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Homo

La natura.

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Pan.

Anch'io cercai svèllermi da la stretta delle cose e degli uomini, a la pace formidabile, a l'aer freddo che tace oltre il vento, oltre i ghiacci, oltre ogni vetta. Piccola umana emozïon vivace, cui la più torbid'anima è soggetta! Sali, e arrancando dietro te s'affretta qualche minuta realtà seguace. Un murmure, un frullar d'ale improvviso, un vagito, una lagrima, un sorriso; ecco fuse le note fuggitive nel ritmo del tuo cuore, che si sente raggio nell'aria, goccia nel torrente, linfa in arterie senza fine vive...

Tu lavorerai!

Agitavano il suol flore possenti, fiere devastatrici e stragi immani. Apparve l'uomo e con le nude mani pazïente educò messi ed armenti. Educò l'acque negli arati piani e il fuoco animator di vita e i venti sul mare; con le dita intelligenti regge ora i freni delle forze immani. Scruta i minimi, distruttori, e vuole propizia a sè l'opera della morte. Pur muore, ma inesausta è la sua prole. E la terra rimuta senza tregua. Perchè? Silenzio. Passa una coorte nuova; fatica, interroga, dilegua.

La Ruota.

Ti trovò l'uom fra i sassi dei torrenti, seco ti spinse nelle migrazioni; e ancella nelle gelide stagioni, tessevi lane, tritavi frumenti. Ora la forza innumere alimenti fra le sue sagge mani; arguta suoni nelle sue case o procellosa tuoni e al monte, al mare esseri strani avventi. Esseri strani l'uomo crea, l'ignoto a conquistargli, esseri onnipossenti, nei quali tu, cuore perenne, vivi. Tu che i minuti suoi misuri e inscrivi, insiem col giro degli abissi ardenti, intorno al centro dell'eterno moto.

Linguaggio.

Odi, Sigfrido, a te fluire i suoni della foresta? Parlano gli uccelli. Tutto vive e ti dà fraterni appelli. Sparvero mostri e dèi, illusïoni. L'uom rispondeva e in lui nuove unïoni facean le voci. Udivano i fratelli, ripetean la parola, che, in suggelli incisa, venne a le generazioni. Era un suono di vento ed è consenso oggi d'umanità. Poche parole l'anima nostra chiudono e l'immenso. Occupano la terra, come vuole l'uomo: e a rapire qualche nuovo senso emigran oltre l'orbita del sole.

Musica.

Nascesti avvolto da le voci erranti nelle frondi e su l'acque; e tra le gole canore che opprimean talor gli schianti del tuono, emerse il tuo cantico al sole; e quando venner meno le parole, i metalli squillarono: con quanti strumenti il mondo giubila o si duole moltiplicasti l'onda de' tuoi canti, Uomo! Così ti levi, inno che domini l'odio; che accordi la gioia e lo strazio spiranti verso la serenità. Così ti comporrai, coro degli uomini, cantico della terra, e nello spazio coro degli astri per l'eternità.

Aer.

Inesauribil spirito, che i baci dei fiori accosti, e penetri le frondi ed inazzurri l'etere e circondi la terra e il mar di palpiti vivaci; aër che invadi i sudanti toraci e in desïosi cantici ti effondi; che inerte su le bocche aride giaci se l'impulso d'un cuor non ti secondi!... Anche il libero ossigeno ai polmoni dei fratelli usurpava il Violento e corrompeva in tugurii e prigioni! Finchè tu nol riduca uno strumento di maggior vita, o Uomo, che componi sul ritmo del tuo cuore ogni elemento.

O mare!

Nasceva in te la vita originale, quando il cuor della terra alzava i monti; poi scese a te col corso delle fonti l'uomo che porta nelle vene il sale. E un fusto cavo, indi animato d'ale, grande si profilò su gli orizzonti, e le stirpi degli uomini sui ponti doni e morte mescean con vece uguale. Quando su l'acque un novo mostro apparve, di fuoco e ferro, e sotto l'energia trista dell'uom tu soffri, o mare, o mare! Ma un dì, scomparse queste cupe larve, pulserai col cuor nostro in armonia, anima irrefrenabile del mare!

Il padre.

Il vecchio siede a lato del portone di fronte ai campi immensi e agli aratori. Ligneo, curvato a terra, par che implori mercè ch'è vivo ancora una stagione. Non ebbe in ottant'anni che dolori, nel timor del suo dio, del suo padrone: onde pensando all'ultimo sermone si reputa il più reo dei peccatori. Ma spera... In gioventù qualche stravizio: qualche facezia prima di sposare... Poi venne la famiglia e la saggezza, e la miseria. Ond'egli or accarezza l'idea del Purgatorio. A peggio andare, sarà finito il giorno del Giudizio!

Il figlio.

Ma il figlio intorno per la nebbia esplora: scorge su quella l'ombra sua gigante: questa era Dio. Poi guarda il ciel distante ove nascono mondi ad ora ad ora. L'universo ci ignora. Il fluttuante mar dell'essere ci agita e divora, minimi nell'immenso. Forse adora la formica il calzare del passante? Allora, mentre il padre trema e prega, «Terra, almen tu sei mia!» pianta la stiva nel suolo, e il frutto della vita afferra. Alcuno in nome di quel Dio ci nega quel ch'è di tutti? No, fratelli. E viva, nostra comune eredità, la Terra!

Oro.

Oro, l'industrïoso uomo ti svelle rilucente e sonoro di sotterra: ti suggella e nel piccol pugno afferra con te il valor del suo mondo ribelle. E cercandosi l'energie sorelle, tu sei l'anello per cui l'uom si serra intorno al globo, irretica la terra di sue radici e i rami alza a le stelle. Questo sei? Fosti. Or, usurpato il regno del pensier, del lavoro, dell'amore e delle sante cose ond'eri segno, contro te grida il sangue d'ogni cuore... Altra bellezza, altro destin più degno t'imprima il fuoco purificatore!

Occhi.

Occhi miei, da quel dì che il bel sembiante che specchiaste a lo schiudervi, è dissolto, e la natura vi scoprì il suo volto, indi la donna vi sorrise amante, quante fuggenti ombre di cose, quante femminee rapid'ombre avete accolto! Sovr'esse l'arte il suo potere ha svolto, le fece umane, ed il mistero sante. Ma un dì vi chiuderete, ciglia, porte dell'umano spettacolo, e repente la notte v'aprirà le sue grand'ale. E allora, o visi che passate, quale imagine su me china e dolente custodirò nelle pupille morte?

L'asceta.

Tu che t'inchini già verso la zolla per aver troppo riguardato i cieli, e attonito a' tuoi simboli crudeli scordi la vita che a tuoi piè rampolla, levati e vivi! Guarda come aneli la vita oppressa e in gurgiti ribolla in fondo ai mari, e in folgori s'estolla pur su le vette immobili di geli. Oggi digiuno per gavazzar poi, non sai ch'eterno è l'attimo felice se lo riempia il ritmo del tuo cuore? Ma tu non odi e muori, mentre noi viviamo, consci che non ha radice nella morte una vita ulterïore.

In piedi!

Quando l'uomo depose lo sgomento e il mondo ornò di deità fraterne, come bello moveva con le alterne ginocchia, il capo verso il firmamento! Ma tra quelle, una orrenda, ecco, ne scerne, Javeh, l'ultimo Dio. Cadde col mento nella polvere, e in quell'atteggiamento l'effimero s'inflisse pene eterne. Oh, risorga oggi su le membra belle l'uomo ed esalti questa sua terrena forma di vita che fomenta il sole, e più alta la renda a la sua prole, prima che anneghi nell'aria serena ove sgorgano e spengonsi le stelle!

Bellezza femminea.

O rifiorente nelle primavere, suprema tra le imagini terrene, o voluttà dell'anime serene, e rimpianto agli esausti dal piacere! Il fascino dei sensi idea diviene intorno a le tue linee sincere, però che il ritmo che t'informa tiene dell'armonia che domina le sfere. Languor di stelle, chiarità di soli, riso di mar, serenità di monti, la bellezza del mondo ha per te senso. Tu, datrice di vita, tu consoli della vita, se tocchi su le fronti che nel tuo cerchio sognano l'immenso!

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