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Il Ricciardetto, vol. II

Volume 2 — CANTO DECIMOSETTIMO

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ARGOMENTO

Il conte Orlando è fatto prigioniero. Rinaldo la spelonca empie di strazio; Ascolta di Clarina il caso fiero. Ferraù dice: Domin, ti ringrazio. Il finto cieco per lungo sentiero Con un bastone gli suona il prefazio. L'oste con un guerrier forte si sdegna, Perchè gli ha fatta la mogliera pregna.

1

Tra i benefizj che ci ha fatti Iddio, Non è mica il minor quello del vino; Anzi forse è il migliore al parer mio; Chè fa l'uomo di misero e tapino, Felice e lieto, e lo colma di brio: Ma non bisogna poi beverne un tino, Nè sempre star col fiasco e col bicchiere, Nè fare in questo mondo altro mestiere.

2

La moderazïone in ogni cosa Ci vuole, e chi non l'ha convien che sbagli; Chè la virtude nel mezzo riposa, Ed ha di dietro e davanti i serragli. Se questi passa, l'opra è vizïosa. La sofferenza è virtù ne' travagli; Ma il non sentirli punto ella è sciocchezza, Sentirli troppo è segno di vilezza.

3

In somma, per tornare al mio discorso, Chi beve troppo diviene una furia; E chi ne beve solamente un sorso, Ei fa a sè stesso e alla natura ingiuria: Ma chi beve per dar dolce soccorso A sè, che prova di forze penuria, E non trapassa i limiti del giusto, Quegli ha cervello, e beve di buon gusto.

4

Chè non è così barbaro omicida Colui che tolga ad un altro la vita, Come quegli che sua ragione uccida, O faccia sì che rimanga impedita; Tal che di lui la brigata si rida, Mentre traballa nella via più trita, E sgrigna, e mal gestisce, e mal cicala, Ed ogni suo segreto altrui propala.

5

Se a me toccasse a maneggiar la torta, Vorrei far a' brïachi un tristo gioco: Parlo di quei che a posta voglion morta La ragione, e la voglion per sì poco: Che se talora un qualche caso porta Che un generoso vino e tutto foco, Non volendo, ti burli, in caso tale Sare' indulgente, e non ti fare' male.

6

Ma chi d'ubbrïacarsi ha per costume, Vorrei far porre dentro una barchetta, Ed obbligarlo in vita a star 'n un fiume. Dove bevesse sempre l'acqua schietta. Ma chi pensa a tai cose? o chi presume Porger salute a questa parte infetta? Anzi si loda, non che si condanna, Chi un fiasco a una tirata si tracanna.

7

Se il conte Orlando avesse resistito Con maggior senno alla voglia del bere, Or non si troverebbe a mal partito In mezzo a quelle marmagliacce nere, Che incatenato a guisa di bandito Condotto l'hanno con suo dispiacere Avanti al signor loro, uomo crudele, Che si mangia i Cristiani come mele.

8

E perchè detto gli hanno il volo strano Che fece fare ad un di loro schiatta, Vuol gli si mozzi l'una e l'altra mano. Pensate voi se il conte si arrabatta, E se di cor bestemmia l'Alcorano. Però lo chiude in una casamatta, Ed ordin dà che nel giorno seguente Si venga al taglio irremissibilmente.

9

Ma lasciamlo un po' stare in Domo Petri, Che in questo modo metterà giudizio; Chè alcuni casi spaventosi e tetri Bastano più per tôrre altrui di vizio, Che dotti scritti, o sieno in prosa o in metri; E torniam, se vi piace, a precipizio A quell'orrido bosco e a quella grotta Ove tanta genìa s'era ridotta.

10

Rinaldo vide, se ve ne sovviene, Alzare un sasso, e quindi penetrare Nella caverna, dove in pianti e in pene Era una giovinetta in fogge amare, Un soldataccio di quadrate schiene, Che con gli altri andò subito a mangiare: Ond'egli senza più tenersi a bada, Passa fra loro con la nuda spada;

11

E senza nulla dire, incalza e fere Più presto d'un baleno or questo or quello; E va mischiando col mangiare e il bere Di morti e di feriti un gran macello. Altri col fiasco in mano e col bicchiere Si muore, ed altri in qualche atto più bello. Ve ne fu uno che mangiava un pollo Con sommo gusto, ed ei mozzògli il collo.

12

Vista crudel! correa per la spelonca Misto il sangue col vino, e su la mensa Più d'una testa e d'una mano tronca Giacea su' piatti. Oh quanto mal si pensa Dall'uom, che mentre più s'allegra e cionca, E il tempo in gioco ed in piacer dispensa, E crede che la Morte stia a dormire, Giusto in quel punto ella lo fa morire.

13

Uccisa e spenta quella razza infame, Corre Rinaldo a scioglier la fanciulla E il bel garzone, e dice: O delle dame Gloria ed invidia, io non ho fatto nulla In paragon di quel che fare io brame Per voi, di cui sebbene si trastulla La rea Fortuna che i tristi accarezza, E odia i buoni, e sempre li disprezza;

14

Per Dio vi giuro (e rotò il brando in aria) Che questa volta resterà delusa Quella buffona che sì vi contraria. Lo guarda in volto timida e confusa La giovinetta, e di color si varia; E a cenni l'opra inopinata accusa Per cagion s'ella tace, e se duol sente Di non gli dir ciò che racchiude in mente.

15

Quando il garzone a lui disse: O guerriero, Che a fare opere grandi avvezzo sei, Chè sì gran fatto esser non può il primiero, Meco costei riprender tu non dêi Se a benefizio così bello e intero Finor tacemmo; chè il rispetto in lei Chiuse la bella bocca, e a me la chiuse Lo splendor che la stessa opra diffuse;

16

Chè un uomo solo non potea far quello Che tu facesti, ancor che in armi esperto; Ond'è ch'io penso che tu del più bello Cerchio, ove Dio di sua luce è coperto, Un Angel sia; e a rompere il flagello Che ambidue per un anno abbiam sofferto, T'abbia mandato quel pietoso Sire, Per non ci far sì miseri morire.

17

E mentre egli sì parla, gli si getta A' piedi, e con le sue candide mani Stringendo glie li va la giovinetta: Onde Rinaldo fe' degli atti umani, E si turbò nella parte imperfetta, E rallegrossi come fanno i cani. Ma il giovin se n'accorse, e la mogliera Tirò da parte con buona maniera.

18

Poi disse: Usciam, signore, se v'aggrada, Di questo avello, a rimirar la luce. Usciamo pur, disse Rinaldo, e vada Il vecchio avanti, che mal si conduce, Acciò che il sostenghiam, caso ch'ei cada. Ed a quel foro, onde l'aria traluce, Sen vanno; e come posson, per lo stesso Escono fuora l'uno all'altro appresso.

19

Già già le cose che di negro asperse Avea la Notte, e lor tolto il colore, Alle sembianze prime eran riverse; Tornato a' gelsomini era il candore, E nella vaga lor porpora immerse Eran le rose: in somma uscita fuore Era già l'Alba; onde disse Rinaldo: Camminiam, prima che si faccia caldo;

20

E per vïaggio in bella cortesìa Ditemi i casi vostri e chi voi siete Colpa sarebbe di gran villanìa, Disse il garzone, e da genti indiscrete, Se avessi l'alma in piacerti restìa; Però ti dirò il tutto. Con sua rete, Con quella onde Amor prende uomini e Dei, Prese ei questa fanciulla e me con lei.

21

Di quest'isola illustre e smisurata Stanno a Ponente due belle isolette: L'una d'esse, ch'è mia, l'Aspra è chiamata Per sue genti feroci e in armi elette; L'altra, che a questa par quasi attaccata, Detta è la Bella, perchè vaghe e schiette Vi nascono le donne: e da costei Puoi veder se son veri i detti miei.

22

Ella nacque in quell'isola signora, Per maestà regina e per bellezza: Ivi comanda, e il popolo l'adora. E benchè cinto il core di durezza Odiassi amore, e ognun che s'innamora, Pur ebbi di vederla un dì vaghezza. Però vestito da vil barcajuolo, Nell'isola passai segreto e solo;

23

Quindi nella cittade: ma per molto Ch'io m'aggirassi intorno a sua magione, Non potei mai vedere il suo bel volto. Pur tanto m'adoprai, che da un garzone Che la serviva, a ben sperar fui vôlto; Perch'ei mi disse, che al nume Macone, C'have un gran tempio alla cittade appresso, Solea per venerarlo andare spesso:

24

E che il giorno seguente senza fallo Andata vi sarebbe in compagnìa Delle sue donne, o a piedi od a cavallo, Come andato le fora a fantasìa; Ovvero in un bel cocchio di cristallo Bello così, che la vista ricrìa. Ciò detto, ei si diparte; ed io mi resto, Pregando che quel dì giungesse presto.

25

Era nella stagion quando ogni cosa S'allegra, e ride il ciel, la terra e il mare, E regna Amore e Vener grazïosa, Che i cori sforza a dolcemente amare. Ama il lïone e la tigre rabbiosa, E la vacca d'amor s'ode mugghiare; Aman gli augelli e i pesci; e chi non sente Fiamma d'amore è morto veramente.

26

Quando su l'apparir del dì novello Dal palazzo reale io vidi uscire Questa, che mio piacere e vita appello, Vicino a cui non potrò mai morire. Disciolto aveva il biondo suo capello, Vestita d'un color che non so dire; Perchè mutava aspetto, come suole Il collo de' colombi in faccia al Sole.

27

Giuno così forse si veste in cielo, Quando si asside a mensa con gli Dei. Le pendeva dagli omeri un bel velo Che le arrivava quasi insino a' piei, Di fior trapunto, e le foglie e lo stelo Eran di perle e d'oro, e tanto bei, Che per mirarli fui talor sì stolto, Che tolsi qualche sguardo al suo bel volto.

28

La vidi appena, che il mio cor di pietra, Anzi d'acciajo, ovvero di diamante, Si ruppe, e fêssi in polve (sì penétra Fiamma d'amore), e ne divenni amante. O dolci strali! o soave faretra! Benedico quel giorno e quell'istante Che fui ferito, e sol provo dolore Dei dì che vissi sano e senza amore.

29

Torno in fretta a mia casa, e la domando In moglie, e m'è concessa volentieri. Vivemmo allegri pochi giorni, quando Siam fatti all'improvviso prigionieri Dai ladroni di mar, ch'ivano errando Tra i nostri boschi per gran fronda neri; Che ci tenevan da più giorni traccia, Per depredarci in tempo della caccia.

30

La nostra gente per darci soccorso Radunossi, ma indarno; chè siam posti Già su le barche, che spedite al corso Givan volando inverso i lidi opposti: Ma da tanta ira il core lor fu morso In rimirarci a tal miseria esposti, Che su legni spalmati a remi e a vele Ci prese a seguitar presta e fedele.

31

Clarina (che così questa si appella) Stava sopra una, ed io sopra altra barca, Sempre gemendo come tortorella Che sola d'uno all'altro ramo varca, E il perduto compagno a sè rappella. Ed io nel veder lei sì piena e carca D'affanno, mi sentìa più che morire: E tu m'intenderai senza più dire.

32

In questo mentre la fortuna e il vento Furon tanto benigni a' miei navigli, Che quasi ci arrivaro in un momento: Onde non lungi ad uscir di perigli Provava nel mio cor dolce contento; Che da' rapaci e furibondi artigli Di quelle arpìe io mi vedea vicino Ad esser tolto, ed a mutar destino.

33

Quando la fusta, che portava via La mia consorte, par che metta l'ali; Così leggiera e rapida fuggìa. La mia non già; chè men forti i corsali Eran di quella, e assai più vil genìa: Ond'io son tratto fuora di que' mali, Dico, son liberato; ma frattanto Clarina mia più non mi veggio accanto.

34

Affretto al corso i miei; e non è Dio O Ninfa in mare, ch'io non preghi umìle, Acciò che sien benigni al mio desìo: Ma la fusta nimica è sì sottile, Che fugge avanti al lento correr mio. Pur me le accosto alquanto, e grido: O vile, O perfida canaglia! o m'attendete, O scampo a vostra vita non avrete.

35

Quand'io veggo (ahi crudele orrenda vista!) Il bell'idolo mio tratto alla sponda, Coperto il volto, e in foggia umile e trista, Ed un che con la spada furibonda Le mozza il capo: il che se il cor m'attrista, Anzi in un mare di dolor m'affonda, Tel puoi pensare; ma neppure io voglio Che tu pensi, signore, a tal cordoglio.

36

Ciò fatto, il tronco busto all'acque getta, Che intorno a sè le tinge di sanguigno; Poi segue il corso suo come saetta. Io giungo pieno di voler maligno Contro me stesso, cui il morir diletta; E visto il bel cadaver, di macigno Rimango, e indietro fo volger le vele Per seppellir la sposa mia fedele.

37

Tornato all'isoletta tutto affanno, Sepolta lei, penso a morire anch'io. Ma un vecchio schiavo, che del proprio danno Ebbe timor, mi disse: Se del mio Viver tu m'assicuri, un tal inganno Ti scoprirò, che muterai desìo Di morte, quando l'udirai in effetto. Ed io ciò che mi chiede gli prometto.

38

Ed egli: Hai da saper che tua consorte Quella non è che per morta deplori; Ma un'altra donna ebbe sì trista sorte, Bella ancor essa, ed atta a' dolci amori; Ma brutta appo la tua, come la Morte: E fecer ciò per togliere i timori Che di te concepiro i miei compagni. Però vedi, signor, se a torto piagni.

39

E questo io so, perchè intesi il consiglio De' miei, che fu di travestir colei Co' panni della tua, e nel periglio Quel fare che fu fatto; ma gli Dei, Che volsero finor benigno il ciglio Su' casi tuoi e su' casi di lei, Temo che quando sarà giunta a riva, Non avran forza di serbarla viva.

40

Perchè nostro costume, antico molto, Egli è, scampati da strana ventura, Dopo tre giorni dentro un bosco folto Uccidere una donna (la più pura Che sia fra l'altre, e ch'abbia in sè raccolto Più di bellezza) nella notte oscura; E questo uffizio di farla morire A me toccava, che di lor son sire.

41

Onde, se di camparla hai brama ardente, Me rilascia co' miei, e viemmi appresso; Ch'io giunto là, tal cosa volgo in mente Da non cadere in così grave eccesso. Così disse lo schiavo, ed è il presente Vecchio ch'or vien con noi dagli anni oppresso. Io gli credo, e lo lascio dipartire; Indi lo seguo conforme il suo dire.

42

In un giorno egli giunse alla riviera, Di che ne fêro i compagni gran festa; E la consorte mia per l'altra sera Destinaro condurre alla foresta, Ed ammazzarla alla loro maniera: Maniera dispietata, ed era questa: Ferìano il ventre sopra la gonnella Di quella infelicissima donzella.

43

E come allora che co' figli al fianco Sbrana la leonessa alcuna vacca, Che qual dal dritto lato e qual dal manco De' leoncini al suo ventre s'attacca, E il piccol dente estremamente bianco Nelle interiora sue voglioso intacca, E a sè le tira; così quella gente Far soleva alla vittima innocente.

44

Giunta la sera, quest'uomo da bene Si pone entro un recinto fatto a posta Con costei condannata all'aspre pene: E mentre fa preghiere, e mostra esposta La sventurata al colpo, e che trattiene La gente dal recinto ben discosta, Uccide zitto zitto una vitella, E in un sacchetto ripon le budella:

45

Indi sotto le vesti immantinente Le asconde della donna; e un fazzoletto Nella manica tien celatamente Tutto grondante di quel sangue schietto; E mostra col coltello veramente Ferirle il collo e trapassarle il petto; E col sanguigno lino si diporta In modo tal, che fu creduta morta.

46

Poscia col ferro stesso il finto ventre Recide, e le budella scappan fuora. Corre la gente allegra, acciò la sventre; Ed io meschino in quel punto, in quell'ora Giungo nel bosco; anzi vi giungo mentre Il popol le interiora si divora. Pensa, signor, com'io restai confuso A vista sì crudele, a sì fiero uso.

47

E disperato fo comando a' miei Che assalgan que' malvagi; ma nessuno Più non si vede. Ond'io là drizzo i piei, Tacito e sconsolato all'aer bruno, Ove pensai trovar morta costei; Ma il buon vecchio riveggo, e senza alcuno Che lei lava dal sangue, e me la rende Viva dopo cotante aspre vicende.

48

Il dì di poi ci perdemmo nel bosco, Nè d'uscire trovammo più la via; Talchè in quell'antro tenebroso e fosco Entrammo a caso per fuggir la ria Stagione, e i serpi dall'orribil tosco; Quando d'empj ladroni aspra genìa Un giorno all'improvviso ci vien sopra, E a farci schiavi quanto può s'adopra.

49

Dopo lunga difesa e strage molta Cediamo al fato, e rimanghiam prigioni. Quanto soffrimmo poi dal dì che tolta Ci fu la libertà da quei ladroni, Dir non ti posso. E a lui Clarina vôlta, Disse: Signor, deh tronca i tuoi sermoni, Nè favelliamo più del mal passato Sciolti e contenti, e a tal campione a lato.

50

E perchè il caldo egli era assai cresciuto, Mercè che a mezzo il cerchio il Sol giunto era, Dove il bosco più spesso era e fronzuto, Si fermaro vicini a una riviera; Dove, fatto lor prima un bel saluto, Un villanello di buona maniera Diè lor dei fichi ed altre dolci frutta, Che rallegrò la brigatella tutta.

51

E richiesto di dove egli veniva, Rispose che abitava ivi vicino, Dov'era la cittade che ubbidiva Al re Grandonio, detta Sadolino. Disse Rinaldo, se parlar si udiva Là fra lor d'un famoso paladino. Rispose: Se ne parla; anzi domani Fama è che se gli mozzino le mani.

52

Rise Rinaldo, e disse: A questa festa, Se piace al ciel, mi vo' trovare anch'io. Ma perchè non gli tagliano la testa? Ch'egli è un guerciaccio, nimico di Dio. Così fingea per non far manifesta Col dolor sua persona, e il destin rio Via più instigare sul misero conte; Perchè disgrazie e spie sempre son pronte.

53

Or mentre sedon questi alla fontana Aspettando che l'aria si rinfresche, Torniamo a Ferrautte, a cui par strana Cosa in vedersi tra genti Francesche Da un'isola portato sì lontana, Senza ch'egli ritrove e che ripesche Chi gli fe' tanta grazia; ed ammirato Quel più rimane nel vedersi armato;

54

E dice: Affè non Tobbia o Gabriele Son stati, oppur Francesco od Agostino, Che m'abbian tratto fuor del mar crudele; Ch'io sono un furbo tinto in cremesino. Ma non intendo perchè mi si cele Chi mi diede soccorso, e tal cammino Mi fece fare oltre ogni umana speme: Onde d'un qualche demonietto teme.

55

E tra questi pensieri il cammin prende Verso Parigi; e dopo alcune miglia, Da varia gente che riscontra, intende Come Carlo per Spagna il sentier piglia; Chè Alfonso oppresso da' Mori l'attende. Ond'egli allenta al corridor la briglia Per trovarsi più presto a Carlo appresso. Ed offerirgli di buon cuor sè stesso.

56

E frattanto s'immagina, anzi crede Che Malagigi l'abbia lì condutto Con la tanta virtù ch'egli possede; E si lusinga ch'ei diragli il tutto La prima prima volta che lo vede; O almen ne caverà tanto costrutto Che basteragli: e mentre così seco Discorre, incontra un poverello cieco,

57

Che in carità gli domanda una piastra; A cui rispose Ferraù: Va in pace, Chè asciutto sono assai più d'una lastra. E il cieco a lui: Deh guarda, se ti piace, Nella saccoccia, e il tuo borsello castra; Altrimenti sarò sì pertinace Nel seguitarti, che ovunque anderai, Me così cieco sempre al fianco avrai.

58

Ferraù ride, e sprona il suo ronzino; E dopo un lungo e rinforzato trotto Si volta a dietro, e si vede vicino Il cieco che lo segue chiotto chiotto. Perchè gli dice: Orbaccio malandrino, Se più mi vieni appresso, io ti forbotto. Il cieco a questo dire alza il bastone, E glie lo mena sopra del giubbone.

59

Ferraù che si sente maltrattare, Dà di mano alla spada, e lui percuote; Ma il cieco col suo bussol da accattare Si copre, e le percosse sue fa vuote; Ed intanto lo segue a bastonare, Tal ch'ei si tinge di rossor le gote Per la vergogna di dover morire Così vilmente; onde gli prende a dire:

60

O cieco, tu, che gli occhi hai nelle mani, E nel bastone che non falla mai, Lasciami stare, e dà fastidio ai cani, O a quegli che ti vogliono dar guai. Io son senza danari; onde son vani I voti tuoi, e s'ingannan d'assai: E mi potresti batter tutto un mese, Che non ti potrei dar pure un tornese.

61

Fermossi il cieco allora, e disse: Frate, T'ho bastonato per correzïone, Chè m'è nota la tua iniquitate. Tu sei e fosti il più tristo e briccone Che abbia o avesse mai alcuna etate. Le mani al volto Ferraù si pone In sentirlo parlar di tal maniera, Chè gli par poco la sola visiera.

62

In questo mentre il buon cieco ripiglia La solita figura, e più benigno Gli parla, e dice: A me volgi le ciglia, Ch'io non son, come credi, uomo maligno; Ma sono un della nobile famiglia Di quei di Montalbano; ed or m'accigno Al tuo favore ed al favor di Carlo, Chè fra tutti è ben giusto d'ajutarlo.

63

Quando s'accorse il mesto Ferrautte Che il finto cieco Malagigi egli era, Che gli batteva addosso il solreutte, Oh, disse, figurino di galera, Già che ti muti nelle forme tutte, Che ti possi mutare avanti sera In un sacco di paglia o ver di fieno, E un fulmine dal ciel ti colga in pieno.

64

E Malagigi a lui: Romito porco, C'hai tu fatto in quell'isola lontana? Ti credi tu che un fattaccio sì sporco Se lo porti di Lete la fiumana? Della tua sposa con la faccia d'orco, Di quella tua bruttissima befana Io so la vita, e so la morte ancora, E voglio dar tutta la istoria fuora.

65

A tal sermone Ferrautte inchina La faccia a terra, e sospirando il prega Che questa opera sua tanto meschina Non voglia propalare; ed ei si piega A compiacerlo, e intanto s'avvicina Al padiglion di Carlo, che una lega Poteva esser discosto, e in compagnìa Vanno facendo il resto della via.

66

Già il Sol, deposti i dorati capelli, S'attuffava nel mare e dispariva; E co' suoi raggi scintillanti e belli Espero adorno al suo partir veniva. Tacean su i rami i coloriti augelli, E dolce il bosco mormorar s'udiva Tocco dall'aure, che dal mare ai monti Volavan per lambir l'acque de' fonti;

67

Quando si presentaro i due guerrieri Avanti a Carlo e a tutto il concistoro; E fûr tante le gioje ed i piaceri, Che si mostraro quei campion fra loro, Che a dirli ci vorrìano i giorni interi. Carlo, pieno di grazia e di decoro, Non sol li fe' sedere a sè vicino, Ma li volle fin sotto al baldacchino.

68

Nè questo è maraviglia; chè i signori Quando han bisogno, fanno ancor di peggio: Dan baci e danno abbracci a' servitori, E dan lor borsa e mogliera in maneggio, E quanto essi hanno in casa e quanto fuori; Anzi di più lor fanno anche corteggio; Ma avuto il loro intento; i manigoldi Più non darìan per camparli due soldi.

69

A Ferrautte molte cose chiede Carlo d'Orlando e di Rinaldo, ed anco De' figli loro, e del mondo in qual sede Si trovino; e il romito: È assai che manco Da un'isola, signor, che ogni altra eccede Per maraviglie, dove rotto e stanco Giunsi dalle tempeste; ed è sì lunge, Che fama pur di lei qui a noi non giunge.

70

I paladini tuoi là pure spinse Lo stesso vento e la tempesta stessa. E poi con agio Ferraù distinse Cosa per cosa che gli era successa; Ma tacque, come Amor piagollo e vinse Per un demon, per una furia espressa; E disse il ratto di Despina, e come Strappossi per dolor le bionde chiome:

71

E che Ricciardo e ogni altro paladino, Chi in qua, chi in là, sopra varj navigli S'eran gittati a tentar lor destino; E che presto sperava che co' figli I due guerrieri ei si vedrìa vicino, Che tosto lo trarrebber di perigli: E intanto ei s'offeriva a sua difesa, E della Spagna e della santa Chiesa.

72

Lo ringrazia il buon Carlo, e vanno a cena, Indi a dormire: e al primo primo albore Si muove il campo e marcia con gran lena; Chè ognuno è punto da desìo d'onore. Già di Provenza in su l'estrema arena Han posto il piede, e sperano in poche ore Passar la Linguadoca, ed a Narbona Arrivar l'altro giorno in su la nona.

73

Ferraù prende il sentier di Tolosa Per avvisar quel duca e suoi baroni (Chè una figlia di Carlo era sua sposa), Acciocchè con cavalli e con pedoni Soccorra a tempo Spagna bisognosa; E camminato avea due giorni buoni, Quando in un bosco trova un'osterìa, E un cavalier che con l'oste piatìa,

74

E gli diceva: Tu m'hai preso in cambio; Chè sol qui mi fermai dall'altra sera. E l'oste a lui: Per Dio, io non ti scambio, Sei quel che passò qui di primavera. Ci stesti un mese, e poi pigliasti l'ambio, E gravida facesti mia mogliera. Tua donna non conobbi, egli riprese, E mi sembri un ingiusto, uno scortese.

75

E l'oste a lui: Tu fai come il cucúlo, Che beve l'uova della caponera, E poi si fa le sue uscir dal culo; Onde quella ingannata in tal maniera, Cova i figliuoli altrui. Furfante e mulo (Riprese il cavalier con aspra cera), Di tua mogliera non ebbi desìo; E s'ella è pregna, non sono stat'io.

76

Con le più belle e dilicate dame Che siano al mondo, ho vïaggiato a solo, Ed ho d'amore sofferta la fame. Or vedi un poco, il mio brutto fagiuolo, Che forza potea farmi il tuo tegame, Sol buono da sfamare un marïuolo. Disse l'ostiero: Io vi concedo toto; Ma il corpo di mia moglie non è vôto.

77

E si acceser parlando a tanto sdegno, Che l'oste preso in mano un gran forcone, Di forargli la pancia ebbe disegno; Ma il cavaliero avvezzo alla tenzone Lieve saltò come caval di regno; E l'oste ebbe a ferire un suo garzone, Che con gli altri garzoni immantinente A sassi lo pigliaro crudelmente.

78

E se non era che spedito e presto Fuggì in casa l'ostiero, e serrò l'uscio, Lo averebber ridotto a pollo pesto, E forse morto; chè rotto, qual guscio D'ovo, il cranio gli avrìano. Onde modesto Disse alla donna: Io di qui più non sguscio, Se non fo pace con li miei garzoni, A' quai per me dar puoi mille perdoni.

79

E l'ostessa, che bella era e garbata, Sopra di sè si prese questa pace; E perchè da' garzoni ell'era amata, Spense dell'odio la rabbiosa face, E fe' far loro una bella frittata Con un presciutto rosso come brace; E portato un boccal di vin squisito, Li pose a mensa, e vi chiamò il marito.

80

Ferraù disse: Io vo' star qui stanotte, In fin che il Sole non iscappa fuora; Chè l'osterie son meglio delle grotte, E l'acqua delle fonti e della gora È buona pe' ranocchi e per le botte: Il vino mi conforta ed avvalora. Ma di fermarsi la cagione espressa Io mi credo che sol fosse l'ostessa.

81

Vi si trattenne ancora quel soldato Che aveva preso a litigar con l'oste. Chi sia costui, dirollo in altro lato; Chè or son chiamato in parti assai discoste. Le donne e i cavalieri che sul prato Lasciai di Nubia all'aura e al sole esposte, Cenno mi fan che di lor mi ricordi, E che mia cetra anco per lor s'accordi.

82

Orlanduccio, Naldino, Argéa, Corese, E la bella Despina e Ricciardetto (Disfatto il reo castello, ove stier prese E scorticata a guisa di capretto La strega che fe' lor cotante offese) Restaro, come assai di sopra ho detto, In un bel prato con molte brigate, Che fûro tutte insieme liberate.

83

Rimasero al principio stupefatti In veder disparito quel castello; Ma poi sicuri di lor scampo fatti, Lieti a ballar si misero su quello: Poi tutti insieme al porto si fur tratti, Ove lasciaro afflitto e tapinello Il Cavalier del Pianto, e mal conciato Dal giorno che da' Mori fu piagato.

84

Questi era il genitore di Despina (Come mi penso che vi ricordiate), Che non fu sera mai, non fu mattina, Dal dì che da color gli fur rubate Le belle donne intorno alla marina, Che non mostrasse le luci bagnate Di caldo pianto: e ben ragion n'avea, Ch'egli era padre proprio d'una Dea.

85

Io taccio le allegrezze e i dolci amplessi Che fece alla figliuola e all'altre donne, E a' cavalieri pur di gaudio oppressi; E lor chiamando di valor colonne, Del grato cuore i sentimenti espressi, Con la figliuola in una stanza andonne, E lì pregolla in Cafria a far ritorno Al primo comparir del nuovo giorno.

86

E se figlia esser vuole ubbidïente, La prega non condurvi Ricciardetto, Perchè ha timore che la Cafria gente Per sua cagion non gli perda il rispetto: Che poi là giunti, quasi immantinente Farà sì che a lei venga il giovinetto, E sia suo sposo, e della Cafria erede; E v'impegna la sua parola e fede.

87

Despina a quel parlar cangiossi in viso, E parve il Sol che allora che più splende, Lo veli alcuna nube d'improvviso. Pur, come saggia, d'ubbidirlo intende, E gli dice: Signor, da me diviso Se vuoi l'almo garzon che sì m'accende Sia fatto il tuo voler; ma sappi ancora Che senza lui converrà poi ch'io mora.

88

Ed egli a lei: Tu non morrai d'amore; Ma guarda di non dirgli una parola Della partenza nostra. Assai rigore È questo, o padre; e piuttosto la gola Mi passa con un ferro, o passa il core (Rispose lui la misera figliuola), Che doverlo lasciare e non dir nulla: Ah di me come sorte si trastulla!

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Amor che fa gli amanti sospettosi, Fe' che Ricciardo alla porta pian piano S'accostò con gli orecchi desïosi Di saper lor discorsi; e non fu vano Il suo sospetto; e sì da furïosi Impeti preso fu d'un duolo insano, Che senza favellar la porta rompe, E in questi detti sdegnato prorompe:

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Così tu paghi le fatiche altrui, Ingrato, senza onore e senza fede? Guardami in volto: io sono, io son colui Che per aver la tua figlia in mercede Diedi la morte agl'inimici tui, E trassi lei dalla profonda sede Dell'avello spietato; ed oltre a questo, Te tolsi al tuo pericol manifesto.

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Che non feci per lei? Ella tel dica, E ancor ti narri quell'amor sincero, Con cui in amarla si serbò pudica; Miracolo che altrui non parrà vero. E intanto la mia vita si nutrica, Nè cede della morte all'aspro impero; In quanto spesse volte ella mi diede D'essermi sposa giuramento e fede.

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E mentre ei sì ragiona, ambidue gli occhi Fissi tiene in Despina, e non li move; E a lei, che non sa qual sorte le tocchi, Rivo di pianto da' bei lumi piove: E par che l'alma per quel rivo sbocchi, E fa di ragionar ben mille prove; Ma ell'è tanta l'ambascia che l'opprime, Che non ritrova le parole prime.

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Lo Scricca che conosce discoperto Il suo disegno, finge pentimento Del già preso consiglio; e come esperto Nocchier che il legno regola col vento, Con soave parlar cerca far certo Ricciardo del mutato suo talento, E che non partirà se non con esso. Ma quel che avvenne, udirete in appresso.

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