PARTE PRIMA. Veglia notturna.
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I.
Era cominciato appena il dicembre, e già si sentiva per le vie deserte di Villapluvia il rumore faticoso (una specie di rantolo secco, stridente) delle molte pale di ferro che spazzavan la neve.
Que’ cenciosi spazzaturai, giovani, vecchi e ragazzi, sembravano altrettanti becchini che seppellissero le ultime spoglie del tardo autunno in faccia all’inverno già apparso, con la sua orrida canutezza, in quell’alpestre campagna. Gli alberi erano divenuti scheletri, e l’abete nero, tra la fosca fuliggine delle foglie riarse e la nudità dei rami stecchiti e spinosi, pareva un superstite in mezzo ai morti: del sole non si vedeva che una traccia dispersa e morente tra le pallide nubi.
Ma quel giorno il sole balenò, al tramonto, una luce sinistra su tutto quell’immenso paese bianco: sotto il lividore terso del cielo, le montagne divennero d’un colore vermiglio simile a quello del cocomero tagliato quando è più acceso; poi tutto svenne, tutto si scolorì, come se il mondo morisse.
Allora il dottor Fabio Stellini, medico provinciale di Villapluvia, seduto là nel suo studio, alzò il capo dalla Cronaca di Giovanni Villani, e lo voltò alla finestra rischiarata dalla neve che prolungava il dì fuggitivo.
Fra la noia di quel tempo, e la stanchezza di quei capitoli del cronista, il quale registra i fatti come le note d’un calendario, o d’un interminabile taccuino, il dottore non sapeva che fare. Pareva intanto guardare gli spettri delle tenebre che crescevano in quella tacita stanza ingombra di libri, e ascoltare il crepitìo leggiero dei tizzi che si spengevano nel camino... Tutto si spengeva intorno a quell’uomo, e anche la sua immagine si faceva sempre più fioca nell’ombra.
Un cane accucciato presso il camino (si chiamava Speranza perchè sempre buono, agile, allegro) incominciò a spazzolarsi un orecchio, facendo squillare la sonagliera; sorse, fiutò la fessura dell’uscio, poi s’accostò al padrone, e lo interrogò con gli occhi vispi, scodinzolando.
«Non esci oggi a respirare un po’ d’aria fresca?» pareva dirgli «che importa se nevica? incontrerai meno gente, farai meno scappellate: dunque non ti risolvi?... usciamo via, e ci divertiremo moltissimo.»
Il dottore chiuse il Villani, s’infilò il paletot, girò tutta la casa per trovare un ombrello. Speranza gli saltava intorno festoso; poi abbaiando si precipitò per le scale, schizzò in istrada, e andò a grufolarsi sulla neve, la cui vista lo rallegrava come un fanciullo.
Speranza non sentiva la tristezza di quel crepuscolo cinereo, nè di quelle case straniere in mezzo all’interminabile neve, nè di quella funerea campana, lunga, rombante, che annunziava la scomparsa d’un altro cittadino di Villapluvia; e che pareva dire ai paesi muti, al fiume nero, alle valli bianche: è morto! è morto! è morto!
I fanaletti della luce elettrica, sospesi come scarabei d’oro per l’aria bigia, mettevano quasi una nota allegra e irrisoria per la deserta malinconia delle strade, dove le mosche bianche cadevano lievi lievi come frammenti d’ostia, come particole d’ombre, o tacito diluvio di spiritelli; quasi la natura, con tutto quel moto aereo e silenzioso, compisse qualche suo funebre mistero nel vacuo mondo.
Non vacuo perchè c’erano ancora dei vivi, come attestavano, nella vasta piazza, le colonne di fumo sorgenti dai tetti bianchi.
Era l’ora in cui nelle patriarcali cucine di Villapluvia bolle il paiuolo della polenda sopra la fiamma allegra, e che quei buoni cittadini, amanti della caccia e del vino, si mettono a tavola nelle loro salette basse ed affumicate.
Fuor di casa, con quel tempaccio, non c’eran che i vagabondi senza famiglia. Sotto i bassi, tortuosi e lunghi portici della piazza, s’udivano solo dei radi passi e più rade voci. Non un’Autorità, non un commendatore, non un cavaliere, non un avvocato, non una guardia di sicurezza, ma solo cinque o sei peripatetici, tra cui il consueto epilettico miserabile, venuto anche quella sera a passare un’oretta amena sotto le logge.
Egli pareva un uomo assai contento della sua condizione. Bene o male aveva trovato da ricuoprirsi, e la pennetta rosea che gli adornava il lurido cappello dimostrava il suo buon umore. Ma la cosa di cui pareva più soddisfatto era il suo bastone. Un bizzarro bastone in verità! Sotto una farragine di medaglie, croci, conchiglie, campanelluzzi e altri ornamenti, egli vi nascondeva un ossetto (non so come l’avesse potuto avere) di san Venanzio; il santo che ci salva dalle cadute. Il pover’uomo, molto forte e barbuto, con quel brutto male, ne faceva ogni giorno delle cadute, e non perdeva mai la fede nel santo suo protettore, e nelle cicche che veniva a cercare tutte le sere sotto le logge. A passo stanco, immutabile, cadenzato, a cui aggiungeva solennità quel bastone-reliquia ch’egli portava come un vescovo il pastorale, i suoi occhi, errando a destra e a sinistra, non finivano mai di cercar la cicca. Ma costumandosi a Villapluvia, per lo più, di fumare a pipa, quella della cicca poteva dirsi piuttosto un’idea archetipa, eterna, e quindi un’idea inafferrabile, ma sempre un’idea di cui egli si pasceva lo spirito, trovando in quella dolce soddisfazione un mezzo di distrarsi a Villapluvia e passare il tempo.
Il dottore, stanco d’incontrare per la ventesima volta, andando su e giù per le logge, quel platonico ciccaiolo, s’avviò verso la piazza del duomo.
Colà tutto pareva dormire il sonno dei secoli in mezzo al silenzio e alla neve che copriva la chiesa, copriva il campanile smisurato nel buio, copriva il palazzo dei rettori co’ suoi stemmi marmorei, la torre dell’orologio; copriva la barba e il paletot del dottore... Come dico, non si sentiva un respiro; ma a un tratto Speranza ruppe quel gran silenzio, mettendosi a abbaiare dietro a uno sconosciuto che attraversava la piazza nevosa, giù gobboni come Atlante che regge il mondo. Egli si reggeva a due mani, sulla groppa, una lunga cassa da morto, sicchè pareva, in quell’albore deserto, una cariatide nera, semovente e springante all’indietro dei calci paurosi al cane abbaione.
— Chètati! — gli gridò il dottore inseguendolo con l’ombrello — anche la stampa del luogo si lamentò che tu troppo abbai alla gente; e se ora ti sente il prefetto Tummistufetti, mio superiore, ne fa anche di questa una questione d’ordine pubblico!...
Quell’uomo nero scomparve, e Speranza tacque, e seguì il dottore, fermandosi ogni tanto a annusar la neve ammontata lungo le case, e che pareva mandare, nei canti più oscuri, come una luce fosforescente.
Egli continuò la sua passeggiata per quelle viuzze, e i fanali che raggiavano smorti su quel pallore fisso e nevoso, gli attristavano gli occhi, le gocciolanti grondaie gli rendevano un suono sordo come di gorgo leteo; e l’umido tanfo delle cantine, o la peste di qualche fogna presso i portoni chiusi, suscitavano nel suo petto d’igienista il più santo sdegno.
Intanto dai caffeucci nebbiosi, e dalle frequenti osterie, indicate dall’occhio rosso infiammato della lanterna, usciva un confuso frastuono di voci, di risa, di mani tonfanti su i tavolini; e il dottore consolavasi che ci fosse ancora dell’allegria a Villapluvia con quel tempo nero, e con quel silenzio della neve lungo le strade deserte.
II.
Rincasò che suonavano le sette ai due orologi di Villapluvia, e gli pareva già un secolo ch’era incominciato a far notte.
Salì al buio le scale di legno, e aperto l’uscio, cercò a tastoni i fiammiferi e il candeliere, che la serva s’era scordata di lasciargli al solito posto.
Acceso il candeliere, l’alzò a portata del viso, guardò intorno, e il disordine che scoprì in quella sala gli parve anche più brutto, a quel debole lume della candela incontro alla notte, che annerava i vetri delle finestre.
Tre finestre piccole, ottuse; quattro grandi usci neri, pesanti e carichi di ferrami; il soffitto basso, orribilmente dipinto a stampino con figure geometriche come quadrati, losanghe e stelle di mare ad angoli acuti; quella sala spirava la goffaggine d’una vecchia canonica, o d’una foresteria di villaggio. Dal centro del soffitto pendeva un rampino di ferro per la lampada che non c’era; l’orologio alla parete era fermo perchè nessuno si curava di caricarlo. Un monte di biancheria, che aspettava d’essere stirata e riposta, giaceva su un canapè, mista a panni di lana, su i quali, arrotondato come una chioccioletta, se ne stava un bel gatto rosso, a cui il dottore aveva messo nome Camuffi. Con quell’aria beata e beffarda che assume talora il mostaccio del gatto, e anche dell’uomo quando sta bene, Camuffi guardava a occhi socchiusi il dottore, che mandava le più eloquenti maledizioni alla serva anarchica.
Invero pareva passata da quella sala la furia di Tesifone, o di Megera.
Sedie, stampe, fotografie riproducenti qualche capolavoro di pittura, scultura, o cari visi di grata o malinconica rimembranza, tutto era fuor del suo posto.
La serva, per uno di quegl’impeti di zelo furibondo da cui era presa due o tre volte all’anno, aveva pensato quella sera di ripulir bene la sala; ma per l’appunto era aspettata, a una cert’ora, dall’amoroso in una di quelle asfissianti osterie di Villapluvia, dove, al suono perverso d’un organetto, le serve sentimentali e procaci s’abbandonan sì volontieri a ballare con gli operai e con i soldati. Ella dunque, tra lo zelo della pulizia, lo spirito anarchico da cui ella pure era invasa, e l’ansietà dell’amore, aveva menato su quei poveri mobili il cencio da spolverare come un flagello rivoluzionario, li aveva mossi a destra, torti a sinistra, ammassati in un luogo, capovolti in un altro, e poi era corsa via, smemorata, al buio, lasciando come un’impronta di convulsione violenta in tutta quell’orrida sala.
Il dottore, che era un desideroso dell’eleganza e dell’armonia, incominciò col dare un maledetto ceffone a Camuffi che fuggì, e incappato nel cane, questo lo addentò per la cuticagna, e prese a strascicarlo qua e là come un gatto morto: gioco che piaceva a Camuffi, e però se lo lasciava fare.
Il dottore sorrise a quell’innocente brio delle bestie, si calmò alquanto, e si mise a raddrizzare quei mobili, e rimetterli al loro posto, togliendoli da quella specie di contrasto, o d’odio di classe, che pareva insorto fra loro. Quella faccenda servì a distrarlo, e a fargli scuoprire nuovi rapporti d’armonia tra le cose; ma poi, aperto uno di quegli usci per andarsene in camera, una ventata, quasi l’aspettasse lì sulla soglia, gli spense il lume.
La serva anarchica e innamorata gli aveva lasciato le finestre aperte come d’estate; quindi nella camera c’era un frescolino di paradiso, oltre l’umidità della neve e del fiume, che s’udiva scorrere nella valle.
Tutte cose che non sarebbero successe, dirà l’accorta lettrice, se non fosse mancata a quella casa l’amorevole provvidenza d’una moglie casta e fedele.
Verissimo: il dottore era pervenuto ai suoi cinquantasei anni senza le soavità palesi e ignorate che procura sempre il dolce legame di due teneri cuori concordi nell’amorosa pace, e nella santa fede matrimoniale. Non s’era neppur curato di affezionare stabilmente alla propria casa, per esempio, una brava cuoca, possibilmente grassa e formosa. Aveva la fisima che una simile convivenza comunicasse come un odor prosaico di cucina, un basso colore canonicale alla sua vita di scapolo indipendente, e vittima (benchè prossimo alla vecchiezza) di quel sincero spirito di poesia, che l’aveva sempre diretto o sviato, e reso incapace d’accomodarsi volentieri alle falsità e volgarità d’ogni giorno. Uomo di poca fede, egli credeva quasi impossibili nelle serve quelle virtù solide e sincere, che non sempre hanno le padrone, ma che le padrone, a buon conto, esigono dalla serva, per esser servite bene. Certe amare vicende della sua fanciullezza, orbata dell’affetto materno, gli avevano troppo presto mostrato a che si riduce infine la bontà femminile, o diciamo delle serve. Quei ricordi infantili accrescevano questa sua diffidenza, che egli stesso riconosceva soverchia, e anche ingiusta talora, ma dalla quale non poteva mai astrarre il suo giudizio su tali donne, perchè, a confronto di quanto è loro ispirato dalla malizia e dalla forza impulsiva dei loro istinti, le giudicava troppo scarse d’intendimento, di coscienza e di riflessione. Anelanti d’avere anche loro una casa propria dove spadroneggiare, e inasprite invece dalla dura necessità di dover servire e obbedire nelle case degli altri; esse mirano naturalmente, per quell’istinto di dominazione che è in ogni donna, ad avvolgere l’uomo solo nel vincolo delle loro attrattive muliebri, se ne hanno; e in qualunque modo a sottoporlo a una tutela domestica che poi si cambia in arrogante e scaltra soverchieria. Il dottore s’era sempre ribellato a questa pretesa servile e donnesca, non volendo sacrificare a nessuno, e tanto meno a esseri subordinati, pericolosi o, per lo meno, sospetti, il suo assoluto bisogno d’indipendenza. Non esigeva da quelle povere donne cose perfette, nè straordinarie, ma non poteva tollerare che esse corrispondessero, come più volte aveva sperimentato, odio permaloso al suo giusto rigore, menzogna, intrigo, abuso confidenziale, e ingratitudine villana alla sua tollerante bontà.
Ultimamente poi era avvenuto un caso. Una notte la bella Diana non potè aprire così adagino l’uscio di casa a un suo amabile pastorello (un pastorello calzolaio, a cui ella dava anche la roba non sua), che Speranza, abbaiando, non avvertisse il padrone di quei notturni misteri. Da quella volta il dottore teneva la serva soltanto per le faccende diurne, e la notte era solo.
Un uomo di così poca fede provava quasi una superba voluttà nel suo isolamento, e nella certezza, quale ora gli pareva di avere, che nessuna insidia si tramava la notte vicino al suo capezzale; ma anche questo ripiego di sicurezza e di libertà aveva i suoi bellissimi inconvenienti, come s’è visto. E poi nel caso di qualche male improvviso, a chi domandar soccorso?... al cane Speranza forse, al gatto Camuffi?...
A questo non ci pensava: amava e stimava quegli animali, perchè, quanto a Camuffi, era un po’ ipocrita, ladro, egoista, ma a paragone dei ladri, degli egoisti e degli ipocriti umani, pareva un innocente tortorello, al dottore; Speranza era sincero sempre, e ambedue poi facevano il proprio dovere, senza che loro venisse imposto, o insegnato. Soltanto Camuffi, in certe stagioni, era come se una tromba lo chiamasse a prestar servizio: abbandonava la casa, e talora ne rimaneva assente sì a lungo, da far temere che qualche buon gustaio del genere non se lo fosse mangiato in teglia, e fattosi del suo pelo un ricco bavero da pastrano. Ma eccoti che un bel giorno ricompariva, ma così diminuito che sembrava un’ombra scampata a un anno di carestia. Con la fame c’era stata anche la guerra. Perchè non solo la pelliccia gli ciondolava sulla compagine delle ossa, come un vestito fatto a crescenza, ma pareva gli fosse rimasta attaccata ai pruni; di più aveva un orecchio fesso, o la pelle della gola orribilmente squarciata, o la coda divenuta come uno stoppino sanguinolente. Tutto ciò per assicurare la perpetuità della sua progenie; ma quando non era preoccupato da questo suo grande pensiero, Camuffi era un animale ragionevole e calmo, un mostro d’intelligenza e di ladroneria. Il sollecito suo zampino, adatto come un grimaldello, preciso come la bacchetta d’un direttore d’orchestra, celere come un’ala, apriva gabbie e dispense, arraffava a volo, sottraeva piano piano di striscio, carpiva ignoto tutto quello che gli piaceva, o che poteva giovare al suo pelo morbido e lucido come il manicotto d’una signora. Rapido e silenzioso come una rotolante pallottola di mercurio liquido, egli accorreva in ogni luogo della casa ove udisse un qualche rumore sospetto. Anche quella sera, nello studio del dottore, udendo dei rumori sotterranei, fece lo stesso: poi salì sulla sedia, e come fosse il suo comodo canapè, s’appoggiò alla pancia del cane.
Il dottore, vedendo dormire insieme quelle due bestie: «Sono, disse, l’immagine dell’amicizia fondata sull’interesse. Ci guadagnano tutt’e due a prestarsi scambievolmente il calore. Ma è sempre Camuffi che ricerca l’utile proprio nella sua relazione amichevole con Speranza. È malizioso, cortigiano, dissimulatore, e atto a dei calcoli mentali di cui Speranza è assolutamente incapace. E dovendo convivere con Speranza, tanto più forte e prode di lui, se lo vuol mantenere amico. Perciò lo liscia, lo spazzola ben bene con la sua ruvida lingua, l’accarezza con l’ondeggiare del groppone e del capo, lo provoca con qualche lieve schiaffetto; e poi, potendo, lo deruba di qualche boccone e lo fa servire per suo guanciale. Giocano insieme per delle ore con una festività fanciullesca, ma sempre senza nuocersi, senza odiarsi, senza tradirsi. L’invidia, il sospetto, la gelosia, la differenza d’opinioni non mutano mai in dissidio amaro la lieta concordia di questi due animali così dissimili d’indole, di forma, di costumi, di gusti. Soltanto quando l’uno vuol mettere il muso o lo zampino nella scodella dell’altro, allora affermano la loro individualità dissocievole, coi brontolii, coi soffi, coi ringhi. Come è semplice la natura! In tanta innumerevole varietà di viventi, l’appetito è la sua unica molla.»
III.
Il dottore che avrebbe voluto essere un ottimista, quella sera pareva poco disposto a vedere il mondo color di rosa, e perciò finì il suo monologo sospirando.
Speranza che dormicchiava sulla sedia, avendo tra le zampe Camuffi, sorse, e, tendendo gli orecchi, guardò il padrone. Posato in sulle zampe di dietro, là sulla sedia, egli ricordava, al fiero e vigile atteggiamento, il leone marmoreo della Repubblica fiorentina, quale si vede a Palazzo Vecchio.
Forse, chi sa, erano i disgusti della giornata trascorsa quasi senza parole con persone tutt’altro che amiche; era quel tempo gelato con cui già s’annunziava il lungo rigore invernale; erano le impressioni ingrate di quel notturno vagabondaggio sulla neve per la cittaduzza squallida, senza incontrare una faccia amica; il fatto sta che il dottore quella sera non era, come avrebbe voluto essere, un ottimista giocondo, ma un uomo disposto alle conclusioni più sconfortanti. Le avrebbe volute bandire dal suo pensiero perchè non credeva neppure ad esse, ma giudicava che dipendessero da circostanze tutte inerenti ai suoi sensi impressionati da quella sera sì muta e sì triste. Egli non era certo di nulla. Sentiva pesare sopra di sè la propria, dirò così, subiettività, quale ella era per indole naturale, e quale i casi, più avversi che favorevoli, gliel’avevano fatta; e questa subordinare e chiudere i suoi giudizi in un àmbito così relativo e così limitato, che tali suoi giudizi gli apparivano miseramente vani, presuntuosi e dubbiosi. Si ricordava d’aver veduto quel giorno, appesa allo sportello d’una botteguccia, una gabbia, con dentro uno scoiattolo inquieto che girava girava sempre sul medesimo pernio, sperando sempre di trovare un’uscita; e quello gli pareva l’immagine del pensiero che va e viene sempre per la medesima ruota delle sue vane illusioni attorno un piccolo barlume sperduto nella miseria e nell’ignoranza infinita.
Tali pensieri noiosi provocarono dal suo petto un altro lungo sospiro.
Allora Speranza s’accertò proprio che il suo padrone, in quel momento, aveva qualche afflizione; e quasi obbedendo ad un sentimento inconsapevole e superiore alla sua natura di cane, scese, con una certa titubanza, giù dalla sedia, e s’avvicinò rispettoso, la coda bassa e gli occhi pietosi, alla poltrona dove sedeva il dottore; gli posò le due zampe sul ginocchio sinistro, e restò così un poco incerto se gli doveva leccar la mano; ma sapendo che il dottore non lo gradiva, leccò invece due o tre volte il bracciuolo della poltrona.
Il dottore gli accarezzò la testa e sorrise.
«Speranza, egli disse, ne può su di me più d’un teologo morale; mi fa quasi ritornare ottimista e credente; mi fa quasi toccare il fondo sincero della bontà; una bontà fedele, delicata, cortese, che non s’insegna e che perciò non si finge, e di cui egli, certo, dandomi ora una prova così singolare, non crederà d’aver fatto troppo, nè che io gli debba un obbligo eterno per tanta sua degnazione... E dire che io, uomo frivolo e cattivo, più volte l’ho disprezzato questo povero cane, perchè non è bello! perchè col suo musetto aguzzo di volpe senza malizia, il suo ruvido pelo color cannella, le sue zampe tozze e meschine, i suoi orecchi mezzani ricadenti sul ciglio come due netta-penne; egli ha tutta l’aria d’un cane povero e disgraziato. L’ebbi da un lustrascarpe fiorentino per una lira, se no l’affogava in Arno, e ora io non l’avrei qui mio unico amico e compagno. Ah, perchè io non posso mutarlo in uomo, o meglio in donna, mantenendogli il suo cuore di cane!... «Tutt’al più, mi diceva l’altro giorno un barbassoro, codesto è un cane buono per la casa d’un contadino.» Già, che poi lo lasci morir di fame, e lo fucili, o lo impicchi a un fico perchè la povera bestia affamata è ricorsa all’uva del campo!... Tanto è difficile anche ai cani, bestie così irragionevoli, e che vogliono irragionevolmente mangiare, viver con gli uomini, diciamo coi contadini, che hanno tanto l’uso della ragione!... Bel consiglio mi dette una giovane e gentile signora! «Che se ne fa di cotesto cane tanto brutto? — mi disse — lo porti via in treno con sè, lo lasci a qualche stazione, e buona notte!» Come si sbrigan presto, dei loro incomodi, le signore!... E dire che un musino graziosino e soave come quello, sarebbe stato capace di farlo, senza un rimorso al mondo! Io dunque, per il consiglio d’Eva, lo dovevo abbandonare e tradire!... Brutto?... non è vero. Pare che in certi momenti egli abbia il presentimento d’un male che non comprende, e allora i suoi occhi esprimono una pietà sì triste, sì spirituale, sì bella! mentre poi basta un nulla a farlo brillare e balzar di gioia: un sasso che io gli scaglio perchè lo buschi, o il verde aprico dei prati pei quali corre come una lepre inseguita, abbaiando ai buoi pascolanti. Que’ grossi animaloni alzano lentamente il muso dall’erba, e lo guardano come se lo volessero compatire... Che mistero immenso è contenuto anche dentro questa pelle di cane, animata! Se io lo potessi comprendere, ne saprei più d’un professor di Liceo, e forse anche d’Università. Invece io non so altro se non che ha il cuore perfetto, come ha perfetto l’odorato e l’udito. Quando devo rimproverare alla serva la sua smemorataggine, la sua menzogna, il suo sudiciume, Speranza le salta intorno e, a ogni salto, le arriva una leccatina sulla guancia, o sul mento. Dunque la compassione è un sentimento innato nei cani, a cui non la insegna nessuno. Speranza non ha fatto neppure le tre classi obbligatorie, nè ha mai visto uno di quei tanti libercoli elementari dove, tacendosi di Dio, o ricordandolo appena, come la cosa meno necessaria all’ordine morale del mondo, s’insegnano poi a freddo tante belle virtù e scienze, ai ragazzi... Quanto all’udito, vorrei sapere per quale mirabile struttura e disposizione de’ suoi nervi acustici, fra due campanelli vicini e di suono eguale, quello di casa e quello di camera mia, Speranza distingue subito se ho suonato io, o se suonano all’uscio. Se ho suonato io, corre zitto zitto ad avvisare la serva, e se suonano all’uscio, ecco subito la bestia domestica mutarsi in feroce, e, latrando e abbaiando, fogarsi come un’eroica sentinella, contro il nemico... E l’impressione dei suoni, e l’atto che ne consegue immancabilmente, come sono diversi in Speranza e in Camuffi! Camuffi si desta e accorre soltanto al rumore dei piatti, e a quello dei topi. Speranza dei topi non se ne cura, non è affar suo; ma basta un sospiro del suo padrone a renderlo attento; basta il più lieve ed ignoto scalpiccìo sulla scala, il più piccolo suono di campanello, a farlo abbaiare e accorrere come un lampo. Che differenza d’organismo fisico e morale in questi due quadrupedi maravigliosi della casa dell’uomo!... L’uno è l’amico buono, aperto, verace, il custode fedele della soglia; l’altro non è che l’ospite freddo, ingordo, ipocrita, indifferente, insidioso: qualità, del resto, come occorrevano a un sì grazioso animale destinato a chiappare i topi, e divertirsi, così perfidamente e inconsciamente, con la loro agonia. Ma in queste qualità appunto, o disposizioni così individuali, così costanti, e assolutamente diverse, apparisce un intento così ordinato ad un fine, che io mi domando se è mai possibile che l’abbia potuto avere soltanto il cieco fenomeno, o il cieco caso!... Vorrei sapere chi l’ebbe... Chi l’ebbe?... Camuffi e Speranza non lo sanno, e io lo so meno di loro.»
IV.
L’orologio del prossimo campanile suonò lentamente le nove. Il dottore contò quei tocchi a uno a uno, e gli parvero più lenti, più fiochi del consueto.
«Par che si risenta del tempo anche l’orologio» egli disse, alzandosi da sedere. «Non suona, ma sbadiglia, nell’aria noiosa le ore eterne... Ma su via, rallegriamoci! pare che un mutamento sia avvenuto nell’universo; vedo laggiù luccicare e scorrere un po’ di luna nel fiume...»
Benchè fosse freddo (nove o dieci gradi sotto zero) egli aprì la finestra, e un’aria gelata entrò nello studio. Camuffi si riparò subito nella camera accanto; Speranza rimase a tremare al suo posto.
La notte oscurava la valle, dove la curva ampia del fiume trascorre in più rivi per un letto arido e largo come quello d’un lago, tra balze sfuggenti all’orizzonte in linee di neve lontana, e sopra le balze gli erti, continui picchi delle montagne così variamente dipinte, durante la luce diurna o dalle nubi passeggere e dal sole.
Ora invece, essendosi un poco rasserenato, la popolosa solitudine delle stelle tra foschi veli di nebbia, la luna piena e velata, simile all’ombra del sole spento, versavano sulla valle una luce buia, o poco più viva delle ombre; ma, mista a quell’albore che gettava la neve, pur sufficiente a cambiare la notte quasi in un crepuscolo moribondo. Un incanto di morte estendevasi sulla terra inerte, tacita, oscura, dove ogni pianta, ogni cosa che vi sorgesse, aveva un’apparenza spettrale. Un grande abete e diritto, co’ suoi immobili rami spanti, pareva un immenso ragno dormente che allargasse nell’oscurità le branche pelose. Il fiume, indicato da un fiochissimo luccichìo bruno, sussurrava come un transito di persone che si allontanassero sempre sempre, senza mai dileguarsi. All’orecchio del dottore suonava quel mormorìo siccome un cantico eterno seguitato di valle in valle fino al seno di tutte le armonie, fino al mare...
«Allegri dunque! allegri!» egli disse «domani sarà bel tempo,» e richiuse la finestra.
Un’allegria che durò poco. Dopo il lavoro angustioso reso più duro dalla malevolenza e dalla scempiaggine altrui, dopo la solitudine di tutta quella triste giornata d’inverno (solitudine interrotta da ombre antipatiche e ripugnanti), lo tormentava un desiderio d’aprirsi a qualche anima che lo potesse comprendere, e non infida; e a lei comunicare quella parte di sè, oscura anche a lui, ma più intima, più geniale, che gli pesava, come una vena compressa e inquieta e gemebonda, nel fondo della coscienza.
Mancando d’una simile compagnia, pensò di ricorrere alla lettura d’un poeta. Prese il lume e incominciò a scorrerlo innanzi alle lunghe file dei molti volumi allineati sugli scaffali.
Gli passavano sotto gli occhi i libri che da fanciullo aveva visti nella biblioteca paterna, desiderandoli avidamente, rubandone anche qualcuno, e parendogli un’immensa felicità il possederlo. Altri libri laceri, vecchi, gli ricordavano la scuola, la gioventù, tante cose, tanti compagni smarriti; e tutto gli pareva buono, ingenuo, sincero in quel tempo giovanile così lontano, a paragone di ciò che aveva sentito e sperimentato più tardi.
Finalmente posò la mano sopra un libro quasi nascosto tra ponderosi volumi, lassù nel palchetto più alto dello scaffale. Lo trasse fuori con mano impaziente, e soffiò via la polvere che cuopriva il filo delle pagine tinte d’un bel colore di sinopia come voleva lo stile antico della bella rilegatura in pergamena dorata. Così riccamente legato, quel libro eragli stato reso dopo un lungo trattenimento. Egli non solo non l’aveva più riaperto, ma, quasi disamandolo, l’aveva allontanato da sè, forse per non ridestare una memoria incresciosa.
Era l’Iliade di Omero tradotta in prosa fedele, semplice, ritraente la schiettezza, talora quasi rozza, del testo; per cui pareva inferiore ad altre celebri traduzioni che ingentiliscono, con le eleganze di scuola, e insieme scemano quel poema, sorto, per sola spontaneità di natura, come albero gigantesco e selvaggio.
Egli l’aveva letta da giovane, standosene seduto ad una finestra, sul vespro, e l’incanto della poesia omerica, pareva, in quei giorni, comunicarsi alla placida luce del sole che illuminava i monti lontani. Ora, seduto al tavolino, e sfogliando il libro, si compiaceva di risentire in sè quel fascino di poesia e di natura compenetrate in quel suo ricordo di gioventù. Si compiaceva pure di non avere mutato gusto, perchè i passi allora segnati, erano ancora quelli che gli piacevano di più; ed erano non le note fulgenti al gran sole olimpio, nè recanti l’eco delle vaste carneficine, ma quelle ove l’eterna verità del destino umano esce talora, come lamento di flauto, dal petto dell’eroe favoloso.
Rileggeva e ammirava quei passi, finchè, svoltando una pagina, vide rifulgere ad un tratto, come se gioissero di rivedere la luce, alcuni pochi capelli biondi rimasti tra quelle carte dimenticati o ignorati... A quella vista tutta l’epopea omerica gli fuggì dal pensiero. Elena bella e serena anche nel tempo reo delle stragi, Andromaca piangente la patria e la famiglia distrutte, la varietà dei fati eroici e dei numi, tutto a un tratto dimenticò per non pensare che a una debole donna di questo mondo.
Gli pareva di vedersela innanzi alta e snella come naiade natante nelle scorrevoli onde, d’un vivo pallore, coi capelli fulgidissimi, finissimi, ondanti e avvolti sul suo largo seno materno, mobili e lievi come il riso fatuo dell’amore, e della sua piccola bocca.
Una bocca che, con un lieve accenno sensuale, pareva amorevole e pura, come i suoi occhi mantenevano la loro amabile mestizia anche nel brio delle risa, alle quali s’abbandonava sì volentieri! Ma nulla era più insinuante della sua voce: una voce dolce e fortemente acuta come uno strale, e più mite quando ella più ardeva. Ella sapeva adescare con la sua stessa freddezza di donna insensibile, lasciandosi poi trasportare dalla passione come da una violenza divina: un gran fuoco che poi si spense. La lunga e delirante soavità de’ suoi baci non lo consunse, non gli fu così dolce, come dipoi gli fu amaro il lento dolore della vigilia e dell’abbandono...
Il dottore percosse il pugno sul libro, e lo respinse da sè. S’alzò per aprir la finestra, e disperdere al vento della notte il fantasma di quella donna fascinatrice, e que’ suoi capelli, ultima reliquia di lei... Se non che si arrestò perchè gli parve quell’atto uno sfogo misero, ingeneroso, e quasi una spietata profanazione.
«Come l’amor proprio è sempre duro e villano! egli disse. Angioliera mi nascose, quasi presaga, questi suoi capelli in questo libro, che ella tenne sì lungo tempo presso il suo letto... me li nascose perchè io, nel silenzio di questa notte e di questa casa, mi ricordassi di lei, che pure mi amò... e io la respingo villanamente, quando invece dovrei compiacermi di questo suo pensiero gentile, io che nessuno ormai più ricorda! io che son solo!...»
E l’uomo sensuale e superstizioso, e bisognoso ancora d’un culto in quel vuoto orribile del suo cuore, in quella dispersione sua d’ogni fede, ricadde ancora a guardare, con riverenza d’adoratore, quei pochi capelli fulgidi ancora, e lunghi e fini e alianti al suo respiro su quelle carte... allorchè vide a piè di pagina, solcate dall’unghia, queste parole d’un senso sì funebre e sì pietoso:
«Achille, tu mi dimentichi... più non ti ricordi di me... Dammi la mano, io te ne supplico piangendo, perchè non tornerò più dall’Ade... non ci confideremo mai più l’uno all’altro...»
«Oh illusione!» esclamò il dottore «questa voce dell’ombra di Patroclo mi risuona ora nel cuore come se Angioliera me la inviasse!... E mi sembra averla vicina, e che un’aura di lei mi sospiri intorno... Ma io sospiro; non lei, fredda e muta! Così viene il giorno, indicibilmente penoso, della cessazione, della separazione inevitabile anche per quelli che si sentirono con il vincolo più forte, e più spontaneo, congiunti; e più non rimane che il suono terribile di quelle tre sillabe inesorabili, fredde, brevi: Mai più!... Ma dopo che la morte le ha pronunziate, come tutto diviene pio, religioso, silenzioso!... Divengono candide, o soltanto compassionevoli, tutte le anime umane, e tutte le colpe. Quale universale perdono, significato dal più alto silenzio, si diffonderà un giorno sull’immenso campo ove saranno adunate tutte le ceneri di questo enorme vulcano di passioni, d’insidie, di bassezze, di cupidigie: triste vulcano su cui impera la Morte... E però taccia il rancore, e parli solo l’affetto buono e pio. Io ti perdono, Angioliera: il tuo impuro fuoco ti spense. Ti perdono, o fiore caduto, se concedesti anche ad altri le grazie del tuo profumo, e poi lo strazio de’ tuoi tradimenti!... Ti perdono il male, per il bene che mi volesti; te lo perdono per Maria, l’innocente e pura Maria, che non ho più riveduto... buona Maria, di cui non ho avuto più nuova...»
Donna Angioliera era morta da molti anni.