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Homo

Episodî.

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L'orfano.

L'orfano udì nel sonno uno scalpiccio vicino. Eran le gocce delle gronde? Chiama: «Nonno!» Le tenebre profonde gli riempiono il cuor di raccapriccio. «Prendimi teco!» E come non risponde quegli, sì pronto ad ogni suo capriccio, sale, con occhi chiusi, il pagliericcio del nonno e tra le coltri si nasconde. Si rannicchia tremando accanto al nonno. L'altre volte dicea questi: «Che hai?» e pur nel sonno lo traeva in braccio. Lo scuote: nulla. È freddo come il ghiaccio. Lascia che dorma, bimbo; tu non sai quanto sonno lo tiene, quanto sonno!

Abbandonati.

Appena vivo il bimbo piange forte tastando, come un rondinino cieco, su la fanciulla, che con occhio bieco guarda l'ignaro nato per sua morte. Vivere? Anch'egli avrà la mala sorte, nudi e traditi entrambi. Ah, muoia seco! Già lontana è la vita... N'ode l'eco fievole, fuori, oltre le chiuse porte. Chiuse le porte e oscure. Sul braciere ondula a tratti un'azzurrina fiamma. Esausto il seno e il bimbo cerca, tenta... Oh che peso sul petto! L'ombre nere premono... Il bimbo tace: su la mamma, da poco desto, si riaddormenta.

L'iniziazione.

I.

Usciva da la scuola, per molt'ore immoto e col pensier vagante in caccia di sogni alati, e dentro l'ombra diaccia sentiva aulire tutto il maggio in cuore. Nella strada fra 'l giovenil clamore un motto ardente gli avvampò la faccia; un sorriso lo avvinse; e con terrore si mise dietro a l'odorosa traccia. Così l'impura dispogliò l'ignaro de' suoi tesori, come un giovin fusto di sue tenere gemme appena schiuse. E nella giovine anima s'infuse della coppa d'amor tutto l'amaro e in fondo inoblïabile il disgusto.

II.

Un altro maggio, e rinascean dai nocchi le gemme e il grano rimettea la spica, quand'ei rivide una figura amica compagna già di fole e di balocchi. Mutati, oh quanto! Ed ella con l'antica letizia, ei con un fuoco acre negli occhi. Ed ei non puro mise a la pudica tutti i fior del suo cuore in sui ginocchi. Un dì la giovinetta, a una parola attesa, si piegò, come nei prati fanno i narcisi sui fragili gambi. E poi?... Oh, come allora! I baci dati, come allora, ed i gesti, ahimè! d'entrambi! E quel disgusto gli salì a la gola.

III.

Le verginelle vanno a capo chino piangendo il fiore de' loro anni lieti, mentre i giovani cercano inquieti l'amor lontano ch'hanno sì vicino! Onde si fa deserto ogni giardino e gli usignoli tacciono e i poeti; mentre muoion tra l'erbe i fior segreti e sfogliansi le rose anzi il mattino... Sacrilego colui che a l'ugne ladre delle impure abbandona i giovinetti e le vergini bianche a l'oro immola: e spegne l'ineffabile parola che germina su labbri nuovi e schietti inizïante la Natura Madre!

In memoria.

Senza speranza d'alcun paradiso il morituro innanzi ad ogni cosa della vita passava col sorriso di chi guarda, vorrebbe ma non osa. Non osava. Temendo una gelosa rivale e da la vita già diviso ascoltava il suo cuore, senza posa precipitare il suo mortale avviso. Procedeva tra noi, gladïatori della vita, già vinto e già scïente, dissimulando il suo certo destino. Era di maggio, un lucido mattino. Rideva ancor del suo riso dolente, quando fu seppellito sotto i fiori.

Ella?

Ella guardava come chi saluta. Me forse? Visi dietro me lontani? Od assorti eran gli occhi, e negli arcani interïori l'anima perduta? Mi guardò: trasalì? Passò. Domani evocherò la forma, già caduta nel passato: e il ricordo agita, muta, fonde questo con gli altri segni vani... Così tra le stagioni fuggitive passano come i fior le imagin belle, cadon dal tempo nell'eternità. Così nel nostro cuor si forma e vive, nata da l'armonia di tutte quelle, l'Unica nostra... E forse non verrà.

Schiava.

Quando lo sposo, caro a' suoi, la tenne, ella aspettava con dolce sgomento. Ma il mistero dei corpi àpresi lento... E in braccia ignote senza gioia svenne. E ignora. Addio felicità ventenne del cuor, dei sensi, addio! Forse un momento palpiterà sotto uno sguardo intento, perchè più pesi il suo dolor perenne. E la vil tirannia! Le membra attorte, premute, vïolate e l'infinita nausea che l'empie nelle notti orrende! Ciò la natura ignora, nè sospende l'opera sua... Che sei, piccola vita plasmata d'odio e di pensier di morte?

L'Amica.

Come in un raggio i due spiriti onesti luceano. Un dì lo sguardo verecondo vide quegli occhi fatti ardenti e mesti: ebbe pietà... e cadde tutto un mondo. Si levarono entrambi, come desti da un malo sogno. Ma nitida in fondo agli occhi sta la visïone e i gesti d'entrambi, e tutto assume un che d'immondo. Or colei che non seppe esser sorella tende le mani a un ultimo richiamo, già piene di tesori, or fatte ignude... Oh fango! È il cielo che nella palude più caldo e intenso brilla e noi scendiamo in mezzo al fango a ricercar la stella!

La cortigiana e l'apostolo.

«Mi vuoi, lo so, perchè non chiesi il dono di te, perchè non t'amo e tu sei bella. Ambi seguiam la nostra via, tu quella della vendetta, io quella del perdono. Ambi figli di vittime, ci appella la stessa voce con diverso suono: tu se' colei che abbatte i forti, io sono quei che redime i vinti. Addio, sorella!» Così disse, e la bella si raccolse come una spada nella sua guaina, micidïale a quei che ne la tolse. L'apostolo nel turbine s'infranse che a guerra eterna uomini e dèi trascina. Su lui la cortigiana sola pianse.

Dopo il festino.

È sazio, cupo, solo. Con la bruma del sonno una tristezza maliarda scende. L'ultima face par che arda sovra una bara: muor torbida e fuma. S'accosta alla finestra. È l'alba. Guarda. Rinasce il mondo sempre? Si consuma la gioventù, la voluttà, la spuma della vita, e più nulla... Or che più tarda? E lentamente una figura scialba ondula emersa da la nebbia rara. «Sempre più triste, a che, importuna, torni? È troppo tardi per mutar miei giorni! è troppo tardi, o importuna e cara, che a notte affogo e che risorgi a l'alba!»

Nascita.

Sedeva nella stanza al buio fitto, raccapricciando. Or lento si conduce presso una porta, chiusa. Un fil di luce riga il suolo. S'appoggia immoto, ritto... E, chiusi gli occhi, pur l'assedia un truce quadro e l'attesa come di un delitto. Un letto: un corpo umano v'è confitto... un uom dentro vi fruga e un ferro luce. Oh dolce, dolce vittima! Oh dolore della carne che in dar la vita muore... Oh questo tempo oscuro ed infinito! Si comprime le tempia arse... Un vagito? —«Aprite! Aprite!...»—Ecco: un viluppo informe ignudo strilla... Ella non sente. Dorme.

Il gorgo.

Una barca si move, e dietro un lume pallido: un'ombra su la prora china, scrutando fra le tenebre, trascina qualcosa, grave, dietro sè, nel fiume. Lungi, presso la diga, ove le spume segnano un'ampia linea turchina un altro lume errante s'avvicina tremulo e cresce rosso tra le brume. I pioppi, eretti verso il ciel notturno, contemplano la luna in cenerine nuvole declinante verso i greti. Un motto breve passa, ed inquïeti errano i lumi ancora, e l'ombre, chine sul mistero del fiume taciturno.

Le zanzare.

Quando arrossano il mare i pigri soli tra cortine di sangue, alzi i tuoi lagni, piccola ombra assetata, da gli stagni sospingendo per l'aria umida i voli; e vagolando sopra i grigi stuoli che la fame urge ed i padron grifagni, la febbre con le molli ali accompagni, dal padre suggi e inoculi a' figlioli. Un contatto, un ronzio rapido, e punge l'esile avviso i cuor, come di lunge voci d'oblìo sovra le fronti oppresse. E geme ognuna come se tenesse, piccola, un peso immane. Dentro d'esse l'Ospite, immensa come l'ombra, giunge.

Sull'altura di Greenwich.

Ancora v'è un paese ove il sol biondo dipinge inesauribili giardini? Qui tutto affoga dentro il fiato immondo che vomitan le gole dei camini. Grandi antenne su plumbei bacini solcano un orizzonte senza fondo, ove s'ammucchia da tutti i confini la ricchezza e la schiavitù del mondo. E in questo nembo i desiderî ladri s'azzuffano, ed in lor trame irretita la generosa Terra s'incatena. Vivere è dunque sì tremenda pena? Ah se quest'è necessità di vita, inaridisca il grembo vostro, madri!

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