PARTE TERZA. Donna Angioliera. (continued 2)
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Un giorno ella aveva sentito il dottore cantarellare nel bosco della villa quella canzone, e, a quel ricordo, un’improvvisa soavità le ammollì il viso superbo e sì triste!...
Ma a un tratto, come colta da una paura istantanea, trasalì e guardò intorno. Gastone, che poco prima schiamazzava per il giardino, era scomparso. «Gastone! Gastone!...» Zitto... Quel silenzio la colpisce come un tristo annunzio di sciagura e di morte. Già vede Gastone affogato nella fontana, o precipitato dal muro. «Gastone! Gastone!...» ella grida, correndo per il giardino... La cameriera glielo riporta: era sgattaiolato in istrada dall’uscietto del giardino per vedere un uomo far ballare le scimmie. Il ragazzaccio brutale sghignazzava per la celia fatta alla mamma, e perchè la vedeva sorridere così spaventata, così pallida, così ansante.
Ma intanto era avvenuto un miracolo. Quel giorno, chiusa nel suo salotto, dopo un mese di silenzio e di pena, scrisse al dottore una lettera lunghissima. Era rinato l’amore, ed ella ne sentiva di nuovo quasi l’impressione fisica nella soave dolcezza che la invadeva, pensando a lui. La creaturina era stata la causa innocente del suo silenzio: le perdonasse, dicevagli, perchè anche lei aveva tanto sofferto come la madre. Aspettava una sua lettera «ferma in posta».
Questa lettera di donna Angioliera non persuase troppo il dottore. E non sapeva di doverla alla fatalità d’un suono errante per l’aria!... Si domandò se quel silenzio così freddo e così inumano, oltre che dalla condizione anormale, non fosse dipeso anche dall’indole capricciosa e impulsiva della signora. Ma era troppa la gioia ricevuta da quella lettera: quindi, senza pensarci troppo, perdonò, dimenticò tutte le torture sofferte, e le rispose molto affettuosamente, senza lamentarsi, senza rimproverarla... Perchè affliggerla in quello stato?
Invece le dispiacque.
— Oh come dice poco questa lettera! — ella disse buttandola via indispettita. — Io mi aspettavo i più severi rimproveri! credevo che mi dicesse infedele, perfida, trista, cattiva! invece non una parola dura, non un lamento! dunque non ha sofferto nulla pel mio silenzio!... dunque non mi ama più!... sì sì, ha sofferto, ma non me l’ha voluto dire perchè è superbo: io invece sono così umile, così buona, così sincera!...
In tal modo ella lo amava, e il suo si potrà chiamare anche amore, ma talora l’odio è più gentile e più umano.
XII.
Come poi un tale amore potesse continuare sett’anni è uno di quei misteri che si spiegano facilmente pensando che le radici profonde d’una passione non cessano di rinverdire anche quando il terreno è arido, e la fede e l’illusione sono trascorse.
Donna Angioliera, con quella fermezza di volontà che poneva per soddisfare ogni suo desiderio, lo pregava in ogni lettera di stabilirsi a Roma, occorrendole di vederlo spesso perchè il suo amore, lontano dagli occhi, non avesse a languire. Confessando questo pericolo, ella dimostravasi innamorata e sincera, sebbene sincera, certe volte, volesse esserlo troppo, e non ingenuamente, ma per apparire, secondo i casi e le circostanze, o più candida, o più procace, o più cattiva, o più buona. Quale fosse di tutte queste la sua nota caratteristica più costante, era difficile a definirsi in quella volubilità e oscillazione continua d’impulsi e di contraddizioni.
Ma quegli inviti incessanti, la felicità, sì agognata, di vivere a Roma, di redimersi da quella schiavitù, a catena corta, dei piccoli luoghi, attraevano molto il dottore... Aveva messo da parte coi suoi risparmi una somma che gli bastò per trarsi di pena quando l’autunno dopo si stabilì, libero medico, a Roma, vicino alla donna che amava.
A Roma ella non gli era impedita, come a Riva, dai troppi occhi e dalle troppe lingue assiepate intorno a spiare e accusare. Donna Angioliera era libera di star fuori di casa quanto voleva. Quella sua bramosia un po’ zingaresca d’aria, di spazio, di libertà e di mistero, faceva sbuffare il marito, conte Pier Francesco Acquilegi; il quale, molto bell’uomo e spiantato, poi si calmava attingendo senza riguardo alla ricchissima dote della moglie. La moglie lo reputava addirittura un cretino: lui reputava la moglie una testa debole, e così andavan d’accordo. Ma lui provava quasi il piacere d’una vendetta a rifarsi su i danari della sbadata consorte, valersene per mantenersi in gran lusso, per soddisfare le sue volgari eleganze da sibarita, per giocare a rotta di collo, per divertirsi in tutti i modi leciti e illeciti, e per trovare le teste forti femminili, le quali si commuovevano nel più tenero modo possibile quando egli si lamentava con loro dei rifiuti e dell’incuranza della moglie capricciosa, fredda, crudele.
D’una sola cosa aveva paura: del mondo; e quando la moglie passava un po’ troppo la parte, egli aggiravasi per la stanza con le mani nei capelli, e non finiva più di ripetere disperato: «Ma che cosa dirà il mondo!» Era una delle sue vanità, il credersi un uomo d’onore, e anche un uomo coraggioso, e per mantenere il decoro, la padronanza e il carattere di marito, s’abbandonava di tanto in tanto a delle sfuriate achillesche. La moglie lo lasciava sfogare senza resistere e senza scuse, come una docile pianta che, nella sua molle cedevolezza, è più forte degli sbuffi del vento. E il marito, per vero dire, sbuffava terribilmente, sbuffava sempre, era sempre inquieto, brontolone e nervoso quando era in casa; sicchè procurava di starvi il meno possibile, e di fuggire la moglie. La sola vista della moglie gli muoveva una bile acerrima, dissimulata, in presenza altrui, sotto parole melate e tramezzate, per la vanità di parere un uomo di spirito, da insulti scherzevoli ed ironie sorridenti, di cui donna Angioliera del resto non offendevasi punto.
Anche i figliuoli davano poco da fare a donna Angioliera, che era pure una tenerissima madre. Ma Gastoncino devastatore l’avevano messo in un buon collegio di gesuiti; e allattata Maria, i più molesti pensieri ne rimasero alla Giuditta, la bambinaia; e più tardi alla signora Emilia. Questa, caduta in miseria per le mangerìe d’un parente, donna Angioliera, sua amica d’infanzia, l’aveva presa molto volentieri come istitutrice della bambina.
Così donna Angioliera aveva molto tempo da consacrare al dottore. I due amanti si ritrovavano qualche volta nelle ville dei principi romani, solitarie, in certe ore, come la muta campagna che le circonda, sotto quei grandi pini selvaggi che mormorano in alto come una voce armoniosa e immensa dell’aria.
Talora ella usciva per fare le sue devozioni. Vestiva un abito nero dimesso, e la bavera nera, e i capelli biondi ripresi dietro e ricadenti sulle spalle a grosse trecce addoppiate, le davano l’aspetto d’una eleganza più singolare perchè disusata, ma pur d’un gusto squisito, e semplicissima. Teneva in mano un libro devoto ingrossato dalle immagini, dalle foglie secche, e dai fiori che ella, tenerissima dei ricordi, conservava tra quelle carte. Entrava in una chiesa grande, vuota, echeggiante, si metteva a sedere innanzi all’effige del Sacro Cuore, e con quel cuore pareva conversare fervidamente, finchè non veniva il suo amico, com’ella lo chiamava, a distrarla e portarla via.
Ovvero si recava colà in quel remoto quartiere dell’Aventino, dove nessuno la conosceva, e dove il suo caro amico abitava solo, in faccia alla Roma antica «in cenere e caverne:» colonne, mura, macerie, volte oscure e profonde, che sembrano lo scheletro immane avanzato alla distruzione d’una città favolosa.
Entrando nel vasto portico di quella casa lontana, ella non poteva sfuggire agli occhi della vecchia e vigile portinaia, la quale erasi messa in testa che ella fosse una signora inglese che saliva spesso, sofferente e velata, a consultare il dottore. Attraversava l’umido cortile, svoltava a sinistra per una scaletta segreta, la saliva celere con giuliva ansietà, batteva lievemente alla porta, che subito le s’apriva, ed ei ne calmava sul suo petto il petto affannoso. Erano frettolose queste venute, più frettolose le fughe, ma lunghe le permanenze. Talora, in aprile e maggio, la luce grandiosa dei tramonti romani, mista al profumo dei glicini purpurei, che pendevano a grappoli dalle finestre di quella casa, declinava e smoriva in un azzurro annottato, ed essi erano ancora là quasi invisibili in quella camera oscura.
In tal modo trovavano nell’amore un ristoro alle loro tribolazioni, quando l’amore non diveniva, esso pure, per ambedue, la tribolazione più grossa di tutte.
Ella non sapeva tollerare in nessuna cosa una troppo lunga continuità, per cui in lei alle vampe del sole meridiano succedevano i crepuscoli e le agonie: quando se n’era appagata, lasciava in maggese, dirò così, quel campo della passione, o perchè dopo le rifiorisse più vivo, o perchè altri gliene sorridessero più graditi. Allora certe sue cattive inaspettate crudezze esasperavano la passione del dottore, che si corrucciava come la fiamma scompigliata dal vento. Egli sentiva di portare in quell’amore una nota alta, generosa e costante, che non era la nota di lei. Ella si compiaceva più d’accendere, che non essere accesa. La sua vanità n’era soddisfatta come a farsi credere un enigma cangiante e indecifrabile a tutti. In questo vedevasi troppo il suo proposito d’imbrogliare il problema, per impedirne la soluzione. Prendeva a bello studio le fisonomie, dirò così, più opposte della bontà e della perfidia, della sincerità e della finzione, come se si confondessero e apparissero in lei gli elementi di più anime, i residui di più stirpi. Ne resultava un carattere morale proteiforme, assurdo, contradditorio, di tutti i colori come l’abito d’arlecchino: un carattere capace pure d’un affettuosità e d’una tenerezza, che poi, quando non era più esaltata dal desiderio, ella dissimulava per apparire una donna forte, una domatrice di leoni, e poco capace d’innamorarsi. Desiderando molto di farsi credere tale, ella s’immaginava d’esserlo veramente, e se prima s’era abbandonata all’impulso spontaneo e caldo della passione, poi, quando le venivan quei grilli, ostentava una superba musoneria; fredda, altera, sdegnosa, intollerante e serissima, quasi non fosse più quella, ma un’altra donna in cui ogni sensibilità fosse spenta.
Tale enigma non era oscuro per il dottore, ma soltanto irritante. Egli che manifestava sempre così libero e schietto il suo sentimento, aborriva que’ complicati artifizi, deplorava che, trascorso il tempo dei dolci sospiri, nulla potesse sorgere dal cuore di quella donna che non fosse artefatto e alterato da un abito di seconda maniera. Da quest’antitesi dei loro temperamenti, nasceva, con l’amore, l’odio, l’antipatia, la procella: pallidi di furore e dolore si dichiaravano allora tutt’e due, con la solita frase, ma sempre con solennità tragica, che tutto era finito tra loro, e si lasciavano superbamente indignati. Il dottore resistendo all’amarezza di quelle rotture soltanto per la forza del proprio orgoglio, non le scriveva, non la cercava, ma pensava intanto, con una specie di terrore, al pericolo d’averla perduta per sempre. Se non che ella non spingeva mai la sua crudeltà fino a non farsi più rivedere, e il solito giorno gli ricompariva alla porta. Entrava sorridente, festosa, piena di celie, lo baciava, gli diceva d’aver tutto dimenticato; e al dottore, per quel ritorno non chiesto, ella sembrava infinitamente buona e gentile. Ella voleva che il dottore ammirasse i suoi superbi capelli d’una fiammea e lucente bellezza, e se li pettinava, cuoprendosene il pallido viso. N’era giustamente orgogliosa, e lo scoprirvi ogni anno qualche vestigio bianco di più l’affliggeva per il terrore d’una canizie lontana: vedevasi già tutta bianca di biondissima che ella era: e conoscendo la vanità anche de’ suoi capelli, piangeva sulla vanità di tutte le cose.
Così poterono mantenere la loro stagione amorosa, tra tempestosa e serena, per sette anni, finchè da altri casi non furono separati per sempre. Nella tessitura, o nella preparazione di questi casi, ci ebbe che fare anche Giuditta, la bambinaia, una cattiva ragazza di Riva, che non ispirava nessun timore a donna Angioliera, ma Giuditta, coi suoi occhi neri e grifagni, accompagnati da una bocca vezzosa e da un naso adunco, spiava continuamente la condotta della padrona, e traevane conclusioni assai semplici e grossolane, ma che la incoraggiavano a curare anche lei, come la padrona, i propri interessi amorosi. Sebbene questi interessi fossero molto intimi e riserbati, nondimeno un giorno la moglie del cocchiere vi trovò assai da ridire: anche la piccola Maria aveva visto qualcosa di molto strano, e donna Angioliera necessariamente dovè licenziare Giuditta.
Ella ritornò al suo paese dove incominciò a dir bene con tutti della sua buona, della sua cara signora. Questa, dopo due mesi, venne, secondo il solito, a villeggiare, e si sentì ripetere quelle lodi di Giuditta da tutte le bocche di Riva. Volevano che la signora la riprendesse come desiderava Giuditta non pel servizio che era buono, poca fatica e un lauto salario; ma solo per il suo grande attaccamento alla sua buona, alla sua cara signora, ma essa non ne volle sapere.
Allora Giuditta incominciò a dire un gran male della sua buona, della sua cara signora, non risparmiandole i titoli più ignominiosi.
L’Eufemia, la figliuola dello speziale, l’ascoltò con più attenzione e più consenso di tutti. Era rimasta zitella screditata con un bambino sofferto dal salumaio, e d’essere nubile e madre accusava solo il dottore.
Ella fece confessare tutto a Giuditta. Seppe da lei che la scorsa estate il dottore era venuto, nottetempo, alla villa. In un angolo del giardino essi credevano d’esser soli, e non esser visti che dalle stelle innumerevoli e palpitanti nel cielo, ma dalla stanza illuminata spandevasi fuori un alito di riflesso per l’aria bruna; e Giuditta, di dietro a un’alta siepe di bossolo, tutto sentì e tutto vide.
L’Eufemia a tali racconti fu quasi per cader tramortita, e se li fece ripetere non so mai quante volte coi più minuti particolari. Giuditta le dette anche molto segretamente una lettera del dottore. La signora l’aveva dimenticata un giorno sotto uno de’ suoi tanti guanciali, sì morbidi e vaghi, dove abbandonava, nelle sue ore di malinconia o di superbia, la testa bionda, chiudendo gli occhi per non veder più nessuno.
Quelle due birbone stettero attente se anche quell’anno il dottore, o di giorno o di notte, non fosse capitato da quelle parti. Ci capitò infatti, prendendo dimora sull’altra riva del lago, in una piccola locanduccia che aveva sempre pronta una vela per condurlo alla villa.
Il dottore era comparso un giorno alla villa improvvisamente, perchè donna Angioliera non gli scriveva più dopo gl’inviti ripetuti invano per vincere la sua troppo cauta prudenza. Ella ne esultò e rise come una bambina che ha potuto fare una celia, e lo pregò a rimanere. Non essendo possibile evitare la maldicenza, ella ora, senza temere di nulla, senza l’incomodo della maschera che impedisce e non salva, provava un gran piacere a vivere a modo suo, e sfidare il mondo cattivo.
Di che temere?... L’indegno marito non se ne incaricava, ed era lontano: egli, il suo medico curante, il solo che ella stimasse, e volesse consultare ogni giorno; nessun ospite nelle camere vuote; i servi fidi, e tementi, se avessero osato di parlarne, d’essere licenziati; nessuna visita, perchè oramai s’era liberata di tutte quelle false amiche di Riva. Voleva esser sola con lui.
— Amiamoci, amico! — ella gli disse baciandolo — si vive una volta sola, e la vita che si vive è sì triste! Rallegriamola con l’amore! io non temo di nulla: non temo che di perdere la mia parte di felicità, che mi puoi dare tu solo!
E la stagione bellissima piena d’abbagli, di verde, e d’un immenso tripudiare di fiori, di volatili, di farfalle, di formiche e di calabroni, pareva infatti sorridere alla loro felicità.
XIII.
S’era di luglio, e la vasta ventilazione del lago e dei boschi temperava il calore di quella bella giornata. Quasi aliti purissimi che si svolgessero dagli occulti e benefici elementi della natura, quei fiati carezzevoli facevano dovunque tremolare le fronde verdi, come altrettanti ventagli aerei.
Nel giardino della villa si vedeva, ora qui, e ora là, apparire Maria, bellissima bambina di cinque anni, in candida veste orlata di larghe trine, nude le piccole braccia, e i capelli neri volanti. Si fermava a guardare con occhi grandi il luccichio della peschiera e del lago, e quella varietà infinita dei fiori... Ma le rondini saltellavano su i meli carichi di pomi, le farfalle palpitavano sulle rose, sulle viole; di sotto i vasi dei limoni, sbucavano le lucertole trepidanti; oscillavano le foglie, balenavano le acque, tutto era palpito e moto di vita; e così dopo quel lampo d’inconsapevole ammirazione, tornava a muoversi anche Maria; correva, saltava la siepe, si stendeva, si rotolava su i praticelli... Poi si fermò di nuovo a guardare attenta i pesci dorati che si muovevano anch’essi nella fontana, e vedendovi riflessa, in un’ombra più scura, la sua immagine bianca, rimase assorta in quella contemplazione.
A un tratto, non meno agile d’un grillo che spicchi un salto nel prato, ella corse incontro alla mamma, che, con in mano un gran mazzo di fiori e d’erbe odorose, e accompagnata dal dottore, era apparsa sotto il portico del giardino.
— Oh ecco la mammina dei gatti! — disse il dottore perchè Maria prodigava carezze a tutti i piccoli gatti della villa.
Maria, aprendo le braccia, si fogò, con un impeto d’affetto e di gioia, addosso alla mamma, si tenne stretta al suo collo; e quindi tornò a divertirsi.
— Come ama sua madre! — sclamò il dottore.
Donna Angioliera sorrise, ed entrò con lui nel museo.
C’era caldo perchè durante la notte le finestre erano state chiuse. Il dottore le aprì, ed entrò l’aria fresca delle montagne che un turbine di nubi rendeva più azzurre nell’ombra, con qua e là dei larghi sprazzi di neve.
Di fuori era spenta ogni voce degli animali. Soltanto gli uccelli avevano come dei placidi colloqui di famiglia nei loro nidi. La natura silenziosa pareva incantata dal suo stesso splendore.
Donna Angioliera vestiva un lungo abito di lanina bianca, con un largo nastro color tortora stretto alla vita sottile, e fermato, sul fianco sinistro, da una grande e antica fibula di lucido strass. Quel giorno s’era voltata i capelli sulla fronte come una fiamma, o come la corona d’un cherubino pallido ed estasiato, una copia dell’Angelico che ella teneva in camera, presso il serico padiglione del suo letto. Il dottore pensò che ella aveva voluto quella mattina acconciare la sua pettinatura su quel modello celeste, ma nondimeno il suo viso, sì nobile e fine, ricordava pur sempre la generazione galante di quelle aristocratiche donne che ballavano con tanta leggiadria i minuetti, accompagnate dal dolce violoncello del Boccherini.
Ella spartiva nei vasi quella gran copia di fiori che serbavano tuttavia la freschezza della rugiada, e che parevano espandere, odorando, la loro anima pura per quelle stanze. Tanta gaiezza e varietà di colori era come il giubilo d’una festa fugace accanto alla severa malinconia di quei molti simulacri marmorei, di quei miti dell’estetica e del culto pagano, nelle cui nobili forme pareva che l’antichità spenta avesse impresso un senso triste e solenne, quasi d’immagini eternate nell’immobilità della morte.
— Ecco! — ella fece tutta contenta, quando ebbe finito d’infiorare il salotto; e presa da una coppa d’argento una sigaretta, andò ad appoggiare la testa sui morbidi guanciali del suo sofà, sì civettuoli di colori e di gale. Accese la sigaretta al dottore e per sè, e, come soleva spesso, incominciò a spiegare all’amico il proprio carattere. Egli l’ascoltava sorridendo e fumando.
— Si sì, hai ragione, cara, — le disse sapendo di farle piacere — tu sei ancora un mistero per me dopo sei anni: ma che cosa vale il tempo in questo? noi potremmo rimanere insieme tutta l’eternità amandoci sempre, odiandoci qualche volta, ma senza comprenderci mai, non è vero?...
Ella sorrise, e atteggiò le labbra a fumatrice provetta.
— Ma come tu vuoi comprendermi, — disse — se io stessa non mi comprendo? tu dici che io son piena d’incoerenze, che sono troppo volubile e strana, e sarà così: stamani, per esempio, assaporo una gran voluttà qui con te, in mezzo al profumo di questi fiori; e stasera forse mi sentirò triste, accasciata, mi sentirò come se io fossi la più misera donna di questo mondo...
— E domani?
— Chi sa domani?... forse... se rimarrai qui con me mi sentirò ancora felice.
— Forse!... come sei cattiva!
— Non sono io cattiva, ma quel piccolo demonietto che ho in me, e che forse ereditai da mia nonna: mia nonna era molto bella e capricciosa: fuggì dal marito, viaggiò mezzo mondo, e poi per amore s’avvelenò: quello che di certo non farò io, perchè io non sono una donna appassionata, non sono una donna sentimentale, io sono una donna molto positiva: soltanto... vedi se io sono buona!... io mi rattristo, io mi scoraggio quando vedo delle donne più giovani e più belle di me: allora penso: se il mio amico mi vedesse in mezzo a loro, non sarei più io la sua preferita.
— Come sei buona! ma stai sicura, nessuna donna, fosse anche la più bella del mondo, può preferirsi a quella che amiamo.
— Sì sì, ma se io, bionda, avessi, per esempio, gli occhi neri della marchesa di Valmorel, quella che mi lodavi tanto, mi adoreresti, mi baceresti i piedi come al papa!
— No, i piedi nè a te, nè al papa: ma tu credi che saresti più bella con gli occhi neri? no, mia cara: la natura, quando non produce dei mostri, fa tutto corrispondere in una relazione armoniosa di colori, di linee, di sfumature, per cui se tu presumi far meglio di lei, e vuoi variarla, ne nasce subito una bruttissima stonatura, come le brune, per esempio, che si trasformano in bionde, facendo acquistare ai loro capelli un bellissimo colore di stoffa ritinta.
— Già, come qui a Riva, la marchesa Ciancieri: oh come sei intelligente tu!... zitto... una carrozza...
— Qualche visita! — sclamò il dottore.
— No, io oggi sono invisibile a tutti: via leggimi qualche cosa.
— Che devo leggerti?
— Quel brano dell’ombra...
— Di Patroclo?
— Sì.
— Ma ti secca: sbadigli: tu non capisci i poeti.
— Io capisco tutto, quando c’è chi mi aiuta.
— Come sei buona! — sclamò il dottore, e, aprendo il libro, soggiunse sorridendo: — Facciamo anche questa per contentarti, ma al primo sbadiglio, smetto: Achille dunque non è più un mito, ma un uomo, quando piange l’amico ucciso: e «piange disteso sulla riva del mare...»
S’interruppe, e tutt’e due ammutirono, perchè una mano furiosa scosse, in fondo all’andito, l’uscio del museo, come se volesse atterrarlo.
— Sarà la mia cameriera che è tanto villana — ella disse — ma non può entrare perchè ho chiuso di dentro: seguita a leggere: Achille dunque è disteso sulla riva del mare; mi piace quell’apparizione del morto sulla riva del mare.
— Sì «il mare dagl’innumerevoli suoni dove Achille gemeva alla riva imbiancata dai flutti. Ma poichè aveva affaticato le belle membra inseguendo Ettore attorno l’alto Ilio, il dolce sonno gli versò l’oblìo delle pene, e lo circonfuse... e l’anima dello infelice Patroclo gli apparì, gli s’arrestò sospesa sul capo, e gli disse: — Achille, tu mi dimentichi... più non ti ricordi di me... Dammi la mano, io te ne supplico piangendo, perchè non tornerò più dall’Ade...
Di nuovo s’interruppe, perchè fu battuto all’uscio.
— Ma chi è? vado a vedere: tu resta qui — ella disse.
Tornò dopo pochi istanti dicendo serissima, e col tono di chi annunzia una gran disgrazia: — È venuto mio marito.
— Era lui che bussava?
— No, ora era l’Emilia; ma prima era lui.
— E dov’è andato?
— Su in casa.
— E ora?
— Ora...
E per mostrare che non aveva paura, ma che era molto irritata da quell’arrivo improvviso, incominciò a canticchiare, pallida e animatissima, un’aria sgherra, imitando, coi moti vivi e graziosi della testa e del busto, la civetteria ardita d’una cantatrice di canzonette.
— Ecco il demonietto della nonna! — disse il dottore — ma ora non è tempo di gorgheggiare, benchè tu abbia in te tutti i doni dell’armonia!...
Ella, con un viso serio e superbo, s’avviò verso l’uscio, e il dottore la seguì.
— Se ti maltratta? — egli le disse — io vado incontro a tutto, pur di salvarti.
— Oh come sei noioso, o tragico Otello! come dai sempre troppa importanza a tutte le cose!
— Ma come ardirai di presentarti a lui? di certo avrà risaputo che io ero qui...
— E se l’ha risaputo? non sei il mio medico? non posso ricevere il medico? che mi fa le iniezioni di morfina?...
— Non te l’ho mai fatte per vero dire... e lo crederà?
— Altro! tu non conosci mio marito: mi crede tutto, non è come te che non mi credi mai: è un marito ideale, specialmente quando è lontano; ma sai perchè è ritornato? perchè non ha più quattrini, e io, questa volta, non glieli ho voluti mandare, ma ho fatto male: che cosa non gli darei pur di non vedermelo vicino!
Prima d’aprir l’uscio, ella baciò il dottore.
Guardarono fuori; tutto taceva: non c’era alcuno nel giardino, tranne il cane di guardia dormente sulla ghiaia, in un angolo ombroso.
— Vai — ella gl’intimò a bassa voce.
Il dottore esitava. Parevagli una viltà l’andar via incolume, e lasciar quella povera e debole donna sola, senza che egli fosse lì a difenderla contro la collera del marito.
— Vai — ella gli ripetè sommessa e impaziente: poi soggiunse ad alta voce: — Arrivederla a domani, signor dottore; venga e farà un gran piacere anche a mio marito.
Ella corse sotto il portico, ed entrò in casa: il dottore s’avviò giù per l’ombroso stradone verso il cancello, ma era inquieto: voltavasi addietro, guardava intorno, si fermava a ascoltare.
Paventava per donna Angioliera, ma questa invece, pur sentendo tutto il peso e tutto l’incomodo della sua condizione, era perfettamente tranquilla riguardo alle conseguenze di quella noiosa improvvisata di suo marito.
I suoi peccati d’amore non le davano alcun rimorso: li riguardava come un modo, troppo facile a dire il vero, di reagire contro l’uggia e l’antipatia che le ispirava quella subiezione legale ad un uomo sì grossolano e sì indelicato. Egli, oltre all’essere ciò che era, aveva altri grandissimi torti verso di lei. D’un’intelligenza e d’una potenza morale tanto inferiore alla sua, fino dai primi dì della loro unione, quando intorno alla sposa novella ed innamorata aleggiava ancora qualche spirito di poesia; egli aveva tolto queste ali alla psiche, abbassandola alla sua scuola; ed era avvenuto come se offendendo il profumo d’un fiore, egli ne avesse contro di sè eccitato i veleni. Una tale contaminazione aveva avuto poi l’altro effetto di deprimerlo anche di più in faccia alla moglie ricchissima, ardente, indisciplinata; onde in lui quella tolleranza stizzosa che accresceva la irritabilità de’ suoi nervi, e a cui non rimaneva altro sfogo che un biasimo continuo e inefficace, ma, secondo lui, ben meritato da quella moglie infedele e malvagia. Perchè come marito benedetto da un vescovo in chiesa, e autorizzato dal sindaco, pretendeva che una virtù che egli aveva contribuito a spengere, dovesse sussistere ancora, e unicamente per lui.
Il pover uomo aveva bisogno di spazio, e perciò era andato ad aspettare la moglie nella gran sala da ballo...
Egli malediva cordialmente chi gli aveva reso quel bel servizio di farlo accorrere a riparare i suoi torti. Ma non sarebbe accorso, e sarebbe rimasto invece a giocare e nudrire una delle più belle avventuriere d’Europa, una vera meteora di Venere disastrosa; se appunto, come sappiamo, non si fosse, tra il gioco e la meteora, vuotato le tasche: non aveva più un soldo.
Ora dunque andava su e giù a gran passi per la gran sala da ballo, e faceva quei moti superflui che ordinariamente fa ognuno che, acceso di rabbia, e senza potersi sfogare come vorrebbe, si trovi in un grande impiccio. Gli passavano per il viso furibondo e allibito tutte le ombre del male: l’odio, la collera, lo sgomento, la gelosia, la disperazione.
Si mordicchiava le unghie, strabuzzava gli occhi, levava su il pugno come per avventare una saetta a qualcuno; stringevasi nelle spalle, si cacciava le mani in tasca, si fermava, guardava in terra, oppure guardava il grande soffitto come se volesse invocarlo o sfidarlo: perchè nel soffitto ridevano largamente dipinti gli Dei in quella carnale e rosea nudità che era permessa in Olimpo quando v’imperava Giove tuonante.
Oh se egli avesse potuto avere nel pugno il fulmine di quel Giove, o la clava ginnastica su cui riposava tranquillo quel formidabile Alcide, vicino alla madre Alcmena!
Un lieve passo che s’udì muovere per la sala, gli fece volgere il viso. Era lei...
Lui spinse innanzi il torace stirando indietro le braccia, coi pugni stretti: e lei, vedendo quel brutto viso villano, non meno ardita che altera, gli voltò immediatamente le spalle, avviandosi verso l’uscio con un’aria da regina che discende dal trono.
— Andate pure! tanto la vita di quell’uomo è nelle mie mani! — le disse a bassa voce, fremebondo, e seguendola a passo lento.
— Prendetevela, è il mio medico, e domani tornerà a visitarmi: uccidetelo pure sotto i miei occhi.
A quell’ironia e a quell’annunzio d’un’altra visita del dottore, con l’obbligo impostogli d’ammazzarlo, non si potè più tenere, non temè più di provocare uno scandalo, e incominciò a urlare come un ossesso.
— Oh quale divertimento è più divertente, e più indecente di questo per la servitù! — gli diceva donna Angioliera, chiudendo gli usci e le finestre — m’avete forse invitata qui a prendervi parte?... Che lettera?
Egli gliela buttò sul divano.
Il dottore le aveva sempre scritto con la più cauta e rispettosa prudenza, sì da parere non amante, ma medico che dà consigli amichevoli alla signora che ha in cura. Egli parlava in quella lettera d’una signora inglese, la quale era mancata a un consulto prestabilito, e il dottore l’aveva aspettata invano. Su quel particolare si fermava con un po’ d’ironia, ma era difficile capire che egli alludeva a donna Angioliera. Seguivano degli avvertimenti, un po’ troppo caldi e premurosi per vero dire, ma confacenti allo stato nervoso della signora.
— Questa lettera vi dovrebbe rassicurare — ella gli disse dopo avervi scorso gli occhi rapidamente — è il mio medico, e non deve darmi dei buoni consigli?
— Già... già a uscio chiuso...
Ella suonò il campanello, e al servo che si presentò sulla soglia, disse di chiamare la signora Emilia.
— Emilia, chi ha chiuso l’uscio del museo, stamattina?
— Io, non sapevo che la signora vi si trovava, — rispose la signora Emilia — e non volevo che c’entrasse Maria come fa sempre: tocca tutto: quei marmi stanno lì per l’appunto, e uno glie ne può cadere facilmente su i piedi...
— Ah, ha chiuso lei, signora Emilia? — fece il conte — ha chiuso lei? allora tutto è spiegato, Angioliera cara.
Ma sebbene fosse tutto spiegato e, volessero tutto dissimulare e cuoprire, quel giorno, a pranzo, pareva che durassero una gran fatica a parlarsi.
— Angioliera cara, perchè non hai appetito? la tua salute, Angioliera cara, ne soffrirà se non mangi — ei le diceva pallido e volgendole certi occhi amorevoli e avvelenati che davano un accento anche più falso alla sua voce melliflua.
— Papà — disse Maria a un certo punto — perchè mi guardi con occhi così cattivi?
Il papà guardò sorridente Angioliera cara.
Ella s’alzò, prese Maria per mano, ed uscì.
Il conte, rimasto solo, diè colla punta del coltello sulla tovaglia.
— Ma posso esser trattato in un modo più infame?... — mormorò cupo fra i denti — certamente!... certamente!... sì signore!... io lo sapevo da un pezzo, ma zitto il mondo, zitto anch’io! Ora quella lettera maledetta me ne fa sapere delle altre, il mondo parlerà... e io devo figurare di crederla la migliore delle mogli, perchè ne ho troppo bisogno per ora!... Ma verrà il giorno che io me la rifarò sulla sua figliuola, che non è mia: calma, calma, e prudenza per ora... bisogna fingere, fingono tutti! io so bene, come bisogna vivere a questo mondo...
Quest’ultima riflessione parve calmarlo. Ci bevve sopra una bottiglia di Bordeaux, mangiò parecchie sfogliatine con frutta candite, si versò del cognac, prese il caffè, accese uno sigaro d’Avana, e si alzò da tavola gonfio, un po’ brillo, ma sufficientemente soddisfatto della sua politica da uomo di mondo.
XIV.
— Che cos’ha la mamma? — domandava Maria, divenuta tutta timida, alla signora Emilia.
La madre era andata a nascondere nel suo boudoir la sua angoscia.
Sentivasi combattuta, e come serrata fra due pene contrarie, la pena dolce e la pena amara, ovvero pene amarissime tutte e due in quel contrasto del libero amore, e del vincolo d’un uomo che non meritava il sacrifizio di quanto ella aveva più desiderabile e vivo se non solo perchè il patto matrimoniale glielo imponeva. Ci fu un momento che le parve così intollerabile la vita condannata a quella catena e a quella faticosa finzione, che non pensò più a reprimere i suoi gemiti e i suoi sospiri.
La cameriera l’udì, ed entrò a domandarle se si sentiva male. Ella non le rispose. Ma quando la cameriera fu uscita, la signora riprese a piangere più desolatamente per l’umiliazione sofferta da una persona di servizio, che aveva preteso di consolarla!...
«Ecco, ecco le conseguenze» ella diceva.
La mattina dopo il conte mandò ad avvertire il portinaio che la signora non riceveva nessuno: ma la padrona era lei, e perciò mandò a dire che la signora per il dottore Stellini era in casa.
Ella era in uno di quei periodi, nei quali (ora forse per quella solitudine della villa) il suo amore per il dottore rinverdiva come una giovane pianta di primavera. Quel giorno sarebbe andata incontro anche alla morte pur di vederlo. E quando nel giardino udì la voce del suo amico che parlava col servo, ella si fogò alla finestra, e provò una ebbrezza infinita.
Il servo introdusse timidamente il dottore nel salotto della signora... Credeva di trovarla sola, e ci trovò anche il marito!... Stava colà in piedi nell’ombra gettata dal tendone della finestra, e pareva uno spettro. Non è possibile immaginarsi un’apparenza più fredda e più altera. La moglie gli presentò l’amico, e il conte gli sporse la mano, guardandolo con gli occhi fissi e sbarrati d’un impiccato. Il dottore dovè pur toccar quella mano, ma compiendo, con grandissima ripugnanza, quell’atto bugiardo, gli sembrò di perdere qualcosa della sua integrità morale e d’acquistare egli pure una brutta piega di falso e di farabutto. Il conte sorrise: quel sorriso, accompagnato da quello sbarramento degli occhi lenti era spaventevole. Quell’uomo soffriva, e il dottore n’ebbe pietà.
Dopo pochi minuti, ad accrescere le spine di quel terribile incontro, entrò in salotto Maria. Entrò fresca e giuliva come un fiore di campo. Teneva in collo un gattino infioccato di nastri azzurri, e gli faceva da mamma baciandolo e dicendogli delle tenere paroline. Tutt’e due incominciarono a giocare allegramente per il salotto. Maria fece qualche passo di valzer, insegnatole in que’ giorni dalla signora Emilia, e quando il gattino saltava improvviso a mordicchiarle i calcagni, ella rideva ed esclamava di gioia. Quale immagine, in ambedue, nel gattino e nella bambina, della felicità fanciullesca!... Il conte s’accarezzava la barba con un moto lento, e con que’ suoi occhi velenosi, ma che avevano pure qualcosa del santo estatico, guardava ora il dottore, e ora Maria sì vagamente brunetta e dai capelli neri. Egli invece i capelli li aveva d’un biondo che nell’infanzia era stato rosso arancio.
— Angioliera cara, — poi disse con voce placida e mansueta — ricordati che dobbiamo fare quella visita. — Ed uscì senza salutare il dottore.
Maria continuava a ballare e ridere col gattino.
— Maria, vai di là — le disse la mamma: — mi dai noia.
Appena uscita Maria, ella porse le avide labbra al dottore.
— No no — egli bisbigliò trasalendo.
— Non lo vede, signor dottore, che povera donna son io? — ella disse — che cosa vale a noi povere donne tanta forza morale, se poi la forza fisica ci abbandona? Io non vorrei nella battaglia della vita rimanere mai così spenta, mai come oggi!
Il dottore le fece varie domande da medico che conosceva bene la sua ammalata, e le raccomandò la calma e il riposo.
Ella guardò: poi si piegò di fianco verso di lui che le sedeva vicino, gli baciò sommessamente la guancia, e gli bisbigliò frettolosa: — Voglio che almeno ti rimanga tutto il giorno la dolcezza di questo bacio.
Il dottore uscì accompagnato dagli occhi desolati e amorosi della signora.
Ma più tardi ebbe una sua lettera per mezzo dell’Emilia che uscì per condurre a spasso Maria. Gli diceva d’avere avuto una scena terribile col marito, il quale l’aveva offesa nel modo il più orrendo. Ella aveva sopportato con gioia quei colpi durissimi, perchè straziavano un cuore tutto pieno di lui! Ma se invece avesse ascoltato sè sola, e non anche l’amore materno, sarebbe fuggita per non mai più ritornare. Non voleva che una simile scena si ripetesse. Perciò non venisse più alla villa, e tornasse a Roma, dove presto sarebbe tornata anche lei. Sì, sarebbe tornata a rivedere l’uscio verde della sua casa, e a cogliere i glicini che infioravan le sue finestre. Come amava quel fiore!... Come il solo ricordarne il profumo la riempiva di serenità e di contentezza!...
Il dottore obbedì, e il giorno dopo, affrettavasi al vaporino, fermo alla riva in attesa dei passeggieri, quando incontrò il conte Aquilegi che guardava attorno con occhi spiritati, come se cercasse qualcuno. Si balenarono un’occhiata, e senza salutarsi, si dispersero ambedue fra la gente.
Il dottore salì a bordo, s’affacciò alla ringhiera del battello, e rivide il conte tra la gente che ingombrava la riva. Egli voleva proprio assicurarsi che il dottore partiva, e lo guardava insaziabile con un ghigno mefistofelico: un ghigno che aveva quasi la contrazione del riso, ed era come una finestra a cui l’odio di quell’uomo dagli occhi dolci s’affacciava in tutta la sua bruttezza.
Il dottore si tolse di là impazientito, e disparve.
Il conte, allontanandosi per ritornare alla villa, si voltava e si rivoltava verso il battello, bisbigliando tra i denti: «Ha avuto paura di me quel vigliacco!... quell’infame!... quel gesuita!...»
Dopo la partenza del dottore, il conte, contento assai di non più incontrarlo, fu anche più mellifluo e cortigiano con Angioliera cara, ma la serietà e la cupezza dei loro visi pareva spesso la nube nera d’un gran temporale, distesa ancora sull’orizzonte.
Egli presumeva, con la sua politica, di darla a bere a quei furboni dei cittadini di Riva; voleva, per lo meno, che lo credessero un marito ignaro, e vivente in ottima buona fede e armonia con la moglie. Perciò l’accompagnava alla messa, la seguiva in qualche visita straordinaria, e facevano insieme, quasi ogni giorno, la trottata per l’amena e selvaggia strada tra le montagne aspre e il verde specchio del lago. Guidava lei, con agevolezza sprezzante, la poderosa pariglia, bene ergendo il busto dall’alto sedile, e con un viso sì serio e intento, da parer quasi duro. Ovvero ella attraversava il paese cuoprendo della lunga veste d’amazzone il robusto fianco della sua baia dorata. I moti del superbo animale invaghivano anche di più la spigliatezza agile, ma formosa, e bene arcuata alle anche, della pallida e ardita cavalcatrice. Non guardava nessuno, ma tenendo gli occhi superbamente fissi all’alta testa della cavalla, mostrava il più alto disprezzo pei cittadini di Riva, di cui non curava le ciarle. Il marito la seguiva all’ambio o trottando su un cavallino arabo brioso, ma così mansueto che lo montava anche Maria; e dava e riceveva i più cordiali saluti. Poi le più ilari maldicenze si spandevano dietro a loro tra la polvere della strada.
L’Eufemia e Giuditta, udendo lo scalpitìo dei cavalli, accorrevano tutte ridenti sull’uscio o alla finestra. Esse ne sapevano più di tutti. Sapevano che il conte venuto a Riva proprio a tempo per ripetervi la tragedia della Francesca; invece se l’era lasciato scappare!...
— Ah ah ah ah!... le risate di quelle sciocche e birbone, non avevan più fine.
— Come si fa, — diceva l’Eufemia — come si fa a tradire un uomo così bello, e così buono! Dio mio, se il Signore me l’avesse dato a me un marito simile, credi, Ditta, l’avrei adorato in ginocchio, senza mai fargli un torto! e quell’infame invece gliene fa tanti! E senti, Ditta, ora che hai trovato a Roma un altro servizio, ringraziane il Signore che t’ha aiutato, fai anche una novena a Sant’Antonio, ma racconta a tutti quello che sai.
— A tutti: — rispondeva Giuditta — non dubitare! io conosco tutte le cameriere, tutte le cuoche, tutti i servitorelli delle sue amiche; ci troviamo in mercato, al Pincio, in piazza Navona, e lo ridirò a tutti: deve comparire anche sui giornali.
— È quello che io desidero, Ditta, perchè una canaglia simile io non l’ho mai trovata: lui un traditore! un ingannatore! e lei... e poi mandarti via senza motivo!
— Senza motivo! — ripetè Giuditta — per un capriccio!...
— E poi su due piedi — rispose l’Eufemia — come neanche una ladra, neanche una meretrice!
— Appena mi lasciò tempo di far la sacca.
— Vedrai che il Signore la punirà: Addio, Ditta: recita un paternostro a Sant’Antonio ogni giorno: scrivimi presto, e tiemmi informata di tutto.
E Ditta partì per Roma.
XV.
Si verificava nella condotta di Giuditta la sentenza dolorosa del Vangelo che «i nemici dell’uomo sono i suoi familiari». Donna Angioliera era stata molto buona con lei; ne aveva tollerato i difetti, l’aveva ricolmata di doni; poi aveva dovuto, per un motivo giustissimo, licenziarla; tale conseguenza inevitabile Giuditta la doveva solo a sè stessa, ma invece incolpavane la padrona, e cercava di farle del male.
Ignorando affatto l’odiosa congiura che le era sorta alle spalle, donna Angioliera anticipò il suo ritorno a Roma, e vi riprese la sua solita vita, cioè la fatica continua, estenuante, di chi, con lena affannata, sospira la gioia, la felicità, e invece si trova tanto respinto indietro, quanto più si esaurì tendendo verso l’inarrivabile meta del sogno e del desiderio. E così in mezzo alle dovizie, ai piaceri, agli svaghi, alle sodisfazioni di vedersi corteggiata come una delle principesse della bellezza e dell’eleganza, non mancavano alla povera donna le lacrime, le noie, il senso doloroso della fugacità, gli scoraggiamenti.
Nondimeno questa vita fastosa e superficiale insuperbivala in modo che il dottore, affaticato nell’opera necessaria alla sua sussistenza, le appariva talora d’una condizione troppo modesta se paragonata alla sua, e alle relazioni tutte splendide di titoli, d’ozio, di signoria, in mezzo alle quali viveva in un ritorno continuo di visite, di convegni, di cavalcate, di balli, di conferenze, e di concerti musicali, nei quali ella talora faceva udire, fra gli applausi, la sua voce profondamente gentile. In lei dunque nasceva naturalmente un po’ di quella superba fatuità che raffredda l’affetto, e scema la stima verso i più umili. Ella era inoltre un’anima eminentemente cercatrice di quanto poteva eccitare la sua ammirazione, la sua curiosità, la sua simpatia. Le cause ne erano molteplici e varie. Potevano consistere, per esempio, nel bel sorriso d’un volto; ne’ begli occhi d’un fascino imperatorio; nella fama di briccone d’ingegno, o di libertino irresistibile, o di scienziato, o d’artista; nella modestia, o anche nella superbia, d’un valentuomo; nei modi gentili, o anche rozzi di qualcheduno, purchè rozzi in una certa guisa sprezzante e virile che le piaceva. Infine tutti questi non erano che gli appetiti dell’ape che ha una puntura per ogni fiore nell’interesse del miele: ossia tutto questo non dimostrava in donna Angioliera che un ridestarsi continuo di quelle non mai paghe aspirazioni verso quell’incognito indistinto a cui ne guidano gl’incogniti fini della natura.
L’universo ne è pieno in un modo occulto, terribilmente vorticoso e imperioso; sicchè le povere leggi umane che ne vogliono saviamente frenare la violenza, sono come una fragile diga battuta continuamente dal fiotto d’una tempesta. Per tali aspirazioni, o anche istigazioni dell’istinto, gli occhi intelligenti, attenti e curiosi di questa donna intuivano le sue affinità maschili in tutti quei pregi corporei, ovvero spirituali, che secondo lei, giustificavano la sua stima, e, in certi casi, la sua amabile tenerezza.
Naturalmente, altrettanto vive che le sue simpatie e le sue tenerezze, erano le sue ripugnanze. Bastava che uno, per esempio, ai gusti, ai modi, ai costumi, al vestire, ai discorsi, le ricordasse il marito, (quel marito di cui si pentiva tanto, e che era stato l’avventatezza più fatale della sua gioventù sitibonda e inesperta); perchè ella non lo potesse soffrire colui, fosse pur bello come l’«Antinoo» del Vaticano, o slanciato come il «Mercurio» di Gian Bologna, o formidabile come il marchese capitano Rolando di Mascarpone.
Come amico del cuore del conte Pier Francesco Aquilegi, il marchese di Mascarpone tentò naturalmente di possederne la moglie...
Egli aveva su tutti gli altri uomini il vantaggio d’un’erculea corporatura, e doveva ad essa le sue continue conquiste, non meno che alla sua bella uniforme di capitano di cavalleria; uniforme che poi dovè abbandonare per esuberanza di debiti non pagati. Gliene rimase per altro la soldatesca fierezza di parata nel portamento, nei baffi arroncigliati e stirati innanzi verso lo spettatore, e nell’incedere dei passi: veri passi di Marte coi quali egli misurava prestissimo, a suon di sproni, le strade e le piazze della città. A vederlo, pareva sempre che fosse come il banditore d’uno stato d’assedio. Per queste qualità fortunato assai con le donne, non lo era egualmente al gioco, e doveva ricorrere, per le riparazioni, ai suoi numerosissimi e ricchi amici, i quali poi ricorrevano a lui per le loro compre di cavalli, e per le loro questioni d’onore. Quando un cavallo era stato sottoposto all’occhio intelligente e al tatto squisito del capitano, si poteva andar franchi riguardo alla fede di nascita e al merito della bestia. Come pure il suo giudizio era egualmente infallibile quando si trattava di sapere se due pistole o due lame erano così pure o onorate, da potersi misurare di fronte, e barattarsi colpi più o meno vicini, più o meno fatali.
Con tanti pregi, la resistenza incrollabile di donna Angioliera parve al marchese, furiosamente respinto e non più ricevuto, una cosa veramente incomprensibile e nuova: più ci pensava, e meno se la sapeva spiegare: gli pareva infine una grande stupidità, ma specialmente una grande offesa fatta a lui, ai suoi meriti personali. Non c’era che il disprezzo, ed egli disprezzò la signora, e aumentò invece la sua amicizia per l’amico del cuore; a tal segno che quando l’aura maligna soffiata da Giuditta, per le istigazioni d’Eufemia, cominciò a circolare in quel bel mondo cattivo, il solo a non riderne fu il marchese di Mascarpone; anzi se n’offese per l’amico del cuore, e corse a avvertirlo.
L’amico del cuore non glielo diè a divedere, ma si stizzì parecchio per questo zelo importuno; gli parve curioso, per vero dire, gli parve anche sospetto; si domandò se quello era un servizio da amico; non gli parve, per vero dire, ma lo ringraziò moltissimo, e tacque come se la cosa fosse finita.
— E dunque, che intendi di fare? — gli domandò il capitano, maravigliato di quel silenzio.
— Ci penserò.
— Ci penserai? ma, caro mio, un uomo d’onore, come sei tu, in questi casi non pensa... agisce!
— Agirò: io voglio che il dottore Stellini mi provochi davanti a testimoni, e allora io potrò sfidarlo senza che apparisca il nome di mia moglie come motivo dello scontro.
— Tua moglie... tua moglie... — incominciava a dire il marchese accigliato, ma l’altro lo interruppe esclamando:
— Basta! basta! non credo alle ciarle: Angioliera mi fu sempre fedele.
Il marchese, per alcuni istanti, lo contemplò stupefatto; e soggiunse: — Capisco, sei un gentiluomo: la tua buona fede non potrebbe esser maggiore, la tua delicatezza è grandissima: io t’ammiro; e trattandosi di tua moglie, d’una signora, sono un gentiluomo anch’io, e la rispetto: ma con franchezza di soldato ti dico (io un po’ me n’intendo) che il dottore Stellini se ne vanta, e perciò lo scontro bisogna che avvenga, e presto.
— Avverrà, avverrà.
— Non mica che io non lo deplori, sai: un duello è sempre una cosa seria, specialmente quando impegna un amico come te...
— Oh grazie! grazie!
— Ma vedi, tu tiri benissimo, e il dott. Stellini è un vile che non ha mai preso una sciabola, nè un fioretto: non si batterà.
— Oh si batterà! si batterà!
— Non si batterà, stai sicuro: e allora, vedi, gli facciamo firmare una dichiarazione la più umiliante, la più infamante che sia possibile, gliela pubblichiamo insieme col verbale, e lo svergognamo!
— Benissimo, ma per obbligarlo a firmare questa dichiarazione bisogna prima provocare un’offesa da lui, ed è quello che voglio.
— Già già, ma sbrigati.
— Dove posso trovar questo mascalzone? io l’andrò cercando per tutta Roma! quali sono i luoghi che è solito frequentare?
— Io spesso lo vedo al Pincio, so che recapita in una farmacia in via Gregoriana, e pranza in un’osteriuccia in Piazza di Pietra: qualche volta viene anche in casa Gobbetta: io stasera ci vado a far la partita: vieni anche te; chi sa che non ci capiti la palla al balzo... vieni, vieni.
— Sì sì verrò: addio.
XVI.
Il dottore, neppure a farlo apposta, quella sera capitò proprio in casa del banchiere commendatore Anatolio Gobbetta.
Era una casa ricchissima, dove andava donna Angioliera, e perciò anche lui quando, come questa volta, ella lo avvertiva. Ma vi andava così di rado, che il comm. Anatolio e la sua bella moglie, donna Aganippe, quando, dopo mesi e mesi, lo rivedevano, non si ricordavano mai del suo nome. Non trovando in quel salotto nessuna intima rispondenza che lo potesse rendere socievole ed espansivo, egli vi rimaneva solitario, e quasi silenzioso, tra un nuvolo di aristocratici vecchi e di borghesi nuovi, tutti maldicenti, e molto bene mescolati dal comm. Gobbetta intorno al suo gran potere bancario.
E alla banca, il commendatore (bell’uomo tra i 45 e i 49), è inutile dirlo, era serio come un musulmano nella moschea, era assetato, occorrendo, come Shyloch che esige la libbra di carne; ma la sera, quando si riposava, col sigaro in bocca, in mezzo agli ospiti, nello splendore del suo salotto, era gaio e leggiero e lingua assassina anche lui, come occorreva per divertire e non affaticare la conversazione delle signore.
La loquacità gentile delle signore ricreava l’orecchio come il murmure vario d’un’uccellanda, più festosa però, perchè accompagnata spesso da risa argentine, ed esclamazioni, provocate facilmente dai loro amici: mariti, amanti, clienti, tutti concordi; taluno dei quali, con la canna in mano dondolante, arieggiava a certi nobili nobilissimi dell’epoca goldoniana.
Donna Angioliera non era ancora venuta, e il dottore, aspettandola, girellava tra quei signori, cercava qualche viso femminile simpatico, o qualche punto dove fermare il discorso, ma le parole che rivolgeva o che riceveva da qualche labbro gentile, erano presto rapite dall’onda invadente degli altri, che volevano conquistare per sè tutta l’attenzione, tutta la stima della signora; sicchè il colloquio annegava, e il dottore passava oltre. C’era per altro di che ammirare con tutta quella gioconda esposizione di veli trasparenti come le ali di certi coleotteri, di fiori, di piume, di merletti lievi come la spuma del mare, di perle occhieggianti a gorgiera sui seni, di carni spalmate di cipria grassa, e diffuse per le poltrone e per i sofà suntuosi.
L’idolo della sera era una contessina non so se più nivea o più bionda, ma così bene accordata nelle due note, che pareva una composizione d’oro e d’avorio; con un bocchino dolce come un confetto, e aperto a un sorriso che pareva imparato a memoria. Aveva intorno un corteo di donne e fanciulle tutte innamorate di lei, in una briosissima gara d’ammirazioni e di scherzi coi giovinotti. La povera contessina rimaneva quasi spossata dalle sue stesse risa vezzose. Soltanto donna Aganippe la guardava severa, perchè alcune volte la contessina era scomparsa in altre stanze con Anatolio.
Proprio l’opposto di questa immagine di fanciulla sì pura, sì sorridente, era una signora seria, in tutta la pompa ben nutrita della sua mezza età. Seduta sola sopra un sofà, parlava affabile e modesta con alcuni signori in piedi. Le signore pareva che rifuggissero da lei come da qualche cosa di troppo evidente. E la signora invece pareva affatto inconsapevole d’aver raggiunto il massimo effetto dell’eleganza, unendo, nel suo abbigliamento, il nero della farfalla notturna alle rose di primavera. Bellezza vigorosamente orientale, l’ebano lucente delle sue sopracciglia, de’ suoi occhi, de’ suoi capelli corvini, risaltava così bene per l’accento vivo di quelle rose sparse sulla sua veste di velo nero, molto abbreviata! Ella, col massimo candore, era trascorsa anche un po’ più giù di quell’estremo limite delicato, a cui può arrivare, in una soirée, lo studio del nudo: taluni quello studio lo facevano con piacere, e poi ne mormoravano e ne ridevano intorno: bella gratitudine!
Dopo il thè e il punch, approssimandosi l’ora del gioco, il salotto incominciò a diradare: giù nell’ampio cortile s’incominciò a sentire il rumore delle carrozze partenti.
Un po’ più tardi, quando la compagnia era ridotta ai congiunti e ai più intimi consorti di casa Gobbetta, entrò a invadere il salotto il marchese di Mascarpone, con la sua grossa figura di sciabolatore e d’intenditore d’equini, incivilito abbastanza dall’abito nero e dal piastrone bianco della camicia, donde gli ciondolavano, tra lo sparato e il gilet, un paio di guanti nuovi.
Egli guardò intorno con aria altera e trionfante, e strinse la mano a tutti fuorchè al dottore.
— Il conte Aquilegi non c’è? — domandò a donna Aganippe.
— No.
«Che vigliacco!» egli bisbigliò, e tornò a fissare il dottor Fabio Stellini, così con una grinta severa tra lo scozzone e il giandarme di servizio...
Egli era geloso; non poteva dimenticare che donna Angioliera l’aveva mortalmente offeso nel suo amor proprio: non poteva capire come donna Angioliera favorisse quell’individuo con quella faccia antipatica da poeta!... Invece l’individuo non sapendo in che cosa avesse mancato verso colui, non poteva capire perchè lo guardasse tanto e con tanto livore.
Da quella tensione era forse per scattare qualche parola o atto impaziente, quando il marchese, sentendosi chiamare dall’amabile voce di donna Aganippe, si volse, e vide signori e signore attenderlo al tavolino verde, dove già eran seduti in mezzo allo sfolgorìo d’un gran lume.
Il capitano si sedè anche lui al tavolino, ma il pensiero del dottore lo distraeva dal gioco. L’avrebbe volentieri condannato ai ferri, alle verghe, alla fucilazione.
Incominciò la partita, e presero tutti un aspetto serio, di gravità pensierosa e superba. Donne e uomini, occupati da una medesima sete, dismesso ogni brio, ogni civetteria, pareva implorassero tacitamente la dea Fortuna che teneva su i loro capi sospese le sue bilance. Non s’udiva che il rumore dei gettoni scambiati, e voci e vocine, che chiedevano carte, carte. Fumavan tutti, donne e uomini; v’era pure qualche sigaressa tra i sigari; cioè qualche signora che fumava maschiamente un lungo virginia da trenta chiedendo carte, carte.
Il dottore se ne sarebbe andato ben volontieri, ma era un uomo fantastico e sensuale. Era, per esempio, una sua idea fantastica, quella di parergli che l’ottusa volgarità, la sordidezza, la falsità del cuore cattivo, e la bassa bindoleria si allargassero e si sdraiassero nell’opulenza grassa di quel salotto, la cui pompa aristocratica gli pareva presa a nolo dai tappezzieri, e dagli antiquari. Gli pareva di sentire alitare colà, in mezzo a tanti profumi, un lieve sitarello di sepoltura morale. Ubbie, ubbie d’una testa fantastica! Quando si vogliono avere simili ubbie, non si è così sensuali: non si soffre la pena della propria sensualità tollerando le stramberie e la servitù d’una donna svagata ormai da altri pensieri. Ella gli aveva scritto, è vero, che quella sera sarebbe venuta, dopo il teatro, in casa Gobbetta a giocare, ma intanto l’ora già declinava, ella non compariva, e il dottore si rodeva nell’inquietudine cupa del non vederla venire. Eppure sperava ancora, restava ancora là in piedi presso quel tavolino! Non aveva abbastanza quattrini per cimentarsi con la fortuna come que’ signori ricchissimi, e li guardava per vedere che specie di viso facessero ora che eran sinceri, cioè ora che non pensavano che a vincere danari, danari in quell’ingorda battaglia di carte.
Il marchese di Mascarpone buttò là le carte sul tavolino. Aveva perduto due partite una dopo l’altra. Il dottore sorrise.
— Dottore — gli gridò il marchese, con l’autorità d’un comando minaccioso — si scosti dal tavolino: lei mi dà la iettatura!
Tutti risero gaiamente.
Il dottore non si mosse.
— Ha capito? mi dà la iettatura.
Le risa continuavano, e dimostravano la soddisfazione generale di veder quell’uomo schernito, e così pallido e serio, in mezzo a quell’allegria.
— Non mi maraviglio — egli disse — che qui si rida tanto agli scherzi napoletani del sor marchese.
Il marchese lo guardò con una certa vibrazione dura e truce delle mascelle.
— Non mi maraviglio! — esclamò — scherzi napoletani! che intende dire? che scherzi? io non scherzo mai cogl’inferiori!
— Sia pure — gli rispose accigliato il dottore — io non vorrei esserle eguale! lei mi provoca inutilmente!
Il marchese fece scattare, col pollice iroso, un mazzo di carte, e lo passò al banchiere.
— Commendatore — gli disse — su un’altra partita! guardiamo se mi porta ancora la iettatura: chi non sa stare allo scherzo, dovrebbe andare in cima ad una montagna, non venire nei salotti tra le signore.
Il dottore non si mosse: non voleva andarsene come scacciato e pauroso; non voleva rispondere, non essendoci parola valida contro quella deliberata malevolenza di tutti: perciò taceva, e aspettava.
«Non vorrei esserle eguale!... mascalzone!» mormorò a voce più bassa il marchese.
Il dottore l’udì, come l’udirono tutti, e si slanciò con la mano alzata; ma prima che quella mano arrivasse al marchese, la faccia olofernica di costui balenò inorridita tra due che entrarono in mezzo, ed ei la salvò, la faccia, rovesciandola indietro sul petto di donna Aganippe: questa gridò e s’alzò: tutte le signore gridavano impaurite, o indignate; i gridi degli uomini significavano biasimo, ira, minaccia. Una rissa da taverna nel salotto del banchiere Gobbetta! Il dottore si fogò di nuovo per barbare un terribile pugno al marchese che, tenuto indietro da forti braccia, potè ancora schivare il colpo, e il dottore fu di nuovo respinto con un urlo generale d’indignazione.
— Lei non è un gentiluomo! non è una persona educata.
— M’ha detto mascalzone!
— Non è vero! — gridarono tutti col capitano.
— Ah brutta razza di gentiluomini bugiardi! fango signorile! larve di maschere turpi!... canaglia!
— Esca! esca!
— A domani! a domani! — gridava il capitano.
— Sì sì, preparerò i miei ferri chirurgici, o bestia più stupida di Golia filisteo!
Tutti i servitori della casa, accorsi, lo premevano alle calcagne; e il dottore uscì dal luminoso salotto in mezzo allo scompiglio, alle minacce, ai gridi, ai fremiti generali. Due o tre signore svennero.
XVII.
Egli uscì dal palazzo del banchiere acceso d’un’ira non meno cieca di quella che sconvolge e fa micidiali gli elementi della natura. In quel momento era spinto alla vendetta come ad un atto meritatissimo di giustizia verso un soverchiatore che non aveva mai offeso, mentre in lui appariva sì manifesta e sì perversa l’intenzione di fargli del male, e perchè?... non ne sapeva il motivo.
Si fermò sulla strada ad aspettarlo. Era una strada delle più solitarie di Roma, poco illuminata, e chiusa da alti palazzi che si perdevano nell’oscurità delle stelle.
Il portinaio s’insospettì di quell’uomo uscito con tanta furia, lo spiò dalla finestretta, e vedendolo passeggiare su e giù come una sentinella, capì che era un male intenzionato, e salì premuroso a dirlo ai padroni.
Sorsero molte voci in salotto che consigliavano d’avvisar la questura, ma il marchese vi s’oppose con tutta l’energia del suo terribile sguardo.
— Questi timori — disse — sono assolutamente ridicoli! carte!
E giocò e sbravazzò fino a tardissima notte.
Poi spinse la temerità fino a volere andar solo. Zitto zitto seguì per lo scalone una di quelle signore, avvolta le spalle nude d’un gran manto violaceo, trascinante, e orlato di zibellino. Si ritrovarono insieme, come per caso, nelle tenebre del cortile, allo sportello della carrozza, e salendovi, ella gli porse la mano, e con pietà femminea lo trasse a sè come se volesse salvarlo da un incontro funesto. Se non che ella amava spesso di galoppare notturnamente per le strade di Roma con qualche amico, riportandone tutt’al più qualche strappatura nella veste regale.
Quella notte, prendendo nella sua carrozza il marchese, ella salvò anche il dottore. Perchè se il dottore avesse affrontato il marchese in istrada, avrebbe sofferto egli solo gli ultimi e peggiori effetti di tutto quel viluppo di ree passioni che accentravasi in lui e in donna Angioliera, non gli sarebbe mancata la condanna del codice penale, nè quella di tutto il genere umano; mentre invece là sul terreno, col ferro in pugno, e i testimoni presenti, quel medesimo atto ostile d’offesa, diveniva agli occhi di tutti una cosa ben diversa, cioè diveniva un atto cavalleresco. Anche se ammazzava il marchese, egli era ben ammazzato in quelle forme quasi legali! un omicidio in quel modo non gli toglieva la stima dei gentiluomini: anzi gliel’avrebbero dimostrata con delle strette di mano anche più inglesi.
Il dottore non aveva mai approvato i duelli: ma la vita, questo curioso poliedro dalle facce infinite, c’insegna che tutto è necessario, e che all’occorrenza divengono logiche anche le assurdità. Ora il dottore si compiaceva a pensare che avrebbe avuto di fronte quell’uomo odiato.
Sentiva di far cosa contraria ai suoi principii, la irrideva in sè stesso come una volgare follìa, ma l’odio contro colui, e la vanità di non parer vile a donna Angioliera, erano più forti della sua coscienza e della sua ragione. E questo, quando di donna Angioliera non ne voleva ormai più sapere, quando sentiva per lei quel disgusto che si ha per ogni cosa discordante e nociva.
L’ultima volta che s’eran visti ella avevagli dato una nuova prova di quella sincerità o ingenuità così allettatrice, così incitosa, e, come in quello che ora diremo, più scaltra della malizia, e più barbara dell’inganno celato sotto un’apparenza fedele. Gli s’era mostrata ammiratissima d’un principe tedesco, un pittore paesista, che frequentava quegli opulenti salotti dove il bel sesso volge la ruota della fortuna, insinua le proprie grazie nella politica, nella scienza, nella letteratura, nell’arte, e infine in tutte le più gravi questioni che talora risolve in un batter d’occhio. Poi, il principe ella l’aveva rivisto al Pincio in un bel mattino, mentre egli dipingeva, da uno di quei terrazzi, la cupola di S. Pietro elevata sola nel luminoso orizzonte dei colli severi, e più avanti, a destra, i grandi pini che allineano il muraglione della villa Borghese. Lì presso traboccava la fontana come una gran pàtera sempre colma. Maria, affidata all’agilità del suo corpicino di bambina forte e felice, correva per quei foschi viali di castagni e di palme con altri fanciulli della sua età; e la mamma era rapita dalla propria ammirazione per il principe paesista, biondo e bello come il Manfredi di Dante.
Il dottore, ascoltando quelle lodi, la guardava rannuvolato, e si ricordava che quando ella più ardeva di lui, egli l’aveva vista sorridere in quella guisa, così inebriata.
— Oh gli strani voli della mia fantasia! — ella soggiunse — non te n’avere a male: li avevo anche da bambina: un signore veniva spesso a visitare mammà... Dio mio che bene che gli volevo! mi nascondevo dietro un uscio, e quando passava, gli saltavo al collo, e lo baciavo.
— Quello che ora tu vorresti fare a Manfredi!
— No; ora non sono più una bambina.
— Ma tu l’ami Manfredi!
— Se anche fosse... lui non lo saprà mai.
— Non lo saprà mai... e tu hai il coraggio di farlo sapere a me?
Ella non rispose, e il dottore si sentì in petto come una corrente d’odio capace di fulminarla; lo prese un pensiero violento di distruzione, avrebbe voluto spezzarla come si spezza una verga, e se ne salvò lasciandola in fretta.
S’era proposto di non curarsene più: non voleva tiranneggiarla, non voleva offenderla, ma neanche voleva seguirla come un accattone segue un signore avaro: il signore era lui. E già, dopo due settimane di silenzio e di tortura, egli sentiva rinascere in sè la fierezza di chi deve solo a sè stesso la propria liberazione, quando ella lo riprese con la letterina seguente:
«Tu dovresti conoscere, o caro, quanto il mio cuore è pieno d’ingenuità. T’è rincresciuta la mia ammirazione per quel signore?... Un’ammirazione sì pura! Vuoi dunque soffocarmi con il tuo odio? Sei così egoista? Io non lo sono punto. Vuoi rivedermi? Mi vuoi stringere la mano senza rancore? Vieni stasera dal banchiere Gobbetta. Io ci verrò dopo il teatro col pretesto di giuocare, ma invece per trattenermi con te, ecc., ecc.»
Non credè alla voce della sirena, ma il non crederle, non lo scampò dall’esserne sedotto di nuovo. Dal fondo dell’amore non vinto, gli rinacque un gran desiderio di rivederla, di scrutare ancora la colpa o l’innocenza in quel bellissimo viso; e un senso cortese di non mancare all’invito, un delicato timore di non respingere troppo duramente una donna che pure gli aveva dato sì grandi prove d’amarlo; tutti questi impulsi della passione vinsero il freddo, il dignitoso proposito della mente. Egli ritornò in quella casa del banchiere affatto straniera per lui, piegandosi di nuovo a quella falsità dell’ossequio verso persone sì avverse, e sì capaci di quella vile malignità comune a tutta la specie umana, ma che più facilmente s’esperimenta colà dove la bassezza è maggiore.
Ed era rimasto deluso: donna Angioliera non s’era lasciata vedere. N’era stata impedita da qualche giusto motivo? Egli aveva troppe ragioni per non crederlo. Non solo quell’ombra molesta del principe tedesco lo persuadeva che ormai ella eragli infida, ma glielo persuadevano pure le sue visite scarse ultimamente, e spesso mancate, sì frequenti invece una volta, sfidando talora, con eroica imprudenza, gli occhi e le spie: e le sue lettere, il suo pane, com’ella già le chiamava, lasciate ferme in posta, senza curarsi di ritirarle: e le scuse poi addotte: scuse inverosimili da donna che si diletta a torturarvi facendo travedere, sotto un velo leggiero, la perfida orditura de’ suoi sotterfugi.
«Quest’amore io avrei dovuto spengerlo in cuna — egli diceva a sè stesso — non lasciarlo crescere perchè poi divenisse una piccola vipera attorcigliata a tutto lo stame della mia vita. Il residuo di quanto arse, di quanto visse, è la cenere, e se io non ardessi ancora, non mi ribellerei invano a questa logica inesorabile delle cose che solo è vera, e per cui è a me così naturale il dolermi, come a lei l’andare dove la portano i voli strani della sua fantasia di lucciola errante. Ella ha nell’anima il fuoco e la notte: in quel fuoco è tutto il bene e tutto il male di cui è capace: dipoi, quando gli anni le avranno rapito ogni potenza di seduzione, non rimarrà che la notte, cioè il rimpianto, la tristezza e la noia nell’oscurità di tutti gli affetti, di tutte le bontà, di tutte le altezze che non conobbe. Tale è il suo destino: perchè invidiarle dunque questa sua felicità sì fugace?... Morte a tutti i tiranni, anche a quelli dell’amore! Otello non è meno esecrabile di Caligola e d’Ezzelino. Io sono peggiore di lei. Io soffro ora la pena dovuta alla mia sensualità, al mio egoismo, alla mia debolezza: ora m’è reso quello che io ho fatto soffrire a quel povero conte Aquilegi. Pover’uomo! pover’uomo! quel giorno che io lo vidi alla villa, egli mi guardava con gli occhi inorriditi, sbarrati, con un sorriso così immobile, che pareva fissato sulle labbra d’una maschera pallida, stralunata... la sua sofferenza mi fece ribrezzo e pietà... una sofferenza simile a questa mia: un’ignobile sofferenza! Io me la merito, e nondimeno l’abbandono di quella donna mi strazia come se io ne fossi immeritevole; mi urta come una villania, come un’ingiustizia, una malvagità. Io avrò la forza di non più seguire quel suo vago sembiante composto di capriccio, di voluttà, di superbia e di frivolezza. Dal seno di quelle sue grazie escono ora le furie punitrici del mio peccato: ebbene io vincerò anche le furie, io cambierò in purificazione il loro tormento!...»
Così egli si proponeva, e intanto albeggiava.
Spalancò la finestra, e lo sorprese quel gran silenzio, e quella gran pace del mondo ancora assopito. Il Tevere scorreva fra due convalli nebbiose, lento e remoto; la luna piena, come una gran lampada d’oro che, durante la notte, si fosse avvicinata alla terra, irradiava le tacite onde; e quello splendore pareva sorridere al giorno che diffondeva pel cielo la sua rosea verginità mattinale.
Innanzi a quel lieto risorgere della luce, lo sorprese l’immagine oscura della morte che forse l’aspettava in duello, e pensò: «Quell’uomo già premedita il colpo assassino, ed è più forte, e più esperto di me. Voglio scrivere dunque a Angioliera, e se anche non muoio, sarà per l’ultima volta.»
In quel proposito di scriverle egli celava l’intenzione di vendicarsi. Le tacque l’accaduto di quella sera, ma adoperò la penna come un pugnale che, in caso di morte, le restasse nell’anima, avvelenato.
Invece quelle parole crude, quelle pungenti ironie la commossero ben poco, irritarono molto il suo orgoglio, la sua grande sensibilità femminile, soddisfecero la sua vanità perchè la vincitrice era sempre lei, quell’uomo l’amava ancora, e insieme le dettero il pretesto di ribellarsi al dispotismo d’una passione, in lei quasi spenta.
... Oh rimproverarla tanto d’esser mancata in casa Gobbetta, quando suo marito gliel’aveva proibito severamente, e lei s’era sottomessa da buona moglie!... I rimproveri del dottore ora le erano insopportabili come quelli di suo marito, perchè tutt’e due esigevano da lei l’impossibile: esigevano la devozione, la tenerezza, la servitù del suo cuore, quando il suo cuore ormai tendeva verso un altro ideale, verso un’altra primizia desiderata, verso, insomma, il biondo Manfredi. Lui solo la poteva ora rimproverare, lui solo la comprendeva. Al marito la legava ancora il barbaro vincolo della legge civile, e pazienza! ma questo vincolo col dottore non c’era, nè c’era più ormai l’altro spontaneo del cuore, perchè il suo cuore apparteneva a Manfredi, dunque che la lasciasse in pace. La colpa era tutta sua, sì tutta del dottore! Lei era buona, e con quella pietosa finzione delle povere donne schiave e sacrificate, avrebbe potuto seguitare ad essergli amica, ma giacchè lui lo voleva per forza, nulla per forza, e tutto per amore! tutto tutto a Manfredi, e lui la lasciasse in pace. Si ricorderebbe sempre di lui, ma l’aveva troppo offesa con quella lettera: nessuno le aveva mai dette quelle cose, no!... non gliel’avrebbe mai perdonate!
Non si volle neppure giustificare, gli tacque superbamente il motivo che l’aveva fatta mancare all’appuntamento: credesse pure quel che voleva!... e gli rimandò quella lettera sì offensiva dicendogli addio per sempre. Se non che era certa che il dottore sarebbe tornato ancora a pregarla; e lei, contenta di vederselo ancora ai piedi, avrebbe avuto però il dispiacere di non potergli più accordare nessuna grazia, neppure un mezzo bacio... per non fare un torto a Manfredi.
XVIII.
Simile effetto ebbe quella lettera nell’animo di donna Angioliera, ma al dottor Fabio quello sfogo procurò un buon sonno di tre o quattr’ore.
Quando si destò si sentì stanco, ma meno violentato da quei pensieri che la sera prima l’avevano spinto fino all’insano proposito d’aspettare in istrada il marchese. Non già che quei pensieri non se li sentisse fremere ancora; ma mentre prima di quel sonno benefico egli era come una povera vela sull’abisso delle onde, ora su quelle onde i venti s’erano rallentati; la ragione aveva ripreso il suo impero, e ciò gli dava un senso di magnanimità e di fierezza. Con quei primi impeti era un po’ sbollito anche il suo odio contro il marchese, a cui non poteva pensare senza aggiungergli due enormi orecchie asinine; non già per poco rispetto degli asini soccorritori miti e pazienti al travaglio umano, ma per il gusto di rappresentarsi quella testa di falso eroe come un mito della malvagia e stolida prepotenza.
Restava fermo intanto nel suo proposito d’accettare la sfida. Era risoluto di non più sopportare i capricci, le bizzarrie di donna Angioliera, ma non voleva che ella giustificasse sè stessa, reputando lui pusillanime e vile. Il motivo era frivolo, ma certe cose frivole ci trascinano talora più delle serie; e perciò, sbrigate in fretta le visite più importanti, ritornò presto a casa ad aspettarvi i padrini del marchese di Mascarpone.
L’uno era il giovane ed elegante avvocato Ugo di San Secondo, e l’altro (il dottore quasi non credeva ai suoi occhi) era il conte Pier Francesco Aquilegi. Egli aveva dovuto subordinarsi alla volontà dell’amico, a nome del quale rimise al dottore due buste. L’una conteneva la lettera del marchese che nominava lui e l’avvocato suoi testimoni, e l’altra una dichiarazione già tutta scritta, e che il dottore doveva semplicemente firmare, se gli fosse piaciuto.
Secondo ii codice cavalleresco, l’offeso era il marchese perchè più gravemente ingiuriato: perciò «dette le ragioni, ecc. ecc., il capitano marchese Rolando di Mascarpone chiedeva uno scontro con le armi al signor dottore, ecc. ecc.; ovvero chiedeva semplicemente che egli firmasse, ecc. ecc....»
I due gentiluomini guardavano immobili e attentissimi il dottore che leggeva la dichiarazione. Ma la faccia del conte Aquilegi è indescrivibile: meritava certo d’esser fotografata. Malcontento della parte che gli era imposta dall’amicizia, egli nondimeno la sosteneva sul serio, e con un piglio violento, feroce e comminatorio pareva dire al dottore:
«O voi, signor dottore, accettate il combattimento, ecc. ecc., oppure firmate codesta carta, con la quale dichiarate d’avere agito da vile e da villano, non tollerando uno scherzo innocente del marchese capitano Rolando di Mascarpone, e rispondendogli offese e minacce punto cavalleresche, cioè indegne di un gentiluomo, ecc. ecc....»
Il dottore, dopo aver letto, alzò gli occhi dal foglio, e li rivolse a guardare, uno dopo l’altro, i due gentiluomini pieno d’ammirazione, e deplorando che fra i fenomeni storici si fosse avuto anche quello della cavalleria, che gli vietava di farli saltare a colpi di frusta.
— Accetto la sfida — egli disse, facendo in quattro brani quel foglio.
Scambiate poche parole per fissare il luogo dove si sarebbero abboccati i testimoni delle due parti, i due gentiluomini uscirono senza salutare il dottore, offesi che egli avesse strappato, in faccia a loro, quella insidiosa dichiarazione.
— Io mi sono frenato soltanto per non pregiudicare la questione principale — disse il conte all’avvocato: e ambedue lanciarono alle spalle del dottore i più eroici insulti.
Il dottore capì di fare il gioco di quella canaglia cavalleresca, ma come uscirne senza parere un vigliacco, o prenderli tutti a legnate?
Uscì subito per trovarsi i padrini. Quattro de’ suoi colleghi si scusarono di non poterlo servire.
Ricorse allora a un suo compagno d’università, capitano dei granatieri, il dott. Giustini, un milanese allegrone che aveva lasciata la toga per la divisa: molto amava, molto beveva, molto fumava, senza risentirne gli effetti salvo che al viso, assai rubicondo.
— Caro dottore — gli disse — il nostro colonnello ci ha proibito d’immischiarci nei duelli dei borghesi, ma tu sei un compagno di quei tempi... «quei tempi che non tornan mai!» come disse il Giusti, e per te vo volentieri agli arresti.
— Mi dispiace di procurarti non solo un incomodo, ma anche una punizione.
— E credi che io guardi a questo quando si tratta d’aiutare un amico, in un’occasione simile? chi non cura l’onore dell’amico, non cura neppure il proprio!
— Ringrazio Dio d’aver trovato finalmente un uomo di cuore! — gridò il dottore.
E i due compagni d’università s’abbracciarono.
Andarono subito a cercare il sergente Barucca.
— Vedrai che lui accetta di farti da testimone — gli disse il capitano per via — era il più svelto tiratore del reggimento, e cantore famoso di canzonette: non c’era ragazza del vicinato che non sentisse la sua voce sentimentale, e la sua chitarra: un po’ romantico come tutti i granatieri d’una volta che avevano letto le poesie del Prati, e l’Ettore Fieramosca: ma ora s’è dato al sodo: è impiegato, come t’ho detto, al Ministero delle finanze.
Il sergente Barucca fu lietissimo che il suo capitano si fosse ricordato di lui.
— Gli amici degli amici son nostri amici! — egli disse al dottore piegando un poco la sua alta e snella figura che serbava ancora, sotto l’abito borghese, la severa eleganza del granatiere; e soggiunse: — Che cosa non farei io per il mio capitano che m’ha salvato tante volte dalla fucilazione!
— Quanto me ne pento! quanto me ne pento! — esclamò il capitano con una sonora risata, che infiammò vie più il suo bel viso vermiglio.
Ebbero dal dottore, senza esagerazioni e senza omissioni, tutti gli schiarimenti che erano necessari, e quindi, all’ora fissata, conferirono con gli altri due testimoni in casa dell’avvocato di S. Secondo.
Il capitano Giustini ritornò dall’abboccamento, con la faccia vermiglia molto rannuvolata.
— Io, insomma — disse al dottore — accettai d’esserti padrino per tutelare il tuo onore, ma anche sperando di non spingere le cose al peggio. «Il nostro dovere è di trattare la questione nel modo il meno funesto ai nostri primi:» ho detto ai padrini del marchese: ma loro, senza volerlo mostrare, covavano della malevolenza contro di te.
— Lo sapevo! — esclamò il dottore.
— Specialmente il conte Aquilegi! — continuò il capitano — era dolentissimo, ma con quel suo viso di santo, e moltissima cortesia gesuitica ripeteva che la questione non si poteva risolvere a mezzo, l’onore del suo carissimo amico v’era impegnato, l’onore prima di tutto, l’offesa fatta al suo amico era di terzo grado, cioè la suprema offesa... insomma, come vedi qui dal verbale di scontro, le condizioni son gravi: nessun colpo è escluso, e si dovranno ripetere gli assalti fino all’impossibilità di continuare il combattimento.
— Va bene: — disse il dottore — se così vuole il codice della cavalleria in mano della canaglia, oppure la nostra stupidità e il nostro cattivo istinto, questa è una fatalità come un’altra, e non c’è che dire: andiamo dunque in sala di scherma, amici, perchè io da quando lasciai l’Università, non ho più ripreso la sciabola, e ho bisogno di rimettermi un po’ in esercizio.
— Andiamo pure — disse il Barucca — e io le insegnerò un colpo che non lo insegna nessun maestro, un colpo che non si trova in nessun trattato di scherma...
— Un colpo di tua invenzione, Barucca? — domandò il capitano ridendo.
— No, me lo insegnò uno zuavo francese nel ’59, e se il signor dottore gliel’appioppa bene, è un colpo sicuro come quello della morte: lo infila là come un rospo.
— Dio lo voglia! — disse il dottore — la buona volontà non mi manca. — E andarono in sala d’armi.
Era un grande stanzone un tempo malinconica sagrestia d’un convento di francescani, come mostrava ancora il lavabo sorretto da due angioletti. Tre alte finestre mandavano una luce ammezzata, una luce quasi di chiesa, sulle muraglie umide, grigie, coperte di trofei, di bandierine tricolori, e di sentenze marziali.
Dopo due o tre assalti col sergente Barucca, il dottore si sentì il braccio gagliardo, e ancora capace dell’antica velocità, destrezza, esattezza di movimenti. Nella necessità di difendersi e d’assalire il nemico, tutte le norme dell’arte gli occorrevano pronte come se rispondessero ad un appello.
— Bene — gli diceva il Barucca — ma bisogna ancora allenarsi alla resistenza: bisogna ripetere ancora quel colpo; bisogna che il fendente non solo sposti il ferro dell’avversario, ma l’abbatta giù a terra, e così trovi un varco aperto al colpo di punta: da capo!... là... là... là... e là... bene: ora a fondo, prima che l’avversario ritorni in guardia... là... là... là... e là... bene: da capo: in guardia!
E così per una trentina di volte: il che al dottore, per vero dire, pareva un po’ comico nella serietà della cosa, ma era parato, come don Chisciotte, a tutte le sorti della battaglia.
— Sei un forte e agile schermitore che tocca poco, ma tocca bene — gli disse il capitano Giustini.
E il sergente Barucca, levatasi la maschera, salutò il dottore, e depose il ferro, cantarellando:
La stagion delle morette È l’aprile, il maggio e il giugno.
XIX.
Il giorno dopo il dottore e il Barucca fecero colazione insieme. Poi, verso il tocco il dottore e il Barucca, portando seco due sciabole bene affilate e di perfetta misura, avvolte in un panno verde, entrarono quasi furtivamente in una carrozza chiusa che li aspettava.
La carrozza percorse le vie rumorose e lunghe dove, fra la folla varia, è sì frequente anc’oggi la comparsa di preti, frati e seminaristi d’ogni colore, e uscì fuor di Roma. È lì ancora a due passi, Roma, ricinta dalle antiche mura aureliane, sormontata, nel deserto, dalla cupola di S. Pietro; e nondimeno, appena passata la porta, sembra già sì lontana, dinanzi a quella solitudine vasta e improvvisa della campagna. Par d’inoltrarsi nel cimitero più memorabile e più tragico della storia, che ivi tiene come sospesi e raccolti tutti i suoi echi.
Il Barucca era allegro. Sebbene sapesse da quello che aveva detto il conte Aquilegi nel convegno dei testimoni, che l’uno o l’altro dei due campioni doveva restar sul terreno, nondimeno s’era trovato in tanti duelli, aveva visto nel ’59 tanti morti e tanti feriti sparsi pei campi di Lombardia come una sacra sementa, da cui doveva sorgere la nostra libertà sì intemerata e gloriosa; che lui non dava importanza a quel duelluccio di due borghesi. Ormai anche il Barucca era un oscuro borghese, ma per lui non c’era di veramente serio che l’assoluta, inevitabile esigenza del dovere militare. Egli dunque a quando a quando cantarellava:
La stagion delle morette È l’aprile, il maggio e il giugno.
— E delle bionde? — gli domandò il dottore.
— Tutto l’anno!
Il dottore guardò fuori per la campagna: era grande e tetra. Dalla parte buia del mare vedevasi come un continuo elevarsi e percuotere d’onde lucenti: un forte vento di marzo tribolava le erbe, faceva bisbigliare le siepi, squassava, in cima alle collinette verdi, i foschi ombrelli dei pini, e cacciava a nubi la polvere dei sepolcri per quel deserto muto e ondeggiante: le lunghe linee spezzate degli acquedotti parevano un disastro.
Dietro la carrozza galoppavano due cavalli.
— Ferma — disse il dottore al cocchiere.
Il capitano Giustini, impedito di venir prima dal suo servizio in caserma, scese da cavallo, lo lasciò al soldato, e salì in carrozza tutto polveroso, salutando gli amici. La carrozza riprese la corsa per quella strada sì lunga che pareva portare ai confini dell’impero romano.
— Questo ventaccio non è punto favorevole allo scontro — disse il Giustini di malumore.
— Se non ci fosse il vento — gli rispose il dottore — ci sarebbe la pioggia con questi nuvoloni neri che vanno attorno pel cielo come anime disperate: ringraziamo dunque chi ce lo manda il vento, e speriamo che il mio colpo non vada al vento, come tante altre cose.
— Non anderà, se gli misura bene il mio colpo — disse il Barucca.
— Sì sì, non uscirà vivo dalle mie mani! — rispose il dottore sentendo in sè ribollire l’ira.
— Siamo arrivati — disse il capitano. — Siamo in orario — soggiunse dopo aver guardato l’orologio; e additò una carrozza ferma là sulla strada, presso il limite d’una macchia.
Scesero a una cappella rustica che aveva sul povero altare, davanti un antichissimo crocifisso, alcuni mazzi di fiori appassiti. Lasciarono qui la carrozza insieme con l’altra, e si misero su per un bosco di querci, a cui il vento strappava le ultime foglie secche e volanti.
Non andarono molto innanzi che scorsero, sulla cima d’un poggio, tra gli scheletri nudi delle querci, il marchese di Mascarpone, il conte Aquilegi, l’avvocato di San Secondo, e un altro signore che era il chirurgo. Essi vennero subito ad incontrarli, serissimi, e tutt’e quattro col sigaro in bocca.
Dopo una levata di cappello reciproca, procederono tutti nella medesima direzione, in silenzio.
I quattro padrini e il medico s’affrettarono innanzi per cercare uno spazio piano, possibilmente riparato dal vento e meno ingombro di foglie.
I due avversari si sogguardavano a quando a quando.
Il marchese di Mascarpone voleva conoscere dal viso, dal contegno, dall’andatura; il valore, la forza, il pensiero del suo nemico, e si augurava di trionfarne con un buon colpo mortale.
«Se posso, ti riposo per sempre» egli diceva tra sè, vibrando le dure mascelle.
«Bello scheletro per un gabinetto d’anatomia!» pensava intanto il dottore «Ma che ne sarà di me fra mezz’ora? L’avrò io la gloria d’essere un omicida?... Non la voglio. L’inquietudine del rimorso, la giustizia del tribunale, le testimonianze bugiarde di tutte le false gentildonne e gentiluomini di casa Gobbetta, tutto questo sarebbe per me un’odiosa subordinazione agli uomini disonesti e alla mia coscienza, mia accusatrice spietata; tutto questo sarebbe per me più orribile della morte. La giustizia è ora qui affidata al mio braccio, ma io non ne abuserò: io risparmierò ai vivi, ai prodi, questa cima di farabutto.»
I padrini, guardando dall’alto dei poggi, scorsero finalmente un sentiero piano, abbastanza spazioso e riparato dal vento, sotto un dirupo, tra virgulti e rovi sfrondati.
Si raccolsero tutti laggiù in quell’ombra umida e triste.
Il dì declinava, e il sole, come un’immensa e luminosa tela di ragno, spandeva nel bosco il rossore della sua ruota sanguigna: occorreva affrettarsi.
Il conte Aquilegi, come superiore d’età, fu nominato direttore della pugna. I due si tolsero l’abito, si nudarono il petto, le braccia, e andaron di fronte, ciascuno ai due limiti opposti, segnati all’azione... Non si salutarono, salutarono solo i padrini: poi rimasero con la sciabola in linea e l’occhio fisso. Quell’aura cruda di marzo scrosciava tra le foglie come un furore di riso, e faceva oscillare la punta delle sciabole...
— Avanti, signori! — gridò il conte Aquilegi con la sciabola sguainata.
Si vennero incontro in mezzo al silenzio degli astanti. Il dottore, che sapeva con quali ingiurie avesse risposto alla provocazione del marchese, s’aspettava di vederselo piombare addosso con un gran fendente di testa, o colpo di punta. Invece il marchese era freddissimo: smorto come un cadavere, con gli occhi mobilissimi ed esprimenti un’attenzione paurosa e feroce, non s’avventurava all’offesa, indietreggiava, parava le botte strettamente, abilmente, e sì frettoloso che i suoi moti, più che cavallereschi, eran grotteschi. E indietreggiando sempre, l’impetuoso dottore lo respingeva sempre al di là del varco prescritto al combattimento.
— Avanti, signori! — doveva ripetere a ogni nuovo assalto il conte Aquilegi: e vedendo che il suo amico non si risolveva ancora ad assalire e finire il dottore:
«Che vigliacco! che vigliacco!» mormorava tra sè, e avrebbe voluto assalirlo e finirlo lui.
«Che stupido d’un borghese!» pensava il sergente Barucca: «ha slancio, ma manca assolutamente di buon senso: vibra sempre quei colpi al braccio, sopra, in dentro, di fianco: il marchese li para sempre benissimo, non vuole scoprirsi, e così non si finisce mai: ma dagli giù una buona puntata di filo, come io t’ho insegnato, e mandalo fuor di combattimento, prima che lui ti mandi!»
L’avvocato di San Secondo rinforcava le lenti impazientemente su quel suo nasetto da sparviere legale, ma il capitano Giustini, rubicondo e grosso com’era, aveva un cuore ottimo e onesto. Trepidava per il suo amico, ne capiva l’intento, e fidandosi poco del direttore Aquilegi, accompagnava con gli occhi ogni moto, ogni passo, ogni anelito quasi dei combattenti, per arrestarli non appena l’uno o l’altro fosse rimasto toccato.
Finalmente, al dodicesimo assalto, il dottore, stanco di quel continuo attaccare e incalzare, vibrò impaziente, per finirla, il colpo infallibile del Barucca; e gliene balenò uno a lui sulla fronte, rapido come una beccata di falco, ma in parte sviato da una parata di sesta, senza la quale il marchese gli avrebbe spaccato il cranio... Il sangue gli corse come un ruscello sugli occhi abbagliati: il capitano Giustini si slanciò in mezzo ad arrestare il marchese, ed il Barucca e il medico accorsero a sostenere il ferito che vacillava, cercando un sostegno.
XX.
S’era liberato dall’ombra del marchese di Mascarpone!... Quale tortura non sarebbe stata per lui che sentiva così acutamente il rimorso, l’essere perseguitato in eterno da quell’ombra formidabile e sciocca!... Certo che preferiva giacere, nella sua camera solitaria, col ghiaccio sulla ferita, in preda a un sopore orribile, inquieto, una specie di crepuscolo precedente l’ultima notte, pieno di larve, di chimere buie, orrende, indefinibili, tremolanti, vaganti nell’oscurità d’un emisfero desolato di sangue... Quell’affannoso delirio proveniva anche da una fierissima polmonite acquisita esponendo, a quella bufera di marzo, il petto ignudo e in sudore per la fatica del lungo incalzare il fuggitivo marchese; il quale ora posava anche più da eroe temuto in mezzo agli amici.
Donna Angioliera riseppe anch’essa la cosa, e n’ebbe rimorso; se ne sollevò alquanto piangendo desolata, prostrata su i suoi guanciali: poi scrisse al dottore con moltissima tenerezza, e con quella sua civetteria carezzevole che pareva bontà, e di cui ella sapeva tutti i segreti e tutti gli effetti.
Egli non le rispose. La scusava, le perdonava, ma non le credeva più, non la poteva più sopportare. Al capitolo dell’amore, essa ora voleva che succedesse l’appendice d’una tranquilla e compiacente amicizia? Amica sua, e amante d’un altro? Era questo che voleva la logica delle sue tendenze sessuali? E perchè, sapendolo solo ed infermo, non veniva più a trovarlo con l’ardente tenerezza d’un tempo?... Parole, parole, e non altro!...
Perciò non rispose neanche all’ultima lettera molto malinconica e molto dolce, che ella gli volle scrivere ancora, quasi un anno dopo il duello.
In questo tempo le più crudeli disgrazie di famiglia l’avevano afflitta. Erano l’ultima conseguenza del suo primo e fatale errore d’essersi abbandonata, giovinetta inesperta, e contro il volere de’ suoi, ad amare sì ciecamente quel bellissimo uomo del conte Aquilegi. Egli approfittandosi della sua inesperienza e della sua distrazione, le aveva quasi finito la dote: poi, attratto dalla manìa delle speculazioni affaristiche, aveva disperso quanto restava comprando case e terreni: ma più gli cresceva, sotto i vani e cupidi occhi, la moltiplicità e l’estensione dei beni stabili, e meno gli restava nel portafoglio, e più attingeva alle banche, e peggio alle usure.
Aggiungendosi a questo la pessima amministrazione, lasciata in mani pulitamente ladre, era venuta crescendo d’anno in anno, ben celata agli occhi svagati di donna Angioliera, una rovina economica che poi, come un solaio che si sprofonda improvvisamente, apparve a un tratto, quando il possessore di tante case e di tante terre, non si trovò più possessore di nulla, non trovò più credito presso nessuna banca, e i debiti e le ipoteche balzaron fuori come uno sciame di cavallette dopo la mietitura.
I beni andarono all’asta: fu venduta anche la villa di Riva. Non la voleva nessuno: gli strozzini facevano gli svogliati e, avendo in pugno la borsa piena, facevano anche i superbi con gli aristocratici e bisognosi padroni. Dicevano che una villa non unita a terra coltivabile, e così aggravata di tasse, era piuttosto una passività che un guadagno. L’ebbero, a confronto di ciò che valeva, per un tozzo di pane; i marmi del museo, o sassi antichi di pochissimo valore come dicevano quelle iene; cioè i seni delle Veneri greche e latine, i dorsi degli Aiaci, i bicipiti dei gladiatori, le cosce muscolose degli Ercoli, e le fronti olimpiche dei Giovi tuonanti, tutto, ahimè, fu disperso per le botteghe dei marmisti e degli antiquari!
Ma bisognava far quattrini. Con queste vendite ne fecero tanti i conti Aquilegi, da poter sodisfare alle esigenze delle cambiali che si succedevano come una torma di lupi; e poter vivere, non da signoroni come una volta, ma con agiatezza modesta. Bisognava lasciare le grandi sale incrostate di mosaici e dipinte a volte paradisiache, bisognava ristringersi in un appartamento borghese dalla scaletta angusta, e dalle piccole stanze; bisognava licenziare i troppi servi, smettere la carrozza, e andare in tram col pericolo per donna Angioliera, pur troppo! di sentir dei cattivi odori: bisognava infine privarsi di tanti agi, di tante eleganze e di tante magnificienze che sono il sussidio necessario del decoro signorile e della bellezza; e al solo pensarvi, donna Angioliera si sentiva presa da uno sgomento infinito.
Poi in quei giorni ebbero un’altra batosta. Il marchese di Mascarpone che, col pericolo della vita, gli aveva sciabolato e quasi ammazzato il dottore, pregò il conte di pagare per lui una grossa cambiale, e il conte la pagò... Se almeno gli fosse valso quel sacrifizio fatto sull’altare dell’amicizia! Ma l’azione era troppo bella, troppo magnanima perchè il marchese non confidasse a qualcuno che egli aveva provocato e sfidato il dottore per vendicare l’amico... Il marchese dunque appariva agli occhi di tutti un Pilade, un Oreste, un eroico cuore, e il conte, quale egli era, un vero Tartufo con la maschera dell’Achille. Perciò gli amici cercavano d’evitarlo, anche perchè, sapendolo fallito, temevano d’avere qualche frecciata; pareva anzi che gli intimassero di levarsi di torno, di lasciare le sontuose sale del club, e di deporre anche le insegne cavalleresche. Il solo a compiangerlo, il solo a fargli sempre buon viso, un viso quasi da protettore benevolo, era sempre l’amico del cuore, era sempre il marchese di Mascarpone.
Ma il sangue, come diceva il principe padre della monaca di Monza, si porta sempre con sè, in ogni luogo dove si va. Perciò il conte Aquilegi e la moglie procuravano di mantenere ancora tutte le esteriori onorabilità della casa. Ma i servi non voluti licenziare, si licenziavan da sè perchè mal pasciuti, i negozianti si scusavano amabilmente con la signora di non poterla servire; e le parsimonie intime della casa davano l’idea d’una grettezza o d’una penuria in assoluto contrasto con la doratura esteriore.
Donna Angioliera così ammirata, quando nuotava nella ricchezza, per la grande liberalità dello spendere e del donare, ora era divenuta d’una cupidigia, d’un’avarizia di cui nessuno l’avrebbe creduta capace. Ma ora il bisogno crescente, lo sforzo di tenersi sempre in altura in faccia al mondo, avevano acceso anche in questa donna, sì bella e sì eterea, quella febbre sociale dell’oro che nei miserabili volghi è bisogno; sete ingorda d’accrescere e conservare negli altri: in donna Angioliera era rimpianto dello splendore, delle soddisfazioni d’un’opulenza svanita; onde in lei un pauroso sgomento d’un’umiltà che le pareva bassezza, e una più terribile tentazione... E pur troppo ella vi soggiacque!... Accettò d’essere soccorsa dal principe tedesco, il biondo Manfredi!... Usò tale arte di finissima seduzione per riuscire delicatamente a ottenere da quell’uomo generoso una sì gran prova d’amore, che l’intima compiacenza di quella novella vittoria, le impedì d’arrossirne. E così lei e il marito poterono salvare ancora per qualche giorno in faccia al mondo, il decoro delle apparenze, e avere ancora servitù, carrozza e cavalli.
S’andava di questo passo elegante verso l’ultimo precipizio, quando un avvenimento improvviso, uno di quelli avvenimenti gaudiosi che sembrano proprio una grazia particolare del cielo, rovesciò di nuovo in casa Aquilegi la cornucopia dell’abbondanza. Morì uno zio materno del conte, lasciandolo erede unico di vastissime terre là nell’Alta Garonna, dove questo zio francese aveva sempre soggiornato nel sontuoso castello degli avi.
Sperimentato il bisogno, e riavuti i tesori, pareva che dovessero essere felici, ma invece questa grandissima eredità riaccese più terribile, fra moglie e marito, l’odio, la discordia e la guerra.
Il marito voleva ritirarsi nel suo lontano castello della Garonna, vivere in mezzo ai suoi vasti possessi come un temuto feudatario, lontano dagli amici che troppo ormai lo conoscevano dopo le ultime sue avventure, narrate dal suo più grande amico, il marchese di Mascarpone. La moglie invece voleva giustamente riavere la propria dote, lasciare al marito il turbolento Gastone, ma lei tenersi Maria, e con Maria restarsene nel suo salotto di Roma; la sua adorabile Roma col fantastico mormorìo delle sue fontane, la magnificenza delle sue rovine, dei suoi obelischi, delle sue pinacoteche, delle sue chiese; la caldezza così limpida del suo cielo; la selvaggia amena malinconia delle sue superbe campagne; e Tivoli, Villa d’Este, Albano, Frascati, e quel bosco d’Egeria, dov’ella più volte era venuta a riposarsi col biondo Manfredi nelle belle mattine di giugno, quando il sole, già grande, è temperato colà dai venticelli che spirano dal Tirreno e dai colli albani... Oh che lagrime a tali ricordi d’una felicità che il marito le voleva rapire per sempre! la felicità della libertà e dell’amore! che intime furie di tutto l’essere suo, di tutta l’anima sua innanzi all’amore: il suo Dio!