PARTE TERZA. Donna Angioliera. (continued 3)
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Ella pareva una bellissima furia bionda, e lui un demonio inesorabile che la incitasse alla disperazione, alla morte. Erano in lotta da un lato la selvaggia, capricciosa libertà dell’istinto, e dall’altro la ragione del patto sociale: una ragione che a donna Angioliera sembrava una prepotenza, una barbarie, un insopportabile fastidio, una crudeltà. Ma il marito questa volta era il più forte. Ora il ricco, il padrone, era lui, e voleva affermarsi, voleva opporre sè stesso a tutto e a tutti. Quantunque odiasse la moglie, che gli aveva inflitto tante umiliazioni, tante torture, nondimeno la bramava ancora fisicamente, n’era geloso, la voleva dunque per sè, e non lasciarla libera a passeggiare per il bosco d’Egeria. Era tempo che ella sentisse d’avere un marito...
Egli sapeva dove ferire quel cuore. Aveva una sorella che era corsa per tutte le piacevoli o ingrate avventure della zitellona galante, la contessa Fausta Aquilegi. Donna Fausta e donna Angioliera, come due contrari, non si potevan vedere: donna Angioliera, fantasiosa, subitanea, prodiga, di buon cuore: donna Fausta sterile di cuore e di fantasia, avara, prudente, sentenziosa e vogliosa d’imporre a tutti le tenebre del suo spirito dispotico, angusto e invidioso. D’intelligenza cortissima, ma d’una sopraffina malizia, ella era stimata dal fratello donna di gran giudizio; donna quale proprio ci voleva per dare a Maria un’educazione compita.
— Dio mio, Maria in quelle mani! — gridò donna Angioliera, ricoprendosi il viso tutto bagnato di pianto.
— Sì — egli le rispose bieco e inesorabile — anche a costo di pubblicare il mio vituperio, non mi mancano danari da pagar avvocati, non mi mancano testimoni, tra cui Giuditta e l’Eufemia Figurini, per provare la vostra infame condotta...
— E la vostra? — ella gli rispose piangendo.
— Per provare — egli continuò pallido di furore, e coi suoi soliti occhi supplicanti d’un santo che prega — per provare che voi, madre adultera, siete incapace d’educare vostra figlia, e io ve la strapperò ad ogni costo! questo è il mio dovere di padre amoroso, di padre coscienzioso, e poi fate quel che vi pare!
Donna Angioliera ammutì: erano inutili le proteste, erano inutili i pianti. Avrebbe abbandonato alla mala sorte la sua povera bambina così buona e bella, così inconsapevole del suo tristo destino, così felice, se il suo raccapriccio di vederla andar incontro al martirio e forse anche alla morte, se infine il suo affetto materno non fosse stato più grande della sua grandissima ripugnanza a seguire il marito. Nessuno, non il marito, nè la legge, nè i bugiardi avvocati, avventandole contro, come a sola colpevole e responsabile, le accuse degl’impeccabili farisei, le dovevano contrastare il supremo diritto di possedere e d’avere sempre con sè la propria figliuola, ma era certa di perderla in causa: perciò affrontava la tortura e l’isolamento; perciò seguiva quel marito nel castello francese.
Questo, tacendogli tutto il resto, volle far sapere al dottore nell’ultima lettera che gli scrisse, e aggiungeva che la bambina era un po’ ostinata, un po’ altera, ma buona, intelligente, e molto desiderosa d’apprendere e di studiare. Finiva con queste dolenti parole:
«Non ci vedremo più, non ci scriveremo più, ma io continuerò ad esserti amica: io ti benedirò sempre!... Ti rimando il libro, l’Omero, che mi tenni tanto tempo vicino al letto, che lessi più volte con te nella villa che poi fu venduta!!... Ti parli ancora di quella villa e di me questo libro; delle ore passate insieme, delle nostre care memorie: addio ti saluto pensando ai glicini vermigli che ora rifioriscono... là!... Addio, credimi buona, pensa a me, non mi odiare.»
Il dottore scosse la testa incredulo, ed ella partì da Roma e dall’Italia senza ricevere da lui una risposta.
Dopo due anni la signora Emilia partecipò al dottore ch’ella era morta.
— E Maria? — egli pensò, e dette in uno scoppio di pianto.