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Il peccato del dottore

PARTE TERZA. Donna Angioliera.

Reading edition

I.

E ora che egli viaggia, diciamo della sua vita passata, e per quali vie era capitato a Villapluvia a farvi il medico provinciale; ufficio onorevole, ma poco adatto a un amico delle muse.

Per verità non aveva mai pubblicato versi neppure sotto il velo dell’anonimo, ma un giorno il segretario lo colse in flagranti, e bastò perchè tutte le volte che si volle far credere che pretendeva cose impossibili, assurde, si dicesse che era un poeta.

Non può negarsi ch’egli non fosse sempre un po’ poeta in faccia alle cose, e che secondo il colore del sentimento, e quindi dell’illusione, come avviene un po’ a tutti, non le vedesse talora o più belle o più brutte, o migliori o peggiori; ma quello spirito di poesia l’aiutava pure a non disconoscerne il più alto e giusto valore; mentre poi (e questo era tutto a suo danno) gli moltiplicava le asprezze e le ripugnanze di quanto la vita reale ha di turpe, di volgare, e soprattutto di falso. Così, troppo urtato da realtà e da fortune contrarie, s’era generata in lui un’acrimonia accresciutagli dall’esercizio d’una professione, che egli aveva dovuto accettare come una fatalità dell’albero genealogico, additatogli da suo padre. Perchè diversi Stellini erano stati medici, e medico era pure suo padre, e disgraziatamente autore d’un’opera di patologia in molti volumi, dove egli, con un certo colore di novità, sosteneva una vecchia dottrina, non so se d’Ippocrate o di Galeno, sulla causa unica d’ogni morbo. Tale dottrina era molto oppugnata, e premendo al padre di vincere l’ignoranza o l’invidia degli avversari, si compiacque assai di notare nel proprio figliuolo un certo ingegno osservatore e meditativo, perchè vide in lui, senz’altro, il difensore nato della sua scuola. Con queste belle speranze, incominciò per tempo a fargli capire che il cercare di secondarle era quasi un dovere, per parte sua, non solo verso i suoi avi e verso l’autore de’ suoi giorni, ma anche verso la scienza, e l’umanità. Così, press’a poco, il padre del Cellini, perchè piffero del Comune, voleva pifferatore anche il figlio, che invece voleva divenire il creatore del «Perseo». Ma qui la lotta si risolvè assai più presto, e, fino a un certo punto, con la vittoria paterna.

Il giovane Fabio si trovava poco bene in famiglia. Morta sua madre, v’erano entrate donne che amavano troppo le compiacenze proprie per comprendere nel loro sollecito affetto anche quel ragazzo non nutrito del loro latte. Lo trascurarono, lo maltrattarono, lo incitarono più tardi alla ribellione. E allora a Fabio non parve vero di seguire i consigli del suo buon padre, andandosene all’Università di Pavia a studiar medicina. Ma già da un complesso di condizioni e d’impressioni penose, e principalmente dall’educazione disamorata, trasandata e malamente oppressiva, il suo carattere aveva ricevuto una piega non certo favorevole a invigorirne la volontà; il che gli nocque moltissimo quando dipoi la trovò meno forte delle seduttrici passioni e della fortuna contraria.

Quanto a quegli studi non vi s’era piegato per sola abitudine di molle arrendevolezza, o per solo desiderio d’uscir di casa, ma anche perchè un certo amore, dirò così, lucreziano, fatto di curiosità scientifica e di fantasia, fece supporre a lui stesso (talora siamo ingannati anche dalle nostre medesime facoltà), che fosse quella, e non un’altra, la sua vocazione. Ammirando, per esempio, i begli occhi d’una fanciulla, e restandone facilmente infiammato, egli avrebbe voluto anche scrutare il mistero di quella sintesi luminosa, la quale, raccolta nel giro d’una pupilla, può trasmettere al pensiero, alla memoria tutte le immagini visibili, può esprimere, veri o falsi, tutti gli affetti, tutte le commozioni, per poi spengersi e finire nella incoscienza e nelle tenebre del sepolcro. Queste segrete cose, più che le esterne e palesi, accendevano la sua fantasia giovanile, e davano quasi un accento lirico alla sua curiosità e alla sua ammirazione. L’una e l’altra erano in lui così vive, che potè vincere, applicandosi a quei terribili studi, lo schifo e la ripugnanza dei morbi infiniti di cui è preda la carne umana, e potè sentire qualche palpito di cruda ma grande poesia anche in presenza dei marmi anatomici sparsi di bruttura e di sangue. Se non che venne il giorno in cui s’accorse che il profitto dei suoi studi, non quanto alla dottrina che per essi accrescevasi sempre più, ma quanto alla cognizione bene accertata del vero, era troppo sproporzionato al travaglio grande, e alla fatica erculea che gli costava. Per ogni menomo acquisto nel campo della verità indubitabile, l’artista che in lui prevaleva di tanto al medico, e che non aveva la calma del freddo sperimentatore, doveva fare la più penosa violenza alla sensibilità delle sue vivissime fibre, alla mobilità d’un’immaginazione troppo calda e troppo attiva riproduttrice d’ogni genere d’impressioni; doveva quasi togliere i petali alla bellezza che tanto l’affascinava, per disingannarsene l’occhio, non vedere se non la materia umana infetta, o disgregata; e infine restare sempre, di fronte al mistero essenziale in cui tutte le cose son radicate, nelle stesse tenebre, o nella stessa ignoranza di prima. L’artista avrebbe voluto giungere a un lume, in cui anche il medico avesse potuto ben chiarirsi la vista, e fondare la propria fede certa e sicura, poichè questa fede occorrevagli sopratutto; e invece più la cercava, con le indagini e con lo studio, e più gli sfuggiva. Vedeva anche i più dotti tra i suoi professori essere talora sviati dal loro troppo sapere come ciechi che vanno torto, credendo d’andare diritto. Per esempio il clinico infondeva ne’ suoi scolari la certezza che i guasti occulti di quel povero moribondo non erano diversi, nè stavano in altro modo da quello che la sua bellissima diagnosi indicava appuntino, come se agli occhi del professore quel moribondo avesse avuto la trasparenza del vetro. Poi, venuto il morto innanzi all’esame necroscopico del professore d’anatomia patologica, questo trovava sotto il vetro un indovinello tutto diverso. I giovani si compiacevano assai dell’errore del loro bravo maestro: ne ridevano, e talora anche fischiavano, come si fa in Italia. Il buon Fabio non rideva, nè fischiava; non aveva quasi più voglia di ridere dopo che s’era accertato, progredendo d’esperienza e di studi, che anche la dottrina di suo padre, per la quale egli si sarebbe fatto ammazzare nel suo prim’anno di studi (egli amava suo padre, e l’aveva riputato quasi infallibile) era anch’essa, in gran parte, un’architettura tutta mentale con grandi apparenze di verità, ma non vera.

Così il vero che egli s’era messo in testa di ricercare in un mondo sì infinitamente oscuro e bugiardo, sì necessariamente larvato di dotte presunzioni e di belle ubbìe, era di ostacolo al suo cammino verso la fortuna, la gloria, il guadagno. Era un poeta sincero che con tutto il suo entusiasmo per il vero, per il bello, per il buono, per il sublime, si trovò alla fine de’ suoi studi universitari abbandonato alle onde del dubbio, che pur troppo era penetrato in tutte le sue convinzioni. Lo impensieriva la difficoltà d’accordare con la professione medica le sue tendenze intellettuali e morali. Amava e ammirava ancora la medicina come scienza che progredisce con tutto l’umano sapere; ma mentre la chirurgia troppo ripugnava alla sensibilità de’ suoi nervi, la medicina interna, unicamente rivolta alla cura dei sofferenti, troppo era ipotetica per lui in troppi casi: quindi lo esercitarla come professione venale gli ripugnava, come ogni cosa che, impegnando la sua coscienza e il suo valore personale, non gli apparisse afferrabile, netta, sicura come nel regno delle forme: quel regno per il quale egli, idolatra del vero, era nato.

Suo padre non riconosceva più il proprio figlio. Volendo continuare in lui le onorate tradizioni di casa Stellini, l’aveva mandato a studiar medicina; aveva creduto di farne il suo apostolo, e invece ne aveva fatto il suo oppositore!...

Un giovane, un suo figliuolo, volere insegnare a lui vecchio medico, voler confutare la sua dottrina, frutto di tanta esperienza, e di tanto studio!... Non voleva più fare il medico!... Ma perchè allora gli aveva fatto spender tanti quattrini?... perchè allora erasi laureato?...

Così esclamava suo padre, e non senza un po’ di ragione, perchè Fabio avrebbe potuto, fin dalle prime, lasciare la medicina, se i primi passi bastassero sempre a farci accorti d’avere sbagliato strada; tanto più che l’odio alle nemiche noverche di casa sua, e la sua giovanile deferenza, inculcatagli dall’educazione, e favorita da un’illusione, gliel’avevano fatta prendere e mantenere fino alla laurea quella strada con la tenacità superba che era pure nel carattere di quest’uomo leale.

Ma suo padre non lo capiva, e l’accusava di presunzione, di leggerezza, di sconoscenza; quasi lo disamava. Nel giovane era ancora una parte vivissima di fede ingenua ed intatta; quella degli affetti; e per questo contegno del padre, egli incominciò ad avere anche degli affetti una stima alquanto mediocre, facendoli dipendere unicamente da ragioni egoistiche; quindi variabili, incerti, e talora anche tristi, come quelle ragioni; e quanto più legittimi per motivi naturali e legali, e tanto più facili a divenire tirannici e ingiusti. Come tutti gli appassionati veementi, egli non vedeva spesso che un solo motivo, e non sempre il più giusto, all’opposizione che veniva fatta al suo sentimento. Da ultimo suo padre continuava a ostinarsi a volerlo medico non già per egoismo e vanità di scienziato, ma soltanto per un affettuoso e paterno pensiero del suo avvenire. Egli stesso, il figliuolo, vide la spinosa difficoltà d’aprirsi un’altra via più geniale, quando, avendo tentato di giungervi, patì le umiliazioni a cui s’espongono gli spostati, gli accattoni, e gl’intrusi. Intrigando e pregando, egli, dopo un attendere lungo, avrebbe potuto ottenere per grazia, e quasi per elemosina, quello che non poteva esigere per diritto; e non volle. Sapeva, benchè vi fosse poco disposto, di non essere un medico dozzinale, e ripugnandogli di fare altri tentativi umilianti per procurarsi un avvenire migliore, andò incontro a quello a cui la fortuna già l’aveva rivolto. Un piccolo patrimonietto tanto da assicurargli l’indipendenza, se non l’agiatezza, l’avrebbe salvato da una vita scontenta e affannosa; ma morto suo padre, non trovò che una ricca biblioteca d’opere mediche vecchie che andarono a finire nella bottega d’un rigattiere.

E chiusa la casa paterna, abbandonò la città natale, e si ridusse a vivere, come medico condotto, in un piccolo paesucolo di montagna.

II.

Non dispiacque alle donne di quel luogo, le quali vedendolo bruno di carnagione, con occhi, barba e capelli nerissimi, incominciarono a chiamarlo il medico nero. Quella sua aria così tra l’incredulo e l’indovino, irradiata spesso da un sorriso accorto e sincero, muoveva in alcune quella immaginazione muliebre che s’esalta sì facilmente, si pasce di cauti progetti, e che par sempre così sorpresa, e irresponsabile! Si dolevano di vedere un medico nero così solo nel mondo; ed egli, anche per non esserne troppo obbligato, corrispondeva loro assai generosamente. Ma dall’altro canto non poteva salvare quelle pietose donne dalla viltà accusatrice di quei luoghi angusti ed occhiuti, e viveva una vita d’inferno tra l’odio e l’amore: lettere anonime, gelosie, agguati, minacce, pugni, pistolettate, finchè era costretto a lasciare in lagrime qualche bella, e mutar paese.

Un altro guaio era la difficoltà grandissima di mantenere in quei luoghi almeno l’onestà e la dignità della professione. Non sapeva, prima d’averlo provato, fino a qual punto, e in quali e quante forme diverse, si rivelino, nelle relazioni che si hanno con la gente, l’egoismo, l’avarizia, l’invidia, la vanità, la testardaggine mulesca, la sete di guadagno, l’ipocrisia, la menzogna; e come le conseguenze di cotali passioni, che sono le bassezze della frode, e gli accanimenti dell’odio, riempiano quasi tutta la vita, che d’altronde sarebbe vuota, d’ogni più piccolo luogo, dove gli uomini hanno comune dimora. Una simile ridda di spiriti tristi, che gli s’agitavano intorno in ámbiti così rozzi ed ottusi, teneva in continua e misera lotta il dottore, il quale nulla abborriva come le risse stolte e triviali della gente che quasi se ne compiace per vanità, e per non aver altro da fare.

I grossolani signori di que’ luogucci desideravano invano che egli avesse una coscienza e una verità adattata alle loro pretese, o all’utile del Comune soltanto; nè potevano confidargli, per esempio, certi casi d’un’estrema delicatezza che qualche volta occorrono, e che si celano, per quanto si può, nel santuario delle famiglie. La loro pelle era in buone mani affidata a lui, ma anteponevano gl’interessi alla pelle, e volendosi provvedere un collega medico con cui andare più per le lisce, scaduto il termine, non riconfermavano più il dottor nero. Ben presto dunque egli s’abituò a fare il medico errante, trovando in ogni luogo le stesse cattive bestie di diversi colori, e l’inimicizia dello speziale che, con quel medico, spediva poche ricette. E in verità, facendo risparmiare ai suoi infermi le medicine, e specie le più decantate dalla réclame, egli portava un gran danno ai chimici farmacisti.

Quella parsimonia di ricette non piaceva neppure ai contadini, i quali avevano sempre molta fede nelle medicine dello speziale, come l’avevano nelle immagini miracolose, nelle reliquie dei santi, nelle fattucchiere, nei ferri di cavallo raccattati per via, e in tante altre cose promettenti fortuna, e che gli lasciavano sempre nell’indigenza.

Il dottore, entrando in quei tuguri dispersi, vedeva ora, meglio che nelle Georgiche, in Tibullo, o nel Poliziano, quale sia infine la felicità dei coloni, cioè vedeva da quale contrapposto d’orrende miserie sorga e si spieghi ai nostri occhi la bella vita dei campi, nella veste varia delle stagioni; le quattro cantiche dell’eterno poema annuale.

Vedeva quei cultori, non vispi e rubizzi, ma presto sopraggiunti da una precoce vecchiaia, nè aventi altro conforto che le preci cantate in comune, e le sbornie domenicali. A primavera, coi pochi quattrini avuti, a frutto più o meno avaro, dal prete o da altri, emigravano. Non di rado l’uomo duro come la sua fortuna, non dava più notizia di sè nè ai vecchi genitori, nè alla donna lasciata incinta, e capace talora (se non ricorreva all’infanticidio) della più eroica virtù. Vedeva donne lasciate sole dal marito, le quali senza maledire nessuno, con quella fede nel soccorso di Dio che infonde nei miseri la mitezza della rassegnazione, bastavano a nutrire due o tre bambini con poche lire mensili strappate da mano avara col più ingrato sudore. Ma i disagi sempre sofferti sformavano il corpo anche delle più belle, l’aria lungamente invernale della stalla, la continua fatica, il cibo scarso della polenda sciocca e anche guasta, riducevano non poche di quelle fanciulle e di quelle spose simili a immagini esangui di cera, anemiche, pellagrose, dementi. Allora ascrivevano a fortuna il non essere rigettate dai poveri spedali di quei luogucci, e vi morivano, dopo aver sognato anche loro la costante affezione d’un uomo, e il loro tepido nido. Il nido era deserto, e il dottore qualche volta non vi trovava neppure un panno per riparare dalla prim’aura rigida della vita il nuovo affamato che veniva alla luce, erede della disperazione paterna.

A tanta miseria s’accompagnava naturalmente il più florido sudiciume, generatore di bolle, pùstole, rogna, vespai, e altri mali schifosi, che poi il medico nero doveva vedere e curare. Quelle ammorbate villane non si tuffavano mai tutte quante in un copioso lavacro come invano raccomandava il medico nero, ma preferivano di mantenere, quasi religiosamente, la loro immondezza dalla culla al sepolcro. Il dottore, che non entrava in quelle casupole, nè si tratteneva a quei luridissimi letti, senza superare una grandissima ripugnanza, ammirava poi quanta sia la forza dell’abitudine, che può rendere sì domestico e familiare anche il sudiciume! Quei poveri contadini abituati a portarlo addosso, non ne ricevevano alcuna molestia, nè avvertivano le pestifere esalazioni della spazzatura avariata o stantìa, nè del concime fermentante di cui circondavano, quasi con amore, la loro orrida tana. Quel putridume lì intorno all’uscio, rappresentava ai loro occhi un tesoro, perciò, non potendoselo chiudere nel cassetto, o nella cassa forte, non se lo volevano allontanare da casa, come raccomandava il medico nero; e morivan di tifo.

Era impossibile persuaderli. — Oh! — dicevano — è troppo delicato il medico nero! dice che la salute è l’unico nostro patrimonio, ma ci si può badare noi poveri, che ne facciamo continuo getto in tanti stenti e tante fatiche? Che c’importa a noi di questa vitaccia, quando la morte sola può darci il riposo, e il premio promesso dalla nostra santa religione!

Per questa speranza consolatrice, in quelle campagne solinghe, il prete era più ascoltato del medico.

Quell’uomo tonsurato, vestito tutto di nero, che portava, con umiltà e dignità, i paramenti sacerdotali, assolveva dai peccati, che benediva le case e le terre, custodiva il corpo del Signore e i misteri della rivelazione, non parlava mai invano a quelle plebi rurali, dove non erano ancora apparse, ai tempi della gioventù del dottore, certe anomalìe di emigranti ritornati al paese increduli, beffardi, riottosi. Allora invece ascoltavano tutti con fede e con suggezione la parola del parroco bandita dal pergamo o dall’altare. Allora tutti gli davano il loro obolo volentieri, o per ornare di nuove immagini i poveri altari, o per erigere un campanile più alto di quello dei villaggi vicini, o per acquistare nuove e grandi campane perchè ne giungesse il suono lontano: grandi si volevano, se no l’obolo si negava.

— Ve le farò venire grandissime — diceva il parroco allargando la braccia — e benedette dal Papa.

Essi eran contenti, e dimostravano con tale zelo per le cose del culto un bisogno spirituale non meno imperioso di quello della polenda: perciò quegli agricoltori ascoltavano e riverivano il prete assai più del medico nero.

III.

In mezzo all’urto continuo, e spesso troppo violento, di tali ottusità, e di tali contrarietà, il dottore non faceva una bella vita, e, come ho detto, doveva spesso ambulare.

Così verso i 35 anni, capitò, dopo lungo vagabondaggio, a Riva di Lago, grosso paese in riva a un laghetto verdastro: bello il luogo, ma triste per la sua angustia tra le montagne, e inospitale se altro mai.

Que’ paesani erano la più parte possidenti e mercanti arricchiti in America, attaccati all’interesse come i denti d’un cane famelico alla fortuna d’un osso, ma ambiziosi di sfoggiare talora nelle loro aristocratiche mogli un lusso vistoso. Gente furba e taccagna, non aprivano mai al forestiero l’uscio di casa, e al dottore soltanto quando ci avevan qualche malato. Non c’era verso dunque ch’egli trovasse a Riva una qualche cura geniale, e questa mancanza, quegli usci chiusi, quella diffidenza scortese, quelle montagne così a ridosso gli facevano sentire vie più il peso della solitudine, con la conseguenza diretta d’una brama più frequente e più intensa d’affidarsi a una buona moglie, la quale lo circondasse d’una cura domestica fedele, affettuosa e gentile. A Riva non mancavano certo le ragazze da marito, ma la loro aria così uniforme d’innocenti e di buone, lo metteva in forte sospetto. Non pretendeva di trovare in quel piccolissimo mondo annegato nell’interesse e nella volgarità, le grazie delle amabili donne viventi nel poetico olimpo della sua mente; ma sospirava una qualche influenza alta e benefica che lo salvasse, in quelle solitudini, dalle aride febbri, e dalle paludose tempeste. La pianta resisteva fieramente agli aquiloni avversi, ma rimaneva sterile, e spesso accasciata da una specie di scirocco morale che lo scoraggiava, e lo disponeva a tutt’altro che ad elevare il cuore e il pensiero. Egli non aveva distrazioni contro il suo nemico interiore: fatte le solite visite o in tuguri pestilenziali, o in case fastose, da cui monna Superbia villana allontanava ogni gentilezza, passate più ore a studiare, ripetute sempre, in quel medesimo giro di monti, le solite passeggiate, sempre solo e sempre per le medesime vie, non gli restava che sedersi nella farmacia del signor Telemaco Figurini.

Anzi, dopo qualche mese, come uno che prenda una buona abitudine di provincia, cominciò ad andarvi ogni giorno, e proprio nell’ora in cui il sor Telemaco, occupato in altre faccende, lasciava in farmacia la figliuola, la bruna Eufemia.

Gli occhi della fanciulla spiavano il buon dottore con una serietà conoscente, e intanto ella o lavorava all’uncinetto una qualche trina, o attendeva a cose poco poetiche; ma c’era differenza vederle fare da lei invece che da suo padre. I suoi modi eran sempre vaghi e graziosi, sia che ella facesse cadere, con lievi colpettini di fila, nella piccola scatolina, le pillole arrotondate dalle sue brune dita; sia che versasse nella boccetta gli olii color topazio o ambra lucente; ovvero che là nella retrostanza oscura, ma ben visibile ad uscio aperto, ella arrostisse le mandorle, o badasse alla bollitura di qualche decotto, o giulebbe. Questa faccenda l’obbligava, non necessariamente, a rimboccarsi le maniche molto in su, e scoprire le belle braccia; e rimestando col mestolo la fumante caldaia, pareva quasi una maga che operasse un filtro, un incanto. Il dottore lasciava di leggere l’Etoile Médicale, e trovava distratti anche gli occhi della ragazza. Questo nei primi giorni; ma poi, siccome il dottore non poteva fare a meno della compagnia d’una donna, e non la trovava altrove a Riva di Lago, i genitori d’Eufemia ebbero tanto cuore, tanta bontà da permettergli di conversare a lungo con l’unica loro figlia, non solo nelle ore oziose di farmacia, ma su in casa, in quella saletta dalle persiane socchiuse, ornata di volatili e di fiori di stame, e tutta profumata d’aromi e di patchoulì.

L’Eufemia dopo essere rimasta molto tempo in città con le zie modiste, n’era tornata ragazza fatta (aveva ormai ventott’anni) e molto esperta nel modulare, benchè grossolanamente, tutti i fischietti della civetteria. Il dottore dunque, esposto, nella gran solitudine di quel luogo, a quell’unica corrente, dirò così, di aliti femminili, incominciò a sentirsene preso.

«Strano e terribile potere della donna! — egli diceva tra sè. — Costei mi parve tanto brutta la prima volta che la vidi, e ora quasi m’alletta più d’una bella! La docilità amorevole de’ suoi modi, la mansuetudine de’ suoi sguardi e della sua voce, la sua obbedienza passiva come di cera che vi si pieghi sotto le dita, sono artifizi bugiardi, come que’ suoi cerfuglioni troppo arricciati che le piovono dalla criniera nera sulle gote spaziose e bronzine. Nessuno ha una sola fisonomia: costei ne ha diverse. In certi momenti, le sue ciglia folte e nere come il carbone, un po’ spostate verso le tempie, i suoi occhi, non più mansueti, ma fatui, insaziabili, la sua bocca schiusa a un sorriso èbete e godereccio, me la fanno apparire orrenda come un’immagine dionisiaca esprimente una strana potenza di mistero irrazionale, bestiale. Altre volte invece i suoi lineamenti così plebei e così irregolari, compongono non so quale accordo d’espressione soave, quasi raffaellesca, che ne asconde la profonda volgarità. Ella mentisce: colano inavvertite e perenni le bugie dalle sue labbra bacianti e giuranti. Ieri la colsi in un momento d’ilarità licenziosa, e mi parve allora sì libera come subito dopo mi parve finta quando ritornò seria e composta. Il raggiro metodico della madre trescante, la disonestà del padre usuraio, (il quale, se non impedito da me con minacce, avrebbe seguitato a vendere ai miserabili contadini il chinino mescolato al calomelanos); fecero di costei una volgare, per quanto occulta, tessitrice d’inganni. Dicono che la scorsa estate si trattenesse nei boschi, di notte, e non era sola. I contadini la videro verso l’alba ritornare affannata alla villa che suo padre si comperò, usureggiando. Non lo credo, il fattarello somiglia troppo agli amori dell’antica mitologia, ma per altro questa predilezione per l’orrore dei boschi risponderebbe ai suoi lineamenti che rammentano il tipo faunesco. Sotto questo riguardo è un bel tipo: per esempio, sarebbe un bellissimo modello per una Napea: una Napea convertita, tolta alle violenze dei boschi, e portata in chiesa. Io l’ho vista qui alla parrocchia, il venerdì santo, chinarsi tutta su i piedi del Gesù morto, e baciarli; l’ho sentita cantare con voce flebile e supplicante le litanie e il tantummergo. Mi dice poi d’avere una speciale devozione per Sant’Antonio, raccomandatale dalla madre, fino da piccoletta, e non basta!... Che cosa diverrebbe dunque questa Napea, questa Amadriade, se non potesse ricorrere spesso agli aiuti spirituali: il confessionale, la predica, e l’acqua santa? Ritornerebbe certamente alla vita selvaggia e delittuosa delle foreste.»

Una simile riflessione così severa mentre era fatta per liberarsi dal fascino dell’Eufemia, dimostrava invece che egli tal fascino lo temeva, senza poterlo o volerlo impedire. Di tutte le insidie che fanno da siepe traditrice alla vita, non erano certo fra le meno pericolose queste d’Eufemia per il dottore che, assetato di fede, respingeva tutte le fedi da sè, mentre poi il suo scetticismo, rendendogli amaro anche il dolce frutto, non lo salvava dall’essere talora credulo e confidente come un fanciullo. Sapeva bene d’andare incontro a un pericolo, ma non poteva più fare a meno, con la sua indole sensuale, e in quella solitudine, di vedere ogni giorno l’Eufemia. Non l’amava, non la stimava, e nonostante non si poteva più sciogliere da una specie di torpida propensione, a cui ella cercava sempre più d’inclinarlo, e che si potrebbe paragonare all’effetto di chi respiri, in un luogo troppo chiuso ed angusto, gli atomi effusi da un fiore letale. Ella era molto corta di mente, e nondimeno acutissima nel notare i progressi di questa sua segreta influenza; tanto che potè dipoi più francamente manifestarglisi senza che il dottore percepisse più con l’acutezza di prima, la sua volgarità, la sua falsità, e quella sua malizia istintiva che operava quasi in luogo dell’intelletto, e che era sempre rivolta in basso a ghermire, indovinare, e ingannare.

Ella già lo ingannava. Standogli assiduamente vicina, dimostrando d’averlo caro e desiderato, pareva quasi che l’adorasse; mentre il suo cuore era per un altro, e il dottore le ispirava non di rado l’antipatia che prova una creatura bassa ed ottusa verso un animo a lei superiore, e talora intollerante e sdegnoso. E quando il dottore perdeva la pazienza, e le diceva un po’ duramente la verità, ella l’odiava, e sentiva più vive allora le sue relazioni d’affinità con Palmiro; un pacifico e giovane salumaio, dalle mascelle quadrate, le mani rosse e polpute, e il piglio neroniano e freddo acquistato forse affettando il salame. Sentiva che era proprio quello lo sposo che ci voleva per lei, ma, troppo povero garzone, i suoi genitori, lei stessa, e anche Palmiro, vedevano quale ostacolo si opponeva alla loro felicità coniugale. C’era il pericolo dunque che l’Eufemia, non più ragazzina, restasse senza marito e senza quella difesa che poteva proteggerla come moglie. In quelle distrette la povera zitella aveva pensato di provvedere, nel miglior modo possibile, ai casi suoi: assicurarsi una comoda condizione sposando l’irascibile dottor nero, e tenersi, segreto amante, Palmiro pacifico: bassi pensieri, ma erano i soli che infatuassero allora l’Eufemia. Ella s’era già tanto impadronita del solitario dottore, da alterargli quasi il giudizio e mutargli gli occhi.

«L’Eufemia finalmente — egli diceva — è, come siamo tutti, un misto di bene e di male. Come posso pretendere che una donna sia più virtuosa di me che non credo, che ho una coscienza, è vero, ma senza Dio, senza fede; una coscienza che non s’astiene dal male, se non per le sue ripugnanze oneste; debole freno alle passioni violente, e agli appetiti dell’egoismo. Io lo sento; l’uomo non può vivere così senza essere o perverso o infelicissimo, o l’uno e l’altro insieme. E dunque, io che la seguo sì poco, pretenderò che la donna abbia, in vece mia, tutta la virtù; e si assoggetti a tutte le prove del sacrifizio per me; lei così costituita organicamente da essere assai più debole e meno atta di me all’elevatezza del senso morale, e a sentire le voci e i divieti severi della coscienza! Da ragazzo ero un povero orfano senza madre, e provando l’incuria e i maltrattamenti crudeli delle donne di casa, non sapevo perchè non mi volessero bene, e fossero così dure e cattive; poi più tardi ho capito che le perversità e le stramberie irragionevoli delle donne dipendono in molta parte dalla lotta che quei delicati e torturati organismi devono sostenere fra quello che la natura e la vecchia corruzione le ha fatte, e quello che le leggi religiose e sociali vogliono invece che si dimostrino. Perchè dunque il mio giudizio su questa ragazza non è più umano e indulgente? Perchè non le sono grato del grande amore che mi dimostra?... È civetta, è vero, ma la civetteria è pure in natura, come si vede anche negli animali; e infine ella non mira, con le sue grossolane civetterie, che a farsi amare sempre di più. È molto stupida, è vero, ma potrò meglio guidarla. È una sempliciona che crede tutto come sua madre Eva prima della caduta. La credulità d’Eva, ecco, non la perversità, fu la cagione di tutte le nostre sventure. E l’Eufemia crede tutto con un certo viso come se proprio in lei avvenisse un ritorno alla primitiva innocenza della povera Eva così insidiata, così accusata, e così punita! Quanto, o Eufemia, tu sia innocente lo dimostrano ancora que’ canarini, que’ pappagalli, que’ limoni e aranci di lana che ornano la saletta, e che sono il lavoro ingenuo e grazioso delle tue mani. È l’inconsapevole genio della famiglia che si compiace in te d’ornare così innocentemente la casa. E non m’hai tu regalato una borsa ricamata per poterci tenere la mia camicia da notte? Non m’hai regalato anche un par di pantofole con una testina di cane effigiatavi sopra a margheritine, emblema della tua fedeltà di moglie? Doni che mi fanno pensare te ogni sera ed ogni mattina. Sei ritrosetta, e se non t’accompagna la vecchia madre, non entri nella mia stanza, e ne parti dopo avere scritto in più luoghi Eufemia, Eufemia: nome che ormai incomincia a suonarmi più grato, più familiare di quello di tutte le altre donne che dimorano a Riva. Io non posso ripeterlo, senza che quasi io lo veda infuso della cupezza delle tue ciglia, e di quel mongibello nero de’ tuoi capelli arruffati. Que’ tuoi cerfuglioni neri che ti pendono per le gote a guisa di scacciamosche, e ti danno quasi un aspetto da dottoressa presuntuosa, mi sono antipatici e brutti; nondimeno sono anch’essi d’una procacità seducente, ma tu non lo sai. Come pure non sai d’essere esagerata nel consumo del patchoulì: ma io saprò moderarti anche in questo, e saprò farti cambiare pettinatura. Quale pettinatura potrà meglio convenire al tuo viso di Napea? Questo poi lo vedremo insieme. Intanto consolati che io ora son più disposto a stimarti per i tuoi pregi, che a condannarti pe’ tuoi difetti. Ecco: sei placida, silenziosa, obbediente, assestata. Tieni in ordine tutto, la casa, i conti, la farmacia: sai molto bene l’aritmetica, hai molta cura del risparmio, e del custodire la roba. Inclini un po’ all’indolenza, ma la sai vincere quando occorre fare l’interesse tuo e del pappà. Le qualità che fanno, l’ottima massaia e la madre amorosa tu le hai tutte, o Eufemia! Io poi saprò rifare la tua educazione, o Napea, e trasformarti quasi in un’altra donna.»

IV.

Così in certi momenti di bonomia, o di leggerezza allegra e sbadata, ragionava il dottore, sedotto dal fantasma muliebre, o, come lo disse il poeta, dall’eterno femminino, il quale allora, in quella solitudine, personificavasi per lui nella bruna Eufemia. E se l’Eufemia poteva travestirsi ai suoi occhi in modo da quasi persuaderlo a sposarla; questo dimostra con quanta facilità, egli sì diffidente, poteva esser giocato dall’eterno femminino, dai furbi di bassa lega, e infine dalla propria illusione, che delineava e coloriva dolcemente di sè una realtà personale molto diversa, ma terribilmente interessata a mantenerla quell’illusione, ed accrescerla fino all’acciecamento completo. Se non che l’Eufemia, quando meno se l’aspettava, a un tratto si vide sparire il pesce perchè un’altra rete l’attrasse, o, per parlare più nobilmente, perchè l’eterno femminino trapassò per lui come un raggio di sole che muta luogo, dalla bruna a una bionda, senza paragone più seducente.

Colei che guastò l’incantesimo all’Eufemia, fu la contessa Angioliera degli Angiolieri, maritata al conte Pier Francesco Aquilegi.

Essa aveva a Riva di Lago una bellissima villa ereditata da uno zio cardinale. Vi veniva ogni anno in sul finire di primavera con molti servi e il suo unico figlio, il piccolo e prepotente Gastone. Il marito non la seguiva perchè si divertiva assai più cercando avventure e fortune, cioè perdite gravissime di danaro, nei grandi convegni di gioco, o ne’ luoghi delle più aristocratiche acque. La moglie invece dopo aver sofferto per otto mesi i dilettevoli affanni d’una grande città, domandava alla quiete pastorale di questo suo ritiro campestre il riposo alla sua stanchezza, e una tregua alle sue commozioni. Ella era la vittima d’un matrimonio leggiero poi divenuto pesante, e dovuto anch’esso alla sua indole troppo subitanea, non sovvenuta, in quel caso, da una ritrosia che, ordinariamente, la rendeva molto esclusiva, e le faceva respingere anche certe donne d’una condizione inferiore alla sua, quando le si volevano troppo accostare in intimità. Dotata d’una signorile e soave indulgenza di modi e di sensi, incapace d’esser cattiva per proposito meditato, la passione volubile e l’orgoglio della nascita, le due disposizioni più in lei abituali, le impedivano d’essere più umana e più buona. Se non che era appunto nella passione che ella rivelava, a colui che n’era l’oggetto, la parte migliore di sè: tutto gli confidava con sincerità coraggiosa, e tutto per lui affrontava con eroico ardimento. Se insorgeva qualche tempesta, ella come una santa che tollera un dolce martirio, non si rivoltava nella battaglia, ma era felice di sentirsi amata anche sotto il flagello delle più dure parole, e otteneva con la sua dolce mansuetudine la vittoria. Ma trascorso il tempo di quella sua calda ebrietà, il suo cuore, come metallo che si raffredda tolto alla vampa della fucina, indurivasi nell’orgoglio indipendente, e poco disposto ad ammettere obblighi, riconoscere diritti, mantenere promesse, patire esigenze. Ella riacquistava la fierezza della sua indipendenza, e insieme le rinasceva il desiderio d’un altro giogo; non giogo per lei, ma sole dell’anima che la facesse di nuovo rivivere e palpitare come l’altro ormai per lei tramontato. Ella infine riconosceva una sola legge: quella che il volubile Dio imponeva al suo fervido cuore.

In una di queste tregue tra l’amarezza del pentimento e il vago desio d’un nuovo peccato, ella venne in quell’anno a Riva di Lago, in sul finire di giugno. Non era contenta in mezzo a quel verde smagliante, a quelle selve odorose di fiori e di rose vermiglie che imporporavano del loro fuoco nuziale tutto il giardino, intorno allo specchio lucente della peschiera. Errava sospirando un idolo ancora indefinito in una visione composta di brame acute e di vaghe reminiscenze, mentre l’ultimo disinganno, e il troppo consumo delle forze nervose, la facevano penosamente languire. In certi giorni quella solitudine campestre dopo tanto frastuono delle vie e delle piazze di Roma, dopo tanti spassi, tante visite, tanti addii, le procurava come dei soffocamenti di tristezza: un immenso desiderio di qualche cosa che non può dare la vita, uno sconsolato rammarico d’illusioni e di gioie sfiorite con l’amore e col matrimonio, la facevano piangere in mezzo alle rose vermiglie e fugaci della sua villa ridente.

Non poteva desiderare più bel soggiorno, nè più salubre, nè più sereno. Aveva del principesco quella grandiosa peschiera alimentata dai fiumi della montagna, e simile a un piccolo lago, intorno a cui, secondo le ore del giorno, e la direzione dei venti, erravano le verdi ombre del giardino e del bosco taciti, e sparsi di qualche statua bianca nel rezzo. Fuori delle alte mura che circondavan la villa come un castello feudale, uscivano, per la gola di tre marmorei delfini, rivoli d’acqua fuggenti alle fontane e a’ lavatoi del paese, il quale era stato gratificato di tanto benefizio dalla munificenza del cardinale. Egli in alcune recondite stanze a terreno, aveva pure raccolto un piccolo museo d’antichità greche e romane. Quel luogo presso le tacite acque della peschiera, spirava una segreta malinconia, quasi fosse il funebre rifugio, in mezzo a un eliso, del paganesimo spento. Ogni anno rinverdivano nella villa i salici e i pini sonori, ma non rinverdivano più quelle favole belle, nè più risorgevano alle ghirlande del culto que’ simulacri spezzati.

V.

Verso la metà di luglio occorse a donna Angioliera il dott. Fabio, perchè Gastoncino, il suo bel monello dai 4 ai 5 anni, avendo inghiottito troppe ciliege, s’era ammalato d’indigestione. La signora si rallegrò di vedere che il dottor Fabio era succeduto (sei mesi prima) al vecchio medico del luogo, di cui non era contenta. E come suole accadere, un motivo principale determinò la loro reciproca simpatia fino dal primo incontro. Il sorriso del dottore ferì subito vivamente donna Angioliera; e al dottore piacque soprattutto in lei una semplicità quasi dimessa, e pur signorile, che pareva un eletto dono della natura non guastato da nessun artifizio, troppo palese, nè di civetteria, nè d’educazione.

Dopo alcuni giorni donna Angioliera, mandò a richiamare il dottore per confidargli il suo malessere.

— Sono agitata tanto — gli disse — da qualche tempo, e sono così mutabile d’umore, come se io avessi più anime.

— Accade anche a me — le rispose il dottore, come rispondeva in simili casi ai propri ammalati per distrarli da certi fenomeni della loro immaginazione — accade anche a me: ci pare di non essere più una persona sola, ma varie che si alternino in noi, ognuna con un carattere opposto.

— Già, è proprio così! accade anche a lei? non è vero che è triste?

— Secondo: può avere il suo lato piacevole: sembra quasi d’assistere a una commedia interiore, che ci toglie da una monotonia di spirito, che è noiosa.

— È vero: le persone sempre eguali sono noiose, sono pedanti.

— Già, ma per lo più sono anche le più sane.

— Oh, io sono sanissima!

— È verissimo; anzi quell’umore così mutabile, è segno d’una grande vitalità: ma d’altronde questa grande vitalità potrebbe avere altre manifestazioni più normali; potrebbe essere frenata da una volontà più forte, e quindi potrebbe dipendere, in parte, da un po’ d’indebolimento del suo sistema nervoso.

— Oh, io sono fortissima di nervi! ma da ragazza lo ero anche di più: ero tanto pacifica, e ora sono così impaziente! tutto m’irrita! tutto m’offende! ora sono allegra, e un momento dopo vorrei piangere...

— Ed è allora che ella invece dovrebbe procurare di ridere; è vero che per ridere di quel riso gagliardo che fa buon sangue, bisogna averne delle ragioni, e non essere, come forse un pochino è lei, anemici.

— Oh io non sono anemica! ma ho dei forti dispiaceri, e dipende da questo se in certi momenti mi sento cattiva, spietata, e in certi altri mi sento così buona: non lo crede?

— Sì, credo che ci possa influire anche il suo stato morale: dunque bisogna dominare quelle che ella chiama, così amabilmente, le sue anime...

— Le mie anime sì, o le mie bizzarrie, come vuole...

— Cioè commozioni, malinconie, simpatie, antipatie, impulsi contradittorî, facili a sorgere, difficili a reprimersi, non è vero?

Ella accennò col capo di sì, ma, guardando il dottore, pareva pensare a un’altra cosa.

— E di queste sue anime... mi piace di chiamarle così anche a me... quale crede che sia proprio la sua?

— Non lo so — ella rispose sempre distratta.

— Una sola sarà la sua, tutte le altre invece saranno vane immaginazioni, o nubi che offuscano per un momento la sua anima vera...

— E qual’è? — ella domandò sorridendo.

— Quella che bisogna che ella procuri che vinca sempre: l’anima buona, l’anima serena.

— Sì, l’anima di quando ero ragazza... e non conoscevo... le cose brutte della vita.

— Non rimpianga l’innocenza perduta: a conti fatti è meglio sapere che ignorare in un mondo dove ormai gl’ignoranti son così pochi: non può più ritornare un’ingenua fanciulla, ma, se vuole, può riacquistare una disposizione più costante a essere buona e allegra, che è la disposizione della vita e della salute, perchè tutto quello che è buono è sano, tutto quel che è cattivo è malsano: ci metta tutta la sua buona volontà: lei è il miglior medico di sè stessa.

— Non ci riesco, signor dottore: ho bisogno di lei, ho bisogno de’ suoi consigli, ho bisogno della sua guida.

«Speriamo di non smarrirci tutt’e due» — egli pensò, e soggiunse:

— Ebbene io farò di tutto per guarirla.

— Quanto gliene sarò riconoscente!

Egli le fece tutte quelle domande che si sogliono fare dal medico in simili casi; le prescrisse la cura, e la lasciò con una stretta di mano forse troppo espressiva.

— Quell’uomo sarà mio — disse donna Angioliera appena il dottore fu uscito.

Con questo proponimento la cura procedè ottimamente. Nelle visite seguenti, il dottore ne vedeva i rapidi progressi negli occhi eloquenti, inebriati della signora, nei rossori che le salivano alle gote come palpiti vivi, nelle velature della sua voce armoniosa, nel sorriso che le atteggiava la bocca a un’espressione di tenera e lieta promessa. Tutta rivolta verso di lui, ella gli parlava e l’ascoltava attentissima, seduti ambedue sopra un sofà di seta roseo, nell’angolo quasi nascosto d’un salotto ornato di specchi dipinti a fiori, e di quadri rari.

La bruna Eufemia a quel paragone della bionda, impallidiva sempre più agli occhi del dottore. L’Eufemia non l’aveva mai soggiogato come ora minacciava di soggiogarlo donna Angioliera con la violenza d’una passione, di cui egli aveva sentito in sè, fino dalle prime visite, i primi moti. Troppe volte egli s’era gettato in quel vortice, e ne conosceva gli abissi; sapeva fino a qual punto ne poteva salire su di lui l’onda intensa, e avrebbe voluto fuggirla.

— Conosco bene — diceva — le cagioni di queste improvvise simpatie femminili: molta è l’esaltazione dei sensi, molta la vanità del pensiero, poca la costanza del cuore; da un lato un fuoco fatuo, e dall’altro l’incendio d’una selva: vile, che ogni voce soave ti lusinga per il cammino, e il cammino è sì perverso, sì pieno di atrocità, di contrarietà, e di dolore, che vuole tutte le forze dell’uomo per non cadervi servo e avvilito!...

Il dottore dunque, in que’ due primi mesi, non la vide sì spesso com’ella desiderava: poche le visite e da medico serio. Egli v’usava apposta un linguaggio grave e dottrinale, di cui internamente rideva un poco lui stesso, opponendolo alle fisime, quasi fanciullesche, della signora che era più furba di lui: s’accorgeva, come s’era accorta fin dalla prima visita, della non troppa importanza che egli dava alle sue parole; capiva che qualche volta la canzonava un pochino, ma già sapeva d’averlo innamorato. Le visite furono poche, ma lunghe. Quando il dottore ne sentì troppo gli effetti, se n’andò per alcuni giorni a conversare con altre donne sue conoscenti, a Pavia, dove aveva studiato.

Rivide l’ateneo bellissimo, il Cieldauro di memoria dantesca, le torri dei «crudi signori», il castello dei Visconti, il giardino botanico e il museo cantati dal Mascheroni; zufolò, aggirandosi la sera per quelle vecchie e memori strade, le ariette popolari cantate un tempo coi compagni spensierati e allegri, e riacquistò un po’ di freschezza e d’indipendenza di cuore. Anzi ritornò a Riva di Lago altero di sè, credendosi vittorioso. Infatti non la sentiva quasi più.

Appena messo il piede nel suo studio gli caddero gli occhi sopra una carta da visita: era la carta del marito di donna Angioliera. Ella stessa gliel’aveva portata tanto per avere il piacere, come poi gli disse, d’avvicinarsi alla sua dimora. Il dottore si sentì come avvolto dal respiro infiammato di quella donna, e si recò alla villa quasi ella glielo imponesse.

La trovò che passeggiava lungo la riva verde e boscosa della peschiera fiammeggiante di rose. Quello splendore diffuso d’un azzurro pomeriggio d’agosto s’incupiva sotto il fogliame del bosco tutto stellato d’oro, e accarezzato dall’aura. Ma ormai al dottore nulla pareva più carezzevole di quel diluvio, fluente nella sua immaginazione, dei capelli biondi della signora, trattenuti, verso la tempia sinistra, da un pettine di tartaruga elegantissimo, che vi pareva annegato.

Sederono in una delle panchine sparse pel bosco, vicino al mormorìo d’una cascatella che scendeva da una rupe, e spruzzava le spalle curve d’un fauno ridente. Parlavano poco, e nel loro silenzio era come un ricambio di baci pensati. Gustavano la reciproca dolcezza della passione non ancora espressa dall’eloquenza del labbro, quel sabato dell’amore era delizioso, e nondimeno desideravano ambedue di non rimanerci, e di trapassarlo. Donna Angioliera, con la punta dell’ombrellino, tracciava in terra dei ghirigori che parevano le loro cifre intrecciate, e lagnavasi del marito.

— Gioca — ella disse — anche oggi ho ricevuto una sua lettera che mi chiede danaro, il mio danaro, capisce, perchè lui non ne ha più! e sempre con la minaccia d’un suicidio.

— E ci crede?

— No.

— Ma lo teme: non tema, e non gli mandi nulla.

— Oh no! verrebbe qua.

— Glielo mandi subito allora!

— Sicuro verrebbe qua, e io non potrei più viverci: oh se non ci fosse mio figlio! e poi pagandogli i debiti col solo frutto de’ miei stradotali, io m’emancipo da lui, faccio quel che mi pare, mi libero dal tormento... de’ suoi diritti, e da una vita d’attrito continuo.

— Ma perchè...

— Dica.

— Nulla: se ella crede che il problema non possa avere una soluzione più netta, o più sicura per lei...

Il dottore aveva voluto dirle: «perchè non si divide?» ma il consiglio gli parve troppo facile a darsi e anche inutile, dopo quanto ella gli aveva detto.

— E perde molto? — soggiunse.

— Credo.

«Crede?» pensò il dottore, «è così incurante?»

— So che spende un orrore in donne, in cavalli e profumerie: si figuri, signor dottore, io adopero, della semplice acqua di verbena, che è bonissima: lui dice che è troppo ordinaria per lavarsi, e ne fa venire un’altra da Parigi, che costa dieci lire la bottiglia...

— E tanti non hanno dieci centesimi per comprarsi un sigaro! e non fa nulla?

— Nulla: è colonnello della milizia territoriale: non l’ha visto nel mio salotto il suo ritratto in grande uniforme?

— Me l’era immaginato perchè somiglia Gastone; e quante decorazioni che ha!

— Sicuro: è gran cordone, commendatore, ed ha anche una decorazione di Menelich, acquistata per mille lire.

— Non gli bastavano gli onori che ha ricevuto dal nostro Governo, ma ha voluto riceverli anche da Menelich — disse il dottore guardando l’orologio.

— Non guardi l’orologio! — ella esclamò quasi offesa.

— Se io non fossi un medico condotto ne potrei fare a meno.

— Aspetti ancora.

— Se io fossi conte e colonnello della Territoriale, e avessi una decorazione di Menelich...

— Non mi canzoni! badi, che mi vendico sa! e da chi va ora? mi dica da chi va! da una bella ammalata, forse?

— Tutt’altro: vado a prolungare la speranza della vita a un vecchio prete accidentato...

— Ci sono anche gli accidentati in questo brutto mondo?

— C’è d’ogni specie d’infermi, di noiosi, e di farabutti, ma c’è anche...

— Che cosa?...

— C’è anche delle creature adorabili per le quali non c’è via di perdizione che non sembri la via della salvezza e della felicità, e io son perduto, donna Angioliera! la malata ha reso il medico infermo! e ora tocca a lei a curarmi... lei ben conosce il mio male, e la medicina che può guarirmi.

— No, io non la guarirò: lei subisce troppo l’influenza della donna: sia prudente: le cose che mi ha detto si pensano, ma non si dicono: aspetti!

— No, il vecchio prete morirebbe...

— Perchè deve morire per l’appunto oggi?...

Si chinò a cogliere una rosa, e gliela pose all’occhiello.

— Grazie: questa val molto più delle decorazioni di Menelich: io non la darei neppure per il collare dell’Annunziata.

— Non mi faccia tanto la corte, dottore: del resto io so compatire, so perdonare...

VI.

Il giorno dopo il dottore anticipò la sua visita.

Si sedè accanto a lei, sopra il solito sofà roseo, dai molli guanciali che Gastone faceva spesso volare in aria. Quel barbaro ragazzo faceva sempre qualche malestro: ballava sulle poltrone, pestava le sedie, tagliuzzava i tappeti, e s’era anche divertito a bucare con uno spillo tutti i nasi de’ suoi antenati dipinti a cui era potuto arrivare. Quel giorno invece s’ostinava a sedere in grembo alla mamma, guardava attentissimo, con occhi truci, il dottore, e pareva dirgli: — Chi sei tu? che ci fai tu in casa mia? perchè la mamma ti parla tanto volentieri?

— I manifattori — ella poi gli disse — hanno finito i restauri del museo: vuole che andiamo a vederlo? o forse, ci ha anche oggi il vecchio prete?...

— No: ho già visto tutti i miei ammalati.

— Andiamo allora.

Ella mise in terra quell’importuno Gastone, e s’alzò con prontezza elegante. Ma Gastone voleva venire anche lui, e le s’attaccò alla sottana.

— No.

— Sì, voglio venire anch’io! voglio venire anch’io!

— No — ella ripetè severissima.

Gastone urlò, battè i piedi, picchiò la mamma, dette calci al muro, alle sedie: accorse la bambinaia, e lo rapì sgambettante, urlante, gesticolante.

Essi s’involarono subito, rapidi e silenziosi: attraversarono la gran sala centrale, dove due porte a riscontro aprivano agli occhi due vedute diverse: da un lato il lago sfuggente in una voragine lontana di sole, e dall’altro la grande ombra azzurra delle gole, delle valli, e delle montagne lambite qua e là dalle nubi estive.

Discesero lo scalone, entrarono sotto la loggia del ridente giardino, e di qui in un andito misterioso, con in fondo la porta del museo tra due urnette sepolcrali, incastrate nella muraglia.

— Vedrà molti sassi rotti — ella disse — ma lo zio aveva questa passione.

— Abbiamo tutti la nostra — egli rispose.

— Qual’è la sua passione, dottore?

— E la sua?

Ella non rispose, ed aprì la porta.

Il dottore guardando intorno quella rovina del mondo antico, quei dorsi decollati, quelle teste divise, quelle braccia rotte, e quelle gambe spezzate, esclamò: — È una vera strage di Roncisvalle fatta dal tempo: nulla è più barbaro del tempo, donna Angioliera!

— Per me è già incominciata la barbarie del tempo — ella disse alzando presso l’orecchio una sua piccola ciocca volante; e sporse al dottore la pallida guancia.

— Non vede?

— Vedo dei capelli d’oro maravigliosi.

— Con qualche filo d’argento però.

— Che importa, è così bella e giovane!

— Giovane non tanto; ho ventisei anni... Guardi questo Paride com’è bello!...

— Mi piace poco: è d’una svenevole vanità — disse il dottore. — Questa danza di fauni e di ninfe piuttosto! come vi aleggia la forza antica dei miti! come è ancora vivo, in tutte le sue indicazioni anatomiche, questo torace eroico... guardi, donna Angioliera!

— Non ripeta tanto spesso il mio nome!

— Donna Angioliera!...

Quest’ultima invocazione ebbe tale accento, che i finissimi lineamenti della signora presero una espressione d’altera severità, quasi si aspettasse una grande offesa.

Il dottore allora si fogò a baciare le fredde labbra di pietra d’una giovane donna romana, lì eretta sopra una stela. Era uno de’ più belli ornamenti della saletta rotonda, a mezzo il museo, dove la signora si riposava nei pomeriggi estivi.

— Oh perchè ha baciato quella testa di pietra?

— Perchè la somiglia, donna Angioliera!

— No, io non somiglio a nessuna donna, ma voglio piacere...

— A chi?

— A chi mi vuol bene, a chi mi crede buona... a chi mi crede sincera...

E abbandonò, come presa dalla stanchezza, sulla spalla del sofà il capo biondo, alzò le due mani a bendarsi gli occhi, stirandovi sopra, attorcigliato, il piccolo fazzoletto; e rimase così giacente e bendata.

A un tratto mandò un piccolo grido, sentendosi prigioniera nelle sue braccia.

VII.

Qualche settimana dopo era l’otto di settembre, la festa della Madonna come annunziavano le solenni campane fin dalla aurora.

La chiesa sul lago aveva esposto tutte le sue modeste ricchezze. Sull’altare brillava tra le molte candele accese la statua della Vergine incoronata, con in collo il bambino, il rosario pendente dalle dita affusolate, e la mezza luna curva, sotto i piedi, come una navicella. La vigilia della festa alcune ragazze del luogo l’avevano vestita di quel bellissimo manto azzurro sparso di stelle, e avevano ornato il paliotto dell’altare con fiori alpestri e rami d’abete intrecciati in un rustico ma grazioso disegno. Quel lieve profumo di fiori spandeva per la chiesa come un’aura mite di gentilezza e di purità, che pareva elevare il fervore delle preghiere bisbiglianti. I contadini inginocchiati, curvavano le teste faticose, abbronzate, calve, canute, tra cui spiccavano i fazzoletti a varî colori delle loro donne, e qua e là i cappellini, trionfanti di penne e nastri, delle signore. Queste stavano inginocchiate o sedute sulla propria sedia particolare, agitavano i ricchi ventagli, si salutavano, si guardavano; o tenevano gli occhi intenti nella Vergine per implorarne le grazie, o raccolti sul libro legato in morbida pelle, e perfino in tartaruga, in madreperla, in avorio.

Dalla porta della chiesa appariva l’estrema falda d’un monte coi bruni abeti che oscuravano le acque del lago lievemente increspate d’oro.

Suonò la campanella di sagrestia, e uscì il parroco rubicondo, seguito dai due accoliti, oppressi tutt’e tre da una grave pianeta gialla su luccicante trama d’argento. Dietro a loro due chierici in cotta bianca lanciavano nubi d’incenso dai turiboli ardenti. I tre preti in fila ed a mani giunte fecero una profonda riverenza all’altar maggiore, e lassù nella cantoria dell’organo incominciò la messa cantata, con un coro di voci così formidabili, che passavano ogni misura. L’organo sfiatava, mandava fremiti, gnauli, sussurri, dava negli acuti, o ne’ bassi fondamentali; insomma non voleva tacere nemmeno quando cantavano i sacerdoti all’altare. Il parroco si voltò incollerito più volte, ma l’organo era indomabile come la voce d’un creditore. Ma a metà della messa tacque l’organo, tacquero i celebranti e i cantori...

Una voce di donna, di lassù dalla cantoria, trascorse, come un’ala che sale in alto, su tutto quel popolo inginocchiato. Era donna Angioliera che ogni anno, per la festa della Vergine, soleva cantare una laude antica nell’umile chiesa di Riva. Soltanto la preghiera di San Bernardo nei sovrani versi di Dante è paragonabile al mistico, appassionato, doloroso fervore di quelle note. Finchè durarono, tutta la chiesa affollata rimase muta come se non ci fosse nessuno.

Finita la messa, il popolo uscì, e tutta la piazzetta ariosa sul lago, risuonò di voci varie e giulive.

Mentre si vuotava la chiesa, donna Angioliera rimase a pregare su in cantoria. Ma la marchesa Santelli, la contessa Grossoni, la Trippetini e la Filippuzzi guardavano in su con tanta insistenza, che ella dovè discendere, tenendosi al naso un boccettino di sali odorosi.

Quelle signore si volevano congratulare con lei che aveva cantato divinamente, ma donna Angioliera le accolse con freddezza: esse le fecero un dispettoso saluto, e se n’andarono.

Essendo l’ora del desinare festivo, in chiesa non c’era rimasto nessuno. Le candele votive continuavano ad ardere innanzi all’altare della Madonna dal manto azzurro stellato. Donna Angioliera guardò intorno e vide il dottore da lei atteso: nondimeno se ne maravigliò, e gli disse che proprio non l’aspettava.

— Come ho cantato? — poi gli chiese timidamente.

— Bene: mi pareva in certi momenti che ti uscisse dal seno non una voce sola, ma un coro di angioli. Se avessi potuto, io quella tua voce l’avrei baciata: mi pareva che l’anima tua si slanciasse fuori del tuo labbro a vivere nello spazio, sola e pregante dinanzi a Dio. In quelle note è veramente il senso del paradiso sognato nella profondità del dolore. Quando tacesti mi parve che cessasse per me una grande felicità, ma è più grande ora quella di rivederti.

Ella di nuovo guardò intorno, e poi sfiorò il viso del dottore con la bocca, ma così lievemente, che parve l’ombra d’un bacio silenzioso.

— Che ho fatto! — disse poi sorridendo, come riprendendosi per celia d’un peccatuzzo inconsiderato — dopo essermi confessata...

— Confessata?... e...

— No: ho detto soltanto i piccoli peccati veniali: tanto si sa che son tutte formalità per il popolo...

Il dottore, che già era disposto così felicemente alla generosa fiducia, a quelle parole sì inaspettate, fu colpito da un senso freddo di diffidenza, tanto più odioso per lui, quanto più s’immedesimava ora col suo affetto per quella donna, e quanto più discordava da quelle note esprimenti la più fervida fede dell’anima religiosa: note con le quali ella poco prima l’aveva come rapito in una sfera superiore. Il contrapposto tra il mondo buono, alto, sincero che egli aveva sognato udendo quella voce fascinatrice, e il mondo prosaico, in cui l’avevano fatto precipitosamente ridiscendere quelle parole; mondo brutto come una fogna, il mondo degl’ipocriti, dei fraudolenti e dei vili; gli si offrì al pensiero nella maniera più ingrata, e più scoraggiante. Dove s’era scesi! Si attribuiva non altro che una piccola ragione di furbizia e di utilità sociale anche alle cose che la fede sapiente aveva un dì instituite come lavacri e consolazioni dell’anima infetta e travagliata! Un sacro motivo psicologico diveniva un inganno da piccoli politici e da commedianti!... E quando anche le donne ragionavano così politicamente e praticamente in tali materie, che cosa si poteva ormai più sperare, considerando la profonda reità della natura umana? Questo mondo senza fede, e nondimeno interessato a mantenerne la fredda larva, gli pareva tragico e abbominevole. A un tal mondo accorto e pauroso del soqquadro, apparteneva anche quella bionda e amabile cantatrice. E se ella, che si protestava sempre d’essere così leale e sincera, poteva poi tradire, come avrebbe detto un devoto, anche i sacramenti; quell’amore che ora gli dimostrava con sì fervida tenerezza, che altro poteva essere se non l’effetto d’un esaltamento fugace?...

— Ma perchè ti sei confessata? — le domandò.

— Perchè a Riva si confessano tutte le signore il giorno della Madonna, e io avrei dato un cattivo esempio a non farlo.

— Ho capito — disse sorridendo il dottore — hai avuto una piccola ragione... morale.

— Veramente non ci ho pensato: ho fatto tutti gli anni così, e perchè non dovevo farlo anche quest’anno? io non voglio passare da eretica; e poi tu non sai quanta dolcezza ho provato pregando il Signore, e pensando a te! Quante volte ho ripetuto il tuo nome qui inginocchiata al balaustro di quest’altare! e mi pareva che il Signore benedisse la nostra unione.

— Come benedì quella d’Adamo e d’Eva prima del peccato.

— Io non ci penso al peccato, io non me ne ricordo: io mi sento tanto felice e contenta oggi!... perchè non mi credi? non arrossisco di dirtelo: se io credessi di peccare, non ardirei di ripeterti oggi che io t’amo, dopo essermi accostata, in questa chiesa, alla comunione.

— Non parliamone più; tu sei la più buona, la più santa, la più ingenua delle donne!

— No, non lo credi: ma io impiegherò tutta la vita per acquistarmi la tua fede, e mi sarà sempre breve la vita dedicata a te, impiegata per te...

VIII.

Quelle parole così carezzevoli di donna Angioliera furono per quell’uomo sensuale ed innamorato come l’aura dolce che disgombra la nube, e rende alla terra triste la bellezza del sole. Egli non vide altro motivo d’ogni atto, d’ogni parola di donna Angioliera, e anche delle sue omissioni al confessionale, se non il suo immenso amore per lui. Quella mattina l’aveva taciuto al tribunale di penitenza, e poi l’aveva fatto benedire da Dio. Che desiderava di più? A quella benedizione non ci avrebbe pensato di certo, se non si fosse sentita così felice d’amarlo! Un teologo la poteva ben condannare, ma non l’amante partecipe della colpa. Nei duri contrasti in cui si trovava quella povera donna come moglie, come innamorata e come signora obbligata a dare esempio di religione a quel piccolo luogo, quel sacrilegio era inevitabile. E il comprendere la morale efficacia dell’esempio, non era essa di per sè una cosa lodevolissima e giudiziosa?...

Così, dopo quel primo disgusto, pensava il dottore con animo più indulgente, e seguendo più o meno i varii moti della passione. Se prima d’affidarsi a tale passione, l’aveva preso qualche momento di dubbio, e quasi di paura, innanzi all’onda formidabile che s’avanzava a rapirlo a sè stesso; ora sentiva tanto di possedere il cuore di quella donna, di penetrare, con il suo amore, ogni molecola del suo corpo, ogni filo d’oro de’ suoi capelli, che gli pareva d’essersene assicurato per sempre l’amore e la fede. Una tale felice illusione gli impediva ora di riflettere che quel sentimento, finchè lo proviamo, ci pare che debba essere eterno perchè è il più vivo, ed è il più instabile invece, specialmente per una creatura come donna Angioliera, che ne seguiva gl’impulsi sì facilmente, ricorrendo poi ai ripieghi di quell’accorta politica femminile che risolve i casi difficili con lo spirito morale e conciliativo d’un buon padre gesuita.

Ma amandosi ora davvero e illusi ambedue, inorridivano al solo pensiero d’una possibile infedeltà. Non bramavano nuove occasioni d’amare, nè di peccare, non solo perchè allora tali occasioni erano celate o remote, ma anche perchè nell’ardore estivo non si brama l’acqua d’altra fontana, quando quella che ci disseta ha tutto l’incanto della freschezza e dell’ombra. Perciò si cullavano entrambi sul mare voluttuoso, dimenticando i vortici, le correnti occulte dell’elemento variabile, del cupo abisso che sorride alla superficie in tutta l’infinita amenità dell’azzurro mormorante e del sole. Operava in loro l’azione cieca del senso, del caso, della natura, avendone tanta dolcezza, che pareva a tutt’e due d’essere buoni, d’essere felici, d’essere innocenti: pareva a tutt’e due che non ci fosse che il loro cuore infiammato nel mondo, e che il loro cuore, come il mondo, dovesse continuamente rinnovarsi nell’infinito.

Non importa dire che donna Angioliera, versandogli nelle fibre questo liquore così inebriante, gli aveva reso insoffribile l’Eufemia, ed in ciò ella era stata per lui una vera provvidenza salvatrice. Egli aveva vergogna e rimorso di quel suo frivolo errore, ma se lo perdonava mettendolo fra le conseguenze del suo isolamento a Riva, dove, prima della venuta di donna Angioliera, l’unica Eva che fingesse di palpitare per lui era quella diabolica figlia dello speziale. Costei aveva tentato con tutte le raffinatezze della falsità e della civetteria, di condurlo alle nozze allegre, e il dottore, senza prometterglielo, gliel’aveva fatto credere, e un po’ l’aveva creduto anche lui. Ora, per non attirarsene l’odio, avrebbe potuto continuare a illuderla ancora, ma egli che credeva ingenuamente d’essere amato da quella ragazza speculatrice, volle piuttosto essere crudele che falso. La vera disonestà incominciava, secondo lui, quando veniva a mancare la ragione intima, cioè sincera, d’un atto; quando a un’affezione reale (qualunque fosse stata quella sua per l’Eufemia) succedeva la parte in commedia: una parte che egli aborriva. Era un misero peccatore che Minosse avrebbe mandato tra gl’incontinenti e i violenti, non mai al più cupo baratro della frode malvagia. Egli dunque non andava più in farmacia a leggere l’Etoile Médicale.

L’Eufemia, accorta e superba, taceva, non lo cercava. Ma un giorno ch’egli la scorse ferma in piedi sullo scalino esterno della bottega, capì bene da quali vipere invelenite fosse agitata contro di lui. Guardandolo a tradimento con la coda dell’occhio, ella serrò le mani alla vita per meglio erigersi e sporgere quel suo petto d’una floridezza smodata, coi suoi piccoli denti a sega morse le sue grosse labbra da mora, aggrottò i neri ciglioni che le solcavano la fronte come un argine macchioso sul nero baleno degli occhi; e tutta l’anima falsa e plebea le apparì sull’orrida faccia seducentissima. Aspettò che il dottore le passasse davanti, e quando egli fece atto di salutarla, lei gli voltò superbamente le spalle, e disparve nell’oscurità del laboratorio.

Il dottore passò oltre mormorando quei bellissimi versi di Virgilio che dipingono nella selva delle ombre la sanguinante Didone torva, e rifugente da Enea.

Così l’Eufemia, avendo voluto tradire, offendevasi tanto d’essere stata, non veramente tradita, ma soltanto delusa nelle sue nere speranze di tradimento. Ella era piena d’orgoglio, e se ne compiaceva come d’un sentimento elevato che la innalzasse al proprio cospetto. Perciò ella taceva con il dottore, ormai non sperando più di riaverlo; altrimenti, se non fosse stata furba quanto era orgogliosa, non avrebbe mancato di supplicarlo come la più innamorata e la più umile delle donne. Ma lei, i suoi genitori e Palmiro si vendicavano facendo scorrere per il paese il vento malvagio e occulto delle loro lingue disingannate.

La cosa dunque giunse all’orecchio anche delle principali signore di Riva, quelle che dirigevano l’opinione, o costituivano il senno critico femminile del luogo, le quali condannarono il dottore, e deplorarono che una buona ragazza di Riva fosse stata tradita da un forestiero. Guai se avessero saputo che donna Angioliera era la causa principale d’un simile tradimento!... Ma un angiolo o un diavolo pareva che ancora cuoprisse delle sue ali i due amanti.

Donna Angioliera, temendone alquanto la maldicenza, e curiosa di conoscere il piccolo Decamerone di Riva, (ella aveva un poco questa malsana curiosità) le riceveva il giovedì nel suo salotto del museo, e credeva d’ingrazionirsele ricolmandole di thè, d’aranciate, di limonate, di cioccolate, confetti e rosoli dolci.

Ma ci voleva altro che zucchero per le lingue di quelle signore! Criticavano molto donna Angioliera: aveva dei modi troppo liberi, che non erano da contessa, diceva la contessa Grossoni. Per esempio, quando c’era il cav. Trippetini assessore, ella distendeva sempre la gamba sulla chaise-longue, offrendo alla contemplazione di quel grave uomo di Stato la sua breve scarpetta appuntata, e il piede svelto e trasparente di sotto la calza nera: cose da cui volevano quelle signore distogliere gli occhi intenti del cav. Trippetini. Inoltre non vedevano volentieri che ella sfoggiasse ogni giovedì una nuova veste di seta, vero miracolo d’eleganza che lasciavale aperta, tra i pizzi bianchi come la neve, una punta del seno roseo, mentre, con negligenza di spettinata, ella si faceva cadere le trecce bionde sulle gracili spalle. Dicevano poi che si voleva dar l’aria di letterata che molto leggesse e scrivesse con quelle sue tavole sparse di carta elegante, di calamai preziosi, di grandi stecche d’avorio, di romanzi, di dizionari, e di taccuini. Invece quei taccuini ella li portava sempre con sè perchè vi aveva deposto il tesoro de’ suoi ricordi, i suoi pensieri virginei, tante belle massime amatorie e morali gustate molto dalla palpitante fanciulla nelle sue letture proibite. Deploravano anche che ella sprecasse tanti danari, che potevano essere dati ai poveri, in tutte quelle galanterie comprate dai gioiellieri e dagli antiquari. N’aveva tutta piena una suntuosa e fragile vetrina di legno roseo, scorniciata alla rococò. Figuriamoci! V’erano tre ventagli sempre vaghissimi, sebbene nel secolo dei minuetti e dei nei fossero stati molto adoprati; v’erano finissime miniature in avorio di gentildonne Angiolieri e Aquilegi, state in Francia (egli nasceva da una principessa francese) dame d’onore di delfine e regine; v’era un’intiera orchestrina di piccoli alati amorini di vecchio Sax; una pantofola turca, già appartenuta a madame di Maintenon: nè bastavano queste profanità, ma v’erano mescolate anche le cose sacre: un crocifisso d’oro pendente da un rosario di lapislazzuli; una mezza pianeta d’argento dov’era istoriata l’agonia di Nostro Signore; un uffiziolo molto sudicio all’estremità dei vivagni, ma ridente di colori come una primavera, e perfino (questa poi era la stravaganza più grossa di tutte) il tricorno rosso dello zio cardinale! È vero che donna Angioliera diceva di serbarlo per il figliuolo qualora gli fosse piaciuto di dedicarsi alla Chiesa, ma quelle signore le rispondevano, sorridendo, che Gastoncino aveva gli occhi troppo furbi per sottostare alle astinenze del sacerdozio. Facevano qualche volta di tali riflessioni sì argute, e nondimeno anche certe stampe a colori, di quelle che Parigi volteriana diffuse per i salotti alla vigilia del Terrore, riproducevano scene d’una galanteria troppo raffinata, perchè esse non le guardassero spesso scandalizzate. Le più ingenue e sincere ammiravano francamente la candida mensa ricca di porcellane, di fiori, d’argenteria, ma soprattutto le trine finissime che orlavano la tovaglia e i tovaglioli da thè ricamati e cifrati con una grande corona.

Quel giovedì d’ottobre la contessa Grossoni (una bambola superba e piena di devozione presso alla quarantina) deplorò, con aria alquanto amministrativa, che le cose del Comune andassero a rotoli: bisognava essere più energici, e licenziare tre o quattro che non facevano il loro dovere.

— Chi sono? — domandò donna Angioliera fumando una sigaretta.

— Il lampionaio che s’ubriaca, e che l’altra sera si scordò perfino d’accendere i lumi; l’acchiappacani che lascia venire in paese tutti i canacci della campagna, e il medico nero che trascura gli ammalati.

— Chi è il medico nero? — domandò donna Angioliera che lo sapeva benissimo.

— È quell’antipatico del dottore Stellini — rispose la Grossoni con gran disprezzo.

— Ha avuto qualche rapporto lei, contessa, col medico nero? — domandò donna Angioliera languidamente distratta.

— Rapporto?... che intende dire per rapporto...

— Intendo dire un rapporto lecito, onesto come posso averlo io... averlo lei... la signora Trippetini, la marchesa Ciancieri....

La vecchia marchesa Ciancieri, cachettico avanzo di molti amori, sorrise scetticamente con la bocca sdentata, scotendo la faccia magra e rugosa.

— L’ho chiamato una sola volta — rispose la Grossoni — per un mio incomodo, ma non lo chiamo più: mi piacquero poco i suoi modi, e glielo feci capire: lui mi rispose come non si risponde mai ad una signora... È un gran donnaiuolo!

— Davvero! — sclamò maravigliata donna Angioliera, e guardando il viso severo della Grossoni, aspettava di saperne di più. Ma la Grossoni con quella esclamazione aveva già concluso un fatto mentale, offrendolo alla facile supposizione delle amiche, e bastava.

— Non se ne meravigli — le disse la Trippetini — si figuri s’era messo perfino con l’Eufemia, che è tanto brutta!

— No, non è mica brutta l’Eufemia — disse la Ciancieri — è una moretta che agli uomini piace molto.

— Chi è? — domandò donna Angioliera, lanciando con indifferenza il fumo della sua sigaretta.

— La figlia dello speziale.

— Quant’anni ha?

— Trentadue, o trentatre.

— Ma che c’è stato? — domandò donna Angioliera nascondendo con un sorriso il suo turbamento.

— Fino a che punto siano andate le cose — rispose la Grossoni — io non lo so: ma la doveva sposare, gliel’aveva promesso, e poi l’ha lasciata.

— Gli uomini sono tutti volubili! — disse la marchesa Ciancieri col tono di chi se n’intende, ed annunzia una gran verità per la prima volta.

— Veramente — riprese a dire donna Angioliera — io lo conosco poco il dottore Stellini, ma quando lo chiamai per la malattia di Gastone, con me si condusse da gentiluomo; forse s’avvide che io non son donna a cui si può far la corte: ha fatto benissimo, contessa, a metterlo al posto.

— Si figuri, io che adoro mio marito! — essa rispose teneramente.

— E trascura anche gli ammalati? — domandò donna Angioliera.

— Non va neppure a vederli! — disse la Trippetini.

— Ah sì sì, l’ho detto e lo ripeto, io li vorrei più energici quei signori del municipio! — sclamò la Grossoni — a me piacciono gli uomini energici!

— Anche a me — disse donna Angioliera.

— Ora poi saranno obbligati a licenziarlo per forza — riprese la Ciancieri — tutto il paese gli è contro per via di quella contadina morta stamani...

— Una madre di tre figliuoli! — sclamò la Grossoni con voce di gran pietà.

— E n’ha colpa lui se è morta? — domandò donna Angioliera.

— Sicuro — rispose la Grossoni — ha mancato di visitarla, di soccorrerla in tempo... dicono lo speziale, il parroco, il medico di Gaggiano, il veterinario, tutti, che si poteva salvare, purchè nella crisi il medico le avesse dato un certo rimedio, ma il medico non c’era, il rimedio mancò, ed è morta; una madre di tre figliuoli!

— Oh povera donna! povera donna! che disgrazia! — sclamò donna Angioliera.

E per alcuni istanti tacquero tutte, perchè erano tutte visibilmente commosse: poi la Grossoni guardò l’orologio, si spaventò, e disse, alzandosi in fretta:

— Ho fatto tardi, e mio marito mi attende; io ho l’abitudine di non far mai attendere mio marito: dunque, donna Angioliera...

— Arrivederla, contessa: l’avverto che oggi è l’ultimo giovedì che ricevo, perchè quest’altra settimana dovrò partire.

— Così presto!... oh mi dispiace!...

— Eh ormai per quest’anno la villeggiatura è finita: ma mi procurerò il piacere di rivederla.

— Brava!

— Sì, perchè lei mi dice sempre delle cose utili a sapersi.

— Grazie, cara donna Angioliera: tutta sua bontà: ma dunque ci rivedremo davvero prima che parta?

— Certamente.

— Oh, e poi io verrò al vaporino a salutarla: arrivederla, donna Angioliera.

E la contessa Grossoni uscì a passo veemente.

— Ecco! — disse dopo un poco la Trippetini — la contessa Grossoni è una buona donna, una donna molto intelligente, ma io ho osservato che non può stare se non dice male di qualcheduno.

— Pare che il dottore Stellini si sia condotto poco bene con lei — disse donna Angioliera.

— Non le dia retta! — rispose scotendo il capo la marchesa Ciancieri — se fosse vero, non l’avrebbe detto: ma lei vuol far sempre credere d’essere tentata da tutti, e di salvarsi sempre.

— Già! — sclamò ridendo la Trippetini.

— E invece anche lei, anche lei... ma via! tronchiamo questo capitolo.

— Ma come! — sclamò donna Angioliera scandalizzata — che cosa si può dire della contessa Grossoni? adora suo marito!...

La Ciancieri non rispose, ma la giovine Trippetini incominciò a ridere; e poi nominò due signorotti del luogo, l’uno giovane e l’altro anziano, amicissimi tra loro, e più del marito; e ne raccontarono delle belle, in quella loro intimità tutta femminile. Donna Angioliera si divertiva a sentirle, ma dopo sclamò indignata:

— Non lo credo! sono calunnie: altrimenti bisogna dire che non c’è più onestà a questo mondo: io per esempio potrei ricordare una ventina delle mie amiche che non mancarono mai ai loro doveri verso il marito: ne son sicura!

— Come sei ingenua, cara Angioliera! — disse la Trippetini alzandosi per andar via con la Ciancieri — addio, cara; voglimi bene: ma non essere tanto ingenua, sai.

Aveva creduto la furba Trippetini che quel colloquio così confidenziale e segreto fra loro donne, raccontando gli amori della Grossoni, l’avesse così avvicinata, lei borghese, alla nobilissima gentildonna, da osare, per la prima volta, di trattarla alla pari, e darle del tu.

Donna Angioliera s’impettì, abbassò i bellissimi occhi alteri, s’inseverì, s’irrigidì come un busto marmoreo sopra un monumento sepolcrale del 400, e rispose:

— Arrivederla, signora Trippetini.

— Arrivederla — ripetè l’altra esagerando quel medesimo tono.

E uscita, andò subito a sfogarsi dalla contessa Grossoni. Era anche lei aristocratissima ma, invidiosa, ascoltò quei biasimi volentieri, dette ragione alla Trippetini, ed aggiunse che donna Angioliera portava a Riva di Lago anche degli usi, come quello, per esempio, di dare il thè, che assolutamente non erano del paese.

IX.

Abbiamo sentito la contessa Grossoni accusare anche lei il dott. Stellini per la disgrazia della povera contadina. Il dottore invece non l’aveva abbandonata se non quando i progressi rapidissimi d’una febbre infettiva, causatale da un parto infelice, soverchiavano ogni rimedio ed ogni speranza di poterla salvare. Egli dunque se n’era andato la sera da quel tugurio, intendendo di non ripetervi un’altra visita oziosa.

Ma il giorno dopo il marito della contadina ricorse disperato al dottore, quando già ella era per morire. Non lo trovò a casa, non lo trovò in farmacia, ma in farmacia ci trovò l’Eufemia, e suo padre, il sor Telemaco Figurini.

— Pover uomo! — sclamò l’Eufemia — che cosa ci si può fare noi? la colpa è di quella canaglia del medico: andate al Municipio a fare il vostro ricorso: non è la prima donna che fa morire il medico!... per lui la vita dei poveri e dei contadini, non conta nulla!

— Eppure siamo carne di cristiani anche noi! — gridò il contadino.

— Non scrive mai una ricetta: — disse il sor Telemaco, tenendo in mano, con sicumera, uno specifico che aveva preso dalla scansia riservata ai medicamenti esteri — io faccio venire le medicine da tutte le parti del mondo, ma è inutile con lui! Questa boccetta, vedete, viene dall’Inghilterra, e questa era la medicina che ci voleva per vostra moglie: e l’avrebbe salvata, non gliel’ha ordinata...

— Birbaccione! — sclamò l’Eufemia.

— Assassino! — gridò il contadino — o dargliela ora a mia moglie?

— Ora è troppo tardi, e poi io senza la ricetta del dottore non posso darla.

— Ma dove sarà?

— Mah... sarà andato a caccia.

— Oppure da qualche donna — aggiunse l’Eufemia.

— Pensare che rimango con tre creature!

— Pover uomo, meritate tutta la compassione! — disse l’Eufemia — tutta colpa sua, del medico nero! è tanto ingannatore! tanto traditore! tanto canaglia!...

Il contadino fuggì disperato dalla bottega.

— Mi ha ammazzato la moglie! mi ha ammazzato la moglie, quel medico infame! — egli ripeteva, empiendo de’ suoi lamenti il paese, e poi la camera della morta, dove vagiva una culla.

Il sor Telemaco si fregava le mani e diceva: — Eh perdio! non mi morse lupo che io non mi rifacessi col suo pelo: mi hai impedito di vendere il mio piccolo chinino ai contadini, non m’hai sposato la figliuola, o prendi canaglia!...

Più tardi capitò in farmacia il giovane medico di Gaggiano, un comunello poco distante da Riva, e ne dissero corna insieme. Quella di Gaggiano era la prima condotta del giovinotto, ma essendo nativo di Riva, e volendoci ritornare, cercava di scalzarne il medico nero. Anche lui dunque ripeteva con sicumera agl’imbecilli del paese, che erano un numero rispettabile, che la contadina, con certi espedienti, poteva esser salvata; ma il medico nero o gli ignorava, o non ci aveva pensato. Era innegabile, egli soggiungeva, che il medico nero disprezzava troppo scetticamente gli immensi sussidi della farmacopea. E lo stesso press’a poco ripeteva il veterinario, tristo individuo, che si sentiva troppo soggetto anche lui all’occhio severo e vigile del dottore.

Il rispettabile numero, così facilmente aizzabile, s’indignava, e già s’agitava con quel vagante e torbido mormorìo che precede lo scoppio della procella. Il sindaco temeva una rivolta di popolo, e ne aveva scritto alla prefettura. La prefettura aveva scritto al capitano dei reali carabinieri perchè il comandante della stazione più prossima a Riva, si recasse con due uomini sul luogo, immediatamente. Il furore del maggior numero lampeggiò la sera stessa che fu seppellita la contadina: volarono dei sassi a fracassare i vetri al dottore. Egli si precipitò giù in istrada. Nessuno era stato. Lo salutarono rispettosi e si dispersero nell’oscurità del crepuscolo, sibilando.

I carabinieri passeggiarono a lungo su e giù... Ma quel malanimo del numero rispettabile, essendo stato impedito dai carabinieri di sfogarsi coi sassi, le fucilate, le bombe, il petrolio, la dinamite, ricorse a un giornaluccio della provincia come al suo esòfago naturale.

E dall’esòfago uscì il giorno dopo un’accusa tuonante come appunto il grido d’una moltitudine. Il dottore aveva mancato al proprio dovere col sacrifizio d’una vita: la vita d’una povera madre di tre figliuoli!... E qui l’esòfago rivolgeva due lunghissime apostrofi funebri l’una ai figliuoli, e l’altra alla madre, che riuscirono d’un effetto lacrimatorio grandissimo: il giornale andò a ruba, e raddoppiò gli abbonati. Il dottore si degnò di rispondere.

Disse che egli adempiva sempre con scrupolosa coscienza ai doveri serî della sua professione, non curandosi di quegli apparenti o di falso zelo, i quali non servono a nulla, o soltanto a soddisfare la vanità propria, o ad evitare il biasimo degli ipocriti e degli sciocchi. Fece quindi la storia scientificamente esatta del male; espose i resultati dell’autopsia cadaverica, dimostrando che nessun potere umano avrebbe potuto salvare la contadina.

Queste luminose prove del vero gettate contro quei tristi, interessati o ciechi, non valsero che a invelenirli e accecarli di più.

L’esòfago sostenne di nuovo l’accusa, dimostrando con un gergo molto oscuro e confuso, ma altrettanto scientifico, che il dottore Stellini aveva trascurato quei mezzi farmaceutici e teraupetici che erano, in quel caso, indicati dalla più elementare dottrina medica.

Il dottore rispose ancora: ma questa volta con minacciosa ironia e arte sottile come una lama temprata, toccò sì addentro le catoniane coscienze de’ suoi accusatori, che l’esòfago tacque. Certi fattarelli che dovevano aggirarsi come le nottole nelle tenebre, paventarono che sorgesse da quelle parole del dottore un’alba importuna; il paese, non più istigato dalla pubblica stampa, si calmò, e il sindaco telegrafò al prefetto d’aver soffocato l’insurrezione.

Il dottore ebbe ancora gli onori del luogo; ma dovè visitare più brevemente o occultamente donna Angioliera, il cui nome eragli troppo caro per tollerarne la censura e l’irriverenza. Nei giorni di questa lotta, sì perversamente misera e scempia, egli aveva trepidato solo per lei. Egli pensava che forse, per obbligo vano d’ufficio, avrebbe fatto quella visita alla contadina morente, se i capelli biondi di donna Angioliera non gli avessero infuso, quella mattina, un soave oblìo delle inesorabili esigenze della vita reale. Questo era sempre il suo torto, il suo peccato, ed il suo gastigo: abbandonarsi troppo alle seduzioni della donna, dell’immaginazione e del cuore.

Egli dunque in quei giorni aveva temuto che, col suo, fosse vituperato anche il nome della signora. Ma tutt’e due avevano messo tanto studio e tanto ingegno nel nascondere il loro amore, che, per allora, potè sfuggire alla malignità, la quale, per buona fortuna, non è sempre accorta e veggente, ma qualche rara volta dorme anche lei.

X.

Donna Angioliera lo volle rivedere alla vigilia della sua partenza per Roma. Disse di sentirsi male, allontanò i servi per riposare tranquilla, e rimase sola nelle sue stanze a terreno.

Il dottore, avviandosi verso la villa sull’imbrunire, provava un dolore acuto quasi come può dare la morte d’una persona cara; dolore che egli sentiva in sè per la partenza di donna Angioliera, e che esalava pure di fuori da quella infinita tristezza dell’ora e della stagione. La campagna s’oscurava in un gran silenzio: l’autunno moriva come una festa abbandonata dai numi e dai cultori. Nell’interno della villa, le acque della peschiera, così raggianti in quel pomeriggio d’agosto, ora erano livide, dormenti sotto una lieve nebbia, e sparse d’uno sfacelo di foglie cadute. Il suono d’una campana pareva il gemito delle cose, e accresceva il lutto di quel crepuscolo senza voci, di quel velo oscuro in cui tutte le immagini visibili scomparivano come ombre di cose non più esistenti.

Egli s’inoltrò per un viale chiuso da carpini cupi, e giunse a una porticina socchiusa. Entrò: in fondo a una tacita fila di stanze vide pendere dal soffitto una lampada accesa, e affiochita dagli ultimi bagliori di quel pallido giorno d’ottobre. Credè che donna Angioliera l’aspettasse in quella stanza illuminata, ma non c’era alcuno. Battè leggermente a un uscio vetrato, una voce sommessa gli rispose chiamandolo a nome, ed egli si fece avanti. La stanza era oscura, ma egli vide, distesa sul sofà, la bianca signora al fievole albore della lampada che filtrava attraverso i vetri dell’uscio, coperti da bianche tende. Ella si alzò su i guanciali e gli aprì le braccia...

Poi si tolse dal collo una lunga catena d’oro, donde pendeva un porta-ricordi, con una ciocca de’ suoi capelli, e gliela diede domandandogli: — Sei contento?

— Sì, ma la collana sta bene a te: mi basta il dono de’ tuoi capelli.

— Oh che dottore poetico! io sono più positiva.

— Lo so, e nel positivo è la saggezza, ma può esservi anche la vigliaccheria: nella poesia può essere la vanità dell’affetto, del ricordo, della speranza, del sogno, ma è anche la nobiltà, la sincerità, la fierezza, l’indipendenza: perdonami Angioliera, ma la collana non la voglio.

— Vuoi dunque soltanto questi miei pochi e brutti capelli? come ne sono superba! e ora dimmi, il tempo con te mi fugge come un baleno, e tra poco ci dovremo lasciare: dunque te ne vai da Riva?

— Sì; qui hanno già nominato il medico di Gaggiano che li servirà a dovere: farà vendere, a centinaia di bottiglie, un certo olio di fegato di merluzzo che fabbrica il farmacista, e non serve che a guastare lo stomaco.

— È bravo almeno?

— Bravissimo! conosce a uno a uno, per nome, forma e costumi, tutti i microbi possibili e immaginabili, tiene nel taccuino le ricette per guarire tutte le malattie, ed ha sempre la coscienza pronta agli ordini di chi lo paga e lo premia.

— E tu quando parti?

— Fra pochi giorni: vado a X; un’altra condotta da aggiungere alle altre, e che sarà come le altre.

— Tu devi venire a Roma; voglio averti vicino, voglio vederti ogni giorno.

— Ti stancheresti, Angioliera; la consuetudine raffredda, e spenge quell’ardente sospiro che, dolce o penoso, ci fa rivolgere ad un’immagine sola, ci fa capaci d’ogni sacrifizio per essa, e anche d’ogni follia; ma non bisogna crederci troppo: quel sospiro è così fugace, e gl’incontri son tanti in questo mare difficile della vita, dove naufraghiamo sì spesso e sì volentieri, senza mai arrivare al porto della felicità...

— Io ci sono arrivata! io sono tanto contenta stasera!...

— Io no; non vorrei che tu partissi, che tu ritornassi in quel gran mondo aristocratico dove si ha tanto tempo da consacrare ai peccati.

— E come devo fare? ci sono nata in quel mondo... ma, per farti piacere ci anderò, il meno possibile; sei contento?

— No, non fare per me un così gran sacrifizio: senza quel mondo tu saresti come una regina senza sudditi, e senza corte: a chi mostreresti lo splendore de’ tuoi capelli, la bianchezza delle tue spalle, la superbia del tuo portamento? Da chi saresti ammirata, desiderata, tentata, invidiata?

— Non me n’importa nulla: ma non sai che quel mondo si vuole e si desidera e ci si va soltanto perchè speriamo di trovarci chi ci comprenda, ci ami, il nostro ideale, insomma, e ora che l’ho trovato in te...

— Ma proprio?... basta, in me puoi riposare sicura: il mio amore è fermo, forte, sincero: è soltanto sull’onda mobile che non si trova riposo.

— E io sono l’onda?

— Sì, ma un’onda così deliziosa per ora...

— E per te, solo per te, io sarò sempre così! io non so mentire, non so mutare!... perchè sorridi?

— Perchè ho paura che il diavolo non ti tenti troppo, là nel gran mondo. Per resistere al diavolo ci vuole, in certi momenti, una virtù sovrumana.

— E io l’avrò, l’avrò, te lo giuro! non pensar mai male di me; credimi capace d’ogni cosa elevata, credimi diversa da tutte le altre donne che hai conosciuto.

— Sì sì, ora, in questo momento, ti credo la più buona, la più nobile delle donne, la più dotata del potere divino di render felici; ora tu sei per me soave e gentile come una santa, intelligente come una fata, perchè tu oggi mi ami; ma se domani tu non mi amassi più, allora tu diverresti per me la più perversa, la più fatua, la più falsa delle creature... Io mi sgomento a pensare da quale fondo d’infinito egoismo viene l’amore e l’odio che c’inspiran le donne: ma insomma, ecco come io ti amo!...

— Amami sempre così, questo tuo egoismo mi piace: anzi se tu non fossi egoista così, ti odierei... ti ucciderei...

XI.

Si divisero. Ella andò a Roma, e il dottore al luogo della sua nuova condotta. Vi passò i primi giorni molto tranquillo. Le immagini dell’amore, senz’ombra di sospetto o di dubbio, gli passavano per lo spirito placide e sorridenti come un’acqua libera di montagna che riflette il sole, le stelle, l’aria serena, nè diviene torbida e tempestosa se non quando altre correnti ne attraversano il naturale andamento.

Due lettere appassionatissime di donna Angioliera seguitarono a mantenerlo in questa felice disposizione di spirito, ma quando egli aspettava la terza lettera, non la vide arrivare. Naturalmente egli temè che ella fosse ammalata, e che perciò non potesse ritirare, com’eran d’intesa, le sue lettere tra le ferme in posta. Riscrisse dunque dopo due settimane, e il silenzio continuò...

Egli, più disposto a dubitare che a credere, già la vedeva nera. Tentò di schermirsene con l’indifferenza superba, ma più si sforzava di non pensarci, e più lo premevano le violenze, i sospetti, gli accoramenti della passione.

Se era malata, e se fosse morta? Nessun presentimento malauguroso avrebbe potuto più atterrirlo di questo pensiero; ma accanto ad esso sorgeva il bieco sospetto che quel suo grande amore non fosse stato per lei che il passatempo allegro d’una stagione, e allora gli veniva la tentazione d’ucciderla. Soddisfatta nella sua perversa e frivola vanità di provocatrice d’amori, ella forse attendeva allora a suscitarne dei nuovi nel suo gran mondo?... In questo caso egli avrebbe voluto, con tutte le potenze dell’anima altera, non apparirle irato o lamentevole come un amante deluso, ma celarle, come lo spartano divorato dalla fiera nascosta, la sua tortura; e intanto il pensiero d’aver perduto l’amore di quella donna, l’agghiacciava come una condanna di morte. La sua curiosità critica era anche assai stimolata a scrutare l’enigma di quel silenzio improvviso e succeduto a tanto impeto, a tanta soavità di passione... Era possibile che ella potesse fingere e simulare fino a quel segno?... Era inferma? Ma, fuorchè non fosse stata aggravatissima, avrebbe potuto mandarglielo, con qualche scusa, e anche per mano d’altri, un semplice avviso a lui che l’aveva curata durante la lunga villeggiatura. Probabilmente, dunque, non era inferma, e allora ella era un fenomeno abbominevole di perfidia e di fatuità. Regina nel regno della bellezza corporea, in quello della ragione, parevagli un’orrenda chimera, una sfinge sinistra, una stupida forma dell’assurdo e del male. Ma la deformità, l’incomprensibilità della sfinge non gli rendevano meno affascinante la donna... L’aborriva col cuore, e non poteva più levarsela dalla mente. Secondo che gli era delineata dal vario giudizio ch’ei ne faceva, ella vagavagli innanzi la notte in tutte le immagini possibili; le buone tramescolate alle triste, e di nessuna era certo, e tutte lo assalivano con le frecce del dolore e del desiderio. Agognava di rivederla in viso la sfinge, voleva ancora scrutarne il cuore, e sarebbe corso a Roma; ma per l’appunto un’epidemia difterica, sopraggiunta in quei giorni, scavava continue fosse là in quel paese; ed egli non poteva lasciare gl’infermi, e doveva attendere sempre calmo, àlacre, accorto, e senza distrazioni colpevoli, alle visite continue nelle case e nell’orrendo spedale. Quando poi usciva di mezzo ai malati ed ai cataletti, restava solo là nella casa nuova, sotto la ferrea oppressione di quel silenzio. Il sonno gli fuggiva dagli occhi, la stanchezza gli impediva lo studio. Prima d’essere assalito da quella febbre, soleva vivere con certi libri suoi prediletti in una dolce intimità di pensiero, ma ora anche i libri più eloquenti e più veri non erano se non voci morte per lui, a confronto di quell’unica voce viva che portava in sè: la voce di quella donna lontana, di quella donna tacente.

Alcune volte peraltro, ricomponendosi nella dignità della sua coscienza, riusciva a isolarsi da quella terribile sopraffazione muliebre. Ella divenivagli allora pressochè indifferente come una femmina qualunque incontrata a caso; gli si freddava, gli s’allontanava dal cuore come se non dovesse più ritornarvi. Ma dopo poco il dolore dell’isolamento e dell’abbandono, l’umiliazione d’aver potuto credere all’amore di quella donna, gliela facevano apparire di nuovo così falsa e malvagia, che dimenticava tutte le prove che pure ella gli aveva dato d’amabilità, di bontà, o non gli parevano che menzogne. E mentre per più disamarla e spregiarla, egli non voleva vedere in lei se non la femmina frivola, volgare, corrotta; accadeva che ella invece esercitasse su i suoi sensi una seduzione maggiore di quando una simile seduzione non era sola, ma in armonia con tutto l’essere di lei non destituito delle sue più nobili e gentili attrattive. Aveva un bel disprezzarla e scacciarla da sè: la rimembranza d’uno sguardo, d’una parola, d’un moto, bastava a rigettargliela nel pensiero sotto quella sembianza malefica, soffocante che lo precipitava di nuovo, come un’orribile ondata, nel dissolvimento della tempesta. La passione, tutt’altro che spenta, tornava a sormontare su lui con molteplici effetti, secondo che egli provocavali in sè medesimo con le varie rappresentazioni di quel solo fantasma che n’era la causa e l’oggetto. Di tali effetti quest’ultimo era il più basso, e violento: l’amore, privo della sua essenza eterea, si gettava a scoprire il fondo cieco, vorticoso della lussuria selvaggia. Per liberarsene egli ricorreva, in quella solitudine, a tutti gli antidoti che poteva ritrovare in sè stesso: apriva la Divina Commedia e leggeva a voce alta i canti più ascendenti del Paradiso chiedendo a quelle note armoniose l’aiuto per risalire, per ritrovare la luce dell’altezza e della poesia; faceva le più severe riflessioni sul dolore delle creature, sulla morte, sul male, sulla forza e sulla dignità umana unicamente affidate al lavoro e al costume severo. Egli invece aveva anteposto, come sempre, a questa voce del vero l’allettamento della propria sensualità. Espiava: si sentiva d’intorno un’atmosfera bassa, color di fango, una specie di scirocco letale che gli aggravava l’anima, gli prostrava l’ingegno, gli annientava il volere. Fuori di lui nulla che gli portasse il conforto d’una buona novella, d’una nobile ispirazione, d’un alto pensiero: in lui le tenebre del dolore, del dubbio, dei sensi, con l’inutile sete ardente d’una fede sempre negata; e avverse alla fede, quelle miserabili influenze d’una donna incostante, non potute evitare in quella impossibilità d’ogni distrazione geniale. Nondimeno egli ancora la ringraziava. Non incontrando lei sarebbe rimasto nei lacciuoli d’Eufemia.

Egli piegava la fronte, come sentendo ruotare sopra di sè l’ala poderosa del fato.

Intanto donna Angioliera era condannata anch’essa, in un altro modo e per un altro motivo, a una specie di pena espiatoria; non lei perversa, come pareva al dottore ne’ suoi momenti più brutti, ma piuttosto perverso il male a cui la misera soggiaceva.

Era potuta tornare a tempo presso il marito perchè anche lui potesse riconoscere in quel male, o in quell’incomoda novità, una legittima conseguenza del matrimonio. Ella avrebbe voluto evitarla, ne aveva una specie di rimorso, o d’inutile pentimento; ma nondimeno si scusava e si compiangeva pensando quanto sarebbe stata più felice e più buona, e insomma diversa, con un diverso marito.

Soffriva molto. Quel mistero inesorabile che tanto la travagliava, assorbendo, a suo profitto, in un centro d’incessante operosità, tutte le potenze di lei, cagionavale una perfetta indifferenza, o un gran disgusto anche per le cose che prima aveva più amate e desiderate; le dava un malessere inenarrabile come se, alimentando altrui, sentisse fuggire la propria vita, la faceva piangere e ridere, quasi pazza, in certi momenti. In quello spasimo ella avrebbe respinto da sè anche il nettare degli Dei, qualora gliel’avessero offerto. Ella odiava tutti gli uomini, gli accusava d’egoismo e di brutalità, senza pensare alla parte che ci hanno, sia pure ingenuamente, le donne; una collera sorda spesso l’assaliva contro il dottore, il quale, secondo lei, avrebbe dovuto risparmiarle quell’affanno, quel peso. Perciò ella aveva a sdegno lo scrivergli, perchè scrivergli come donna innamorata più ormai non poteva, nè voleva d’altronde manifestargli il motivo di que’ suoi sentimenti avversi; mentre poi, da vera epicurea dell’amore, si compiaceva a supporre che, privo delle sue lettere, dovesse molto soffrire anche lui, e dovesse più intensamente desiderarla. Perciò lasciava correre i giorni, e non gli scriveva.

L’unico sentimento buono che ancora la toccasse nel vivo era la sua tenerezza materna, non placida, ma funestata essa pure da presentimenti sinistri, da trepidazioni paurose che le correvano per le alterate e tenere fibre. Per esempio, un giorno ella leggeva l’ultimo romanzo francese nel suo grand’orto romano, donde si slanciava un agile pino verde nell’ampio azzurro. Sebbene si fosse a mezzo decembre, e il fico non avesse più fronde, e le foglie della pergola, che ombreggiava un’alta muraglia conventuale, ormai fossero rade e d’un color grigio dorato; nondimeno a quel tepore e a quello splendore di sole, pareva ancora il tempo delle ottobrate romane. Il rumore della gente e delle carrozze, non strepitante ma confuso in un medesimo mormorìo lontano, mandava esso pure colà, in quell’orto solitario, come un’onda perenne di movimento e di gioia.

A un certo punto donna Angioliera lasciò di leggere per ascoltare, confuso a quel leggiero brusìo, un organino che suonava l’aria della canzone popolare:

Io questa notte in sogno l’ho veduto, Era vestito tutto di broccato.

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