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Homo

Umanità.

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Duplex, omnis et unus.

Per me desiderai le rose, il vino, la voluttà, le gioie tutte, per me? Ben poco m'ebbi e sazio ero. Perchè? Avevo udito piangermi vicino. Ben poco m'ebbi e tutto diedi, infino che sentendomi privo anche di me, trovai colei che a me stesso mi diè, e fummo un'onda nel ritmo divino. Or tutto io sono, tutto effondo, aduno, il pane e l'acqua ed il dolore umano trasmuto in sangue ed in pensier' d'amore. Sibilla ed io: ch'io son duplice e uno, una mano, pur mia, nella mia mano e un cuore, altro mio cuor, dentro il mio cuore.

Lotta per la vita.

Nei campi della vita ecco un'immensa strage. Il più forte l'indifeso assale. Da la cellula a l'uom, lungo le scale della vita, l'un fa dell'altro mensa. Ma dai fermenti che la strage addensa, più ricca balza l'energia vitale; annoda ganglî, organi tende, sale; s'accende e raggia in un cervel che pensa. E s'una Mente alfin l'ha scorta, vana non fu la guerra; i fremiti ne ammorza, la volge a un bene ch'ella stessa ignora. Perchè la terra ha un'anima, che implora d'eromper da le viscere a la scorza e d'integrarsi in questa anima umana!

Le città.

Poi che raminga in pavidi ripari foggiò la fiera onnivora l'Arnese per uccidere e per creare, e scese lungo i pingui bacini e gli estuari, presso le tombe edificati i lari, li ornò di templi e cinse con difese; strade ne irradïò: donde contese e tregue lungo i lidi e sovra i mari. Pace, o fucine, dove su l'incudini del dolore l'uom foggia il suo futuro: niun nato d'uomo in voi più sia straniero! Issate i fari per le latitudini a illuminar le vie del cielo oscuro, palpitando la terra a un sol pensiero!

Su un orologio.

Un anno, un giorno, un'ora... Ed anco un anno, un giorno, un'ora! Il tempo immobil dura. La lancetta procede con sicura costanza, senza sosta e senza inganno. Con ugual legge per gli spazî vanno gli astri e ciascuno ai prossimi è misura. Docili intorno ad una Forza oscura per tutto il tempo ancor graviteranno. Ma della vita l'indice è la noia lenta e fra lenti battiti l'ingoia tosto l'ignoto che ci è tomba e culla. Pur quando guida il dito dell'Amore o del Dolore sul quadrante l'ore, l'attimo è tutto ed una vita è nulla.

Il pessimista.

Chiamatelo fra voi! Non lo vedeste giungere, cupo e solo, fra' tumulti vostri? Non par che il muto teste insulti ai vostri lutti ed alle vostre feste? No. Tace. Guarda, e forse pianti occulti reprime sotto le pupille meste, e il suo petto, che par immoto, investe un impeto frenato di singulti. Chiamatelo! Non lasci egli le soglie così. Implorerà? Senza che implori, ebben, fategli dolce vïolenza. Poich'egli sa che non è viver senza gioir dei gaudii, soffrir dei dolori vostri, morire della vostra morte!

Riso e pianto.

Pianto ed oblio! Rugiada che i vapori dell'amore e dell'odio assorbi, esali; effusïone di prementi mali, balsamo che la gioia anche insapori! E tu sorriso e riso alto che sfiori le guance adolescenti e vivo sali dai cuori offesi e i giochi dei mortali dinanzi ai savî d'ironia decori! Salubri doni! Abbatte uno le fronti sul gorgo senza tempo, ove le terge l'Essere addormïente, animatore; l'altro le aderge verso gli orizzonti serenatori, dove eterna emerge la verità redenta dal dolore.

Il Santo.

Pensava il Santo quant'è cosa acerba vivere. E non perchè la carne muore, ma perchè il vivo al vivo dà dolore. Ond'ei cessò di pascere pur l'erba. E una voce gli sonò dentro: «Serba la pietà per la vita inferïore; ma da la tua, somma di vite e fiore, ne germogli una forma più superba. Compiangi il mondo pur, ma più compiangi gli uomini, e torna a le lor case e addita le vie per cui si ascende nella vita. Chè, mentre tu su l'erbe che ti mangi lagrimi, intorno ad un vitello d'oro i fratelli s'immolano fra loro!»

In Aracœli.

Vi schierate così, sotto la nave cristïana, sui plinti alti, o confitte inegualmente al suol, colonne invitte di un prepotente impero, or fatte schiave. Greco scalpello forse da le cave d'orïente vi svelse, e pose, ritte a l'aria e al sole: or fra le turbe afflitte del Galileo v'accascia un'ombra grave... Così, gettato il giogo del fratello, l'uomo, ch'esalta la Fortuna alterna, le campagne di lui, le case gode; non senza farsi un Dio, cui volge a lode la propria gioia e l'abiezion fraterna: e il medesimo altare è per suggello.

Ecce homo.

Errante in suolo inospite a l'acquisto del cibo, l'uomo imaginò nemiche forze gravanti sul suo viver tristo a punirlo di colpe ignote antiche. Giovine e amante poi, si finse amiche deità, un Olimpo ornò commisto di semidei, cospicui per fatiche e miracoli... Ed ecco, ultimo, Cristo. O Cristo, quanto grave è l'esser dio per pietà dei fratelli! «Lungi» esclama «questo calice!» E, per la Vita, muore. Adulto or l'uomo riconosce il pio sacrifizio di Cristo. Infine egli ama la terra, ama la vita, ond'è signore.

Il Martire.

Voi l'uccideste! Da l'uccisïone dei puri eroi castigo mai non venne. Non paventate, piangete! Vi tenne ira e follia. Gettategli corone. V'amò quant'altri mai. La passïone di lui volle inalzarvi in un perenne volo e non vi bastavano le penne. Morì: nel suo riposo or si compone. Portate l'urna sua con buone scorte lungo la vostra via. Caduto è il vento d'abisso e non atterra che le cime. E stringendovi a lui quando v'opprime il destino, pensate, in un momento di sosta, a la giustizia della morte.

Gocce di sangue.

Gocce di sangue? È l'alba, mentre torno al lavoro. Le screzïò d'argento sul marciapiede il ghiaccio. Uno sgomento m'assale. Tutto ancora tace intorno. L'oro, l'amore, il vino?... Era il ritorno della belva primeva. Ed un momento guizzò un'arma, sparì. Non un lamento forse. Silenzio ed ombra. Ed ora è giorno. Perciò la Vita con tanto dolore s'orïentò, salì verso la Mente? Ecco, l'annienta un attimo d'oblio. Altri guarda e sen va. M'affretto anch'io... Ricche arterie ha la Vita e non risente di due stille cadute dal suo cuore.

Ahasvero.

Gli esuli dissodavano le zolle d'una inospite landa, e l'uno chiese dell'altro. Ognuno avea patito offese dall'uomo. Uno esulò per fame, un volle fuggir per non uccidere; contese altri per un amore, altri in un folle impeto uccise. Ora: «Tra il fiume e il colle— diceano—leveremo ardue difese». Quando un vecchio passò. Ristette l'Uomo errante, udì: scoteva il petto annoso un singhiozzo. Riprese il suo cammino. —«Vecchio, perchè non sosti?»—«È nel destino ch'io vada ancora e non abbia riposo che in una terra ove l'uomo ami l'uomo!»

L'uomo tragico.

—«Vuoi obliare? Dietro te gigante t'inquieta il passato. Oh non sognare, tu vorresti, andar naufrago nel mare dell'essere; non viver che l'istante! Ebben, segui il tuo sol come le piante, chiudi le ciglia quando il sol dispare; fuggi gli umani, ama le cose ignare... Dormi. Ed ecco un liquore inebbrïante...» —No! Ricordare! Io sono la memoria degli esseri che fui. E mi commove tutto l'eterno ad ogni batter d'ore. Vivere, quanto l'Uomo: esser la storia, la coscïenza della Terra, e altrove portar me stesso e 'l ricordo e 'l dolore!

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