Le età dell'uomo.
Reading edition
È nato!
Eccolo. Chi? Napoleone o Dante? Prole di re, prole di genî, oscura semenza della turba, a la ventura lanciata?... E la sua favola, un istante. Il suolo ov'ei dimora è sepoltura; ceneri e mausolei. Nano o gigante sparirà come gli avi, e sul quadrante dell'immenso non resta ombra o figura. Che importa? Qual tu sia, da l'infinito de' cieli già ti contenea vitale la nebulosa nel suo sciame d'oro. Benvenuto sia tu, col tuo tesoro d'amore. E vivi! Nulla al mondo vale la tua lagrima prima e il tuo vagito!
Fratelli.
Quanti viviamo? Quanti sparvero? Io li lasciavo a l'autunno ilari e sani: morivano, nascevano lontani: la culla non cessava il dondolio. L'ultima quando è morta, morì Dio in me. Soffrì spasimi disumani. Viva si decompose. Oh tenui mani che sogno ancora tese a dar l'addio! Dove sparite (emerge il vostro viso rivolto a noi sul mar dell'ombra) dove, bimbi, pur ieri annidïati in culla? Nell'aria vaporate a l'improvviso o qui mutati rivivete, o altrove? Ma il nulla, no! Strana parola. Nulla!
Mistero.
Il sole è sceso. Ritta in mezzo al prato la bimba guarda ed il timor la tenta. Dov'è il villaggio? Ahimè, lungi! E s'avventa nella strada, correndo a perdifiato. Dietro i piccoli passi scende lenta l'ombra, con ali umide come fiato: movonsi i tronchi minacciosi a lato e la vita dell'ombra la spaventa. Quand'ecco un grido giunge. Infine. Mamma! Oh la casa custode e le vivande, e vincitrice del terror la fiamma! Ma tace e inarca i cigli, mentre inghiotte il suo pane. Chè il mondo è grande grande... ed ha veduto scendere la Notte!
La marcia dei fanciulli.
Nelle nostre città tornano i belli spettacoli? Guardate. Dai balconi s'affacciano le donne avide, ai suoni che appressano. E compaiono i drappelli. Soldati? No. Fanciulli, coi cappelli alati: soffian dentro i gialli ottoni: e dietro schiere. Generazïoni dell'avvenire. Nostri figli quelli? Saldi, elastici, il viso al vento, avanti! Pur la calamità fa largo ai forti: nel vostro ritmo avanti, uniti, amici. Sui vostri capi io lancio aüguranti i fantasmi de' miei fratelli morti... Per il nostro dolor siate felici!
Il sapere.
Lo scolaretto spiega ai bimbi intenti come la terra è al par d'un pomo tonda; intorno intorno l'acqua la circonda, sbocciano in mezzo isole, continenti. Gira, come la pietra della fionda, intorno al sole, e gli altri parimenti, Marte, e quel dell'anello e i rimanenti... La luna intorno a noi fa la sua ronda. Il nonno ascolta e sta meditabondo, chè, bimbo, ha vïaggiato, vai e vai, col suo babbo, lontano, per il pane. Vai che ti vai... «Ma, babbo, o che rimane molto?»—«No, poco». E non finiva mai... Quand'ecco il mare: «Là, finisce il mondo!»
Hodie mihi...
Come i fanciulli guardano morire! Spiano intenti senza batter ciglio... Dov'è la morte? Da qual nascondiglio nei bianchi letti insinua le spire? Non era un mostro, vedon poi. Fuggire non vale: è in noi. Non v'è miglior consiglio che attendere che parta il padre, il figlio... Di quante bare è nero l'avvenire! Or dov'è quegli che passò le porte ieri? Vuoto è il suo posto. Alcun s'illude d'un suo ritorno? E un altro, ecco, scompare. Temuta, accetta, desïata morte! S'agita un piccol vortice, ed il mare della vita sui morti si richiude...
La scuola.
Settembre! Ricominciano gli orarî, bimbo. Tempo è di spolverare i tomi dei classici, di scander gl'idïomi dei padri antichi. Mano ai dizionarî! Ah! Gli par di rimovere sudarî polverulenti ond'escon vecchi aromi. Oh sapïenza! Afferra gli assïomi, piccolo Fausto, e spremi i corollarî!... E con grand'occhi guarda la finestra onde irrompendo lo turba l'odore dei fieni e delle rondini il gridìo. E una voce laggiù: «Fior di ginestra!» L'infanzïa passò. Passa l'amore, forse. E richiude i vetri. «Addio, addio!»
A Edoardo Rod
per sua figlia Maria.
La bimba che ti rinverdì la fronda quando agitavi i rami inariditi nel vuoto oscuro e coi primi vagiti ti radicò nella terra feconda, tiene il mondo nei chiari occhi stupiti che furon tuoi: la tua pietà seconda la visïon che in quelli si profonda e il mister che le volge i primi inviti. Già la fronte è pensosa e i sensi attenti, e l'anima ch'è desta il cielo esplora, ieri apparso a mostrarle un gran viaggio. E nulla è più divino che il miraggio azzurro onde s'imprime e si colora l'universo negli occhi adolescenti.
Fiorita.
Nel tramonto di maggio, pensierosa la bimba siede in mezzo a' suoi balocchi: accanto a lei l'amico suo riposa, stanco di corse, languido i ginocchi. L'un guarda l'altra sottecchi e non osa, con nuovo senso, d'incontrarne gli occhi: qualcosa par che in essi entri, qualcosa di nuovo e dolce e li inondi e trabocchi. E d'intorno la vita vegetale opprime, esalta i due cuori piccini... Occhi, incrociate le vostre promesse! E le due vite che Natura espresse fin qui distinte, accostano i destini nella loro unïone originale.
Guidarello
nel Museo di Ravenna.
Ti sogno, Guidarello, orbite cave, labbra contratte, emunte gote. Giace come su rogo il corpo tuo, nè il grave sonno assopì la piaga tua vorace. Dormi! Nato non eri tu a le prave opere dell'uccidere. Ora tace l'odio d'un dì sul capo tuo soave. Anche il tuo volto si componga in pace!... Ma, dietro, l'ombra della Genitrice, sovra l'eccidio degli adolescenti, di vite nuove gravata le braccia, «O nel creare ignaro—maledice— e astuto nella strage, Uomo, che avventi eternamente l'uomo a l'uomo in caccia!»
Amanti.
Donde giunsero? Ieri dai paesi del desiderio, sotto l'indefesso poter d'Amore, dentro un cerchio istesso s'incontrarono, ignoti ed inattesi. E il passato sparì. Sparì con esso la persona d'entrambi: eccoli ascesi nel tempo e nello spazïo, sospesi, centro dell'universo, in un amplesso. Ma sopraggiunto l'attimo prefisso, eterno reputarono il prodigio e la parola «sempre» han proferita. Rapido li precipita l'abisso, se di lor vita che toccò il fastigio non riprende l'ascesa un'altra vita...
Maternità.
Il nato aspira, ammicca, con le dita annaspa. (Gli alberi abitò, sospesa tra l'azzurro l'umanità?) Rapita guarda la madre la sua prole illesa, libera, eppure a la sua carne unita, sua, come allor che nella dolce attesa l'atomo umano ripetea l'ascesa, nel suo grembo, dell'ere e della vita. Ed è felice, come nell'istante d'estasi che nel seno palpitante Amor le infuse la sua creatura. Oh pel dolor che ha dal suo corpo avulso l'essere novo, infondergli l'impulso verso un'ascensïone ognor più pura!
Le sorelle.
A quei che plasma imagini novelle d'umanità per gli uomini indolenti; a quei che incute nobili sgomenti; a quei che vecchie nostalgie divelle, mentre l'amore negano le belle e il volgo irride e insultano i potenti, dolci restano, in vita, e pazïenti, vindici dopo morte, le sorelle. Restano, invase da un intuito oscuro, qual d'un mistero che si manifesti fatale a l'uomo di lor sangue nato. Come a te, Nietzsche, infranto nel conato d'esser tu stesso l'Uom che non avesti forza d'imaginar vivo in futuro.
Don Giovanni all'Inferno.
... et ne daignait rien voir. Baudelaire, Don Juan aux Enfers.
Va la querula folla delle amanti, nè don Giovanni si degnò vedere; ma il diavolo che ha in cura il cavaliere ghigna ed accenna la nera onda avanti. Vogano l'inamabil onda infanti, adolescenti, uomini, donne a schiere. «Eccoli a te! Figli del tuo piacere!» E cadono altri dai cieli sonanti. Padre? Egli vive fuor dagli antri bui nel dolce azzurro? E l'agita un'affanno... «Figli!» Ma il suono gli si spezza in gola. Essi non sanno, essi non san di lui com'ei non seppe di crearli. E vanno. Non udrà mai la tenera parola.
«Genialis lectus».
Memore il giorno stai nel tuo candore, fosco la notte in gioie e pianti immerso, letto, dove gli amanti cuor su cuore naufragan nell'oblìo dell'universo; dove la madre stringe il bimbo emerso da le fiamme del suo lungo dolore; dove il fanciullo si rivolge verso la notte, il vecchio verso il sole e muore. Gli efimeri così lor geniture, loro agonie vicendano col lume dei giorni e appena un crepitìo ne vibra. Mentre la Morte su di te si libra, instancabile smuove le tue piume la Vita per le nascite venture.
Vecchiaia sterile.
Cresceano i bimbi intorno ai patriarchi come grappoli vivi e fra' tumulti de' giovanili giochi, udivan parchi ammonimenti di virtù gli adulti. Or te compiango, o vecchio, che t'inarchi verso la terra, e non hai chi t'occulti il vuoto verso cui solingo varchi e del passaggio tuo pianga od esulti! Dov'è l'amore che comprasti? Tace. Passa la giovinezza e con malvagia letizia irride a la tua faccia tinta. Chè solo augusta è la vecchiezza cinta d'opere e di memorie, che s'adagia benedicendo nell'eterna pace.
I longevi.
Gloria a colui che visse a lungo e spare verso l'alto! S'indugia su le fronti ardue la vita, come il sol sui monti: più bello il volto del domani appare. Dono grande agli umani il contemplare i puri eroi, così labili, pronti a vaporare fuor da gli orizzonti terrestri a la serenità stellare! Da la vedetta de' loro anni han scorto di quanta illusïon fatto è il dolore, di quanto amore la felicità. Dicono: «Amate! Altro non v'ha conforto d'esser vissuti che veder migliore a la vita salir l'umanità».
È morto!
Enigma della morte! È come un'onda dell'atmosfera eterna. Ed un mortale, investito, sparì. Quando trasale il cuor tuo, già la morte è a l'altra sponda. In questa allor tu guardi. Ogni gioconda forma o sembianza ha un che di sepolcrale. E il suo respiro è sì fievole! Sale come una bolla... Oggi, domani affonda. (E v'ha chi uccide! e chi ciò giusto chiama!) Tu guardi, ascolti, e ai morti anche domandi perchè... Non domandare, uomo, prosegui. Vivi! La vita in te, negli uomini ama, vita che tieni, vita che tramandi; che ognor più splende mentre tu dilegui!