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Il Ricciardetto, vol. II

Volume 2 — CANTO TRIGESIMO

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ARGOMENTO

Ricciardo appena e Despina sposati, Son tratti dalla strega in gran periglio. Per liberarli da' crudeli agguati Si cangia un mago in un granel di miglio. I regj sposi alfin son liberati. Compisce il prete alla Giannotta il figlio. Tornan gli sposi alla città dolente, E finisce ogni cosa allegramente.

1

Non così donna dopo lungo stento, Partorito ch'ella ha, si rasserena, Come io, dato a quest'opra compimento, Ho d'allegrezza l'anima ripiena. Forse a mostro simìle ed a portento Sarà la meschinella, e n'ho gran pena; Ma tal quale si sia, or ch'è finita, Per questo capo almanco m'è gradita.

2

Tanto più che fermato ho nel pensiero Di tenerla a ciascun sempre nascosta, Dagli occhi in fuor di qualche amico vero, Per cui non ho giammai cosa riposta: Che il buon amico candido e sincero Nelle fatiche mie non fissa apposta Gli occhi crudei, nè sta col naso adunco, Nodi cercando nel pieghevol giunco.

3

Che se per sorte andasse in certe mani Che so ben io, oh che crudel macello Se ne farebbe! Certamente in brani La strapperìan, qual tenero vitello Gl'ingordi lupi e gli affamati cani. Però, s'io ti racchiudo e ti suggello, Misera figlia, nel paterno tetto, Soffrilo in pace, e non ne aver dispetto.

4

Tempo forse verrà che amica stella Alle belle arti apparirà su in cielo, E te trarrà dalla serrata cella; E ricoperta da un bell'aureo velo Faratti andare in questa parte e in quella E sua mercè, benchè di morte il gelo Ricoprirammi, e l'onda dell'obblìo, Chi sa che teco allor non sorga anch'io?

5

Ma del pien di caligine profonda Ampio futuro, e solo aperto al Fato, Figlia, più non si parli. Aura seconda Tace or per noi, e il mar troppo è turbato; E chi s'arrischia a navigar, si affonda; Chè il crudo Orione appare in ogni lato; E a' grandi ingegni Castore e Polluce Non danno, come pria, conforto e luce.

6

Però statti nascosta e statti cheta, E ti ristora col pubblico danno D'ogni illustre orator, d'ogni poeta: E non ti prenda mai verun affanno, Se vedi grassa l'ignoranza e lieta, E andar vestita di purpureo panno; Perchè oggidì l'iniqua all'uom dà legge, E il mondo, come vuol, governa e regge.

7

Ma rasserena pur l'afflitta fronte, Povera figlia, e miglior sorte spera; Chè, se non sbaglio, son vicine e pronte Del ciel le grazie. D'Arno la riviera Ti francherà da tanti oltraggi ed onte Che la presente età villana e fera T'ha fatto; e sol mercè del gran Corsino Fia che si muti il tuo crudel destino.

8

Egli non sol t'accoglierà benigno, Benchè vestito del papale ammanto, Ma custodita nel suo regio scrigno Per qualche tempo ancor terratti accanto: Nè l'invidia col suo sguardo maligno Ti forzerà, come fe' prima, al pianto; Anzi essa si morrà d'ira e dolore, In veder ch'egli t'abbia in tanto onore.

9

O te felice allor, quanto or meschina, E vie più quando ei piegherà l'orecchio Per udire il tuo canto; e di Despina, E di Ricciardo, e del fatale specchio, E d'Orlando che pazzo si tapina, E di Rinaldo divenuto vecchio Udirà i casi, e con allegro volto Sarà da lui ogni tuo scherzo accolto.

10

E già si sta vicino il gran momento Che di Pietro farà vuota la sede, E lui porravvi per comun contento, Per gran sostegno alla cascante fede. O lieto giorno! o cento volte e cento Beato il mondo sotto un tanto erede Delle possenti Chiavi, al cui cospetto Tutte le cose muteran d'aspetto!

11

Le Frodi, le Ingiustizie e l'Ignoranza, Ch'ebbero in mano il fren del mondo intero, Ignude, abbiette e prive di speranza Daranno luogo alla Giustizia e al Vero; E liete e belle dalla chiusa stanza Usciran le Virtudi, e il manto nero Deposto, tutte vestiransi a festa, Di fiori adorne il grembo e l'aurea testa.

12

E i sette Colli e quindi Italia tutta Della bella lor luce adorneranno; E questa età, che prima fu sì brutta, Brameran quei che dopo noi verranno. Deh! se prego mortal non si ributta Dal Ciel, s'egli ha pietà del nostro danno, O il buon Clemente non perisca mai; O se deve perir, sia tardi assai.

13

Ma si ripigli l'opra tralasciata, Che frettolosa omai corre al suo fine: Tanto più che vien meno la giornata, E cade il Sole nell'acque marine; E Galatea sul carro è già montata Per incontrarlo; e bianco il mento e il crine, Già Glauco avanti a lei con la man verde L'onde più rïottose apre e disperde.

14

Come vi dissi, sopra un buon destriero Si mise Malagigi, e a spron battuto Sì rapido portossi nel sentiero, Che a dirlo da nessun sarà creduto; Nemmen se un lepre ed un lupo cerviero Ne' piedi avesse e nella groppa avuto. Ma come già vi ho detto cento volte, Fa il diavol presto delle miglia molte.

15

Appena appena dunque ei pose il piede Di Francia dentro alla città reina, Che a sè d'attorno ragunar si vede Popolo immenso, che ognun s'indovina Che nuove ei porti dell'illustre erede Della corona e della sua Despina: E udito come egli era in Francia entrato, Ne fecero gran festa in ogni lato:

16

Chè tutti fuor delle lor case usciti, Chiusi i lavori, e aperte le osterìe, Andavan pel piacer quasi impazziti. Quai giuochi mai vi fûro ed allegrìe Da lor non fatti? i vecchi rimbambiti Danzavan tra le donne per le vie, Stringendo con la tremula lor mano Tazze ricolme di buon vino ispano.

17

Le suore, i frati e i chiusi giovinetti Per i collegi facevan tra loro Commedie, sinfonie, pranzi e giochetti; E lasciata la pompa ed il decoro, Le donne illustri e i cavalieri eletti Disceser nelle piazze, e tra coloro Di bassa riga allegri si mischiaro, E con essi lietissimi ballaro.

18

Là sentivi cantare all'improvviso Uno straccione, e rispondergli un oste; Quegli lodando di Despina il viso, E le tante bellezze sue nascoste, E questi più d'un mostro vinto e ucciso Dal buon Ricciardo: e vicine e discoste Le genti applaudire a piene bocche Lor versi strani e loro rime sciocche.

19

Qua gridar viva, e benedir la fida E bella coppia; e in somma in ogni loco A briglia sciolta e senza alcuna guida Scorreano il gaudio, l'allegrezza e il gioco: Ed eran tante le festive grida Del popol, che alla fin divenne roco; E facea sua letizia manifesta Con le mani, co' piedi e con la testa.

20

Così veggiamo d'alcun porto in riva Nel partirsi domestico naviglio, Dopo lungo gridare e lunghi viva Di consorte, d'amico, ovver di figlio; E quinci e quindi, giacchè non arriva Più oltre il suono, ragionarsi al ciglio, E dimostrar lor voci e lor pensieri Co' bianchi lini e co' cappelli neri.

21

Raduna intanto il sagace Ulivieri Il pubblico Consiglio; e in ogni banda Invìa del mondo staffette e corrieri, Di nobili guerrieri a far domanda Per le future feste, che due interi Mesi denno durare: e una ghirlanda Darassi al vincitor di prezzo tale, Che un regno o poco meno al certo vale.

22

Ed egli sopra un bianco palafreno Sale a incontrare il signor suo novello: Ed ecco a comparire in un baleno Di leggiadretti giovani un drappello Sovra destrier che in bocca hanno aureo freno, E d'auree penne un ciuffo vago e bello Infra gli orecchi, ed han la sella, ed hanno D'oro le staffe, e nobil mostra fanno.

23

La bella Argéa e la gentil Corese, Con altre dame del sangue reale, Fecero tante e così grosse spese, In perle, in drappi, in trine, in scuffie, in gale, Che Francia tutta non ne fa in un mese. Ma esse avevan ricco capitale, E non facevan come molte fanno, Che per ornarsi un dì, stentano un anno.

24

Di cavalli sellati sono piene E piazze e strade e vicoli e chiassetti; E per la via che da Lïon si viene, Son tanti cocchi, svimeri e sterzetti, Che sembra che del mar passin le arene: E d'alme donne e cavalieri eletti Copia sì grande sbocca fuor di porta, Che meno fiori primavera apporta.

25

In una di mirabile lavoro Vaga berlina va la coppia bella, Dico Argéa e Corese; e dopo loro Del morto Astolfo ne vien la sorella; Quindi la Bianca co' capelli d'oro D'Orlando la nipote, e Chiarïella La madre di Nalduccio in treno adorno, Che il vedovile tralasciò quel giorno.

26

In somma tutte quante (a farla corta) Di Parigi uscir fuor le belle dame. E lieto il villanel dai campi porta E quinci e quindi formaggio e pollame, E vino di Sciampagna che conforta, E dolci frutti attaccati alle rame; E mille forosette col paniere Vengon, qual pieno d'uva e qual di pere.

27

Di già passato Ricciardetto avea Lïone, e ne veniva a briglia sciolta Verso Parigi; e l'ampie ali battea Per l'aere il grifo, e maraviglia molta Cagionava in qualunque lo vedea: Quand'ecco da lontano che la folta Gente vede il vecchion che stavvi assiso, E a lei si porta con sereno viso,

28

E dice: In breve avrete il vostro sire, Che a voi ne viene come strale a segno; Tanta è la voglia sua e il suo desire Di rimirare un popolo sì degno. Ed ecco appunto in quello stesso dire, Che a sè veggion venir senza ritegno Orlandino, Nalduccio e Ricciardetto, Che va presso a Despina, il suo diletto.

29

Pensi ciascuno quel che più gli aggrada, Per capir l'allegrezza di costoro; Chè a dirlo con parole non c'è strada, Ed il tempo si getta ed il lavoro. Unico figlio da strania contrada, Per cui la madre sua fu in gran martoro, Potrebbe in qualche modo colorire Col suo ritorno ciò ch'io vorrei dire.

30

E statosi con loro un tempo breve, Entra in Parigi; e vi si suona a festa, E lieto ciascheduno lo riceve. I curvi vecchi con la bianca testa, E con la barba candida qual neve, Fanno la lor letizia manifesta Col dolce lagrimare, e col far preghi Che morte un sì bel nodo unqua disleghi.

31

L'arcivescovo in mezzo a tutto il clero L'incontra, e lo conduce alla gran chiesa, Dov'egli con cuor umile e sincero Pregò Dio con la faccia al suol prostesa, Chiedendo a lui per così vasto impero Sommo valore, e volontade accesa Di piacergli in ogni opra, in ogni detto, E chiara luce al cieco suo intelletto.

32

Indi portossi al palazzo reale, E fe' bandire per il dì venturo, Che sposar vuol l'amante sua leale, E sì adempir la data fede e il giuro. E non sì tosto le sue candide ale Mostra l'aurora tra il chiaro e l'oscuro, Che s'alza e corre dalla sua diletta, Ed alla chiesa a seco gir l'affretta.

33

Ogni dama si studia ad esser presta, E tralascia le polveri e gli unguenti, Ed i tanti lavori in su la testa, I vezzi, gli smanigli ed i pendenti: Il giorno poi si vestiranno a festa, E faran lor comparsa tra le genti; Ma in su quell'ora ed in quel parapiglia Ciascuna, come può, s'orna ed abbiglia.

34

L'arcivescovo appena e i sacerdoti Fûro a tempo di porsi i sacri arredi, Che sommamente umìli e in un divoti Venner gli sposi al tempio, e sempre a piedi, Ed a man giunte come fanno i voti: Nè vollero seder su l'auree sedi; Ma stavan ginocchioni e questi e quella Del sagro altar su la nuda predella.

35

E dette lor quattro sentenze corte, Il prelato richiese Ricciardetto, Se voleva Despina per consorte: E disse un sì tanto sonoro e schietto, Che del tempio s'udì fuor delle porte. Indi fatto il medesimo progetto Alla fanciulla, con voce sommessa Di sì pur disse; e incominciò la Messa;

36

E ricevuto l'innocente Agnello, E consumati tutti i sacri riti Che fansi in chiesa, ritornâr bel bello Al palazzo reale; e gl'infiniti Uomini e donne allo sposo novello Ed alla sposa con motti graditi Givan facendo augurj di verace Stabil fortuna e di perpetua pace.

37

Io qui tralascerò le sinfonìe, E i dolci canti, e le altrettante cose Che soglion farsi in simili allegrìe: Nè dirò quello che fanno alle spose I giovani mariti entro a quel die; E come quelle fan le vergognose, E fanno vista d'andare alla morte, E la madre ci vuol che le conforte.

38

Questo sol basterebbe a chi tenesse Un grano o due di sale nel cervello, A giudicar con qual sigillo impresse Natura i cuori del sesso più bello: Perchè quel sol che tanto braman esse Per cui le scanna il fistolo e il rovello, Dicon di non volere per tal modo, Che pare che lo dicano sul sodo.

39

E nulla pur dirò del gran banchetto; Chè queste cose io sono di parere Che facciano a chi l'ode un tristo effetto; Cioè, che sien cagion di dispiacere: Chè a dirla giusta, è pena, e non diletto Sentir parlare del mangiare e bere Che fu fatto in quel nobile convito, E non poter cavarsi l'appetito.

40

E poi voi sputereste per la sete, Nè più stareste a questa istoria attenti. Finito il pranzo, nelle più segrete Stanze n'andaro i regj sposi ardenti D'antica fiamma; e come voi potete Immaginarvi, si fecer parenti; E venne un tuono tal su la mancina, Che nel più bello disturbò Despina.

41

Tutto quel giorno e quella notte intera Si stetter chiusi, e ben ragion ne avièno. Or mentre in piacer sommo e in pace vera Posa l'uno dell'altra sul bel seno, Ecco venir l'iniqua Fata nera Entro Parigi su bel palafreno, Vestita da mercante oltramarino, Con lunga barba ed abito turchino:

42

E fa di notte da' suoi messi stigi Incatenare dentro al proprio letto L'addormentato vecchio Malagigi; Ch'è di forza minore il suo folletto: E così preso, fuora di Parigi Lo manda, in meno ancor che non l'ho detto, Vicino al Nilo entro un castello forte, Ove non son finestre e non son porte.

43

Poi con gli sposi volle far lo stesso, Ma non potè; che l'Angiolo di Dio Ad ambidue si stava ognor da presso; Onde altra frode ed altro inganno ordìo, Di cui vi accorgerete adesso adesso: Ed acciò si compisca il suo desìo, L'empia a Lirina di nascosto fura Di saccoccia ogn'involto, ogni scrittura.

44

Per il seguente giorno esce una grida, Che vogliono gli sposi ire a Versaglie A farvi caccia; e qualunque si fida Di star bene a cavallo, e dritto scaglie O lancia, o dardo, od altra arme che ancida, Colà s'invii, e presso alle boscaglie Attenda il rege. E di veltri e mastini Già più di mille sono in que' confini.

45

La calda gioventude a quell'editto Tutta s'allegra, e mette sottosopra Dalla cantina per fino al soffitto La casa a cercar armi; e ognun s'adopra D'aver cavallo generoso e invitto, Nè vergognoso a lui manchi nell'opra: E la madre per ogni ripostiglio Cerca di nastri ad abbellir suo figlio.

46

La sera a mensa non rifina il vecchio A dar consigli, a dare avvertimenti: Lascia che preso sia ben nell'orecchio Il fiero porco, e che il mastin l'addenti (Dice al figlio), e allor pônti in apparecchio Di lui ferir; ma fa che ti presenti Sempre per fianco, e lo stocco pungente Giragli tra le spalle lentamente.

47

E appresso narra le molte avventure Che gli avvennero in quel tempo felice Ch'era scarico d'anni e più di cure. E il figlio badar mostra a quel che dice, E che ne faccia conto, e molto il cure; Ma dentro se n'annoja e maledice Il tempo che vi perde; chè vorrìa Già porsi di Versaglie per la via.

48

Era nella stagion che i contadini E d'uva si satollano e di fichi, E van cerchiando e raggiustando i tini, Acciò Bacco non fugga, e si nemichi Alle lor vigne; e i molli cittadini Aggiustan lacci e reti ed altri intrichi Per divertirsi e prendersi piacere Alle ragne, alle frasche, alle uccelliere;

49

Quando Despina e il prode Ricciardetto Al comparir dell'alba giunti sono Al luogo destinato; ed un trombetto Segno ne dà col suo guerriero suono: Prende suo posto, conforme gli è detto, La gioventude; ed orrendo frastuono Di mille voci e di mille latrati Fa il bosco rimbombar per tutti i lati.

50

Già corre Ricciardetto a briglia sciolta Dietro un cignale; e va rapido tanto Il suo destriero, che distanza molta Lunge è da quei che a lui denno ire accanto: E per la selva più intricata e folta Si caccia, per desìo d'avere il vanto Di preda tanto illustre e sì feroce, Che più non ode nè tromba nè voce.

51

Despina anch'essa il suo destriero ha spinto Appresso un cervo di ramose corna, E corre sì, che sempre sta in procinto D'ucciderlo, nè il corso suo frastorna Campo da spine ben guardato e cinto, O fiume o fosso. Afflitta indietro torna Lirina, che perduta ha lei di vista, Tutta nel volto addolorata e trista.

52

S'interrompe la caccia, e tutti vanno Chi Despina a cercar, chi Ricciardetto; Ma quanto più camminan, men ne sanno. Sopra d'ogni erto colle evvi un trombetto Che non rifina di sonare; e danno A' corni con quanto han spirito in petto I cacciatori, acciocchè sieno uditi, E possan richiamare i due smarriti.

53

Ma niun compare; e dentro alla marina A poco a poco il biondo Sol s'asconde, E s'annerisce il piano e la collina; E le tremule stelle alme e gioconde Fan più vaga apparir l'aria turchina; E dall'erbose valli più profonde Al colle poggia il provido pastore, E chiude il gregge infino al nuovo albóre.

54

Il feroce cignal passato è intanto Pel fitto bosco, e dentro un'ampia grotta S'è ricovrato; e si sofferma alquanto Il garzon su l'entrata alpestre e rotta. E sceso, e posto il suo destrier da canto, Senz'altro più pensare anch'ei s'ingrotta: E dopo molti passi, ecco che sbocca In un bel prato ov'era un'alta rocca.

55

Nè del cignal più gli rimembra, e corre Verso la rocca; e giuntovi da presso, La trova aperta, e in lei vassi a riporre; Ma più d'uscirne non gli è poi permesso. Quindi a non molto il cervo pur trascorre A quella grotta; e Despina lo stesso Fa che fece Ricciardo; e chiusi stanno Dentro la rocca, e sempre vi staranno.

56

Ma l'un l'altra non vede; e sol talora Ode l'una dell'altro alcun sospiro, E qualche voce dimezzata ancora, Che serve loro di più reo martiro. Non fuggir, grida l'uno, chi t'adora; E l'altra: Quel se' tu crudele e diro Che da me fuggi. Ed in questa maniera Girano per la torre e giorno e sera.

57

Ma lasciamogli stare in sì gran pena, E torniamo a Parigi, se vi pare. La città tutta ha già mutato scena, E si vede ogni volto lagrimare. Lirina non vuol più pranzo nè cena, E si voglion di duol l'altre ammazzare: Ma quello che lor toglie ogni speranza, Egli è di Malagigi la mancanza;

58

E l'esser stato a lei di tasca tolto Il suo libretto; onde s'affanna tanto, Che più color non le rimane in volto. Pur dato tregua al suo dolore alquanto, Chiama a sè il vecchio, anch'esso afflitto molto, Quello che vede per forza d'incanto; E, Padre, dice a lui, tu solo puoi Gl'imprigionati re tornare a noi.

59

Vedi tra le tue carte, se per sorte Saper tu puoi quest'avventura strana; E quando l'arti tue a ciò sien corte, Corri in Egitto, e la Fata inumana Che a' regj sposi è fissa di dar morte, O fai morire, o fàlla dolce e piana. I modi tutti in somma tu procura Per dar rimedio a sì crudel sventura.

60

Promette di vecchio in quella stessa sera Di montare in sul falco, e fuggir via; E giunger presto nell'Egitto spera Senza saputa della Fata ria, E di far sì, che di crucciosa e fera Divenga a un tratto mansueta e pia: E se ciò non ottiene, farà quello Che detteragli allora il suo cervello.

61

Vanne dunque alla stalla, e cheto cheto Tira fuora il gran falco, e su vi sale; E mille voti al volo suo van dreto. Acciò ritorni in foggia trïonfale: Perchè Lirina non tenne segreto Il suo partire, e vuol che si propale Anzi per tutto, acciò che il volgo insano Non si disperi, e cerchi altro sovrano.

62

Entro Parigi a tutte quante l'ore Dalle cittadi e da' regni vicini Compariscon guerrieri di valore; E già sopra degli anglici confini S'è sparsa voce, e si fa gran romore Del bandito torneo de' paladini: E della Scozia il principe guerriero A valicare in Francia fu il primiero.

63

Quel d'Irlanda non v'era; e d'Inghilterra Venner più duci e più baron con essi: Mail non sapersi s'è prigione od erra Ricciardetto, d'affanno e duolo oppressi Tiene i Franchi e ciascun d'ogni altra terra: Onde le feste e i giuochi son dismessi, Ed in lor cambio i popoli divoti Su la salvezza sua fan preghi e voti.

64

Il vecchio intanto sopra il suo sparviero Giunto è di notte all'orto di Melena; Ed in un antro per grand'ombra nero Lascia il gran falco, e con forte catena Lo lega a un sasso; e poi solo e leggiero Vanne al palagio suo, e vede piena Ogni stanza di giovani e donzelle, E danzar liete in queste stanze e in quelle:

65

Ond'egli presto presto si trasmuta Nell'abito e nel volto in giovinetto; E va tra gli altri, e gli abbraccia e saluta, E poi domanda di tanto diletto Qual esser la cagione si repùta. Prima, la prigionìa di Ricciardetto, Gli fu risposto; e poi, perchè madonna Stanotte d'un bel giovane vien donna:

66

E va di lui sì pazza ed ubbrïaca, Che più non pensa all'altre cose sue; E se talvolta, come suol, s'indraca, E l'aer perturba, e i fulmin cascan giùe, A un solo sguardo suo tanto si placa. Che di tigre feroce si fa bue, Ed in vece di grandini furiose Fa cader piogge di giacinti e rose.

67

Il vecchio lo richiede d'onde sia Il giovinetto; a lui quegli risponde, Che si trova all'oscuro tuttavìa, E che ognuno di corte si confonde Della sua donna e della sua pazzìa; Che innamorata delle chiome bionde D'un fanciullo straniero, abbia sfuggito D'avere un re di Libia per marito.

68

Dopo un lungo vïaggio, l'altro giorno A noi comparve sopra un cocchio aurato, Tratto dai draghi, e seco questo adorno Giovin condusse, e Dornadillo amato Lo chiamava sovente; e l'olmo e l'orno Non così vite stringe, ed abbracciato Non è così dall'edra serpeggiante Acero, o quercia, o muraglia cascante,

69

Com'ella sempre tra le nude braccia Stretto sel tiene, e non lo lascia un'ora. Ma quei poco la cura, e ognun minaccia Del suo palagio d'andarsene fuora: Ma questa sera dentro una cofaccia Tal acqua spargerà la mia signora, Che gustata da lui, immantenente Lo muterà di voglie e ancor di mente.

70

Così disse colui, ed imbrancosse Poscia con gli altri: ed il vecchio in disparte Si pose, e prestamente ricordosse Della giovin di Scozia, e con qual arte Tolta ella fu dalle marine posse; E che il garzone, a cui tuttor comparte Melena l'amor suo, è quegli appunto Che per tempesta fu da lei disgiunto.

71

Onde pensa, risolve, e pone in opra Ciò che gli detta il saggio suo consiglio. Si parte dunque, e acciò che ben si copra Alla vista d'ognuno, in gran di miglio Si muta, e quanto può cerca e s'adopra, Intento sempre con l'acuto ciglio Di veder se la Fata ha libri addosso, O chiusi in qualche scrigno, o in qualche fosso.

72

E mentre ogni sua tasca egli rifruca, Nulla ritrova, e quasi si sgomenta: Poi in questa parte ed in quell'altra fruca, Ma sempre vede inaridita e spenta Ogni sua speme; e dove alquanto luca, Non rinviene per anco, e si tormenta. Pur finita la veglia, e andata a letto La bella Fata col suo giovinetto,

73

Vede che prima di colcarsi in esso, Leva di sotto al materasso un scrigno, Dove stava di carte un gran processo, Di cui lesse un tal poco, e fece un ghigno Dicendo: A legger non è tempo adesso: E riposti gli scritti nell'ordigno, Tutta pregò di Vener grazïosa A seco star la famiglia amorosa.

74

Il vecchio tace ciò che fêr costoro; Ma senza dirlo ciascun ben l'intende: E perchè dopo l'opra ed il lavoro A rinfrancar le forze il sonno scende, Sopor sì grave cade su coloro, Che uguali a corpo morto ambi li rende: E in quel mentre dal vecchio vien rapito Lo scrigno, e aperto senza esser sentito:

75

E vede come quello è il libro mastro, E che racchiude in sè tutto il valore E il saper di Melena; e prende un nastro, Ch'era nel libro, di negro colore, Indi lega la Fata, ed uno impiastro Fa presto presto con un certo umore Che insegna il libro, ed era in un bicchiero In quella stanza, e n'unge il cavaliero,

76

Che subito si sveglia, e si riveste, E prende in odio lei ch'ancor sornacchia; E le piante al fuggir veloci e preste Muove, e fuor del palazzo egli s'immacchia. Ma già il vecchio di nuovo egli si veste Di sua figura, e il segue per la macchia, E lo raggiunge; e dove il falco stassi, Movono or lenti or frettolosi i passi:

77

E per la strada il vecchio a lui racconta I casi della sua dolce consorte, Ch'egli già si credeva esser defonta, E starsi degli Elisi in su le porte Per aspettarlo; ed insieme gli conta Com'egli ha un falco così grande e forte, Che in pochi giorni portati da lui Si troveranno in Francia tutti dui.

78

Ciò detto, nella grotta il vecchio passa, Discioglie il falco, e sopra egli vi sale; Nè Dornadillo in sul terreno lassa, Ma se lo pone in groppa; e quello l'ale Muove, e in un tratto gli alberi trapassa. Or che dirà Melena, e quanto e quale Sarà il suo pianto e i suoi lunghi lamenti, E i pazzi di dolor miseri accenti?

79

Vogliamo aspettar noi ch'ella si deste? Oppure entrar nella torre incantata, E le voci ascoltar dogliose e meste Dell'afflitta Despina sventurata, Che muove le sue piante afflitte e preste Presso a Ricciardo, che pure si sfiata Per gire appresso a lei e trattenerla, Che l'ascolta talor, nè può vederla?

80

In quanto a me, se devo dirla schietta, Melena lascerei nel suo dolore, E lascerei la torre maladetta; Chè l'una e l'altra sono un crepacuore; E il vecchio aspetterei, che vien con fretta Su la schiena del falco volatore, E vedrei se ci reca alcun conforto; E intanto cercherei qualche diporto.

81

E giacchè abbiam qui presso un'osterìa, Andiam, donzelle e giovani amorosi, A bere un poco, e stiamo in allegrìa, E lasciamo gli affanni sì nojosi, Che bellezza e salute portan via. Ma ve' come son pronti! eccoci ascosi Tutti nella taverna. Oh che piacere Egli è vederci a tavola sedere!

82

Portami qua, Menghino, un barilozzo Di Faraone, ed un di Lamporecchio, E del Cassero ancor n'arreca un pozzo, Ch'egli è per Dio dall'uno all'altro orecchio. Non portar Chianti, che mi serra il gozzo, Ma di Palaja arrecane un gran secchio; E di Groppoli poi e Vinacciano Nice abbia sempre un gran fiascon per mano.

83

O buona cosa! ma ne voglio un sorso Di Roccabruna, ed una dell'Acciajo, Se in cantina ce n'hai: deh davvi un corso, Oste garbato. Ma già torna, e un pajo Ha di borracce. Affè m'ha dato un morso E l'uno e l'altro: ma can di beccajo E' non son mica; e se fossero ancora, Vo' berne, e poi qual Atteon si mora.

84

Ma il Collegelato e Serravalle Non n'hai tu punto? Amici, s'egli accade Ch'egli ne porti un otro su le spalle, E' non occorre andar più per le strade, Ch'ogni gran pian ci si farebbe valle. Ma ancor non vieni a noi? Dimmi, a che bade, Oste poltrone? e tu, Nice, che fai, Che ad affrettare il tuo padron non vai?

85

Oh ben venuto! oh questo, amici, è desso: Vedete come nel bicchier zampilla? Di' tu: il rubin non gli si sbianca appresso? Canida illustre, dentro alla tua villa Fa che per me un baril si serbi espresso: E tu, Luisa, un altro me ne spilla Quando torno, e sia sempre a mia richiesta; Chè proprio è un vin da rallegrar la testa.

86

Gnaffe! che belle e nuove fantasìe Mi giran per il capo tondo tondo! Salute a voi, vaghe, leggiadre e pie Donne, splendore ed allegrìa del mondo: Ma non saluto mica le restìe, E le nimiche del vino giocondo; Saluti quelle, e tessa lor la lode Barbuto becco che i tralci si rode.

87

Ma mentre che si beve e si divora Saporito prosciutto e mortadella, Dicci, Simona, e trai di petto fuora Qualche leggiadra tua grata novella. Ed ella: Ho la memoria traditora; E ad alta voce il suo marito appella, E dice: Narra lor quel che successe Jerlaltro al nostro dicitor di Messe.

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Ed ecco l'oste; e della mensa piglia Il primo loco per farsi sentire, Ed aggruppa sul primo un po' le ciglia, Si gratta il capo, e comincia a tossire, E sputa e si distende ed isbadiglia, Poi dice: Un prete da pavoli e lire Faceva da curato, ed al meschino Piacevan troppo le femmine e il vino.

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Or s'accese costui fuor di misura D'una ragazza, detta la Giannotta, A cui pensava assai più che alla cura; E in fatti ell'era valente e pienotta, E bianca come fresca provatura. L'occhio passato avrebbe un petto a botta, Tanto era vivo, e col capo ricciuto Avrebbe un uomo morto rïavuto.

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Talchè pensate voi come il buon prete Ne restò preso, e come ne fu guasto. Pareva un merlo involto nella rete, O un pettirosso sul panion rimasto: Non più diceva vesperi e compiete, E il giuro fatto a Dio di viver casto Riposto avea tra le cose scordate, Scandalizzando tutte le brigate.

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Ma la Giannotta semplicetta molto Dell'amore di lui mai non si addiede; E per quanto ei con lo scalmato volto Della fiamma del cor facesse fede, E mostrasse d'avere i bracchi sciolto Per sua cagion, nè più reggersi in piede, Credendo ella che amor ciò non si fosse, A pietade per lui mai non si mosse.

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In questo mentre che il prete sospira, E la Giannotta pensa che rifiati, Ecco un villan che alle sue nozze aspira, Il più ricco di questi vicinati. La chiede al padre, ed ei non si ritira; Anzi come uomo avvezzo ne' mercati, Glie la dà; perchè donna ed animale D'uopo è spacciare, o ti capitan male.

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Il suo nome era Aniello dalle Fosse, Grosso di corpo e di sottil cervello. Nè a lui dispiacque che semplice fosse Quella ragazza; e datole l'anello, Sì fattamente e bene il pesco scosse, Che frutto non restò su l'arboscello. Ma in questo mentre tratto a litigare, Gli bisognò fuori di casa andare.

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Venuto dunque il giorno stabilito, A sè la chiama, e le dice: Giannotta, Tardi sarò dal giudice spedito, E Dio voglia non sia nella malotta. Ma perchè tu ti cavi l'appetito, Tutto ti do, fuorchè la carne cotta. Eccoti grano, vino, e quanto c'ène: Rimanti in pace, e voglimi del bene.

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La Giannotta rimase come matta Per qualche giorno, e non voleva udire Nè veder chi che sia, neppur la gatta; Ma come per proverbio sogliam dire: Occhio non vede, e cuor non s'arrabatta, L'affanno cominciossi a impiccolire; E in pochi giorni, d'afflitta ch'ell'era, Ritornò lieta e d'assai buona cera.

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Don Prisco intanto (che così del prete Il nome egli era) perdere non volle L'occasïon di far sue voglie liete; Che un duro impedimento gli si tolle, Dico Aniello, più grosso d'un parete. Vanne a lei dunque, e con discorso molle E pieno di dolcezza la consola, Perchè il marito l'ha lasciata sola.

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E tornando ogni giorno, alfin s'accorse Ch'ella era pregna; e come tristo egli era, Della fortuna che Amore gli porse, La man distese nella capelliera, E disse: Oimè, Giannotta, e che t'occorse? Ed ahi! quale io ti veggio questa sera? Certo che Aniello, il tuo dolce marito, Egli è una bestia, o qualche uomo impazzito.

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E la Giannotta a lui: Perchè, messere? Perchè t'ha abbandonata, e s'è partito, Quando di lui n'avevi più mestiere, E a cintola dovea starti cucito. Indi soggiunse: O ve' che bel piacere E' sarà il tuo, quando avrai partorito, Quando prendendo il figliuolino in braccio, Lo vedrai monco e con mezzo mostaccio.

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Io stimo che morrai di crepacuore In veder che gli manca un labbro e il mento, E che del ventre gli usciranno fuore Le budelline, e si morrà di stento: E ciò per colpa del suo genitore. E la Giannotta a lui: Oh Dio! che sento? E ne' capelli ficcate le mani, Se li strappava tutti a brani a brani.

100

Allor don Prisco le disse: Sorella, Non ti sciupare, che c'è tempo ancora Da raggiustarlo e far l'opera bella, Dove da tutti bene si lavora, Nè ingegno od arte si richiede in quella. La Giannotta a tal voce si rincora, E dice: Prete, che rimedio è questo? E se può farsi, facciamolo presto.

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Disse don Prisco: Dolce figlia mia, Altro ci vuole che biacca e cerotto, Acciò che intero il tuo figliuolo sia. Ma qui dell'oste il favellar fu rotto, Tante s'udivan voci per la via: Onde ciascuno senza fargli motto Lasciò l'oste, la mensa, e quanto v'era, Per di tal fatto aver contezza vera.

102

E vedono che sopra lo sparviere Stassi il buon vecchio, e seco ha Ricciardetto Con la sua dilettissima mogliere, Ed un altro leggiadro giovinetto, Ricolmi tutti d'un sommo piacere. Già lungi poco son dal regio tetto; Ed ecco sopra la loggia reale Posa il piede l'augello, e stringe l'ale.

103

Or chi può dir come s'affolla e corre Il popol tutto per saper la via Che il vecchio tenne a cavar fuor di torre I regj sposi? e chi può dir qual sia Il gran diletto che in ciascun trascorre? Già tutto il fior dell'alta baronìa S'è ridotto a palazzo, e Ricciardetto Ciascun si stringe dolcemente al petto.

104

E si propala che pel dì venturo Saran giostre e tornei, e feste e balli. Già coperto d'arazzi è ciascun muro, E il suono delle trombe e de' timballi Rimbomba allegro per ogni abituro. Danno nitriti i fervidi cavalli, E i cavalieri omai non veggon l'ora D'armarsi, e uscire alla battaglia fuora.

105

Ricciardo intanto con la sua Despina Gode, e ringrazia Amore ogni momento; E fattala vestire da regina, Sul trono seco s'asside contento: E tutto quanto il popolo l'inchina, E lor pregan di cuor cent'anni e cento; E tante sono le festive voci, Che del Nilo potrìan sembrar le foci.

106

Felici amanti, a voi di verde persa Torni Imeneo adorno il biondo crine; E sia di dolce umor tutta cospersa Sua bella face, e mai non venga al fine; E l'aspra gelosìa per lui dispersa Non mai vi punga con sue fredde spine; E sia di tanto vostro amore e fede Bellissima di prole ampia mercede.

107

E se all'interno guardano i mortali, Spero di trovar grazia appo di voi; Chè le vostre fortune e i vostri mali Cantai di genio: e se non colsi poi Nel segno, fu che le mie forze frali Giunger non ponno a celebrar gli eroi. Ma l'animo gentil sempre pon mente Al buon cuor di chi dà, non al presente.

FINE

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