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Il peccato del dottore

PARTE QUARTA. Alla «Locanda della Levriera.»

Reading edition

I.

Morta donna Angioliera, il dottore visse come ordinariamente suol vivere ogni semplice e oscuro mortale che rifà ogni giorno, meglio che può, la medesima strada. Come sappiamo, il dottore non se l’era eletta per vocazione, e in questo caso, è come se fosse sempre salita e tempo dirotto, senza mai trovare la piana e il sereno.

Egli poi, per troppo badare a come procedeva, e costretto a lottare coi suoi fantasmi, oltre che con gli uomini e con le avversità, veniva moltiplicandosi di quella via malagevole gl’indugi infecondi, la fatica, l’asprezza. Voleva vedere in ogni caso patologico anche più addentro di quello che potevano la sua scienza e i suoi occhi; il che gli portava un tormento d’indagini faticose, inutili anche, ma indispensabili ad accertarlo che quel padre di famiglia, quell’amorosa madre, quel giovane di belle speranze erano proprio morti, non per l’ignoranza del medico, ma per la forza del male. Inoltre nè l’abitudine, nè l’età diminuivano in lui le commozioni del medico e dell’artista, talora violente, come violento lo sforzo di non farle apparire, come continua l’ansietà, la fretta del salire ogni dì tante scale, sempre sollecito di far bene, ma anche di finir presto per sentirsi libero da ogni suo impegno col mondo. A questa libertà signorile egli sacrificava gran parte de’ suoi guadagni, e viveva da povero.

Tutto questo, dopo trent’anni di lavoro, non l’aveva portato a nulla fuorchè a consumargli precocemente l’olio della lampada vitale, e fargli vedere sempre più prossimo e desolato il giorno dell’angustia e dell’abbandono. Nulla più l’atterriva come l’idea che le malattie e la miseria gli potessero togliere l’indipendenza e la dignità della vita, che egli aveva sempre tenute alte contro il mondo, come un vessillo e uno scudo. Perciò, cresciutegli con l’età la stanchezza e la noia della professione, volle vedere se poteva ricavare qualche profitto da certi suoi studi e da un trattato d’agraria, che aveva scritto in quegli ultimi anni.

L’argomento era tutt’altro che arido per un uomo che vedeva in ogni scienza la virtù apollinea del pensiero. In quell’intento quasi materno della natura in relazione all’industria umana, che ella rimerita con l’ubertà e con la bellezza de’ suoi prodotti, egli studiava e ammirava il mistero medesimo della creazione e dell’esistenza. Ma quello stesso bisogno di certezza e d’integrità che l’affaticava al letto degli ammalati, lo rendeva pigro e lento all’opera originale. Scrivendo dunque quell’operetta spese un gran tempo in ricerche, meditazioni, e presentimenti oscuri di verità inaccessibili all’uomo, o solo al suo ingegno. Qualche volta la fantasia investendogli, con un’immagine viva, il pensiero, glielo traeva quasi dall’ombra e gli faceva vedere più oltre che non con la sola vista dello scienziato; e ciò dispiacque ai professori e ai critici patentati. Come se egli avesse messo la mano nel loro scrigno, o usurpata profanamente la loro scienza, essi denigrarono il libro, e con danno dell’editore, ne impediron la diffusione. Non impedirono peraltro che l’umanità d’un Ministro incaricasse il dottore di dare un corso d’agricoltura all’Università di Roma; e bisognoso com’era d’una vita meno legata e meno affannosa, ciò gli parve un gran premio alle sue fatiche.

Ma, al solito, egli voleva far troppo. Convinto che l’Italia è, come dicono tutti, «un paese eminentemente agricolo», egli si mise in testa di fondarvi una buona scuola di apostoli agricoltori. Con simile intento, non badando al danno che faceva a sè stesso, s’abbandonò troppo all’impeto del suo petto e della sua voce, e dopo quattro anni di quella eloquenza immaginosa, fervida, appassionata, il male della laringe l’obbligò a rivolgere un fioco e patetico addio agli scolari.

Aveva fatto degli agricoltori eccellenti, ma ci aveva rimesso la voce, non aveva diritto a pensione, non poteva più rimettersi a fare il medico ambulante, e così divenne medico provinciale a Villapluvia dove l’abbiamo trovato; così si piegò di nuovo alla servitù angustiosa dei piccoli luoghi. Se non che ora i capelli bianchi lo disponevano a una più ragionevole tolleranza. Ora non attribuiva più non so quali virtù straordinarie a una gente ideale come se realmente esistesse, o fosse esistita, in qualche lontana età della storia, in qualche parte del mondo, non mai nel cantuccio dove si sostiene la vita. Ora sapeva da un pezzo che certe incomode esalazioni, le inimicizie, le calunnie, le malevolenze, i livori, e infine i musi antipatici e turpi si trovano nei grandi come nei piccoli luoghi, perchè la bontà e la carità umana è una pianta del medesimo seme dovunque, sebbene nelle grandi città, confusi alla moltitudine, sia più facile lo scansare i molesti.

Il povero dottore, a Villapluvia, ci doveva vivere in mezzo. Una quantità di gente dipendeva da lui, ossia dalla salute pubblica a lui affidata: sindaci, officiali sanitari, farmacisti, veterinari, padroni di latterie, di macelli, di depositi di vino, levatrici, donne pubbliche legali, e quelle che propagavano illegalmente i rosei doni di Citerea.

Tutti costoro avevano un loro santo, che faceva dei miracoli, cioè faceva delle grazie che talora si elevavano sulla legge, come appunto il miracolo si eleva sull’ordine naturale.

Alla legge per altro rimaneva pur sempre l’impero della parola suonante negli spazi aerei... Ma il dottore quando non poteva impedire il miracolo, ossia l’intrigo, la parzialità, la caponeria, l’ingiustizia, si rodeva e si consumava in silenzio.

Ora, per esempio, c’era la questione del cimitero, una questione scottante, come dicevano nel paese.

Il cimitero, per vero dire, non era grande, e giaceva addormentato nella valle verde, in mezzo ai torrenti. I cadaveri in quel terreno basso, acquoso, argilloso, venivano a dissolversi lentamente, ed esalavano, in estate, un’epidemia singolare, e letale specialmente ai poveri ed ai bambini. Tale opinione del dottore, dedotta da analisi chimiche di quel terreno, era invece negata dagli altri medici. Chi avesse ragione non so, ma certo ci voleva una spesa enorme per ingrandire il cimitero, e rialzarne il terreno con un’estesa fognatura tubulare, come proponeva il dottore. I pareri dunque eran diversi e ripetevano sempre gli stessi argomenti come i burattini ripetono sempre le stesse zuccate: così il cimitero rimaneva sempre laggiù in quella ridente bassura arborata in mezzo ai torrenti; e così ogni estate, ora più e ora meno, ricompariva l’epidemia a battere le ali come un’enorme e orrenda farfalla nera, alle culle e ai tuguri.

II.

Su quest’argomento del cimitero, la Tromba Alpina, il giornale del sindaco cav. Patriottini, scriveva spesso degli articoli stizzosi e astiosi contro il dottore. Anche il giorno nel quale abbiamo visto il dottore partire in fretta chiamato dal dispaccio del prefetto Caccianemico, il segretario lo rincorse nell’atrio della stazione, per dargli la Tromba, con l’articolo. Il dottore vi scorse l’occhio mentre il treno correva, e visto che non c’era nulla di vero, buttò la Tromba dal finestrino della carrozza.

Quella notte dormì in uno dei borghi posti sullo stradale; la mattina visitò qualche malato di quei dintorni, e ripartì poi a mezzogiorno col calesse del postino.

Quel cavalluccio molto carico e stanco per le miglia già fatte, nondimeno trottava quasi avesse la coscienza del suo dovere, e i sonagliuzzi parevano rallegrargli, come un cembalo, la via angusta, accompagnata dal lamentevole rumore d’un fiume, e impedita talora da grosse e polverose mandrie di pecore che attraversavano la valle ampia ed ombrosa.

Il breve giorno invernale scemava rapidamente. Il sole pareva allontanarsi con la velocità del pensiero al di là di quei monti altissimi, candidi nell’azzurro, ma aspri, violenti come se usciti dagli artigli d’una miriade di demoni. L’ombra umida e muta già velava i casolari dispersi in alto pei prati, saliva su pei pendii orridi, finchè non rifulsero che le cime come onde di porpora viva; poi come fuoco alitante di sotto la cenere bianca; poi s’effuse su quelle creste un puro color di rosa; poi null’altro che un colore violaceo dovunque, e da lungi e da presso un suono di campane lento, lungo, interrotto...

Nell’oscurità della valle non si vedeva sorgere che il campanile di quel villaggio già quieto, e biancheggiare un poco la facciata della Locanda della Levriera.

Al rumore del calesse che si fermò alla porta, accorsero la cameriera, la cuoca e la signora Pina, la padrona della locanda, con que’ suoi moti vivi da scoiattolo, le guance di mela rosa, e gli occhietti acuti come due spilli.

La bella sala da pranzo, ormai chiusa e fredda dopo la partenza degli ultimi forestieri, non invitò il dottore. Egli preferì la grande cucina, con l’ampio camino acceso e circondato da sedili, e coperto da un padiglione come se fosse l’ara del fuoco. E tutto in quella cucina avrebbe spirato un placido senso di vita semplice e patriarcale, senza quegli avvisi spettacolosi, lasciati dai commessi viaggiatori, e appesi al muro tra i vecchi e lucidi rami.

A una di quelle tavole sedevano alcuni cacciatori con la penna di gallo, o l’edelweiss al cappello; e bevevano, e ridevano perchè uno di loro dalla faccia faunesca un po’ ricordante lo stambecco o il camoscio, canzonava un pezzo di ragazzona trentenne, piegata sul camino a rimestare, con braccia erculee e fianchi sporgenti come blocchi, il paiuolo della polenda fumante. Il suo viso impassibile da masnadiera alpigiana, era d’una quasi maschile bruttezza, ma anche lei aveva trovato il suo uomo, come mostravano i lunghi spilloni d’argento raggianti come piccole spade sulla sua chioma untuosa, e che in quei luoghi sono il primo dono del fidanzato alla bella.

Ella rimise il gran paiuolo sulla catena, e restò immota a guardarlo in mezzo alle risa.

Seduti sotto il padiglione del focolare, bisbigliavano, tutti assorti nell’argomento, un carabiniere e un’elegante e giovane cameriera, lasciata in locanda dalla padrona. Ella diceva al soldato d’aver fatto quattr’anni all’amore con un telegrafista di Pisa, che poi era morto quando la doveva sposare, e il soldato, prendendole la mano, le rispondeva che certe cose bisogna dimenticarle.

— E che vuol da cena, signor dottore? — gli disse la sora Pina facendosi alla tavola pulitamente apparecchiata, dove il dottore s’era seduto. — Le piace una trota in umido?

— In questo momento io non saprei che cosa desiderare di più.

— Sempre allegro il signor dottore! — gli rispose tutta briosa la sora Pina; e gli servì la trota.

Voleva fargli la cortesia di trattenerlo, durante la cena, con le sue ciarle, quando entrò il curato, esalando dalle fauci gioconde un’aura di fresco e di neve. Il sorriso largo con cui salutò levandosi il nicchio e piegando il capo, parve arrivargli quasi fino alle tempie. Severissimo coi ragazzi, a cui staccava le orecchie quando la domenica ignoravano il catechismo, poi passava sopra, con un’amplissima assoluzione, a tutte le marachelle degli adulti, incorreggibili come lui. Gli intendenti e i furbi del luogo lo dicevano un uomo di mondo.

La sora Pina aveva già capito che il curato le voleva parlare.

— Credevo di trovarci il dottore — le disse il curato sommessamente, cuoprendosi con la mano la bocca.

— È andato al capoluogo per quella testimonianza — gli rispose, pure a bassa voce, la sora Pina — era tanto avvilito, e diceva a tutti: «Io quando riseppi che Giovacchino era morto, allora aprii gli occhi come Paolo sulla via di Damasco, e dissi: Letizia l’ha avvelenato d’accordo col ganzo!»

— Gran minchione! — bisbigliò a voce sempre bassa il curato — imparerà un’altra volta a scrivere le ricette d’arsenico per i topi; e di quel signore che ha detto?

— Che sta meglio, e che guarirà.

— Gran minchione!

— Don Raffaele, per carità! se mi muore in locanda son rovinata!

— Ma no, son ricchi, e vi farete pagare i danni; io intanto, ad ogni buon fine ed effetto veglierò qui questa notte; datemi un buon caffè per potere star desto.

Andò a sedersi in un gran seggiolone che pareva aspettarlo sul rialto del focolare, dove la sora Pina gli servì un caffè doppio. Mentre lo prendeva soffiandovi sopra, e versandolo nel piattino, sogguardava la cameriera, che ritirò la mano, ed uscì: il carabiniere la seguì. Se n’andarono di poi, traballando, anche i cacciatori. La sora Pina accompagnò il dottore al piano di sopra, e apertogli l’uscio della camera, lo lasciò con la buona notte.

In cucina non rimase che don Raffaele, seduto nel seggiolone sotto il nero camino, davanti a un enorme ciocco d’abete che cigolava, e mandava nelle tenebre un fioco bagliore.

III.

E di fuori non udivasi che il correre veloce del fiume buio e più eloquente nel gran silenzio, quando, dopo la mezzanotte, squillò un campanello.

La serva scese in cucina a chiamare don Raffaele che russava nel seggiolone.

— Che è mai? — egli esclamò destandosi spaventato.

S’udiva, nel piano di sopra, un confuso rumore di passi e di voci erranti per le stanze e pel corridoio. La sora Pina picchiò all’uscio del dottore: Speranza abbaiava.

Il dottore si vestì in frett’e furia, gridò Speranza, lo legò a una gamba del cassettone, ed aprì alla sora Pina che era venuta di nuovo a picchiargli all’uscio, ed a dirgli:

— Venga, venga, sta male... muore!...

— Chi muore?

— Il conte Aquilegi.

Il dottore fissò silenzioso e atterrito la sora Pina, e poi soggiunse precipitosamente:

— Il conte Aquilegi!... Pier Francesco?

— Sì, lui.

— Ha una figliuola con sè?

— No, ha una sorella e un’altra signora che la deve conoscere perchè quando le ho detto: «il nostro medico è fuor di paese, e non c’è che il dottor Fabio Stellini», s’è tutta scossa anche lei, e mi ha domandato la sua età.

— Come si chiama?

— Emilia.

— E anche la sorella del conte ha saputo il mio nome?

— No, la sorella del conte non c’era: venga.

— Un momento! da quanto tempo si trova qui, il conte?

— Da otto giorni: non lo volevo: ma il nostro medico me lo fece accettare, per guadagnarci: è tisico, e ora muore, non parla più, ha vomitato una catinella di sangue! Dio mio, se lo risanno gl’inglesi che vengono nella mia locanda l’estate, son rovinata; venga: ma cos’è questa storia? è bianco anche lei come un morto!... venga.

Il dottore uscì di camera risoluto come chi affronta una pena inevitabile, e il cuore gli batteva anche per una grande impaziente curiosità.

Il lume della sora Pina tolse dall’ombra del corridoio, una signora canuta e frettolosa che veniva incontro al dottore.

S’arrestarono, e si guardarono in faccia.

— Signor dottore! — ella bisbigliò.

— Signora Emilia!... e Maria?

Ella tacque.

— È morta?

— No, no — E con gli occhi trepidanti supplicò il dottore a non farle altre domande, ed entrò con lui nell’appartamento del conte.

Nell’anticamera videro, avvolto nel suo nero pastrano, don Raffaele che aspettava, come una scorta dell’eternità, tutto rispettoso e tranquillo. Fece un’umile riverenza, e poi tornò a guardare, quasi gli paresse una bella invenzione, un lume a spirito, su cui fumigava un vasetto d’argento spandendo un forte odore di trementina.

La camera del conte era giocondamente rischiarata da una gran lampada posta sul cassettone. La sora Emilia annunziò il medico tacendone il nome, e donna Fausta, la sorella del conte, lo salutò con un muto cenno del capo. Aveva la veste bianca tutta spruzzettata di sangue, e il viso ignobile e aristocratico, composto a un accoramento superbo.

— Ha avuto un trabocco di sangue — ella disse accennando il fratello immobile e affondato nel letto in modo che non appariva quasi nessun rilievo della sua persona consunta.

I suoi sensi erano ancora animati com’è animato lo stoppino della lucerna finchè v’è infusa una stilla d’olio: egli vedeva ed udiva, ma il suo viso, divorato dal morbo come da un lento vampiro, era spaventosamente scarno, e ormai sepolcrale... Il rantolo cupo, celere, del suo petto esprimeva il terrore della morte e l’ansietà di fuggirla.

Udito annunziare il dottore, gli rivolse uno sguardo quasi di disperata speranza... Il dottore gli si fece vicino, gli prese il polso... Il conte per un minuto secondo, sospese il rantolo, e lo fissò...

Nella sua memoria, ormai debolissima, tra un orribile vacillamento di spettri, era sorta come la nébula d’un ricordo lontano, inafferrabile, ma in cui il moribondo sentiva come un sapore amaro di rammarico e d’odio... Il rantolo cresceva in un modo spaventevole.

— Gli dia qualcosa per calmarlo — bisbigliò donna Fausta al dottore.

— Non c’è più nulla da fare — egli le rispose pianissimo — ha solo pochi momenti di vita.

Entrò don Raffaele ad amministrare al moribondo l’estrema unzione.

Il dottore voleva andarsene, ma donna Fausta lo trattenne. Egli, pur soffrendo molto, rimase per cortesia: s’aggirava per la camera, ma gli occhi del moribondo non lo lasciavano più, lo seguivano dovunque, attoniti e fissi: a un tratto parvero divenire più perspicaci, più avvelenati,.... e poi si spensero in un singhiozzo.

— Ecco muore — bisbigliò il dottore appressandosi a quel letto.

L’alba impallidiva la stanza; il gallo cantava; s’udiva correre il fiume largo e lontano per le boscose sinuosità della valle.

— È morto? — domandò donna Fausta al dottore con voce piagnucolosa, ma quasi lieta.

— È morto? — bisbigliarono la sora Pina e le serve, affacciandosi all’uscio. Poi se n’andarono frettolose: quel cadavere era troppo orrendo così scheletrito e con quella bocca immobile, spalancata...

Il dottore uscì, seguito nell’anticamera, dalla signora Emilia: fissarono di vedersi più tardi.

Usciti tutti, don Raffaele, secondo l’ordine ricevuto da donna Fausta, chiuse quella camera a chiave, e andò dal falegname ad ordinare le casse per il morto.

IV.

Donna Fausta e la signora Emilia ricomparvero di lì a qualche ora all’uscetto interno che comunicava con le loro stanze, ed entrarono nella camera del morto, silenziose e guardinghe.

Donna Fausta teneva in mano una borsetta di pelle. S’era cambiata la veste, e aveva svecchiato, anche quella mattina, con i varii spedienti della sua ricca toilette, il viso mencio, slavato e infossato da intrigatissime rughe, che parevano i geroglifici dei suoi vecchi peccati. Lunga e magra, la sua fronte troppo larga e sporgente pareva la sede della sfacciataggine velata; femminilmente vezzoso il piccolo naso, occhi freddi, color di nebbia, mutabili come la pupilla del gatto; nelle pieghe delle guance un sogghigno da maschera carnevalesca; tutt’insieme ella ricordava alcuna di quelle enigmatiche e sinistre figure, con lo specchio, il quadrante e i sonagli della follìa, che piacquero tanto alla fantasia del Durero.

Si tappò il naso col fazzoletto, e guardò il fratello... Cereo, immoto, senza respiro, la bocca aperta e bavosa... ah Dio!... ne ritorse subito gli occhi con un gesto comico di paura e d’orrore...

Ella non capiva la morte. Era una vecchia vitalissima che voleva campare ancora molti anni allegramente, e suonando il mandolino, di cui era maestra. Non sarebbe più ricomparsa in quella camera, esponendosi a perdere l’appetito, se non vi fossero stati degli oggetti preziosi da riporre in quella borsetta: le decorazioni del suo povero fratello, l’orologio, gli anelli, i bottoni d’oro, e varii fogli di banca, che contò prima d’intascarli. Poi prese da un gran baule di cuoio di Russia quanto era necessario per vestire il morto in abito nero perfetto... E poi lesta lesta, col tremito nei ginocchi, disse alla sora Emilia di riporre lei certe cose, d’assestare un po’ quella stanza, di mandarle, nel suo salottino, don Raffaele, ed uscì.

La signora Emilia non avrebbe voluto rimanere sola col morto, ma l’egoismo crudele di casa Aquilegi le aveva sempre imposto i più ingrati uffici.

Nata in agiatissima condizione, un suo buon parente si volle dare la pena d’amministrarle e mangiarle tutto, riducendola a dover servire donna Angioliera sua amica d’infanzia, che (non valendo i buoni consigli) le aveva fatto sopportare il rammarico di tolleranze umilianti. Dopo la morte di donna Angioliera, non era rimasta altra consolatrice a Maria, se non questa povera donna quasi sprezzata. Per una simile tutela maternamente pietosa, e sì difficile in quella casa, occorreva una bontà straordinaria e tanto più sincera, quanto più amava celarsi nell’ombra, non cessando mai di sgorgare, come una fonte perenne, in tutte le occorrenze e in tutte le opere della vita. Anche ora, questa innata e rara bontà della signora Emilia, non mancò d’apparire... Accomodò meglio i guanciali sotto l’orrida testa di quel morto, che invocava la sepoltura, gli accese un lume, e gli posò sul petto, bisbigliando una prece, un piccolo crocifisso. Messe un po’ d’ordine in quella camera tutt’assediata dai rimedi inutili adoperati contro la morte, e poi scese a chiamare don Raffaele.

Egli parlava, in quel momento, con la signora Pina, i cui occhi di pulce brillavano d’un’allegra venalità perchè il prete approvava le sue esaltazioni aritmetiche, e le toglieva ogni scrupolo di coscienza circa la indennità enorme che ella voleva chiedere alla famiglia del morto.

Alla chiamata della signora Emilia, egli rispose subito salendo nel salottino di donna Fausta.

Le s’inchinò come soleva inchinarsi nei dì solenni, coi paramenti sacerdotali e il turibolo in aria, alle autorità del comune; ma donna Fausta, superbamente accasciata in una grande ottomana rossa, non gli badò, e seguitò a rovesciare il collo d’una bottiglia d’acqua di Colonia nel fazzoletto, con cui poi, aspirando fortemente il profumo, si umettava la fronte petulante e le tempie per dissipare da sè l’orribile senso che ancora le rimaneva di quel cadavere.

— E così — ella poi disse al prete — ha fatto quel che io volevo?

— Sì, signora: ho ordinato le casse d’abete e di zinco, e presto saranno pronte.

— Io voglio che siano spedite in Francia, a Revel, nel dipartimento dell’Alta Garonna.

Scrisse presto presto, con mano fulminea, sopra un foglietto del taccuino, e lo dette al prete, dicendo: — Eccole l’indirizzo, e oggi scriverò al mio agente.

— E io domanderò subito il permesso all’autorità perchè conviene sollecitarsi... la padrona della locanda vorrebbe che il morto le fosse levato di casa quest’oggi.

— Ma è impossibile! dove dovrebbe mettersi?

— Nella stanza mortuaria della parrocchia.

— No, io voglio invece che le care spoglie del conte, commendatore Pier Francesco Aquilegi, rimangano qui almeno fino a stasera.

— Sì sì, lasci fare a me, io persuaderò la padrona: badi, l’avverto, in segretezza, e la prego di non nominarmi, è una donna molto venale, la padrona, e aumenterà le proprie pretese pei danni di cui vuole essere indennizzata.

— Quanto a questo vedremo! i conti so farli anch’io — rispose donna Fausta superbamente offesa, e soggiunse raddolcita — Intanto la ringrazio d’avermi avvisata, signor curato: e giacchè lei è tanto buono, tanto gentile, io voglio incaricarla di tutto: badi che tutto proceda in regola, e col rispetto dovuto al conte: in camera troverà tutto l’occorrente per vestirlo: lei poi mi dirà se la sua chiesa ha qualche bisogno...

— Oh! — sclamò don Raffaele sorridendo ed a mani giunte — se la mia chiesa potesse avere una statua dell’Immacolata Concezione come le fanno in Francia, così perfette! Il mio popolo, vedendola sull’altare, esulterebbe, e benedirebbe la donatrice.

— Ne parleremo, signor curato, ne parleremo...

V.

Quella risposta piacque poco a don Raffaele che se ne dolse con la signora Pina, e maggiormente quando poi non se ne parlò più, cioè quando quelle belle promesse furono affatto dimenticate da donna Fausta.

Avendo dato ai suoi servi tutte le disposizioni occorrenti, donna Fausta, in segno di lutto, rimase invisibile tutto il giorno. La signora Emilia e il dottore poterono dunque parlarsi con tutta libertà in un salotto della locanda, all’ultimo piano, dove nessuno li udiva, perchè era affatto disabitato.

— Quante cose ho da domandarle, signora Emilia! — le disse il dottore, sedendole accanto, presso la stufa accesa — da quando lasciaron l’Italia, non ho saputo più nulla di loro, non ho saputo che la morte di donna Angioliera! e Maria? ma come mai il conte è venuto a morire qui?

— Perchè da tre anni viaggiava in cerca d’un clima che lo guarisse dalla tubercolosi...

— Oh! — sclamò il dottore — io lo supposi, con que’ suoi occhi di falsa santità e d’agonia, che egli covasse quel germe...

— È un germe ereditario nella sua famiglia — rispose la sora Emilia — l’avo, il padre, il fratello, morirono tutti tisici come lui verso i 60 anni: fu a Cadice, all’isole Canarie, in Egitto, a Arcachon, a S. Remo: l’estate scorsa venne qui al confine, in uno stabilimento famoso che si trova in mezzo a una grande foresta d’abeti: nel novembre peggiorò, e il medico proprietario, per allontanarlo, gli prescrisse di passare l’inverno a Catania, ma arrivati qui...

— Riposi in pace, riposi in pace — disse il dottore — E Maria? è maritata?

— No, è suora di carità da due anni.

— Come!...

— Sì, ora è in America, nello spedale di Cincinnati.

— Come mai?

— Eh... fu costretta!

— Da chi?

— Dalla sventura: ella visse come una straniera in quella famiglia Aquilegi, dove io non avrei potuto reggere, ma sua madre anche nell’agonia, quando non poteva più parlare perchè la congestione le impediva la lingua, pareva raccomandarmela guardandomi... guardandomi disperata... oh che agonia! che martirio! che orrendo distacco fu quello!

— Povera Angioliera! povera Angioliera! buona e santa! — sclamò il dottore — quante volte dopo la sua morte io pensai che Maria doveva essere infelice!...

— Lo fu infatti.

— Patì?...

— Oh patì ogni tormento! patì il rimprovero eterno, il malumore continuo, il terrore di tutti i giorni, le allusioni maligne che le restavano infitte come spine velenose nel cuore, e poi la tortura delle lezioni di donna Fausta!

— Che lezioni?...

— Di mandolino... finivano sempre in percosse e pianti!

— E colei mi stava vicina stanotte lì al letto del moribondo! — disse il dottore fremendo d’ira e d’affanno — aveva ragione d’odiarla, donna Angioliera, aveva ragione!

— E vede — riprese a dire la signora Emilia — arrivò al castello proprio appena spirata donna Angioliera: portò, mi ricordo, dei confetti alla bambina che la guardò diffidente e come stordita di vederla invece di sua madre. E da quel giorno incominciaron le tenebre. Il conte, per ogni più piccolo errore le diceva: maledetta bastarda! don Gastone godeva anche lui a farle dei dispetti, a picchiarla, inasprirla. Divenuto un forte tenente dei lancieri, era l’idolo della zia, l’orgoglio del padre che ritrovava in lui, in quella sua tempra dura e villana, il sangue dei vecchi feudatari di famiglia: ma intanto venne due sole volte a vedere suo padre quasi moribondo, e s’affrettò a lasciarlo con la massima indifferenza.

— Benissimo! così dimostrò anche al padre moribondo il sangue de’ suoi feroci antenati! — sclamò il dottore — mi maraviglio che Maria non morisse sotto que’ suoi carnefici!...

— Non morì — rispose dolcemente la signora Emilia — perchè Dio la destinava a esercitare la carità tra gli afflitti: soltanto verso i sedici anni fu presa da un male indefinibile, e pareva che proprio si avvicinasse alla morte: poi si riebbe, divenne più bella, più ardita, più allegra, cantava delle canzonette d’amore, e fu peggio...

— Peggio?...

— Sì, senta ancora: un giorno la pettinavo; donna Fausta, lì in piedi, la guardava invidiosa, con un sogghigno da strega: Maria mi disse di pettinarla alla moda. «Come siete vana con le vostre pettinature di moda! — disse donna Fausta — non vi dovreste poi tanto tenere di cotesti vostri capelli neri: voi sola li avete neri in casa Aquilegi: vostra madre deve aver fatto qualche sciocchezza.»

— Oh aspide maledetto! — sclamò il dottore — e Maria che disse?

— Non rispose, e io seguitai a pettinarla. Dopo poco, donna Fausta tornò a dire con una voce lenta e sommessa: «dovete avere del sangue plebeo nelle vene.»... «È un’infamia!» gridò Maria «un’infamia senza ragione!» gridava ancora, mentre donna Fausta le percuoteva le spalle nude col pettine dai denti di ferro.

— Quale perversità — sclamò il dottore balzando in piedi — che lotta atroce, che lotta d’una povera creatura sola, buona, innocente e senza difesa contro tutto lo stupido, abietto, ma così potente genio del male! Oh donna Fausta maledetta! Tu offendesti la più santa, la migliore delle madri, e provasti diletto a straziarne l’innocente figliuola! Perchè non posso infliggere i flagelli della mia ira nelle tue carni! perchè non ti posso calpestare come una serpe, o almeno dirti in viso quanto sei vile, abbominevole, scellerata!

— Se ne guardi bene!...

— Oh non dubiti! non dubiti! come potrei?... con quale diritto?...

— Si calmi, signor dottore.

— Sono indignato.

— Lo credo, e mi pento d’averle detto troppo: ma io glie l’ho detto perchè capisse quale aureola di santa e di martire s’è meritata Maria, e perchè sapesse alcuni dei motivi che la condussero a prendere il velo...

— Alcuni?... ce ne fu dunque qualche altro? amò forse?

— Sì, il fratello d’una sua amica, e l’avrebbe sposata, ma pretendeva una dote, che il conte gli rifiutò, e andò a monte tutto. Può figurarsi quel che sofferse Maria, dopo aver creduto che quel giovane l’avrebbe tolta da quell’inferno! Il suo pianto era una frenesia di dolore. Me la vedevo comparire la notte in camera come un’ombra, e mi abbracciava, e mi diceva, piangendo: «Emilia, non ho nessuno; non ho parenti, non ho amici; non ho che te: ma domani anche tu puoi lasciarmi, e io non ci posso più vivere in questa casa!» E dopo quelle notti deste nell’angoscia, passava i giorni a meditare in silenzio tutta l’amarezza del suo destino, e appassiva di quell’appassimento da cui le fanciulle non risorgono più; impallidiva, si consumava, la grazia, la gioventù, la bellezza, le sfiorivano come doni che le fossero stati accordati invano, ed ella se n’accorgeva...

— Povero fiore sopravvissuto alla sua primavera! — sclamò il dottore quasi piangendo.

— Pur d’emanciparsi — continuò la signora Emilia — ella sarebbe ricorsa anche al lavoro servile, ma l’orgoglio della casa vi s’opponeva. Il cuore le si chiuse ad ogni speranza, ad ogni dolcezza, e ricorse a Dio. Sentiva una gran pietà per i bambini orfani, per i poveri, per le donne abbandonate, le donne sole, per tutti gl’infelici... E un giorno passò la soglia d’un convento di suore, e così s’allontanò per sempre dalla casa Aquilegi.

— Capisco — disse il dottore — non aveva altra via, fuorchè la via della perdizione e della disperazione: scelse quella del chiostro... E non l’ha più riveduta?

— Sì, la rividi nel parlatorio del convento, dopo l’anno del noviziato. Non pareva più lei. Aveva già preso l’abito, le avevano tagliato i capelli; i suoi occhi neri erano ancora uno splendore, ma, sotto il velo bianco che le fasciava la fronte, non guardavano più come prima: tutto era in lei contenuto, la voce, i moti, gli sguardi, dalla coscienza di non essere che un’umile suora di carità... E mi disse d’essere tanto felice! tanto contenta!... La rividi poi un’altra volta, la vigilia della sua partenza per l’America, ma solo per un momento, perchè io non ero sola: il conte e donna Fausta erano voluti venire anche loro a dirle addio. Maria lo riseppe, e non ci fece passare. Si presentò un momento alla grata, e disse: «Addio, pregherò per l’anima vostra, ma dimenticatemi come se io non fossi mai nata; come se io fossi morta». E sparì: ma io sentii ancora la sua voce piangente chiamarmi indietro: Emilia! Emilia! Corsi alla grata, ma ella più non v’apparve.

— E non l’ha più riveduta?

— No, ma mi scrive che è felice. Nell’ultima lettera mi scriveva: «Come son felice di sentirmi trasportata sempre per tutti da sentimenti buoni e pietosi! anche per chi m’affligge! anche per chi m’offende!...»

— In queste parole — rispose sospirando il dottore — parla Gesù Cristo, il sublime ispiratore della bontà, ma vi parla anche la sincerità di Maria: dunque v’è ancora chi l’offende, v’è ancora chi la tormenta! Oh alla pace del chiostro io non ci credo! e se io ripenso a qualche suora veduta negli ospedali, io temo che Maria, sotto la placida apparenza della monaca rassegnata, abbia ancora a soffrire il martirio... sì il martirio di chi è chiuso, con persone odiose, in un carcere senza uscita, senza un conforto e senza un affetto!

— Non lo creda, signor dottore: gli affanni per parte delle persone o vicine o lontane, non ci mancano mai: ma a Maria il conforto non mancherà perchè è pura e credente.

— Sì — rispose il dottore — ella ebbe la forza di salire lassù fino all’estremo vertice dell’affanno, e vi trovò l’unico sollievo degl’infelici: la fede; meglio così.

— Non ho altro da dirle, signor dottore.

— Io la ringrazio, signora Emilia, per tutto il bene che ha fatto alla figliuola della mia povera amica. Nell’atroce pugna del mondo dove, in certi momenti, sembra tutto un gran diluvio di mali, una bassezza di fango; è consolante che esista in alcuno una bontà sincera, una bontà come la sua ma è deplorevole che lei così buona sia ancora costretta a vivere con quella donna malefica.

— No, non viviamo insieme; quando Maria partì per l’America, io lasciai casa Aquilegi perchè il mio còmpito era finito. Questo settembre fui chiamata da donna Fausta ad assistere suo fratello. Ella lo seguiva ne’ suoi viaggi, ma lasciava alle infermiere la cura diurna e notturna dell’assistenza: esse, con quell’infermo esigentissimo, non reggevano a tanta fatica, e si licenziavano. Anche ultimamente donna Fausta era rimasta sola, ed era stanca, disperata, annoiata. Io ho pure degli obblighi verso casa Aquilegi; ne ricevo anche una piccola pensione... perciò superai la mia ripugnanza, e venni ad assistere il conte.

— Quale sublime pazienza! — sclamò il dottore.

— No, no, è una cosa semplicissima; è uno scopo della vita anche questo: ormai che cosa posso fare nel mondo? ma non rimarrò di certo con donna Fausta; ora ci separeremo di nuovo, e per sempre.

— Meglio così, e in ogni occorrenza, signora Emilia, si ricordi che ha in me un amico...

— E io per darle una prova di quanto la stimo, le voglio dare un ricordo di Maria — ella disse alzandosi — vado a prenderlo.

Era l’Imitazione di Cristo.

Il dottore prese quel libro dalle mani della signora Emilia, l’aprì e gli caddero sotto gli occhi queste parole, indicate da un segno:

«Non costa nulla il disprezzare l’umana consolazione, quando si ha la divina. Ma è grande, anzi grandissima cosa, il potere stare senza l’umana e la divina consolazione, e il volere, per onor di Dio, soffrire di buona voglia la solitudine del cuore.»

— Ed ella la soffrirà per tutta la vita! — disse il dottore — ma sarebbe stato peggio un compagno depravato, che l’avesse corrotta, e depressa in tutte le sue più alte aspirazioni... Oh tragedia dell’anima! E ora un’ultima domanda, signora Emilia: Maria, vestendo l’abito religioso, mutò anche il nome, non è vero?... Come si chiama ora?...

— Suor Angioliera.

In quel nome il dottore vide quasi l’immagine di due anime insieme unite: ma quanto diversa la loro vita! quanto diverso il loro destino!...

Si premè gli occhi piangenti, e strinse la mano della signora.

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