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Homo

Patria.

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Villaggio natìo.

Montanaro, casetta mia, com'eri piccola e triste, e n'ho triste la vita: ma come al mio pensiero era infinita la traccia, intorno a te, de' tuoi sentieri! Poi città corsi, e vidi regni e imperi e agli occhi miei la terra è impiccolita: nessun mistero in essa più m'invita: triste pur questa casa, e io son quel d'ieri. Or se rivolgo il viso al ciel notturno, quanto sei breve, terra, e come immenso, cielo, ove miro con impazïenza! Ma come avvien ch'io palpiti non senza dolcezza, quando a te, villaggio, penso, ultimo albergo al mio cuor taciturno?

Circolo vitale.

Stanca, stanca è la vecchia Italia, tante vite nutriva e spesso vïolenti, e i figli ultimi, ad altre terre intenti, cura non hanno più della gestante. Vive la nostra terra, se i fermenti l'avvolgano d'un'opera incessante: feconda sempre se animali e piante, nati da lei, vi tornino morenti. Uopo è che scorra in onde armonïose nel corpo della terra genitrice il circolo perenne della vita... Ah, quando l'uomo con facili dita emanerà la volontà felice e l'armonia su 'l moto e su le cose?

I dissodatori.

Lasciano a mille a mille l'alveare, come le pecchie van nell'afa estiva. Ove, che importa? ove si muoia o viva, dentro i navigli che son culle e bare. Scendono a branchi: madri nella stiva covano bimbi e li addormenta il mare; vecchi sognano un novo focolare che scaldi lor la vita fuggitiva... Tale, Italia, sei tu; lungo il tuo mare generi e culli un'inesausta prole e la spandi pel mondo come il grano. Portatrice di pace ov'essa appare, la terra scopre le sue membra al sole, perchè il seme si levi e il fiore umano.

A uno straniero.

Non domandare, amico mio, qual gente tenga il paese delle belle forme. Il nostro genio in sale antiche dorme: n'assiste il sonno un popolo indolente. Mentre dai monti al mar corron le torme a depredare il bel retaggio intente, su la terra che cela il sogno ardente dei padri monta un incubo deforme. Tra le case senz'anima e le strade senza faccia, nei nuovi simulacri pur la materia umilïata appare. O popolo, tu spazza le contrade d'Italia, e quest'obbrobrïo i lavacri d'Appennino e dell'Alpi urgano al mare!

Al popolo d'Italia.

I.

Mentre i tuoi primi nati aprono l'ale verso terre che arridono più liete di premî e d'opre e dentro il suol natale il vecchio padre semina e non miete, popol di vecchi e di fanciulli, quale nuova ricerca t'anima? qual sete d'esperïenze? E quando l'ideale è prossimo, ti volgi ad altre mète. Giunto ieri fra' nuovi popoli, oltre guardi, oltre corri con crescente affanno, l'altrui vedendo più che 'l tuo dolore... T'assistan vigilanti nella coltre del suolo sacro i padri: essi ben sanno che il destino t'elesse iniziatore.

II.

Iniziatore t'elesse il destino che modellò, divelto da l'ardente Africa, e offrì, desìo de l'Occidente, questo pensile in mare arco Appennino. Del suol benigno e dell'aer marino foggiò la saggia armonïosa gente che a l'antica Eüropa e a la recente infuse il chiaro spirito latino. E volle che splendesse da le belle città, maestra nel crear la mano, luce il pensier, musica l'idïoma; e radïassi fra le tue sorelle, tu che vedi passar, cozzanti invano contro di te, uomini e numi, Roma.

L'appello.

Cui mundus est patria. Bruno.

Il profugo sostò presso il confine ond'uscì giovinetto a le venture. Ecco le verdi valli e le pianure digradanti co' fiumi a le marine. Terra, che nutri primogeniture invide, trafficanti, fra meschine trame di guerre e paci, le rovine sacre delle paterne sepolture! Chi chiama? Àrmano a guardia degli scrigni popolo contro popolo i mercanti. «A l'armi!» urla un lor capo tremebondo. —A le vanghe, a le macchine, a gli ordigni trasmutatori della vita, o erranti italïoti ai quali patria è il mondo!

Bruto ultimo.

Fanciullo senza pane e senz'amore, un giorno invano ti passò vicino: come allor lo rinneghi oggi che muore tardivo alunno di un pensier latino. Credette essere il braccio del destino contro un tiranno, egli liberatore. Quei non era che un uomo: egli è assassino... Passarono. Nè muta ora il Dolore. Anch'io volli trovar quei che produce il Male. Esiste? No... Ma ne ricada l'onta su ognuno ch'è saggio e felice! Io già ti chiesi, Arte liberatrice, un metallo per fondermi una spada, or ti chiedo un metal ch'espanda luce!

In un museo lontano.

Siede un ramingo innanzi ai quadri. Dorme? Qualcosa de' suoi padri è prigioniero in ogni terra: egli non è straniero ove dei padri hanno esulato l'orme. Oasi di riposo al suo pensiero destò la vista delle belle forme. Tace. Dintorno scendono ombre a torme, ombre di antichi dallo sguardo austero. Susurran l'ombre: «Occhio che par serbare la luce come il dïamante, mani suscitatrici d'armonie viventi!... Oggi avvinto a la gleba fra' giumenti, d'idee latine e di beltà domani adornerai la terra arata e il mare!»

Garibaldi.

I.

Ebbe il braccio fulmineo degli avi e il nostro cuor dal palpito profondo. V'è un genio istesso, che dal suol fecondo della patria rivive a' giorni gravi? Eri tu certo, Ligure, che davi a un re straniero inutilmente un mondo; or, dato un tetto a un popolo errabondo, all'unïon dei popoli auguravi. E quando sul Gianicolo balzasti, Roma sorrise a tutti gli uomini. Ere di sangue, chiuse! Aperti nuovi fasti! Or tu, sul monte, bronzeo resti, quale della leggenda ultimo cavaliere, poi che ti colse in fronte l'Ideale.

II.

Sparve con te la bella guerra, come meteora d'olocausto, che le madri benediceano. Ancor raggiò fra' padri boeri e sparve con le rosse chiome. Ecco un convulso mostro, ora, che vome strage. I guerrieri ciechi, fra' lor quadri di ferro, odon venir con passi ladri, d'onde? la morte e non li chiama a nome. Giovani, in patria producean i frutti della vita e mietevanli per tutti. Falciati, lungi, sotto ignote stelle! Altri verranno, che la fame svelle da la lor terra, a spremere un tesoro per colui che ha mercato il sangue e l'oro!

III.

Tornerà un giorno. Una novella gesta leverà fama da un lido lontano e l'anima d'Italia udrà ridesta sonar pel mondo un nome italïano. Dai padri che hanno vinto la foresta e nei deserti propagato il grano, apporterà virtù novelle a questa esausta terra e un largo cuore umano. I simboli onde mascherati gli uomini succhian la vita agli uomini, arderà, e: «Destate l'eroe dentro di voi!» griderà intorno. E sorgeran gli eroi, eroi di pace a te, Roma unità, eroi d'amore, o Roma amor degli uomini!

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