PARTE QUINTA. Ritorno e partenza.
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I.
Il dottore rimase altri due giorni in quel borgo, parlò ancora con la signora Emilia, ma evitò sempre d’incontrare donna Fausta. Finita l’ispezione in quei dintorni, egli ripartì, al solito, col postino, per continuarla negli altri luoghi afflitti dal tifo.
Il calesse andava su per una strada trarotta dai temporali e costeggiante una voragine larga e selvosa, donde saliva il mormorìo, disperso per l’aria, d’un fiumicello dalle candide spume e verdastro. Pendenti dalla sua altissima ripa, quelle selve color sangue sbiadito si muovevano al vento, e suonavano come una moltitudine clamorosa che discendesse per passare Acheronte. Le montagne ascondevano in parte tra i vapori i loro foschi mantelli di neve, gettati là all’orizzonte in orride forme di chimere fuggenti, il sole si consumava nel cielo bianco, e la sua abbagliante agonia pareva l’agonia stessa del mondo.
Il dottore, sobbalzato qua e là dal calesse, dormicchiava avvolto nel suo mantello, quando lo riscosse un grave rumore di ruote, accompagnato da sonori schiocchi di frusta... Si voltò, e vide avanzarsi un carro da mercanzie, tratto da due robusti cavalli, con sopra una cassa lunga a spiaggetta, segnata da una croce, e coperta d’un panno nero, frangiato d’oro.
— È quel signore che morì alla Levriera, e ora lo portano alla stazione — disse il postino, traendo da una parte il cavallo.
Dietro il carro veniva una carrozza con dentro il rubicondo don Raffaele in cotta e stola nera, e un servitore in livrea.
Il carro e la carrozza passarono avanti, e dopo un certo tratto svoltarono, e sparirono giù per un’altra strada discendente nel piano.
— Per colpa mia e tua, o cadavere — disse il dottore fra sè, accompagnando con gli occhi quel carro — ella patì, anche da bambina, il dolore di chi non ha genitori, e sente d’esser fuori di casa sua, nè può alimentarsi di quell’amore della famiglia che ne circonda, in quegli anni, come una tutela benefica contro ogni contagio dell’anima e del corpo. E così ne abbiamo fatto una suora di carità, una donna felice, come scrive alla signora Emilia la povera monaca. Se n’andò lontano, in America, a trovare la felicità e l’oblìo che non avrà mai. Prese il velo non per vocazione, ma per disperazione!... Ella proverà invano quegli impulsi di tenerezza che in lei avrebbero allietato la donna e la madre, e raccomanderà la sua anima a Dio! E così ella è felice, mentre s’aggira fra i letti d’uno spedale!... Se essendole tutto mancato, le mancasse anche la calma, l’elevazione, e il coraggio che solo può dare la fede, che ne sarebbe di lei?... A me pare una grande infelice, ma io sono un cattivo giudice che non crede più all’innocenza, perchè ha visto troppo la colpa. Col nostro scetticismo, con la nostra povera scienza delle leggi e dei fenomeni naturali, dubitando dei sentimenti più puri, o intendendoli solo come un travestimento d’un medesimo istinto inferiore, noi siamo come il vento del deserto che uccide i fiori, e impedisce i frutti. Perciò, sebbene mi sia dolce l’immaginarlo, tuttavia non posso credere con certezza che suora Angioliera, facendo il bene a chi non lo ha, nè potrebbe averlo da altre mani nè da altra parola, provi gioie sconosciute a chi cerca sempre il piacere, e spende la vita unicamente a pro suo... Consolandosi con le consolazioni che reca, ella potrà ancora patire l’ingratitudine, l’ingiustizia, tutti i disinganni, tutte le pene, tranne quelle ignobili, quelle immeritevoli di pietà, che l’egoismo, l’orgoglio e la vanità apportano a chi vive nell’abbondanza di tutti i beni... Così speriamo che avvenga, o povera creatura, che trovasti un rifugio, forse consolante, dove gli altri non vedono che lo squallore della miseria e dell’agonia!... Ma sua madre?... Quando ci penso, io provo un dolore amaro mescolato a una dolcezza di ricordi che mi consuma. La nostra vita sembra guidata talora da uno spirito ignoto che la conduce a effetti imprevisti. Dopo aver ritrovato su quella pagina, che un giorno leggemmo insieme, que’ suoi capelli fini, ondulati, aerei quasi, com’io li vidi errare intorno al suo bellissimo collo, e alla sua pallida fronte; dopo quell’incontro, mai più immaginato, alla locanda della Levriera, ella, che io avevo sepolto sotto la grave mora del mio scetticismo, e ben di rado la ricordavo; ha ripreso per me lo strale e il palpito della vita... La sua ombra mi parla ora con un senso di rimprovero come mi parlerebbe una povera innocente da me calunniata ed offesa... Ah fanciullo, fanciullo, non t’illudere ancora!... Non t’affliggere troppo, trasformando il tuo affetto in una dolce chimera!... Non volere che quella povera morta abbia ancora per te le seduzioni che ebbe da viva; ovvero getti ancora dall’alto la sua piccola moneta nel cappello del cieco!... Il rimorso e l’amore riacceso per questi ultimi casi, ora non ti fanno vedere che la parte buona, la parte luminosa di lei, non più la volubile e oscura. Tu dimentichi la donna quale fu veramente, e i tormenti che ti prodigò spensierata ed altera, dopo la dolcezza delle umili promesse e dei baci!... Tuttavia sono sempre io il più colpevole. Io dovevo rispettare e compatire di più una fragile donna; non dovevo innamorarmene troppo; non dovevo negarle da ultimo la parola di perdono e di pace che ella voleva da me prima di partire, e d’immolarsi per la figliuola. Come prima l’egoismo sensuale, così dipoi l’orgoglio ferito, e infine sempre lo stesso egoismo, soffocò in me ogni voce della coscienza e della pietà. Questo è il mio peccato, questo il mio rimorso. Dovevo almeno essere più indulgente con lei... Ma ella mi abbandonò, e quando in un giorno triste, forse il più triste della sua vita, ella volle tornare a me, io la respinsi incredulo e offeso. Così è morta senza il mio perdono; è morta disperata di dover lasciar Maria in quelle mani: mani crudeli che vendicarono su quella innocente bambina il nostro peccato!
E l’enorme mistero del peccato e del dolore nel mondo, gli apparve più che mai terribile in quel momento. Ben comprendeva come fosse sorto su di esso un ordine teologico che spiegava il dominio del male accusandone l’uomo, che ne ebbe, più d’ogni altro essere di questo nostro pianeta, la facoltà, la tentazione, la coscienza, il tormento; e spronandolo a togliersene di dosso l’umiliante fatalità col seguire una via di perfezione e di salvezza. In questa dottrina religiosa il dottore vedeva tale sapienza, che non ricercava se vi fosse altrettanta giustizia. Gli pareva che a renderla benefica, bastasse il concetto d’una possibile purificazione da quella parte di colpa che ogni uomo porta con sè, come effetto perenne d’una prima causa ignorata. E il dottore portava ora la sua. In quel momento egli voltavasi addietro a riguardare, come il primo uomo, il paradiso perduto; l’illusione a cui più non poteva tornare. Quella illusione gli aveva pur dato delle dolcezze, che nondimeno non avrebbe mai voluto gustare, se dovevano in ultimo fruttargli tanta amarezza. Avrebbe voluto riconoscere in ciò il suo destino, e sorridergli con stoica serenità, e opporgli l’accusa, la protesta del suo pensiero ribelle, ma intanto non potevasi levare dal cuore l’avvoltoio lacerante... Quella madre e quella figliuola che non aveva più rivedute, che non poteva più rivedere, gli davano il senso amarissimo dell’irreparabile, della morte, dell’impossibilità d’una riconciliazione agognata, d’un ritorno a quei giorni, a quei palpiti, a quei ricordi... E quei ricordi gli passavano innanzi alla mente come fiori caduti nel precipitoso fiume degli anni, irremeabile e oscuro.
II.
Per buona fortuna egli poteva scacciare da sè i cupi fantasmi, e liberarsi da quel cilizio della memoria per essere il medico ben presente a sè stesso, quando doveva, lungo la via alpestre, scender dal legno per visitare i poderi e le frazioni di Comune dove, secondo le indicazioni dell’ufficiale sanitario, v’erano ammalati di tifo.
Dopo averne visitati parecchi, arrivò la sera stanchissimo a un’osteria con macelleria, e tre camere disponibili. Egli prese la più pulita. Aveva anche la luce elettrica, indizio di molto progresso nel luogo. Egli non sapeva peraltro dove posare i suoi panni: due seggioloni da barbiere erano appiccicosi e nerastri, il tappeto del tavolino pareva un turpe scialle della padrona idropica, che non si poteva muovere dal canto del focolare; e il cassettone era tutto ingombro di fichi, pere, mele, grappoli d’uva, ova affrittellate, fette di cocomero e fette di salame... di marmo! La macelleria mandava su un odorino di manzo sacrificato. Insomma non mancava nulla in quella camera benissimo illuminata, fuorchè l’acqua. Il dottore se ne fece portare un secchione pieno. Prima di coricarsi lasciò aperto uno spiraglio della finestra, e così ebbe tutta la notte aria pura, con inquietudine e freddo.
La mattina incominciarono molto per tempo a tonfare sulla scaletta di legno gli scarponi ferrati a ghiaccio, e gli zoccoletti. L’oste anatomico incominciò a battere la coltella sul ceppo.
Questo lieto rumore sollecitò il dottore ad uscir di casa che non s’erano ancora dileguate le ultime ombre notturne dal cielo pigro di dicembre. Ma era bel tempo: l’azzurro pareva cadere su i monti, tanto v’erano immersi: il sole era ancora al di là, ma quelle cime eccelse già lo vedevano, e lo salutavano con le loro nevi infuocate.
Uno spettacolo non meno superbo attendeva il dottore sulla piazzetta del municipio: quello delle autorità del Comune che l’aspettavano, con molti intorno, muti e immobili come i senatori romani in attesa dei Galli Senoni, e non si saziavano di guardarlo, pensando che egli era un’autorità del Governo venuta apposta per loro. Intanto il povero dottore tossiva molto, e il cuore gli palpitava come se in quei giorni gli fosse divenuto d’un peso enorme...
Nonostante per due settimane, quanto durò l’ispezione, si strapazzò e s’inquietò. Non ebbe intorno che sindaci, i quali, o erano rispettosi e docili contadini; o teste dure di Cesari, di tribuni, o di socialisti alteri del loro progresso mentale. C’entrava qualche volta anche il prete, custode amorevole della chiesa, ovvero un fanatico scontroso che portava la passione politica persino nel fumo dell’incenso, e nel suono delle campane. Ma la persona con cui talora il dottore doveva lottare più lungamente, era il segretario comunale, ben distinto, fra quelle plebi rurali, per l’abito civile, e la sua malizia pratica della legge. Egli era tomo, per esempio, di richiamare in vigore una consuetudine degli antichi Romani, opponendola a una legge del Governo non accetta al Comune, di cui egli era, in ogni simile congiuntura, l’intrigante abile, il diplomatico, l’oratore. Altro bravo atleta, in qualche altro luogo, era il maestro di scuola, cattedrante d’osteria, arca di scienza biologica e pedagogica. Egli portava dovunque l’odore progressista della sua pipa, non parlava il linguaggio comune, scriveva nel giornaletto del capoluogo usando i grecismi della rettorica e della scienza, e traeva dall’urna elettorale il favore della fortuna.
Il dottore diceva: «Se fossero selvaggi, io avrei con costoro la pazienza d’un missionario: invece è tutta gente, questa qui, benissimo illuminata, che riceve lettere affettuose dalla Camera dei Deputati, e che la pensa col suo giornale. Se non hanno convinzioni, hanno intenti, hanno idee che spesso esalano l’acquavite, ma sono idee. Non credono più all’eterna dannazione del loro spirito immortale, ma questo allarga le vedute della loro logica: bisogna ch’io li secondi.»
Invece contro il sotterfugio volpesco, contro la mediocrità ipocrita, ciarlona, avventava qualche volta delle parole che parevano scoppiare da una mitragliatrice, e allora li scontentava tutti, e tutti si sfogavano a dirne male.
Si trovava meglio ne’ luoghi più alpestri, abitati da poveri montanari, i quali erano ancora capaci di quella semplice e paziente rassegnazione simile alla mitezza con cui il camoscio o il capriolo soffrono su i greppi nudi la fame lunga, finchè rimangono flebile presa del cacciatore.
In quelle casupole nere, col tetto bianco di neve, esposte talora al precipizio della valanga, il lurido letto andava a toccare in fondo la bassa pietra del focolare preistorico. Ivi, intorno alla brace accesa, o a un cumulo di cenere, o a un abisso di fumo, s’accoglievano uomini dalla fronte solcata da mille stenti e fatiche, donne anemiche e strane, bambini sparuti, col colore di cimitero; o qualche vecchio ricurvo come un angolo ottuso, e che nondimeno sforzavasi a camminare come cammina un povero rospo sopravvissuto alla sassaiuola.
Di fuori il maiale sguazzava nell’abbondanza della fetida pozza.
Quanto meno avevano aiuto dall’uomo, e più lo imploravano quei miseri dalle croci, dalle madonne, e dai santi appiccicati a quelle muraglie bruciate.
In qualche luogo lontano da ogni parrocchia, avevano eretto, con sistema ciclopico, un’informe cappella sul ciglio della montagna, e colà un campano di vacca li chiamava la sera a pregare insieme, nel silenzio della neve crepuscolare.
Il dottore s’arrampicava agilmente su quelle rocce, su quei dirupi, esaminava dovunque, con moltissima cura, la qualità del terreno, e trovava nelle acque impure la causa micidiale: conveniva perciò derivarle da fonti e per condotti più profondi e salubri.
Questo scriveva, nella sua relazione finale, al prefetto Caccianemico, quando gli giunse il dispaccio seguente:
«Villapluvia, 20 dicembre 189...
«Piaccia a Vossignoria trovarsi domattina questa sede per cosa urgente che la riguarda.
Il Prefetto Tummistufetti.»
Il dottore spedì la sua relazione al Caccianemico, ritornò quella sera stessa a Villapluvia col suo fedele Speranza, e la mattina dopo si presentò al comm. Tummistufetti.
III.
— Buon giorno, caro Stellini.
— Buon giorno.
— Ho molto piacere di vederla: ha fatto buon viaggio?
— Bonissimo.
— Ha avuto molto freddo?
— Moltissimo.
— E come va l’ordine pubblico in quella provincia, caro Stellini?
— Benissimo.
— E la salute pubblica?
— Malissimo.
— Eh lo so, lo so, caro Stellini: chi ha cuore non può che deplorare tante miserie; ma che ci si fa? i Comuni sono così aggravati da tasse, da sopratasse...
— È vero, è vero; ma ne parleremo un’altra volta: dunque, ho ricevuto il suo dispaccio... e che c’è di nuovo?
— Nulla, caro Stellini, che le possa far dispiacere... ecco, legga.
E dopo avergli dato la lettera che aveva sul banco, il commendatore tornò a fumare con un’aria benigna, alquanto insolita in lui, perchè per lo più aveva la faccia torbida e sinistrata dalle tenebre del potere governativo.
«Occorrendo di porre a capo dell’uffizio sanitario della provincia di Girgenti, un valente ed energico funzionario, questo Ministero è venuto nella deliberazione di trasferirvi, per ragioni di servizio, il sig. dott. Fabio Stellini, il quale dovrà subito raggiungere la sua nuova destinazione, e saprà rispondere degnamente alla fiducia che in lui ripone il Governo.»
Il dottore guardò il prefetto.
— Mi dispiace, caro Stellini, — gli rispose il prefetto — di perdere in lei un ottimo impiegato, ma anche mi rallegro con lei per la prova di stima che le ha dato il Ministero: la provincia di Girgenti è una provincia molto più importante di questa, e lei avrà più campo di distinguersi e di farsi onore.
Il dottore gli voltò le spalle, e mosse verso l’uscio.
— Dunque che cosa devo rispondere al Ministero?
— La risposta ch’io vorrei dare non m’è permessa: domani le farò sapere la mia decisione.
— Domani? io invece risponderei subito con un telegramma, dicendo: «Ringrazio dell’onore, e mi metto a disposizione del Ministero»: ecco quello che io risponderei al posto suo.
— Ma lei non è al posto mio.
Ed uscì.
— È una bestia! — disse il prefetto — è un pessimo impiegato, l’ho sempre detto! non ha punto amor proprio, e quando un impiegato non ha amor proprio, non può aver amore neppure al servizio.
IV.
Già sapevano tutti nella piccola Villapluvia che il dottore doveva andare a Girgenti. Lo sapeva persino la sua stiratora.
— Quanto mi dispiace, signor dottore, che lei vada a Girgenti! — gli disse la stiratora, fermandolo per la strada — ma è una provincia molto importante.
— Rosina — egli le rispose — ci son da per tutto delle importanti camicie da stirare...
Passando per piazza, vi vide il sindaco cav. Patriottini impettito e fiero come una statua da posare sul piedistallo. Siccome sapevano tutti che quello era il suo dì natalizio, riceveva i pubblici omaggi più adulatori del solito, anzi dell’anno scorso, perchè il trasferimento del dottore aveva dimostrato anche meglio che a questo sindaco i ministri obbedivano come uscieri. Egli dunque era giunto all’ultimo apice della piramide innalzatagli dalla pubblica stima degl’italiani.
Naturalmente in un giorno così solenne egli dette un suntuoso pranzo agli amici. I brindisi patriottici si succedettero rapidi come le bottiglie vuotate. Anzi fu tale il patriottismo, che tutto il Consiglio comunale a un certo punto s’alzò, barcollando, e telegrafò al Ministero pericolante per confermargli, in mezzo al cozzo dei calici traboccanti, la sua stima e la sua fiducia. Dopo di che al sindaco ed a’ suoi amici, parve d’aver quasi rifatta l’Italia. Ribevvero da capo alla loro salute, e intanto la banda civica suonava sotto le finestre la Marcia reale e l’Inno di Garibaldi.
Quanto al dottore, lo riguardavano come un uomo perso, un uomo punito, e se ne compiacevano come se la fortuna fosse toccata a loro.
— Ne deve aver fatte delle grosse, se il Ministero di quassù lo caccia a Girgenti — dicevano, e velatamente glielo facevano anche capire perchè è un gran piacere anche questo di poter umiliare e avvilire il nostro buon prossimo. Dopo sembra di sentirci più grandi e più in armonia con tutto quello che ci circonda.
Come se Girgenti fosse il Catai... Già il dottore, se mai, non pensava a Girgenti, ma piuttosto vagheggiava lontano lontano, nel mondo dell’immaginazione, l’antica Agrigento, cantata da Pindaro. Agrigento e la Sicilia erano nomi sempre pieni d’incantesimi pel suo orecchio, e che perciò s’inframmettevano, ora l’uno e ora l’altro, tra i suoi tristi pensieri con quella vaga attrazione che la rimembranza e la fantasia prestano ai luoghi memorabili e belli, quasi ridestandone l’anima occulta, o quello che avanza alla morte, cioè il vacuo ricordo.
Persefone rinata coi fiori della pianura verde dell’Etna maestoso e fumante; Polifemo cieco che suona la zampogna (immagini del bello e dell’orrido sublime infuse dalla natura nel senso umano); i tepidi lidi che udirono i canti dionisiaci, i canti di Teocrito, e gli ultimi echi della gaia scienza nei lirici nuovi; il genio architettonico degli arabi vittoriosi venuto ad incontrarsi con le linee romane e normanne nel silenzio dei chiostri e delle basiliche; i teatri greci deserti e ruinati in faccia al mare sonoro come un applauso, o irato come le Eumenidi; questi e altri simili spiriti di quei luoghi lo invitavano seducenti; se non che gli parevano ben vani e puerili a paragone della rude realtà di dover portare anche laggiù quella sua catena di medico provinciale. Era stanco della commedia umana. Egli non poteva essere che libero, o despota della rettitudine e della legge.
Non s’aspettava più nulla di nuovo nè di giocondo dall’avvenire, ormai ridotto per lui a un breve passo verso la fine. Tutta l’estensione era per lui nel passato, e quel giorno, quella povera pianta pensante si sentiva attratta più che mai a ricercarlo in sè, nelle proprie fibre. S’illudeva ancora di cogliere i fiori della memoria, ma i fiori eran pochi, e troppe le spine, e quasi egli chiudesse in sè il regno delle ombre, non trovava in sè che una folla di fantasmi freddi, incresciosi e vaneggianti nel vuoto. Se qualche caro idolo gli sorrideva lontano, era anch’esso un’ombra fuggente che non poteva più ritornare a lui, anima e persona rispondente al desio. I morti non lo consolavano più dei vivi. Fin la sua orfana fanciullezza gli sorrideva triste e beffarda ammiccando a casi che ne smentivano la felicità, ne profanavano l’innocenza; e in seguito che libertà aveva avuto contro subiezioni e influssi letali, contro gli uragani dei sensi e dell’anima, contro la ingenua fiducia di affetti caldissimi, dipoi spenti o spezzati; contro i lampi del vero che l’avevano spogliato d’ogni fede, d’ogni illusione per lasciargli l’anima incredula e nuda alle trafitture, e ai mostri che via via la pratica degli uomini avevagli rivelato! Questo che era l’oscuro mormorìo della sua coscienza, il cumulo vano della sua trascorsa e inutile vita, gli pesava molto sul cuore... A un tratto se lo sentì, il cuore, come percosso da un’ala, e cadde smarrito... Si riebbe, ma gli rimase il senso di quel terribile colpo che avevagli spento la conoscenza, a un tratto, come soffio che fosse passato sulla fiamma d’una candela; gli rimase il respiro difficile e affannoso; una gelida, vacillante incertezza dell’esistenza, e un funereo presagio dell’ora ignota, ma attesa ad ogni minuto... Egli medico, non aveva fiducia nei medici; quindi non ci ricorse. Sapeva del resto che non c’era più rimedio per quel suo vecchio male cardiaco.
— Povero Speranza! — egli disse accarezzando il suo cane, e il cane gli allungò sul petto le zampe come se volesse abbracciarlo...
Quello fu il vero rimedio: può tanto il conforto d’un vero amico, che di nuovo egli si sentì bene, e disposto a ripigliare domani la lotta e il lavoro.
Secondo il solito, guardò dalla finestra del suo studio la grande e muta campagna attraversata dal fiume che, essendo diminuito, gli parve avesse note più limpide quella notte, o più ristrette a un unico suono saliente dal gorgo come una voce. La neve biancheggiava, nell’orrido buio nemboso, come un oceano polare, ricinto da tenebre impenetrabili.
Suonarono le undici al campanile, e parve che suonassero per nessuno, tanto regnava il silenzio...
Il dottore si tolse dalla finestra, licenziò la serva, e quindi andò a coricarsi, sperando ancora di poter fare un buon sonno.
Era questo il suo unico desiderio. Invece un secondo colpo dell’ala lo sospese incosciente sopra l’abisso delle tenebre, donde non spira che l’orrido vento della dissoluzione... Nondimeno al suo spirito pareva di vivere ancora, e d’errare in un pelago ignoto d’illusioni e visioni, fra cui (ironia della morte) la visione dell’antica Agrigento.
Gli pareva di vederne gl’intercolonni dorici in una pianura verde e lontana, azzurreggiata, per tutti i seni, dall’immenso Ionio, e tutta stellata di fior d’arancio, candidi come se gli avesse creati l’alito della neve a quel sole ardente. Ma quel paesaggio aveva come la cristallina vacuità d’un eliso disabitato... S’udiva un suono di flauto, e pareva suonarlo la Morte nella deserta città...
Suonava un’aria della gioventù del dottore. Un giorno, standosene solo nella sua stanza, l’aveva sentita cantare da una donna invisibile in una casa vicina alla sua. Quella voce femminile pareva slanciarsi verso una dolcezza invocata, e discendendo poi fino alla più tenue cadenza, pareva come prolungare una curva di infinita soavità nello spazio...
«Era la tua voce?»
Questo egli domandò delirando a una bella donna ch’eragli apparsa tra le colonne, come una candida dea. Era in lei un’armonia di bellezza orientale educata alla grazia greca, e i suoi occhi soavi e neri splendevano come stelle fulgenti in una notte serena. Ella illuminava tutto il paese ed il mare, per il quale erravano le più vaghe visioni intorno ai numi d’Omero.
«Io sono la poesia» ella rispose.
«Oh con quanto desìo — sclamò il dottore — io ti cercai nelle anime e nelle cose! ti chiusi nel mio cuore morso dalle vipere; e tu t’agitasti nel mio cuore come una sepolta viva: ora il mio cuore è spezzato, e tu m’accompagni alla fossa... Oh illusione! illusione!...»
«Io sono — ella disse — la realtà delle cose e dei fatti trasformata in ritmo, in volo, in voce sovrana. Io comprendo tutto quanto palpita d’intelligente e divino nella natura: io sono il mistero dell’anima universale; la forza più intima che lega i cuori e fa sentir loro l’unità della vita; io rendo agli uomini in numeri armoniosi, in immagini d’aquila, e nei detti dell’eterna sapienza, tutta la materia dei loro sogni, tutto l’orrore delle loro catastrofi, tutta l’ebbrezza dei loro amori, tutta la pietà dei loro singhiozzi, e ci hanno piacere...»
«Non tutti: i più tu li fai sbadigliare, e preferiscono la tua immagine falsa che è la rettorica adiposa e pomposa, così indispensabile alla vanità, alla menzogna ed alla fortuna. Ma nei momenti nei quali tu ti riveli davvero, ben tu sei, o poesia, la dolcezza, l’arcobaleno dell’esistenza. Così vorrei io pure invocarti. Giacchè ho veduto che tutto infine si volge a danno o a utilità di qualcuno, vorrei io pure procurare, come dicono oggi, un vero godimento intellettuale ai lettori, per mezzo di qualche tuo alunno che cantasse la mia agonia. Perchè non so se così accade negli altri mondi che brillano come capocchie di spillo nell’infinito, ma qui da noi la lodola che oggi canta e vola, domani può piacere anche meglio arrostita. Così quello che oggi è per me uno strazio orrendo, può divenire domani un trastullo. Ma questo, almeno per me e per la lodola, non è poetico, non è morale, o poesia... E se penso che domani, in mezzo al corteo degl’impiegati e dei medici a cui non piacqui, e dissero tanto male di me, taluno si leverà di tasca un foglietto, e leggerà un discorso di lode funebre sul mio feretro; io, qui agonizzante, qui innanzi all’oblìo che m’inghiotte, ho, dalla immagine di questa postuma scena, l’ultima impressione della falsità crudele, della prosa triviale e buffona e vischiosa che mi afflisse tutta la vita. Per cui, se non mi paresse una bestemmia, direi che non credo più neanche a te, o poesia! Tu non esisti che nelle fibre di certi pochi e infelici temperamenti... Ma perchè m’apparisci sempre sì bella anche ora che son per morire?... sì bella, che mi faresti credere ancora che tu non sei un’ombra vana... Forse sei la donna invisibile che, in un giorno della mia giovinezza, cantò quell’aria che ora m’è ripetuta dal flauto della Morte...»
Il flauto della Morte suonava un’aria della gioventù del dottore...
***
E il giorno dopo Speranza trovò chiusa la casa del suo padrone: ci avevano già messo l’appigionasi.
Il cane stette un pezzo a quell’uscio, col muso basso e gli orecchi tesi... Poi si dette a correre per la città e per la campagna vicina, e abbaiare, abbaiare, abbaiare, perchè il padrone lo sentisse da qualche parte... Poi non si vide più.
Invece Camuffi, il pacifico gatto rosso, se la cavò bene. Indipendente dall’uomo, impassibile come gli elementi generatori e devastatori della natura, fiducioso nella destrezza del suo zampino, nell’acume delle sue onniveggenze, nella tattica delle sue comparse improvvise e delle sue sparizioni occulte, delle sue vigili dormiveglie e dei suoi contrattempi audaci, delle sue tolleranze bonarie, e de’ suoi slanci fulminei; egli ebbe ancora, come dice la romanza, «lunghi giorni di felicità» amoreggiando pei tetti e per gli orti, e facendovi buona caccia di topi, pulcini, rondini, lucertole e passerotti.
Tu sai, o lettore, che molti nella vita sono anche più abili di Camuffi; ma veramente son disgraziati i cani che perdono un sì buon padrone com’era davvero il dott. Fabio Stellini. Dio gli perdoni il suo peccato!
Fine.