← Table of contents
Il Ricciardetto, vol. II

Volume 2 — CANTO VIGESIMOQUARTO

Reading edition

ARGOMENTO

Gan di Maganza invita Carlo e i suoi Al loco scellerato della mina. Parton per Francia i giovinetti eroi. Su l'alato destrier vola Lirina; Con Ricciardo in uccel si cangia poi Per liberar la misera Despina. Gano rio, per coprir l'empia congiura, Appetta a Carlo mille ciance, e giura.

1

Già liberata dalle man de' Mori La Spagna, Carlo faceva ritorno In Francia, carco di lodi e d'onori, De' quali il viver suo fu sempre adorno. Ma gli empi Maganzesi e traditori, Intenti sempre a sua rovina e scorno, S'eran più volte radunati insieme Per usar contro lui le forze estreme.

2

Aveva Ganellon, lor capo e guida, Da Parigi una villa assai lontana. Quivi fe' radunar sua gente infida, E disse lor: Fin qui misera e vana Fu nostra astuzia; ma non fia che rida Sempre Carlo di noi: facile e piana Ho trovato una via di rovinarlo; Però badate bene a quel ch'io parlo.

3

Della milizia sua la miglior parte Egli ha perduta in Spagna, e molto pochi Ritornano con lui, e van senz'arte Di guerreggiar, siccome in fidi lochi. È ver che ha seco l'uno e l'altro Marte, Rinaldo e Orlando, a' quali sembran giochi Le intere armate; e bastan sol lor dui, Ed anche un sol di lor per vincer nui:

4

Ma ciò non dee distorci dall'impresa; Che non s'ha da pugnare a viso a viso, Ma con inganno e senza far contesa. Che andiamo ai Pirenei io son d'avviso, E caliam 'n una valle assai distesa Detta del Ronco; e lì sarà conquiso Carlo con tutti; e lo tengo per certo, Se il tradimento non sarà scoperto.

5

Ne' boschi che alla valle son d'attorno, Ci asconderemo armati tutti quanti, Nè mai n'uscirem fuor quand'egli è giorno: La notte poi e cavalieri e fanti Con zappe e vanghe scaveranno intorno E nel mezzo la valle; ed in istanti Nelle già fatte buche farò porre Quel che dirvi per ora non occorre.

6

Ma sappiate ch'ella è cosa sì fatta, Che vince il tuono e il fulmine d'assai; Nè val con essa uom forte che combatta; Che vince tutti, e non è vinta mai. Ma il tempo passa, e in van l'opra si tratta, Se a Roncisvalle non voliamo omai. Qui tacque Gano; ed ogni Maganzese Per il vïaggio si mise in arnese.

7

I traditor, tra fanti e cavalieri, Fur ventimila; e tutti alla sfilata Giunser ne' boschi taciturni e neri; E allo sparir della luce dorata Usciro a far quanto era lor mestieri Nella gran valle; e fu da lor scavata Or quinci or quindi: e in numero infiniti Stavan tinelli e barili allestiti,

8

Quali eran pieni d'una nera polvere, Che per favilla subito divampa; Ed ha tal possa, che spezzare e solvere Può scogli e monti; e così fiera lampa E fa romor, che par voglia risolvere Il mondo sottosopra; e niuno scampa Dal suo furore: or questa essi riposero Per lo scavato, e poi con terra ascosero.

9

Fecer indi sotterra tante vie, Quante eran de' barili le cellette; Acciò venendo il miserabil die, Gisser le genti a tal mestiero elette A darvi il fuoco: infami genti e rie! Ciò fatto, quelle squadre maledette Ritornaro ne' boschi, e il dì seguente Fe' i capi a sè venir segretamente.

10

E a piè di un faggio postosi a sedere, Disse loro: Anderebbe ogni opra in vano, Se lasciassimo noi di provvedere A quel che sol può darci Carlo in mano Con tutte quante le sue brave schiere. Quest'è, che contro a lui con volto umano Io vada, e lo conduca in questo prato, Che tutto vo' che sia di tende ornato.

11

Dov'è la maggior mina, ivi porrassi Il padiglion per Carlo e suoi cugini. Mensa real per loro assetterassi, Nè mancheran vivande e scelti vini. Restate dunque; e séguiti i miei passi Pinabello dai rossi e corti crini. Ciò detto, s'alza, e monta sul destriero, E gli fa Pinabello da scudiero.

12

Mentre egli a trovar Carlo s'incammina, La sua gente s'industria di far bella La trista valle, dove il ciel destina La gran tragedia scellerata e fella, Di cui si parlerà sera e mattina Per cittadi, per ville e per castella; E forse non sarà creduta ancora Un'opra così brutta e traditora.

13

Carlo pensando al vicino ritorno, Co' paladini suoi facea pur tante Dolci parole, e conteggiava il giorno Che in Parigi averìen poste le piante. Vedean di riso e d'allegrezza adorno Il popol tutto a lor venire avante, E con voci di giubilo e di festa Di fior coprirli da' piedi alla testa.

14

Quanti soavi e teneri pensieri Givan pel capo a Rinaldo e ad Orlando, Siccome a tutti gli altri cavalieri! Natural cosa, e che avvien sempre; quando Ecco venire a lor Gan di Pontieri, Disarmato, senz'asta e senza brando, Vestito d'un color candido e schietto, Quasi di nunzio a trattar pace eletto.

15

Nol conobbero a prima; e soprastiede Carlo in vederlo; ma giunto più appresso Lo riconobbe, e di sua falsa fede Sospettò tosto; chè sempre è lo stesso Un traditore, e pazzo è chi gli crede. Però rivolto sorridendo ad esso: Che ci arrechi, gli disse, e donde vieni? Chi a noi ti manda? Affanni apporti, o beni?

16

Gano disceso giù dal suo cavallo Gli baciò il piede ch'era nella staffa, Poi disse: Se di noi chi mai fa fallo, La rimembranza unquanco non si arraffa Dai nostri cuor, conforme Dio pur fàllo; Chi così ben tanta innocenza aggraffa, Che dir si debba sì netto e sì puro, Che d'ogni macchia possa star sicuro?

17

Certo, signor, che molto pochi avresti Degni dell'amor tuo, della tua stima. E me felice appien, se tu potesti Vedermi il cuor c'ho della lingua in cima; Che certo so ben io, non tarderesti A ripormi in tua grazia come prima: Ma se vedermi il cuor, signor, non puoi, Benigno ascolta almen gli accenti suoi.

18

D'averti offeso nell'età passata N'è si tapino, che vorrìa morire. Purchè restasse l'opra scancellata, O ti piacesse, o n'avessi desire: Che fare al suo signore opera grata Mette il conto più morti anco soffrire. Ma s'egli è tuo voler ch'io resti in vita, Fammi, signor, la grazia ancor compita;

19

Voglio dir, ch'io per te tutta la spenda, E tu lo sappia e ne mostri piacere. L'animo grande spesse volte emenda Il fallo sì, che se ne può tenere. Ma non si parli, e all'opra sol si attenda, Opera figlia del mio buon volere: E giacchè per l'età non so che farmi, Ti serva almen fuor del mestier dell'armi.

20

La dura guerra che avesti co' Mori, Le vigilie, gli affanni e i molti stenti Abbastanza son chiari e dentro e fuori Africa e Spagna; e le Francesche genti Ebber per tua cagion mille timori. Or io, raccolti tutti i miei parenti, Ti son venuto incontro, e in un bel prato Un real padiglione t'ho formato.

21

E da tende e trabacche senza fine Vedrai l'erba coperta tutta quanta. Ivi starai più notti e più mattine Te ristorando, e la tua rotta e infranta Gente dalle fatiche lor meschine. Rinaldo al suon della voce furfanta Grida: Signor, non credere a costui, Che te vuol morto, e teco tutti nui.

22

Ed Orlando con fosca guardatura Ripiglia: Chi ti fa tanto cortese? Come hai mutato sì presto natura, E fai sì larghe e sì stupende spese? Ah che quest'acqua, Carlo, non è pura: Insidie certo il traditor ci ha tese. In quanto a me, vorrei per gratitudine Sbacchiarli il capo sopra d'un'incudine.

23

Carlo, che sempre fu di buona pasta, E a creder mal di rado s'arrecava, Disse ad Orlando ed a Rinaldo: Basta. Perchè da quando in qua si è fatta brava La gente di Maganza, onde loro asta Muova spavento nel signor di Brava? Indi rivolto a Gano di Pontieri, Disse: Presto verremo al tuo quartieri.

24

Ma non vo' già che te ponga in rovina Per mia cagione. E diede a questo e quello Ordini espressi infin per la cucina. Or mentre nel cor suo crudele e fello Gano contempla la strage vicina, Io vo' tornar più ratto d'un uccello A ricercar Despina sventurata, Che niun sa dove Ulasso l'ha cacciata.

25

Nè perchè forse assai più frettoloso Di quel che dissi, a lei rivolga il canto, Sarò per avventura altrui noioso. A dirla qui tra noi, m'incresce tanto Del mio buon Carlo, e ne sto sì doglioso, Che il verseggiar mi vien rotto dal pianto. Onde per non morir, donne, di pena, Per qualche poco vo' mutare scena.

26

Finito il ballo, ed andati a dormire I giovinetti con le lor consorti, Entrambi prese di Francia il desire; E la mattina pe' vicini porti Cercaron navi per presto partire. Ebbero i Cobonesi a restar morti Al duro annunzio della lor partenza, Ed a restar lor fecer vïolenza.

27

Ma i vecchi padri loro e il re cadente Non comportavan che stesser più fuora. Lirina strinse al sen teneramente Le belle donne, e d'affanno s'accora: Ed esse penan pur similemente, E fan di pianto tutte e tre una gora, E voglion dire; ma tanto singhiozzano, Che insiem col pianto le parole ingozzano.

28

Lirina per fermarli ancora un poco Motivò, come cosa ingiusta ell'era Lasciar lei così sola entro a quel loco: Tanto più che Ricciardo l'altra sera Tutto avvampando di sdegnoso foco Andò nel Monotopa di carriera; Onde restar da tutti abbandonata Gli era al core un coltello, una stoccata.

29

Ma disse Rinalduccio: Se volete Venir con esso noi, venite pure, Che gratissima a tutti ci sarete; Ma non vogliate che per voi s'oscure Il nostro nome, se gentil voi siete. Assai di strane e barbare venture Abbiam sofferto in benefizio altrui; E Francia ancor non sa nulla di nui,

30

Quando sotto dell'elmo i crin canuti Coprono i nostri padri e il nostro sire, E mille volte il dì si son battuti. Ora giusto è che pria del lor morire Li riveggiamo; e forti e nerboruti Negli ultimi anni li possiam servire: Ed è mal fatto porre in complimenti La pietà verso Dio e i suoi parenti.

31

E così detto, si posero in mare, E in un baleno disparîr dal lito. Partiti loro, diedesi a pensare Lirina, e prese subito partito D'andar nel Monotopa, e di lasciare Cobona sotto un abito mentito: E vuole ancor, giacchè lo può volere, Cangiarsi, come fece, in un scudiere.

32

Non fa che il pensier suo punto trapeli Agli occhi delle genti di Cobona: E quando spande i negri orridi veli La notte, e la figliuola di Latona Fa divenir d'argento e terra e cieli, Sopra un destriero alato s'abbandona, Che a Ricciardo sì presto la conduce, Che ancor del dì non comparìa la luce.

33

Nè vi stupite se per aria vola La bella giovinetta: ancor possiede L'arte che apprese nell'orrenda scuola D'Origlia, e fu la sua diletta erede. E sebben ora abbandonata e sola È la gran selva, appo di lei risiede Quella virtù per cui ha tal possanza, Che di gran lunga il pensier nostro avanza.

34

Appiè degli alti monti della Luna È condotta Lirina dal destriero. Scende ella tosto tra la chiara e bruna Aria dell'astro del giorno foriero: Guarda se vede lì persona alcuna, E parle di vedere un cavaliero. S'accosta verso lui, e lo ravvisa Per Ricciardo al cavallo, alla divisa.

35

In un attimo allora ella ripiglia L'usato volto, e per nome lo chiama: E quella voce tosto lo scompiglia, E il fa temer di alcuna frode o trama: Pur là si volge, e fissa ben le ciglia (Già fatto giorno) nella bella dama, E per Lirina la ravvisa, e grida: O dolce, o grata, o cara amica e fida,

36

O come a tempo mai tu se' qui giunta A vedermi morire or or d'affanno! Chè sì Despina ella è da me disgiunta, Che più speranza i pensier miei non hanno Di rivederla. In su quell'erta punta Della montagna e mostri e furie stanno In guardia d'una rocca alta alle stelle, E forse ancora va più in su di quelle.

37

Quivi racchiusa è la fedel mia sposa, E vi starà fin tanto o che la morte Trarralla a fine del suo mal pietosa, O ch'ella ceda per mia dura sorte Alle voglie d'Ulasso, che non posa Nell'espugnar la bella anima forte: E seco stavvi un vecchio negromante, Che giorno e notte a sè la vuol davante.

38

Di costui non avrei molto pensiero; Chè a vincer questa sorte di persone Basta, e tu il sai, il mio bravo destriero: Ma la mia pena ell'è del torrïone Fatto di grosso muro, e muro vero; Onde in van contro lui tutta si oppone Ogni virtude ed ogni maestrìa Di qualunque ammirabile magìa.

39

Nè finestre nè porte in lui rimiro; Onde come salirvi io non rinvengo. Però son già tre giorni ch'io sospiro A piè di questa torre; e s'io sostengo Me stesso in vita, e l'anima non spiro, È che per anco viva in me mantengo La speranza di girne un dì là sopra; Ma non so come dar principio all'opra.

40

Già il negromante sa ch'io giro intorno A questa rocca, ed a farmi paura Tutto l'Inferno m'ha messo d'attorno. Ma questo mio destrier, quest'armatura Colmo l'han sempre di vergogna e scorno; Nè pioggia o gelo, od altra cosa dura, Nè fulmini o voragini di foco M'hanno rimosso mai da questo loco.

41

Ma ciò che valmi? Or via, disse Lirina, Non diamoci per vinti così presto: Cerchiamo alcuna capanna vicina, E racconsola il tuo spirito mesto; Perchè da oggi fino a domattina Di ritrovar tal cosa io mi protesto Da farti, se non altro, rivedere La tua Despina, il tuo solo piacere.

42

Come d'estate alla subita piova, Il fiore che tenea la testa bassa, S'alza ad un tratto, e suo vigor rinnova; Così Ricciardo (tanto in lui trapassa La gran letizia di sì dolce nuova) Ripiglia lena, e la montagna lassa, E vanne con Lirina ad un tuguro, Albergo di pastor fido e sicuro.

43

Quivi ancor Malagigi si ridusse, Che fa quanto può mai pel suo cugino; Ma non fa nulla con tutte le busse Che dà a' demonj ch'egli ha in suo domìno. Quel giorno trasformato si condusse Su la rocca, e cangiossi in uccellino: Il vecchio lo conobbe, e mancò poco Non lo pelasse e l'arrostisse al foco.

44

E gli scappò di mano per ventura, Col perdervi la coda ed altre penne; Che poi tornando nella sua natura, Per molto tempo il segno ne ritenne; Perchè fu specie d'una castratura. Detto egli dunque quanto il dì gli avvenne, Disse Lirina: Orsù, se piace a Dio, Doman vi salirem Ricciardo ed io.

45

Badate ben, riprese Malagigi, Che quel vecchiaccio è un tristo in cremesino. Gli pelerem la nuca ed i barbigi, E gli faremo fare un mal cammino, Disse Lirina, ch'io so far prodigi. Ciò detto, assisi al focolar vicino Spengon la fame lor con qualche frutto, E van rodendo un nero pane asciutto.

46

Poscia su l'alga e su la trista paglia Si danno al sonno: e sul vicino prato Stassi il destrier, che ogni cosa sbaraglia, Nè gli entra che rugiada nel palato, Se in questo loco il Garbolin non sbaglia; Perch'io lo tengo per un bel trovato, E non m'arreco a creder facilmente Che si cibi un cavallo di nïente.

47

Due ore avanti giorno per lo meno Si risente Ricciardo e s'alza in piedi, E si scuote d'attorno l'alga e il fieno. Lo stesso fa Lirina, e dagli arredi Che seco porta, in manco d'un baleno Tira fuora un bellissimo treppiedi, E vi pon sopra un tegamino d'oro Scolpito d'un mirabile lavoro.

48

Poi si leva di tasca un'ampollina, E versa in quello due gocciole sole D'una cert'acqua che parea turchina, E fa bollirle infin che nasca il Sole. Frattanto note arabiche sciorina, Che non s'apprendon nelle nostre scuole; E fa col piede scalzo e con le mani Gesti da fare spiritare i cani.

49

Ma quando vede il Sol che già compare, Leva dal foco il tegamino, e in giro Corre d'attorno a Ricciardo, che pare Per lo stupore omai fatto deliro: E dopo un lungo e veloce girare Lo spruzza con quell'acqua, e, o caso miro! Ei diventa usignuolo, ella smeriglio, Che tosto nel groppon gli dà di piglio.

50

E in larghe rote per aria dibatte Le preste penne, e sopra l'alta torre Si posa; e l'usignuol grida e si sbatte, E par che dica: Chi mi viene a tôrre Da questi artigli, e chi per me combatte? Tosto Despina e tosto il vecchio accorre, E tolgono dall'ugne del falchetto Il creduto da lor tristo augelletto.

51

Despina l'accarezza, ed ei risponde Come sa, come puote; ed or le vola Sul bianco collo, or su le trecce bionde: E quanta voce ha dentro della gola, Tutta dà fuori in armonìe gioconde. Il vecchio, che stregone era di scuola, Comincia a sospettar che quell'uccello Non sia Ricciardo, e si becca il cervello.

52

E alla donzella lo toglie di mano, E di stiacciargli il capo ancor fa prova: Ma in questo mentre piomba di lontano Il falco sopra lui, che gli ritrova Gli occhi, ed in testa fagli un doppio vano, Sì che cieco ad un tratto egli si trova. Grida lo sventurato, e gli domanda La vita in dono, e ben si raccomanda.

53

In questo mentre ritorna Lirina Nell'esser suo, e fa che torni ancora Il buon Ricciardo, che alla sua Despina Vanne, e par che di gaudio egli si mora. Ma il nostro Carlo in tanto s'avvicina Alla terribil valle traditora; Ond'io voglio lasciare nella torre Questi, e veder ciò che al buon Carlo occorre.

54

La divina pietà, che non rimane Da alcuna cosa circondata e stretta, E tanto stende le braccia lontane, Che fuor del nostro mondo ancor le getta; Per salvar Carlo, e render nulle e vane Le forze del demonio, e pura e netta Far l'alma sua, e d'Orlando e Rinaldo, E liberarli dall'eterno caldo,

55

Dispose che passasser da Bajona, Un dì che v'era appunto il giubbileo, In cui il Papa a qualunque persona (Se non era Scismatico od Ebreo) Che confessato si fosse alla buona, E pianto ogni suo fallo iniquo e reo, E fatta qualche po' di penitenza, Donava una pienissima indulgenza.

56

Carlo per dar esempio a' suoi vassalli (Che ciò che fa il maggior, fanno i minori) Portossi in chiesa, e confessò i suoi falli, E dagli occhi mandò gran pianto fuori. Rinaldo, ancorchè avesse de' gran calli Su la coscienza pe' suoi tanti amori, Pur confessossi anch'egli, e da cinque ore Stettesi umile a' piè del confessore.

57

Orlando poi soletto umile e pio Fece del ben per sè; ma fuor di chiesa Si mise a predicare e lodar Dio: Ed era la sua faccia tanto accesa Di santo zelo e celestial desìo, Che ancor con l'armatura così pesa Sollevossi da terra un braccio intero; Tanto era fisso in Dio col suo pensiero.

58

Da che gran tenerezza e maraviglia Nacque in tutti i soldati; e ognuno a gara Chi questo frate e chi quel prete piglia, E mostra nella faccia afflitta e amara Il duol che di sue colpe il cor gl'impiglia. L'aria frattanto oltre l'usato chiara Risplende; e d'una insolita letizia Si colma Carlo e ognun di sua milizia.

59

Stetter la notte pur nella cittade Modesti più che gli uomini novizj In procession non vanno per le strade. Rinaldo lesse infino gli Esercizj Di Sant'Ignazio. O divina bontade, Tu sola estirpar puoi li nostri vizj, E farci santi di cattivi e tristi, Purchè del fatto male un si rattristi.

60

Ganellone ancor ei, per non parere D'aver l'alma di sughero o di fieno, Diceva borbottando il Miserere, E si teneva il suo capaccio in seno. E trattosi da parte, in sul messere Frustandosi, pregava il Nazzareno A perdonargli l'opre sue nefande; Di che Carlo ne aveva un piacer grande.

61

Ma Rinaldo, ancorchè tanto contrito. Gli disse: Gano, lascia quella frusta; Chè non hai viso ancor di convertito, E falsa penitenza Iddio disgusta. Riprese Orlando: Cugin mio gradito, Lascialo fare, e menar ben la susta. O burla, e si fa male daddovero; O non burla, e dà mano a un buon mestiero.

62

In quanto a me, son io d'una natura Che a pensar mal, quando vedo far bene, Non mi so indurre, e parmi cosa dura. Cugin, tu hai un sangue dolce nelle vene (Riprese il buon Rinaldo). Io ho più paura Di costui quando un Cristo in man si tiene, E bacia terra e biascia Avemmarie, Che se il trovassi armato per le vie.

63

Io mi son confessato adesso adesso, Nè dico ciò per mormorar di lui; Ma chi non sa ch'è gente da processo La Maganzese, e che un tristo è costui? E noi gli andremo sconsigliati appresso, E ci porremo negli agguati sui? Cugino, andiam da Carlo, se ti aggrada, E lo preghiamo acciò che muti strada.

64

Riprese Orlando: E che si può temere Da Gano? Forse insidie e tradimenti? Mi rido in quanto a me del suo potere; E faccia pur ciò ch'ei far puote, e tenti Di mandar noi con Carlo all'aversiere, E strugger tutte le Francesche genti; Che, come vuol, non gli anderà già fatto, E rimarrà da noi vinto e disfatto.

65

Or mentre in guisa tale si ragiona Da' due guerrieri, il traditor s'infinge Di non udirli, e frusta sua persona Sì, che di sangue il duro nerbo tinge. Carlo in vedere un'opera sì buona, Abbraccia Gano, e al seno se lo stringe; Nè vuol che più si batta, e gli comanda Che ponga il nerbo e ogni rigor da banda.

66

Ma Rinaldo ripiglia: Eccelso sire, Io forse ti parrò maligno e tristo A prima faccia, e dannerai 'l mio dire: Ma del tuo danno troppo mi rattristo; Perchè costui ti vuole far morire. Meglio in man gli starebbe di quel Cristo Un ritratto di Giuda appeso al fico, O d'altro falso micidiale amico.

67

Questo ribaldo condurracci, dove Certo a noi non varrà forza o valore. Già conosciuto abbiamo a mille prove Quanto egli abbia maligna e mente e cuore: E spereremo adesso ch'ei ci giove, E che serbi per noi un vero amore? Carlo, per Dio non ho timor di morte; Ma temo sol di non morir da forte.

68

E Carlo a lui con placido e sereno Volto risponde: Caro il mio Rinaldo, Medicina talor, talor veleno Egli è il sospetto; nè sempre ribaldo Stimar si dee chi pone al fallir freno, E nel nuovo proposito sta saldo: E mal per noi, se il giusto offeso Iddio Fosse del tuo parere, e non del mio.

69

In questo mentre Gano se gli getta A' piedi, e fra sospiri e fra singhiozzi Dice: Signor, fa pur la tua vendetta de' miei delitti così brutti e sozzi; Che ad arbor guasta non ci vuol che accetta; E farai opra giusta se tu mozzi A me questo infedel capo, che spesso Nutrì pensieri di vederti oppresso.

70

E Rinaldo: Signor, giacchè ti prega Di morire, soggiunse, non tardare A consolarlo. Io pigliere' una sega, E per lo mezzo lo farei segare. Ma Carlo a' detti suoi nulla si piega; Anzi a Gano si volta, e fâllo alzare, E rassicura che il giorno veniente Verranne a Roncisvalle con sua gente.

71

Indi a cena sen vanno, e poscia a letto. Ma Rinaldo, ch'è volpe antica e furba, Scappa di stanza, e fugge via soletto; Chè non vuole ir per acqua quando è turba: E pieno di paura e di sospetto, Che per Carlo l'affanna e lo conturba, Prende la via della Navarra, e stassi Nascoso il giorno tra le fronde e i massi.

72

E già vicino a Roncisvalle egli era, E già vedea le tende maganzesi, E già più d'un di quella infame schiera Vedea girare intorno a quei paesi: Ond'egli pensa in sul far della sera (Perchè niun lo ravvisi e lo palesi) D'uccidere qualcuno di Maganza, E mutar veste, e celar sua sembianza:

73

E detto fatto, a un cavalier che viene Incontro a lui, tira un fendente in testa, E te lo spacca almen fino alle rene; Indi lo spoglia della sopravvesta, E se la pone: e gli stava sì bene, Che pareva per lui quasi contesta; E poscia va tra' Maganzesi, e quelli Lo tengono per un de' lor fratelli.

74

Quindi or con uno, or con altro discorre, E addosso a Carlo adopra il forbicione, E dice: Finalmente io vedrò tôrre Impero e vita a questo reo ghiottone. Già gli è in cammino, e già si viene a porre Ne' nostri lacci; e quel guercio barone Verrà pur seco, e quel Rinaldo pazzo, Che hanno fatto di noi tanto strapazzo.

75

In sostanza però nulla ricava In che consista proprio la congiura. Vede ch'è lieta quella gente prava, E attende Carlo intrepida e sicura; Ed in genere sol ripesca e scava Che il dì veniente daran sepoltura In Roncisvalle a Carlo e alla sua corte; Ma gli è nascosto il modo della morte:

76

Chè a pochi il disse, e in gran segreto, Gano; Chè non son cose da bandirsi in piazza. Onde dolente il sir di Montalbano Lascia le tende e la ribalda razza, E ratto corre inverso Carlo Mano, Che a lui non crede, e quasi lo strapazza; E lo ritrova appunto che venìa Di Roncisvalle per la dritta via.

77

E messosi di fronte al suo destriero, Grida: Signore, non andar più avanti. Roncisvalle per Carlo è un cimitero, E v'andremo sotterra tutti quanti. Io di là vengo, e ti racconto il vero, Chè udito ho ragionare quei furfanti; Udita ho la lor gioja, il lor conforto, Con la speme che in breve sarai morto.

78

È certa la congiura, e sol nascosa È la maniera onde dobbiam perire. L'esercito franzese a questa cosa Tutto s'accende di gran sdegni ed ire. Carlo con faccia torbida e pensosa Si volta a Gano, e sì gli prende a dire: Quando il sospetto non ha fondamento, È un'ombra vana, e la dilegua il vento:

79

Ma quando a sospicar move ragione, Chi dorme in sul sospetto, è un uomo stolto. Però a quel che Rinaldo ora ti oppone, Rispondi; e se in errore sarai côlto, All'opra uguale attendi il guiderdone; Ma se ogni dubbio ne verrà disciolto, Come io voglio sperare, avrà Rinaldo Pena d'averti preso per ribaldo.

80

Egli con fronte intrepida e sicura Ti guarda, e dice ch'entro alle tue tende Si ragiona da' tuoi d'alta congiura Contro di noi; e che da lor s'attende Nostra venuta, e che non han paura Delle nostre armi, ancorchè sì tremende Al mondo tutto. Or tu qual dài risposta A così grave e orribile proposta?

81

Gano senza mutar colore in viso, Col ciglio basso e le mani incrociate, Disse: Signor, mi moverebbe a riso Sì pazza accusa, se di fedeltate Non si trattasse, e non restasse intriso D'obbrobrio il mio candore e lealtate; Chè in certe cose, ancorchè non sien vere, Un'ombra, un filo, un neo dà dispiacere.

82

Egli parla di ciò che si favella Nelle mie tende, e dice orrende cose Di tradimenti e congiura aspra e fella; E fama e voce pubblica anco espose Esser colà della fatal procella. Or s'egli è ver che fra le più gelose Opre si ponga un regio tradimento, Come ei l'udì da cento bocche e cento?

83

La voce, signor mio, vola pur troppo, Massime allor che libera si getta; Nè lido in mar, nè monte a lei fa intoppo, Ma lieve passa a guisa di saetta Per ogni banda: e nunzio muto e zoppo Sarà stata per Carlo, e chiusa e stretta Avrà volato sol fra le mie genti, Invaghita de' nostri alloggiamenti?

84

O non dice, signor, Rinaldo il vero, O s'ei lo dice, avranno, me lontano, Fatto coloro un disegno sì fiero. Ma ciò non credo; e ogni intelletto sano Sarà del mio parer, del mio pensiero. Ov'è mai fra di loro e mente e mano Da tanta impresa? Forse a lor si copre Quali sieno di Carlo e l'armi e l'opre?

85

E dove lascio il gran signor d'Anglante, E te, Rinaldo, fulmini di guerra, Che stando sempre al gran Carlo davante, Da ogni oltraggio lo scampate in terra? Ma tu ben sai come di risse amante Egli è Rinaldo, e qual odio lo afferra Contro il mio sangue, e con ragione ancora; Ma io e i miei non siam più quei d'allora.

86

Pur veggo ben che per la colpa antica Trova l'accusa mia facil credenza Nell'alma tua, benchè del giusto amica. Però lontane dalla tua presenza Vadan le genti mie; e acciò si dica Che a offender Carlo Maganza non penza, Lascin l'armi e i cavalli, e disarmati Errin come gli armenti in mezzo ai prati.

87

E perchè non si pon fine al sospetto, E d'ogni cosa s'ombra facilmente; Forse, chi sa? d'alcun veleno eletto Sarà qualche timor nella tua mente; E di quanto averai veduto o letto Di gente estinta così bruttamente, Ti sovverrà. Non fia bevanda o cibo, Che tu tocchi, se prima io non la libo;

88

E poi, giacchè Rinaldo ardito e franco Dice che la congiura è assai palese, Prendi, signor, della mia gente un branco, Qual più ti piace, e con facelle accese Ora sotto alle braccia, or sopra il fianco Fa che da' tuoi sieno lor voci intese; E se diran che traditor son io, Rassereni il tuo core il sangue mio.

89

Ma tu vanne spedito, o Pinabello, A dir loro che senza armi e destrieri Vadan fuor delle tende. Intanto appello In mio favore i Numi eterni e veri: E s'io nutro pensiero iniquo e fello Contro di Carlo e de' suoi cavalieri, Signor, li prego, che avanti a' tuoi lumi Fulmin dal ciel discenda, e mi consumi.

90

Rinaldo non potè stare alle mosse, E incominciò: Signor, stiam bene all'erta; E se punto esto furbo ti commosse, Non dubitar, perchè la cosa è certa. Ma disse Carlo: Ancorchè vero fosse Ciò che tu dici, se vuota e deserta De' Maganzesi la campagna resta, Qual cosa a noi esser potrà molesta?

91

E il ver diceva il povero signore, Che non sapeva e non aveva udito Della terribil polvere il furore, Che insegnò Satanasso ad un romito, Che poi la diede a Gano traditore. Ma giacchè ho da vedere incenerito Così buon vecchio, vo' prima cercare Di gente che lo possa vendicare.

92

Nalduccio ed Orlandino in tempo corto, Se si misura il gran vïaggio e strano, Giunser di Burdigala entro al bel porto, Che fe' natura e non ingegno umano; E lo formò così piegato e torto, Che sembra un arco che riposi in piano: E dicon di quell'arco esser la corda La Garonna, che in mar corre sì ingorda.

93

Quivi si soffermaro un giorno solo, Poi presero il cammin verso Bajona; E nel calcare il desïato suolo Sentivan tal piacer nella persona, Che il ritrovare il perduto figliuolo Cotanto in sen di madre non cagiona: E le lor donne anch'esse per consenso Mostravano allegrezza in ogni senso.

94

Ma lasciamoli stare in allegrìa, Che tra poco averan tormento e pena; E noi frattanto pigliamo altra via: Quella non già che a Roncisval ne mena, Che m'empie troppo di malinconìa; Ma un'altra ne cerchiam grata ed amena; E forse troveremla. Ma per poco Or vo' posar, che già son fatto roco.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings