Il mistero.
Reading edition
Nostalgia mistica.
Io sento una leggenda in cuor cantare, una leggenda delle nonne pie: organi v'accompagnan litanie; brillano ceri intorno ad un altare. Processïoni vanno per le vie lungo i rosai tra le pinete e il mare: cantano le campane e il cielo pare un seno immenso pieno d'armonie. Passa un bimbo che portano a battesimo. Passa una croce, chinansi le fronti. Passa Gesù portato ad un che muore... Ma un nero mago è in mezzo a l'incantesimo. Perdona, o sole! se quando tramonti un pianto di campane canta in cuore...
Scienza.
Un ricordo. M'avevano insegnato a temere la folgore. Nel campo sterminato ero solo. Ed ecco, un lampo guizza: lo segue un lugubre boato. Fuggo, guardando ai gran' roveri; inciampo; salto tra' solchi, tra' fossi, inzuppato di pioggia. Ecco la strada, e infine a lato i fili telegrafici, lo scampo! Scampo? Il destino dentro i ragnateli aerei s'impiglia sì che i teli la morte scocca sui mortali a vuoto? La scïenza così tesse i suoi veli su noi. Guardiamo: il cielo è breve e noto... Illusïon! Dietro è il Mistero immoto!
San Giovanni.
Io nella notte della terra e in fondo a gli abissi dell'etere m'immersi, il cielo ingombro con grand'ala apersi lungi spingendo i limiti del mondo. Le forme cui divine leggi infersi del mio spirito penetro e circondo: io nell'immensità punto errabondo di me riempio gli esseri universi... Povero capo mio, come di piombo, grave, che affondi in un assiduo rombo pieni gli occhi dell'ombra interïore. Oh riposare sovra un saldo petto, come, o Signore, un giorno il giovinetto apostolo dormì sopra il tuo cuore!
Anima.
Larva di sogno? fiato? ombra? Dispare fuor dalla spoglia, che si sfascia... Vive libera forse in più felici rive? esule, vaga intorno al vecchio lare? Dissipata è la spoglia sua nel mare del mutamento. Forse da sorgive misterïose, in forme sensitive immemore ad immemori compare? Anima, dentro te piccola e chiusa o con l'umanità, nell'avvenire e nel passato, immensa anima effusa! Eterna fosti. Or puoi, l'istante giunto, sognando l'immortalità morire... Dopo, che importa? Eterna fosti un punto.
In memoria di Furio De Amicis.
A Edmondo De Amicis
I.
L'adolescente un sogno avea nutrito onde cercava in riva al fiume l'orme? Sovra gli esuli pini e il Po che dorme vaga come un rimpianto d'infinito. Era il meriggio. Si destò, smarrito. Guardò lontano le languenti forme, la città, pigra dentro il sole enorme, ed annuì come ad un noto invito. Era come colui che ignaro move nella notte fra sozzi ebbri digiuno, e chiude gli occhi e di vegliar rifiuta. «Ah non è qui la vita! Altrove, altrove!» Laggiù, lontano, udì piangere alcuno? E si rivolse verso l'ombra muta.
II.
L'albero si chinò sopra uno schianto aperto nelle sue viscere stesse quando i due rami giovinetti oppresse il soffio della morte e un giacque infranto. E attende, il padre. Con entrambi intanto cammina: nei silenzî ode sommesse voci. Nè guarda; come se temesse fugare un'ombra che gli viene accanto. E si desta al mattin con un singhiozzo chiuso. Perchè? Non ritornò l'assente? Pur scialbo è il sole e l'anima non paga. Poi lo sorprende una tristezza vaga: ed ei s'ascolta, come chi repente sente il braccio doler che gli fu mozzo.
III.
Ignoro, amico, la parola buona!... Da le cellule prime a le stormenti foreste che moltiplicano i venti, ove l'aria nei tronchi s'imprigiona; da l'immobile vita che ai moventi esseri fiato e nutrimento dona, sino a quei che il ricordo fa persona e la parola fa re dei viventi, ecco la Terra svolgersi, a l'invito del Sole; da le viscere del Tutto traendo in cima ai rami il fiore umano... Il fior matura, e dove il piccol grano cada, non sa la Madre, che il suo frutto disseminando va nell'Infinito!
Stupor sacro.
Formidabile a l'uom, Vita del mondo, con le tue vaste passïoni incombi: guizzi e scrosci coi nembi e dal profondo cuor della terra, impazïente rombi. E, Morte, tu, vasta e repente piombi sopra un gregge d'efimeri errabondo: ancor n'udiamo i colpi e l'ecatombi copron già il suol, scendono al mare in fondo. Qualcosa in noi rimuore a la fraterna morte. Qualcosa è in me che già passò la morte? Sopravvive e si rimembra. Sopravvivrà? In quali umane membra od ignota compagine, non so: rivibrerà la mia sostanza eterna.
Le Ipotesi.
Poi che la terra i membri effusi e vani raccolse e il mar cingeva gli emisferi, ond'erompean al cielo i monti alteri e si spandean l'alluvïoni ai piani, o coscïenza della terra, ov'eri? Il piccol uomo allor sognò titani; s'erigevan sui culmini montani, gonfiavan di lor collere i crateri. Sognò gli dèi per debellarli, belle stirpi e ristette, contemplando quelle imagini di sè levate in guerra. Sparvero, e l'uomo or lancia da la terra le moriture deità novelle; crede e riposa e cerca nuove stelle.