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Il peccato del dottore

PARTE SECONDA. All’Ufizio.

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I.

Il giorno dopo era un tempo bellissimo. Per tutta la lunga catena, rotta in mille punte, di quelle aspre montagne, le nevi splendevano come marmo carrarese nell’aria azzurra e sfolgorante di sole. Era una vera festa invernale.

Il dottor Fabio aveva ripreso a leggere quella traduzione d’Omero. Avendo custodito per tanto tempo i capelli della morta, ella gli dava come un senso d’affettuoso legame che ancora esistesse tra lui e donna Angioliera.

A un certo punto, visto dall’orologio che era trascorsa l’ora d’andare al suo ufizio di medico provinciale, chiuse il libro, e uscì frettoloso.

Incontrò per via i soliti cavalieri e i soliti poveri, che non avevano altra croce che quella visibilissima della loro orrenda miseria. Uno di loro gli si accostò zoppicando, per domandargli timidamente, non l’elemosina, ma soltanto se stava bene.

— Benissimo, amico mio! — gli rispose il dottore, ma non ebbe cuore di rivolgergli il medesimo complimento.

Quei miseri, con quel bel sereno a 10 gradi e più sotto zero, frescheggiavano vestiti dei medesimi stracci dell’estate. Non possedendo che quei luridi cenci, che portavano sempre addosso come la pelle, nè avendo nulla da custodire, avevano il gran vantaggio, che non abbiamo noi, di risparmiarsi la pigione di casa, bastando loro la stalla, il fienile, quando trovavano quel ricovero presso qualche pio contadino, che sperava d’esserne ripagato da Dio. Così avevano la bella comodità di passar la notte al coperto senza spendere un soldo, e il giorno, con lentezza sgomenta, col viso terreo, impresso dall’agonia di tutti gli stenti, e di tutti gli avvilimenti, erravano, e guardavano con l’ansietà della speranza, o della disperazione, se da quella casa, o da quella via appariva il tale atteso benefattore. Quante lunghe ore di fame, di freddo, e di stanchezza pazienti per ricevere, e non sempre, l’elemosina stentata, d’un soldo!... Anche stando in casa s’udiva quando a quando il loro lento zoccolìo per la strada. Erano sempre i medesimi vecchi decrepiti, i medesimi zoppi, ciechi, cretini, giocondi o malinconici, della città e del contado; quasi fossero deputati a rappresentare stabilmente a Villapluvia la loro onoratissima casta con tutte quelle insegne del destino e della tribolazione, per cui ella apparisce così chiara e così distinta fra le altre classi sociali. Ogni tanto ne spariva qualcuno, morto di fame, di freddo, d’avvilimento, o, più allegramente, briaco, essendovene di quelli che si sfamavano più con l’acquavite che con la sciocca polenda; perchè l’acquavite dava forza alle loro esauste vene, e quasi un’allegria da signore: cantavano allora, ridevano, e cadevano. Ma il giorno dopo si vedeva subito un nuovo rappresentante occupare il posto rimasto vuoto; un buon posto: per esempio il comodo scalino di quella chiesa, di quell’ufizio pubblico, o lo sbocco di quella strada ove il passo dei benefattori era più frequente.

Quei cavalieri della miseria (ordine non cavalleresco, ma il più antico di tutti, essendo stato istituito dall’Eterno Padre subito dopo la cacciata dal paradiso terrestre), facevano tutti un sincero buon viso al dottore, che lo gradiva, in mezzo a tanta superbia e musoneria. Egli sperimentava come vi sia un’ostilità che nulla può dissipare, nè la cortesia, nè la benevolenza, nè il benefizio, ed è quella a cui non si dà alcun motivo, ma che dipende solo dal malanimo altrui. E di questa non ne mancava il dottor Fabio, sia da parte di alcuni suoi dipendenti, sia da parte delle autorità locali, e dei burocratici abilissimi.

II.

Un burocratico perfetto era il cav. Ronzoni; uomo ben nutrito e ben tarchiato, verso i sessanta.

Egli rivestiva la sua autorità sospettosa e minacciosa, d’un carattere di prudenza che non gli pareva mai troppa. Non faceva in pubblico discorsi compromettenti, ma gli piaceva di provocarli e d’udirli. In questo lo serviva benissimo il segretario Candore, lingua scioltissima, e che poteva dirsi la malignità in velocipede; mentre l’altro procedeva come coperto da un guscio di tartaruga: vibrava talora delle occhiate violente, ma furtive. Il segretario Candore era l’aura leggera che gonfiava la vela di quella burocratica navicella; il Ronzoni erane la zavorra che le dava il pondo e la stabilità. Erano poi i due consiglieri e i due più severi censori del comm. Tummistufetti; il quale disputava continuamente con essi, e, tra le dispute, i ricevimenti, le suonate di campanello, e le firme, gli occorrevano dalle dieci alle dodici ore di poltrona e di buon esempio ogni giorno.

Quella mattina, se ne stavano entrambi nell’anticamera degli uscieri, con le spalle appoggiate alla stufa.

Il cav. Ronzoni, tenendo in bocca il sigaro spento, ponderava e taceva: il segretario Candore fumava la sua pipetta di barba di scopa. Viso ingenuo, grassoccio, bianco, rotondo, senza quella pipa avrebbe somigliato anche di più, meno l’eleganza e la grazia, a un pastorello di Vatteau. Anche gli occhi aveva rotondi, grossi, d’un ceruleo smorto. Al principio della carriera, lo indicavano già come un giovane destinato a salire. Il commendatore Tummistufetti ricorreva spesso ai lumi di questo giovane, il quale, uscito da poco dall’Università, era pieno di affermazioni autorevoli, e un vero florilegio di apoftegmi amministrativi e legislativi. E il giovane, sentenziando, sparlando, pipando, si dava aria di persona che compatisce il suo superiore, e fa capire che il superiore infine è lui.

Quell’anticamera, col ritratto del Re, l’orario della ferrovia, e la carta della provincia, era tutta sputacchiata e accecata dai sigari e dalle pipe: ma con la stufa accesa, e le doppie finestre ben chiuse, si stava comodamente caldi in quel puzzo e in quel fumo esalato da tante bocche.

Il Fiscaroli, capo-usciere, un ometto mingherlino con la faccia rossa come la cresta d’un gallo, perchè la stufa facesse bene il suo ufficio verso i posteriori del cav. Ronzoni e del segretario Candore, tornava sempre, con le molle, a sfruconarla, attizzarla; e il cannone di ferro mugliava come se tutti i venti burocratici vi passassero in fuga.

Il cav. Ronzoni, col collo un po’ torto, e la grossa testa inclinata, pareva pensare alle molte pratiche e incartamenti che gli giacevan sul banco.

A un tratto, dopo un quarto d’ora di sigaro spento e di silenziosa ponderazione, domandò così indifferentemente, come per dir qualcosa: — È venuto il medico provinciale?

— No, cavaliere, ancora non s’è veduto — gli rispose il Fiscaroli, sorridendo.

— Sono le dieci e mezzo — disse il segretario Candore.

Il cav. Ronzoni lo guardò.

— A quest’ora — rispose il Candore, incoraggiato da quell’occhiata — avrà fatto sei o sette poesie: m’ha detto il suo segretario che si diverte a farle anche all’uffizio, invece di lavorare.

Il cav. Ronzoni lo guardò stupefatto.

— E che specie di poesie sono? — poi domandò — appartengono al genere lirico, o al didascalico?

— A nessun genere, non hanno senso comune — rispose il Candore, che non le aveva mai lette — ma fa meglio le poesie che il medico provinciale.

Il cav. Ronzoni lo guardò con supremo compiacimento.

— L’altro giorno, — riprese subito con lena crescente il Candore — si doveva comunicare ai farmacisti della città quella circolare del Ministero, con la quale si stabiliscono le modalità da seguirsi in merito alla pesca delle sanguisughe nei vivai dello Stato.

— Sì — rispose con aria grave il Ronzoni — è la circolare del 20 novembre, anno corrente, n. 90749.

— Precisamente.

— Che memoria! — sclamò il Fiscaroli con la faccia soddisfatta e le molle in mano.

— Dunque?... — domandò il cav. Ronzoni.

— Dunque... ma diglielo tu, Fiscaroli.

Il Fiscaroli, con quella sua faccia briaca, sorrise alquanto e poi disse: — Mi mandò in giro dagl’interessati, perchè avessero tutti visione della circolare, e la firmassero.

— Ma la circolare — esclamò il Candore indignato — doveva essere comunicata in iscritto agl’interessati!

— Sicuro: è ovvio: che leggerezza! — bisbigliò il cav. Ronzoni, e lo guardò sempre con maggiore interesse.

Il Candore s’affrettò a sputare e soggiunse: — Ieri poi, se non la fermavo io, una sua lettera partiva senza il numero di protocollo e di posizione: ma il Ministero! il Ministero che ci manda di questa gente!

Mentre pronunziava queste ultime parole di rimprovero al Ministero, entrò in anticamera il sindaco, cav. Patriottini.

Tutti tacquero, e tutti gli s’inchinarono.

Egli domandò di parlare al commendatore.

— È impedito, cavaliere — gli rispose affabilissimo il Fiscaroli.

— Chi c’è?

— Il capitano dei carabinieri, cavaliere.

Il sindaco, volendo aspettare d’essere ricevuto dal commendatore, fece per levarsi la pesante e ricca pelliccia, ma gli fu sopra il Fiscaroli, e gliela levò lui, ammirandone la bellezza.

Il sindaco, sentendosi più libero, allungò le braccia, e s’avanzò in guanti nuovi color mattone, soprabito nero abbottonato, e in mano il lucido cilindro. Calvo, con pochi capelli irti sulla fronte accigliata e stretta, i suoi occhi indefinibili acquistavano dalle lenti un sussiego anche più curiale, quasi beffardo; e segaligno, altezzoso, affettatamente impettito, pareva un piccolo Barbarossa moderno in cima ad una piramide. Era infatti allora il tirannello del luogo, un vero don Rodrigo della municipalità. Padrone di molte terre, di molti coloni, che, giovandogli, sfamava col mais guasto, esattore di pubbliche imposte, proprietario d’un giornale fatto a sua immagine, tutte queste facoltà d’operare il male raccolte in tal uomo divorato da tutte le piccole ambizioni d’un Catilina, o d’un Cesare da villaggio, diffondevano un timoroso concetto del suo potere, e ne facevano il più formidabile elettore della provincia. Appoggiato all’urna, egli teneva nel pugno anche i Ministeri: Roma gli s’inchinava.

Egli si rivolse con ghigno amichevole al cav. Ronzoni e al segretario Candore, dei quali aveva spesso bisogno, e strinse loro la mano.

— A quel che ho sentito, — disse al Candore con familiarità autorevole, ma indulgente — lei, segretario, non è troppo contento del Ministero.

— Tutt’altro, cavaliere! io anzi ho moltissima stima del Ministero.

— E dunque di chi parlava? — domandò il sindaco, sperando di raccogliere qualche utile fattarello pel suo giornale.

— Del dottore Stellini, che non sa fare il medico provinciale.

— Cosa volete che sappia fare un uomo che è briaco dalla mattina alla sera! Nessuno fin qui aveva sollevato la questione del cimitero: ma io che ho il dovere di salvaguardare gl’interessi del Comune, mi opporrò sempre che si spenda un 30 o 40 mila lire per le sue belle utopie!

— Oh! è un matto, un visionario, un poeta! — sclamò il Candore, che aveva bisogno d’una raccomandazione del potentissimo sindaco.

— Nessuno lo prende sul serio — mormorò a bassa voce, e guardando intorno, il cav. Ronzoni.

— Quella sua relazione sulle condizioni del nostro cimitero è una cosa da far ridere i sassi! — riprese il sindaco.

— Eppure il Ministero l’ha approvata! ecco dove io non son d’accordo col Ministero! — disse il Candore.

— Il Ministero! — rispose il sindaco sorridendo, e alzando le spalle — dica piuttosto qualche segretariuccio, qualche capo-divisione o capo-sezione! infatti io so che la lettera che approva il progetto dello Stellini, non è firmata nè dal ministro, nè dal sottosegretario di Stato: fra qualche giorno verrà una disposizione tutta diversa che darà pienamente ragione a noi: il Ministero non può opporsi a tutta una rappresentanza municipale.

— Ma sicuro! le rappresentanze municipali sono sovrane — disse il Candore — e quando poi si tratta d’un’amministrazione come la sua, cavaliere...

— Oh certo il Municipio sa far meglio del Ministero! — rispose il sindaco — prima il Municipio, poi Dio, e poi il Ministero.

— Si sa, si sa, cavaliere — rispose il Candore, sorridendo anche lui — che lei è la bête noire dell’amministrazione centrale!

Il sindaco sorrise sodisfattissimo, perchè gli piacque assai quel bête noire.

«Domani te la fo», disse fra sè il Candore.

— Si figuri dunque se io mi preoccupo — soggiunse il sindaco, riprendendo il suo ghigno altero — dei progetti, delle relazioni, e delle sollecitatorie continue del medico provinciale! se lui è corsaro, io sono corsaro e mezzo; nel giornale di stasera intanto c’è un articoletto salato per questo poeta...

— Eccolo! — avvertì a bassa voce il cav. Ronzoni, ammiccando con gli occhi stralunati la vetrata d’ingresso.

Il dottore aprì la vetrata, e entrò nella fumosa anticamera. Attraversandola, per andare nelle sue stanze d’ufizio, egli fissò quei signori che tacevano, e non lo guardavano. Anzi il sindaco, con atto visibile di disprezzo, gli voltò in fretta le spalle, e cominciò a gesticolare vivamente in faccia al Candore. Il Candore, che era sempre molto ossequioso col dottor Fabio, quella mattina non lo conobbe. Il dottore, a quella mossa del sindaco, si fermò a guardarlo, ma vedendo che egli, fingendo di non accorgersi de’ suoi occhi fissi su lui, seguitava a bisbigliare e gesticolare ora al Candore e ora al Ronzoni, il dottore brontolò, e passò oltre canterellando.

— Gli ufizi non son fatti per cantare — bisbigliò il cav. Ronzoni, indignato — che leggerezza!

— È un’offesa personale a me! — disse il sindaco — io sono il rappresentante della città, non è vero?

— Certo.

— Ebbene, quando mi trova per la strada, non mi saluta mai!

— Oh! oh!

Il colloquio fu troncato dal capitano dei carabinieri, che entrò in quel momento, con un tintinnìo di sciabola, e rumore di sproni. Visto il sindaco, s’arrestò, e portò la mano al berretto come davanti ad un generale. Il sindaco strinse la mano a tutti, e ripreso il suo sguardo prepotente dietro le lenti, entrò a testa alta dal prefetto.

Più tardi tutte le ciarle fatte nell’anticamera degli uscieri, e altre ancora, si ripeterono alla presenza del commendatore Tummistufetti.

— Scrive poesie nelle ore d’ufizio.

— Lo so.

— Comunica a voce le circolari, invece di comunicarle in iscritto.

— Lo so.

— Non è calmo, è sempre infuriato: usa cattivi modi con tutti, maltratta quel bravo giovane del suo segretario.

— Lo so.

Insomma era proprio una disperazione! Non gli potevano mai riferir nulla al commendatore, che già egli non lo sapesse. Come prefetto, egli sapeva tutte le cose, anche quelle che ancora non gli avevano riferite, o che non erano ancora accadute. Ciò naturalmente dispiaceva ai referendari, ma giovava anche a raddoppiarne lo zelo: e a questo anche mirava il commendatore Tummistufetti, uomo sommamente politico.

III.

Il dottor Fabio era entrato nella sua stanza cantarellando un’aria del Rigoletto, e pieno di malumore. Gliel’accrebbe il puzzo di pipa lasciatogli nella stanza dall’usciere, che quella mattina s’era ricordato di spazzare. Aprì la finestra perchè passasse.

Le tartaree pipe degli uscieri e degli scrivani, e i sigari dei superiori, con la necessaria conseguenza d’un’abbondante e continua salivazione, profumavano quell’uggioso edifizio, dalle mura sformatamente grosse e tetre. Le incessanti latrine contribuivano pure a incensarlo, oltre quell’odorino, che distingue gli ufizi vecchi, poco spazzati, poco aereati, molto frequentati da gente varia, e dove, pei corridoi bui e per gli squallidi archivi, gli anni accumularono su montagne di carta usata e inchiostrata, la loro muta polvere d’ogni istante.

Il dottore aveva l’ufizio in due stanze, la sua e quella del segretario Pasquetti. In questa seconda stanza più grande, le pratiche (ossia la voluminosa raccolta degli atti quasi sempre necessaria a concludere, o non concludere, talora per anni, un affare) mal contenute da lacere e polverose coperte di carta, si vedevano ammassate e sbrindellate nei rozzi scaffali che coprivano le pareti fino al soffitto.

I due banchi, quello del dottore e l’altro del segretario, schizzati d’inchiostro e arrotati dall’uso d’una secolare burocrazia, parevano riportare indietro ai processi politici della Santa Alleanza, tanto che il ritratto del Re alla parete pareva in quel luogo, quasi un annunzio d’avvenimenti futuri.

La stanza del dottor Fabio per altro non mancava di certi agi. Un canapè, per esempio, foderato di logora cotonina a strisce rosse e gialle, mostrava, sull’uno de’ suoi dossali, la capata veneranda e untuosa di chi sa mai quale dormente assiduo e lontano; ma era sempre un canapè che non tutti hanno; cioè un mobile inventato dalla mollezza. Un armadietto nano, una specie di comodino, accanto al canapè, s’apriva a quando a quando da sè, con un gemito flebilissimo, mostrando nelle sue viscere una quantità di cartaccia scarabocchiata; ma era sempre un comodino da riporvi quello che non si lascia esposto alla vista. Alla finestra, una tenda tutta polverosa e allucignolata, e davanti al canapè, un tappetino con un leone quasi abolito; ma erano sempre una tenda e un tappetino, cioè ornamenti superflui e di lusso. La persiana sconnessa e imbarcata da tante pioggie e da tanti soli, era mal sicura, e poteva anche piombare sulla zucca di qualcheduno; ma era sempre una persiana, cioè una comodità per ripararsi dal sole e dalle mosche.

Tutto questo dipendeva da un saggio sistema d’economia, superiore a tutte le altre ragioni di decoro, d’igiene, o di profitto morale. Tali ragioni dovevano attendere pazientemente la possibilità dei bilanci, e questa possibilità, per certe cose, non c’era mai, o ben di rado.

Appariva lo stesso lodevole intento economico anche nella parca distribuzione degli oggetti di cancelleria. Erano in mano di quel sì giovane, e già così terribile e altero, segretario Arcignetti, serio e bieco anche lui. Dovendo custodire i segreti di gabinetto, egli non parlava che col suo superiore, e ne aveva a cuore i risparmi. Al dottor Fabio contava i fogli di carta, le buste, i pennini, come a uno scolaretto; o anche negava, se di più pretendeva. Si largheggiava soltanto con l’inchiostro. Bastava chiederlo, e l’usciere, senza farsi troppo pregare, veniva subito col fiasco a riempirvene il calamaio, anche troppo; e poi ritirava il fiasco.

Un giorno il dottor Fabio disse al commendatore:

— Commendatore, il nostro superiore e suo segretario di gabinetto, Arcignetti, amerebbe forse di fare qualche economia anche sull’inchiostro, ma le pratiche rimangono ferme su i banchi come vagoni di mercanzia a piccola velocità, e bisogna spingerle a forza di scarabocchi. Giacchè in Italia non si può toccare un oggetto, una scatola di fiammiferi, per esempio, senza incappare in un bollo, ed è tanto il consumo che vi si fa dell’inchiostro, bollando anche quello, l’erario ne avrebbe a capo all’anno un’entrata di parecchi milioni.

Il discorso non piacque al commendatore: scrollò la testa, e non parlò più.

Anche gli stipendi dei poveri diurnisti erano compresi in questo sistema generale d’economia spartana.

Bortolo Pasquetti, il segretario del dottor Fabio, era appunto un diurnista pagato assai meglio degli altri, perchè aveva 65 lire mensili, moglie e figliuoli.

Il suo lavoro era importantissimo: assistere alle sedute del Consiglio sanitario, registrarne i verbali, custodire in archivio tutti gli atti d’uffizio, saperne, o almeno subodorarne, i segreti; e talora firmare anche certe carte, nelle quali era indispensabile, oltre quella del medico, anche la firma grandiosa del segretario Pasquetti. E che abilità, che sveltezza!... Incollava e spediva, in un batter d’occhio, un centinaio di buste recanti ai vari municipi i decreti governativi; sapeva quale marca da bollo, se la rossa, l’azzurra, o la gialla, occorreva per questo o quel documento; citava a menadito la legge, l’articolo, il comma, il paragrafo, il capoverso; e aveva una scrittura bellissima. Sebbene arzigogolata, arricciata come i suoi capelli biondicci, divisi a mezzo la fronte, nondimeno era bellissima con tutte quelle rotelle e quelli svolazzi delle aste, che parevano altrettante bandiere spiegate al vento in un torneo di sillabe poco chiare.

Sapendosi così abile e così necessario, egli non era contento del suo stipendio, e faceva i conti addosso a tutti coloro che avevano qualche lira di più; e specialmente al dottor Fabio, stimandosi un burocratico molto più valente di lui. Tale pretesa, nell’animo suo già nemico, s’era facilmente insinuata con la poca stima che avevano del dottore i burocratici prefettizi; i soli che il bravo giovane riguardasse come suoi superiori veri. E il dottore lo tollerava per compassione, e perchè non gliene dessero un altro peggio, cioè nè pratico, nè capace, e già aizzatogli contro. Ma più tollerava (non potendo cambiare tutto quell’ordine di cose e di persone scontente e mal poste), e più l’altro diveniva petulante e cattivo. A giorni non ne voleva proprio sapere: si dava malato, ovvero si sdraiava sul canapè degli uscieri a fumar la pipa, a dir male del dottor Fabio che non sapeva fare il medico provinciale, e del Ministero che ce l’aveva mandato: un Ministero tutto composto, diceva lui, di teste di rapa.

— Se fossi io il Ministero — egli diceva — se fossi io il medico provinciale... io farei così e così... E invece gua’ le ho riscosse oggi... — e mostrava, accartocciati nel pugno, sei biglietti da dieci lire e uno da cinque — Ci vorrei comprar tanta dinamite!

Gli pareva di fare anche troppo per quella paga, e quindi seguiva talora un suo certo istinto da gazza, cioè, per rimandarli a comodo suo, nascondeva gli affari, e le minute del dottore, se erano un po’ lunghette, o se egli, nella sua grandissima competenza, le stimava poco importanti.

Quella mattina non era ancora venuto. Il dottore gli aveva dato a copiare da varii giorni (bisognava aver pazienza con un segretario sì esperto, e sì mal pagato), una sua accuratissima relazione sul modo di render meno insalubri le latterie provinciali. Ora, per quanto la cercasse, non la trovava più, ed era sicuro che la gazza gli aveva fatto uno dei suoi soliti tiri. Dove l’aveva nascosta?...

La mano del dottore iraconda, nervosa, cercava qui, cercava là, batteva pugni, alzava monti di carte, nembi di polvere; buttava all’aria protocolli, stampati, moduli, e bollettini; sfogliava le pratiche raccolte sotto il titolo d’affari in evidenza; e non trovava nulla: nè copia, nè originale... Guardava intorno, e più non sapeva dove cercarla... Non gli restava che guardare sotto que’ due o tre registri che il segretario piccoletto, per esserne alquanto rialzato, teneva sul guanciale della poltrona... Infatti ne alza uno, e la sua relazione era là!... Il segretario, sedendovi sopra, le aveva fatto per più giorni da pressa-carte!

Il dottore divenne livido, e sorrise. Quella sola l’avrebbe fatto sorridere solamente, ma con quella tutti gli altri disgusti gli sollevarono un’ira che i pochi minuti corsi prima dell’arrivo del segretario non calmarono, anzi accesero di più, in quella rapida riflessione e volteggiamento d’odiosi ricordi.

Quando dunque il segretario, vestito come un marchesino, e con quell’aria, che aveva sempre, di chi fa meglio degli altri, e crede, per esser sì mal pagato, gli si debbano non rimproveri ma piuttosto ringraziamenti... apparve, e vide quel viso terribile, quella mano che stringeva la relazione, le carte sottosopra, i registri per terra, impallidì e indietreggiò, accomodandosi i baffettini.

Il dottore gli andò incontro facendosi intendere più coi gesti violenti che con la voce.

— Ma chi ce l’ha messa? — egli domandò smorto e maravigliato.

Il dottore agitò per aria i due pugni chiusi, trattenendoli a stento sulla testa del segretario che si piegò.

— È stato un caso — disse — è stato un accidente! una combinazione!

— T’ammazzo! — gli gridò il dottore; e lo spinse fuori dell’uscio, accompagnando l’atto con una maledizione che non andava soltanto a lui.

... S’udì vibrare lungamente il campanello elettrico del prefetto.

Erano già corsi ad avvertirlo, pigliasse tosto un provvedimento, perchè nell’ufizio sanitario stava per nascere una tragedia.

— Chiamatemi il Guitti — disse il prefetto all’usciere.

Il Guitti, un questurino in borghese, con certi baffoni bestiali che gli cuoprivano la bocca, e un muso da far onore a quello dei malviventi che ammanettava, si presentò al prefetto con l’aria intontita di chi attende un ordine di grande importanza da un alto personaggio.

Il prefetto guardava il Guitti, e pensava. Buon uomo e coscienziosissimo, egli non prendeva mai nessun provvedimento, senza mettere molto a tortura quel suo bernoccolo poliziesco, nelle cui ispirazioni consisteva per lui tutta l’arte, e tutta la furberia di governo.

Magro, olivastro, oltre i sessanta, ma tinto benissimo a nero, decoroso per la grossa catena, le medaglie e i ciondoli d’oro che gli riposavano sul panciotto, egli pensava, guardava il Guitti, e fumava; e il fumo accrescevagli quell’aria torbida d’impenetrabile autorità che pareva risiedere, più che altro, sul suo naso adunco, mentre la fronte sfuggente indietro, gli dava una lontana somiglianza con un lepratto prepotente ed all’erta.

— Guitti — disse finalmente, facendogli cenno d’avvicinarsi.

Il Guitti gli si avvicinò, e incominciarono, sotto voce, a intendersi bene tra loro.

Andasse, vedesse, interrogasse qua e là, le persone del vicinato: l’oste, il barbiere, il sarto della piazzetta, l’affittacamere della casa di faccia, per sapere esattamente, ma con prudenza, e senza parere, quali parole si fossero scambiate quella mattina il medico e il segretario. Dovevano averle udite meglio di fuori che non di dentro, perchè l’uscio della stanza era chiuso, la finestra invece era aperta, e sotto vi s’era radunata gran gente a sentire i gridi del dottore che non avevano nulla d’umano.

— Io, capite, ne faccio una questione d’ordine pubblico...

— Non dubiti, commendatore, che l’operazione sarà fatta a dovere.

— Altrimenti — soggiunse il commendatore — io vi faccio impiccare in mezzo di piazza.

Il Guitti sorrise; e uscito, ripetè a bassa voce, quella facezia agli uscieri, che ne risero ancora loro, come di una cosa assai spiritosa in bocca al commendatore.

IV.

Intanto il dottore cercava di riacquistare la pazienza e la calma passeggiando su e giù per quelle due stanze, e pensava che se l’altrui stolta malvagità e leggerezza non le causasse stupidamente, molte ire funeste, molte indicibili angosce e molte insane vendette sarebbero risparmiate alla povera vita umana; quando l’usciere gli annunziò che il commendatore lo desiderava.

«Vorrà domandarmi degli schiarimenti su quanto è successo stamani» pensò, e seguì l’usciere.

S’inchinò al capo della provincia, dicendo: — Buon giorno, signor prefetto.

— Lei ieri, — gli rispose il prefetto, senza restituirgli il saluto — me n’ha fatta una grossa: ha firmato questa nota diretta al commissario distrettuale: non lo sa che le note ai commissari distrettuali le può firmare soltanto il prefetto?

— La nota, come vede, è urgente; vi si dà ordine di fermare al confine alcune bestie sospette d’epizoozia; lei non era in ufizio... partiva la posta...

— E non c’era il cavalier Ronzoni?

— Il cavalier Ronzoni non l’avrebbe firmata: lui prima di firmare una carta ci pensa almeno tre giorni.

— E fa bene; il cavalier Ronzoni è profondo.

— Sì, ma in questo caso non ci voleva la profondità, ma la sollecitudine; e però io, riserbandomi di domandare alla S. V. la sanatoria, firmai la lettera; non sapevo che in fatto di firme lei la intendesse diversamente dal prefetto Vigone suo antecessore.

— Il prefetto Vigone era padrone di regolarsi come voleva: noi facciamo le cose da uomini seri, e non da matti.

— Non era mica matto il commendator Vigone! era un bravo burocratico e un gentiluomo.

— Ebbene, e io sono il prefetto, e bisogna che faccia il prefetto, caro Stellini!

— Non ne dubito.

— Vede, ho qui un diluvio di cose da fare: ho qui una nota stupenda del segretario Candore: un vero capolavoro! ah che impiegato! che bravo impiegato, il Candore! e poi guardi... guardi... guardi... ha visto?

E ripetendo più volte guardi, batteva la mano, ingioiellata d’anelli, ora sull’uno e ora sull’altro dei vari fasci di carta che aveva sul banco, contenenti, fra due grosse tavole legate da grosse cinghie di cuoio, tutte le pratiche delle diverse divisioni, che egli doveva firmare prima di sera.

— E son qui dalle otto di stamattina! — soggiunse, e intinse la penna.

— Mi permetto di ricordarle che quella lettera è urgente.

— Parte ora subito con la posta dell’una, caro Stellini.

Il dottore uscì, e il prefetto intinse la penna.

«È un pessimo impiegato — disse tra sè con un piglio d’odio covato a lungo. — Quanta superbia ha questo maledetto poeta! come parla al suo superiore! pare che il prefetto sia lui!... non io! e di tanto in tanto mi dà anche qualche bottata... aspetta, che ora t’accomodo io!» E intinse la penna.

«Come mai, pensava il dottore, tornando nella sua stanza, non mi ha punto parlato della mia arrabbiatura di stamani col segretario?... gliel’hanno ridetto di certo, ma si vede che non gli ha dato importanza.»

Ma il comm. Tummistufetti, dovendo fare un rapporto a S. E. il ministro dell’interno, voleva mostrargli di conoscere la cosa ne’ suoi più minuti, esatti, molteplici e insignificanti particolari. Perciò era ricorso alla polizia, cioè al Guitti, e non direttamente al dottore, come pareva dovesse fare per un dovere di lealtà e di riguardo verso un uomo rispettabile.

Questo modo di pensare, di giudicare e d’agire era politico nel comm. Tummistufetti, era retto, abile e coscienzioso.

V.

Tornando nella sua stanza, il dottore vide il segretario aspettarlo all’uscio, e capì subito che voleva muoverlo a compassione con quella sua aria afflitta di peccatore pentito. Temeva di essere rimesso in comune con gli altri diurnisti, il che gli avrebbe portato gravi svantaggi: una molto maggiore quantità di lavoro, un’osservanza più rigorosa dell’orario, la perdita di circa 200 lire annue che aveva come segretario del medico provinciale; il dottore anche gli dava qualche mancetta, e anche aveva potuto fargli ottenere qualche buon sussidio, ma nulla poteva calmare quell’animo cattivo, inasprito vie più dal bisogno, e invaso dall’idea d’essere egli pure una vittima dell’ingiustizia sociale.

Quando il dottore dunque gli passò davanti, il segretario tacque, ma affidò la più umile scusa, e la più fervida preghiera a un’occhiata.

Il dottore entrò nella sua stanza, e lo lasciò fuori.

«Non sto bene, egli disse tra sè, e sono troppo iracondo da qualche tempo... ma, come si fa? questa vita è per me un martirio insopportabile! Anche costui pare inventato a posta per farmi perdere la pazienza, e ne ho tanta! Ora pare un altro; pare un essere ragionevole, rientrato nei termini della realtà e della verità; non ha più quell’aria come se egli prestasse a me gratuitamente l’opera sua, e non al governo che lo paga sì poco. E opporsi a me, tradirmi, mentirmi, nascondermi le pratiche, denigrarmi, mancare all’ufizio, mancarmi di rispetto, tutto questo egli lo chiama lotta di classe! E che presunzione!... Lui sormonta tutto e tutti col suo giudizio: risolve tutte le questioni sociali; vuole l’abolizione del Parlamento, diminuito l’esercito, ma aumentata la flotta!... Pare che nessuno prima di lui, abbia saputo regger gli Stati, e risolvere la questione sociale... Eppure, se penso alla sua povertà, ai bisogni della sua famiglia, egli mi fa compassione: si capisce che lui vorrebbe dare al mondo un altro indirizzo più favorevole alle sue condizioni. Lo richiamerò dunque, perchè se no, invece di risolvere la questione sociale, perde anche quei pochi che guadagna qui nel mio ufizio...»

Il dottore spalancò l’uscio, e gli disse: — Entri.

Il segretario, nascondendo il suo giubilo sotto un’umile aria di compunzione punto sincera, entrò frettoloso e fece al dottore una riverenza come non gli aveva mai fatto.

Sedè al suo banco, ne ravviò le carte che la furia del dottore aveva disordinate, e incominciò subito a copiare la relazione.

Il dottore rientrò cupo nella sua stanza.

Dopo qualche ora d’assiduo lavoro, il segretario gli riportò la relazione copiata, il dottore la rilesse per assicurarsi che non v’erano salti, nè errori; la firmò, e licenziò il segretario che già declinava il giorno.

Rimasto solo gli parve di respirare più largo.

Aveva sbrigata, per quel giorno ogni esigenza d’ufficio ma nondimeno, potendogli capitare qualche altra noia, attese, colà seduto al suo banco, l’ora dell’uscita comune.

In quel silenzio e in quell’ozio, egli voltò gli occhi alla sola cosa gentile che fosse in quella misera stanza: un geranio posto sul davanzale, tra le due finestre, in un vaso angusto, e negletto, sicchè non fioriva. Quell’umile pianticella immobile e nuda, chiusa colà come un uccelletto in una gabbia troppo ristretta, lo condusse a pensare quante mai esistenze animali e vegetali, mancano di luce, d’alimento, di libertà. Anche quel povero geranio era un diseredato. Di fuori il sole dardeggiava su i tetti il candore della neve immacolata e splendente, e quella gioia luminosa faceva apparire più gelido e triste l’angolo della finestra dove quei gracili rami senza fiori, morivano nell’angustia e nell’ombra.

Ma vedendo di fuori quel tripudio di candore e d’azzurro, il dottore si rallegrò pensando:

«Stasera me n’andrò a passeggiare pei prati bianchi, e vedrò i rami argentei e sottili degli alberi nudi sorridere, sulle cime dei poggi, alla luna. Mi ricordo che l’altra notte tutto quanto io vedeva, per quell’immensa campagna nel plenilunio, non mi sembrava più una realtà, ma un sogno luminoso della natura. Così la luce è sempre la fonte del riso. Finchè risplende, la natura, anche nell’orrore notturno, anche nel lutto ci sorride come un’incantevole maga. Qualche volta, a un improvviso raggio di sole, m’è parso di veder sorridere anche le labbra dei morti.»

Allora pensò ai capelli di donna Angioliera che la sera innanzi aveva visto sorridere, al lume della lampada, nel suo studio solitario. Ella li aveva riposti in quel libro, per dargliene un giorno la grata sorpresa e il ricordo?... Ma il dottore troppo scettico, e troppo ferito dai disinganni, sentiva quasi l’inutilità e la sazietà di certi ricordi. Avrebbe voluto dimenticare anche quella donna come altre persone e cose su cui già era caduto l’oblìo: quell’oblìo che all’occhio miope della memoria accorciavagli il già lungo tratto percorso. Quel tratto però egli lo vedeva ben chiaramente dove l’anima sua aveva più sanguinato. Le ferite dure erano le indicazioni indelebili. Ma nulla di più doloroso per lui che vedere il proprio passato come una via non calcata già dalla forte sua volontà, ma per la quale l’avevano sospinto violentemente le vicende di famiglia, i casi, i disordini, le passioni, il bisogno. In tal modo la sua vita era riuscita tutta diversa da quello che poteva essere, da quello che avrebbe voluto che fosse, come se, non lui, ma un altro a lui avverso, e di lui più potente, ne avesse tessuto la tela. Tutto egli aveva dovuto accettare come impostogli da questa forza complessa, dalle maglie di ferro: gli studi, la professione, le dimore in luoghi incresciosi, i compagni, gli amori, e da ultimo anche quell’ingratissimo ufficio di medico provinciale. Anche gli amori, in ogni tempo ed in ogni luogo, erano nati da incontri casuali, senza elezione, senza costanza, senza l’armonia di due spiriti affini e legati nella intimità dell’unione anche dopo che la più forte ebbrezza è cessata; ed erano tutti finiti lasciandolo deserto come un campo dopo la rapina della tempesta!... E nondimeno, era bastata ora la vista di quei pochi capelli a riportargli come un alito di quel fuoco che condannava; a fargliene ritrovare ancora sotto la cenere le vive faville, a ridestargli in cuore l’antico affetto per quella donna, e per un’altra creatura che credeva viva tuttora, ma senza più speranza di rivederla. Quelle due figure lontane, egli se le vedeva ora, come per opera d’incanto, fisse dinanzi: i loro sembianti erano già un poco incerti, ma ben vivo tutto il ricordo del loro carattere, della loro voce, dei loro atti. E pensandoci, egli sentivasi errare in seno come un confuso e gentile accordo di note, che mal tradusse nei versi seguenti:

A Maria. Maria, ricordi la valletta aprica, Incantata dagli echi della sera, Dalla rana, dal grillo e dall’amica Voce dell’usignol, sulla peschiera? Come lucciola erravi per la mesta Luce crepuscolare intorno oscura, Quando una vaga sinfonia si desta Dalla terra, dall’acqua e dalle mura. Que’ richiami, di tenero desìo Diffusi in ogni fibra, in ogni stelo, Quell’anelare sì iterato e pio Di voci sparse, e insieme oranti al cielo; Non ti feriano allor l’alma bambina, Ma già si conosceva al picciol fiore, Quale sarebbe poi della divina Ebe, in te, l’avvenenza e lo splendore. Oggi qual sei, Maria?... le rosee bende Ti trattengono ancor nel dolce incanto Dei sogni attesi, o il verme reo t’offende, E più del riso in cor t’abbonda il pianto?... Un’ombra trista di celati affanni, Dal dì che più non seppi del tuo fato, Eco di tomba fe’ parermi gli anni, E il mio vivere un albero sfrondato. Forse sei sola, o indarno fidanzata, A un inutil lamento il cor richiami; Forse sei moglie afflitta, e condannata Agli amplessi d’un uomo che non ami. Ovver benigno ti concesse Iddio Nello sposo e nel pargolo adorato, D’appagar del tuo cor tutto il desìo, D’ignorar l’empia febbre del peccato. Sia qualunque il destin che ti governa, Degl’integri è la vita in forte gioia; Ma integrità non dura: è legge eterna Che tutto si corrompa, e tutto muoia. Eri sì buona, allegra e sorridente . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Sentì appressarsi nel corridoio il puzzo d’una pipa ed un passo grave, e la strofa, che già coglieva, gli fuggì via come una rondine spaventata: nascose in fretta quei poveri versi sotto un incartamento; alzò la testa voltandosi all’uscio, ed entrò l’usciere a consegnargli un dispaccio. Egli l’aprì, e lesse:

«Grave epidemia tifoidea sviluppatasi comuni di questa provincia, reclama pronta venuta medico provinciale».

«Il prefetto «Caccianemico».

Il dottore, addetto alla provincia di Villapluvia, serviva anche, per le solite ragioni d’economia, nella provincia limitrofa, donde gli veniva ora la chiamata del prefetto Caccianemico.

Il dottore andò subito a congedarsi dal suo superiore immediato, il prefetto Tummistufetti. Lo trovò di bonissimo umore.

— Vada pure, caro Stellini: vada, e si diverta — gli disse — già loro medici provinciali hanno inventato i microbi, i disinfettanti, le epidemie: guardi però con questi freddi di non pigliare un malanno: si cuopra bene, per carità!

— Grazie, arrivederla.

E dopo un’ora il dottore saliva in treno, accompagnato dal suo fido Speranza.

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