Poco mancò che non uscì di vita; E balzato in un subito di letto Col cuor doglioso e la mente stordita, Armato tutto se ne corre al mare, E senza indugio vollesi imbarcare.
9
Gli dissero i nocchieri: Il mare è grosso, E soffia un vento che ci fa temere. Disse Ricciardo: Io vi stritolo ogni osso, Se seguitate a farmi dispiacere. Su la terra vedermi più non posso, E non mi ci terrebbe l'aversiere. Vo' andare in Cafria, e voi mi ci merrete, O tutti quanti di mia man morrete.
10
Questo parlare altero e risoluto, E quel saper ch'egli era uomo da farlo, Fe' che ciascuno rimanesse muto, Nè dicesse più cosa da irritarlo. Anzi il lor capo, ch'era un uomo astuto, Con lieti detti prese a lusingarlo, E disse: Contro il mare e contro il vento Ci siam più volte trovati a cimento;
11
E la nostra arte ha vinto il loro orgoglio. La terra e il fuoco fan paura a noi, Ignote secche e sconosciuto scoglio; Eolo non già con tutti i venti suoi, Benchè non manchi lor forza e rigoglio: Ed or che abbiamo il fiore degli eroi Sul nostro legno, le stesse tempeste Noi piglieremo, come fosser feste.
12
E in così dire, abbandonaro il porto; E Ricciardetto se ne sta pensoso: E tanta fu la fretta ed il trasporto, E l'amore fortissimo di sposo, Che per molte ore e molte ancora accorto Non si fu che partiva di nascoso Da' suoi cugini e dalle donne loro; E rossor n'ebbe, e n'ebbe anche martoro.
13
Ma non volle perciò romper sua via, E tirò innanzi con molta speranza Di trovare appo loro cortesìa: Chè Amor non guarda alla buona creanza, Ch'è più villano della carestìa; La qual 'n una città quando s'avanza, Non solo altrui non vuol che s'offra il pane, Ma vuol si rubi con maniere strane.
14
Andò cinque o sei giorni sempre bene; Ma turbatosi il cielo in su la sera, Disse il piloto: Di banchi d'arene Qui c'è gran copia; e se fosse men fiera Quell'isoletta ove gir non conviene (E lui mostrava un'isoletta nera Per lo gran bosco che in essa apparía, Albergo antico d'una belva ria),
15
Là ci potremmo, soggiungea, salvare; Chè in altra forma morir ci bisogna. A cui Ricciardo: Io temo più del mare, Che di quel mostro; e già il mio core agogna D'esser su l'isoletta a travagliare. Ed egli a lui: Non ti vo' dir menzogna: La bestia che ti narro è sì spietata, Che l'affogar mi sembra cosa grata.
16
Questa è una fiera d'estrema grandezza: Ha il volto di fanciulla, il collo e il petto; Ed in quel volto alberga gran bellezza. Le mani ha d'orso, il resto è serpe schietto; Ed ha la pelle di tanta durezza, Che non la passa colpo di moschetto; E nella coda ha forza così strana, Che quando vuol, le annose quercie appiana.
17
Di poi, siccome il ragnolo che tesse Di fila sottilissime sua rete, Ed in tal modo quelle son connesse, Che pioggia o vento non fia che l'inquiete; Ed egli in mezzo s'equilibra d'esse, Talchè se alcuna di quelle sue sete Tocca l'incauta mosca, egli repente V'accorre, indi l'uccide crudelmente:
18
Così questa crudele ha tutta quanta Di reti l'isoletta ricoperta; Ma per esse la sabbia non s'ammanta, Tanto son fine; e la spiaggia deserta Un tocca appena, che la rea l'agguanta, Nè per forza esser può la rete aperta. Giganti orrendi, sopr'essa discesi, Vi ho visti a un tempo restar morti e presi.
19
Solo una volta un certo cavaliero Del vostro clima è fama che rompesse La forte rete; ma non so se è vero: E dicon che con essa combattesse Tutta una notte e tutto un giorno intero, E ch'ella poi nel mar si nascondesse; E mostrandogli il crine e il volto bello, Ingannato restasse il cattivello.
20
Però, signor, fuggiam l'isola indegna E la sicura morte; e se non sbaglio, E se lo vero l'arte mia m'insegna, Dal mare non pavento più travaglio: Prospero vento sopra l'onde regna. A cui Ricciardo: Io sol sarò il bersaglio Di questa fiera; e voi dall'alto mare Vedrete un poco quello che so fare.
21
Nè perchè il preghi il sagace piloto, Puote impetrar che all'isola non scenda: Ma pria che ponga in sul terreno ignoto Il piede, con la sua spada tremenda, Che in vita sua non diè mai colpo a vuoto (Se di Ricciardo è vera la leggenda), Batte la rena, che pare un villano Che meni il correggiato sopra il grano.
22
E fu buona per lui questa ricetta; Altrimenti restava egli burlato, Siccome un pettirosso alla civetta. L'orrendo mostro che stava in agguato, E nel tempo medesmo alla vedetta, Stimando il pro' Ricciardo impastoiato, Salta del bosco fuora, e vagli addosso, Per divorarlo vivo in carne e in osso.
23
Ma appena egli lo vede in libertade, Che ferma il corso e si ritorna al bosco, Ove a far pompa della sua beltade Intento è tutto: il ventre orrido e fosco, E i curvi artigli, onde usa crudeltade, Copre di frasche, e la piena di tosco Orribil coda nell'arena asconde, E mostra il volto con le trecce bionde;
24
E muove gli occhi con tanta dolcezza. Che il buon Ricciardo comincia a dubbiare Che a tanta ferità tanta bellezza Per modo alcun non si possa accoppiare: E la vista da lui squama e bruttezza, E i gravi scempj uditi raccontare, Crede che sieno favole e romanzi D'uomini pazzi, od ebbri come lanzi.
25
In questo mentre dalla bella bocca Del mostro traditore esce una voce Soave sì, che l'anima gli tocca, E il cor gli scalda, anzi gl'infiamma e cuoce Ed ei frattanto la sua rete scocca Sopra di lui, quale era fatta a croce; E nel tempo medesmo furibonda Esce dal bosco l'atra bestia immonda.
26
Ma della rete eran le maglie rotte; Chè Ricciardo non diede passo mai, Che con la spada non tirasse botte Sopra il renaccio, e fece bene assai. Or qui le zuffe, or qui le acerbe lotte Ebber principio, e gli affanni ed i guai Del pro' Ricciardo, che veduto il mostro Si fe' dall'ira negro come inchiostro.
27
E come nella settimana santa Vanno a' vespri i fanciulli co' martelli, E, dato il segno da colui che canta, Scarican su le panche i lor flagelli; Così Ricciardo, in su la bestia tanta Mena la spada, ed ora i bei capelli Le taglia, or parte della coda brutta, Con cui ella or lo stringe, or lo ributta.
28
Dopo lungo contrasto e lievi offese, La spada al cavalier rompe la fera In mezzo, e in bocca la punta si prese, E di nuove armi si guarnì l'altera, E il cavalier con sua difesa offese: Che sebben la ferita fu leggiera, Perchè ferillo d'una spalla in cima, Fu ferita per lui, e fu la prima.
29
Disperato Ricciardo questa volta Non sa più che si fare o che si dire. Dassi alla fuga con prestezza molta, Giacchè non può guardarsi, nè ferire. E fatto avrebbe una cosaccia stolta, Se per vergogna sprezzava il fuggire, E si lasciava far dal mostro in brani, Siccome dal cinghiai si fanno i cani.
30
E sì fuggendo sgambettava via Il disperato giovane franzese, Che rondinella propio esser parìa, Quando su l'erbe va con l'ali stese; E fe' fuggendo la medesma via Che fatta aveva. Dietro lui si stese L'orribil fera, che cieca di sdegno Si feo gran danno col suo proprio ingegno:
31
Perchè correndo affatto all'impazzata, Si trovò sopra ad una buca cieca, Che non ha fondo ed ha una larga entrata, Che a sol vederla un gelo all'ossa arreca. La bestia appena su vi fu montata, Che ogni riparo col peso riseca, E giù vi piomba, ed urla in tal maniera, Che l'isola ne trema e la riviera.
32
All'urlo strano Ricciardo voltosse, E giunto alla gran buca, ancora udiva Cadere quella fiera, e dare scosse Per lo gran pozzo; ed ancor la sentiva Gridar, benchè lontana molto fosse. Anzi disse egli, giunto che fu a riva, A' marinari, che stiè più d'un'ora Sul pozzo, e ch'ella rotolava ancora.
33
O questa sì, che si può dir fortuna, Ricciardo mio, e me n'allegro teco; Chè a dirla giusta, tu n'hai scampata una Che l'egual non avrai, se ancor dal cieco Inferno uscisse Pluto con la bruna Famiglia, e avesse tutti i draghi seco, E questi e lui ti ritrovassi addosso: Sicchè ringrazia Dio, e poi quel fosso.
34
Morta e sepolta l'orrida bestiaccia, Trovò Ricciardo una lunga catena, Che servì lui di ben sicura traccia Per ritrovar la rete in su l'arena, Che intorno intorno l'isoletta abbraccia. È sì sottile, che si scorge appena; Ma tanto dura, che appunto ci volle Il brando di Ricciardo, e allor fu molle.
35
Di questa rete cinquecento canne Egli si prese, e se la mise in tasca; E poi soletto per l'isola vanne, Frugando ogni cespuglio ed ogni frasca: Quando tra certe giovinette canne Vede un splendor, che par che il Sol vi nasca. S'accosta, e mira una tale armatura Fatta di cosa trasparente e pura.
36
D'un acceso rubino era il cimiero, Lo scudo e il resto pareva diamante; E appiè dell'armi giaceva un destriero Bello così, ch'ei ne divenne amante. Era di pelo tutto quanto nero; L'ugna d'argento avea dietro e d'avante; La sella d'oro, le briglie di perle. Pagherei quasi un occhio per vederle.
37
Appresso l'armatura era una spada, Di cui l'arte fra noi non sa formarne Una simìle, che così ben rada, E tagli il ferro come fosse carne; Ed una lancia al mondo sola e rada, Che in ogni petto forza è che s'incarne, Se avesse un masso ancor per petto a botta, Senza periglio che rimanga rotta.
38
Ha d'oro il calcio, e dïamante è il resto: E sebben forse altrui parrò bugiardo, Non me ne curo, e ciò non m'è molesto; Ch'io credo tutto e senza alcun riguardo A mastro Garbolino ch'è il mio testo. Vedute dunque queste armi Ricciardo, Tutto allegrossi, e stese a lor la mano; Ma rïuscigli il pensamento vano:
39
Chè destossi il Cavallo immantinente, Ed annitrendo si voltò co' calci; Onde per tema di non far niente Tirossi indietro, e disse: Qui non valci Scherzar; chè l'animal troppo è possente, E veggo ben che mangia altro che tralci. lo dubito, anzi credo senza fallo, Che questo sia di Marte il gran cavallo.
40
E mentre così dice, in su l'erbetta Torna di novo a stendersi il destriero. Ricciardo, che quell'arme pur l'alletta, Per averla vi pon tutto il pensiero: Quando vede una pietra alquanto stretta Posta sopra un avello oscuro e nero; E v'era scritto: Chi l'armi desía, Prenda il cavallo, e se lo domi pria.
41
In pochi versi qui molto si narra, Sospirando ripiglia il paladino; Chè quei co' calci rade volte sgarra, E coglierebbe in mezzo d'un quattrino: E di sua forza già mi ha dato l'arra; Onde per Dio non gli vo più vicino. Pur si mette a pensare e ripensare Al modo di poterselo pigliare;
42
E assottiglia cotanto il suo cervello, Che della forte rete gli sovvenne; E ritornò veloce come uccello, Ed ancor più, sebben privo di penne, Al loco dove stava il capannello, Staggi e catene, e il canapo solenne, E altre cose che passano il migliajo, Che avea la fera pel suo paretaio.
43
E con esse tornossene al canneto, E con le reti prese un par di miglia; Indi tirolle pianamente e cheto, E copriro il cavallo a maraviglia: Sicchè ben stretto davanti e di dreto Alzossi in fretta e stralunò le ciglia. Ricciardo addosso gli salta ad un tratto, E nella sella si pone di fatto.
44
Le gran pazzìe che fece quel cavallo, Non si possono dire in verso o in prosa. Ma Ricciardo sta fermo, ch'egli ha il callo Nelle ginocchia, e ha l'alma generosa; Talchè lo rese a' voler suoi vassallo: Onde discende, e alquanto si riposa; E dopo torna a cavalcar di novo, E gli rïesce, come bere un ovo:
45
Ch'egli non solo non è più bizzarro, Ma sotto il forbicion par pecorella, O vecchio bue quando egli è posto al carro; Talchè Ricciardo l'armatura bella Si veste (e non è falso quel ch'io narro), E quindi sale allegramente in sella, Prima presa la spada e poi la lancia, A cui non fu l'eguale al mondo e in Francia:
46
Ed alzata la rete gentilmente, Tutto lieto sen corre alla riviera, Ove ciascun nocchiero era dolente; Tanto spavento avea di quella fera: Ma visto lui con l'arme rilucente, Spinse il naviglio colà dove egli era. Giunto alla riva, il forte paladino Vi montò sopra, e vel portò il ronzino.
47
E quindi narrò loro ad una ad una Le traversìe e l'orride avventure; E come in fine l'ajutò Fortuna, Grande amica dell'anime sicure, E che de' vili non ha stima alcuna. Attoniti in guardare l'armature Tutti si stanno, e lor par di sognare, Vedendo cose tanto belle e rare.
48
In questo mentre vede Ricciardetto Che pende dall'arcione della sella Di maglia d'oro un picciolo sacchetto: L'apre egli tosto, ed evvi una cartella Scritta d'un bel carattere e perfetto In lingua turca: ma di tal favella Ricciardo n'è maestro, che sapea Tutte le lingue, fuor che la caldea.
49
E il breve contenea queste parole: Sì buon cavallo e sì ricca armatura Opera son delle più sagge scuole Di Fate che han soggetta la natura: Chè intorno a cento in quest'isola sole Si ritrovaro, e non mica a ventura, Per fare arme sì fatte e tal cavallo, Da por d'Origlia l'arti tutte in fallo.
50
E qui narrava tutta per disteso L'inimicizia d'Origlia fra loro, E l'incantato bosco e il vilipeso Amore, e tutto in somma il reo lavoro, Per cui ogni campion restava preso, Che a narrarlo ne avrei noja e martoro. E in fine concludeva: O te beato, Che avrai queste armi e caval sì pregiato!
51
E in fin del breve v'era ancora scritto In caratter minuto e assai diverso, Per qual ragion s'avessero prescritto, Quel luogo all'opra, e il diceva in un verso; Perchè se l'abbia alcun campione invitto, Non qualche vile ne' piaceri immerso; E quegli sarà bene invitto e forte, Da cui il mostro dell'isola avrà morte.
52
E di più v'era ancora il formulario D'un certo giuramento, senza il quale Gli si farebbe il cavallo contrario, E l'armi proprie gli farebber male: D'andar nel bosco, non già per divario, Ma per finir con quell'arme fatale Ogni avventura ed ogn'incantagione, Che di tante miserie era cagione.
53
Onde Ricciardo pieno di contento Fece in presenza a tutti i marinari, Nel modo ch'era scritto, il giuramento. E da sinistra si sentîr gli spari Di molti tuoni, e ne contaron cento; I fuochi fûro allegri e fûro chiari; E concludono le genti sensate Che fur gli spari delle cento Fate.
54
Però prega il piloto che lo voglia Presto condurre alla selva d'Origlia; E quegli lo fa star di buona voglia, Col dirgli ch'è lontana cento miglia. E tanto d'arrivarvi egli s'invoglia, Che mette insino al corridor la briglia; E vuol che in cima all'albero alcun saglia, Per veder s'anco scopre la boscaglia.
55
Vanne felice, o generoso amante: Non ti muovano guerra il cielo e il mare. Io ti lascio per poco; e se alle tante Cose e diverse che ho prese a trattare, Potrò dar luogo con ordin bastante, Ti vo' venir nel bosco a ritrovare. Frattanto a Orlando ed a Rinaldo io torno, Che hanno già in Francia fatto il lor ritorno;
56
E udito appena come Carlo è in Spagna, Che vanno a quella volta in dirittura. Un ronzino ha ciascun, che il suol si magna; E tanto è il zelo e la loro premura Di far per Carlo qualche opera magna, Degna di lui e della lor bravura, Che vorrebbero avere ali alle piante Per esser dentro in Spagna in un istante.
57
E in otto giorni giunsero a Granata, Il giorno giusto della gran battaglia; Che poca de' Cristiani era l'armata, E infinita de' Mori la canaglia. Orlando il padiglion di Carlo guata, E vistolo, a quel va come zagaglia Che sia vibrata da robusto braccio, E lui saluta, e dàgli un grato abbraccio.
58
Lo stesso fa Rinaldo: e noto appena Egli è a' soldati che Rinaldo è in campo, E il forte Orlando dalla dura schiena, Che niun più teme alla vittoria inciampo; E con fronte allegrissima e serena Corrono addosso a' Mori come lampo, E ne fanno una strage così strana, Che a voler dirla fora impresa vana.
59
Qui si potrebbe dir di molte cose, Eccelse tutte e di stima infinita, Che ad una ad una in ordine dispose Il Garbolino, e l'indice l'addita. Ma le donne son troppo timorose; E quella istoria solo è a lor gradita, Che favella d'amanti o in guerra o in pace, E la strage ed il sangue a lor dispiace.
60
Ma sceglieronne alcuna nondimeno, Per non parer maligno o trascurato. Nell'esercito Moro un Saraceno Era sì grande e grosso e smisurato, Che in moversi scotea tutto il terreno: Avea le braccia in modo disusato, Perchè eran così lunghe, che l'altiero Potea toccar la terra, e stare intero.
61
Più lunghe ancora avea di mezza canna Le dita, e le copría d'un forte guanto, Che avea l'ugne di ferro; ond'egli scanna Qualunque acciuffa; e lì non vale incanto: Ed ha per lancia così fatta canna, Che un grosso pino non può starle accanto. Ove arriva con essa il malandrino, Fa da boja in un tempo e da becchino.
62
Corse costui, cioè fece tre passi, E que' tre passi furon più d'un miglio. Cose per Dio da sbalordire i sassi; Ma di ciò punto non mi maraviglio: Chè se proporzïone al mondo dassi, Mettiamo caso, per divin consiglio Che nascessero i piedi all'Apennino, Quanto fora in tre passi il suo cammino?
63
Or questa bestia, questo monte strano Di carne e d'ossa, creato da Dio Sol per gastigo del popol cristiano, Giunto là dove udiva il ramaccìo, Anzi il vedeva, che troppo lontano Aveva l'orecchiaccio al parer mio, Girò la canna con la mano destra, Che pe' Cristiani fu trista minestra.
64
Con la sinistra poi fece tal opra, Che scannò più migliaja in un momento. Or qui la bella tua luce si scopra, Apollo amico, e nello scuro e spento Ingegno mio tutta l'infondi, ed opra Sì, ch'io possa un sì nobile argomento Trattar con la dovuta dignitade, Per farlo noto alla futura etade.
65
L'intero padiglione, ove era Carlo, Astolfo, Ferrautte, ed altri mille Campioni lì venuti ad ajutarlo, Prese colui; e come fosser spille Le travi e gli assi che misero a farlo, Lo svelse, ed appressollo a sue pupille: Ma mentre che ha le mani alte da terra, Una Rinaldo, e l'altra Orlando afferra.
66
E vi montano sopra a cavalcione, E con la spada taglian l'armatura, Che sebben era di tempere buone, Non resistette in quella congiuntura: O perchè ebbe Dio compassïone Di Carlo, oppure per la gran bravura De' paladini: in somma fu tagliata La maglia, e già la carne è denudata.
67
Da quella parte ove il braccio si piega, Incominciaro i colpi alla distesa. Ma disse Orlando: Qui ci vuol la sega; Se no, chi porrà fine a tale impresa? Rinaldo anch'esso sbigottito prega Ad un per uno i Santi della Chiesa, Che vogliano ajutarlo, acciocchè possa Tagliar quel trave di carnaccia e d'ossa.
68
Il mostro intanto che ferir si sente Ne' bracci, e vede il sangue che sciorina, Vuol liberarsi dal ferro tagliente: Ma invan bestemmia, e invano si tapina; Chè l'uno e l'altro egli è troppo valente, Ed hanno i ferri lor tempra sì fina, Che non si guasta mai. Or dàgli, dàgli, Finiro entrambi a un tempo i lor travagli:
69
Perchè recise al suol caddero in fine Mezze le braccia con le mani intere Di quella furia, e furon tre ruine; Perchè insiem con le man dell'aversiere Cadde Carlo e sue genti paladine: E allor fu un lieto e misero vedere; Chè di tanto alto cadde il padiglione, Che morto Carlo credêr le persone.
70
Ma cadde capivolto, ed urtò prima L'alta colonna che in mezzo lo regge; Onde trovossi in piede, e su la cima Carlo, cui tanto l'Angel suo protegge. Ma non conosce ancora e non istima Il passato periglio, e par che ondegge In mille dubbi; e fuora della tenda Si getta, e vede la cosa tremenda:
71
Vede, dico, le due carnose travi Giacere a terra, e vede in su le spalle Del mostro orrendo i paladini bravi Che con le spade lor vi fanno valle: Ma per molto che ognun di loro scavi In quel carname, e la mano v'incalle, V'è tanto da tagliar prima che muora, Che temono che il dì non basti ancora.
72
Onde Carlo convòca i suoi soldati, Ed alle gambe fa dargli alla peggio. Che dal sangue di lui sono affogati; Ma non per questo levano l'asseggio; I due guerrieri intanto disperati Gli facevan nel collo un bel maneggio. La fiera, che così tagliar si sente, Grida che par un diavol veramente.
73
Tentenna il mostro, e quercia annosa sembra, Quando la scure ha trapassato il mezzo: Ma questa somiglianza non rassembra A quel che dico, e non lo mostra a un pezzo. Pur piega alfine con tutte le membra, E a ruinar comincia; e in quel tramezzo, Cioè in quel tempo che durò a cadere, Vi mise più d'un lungo miserere.
74
Caduto il gran gigante, non v'è Moro Che si stimi più salvo, e via si fugge: E come il sole co' bei raggi d'oro Bianca neve d'april sface e distrugge, Così fece la tema in tutti loro. Il rege solo sbuffa, smania e rugge A guisa di leon che sia ferito, E non si move per nulla di sito;
75
E sfida ad uno ad uno alla battaglia: Ed Astolfo voll'essere il primiero; Ma l'aurea lancia che colpo non sbaglia, Seco non have; onde va meno altero. Il rege si chiamava lo Sbaraglia; Ma quel non era già il suo nome vero, Chè chiamavasi Alasso; ma la gente Gli diè tal nome perchè era valente.
76
Incominciano a darsi con le spade, E si dan colpi da mozzare abeti. Diceva Alasso: E quando costui cade? E l'altro: Son men dure le pareti, Diceva, e i ciottoloni delle strade, Di questa bestia. E pazzi ed indiscreti Si dan puntate con rabbia sì grande, Che l'uno e l'altro molto sangue spande.
77
E a farla breve, andò la cosa in modo, Che cadde morto il tristo Saracino. Ma dell'alma d'Astolfo ancora il nodo, Se non sbaglio, di sciogliersi è vicino; Perchè piagato tutto egli è oltre modo: Ha una ferita nell'occhio mancino, Un'altra nella gola e tre nel petto; Sicchè puzza oramai di cataletto.
78
Ciascuno accorre al moribondo Inglese, E gli ricorda Orlando ad alta voce, Che non disperi delle tante offese Che ha fatto a Dio; ma speri nella Croce, Ove egli tiene ambo le braccia stese Per abbracciarlo; e che colpa sì atroce Non v'è che sia di perdonanza indegna, Se al suo voler di core un si rassegna.
79
E Ferrautte soggiungeva anch'esso Parole sante e proprio da romito. Ma disse Astolfo: Non mi stare appresso, Chè sei un uomo dal cielo bandito, Ed ha il diavolo in mano il tuo processo. Disse Orlando: Sta umile e pentito, E del prossimo tuo non creder male, Benchè sia stato un empio, un micidiale.
80
Il giudicar s'è riserbato Iddio; Onde a lui tocca, e non a te il giudizio. Ma, disse Astolfo, e che male fo io In dir che in Ferraù regna ogni vizio? In così dire, io credo, cugin mio, Di fare al vero un santo sagrifizio. E Ferraù, con voce bassa e pia, Diceva: Astolfo non dice bugìa:
81
Ma non per questo ch'io son peccatore, M'hai da sprezzar, quando t'esorto al bene. E giacchè qui non veggo confessore, Dimmi i tuoi falli, e fuggi l'aspre pene; Chè senza confession male si muore. Riprese Orlando: Al certo ciò conviene, E poco importa se il romito è tristo; Chè non a lui, ma ti confessi a Cristo.
82
E trattosi in disparte, lasciò dire Tutti i suoi falli al moribondo duca, Che presto presto poi venne a morire; E morto non fu posto in una buca, Ma con incenso, mirra ed elisire Fu imbalsamato, acciò si riconduca Intero in Francia; e di nero cipresso Fêro una cassa, e sel portaro appresso;
83
E vi scrissero sopra: Qui racchiuso È il cadaver d'Astolfo, che fu in vita Amico della spada, e più del fuso, Perchè ogni donna assai gli fu gradita. Pugnò sovente, e gli fu rotto il muso; Il ruppe ancora: l'anima salita Si crede al ciel; che pel santo Vangelo Uccise Alasso, ed ei restò di gelo.
84
Gli fur fatte l'esequie: e Ferrautte Cantò la messa, e Carlo fe' un discorso A' paladini e alle milizie tutte, Lodando il duca, e come in suo soccorso Venne egli sempre; e le pupille asciutte Non tenne per pietà del caso occorso: E dopo questo, come si suol fare, Andaron tutti quanti a desinare.
85
E nel mentre che stanno allegramente, Del regio padiglion la sentinella Grida: Verso di noi vien nuova gente. S'affaccia Carlo ad una finestrella, E dice: Son giganti veramente, Figli forse di quella bagattella Che ci mise in pericolo di morte; Ma i due cugini ci mutâr la sorte.
86
Ancora Ferraù mette la testa Al finestrino, e grida come un pazzo: O don Fracassa caro, o don Tempesta, Donde venite? E tal ne fea schiamazzo, Che gli orecchi di Carlo alquanto infesta; Sicchè fattosi in volto pavonazzo, Gli disse: Parla un poco sotto voce, Che all'orecchie de' vecchi il raglio nuoce.
87
E in così dire, alla finestra apponto (Chè nella casa non possono entrare Per lor grandezza) don Tempesta è gionto, E a viso a viso a Carlo può parlare: Il quale agli atti gentileschi pronto Li prese con parole a carezzare; E richiesti di donde eran partiti, Disser: Di Roma da' superbi liti;
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E che dal dì che in Nubia essi arrivaro, E saltò su la spiaggia Ricciardetto Con Nalduccio e Orlandino illustre e chiaro, E che il nocchiero infido e maledetto Fe' loro un scherzo veramente amaro; Perchè stando ambidue dormendo in letto Non li volle svegliare, per timore Che non dessero morte al suo signore:
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Da quel dì sempre pel vasto Oceáno Erraro soli; che il nocchiero accorto Sciolse le vele, e poi sbarcò pian piano, Finchè arrivaro un giorno a prender porto, Se non mi sbaglio, alla città d'Orano; E che di là per lor santo conforto Navigâr per l'Italia, e finalmente Giunsero a Roma il dì di San Clemente.
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Orsù, rispose Carlo, un'altra volta Direte il resto; adesso ite a mangiare; Lo che da entrambo volentier si ascolta. Intanto Carlo si mette a pensare Con l'esercito suo di dar la volta In Francia; e si va tosto a congedare Dal rege Alfonso, che ha letizia magna In veder vôta di Mori la Spagna.
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E pensa seco andar cinque giornate; Ma Carlo non lo vuole, e via si parte Con le sue genti e sue forti brigate. Ma facciam punto omai, e mutiam carte; E delle vaghe due donne pregiate, E de' mariti loro eguali a Marte (Voglio dir di Nalduccio e d'Orlandino) Si parli, e torni l'opra al suo cammino.
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Partito Ricciardetto, immantinente Saltaro in barca, e a Cafria si portaro; E scesero alla selva drittamente Delle avventure, e tosto in essa entraro: E Lirina e Despina unitamente Lor fûro incontro, e strette l'abbracciaro; E portate da' zeffiri graditi, Perser di vista i lor dolci mariti.
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Nel vederle andar via per tal maniera, Disse Nalduccio: O questa sì ch'è bella! In ciel che s'ha da far di mia mogliera? Disse Orlandin: M'ingrossan le cervella, E mi par che di buoi abbiam la cera; Chè di Giove gran male si favella; E gli altri Dei (se bene tu ci guardi) Hanno piene le stelle di bastardi.
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Disse Nalduccio: Ma noi siam Cristiani, E non crediamo tali scioccheríe. Ah che saranno incantatori strani, Che van facendo queste porcheríe. E in ciò dire batteva ambe le mani, E principiava a far delle pazzíe. Ed Orlandino a lui: Cattive nuove! Il diavol ci fa becchi, e non più Giove.
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Ma là in quel verso dove son volate, Andiam, fratello, e lasciamvi la vita, O ritroviam le nostre spose amate; Chè senza la compagna mia gradita M'ên, più del viver, care le sassate. E Nalduccio faceva una stampita, Un piagnisteo, un sospirar sì spesso, Che sta più allegro un reo col boja appresso.
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E ciò detto, si pongono in cammino; Ed un quarto di miglio appena han fatto, Che veggon camminarsi avanti un pino, E sopra il pino miagolava un gatto Che avea la pancia grossa come un tino. Disse Orlandino tutto stupefatto: Che domin mai di strana cosa è questa? Volan le donne, e corre la foresta.
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E senz'altro cominciano ambidue Con le spade a percuotere la pianta; E tosto il gatto se ne salta giùe, E sopra l'elmo d'Orlandin si pianta, E tra lor fanno a chi ne puote piùe: Chè il gatto l'elmo con l'ugne gli agguanta Per disarmarlo; ed ei gli stringe il collo Per istrozzarlo, come fassi a un pollo.
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Nalduccio con la lancia il gatto investe, E te lo passa a un colpo banda banda: Quel cade al suolo, e tosto si riveste D'altra figura strana ed ammiranda. Drago diventa, che dall'ampie creste Un mongibello di fuoco tramanda; E il pino scuote il suo fronzuto crine, E di bronzo su lor piove sue pine.
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E come i lanzi, per tener lontano Il popol, van battendo la labarda Su' piedi dell'attonito villano, Che attento il papa e i cardinali guarda; Così quel pino anch'esso in modo umano Di dar su' piedi ai paladin non tarda. Si guardano i meschini; ma son troppi Gli avversarj ad un tempo e gli aspri intoppi:
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Chè di qua il drago, e il pin di là li batte, E di sopra la grandine pesante: Ma non però la virtù lor s'abbatte; Chè sanno l'arme loro esser bastante Contro ogni forza, e che saranno intatte Le lor persone, se avesser davante La stessa Morte. Onde, fatti sicuri, Dan colpi con le spade, acerbi e duri.
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Ed ecco il pino che si capovolge; I rami si fan lago, ed ogni pina Vaga barchetta, che una ninfa volge, Come ella vuol, per l'onda cristallina: Si piega il fusto in giro e si ravvolge, Ed ancor esso per l'onda cammina. Vi seggon sopra i giovinetti umani, E son portati via da venti strani.
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E appena appena quelli son partiti, Che sopra il lago Ricciardetto arriva; E i zeffiretti placidi e graditi Spingon le ninfe con le barche a riva. Non vi so dire i bei modi e compiti Che avea ciascuna, bella come diva. Ma lasciam le barchette e le donzelle; Ch'egli è già sera, e già vedo le stelle.