A CESARE BALBO (continued 2)
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E questo giornalista, che dal solo fatto della tranquillità dello stato romano al momento della sommossa di Rimini ha cavata la conseguenza che i sudditi pontificii son contenti, e che gl’Italiani non hanno pensiero della loro indipendenza, ha spiegata la cosa precisamente a rovescio; e sappia che la principal cagione della detta tranquillità, anzi la sola, è stata il non voler turbare e compromettere inopportunamente la causa generale e veramente nazionale dell’indipendenza.
E se nella prima pagina di questo scritto ho esposto le ragioni che mi muovono a biasimare i casi di Rimini, ho anche ringraziato Iddio di non aver chiusi all’evidenza gli occhi dei più; e mi giova qui ripetere questo ringraziamento, ed estenderlo a tutti quelli fra gl’Italiani che sostengono virilmente le loro miserie private, per non far più dure ed insanabili quelle della patria comune.
Delle operazioni degl’insorti di Rimini, durante la loro breve signoria, n’hanno dette vergognose e vili menzogne i fogli ufficiali e pagati; vergognose e vili, perchè chi è potente dovrebbe contentarsi della forza, e vergognarsi di usar la frode e la bugia. Tutti gli onesti cittadini riminesi sono testimoni che gl’insorti osservarono modestia e moderazione civile grandissima. Non una vendetta, non un insulto o un’offesa fu commessa o sofferta in quella breve libertà, a sfogo d’ire pur tanto antiche ed acerbe. Gli uomini che erano ai pubblici uffici vennero tutti rispettati e lasciati ai loro posti. È infame calunnia il dire che si sia chiesto, o voluto a forza danaro dai privati o dalla Cassa di risparmio.
Dalle casse comunali e camerali furono presi tremila scudi, per usarli al sostentamento della truppa, alle corrispondenze ed agli altri bisogni del momento. Si può disputare sulla convenienza o l’onestà dell’atto d’occupare lo stato; ma è conseguenza necessaria, e comune in questo caso d’occupazione, comunque succeda, l’insignorirsi al tempo stesso de’ modi di sovvenire alle spese, che mai non posson sospendersi, qualunque sia il reggimento. Perciò si potrà condannare e tener colpevole l’atto di porsi in luogo del governo esistente, ma dar taccia di ladro a chi, dopo averlo occupato, adopera i suoi modi d’azione, è sciocchezza che non è creduta neppur da coloro che tentano usarla e farla credere a proprio profitto e ad infamia de’ loro nemici.
Uscendo da Rimini non portarono con loro gl’insorti se non quel poco che avevan di proprio, e ciò è tanto vero, che que’ generosi ed infelici uomini giunsero al confine toscano laceri e bisognosi di tutto, e per umanità del granduca raccolti e soccorsi da’ suoi ministri, furon provveduti nelle loro necessità, e non caddero almeno di fame e di stento sulla strada che li conduceva alla terra d’esilio.
L’atto del granduca, giudicato variamente in Italia e fuori da’ principi e da’ popoli, ha destato dispetto in Austria, dispetto misto d’invidia forse in qualche principe italiano, gratitudine ed ammirazione tra noi popolo: e pensando a que’ nostri sventurati fratelli, perseguitati e cacciati come belve per l’Apennino da’ birri e svizzeri papali; stanchi, feriti, laceri, presso a cader nelle mani di chi li avrebbe condotti al patibolo od alla catena de’ galeotti, vedendoli poi, giunti al confine toscano, respirare dalle fatiche e dai terrori della caccia sofferta, vedendoli consolati, soccorsi, avvinti con pietosa cura al loro triste viaggio, non abbiam lingua che basti a dire l’umanità del loro salvatore, non abbiam cuore che per benedirlo e ringraziarlo, non mente che per lodarne la virtù: e se ci offende il pensiero che un principe italiano abbia condotti i suoi sudditi, nati d’un istesso sangue, parlanti la sua stessa lingua, a cercar salvezza tra le braccia di principe uscito di sangue austriaco, lo sdegno che ci si desta in cuore contro quel primo, non rende punto minore il rispetto e la gratitudine che c’ispira la generosa umanità del secondo[6].
Mentre il moto di Rimini si risolveva nel modo che abbiamo narrato, i dugento della montagna di Faenza, più tenaci nel proposito di venire ad ogni modo alle mani, s’andavano accostando a’ loro consorti, ed avrebber potuto facilmente tagliar la via a due compagnie di Svizzeri, che, partite da Bologna, venivano lungo l’Emilia verso la marina, se di questa mossa avessero avuto notizia. Giunti alle Balze, luogo poco sopra Brisighella, e presovi alloggiamento in varie case, distanti gli uni dagli altri, e tra loro separati dal fiume, si posarono quivi la notte; sul far dell’alba una loro guardia avanzata di quindici o venti uomini, alloggiata in un casale isolato, venne all’improvviso assaltata da una compagnia parte di Svizzeri, parte di finanzieri e volontari. Quest’assalto non fu però tanto repentino, che non desse campo ad una sentinella di dar l’all’erta a quelli del casale, che, armatisi in fretta ed usciti contro ai nemici, ne sostennero virtuosamente l’impeto, benchè di forza a lui tanto inferiori; e, favoriti dall’asprezza de’ luoghi, con molte morti e molte ferite dopo breve battaglia li ributtarono, tanto che venivano a mano a mano retrocedendo.
Il fiume gonfiato per le pioggie della notte, rendeva impossibile a quelli che eran rimasti alle Balze di correre in aiuto de’ loro; parimente impossibile a questi quindici o venti far frutto veruno contro un numero d’uomini tanto maggiore, seguitando ad inseguirli in luoghi più aperti; convenne loro dunque lasciarli andare, e trovar modo di ricongiungersi al loro piccolo esercito. Venutine a capo, e tutti insieme desiderando pur sapere più certe notizie delle cose di Rimini, prima di mettersi in altro, seguitarono il loro viaggio, e giunti l’indomani in Civitella, piccol luogo discosto dallo stato toscano, intesero com’erano andate le faccende di là, e non trovando oramai modo di reggersi, nè vedendo che ragionevolmente fosse per allora altro da fare, presero anch’essi il partito di rimettersi all’umanità del granduca, e si presentarono ai suoi confini.
Questa è la breve istoria degli ultimi casi di Romagna. Così per la loro mole di poco momento, se vogliamo, ma segno infallibile di condizioni gravissime nello Stato e nell’intera nazione, e perciò da considerarsi seriamente e diligentemente da tutti.
Io mi son ingegnato farle in parte palesi col mio discorso, senza passioni di parte, o riguardi di persone, di condizioni o di stato, e quantunque non abbia detto tutto quanto si potrebbe dire sui modi tenuti dal governo romano, credo aver detto assai per far nota la verità a chi è capace d’intenderla e d’accettarla.
Preghiamo Iddio che ne facciano il loro profitto coloro cui più importa, coloro che reggono il popolo, e tanto sicuramente vanno mettendo il capo in bocca al leone, non col conscio ardimento dell’uomo che conosce il pericolo e lo vuole affrontare, ma coll’improvvida temerità del fanciullo che l’ignora.
La Romagna e l’intero stato si mostra tranquillo, e può dirsi di lui quello che fu detto della Polonia: L’ordre règne à Varsovie; ma non prendan lo scambio su questa tranquillità. Non l’otterrà vera nè durevole il governo del papa co’ nuovi tribunali di sacra Consulta, instituiti a cessar almeno la troppa infamia annessa al nome di Commissioni, ma in effetto simili a queste nell’opere e negli uomini che li compongono: non l’otterrà col terrore[7] delle carcerazioni, che si moltiplicano tuttora in Rimini e nelle Legazioni, quantunque i veramente partecipi agli ultimi moti sien tutti usciti dello stato: non la otterrà coi bestiali modi che usa co’ prigionieri politici, trattati come assassini e ladri, e tenuti alla catena con loro contro il costume di tutte le nazioni colte, tantochè uomini gravi, spettabili per talenti, per grado e per costume civile, compianti e desiderati, nonchè dalle loro famiglie, dalle intere città, soffron la compagnia de’ più vili ribaldi in Civitavecchia, San Leo, Forte Urbano e Civitacastellana, sostenuti a quel modo la maggior parte senza prove legali, e senza che molti di loro abbiano in lunghi anni di prigionia (dico cose che tutti sanno) veduto pur la faccia d’un esaminatore o d’un giudice; non l’otterrà col moltiplicare a propria guardia le baionette mercenarie, come si dice intenda ora di fare: ma l’otterrà colla giustizia, colla carità, col perdono ch’egli predica, e non vuol praticare; l’otterrà coll’osservare una volta la santa legge che insegna, l’otterrà collo scendere agli onesti accordi che chiede a lui l’opinione dell’universale.
L’età nostra è acerba ai principi, ed aspra di ostacoli e difficoltà gravissime, ma la più fatale per loro sta nel non conoscere, e forse nel non voler conoscere, quella moltitudine che s’agita impaziente alla base de’ loro troni; nell’ignorarne i pensieri, i desiderii, le necessità, le forze, o forse nel credere di poterle sprezzare.
Non v’è principato, non autorità al mondo che possa star su altra base che sull’opinione, sul consenso dell’universale. Unico legame che impedisca l’umana società di dissolversi è l’idea d’un diritto ammesso da tutti. I diritti dell’Impero nel medio evo, ed il diritto divino hanno servito di cárdini al mondo finchè il mondo ebbe fede in loro: ora questa fede è spenta, e nessun potere umano lo può oramai ridestare. All’antica fede in que’ diritti n’è succeduta una nuova: la fede nel diritto comune. I primi ad abbracciarla, come tutti i nuovi credenti, son trascorsi ad eccessi, combattuti da eccessi contrari; e questa è l’istoria dell’età nostra da circa sessant’anni in qua. Le due forze tra le quali progredisce il mondo, poste a contrasto, hanno seguita la legge dinamica per la quale due spinte in senso divergente producon la media diagonale. L’idea del diritto comune, purgata da’ contrari eccessi, è fatta universale oramai; è l’opinione di tutti, e l’opinione, l’abbiam detto, è la vera dominatrice del mondo.
Non pensino i principi poter venir seco a battaglia ed averne vittoria: se gli adulatori, i cortigiani dicon loro che Luigi XVI, Carlo X in Francia, Carlo V in Ispagna, don Michele in Portogallo e tant’altri son caduti soltanto per trame di settari, per tradimenti di ribelli, per vertigini di filosofi, per passioni ingorde, sfrenate, nemiche d’ogni ordine civile, non credano a costoro.
Son caduti loro e i loro diritti, percossi dall’opinione. Tutti i ribelli, i settari, i filosofi insieme non li avrebbero mossi d’un dito se avessero avuta l’opinione per loro.
Si specchino nel governo più potente dell’universo, nell’Inghilterra; a tutto ed a tutti si sente atto a resistere, ma si piega riverente all’opinione. Essa volle la riforma elettorale, e le fu data. Volle l’emancipazion dei cattolici, e l’ebbe. Ora vuole che i ricchi dell’aristocrazia non possano, a loro profitto, far morire il povero di fame, e mentre scrivo, Torys e Wighs, ministri ed uomini di stato, la regina, i suoi grandi s’agitano, non han riposo nè dì, nè notte, incalzati dalla sua voce, e tremanti di tardar forse troppo ad ubbidirne i comandi.
Ma questa padrona del mondo ha anch’essa un padrone al quale serve, che la muove, la dirige a’ suoi fini, e questo padrone è Dio: e Dio la scatena a sua posta contro l’iniquità; e di quali modi si serve per iscatenarla? di modi che, in verità, paiono uno scherno alla vanità dell’umana sapienza. L’Inghilterra appunto ce ne presenta ora un notabile esempio.
Il saldo ed antico edifizio della sua aristocrazia, opera di secoli, orgoglio di tanti potenti ingegni, che l’Europa, guidata da Napoleone, non valse a crollare, vacilla ora forse percosso da potenza maggiore della sua? Ad ottener quello scopo al quale furono scarse le forze dell’Europa e di Napoleone, s’è forse stretto in lega l’intero mondo? Vediam forse che Iddio muova guerre, eccidii non mai sentiti, sprigioni gli elementi contro quella vecchia e sinora inconcussa ingiustizia? Nulla di tutto ciò. Egli infetta la radice di quella pianta che nutre il popolo, infetta le patate: con questo vile istrumento, forse a deridere la superba impotenza dell’uomo, egli opera quello che le forze riunite dell’universo hanno tentato e tenterebbero forse indarno.
In questo fatto sono due insegnamenti importanti per ogni governo. Il primo, che Iddio si stanca alla fine di soffrire l’iniquità, e che poco gli costa l’abbatterla: e se la lezione non è nuova, sarebbe per avventura cosa nuova per gli uomini il trarne profitto.
Il secondo, che il governo inglese, per quanto si senta forte, non crede esserlo tanto da potersi mantenere contro l’opinione dell’universale, nè poter fare senz’essa; ed anzi, che non per altra cagione egli è forte e potente se non perchè non se ne stacca mai, nè mai si sposta da quell’ampia e solida base; ed ov’essa si muti, anch’esso si muta, ancorchè questa mutazione offenda gli uomini che in esso hanno maggiore autorità: come accadde ne’ suddetti casi della riforma e dell’emancipazione, e sta ora per accadere nel fatto della legge delle biade.
Ora quello che non può il governo dell’Inghilterra, non creda poterlo nessun altro, e meno d’ogn’altro il governo di Roma.
Come principato antico, e principato ecclesiastico, egli può ancora avere forza grandissima, ove la sappia usare; ove sappia seguire l’esempio dell’aristocrazia inglese, mutarsi a tempo a seconda dell’opinione, accondiscendere alle sue oneste domande, e conoscere che conviene talvolta concedere di buon grado una parte per non essere spogliato poi violentemente del tutto.
Ma egli, invece, trascurando quella forza che è la vera, trascurando quella tutta sua propria ch’egli ha come principe ecclesiastico, e perciò tenuto in riverenza dai cattolici di tutto il mondo, si vuol appoggiare alle due forze più invise all’opinione non solo d’Italia, ma di tutta la civiltà cristiana: forze che, rovinando (e ciò accadrà prima o poi), lo faranno rovinare con loro: e sono, in casa, le armi mercenarie; fuori, le armi straniere.
Le mercenarie, oltre i danni già detti, recano ad un principe il massimo di tutti, quello di torgli riputazione d’esser principe amato da’ suoi sudditi: e veramente, ancorchè fosse odiato dagli uni, purchè fosse amato dagli altri, potrebbe, coll’aiuto di questi, raffrenare i primi.
Ma il fatto di provvedersi d’armi mercenarie, dimostra che non ha nel suo stato in chi fidarsi: dimostra perciò ch’egli non è amato da nessuno; ed allora il suo principato non si fonda se non sulla violenza, tenuta da tutti per modo che implica illegittimità; e mancando questa violenza, è forza che rovini.
Le armi straniere, vale a dire la protezione dell’Austria, lo mantengono bensì in piè materialmente e violentemente; ma, come le mercenarie, mostrano che non può far verun fondamento sui sudditi propri: di giunta poi lo rendono odioso agl’Italiani, che ogni dì più s’accendono per l’indipendenza, e vedono rinnovarsi a danno di questa l’antica colpa del papato, di chiamar in Italia gli stranieri onde valersi di loro contro gl’Italiani: e fuori d’Italia agli uomini onesti, ancorchè caldi cattolici, è brutto spettacolo veder l’Austria tener pe’ capelli la Romagna, onde possa il papa farne quel governo ch’ei vuole. E di qui avviene che in Italia e fuori d’Italia, non solo i protestanti od altri avversari di Roma, ma gli stessi cattolici più a lei devoti, e gli stessi preti, ove non sien mossi da private passioni, si spogliano d’ogni stima pel principato temporale del papa, lo predicano dannoso alla fede ed alla religione, lo vorrebbero o tolto affatto, o ristretto almeno in brevi confini: in una parola, le due forze sulle quali vuol reggersi non potranno aiutarlo alla prima occasione di qualche grave disordine nell’equilibrio d’Europa, ed ognun vede quante prossime, per non dire imminenti ve ne sieno; e se non saranno le dette forze atte a salvarlo allora, sono atte bensì, anzi le più efficaci, ora a togliergli la sola, la vera forza che in ogni tempo ed in ogni occasione sarebbe la sua più sicura difesa, quella del consenso dell’opinione universale.
Conosco, e le conosce ognuno, le gravi difficoltà che, a volerla far sua, circondano il governo di Roma. Enumerarle tutte sarebbe materia d’un volume, e non lo credo necessario al mio proposito. Accenno soltanto quella che a me sembra la massima, e che di tutte le altre è l’origine. Per mutare o migliorare gli ordini d’uno stato bisogna esserne signore di fatto, non di nome: bisogna che la potestà (stia in un principe, o in una oligarchia, o in un’adunanza popolare, poco importa) abbia modo di farsi ubbidire, ed abbiam mostrato che il papa non l’ha questo modo; credendosi principe assoluto, non lo è. Egli siede al governo d’una nave che non risponde al timone, e finchè non avrà trovato modo a racconciarlo, egli giammai potrà dirigerla a buona via. Egli è posto nella necessità d’usare istrumenti che gli sfuggon di mano, e non l’ubbidiscono: ma questo vizio è meno degli uomini, che degli ordini.
Gli uomini sono più o meno mossi per tutto dal loro utile privato. Però negli altri stati i ministri, nati dell’istesso popolo, e legati ad esso ed al principe in molti modi, conoscono essere il loro utile privato connesso, per dir così, con quello del pubblico, non solamente pel tempo presente, ma, avuto rispetto alle famiglie, anco pel passato colle tradizioni, e per l’avvenire colle speranze. Non è così nel principato ecclesiastico. Ogni pontificato co’ suoi ministri, e quanti hanno uffici da lui, forma, per dir così, un sistema isolato e da sè, che non ha nè precedenti, nè susseguenti (mi riservo però un’eccezione): tutti i disegni, tutti gli atti del governo son riferiti ad una misura, e questa misura è la probabile durata della vita del pontefice. Guidati da un dato così incerto, tutti coloro che sono in qualche ufficio, uomini la maggior parte esteri e non uniti allo stato che reggono da verun vincolo, pensano ad assicurarsi il maggior bene possibile, e ciò nel minore spazio di tempo possibile. Per questa cagione, se anche salisse al pontificato un uomo dotato d’alta sapienza nell’arte dello stato, e d’ugual virtù per usarla ad utile pubblico, e senza pensiero di sè stesso, se questo pontefice volesse risolutamente riformare gli abusi, che sono il profitto di tanti, e perciò vietar loro l’occasione di avvantaggiarsi, costoro non gliel consentirebbero, nè vorrebbero ubbidirlo, nè egli avrebbe modo a costringerli, come abbiam detto, e troverebbero sempre via o segreta od aperta d’eluderne le intenzioni, e il minor danno a cotal pontefice sarebbe il non poter far frutto nessuno.
Dicendo che ogni pontificato forma un sistema da sè senza antecedenti nè susseguenti, mi sono riservata una eccezione: eccola. Il solo anello che concateni un pontificato con quello che gli ha a succedere, è la paura d’un avvenire che nessuno può prevedere. Ognuno de’ ministri del governo, volendo non solo mantenere l’ufficio ch’egli ha, ma salire ad uffici maggiori, deve aver rispetto non tanto a coloro che hanno autorità nel pontificato presente, ma a coloro insieme che potrebbero salire in grado nel pontificato futuro: e siccome per gli ordini dello stato i gradi sono aperti a tutti gli ecclesiastici, ed è insieme impossibile leggere nell’avvenire d’ognuno, ne nasce che l’andamento degli affari pubblici è complicato, più assai che altrove, d’infiniti rispetti a privati e per mire private; e questo unico vincolo che unisca il presente al futuro, è, come ognun vede, di danno anzichè di vantaggio allo stato.
Dunque, restringendo le molte parole in poche, dico che il pontefice avrebbe grandissima difficoltà cogli ordini presenti a secondar l’opinione riformando il suo stato, perchè non ne è veramente padrone. Non è padrone, perchè non vi son leggi universali ed ubbidite, nè istituzioni salde che abbian profonde radici nel popolo; perchè invece egli regge per via di ministri che operano ad arbitrio, e quest’arbitrio che usano ora contro i sudditi, e l’usano male, per esser la maggior parte esteri che cercano fortuna, ed hanno l’occasione misurata ed incerta, l’userebbero contro il principe quando volesse correggerli a danno del loro utile privato.
Ma il dire una cosa difficile, è dirla al tempo stesso possibile. Sono tali e tante le necessità ed i pericoli dello stato, ch’egli deve fare ogn’opera affinchè questo possibile si mandi ad effetto; e certo, ogn’altro stato che non fosse come questo, retto, per dir così, a vitalizio, cercherebbe riparare validamente a disordini che possono trarlo a prossima rovina. Tuttavia anche fra gli uomini di Roma sono molti, e ne conosco, che vogliono il bene: pensino che l’occasione è grave, nè può esservi dubbio oramai sull’urgenza di provvedersi contro un futuro più o meno remoto, ma infallibile apportatore di grandi sventure.
Conoscere il male è sempre più facile che trovarne il rimedio.
Quantunque io non mi creda atto a tanto, credo tuttavia mi sia lecito, senza dar segno di troppa presunzione, esporre meno forse le mie idee su quest’argomento, che quelle d’uomini per prudenza ed amor patrio degni di grandissima riverenza.
Le principali e più importanti furono espresse in un articolo della Gazzetta Italiana del 25 ottobre scorso. Articolo anonimo, del quale tuttavia credo indovinar l’autore. Se io m’appongo, l’autorità dell’uomo accresce peso agli argomenti: s’io sbaglio, accetto sempre ciò che tengo per vero e per utile, ovunque l’incontri e da chiunque mi venga.
Abbiamo veduto che gli ordini presenti dello stato papale, oltre ad esser dannosi al governo dei popoli, hanno in sè l’altro peggior danno, d’esser inetti e ripugnanti per loro natura ad ogni miglioramento. Convien dunque trovarne de’ nuovi. Per isciogliere un problema così difficile, l’ordine e la chiarezza delle idee non è mai troppa, e mi par necessario prender la questione da’ suoi principii.
La sovranità del popolo, furiosamente combattuta dagli uni e difesa dagli altri a’ tempi nostri, è parola che, appena pronunciata, suscita discordia: ma si potrebbe mutarla in un’altra, che verrà certamente accettata da tutti, ed esprimerà forse più esattamente la verità: dire il consenso universale, e prenderlo in politica per la base del diritto.
E chi non volesse ammetterlo come base del diritto in astratto, dovrà sempre concedere sia base del diritto pratico, sia base del fatto.
Ed in prova della mia asserzione: perchè lo stesso diritto divino, e gli altri diritti in apparenza più opposti al principio della sovranità del popolo, sui quali s’è fondata pel passato l’umana potestà, hanno essi potuto sostenerla? Perchè tutti credevano in loro, ed è lo stesso che dire pel consenso universale.
Ora se il papa è divenuto principe per le donazioni di Pipino, di Carlo Magno, della contessa Matilde e d’altri, perchè è stato tenuto perciò principe legittimo? Perchè l’universale consentiva nel creder legittimo questo modo d’acquistare, nel credere quelli che donavano legittimi possessori della cosa donata; e si comprende che se l’universale avesse creduto tutto all’opposto, non solamente questo acquisto, questo principato non sarebbe potuto durare, ma neppur sarebbe venuto in mente nè agli uni di concederlo, nè agli altri d’accettarlo.
Ma le età sono mutate, e nella nostra, ove si crede non sia legittima la vendita dei Neri, sarebbe strano se si credesse legittima la donazione dei Bianchi.
Si deve dunque riconoscere che l’idea sulla quale posava la legittimità del principato ecclesiastico, come di tant’altri, più non esiste. Le fondamenta dell’antico edifizio sono state corrose e scavate dal tempo, e l’edificio è in puntelli.
Le nuove fondamenta, le sole sulle quali oramai egli possa reggersi, sono nel diritto ammesso dal consenso universale, nel diritto comune. Vediamo che a questo principio si vanno le une dopo le altre accostando tutte le nazioni civili; i principi stessi, repugnanti o no, gli si sottomettono, e la tendenza di tutti i popoli a cercare e volere istituzioni che definiscano e conservino il diritto d’ognuno, lo dimostra abbastanza.
Queste idee, questi desiderii non son nuovi. Nuovo piuttosto in Occidente, e tra’ cristiani, è il principato assoluto senza contrappeso o divisione d’autorità. In tutti gli stati furon sempre corpi o legislativi o politici o municipali, i quali se talvolta non esercitavano potestà di fatto, almeno ne mantenevano il diritto; e ciò è durato più o meno per tutto, sino a Napoleone, che più d’ogni altro si sentì forte e più d’ogni altro rese illusoria, anzi nulla la loro azione. Egli più d’ogn’altro avvezzò i popoli all’ubbidienza passiva, lasciò alfine in eredità ai re ed ai popoli la fede nell’onnipotenza del principato, lasciò ai sovrani il suo scettro, ma non potè lasciar loro il suo braccio. I popoli, rimessi dallo spavento di quella tremenda, ma breve potenza, più non credono all’onnipotenza de’ principi, e riprendono quella strada sulla quale si sono bensì arrestati talvolta, ma senza deviarne giammai.
Il principato ecclesiastico, come gli altri, fu già contenuto da giurisdizioni popolari o personali; e dovrei forse dire aiutato, poichè gli permettevano volgersi con meno impacci alle cose spirituali ed esercitare con maggior libertà l’alto suo ufficio.
Riordinar lo stato su queste forme, usando l’esperta sapienza acquistata dalla civiltà moderna a scuola tanto lunga e sanguinosa, stabilire che «il papa regni, e non governi» è forse il solo modo di ridonar vita e vigore al suo principato sfinito e morente. Concedere con prudente distribuzione l’autorità nello stato ad uomini dello stato, che v’hanno diritto ed interesse, ed escluderne gli estranei, ai quali le sole vie della gerarchia ecclesiastica si dovrebbero aprire, è riforma tenuta inevitabile dal consenso universale, è riforma voluta dalla giustizia. Fu promessa o in parte o per l’intero, dopo i casi del 31. La promessa non fu mantenuta, ed a ciò non v’è scusa; ma da questo fatto è resa appunto più che mai potente la necessità di cancellare la macchia prima d’ingiustizia, resa più brutta poi da quella della mala fede.
Queste poche linee racchiudono, lo so, gravissimi fatti: racchiudono disegni che vogliono ingegno, prudenza e fortezza grandissima in chi abbia a farsene esecutore. Vedo, mentre scrivo, il sorrider degli uni, lo scrollar del capo degli altri nel leggermi; ed io stesso, conoscendo gli ordini presenti dello stato, le invecchiate abitudini, le tradizioni di governo, mi spaventerei di tanti ostacoli se non tenessi per fermo, che l’amor del giusto e la buona fede soprattutto in chi comanda, avrebber bastante forza a superarli.
In cose di stato sono da fuggirsi le troppo rapide transizioni, perchè si può bensì proclamar monarchie, costituzioni, repubbliche, ma nessun potere umano può far repentinamente un popolo monarchico, costituzionale, repubblicano, s’egli in effetto non lo è per i suoi costumi e per le sue opinioni. Tutte le ferocie del Terrorismo non valsero a far repubblicani i Francesi, che non lo erano. Non bastarono le copie di costituzioni straniere fatte venire in Italia nel 21 per render costituzionali gl’Italiani, che neppur essi allora non lo erano. Le instituzioni d’un popolo possono assomigliarsi alle armature. L’uomo vi s’avvezza dentro a poco per volta, e se fatte con diligenza alla misura e secondo la forza della persona, la proteggono e l’aiutano; se prese a caso da altri, l’impacciano e l’offendono.
Ma con prudente degradazione, purchè sia condotta, come ho detto, dall’amor del giusto, da volontà ferma e da somma lealtà d’intenzioni, potrebbe il governo di Roma, purchè lo volesse, ottenere ciò che a prima vista sembra difficilissimo, per non dire impossibile.
Non è mio disegno discutere nè consigliare i modi da tenersi in quest’impresa. Non credo, prima di tutto, che ne’ modi stia il maggior ostacolo; non mi credo poi esperto abbastanza a cotal discussione, nè che manchino al governo di Roma uomini d’ingegno e di prudenza sufficiente a chiarirla e condurla a buon fine. Mi contento di dire che l’edificio minaccia, ed in questi casi chi vi sta sotto ha la scelta o di venirlo racconciando con prudente consiglio, o di aspettar che il tetto gli rovini in capo.
Ma anco senza mutare gli ordini presenti, anco senza por mano a riforme fondamentali, potrebbe il governo tener modi che servissero a rannodargli l’opinione, ad acquistargli favore e riputazione, a purgarlo dall’accusa d’essere nemico d’ogni progresso. Perchè, verbigrazia, vietare a’ suoi dotti il concorrere agli annuali congressi? Perchè vedere un pericolo dove l’Austria medesima non lo vede?
Perchè non rinunciare ai vergognosi profitti del lotto? Lo so, per ragioni economiche. Ma non è cosa oramai troppo brutta veder il capo della religione tener la porta aperta ad un vizio cotanto dannoso e corruttore, cagione al popolo di tanti errori, mentre gliel’hanno chiusa le nazioni più civili? Ristringer le spese, ma ottener nome di conseguente ai principii d’onestà e di morale che insegna, non sarebbe, a conti fatti, maggior guadagno?
Perchè opporsi o apertamente o di sottomano ad ogni prova di migliorare l’educazione, l’istruzione del popolo?
Lo so; dirò anche qui, perchè in queste prove crede veder un vasto disegno di liberali per mutare lo stato. Ma, lo ripeto, crede egli correr pericoli maggiori dell’Austria? E se confessasse crederlo, non sarebbe questa la più accusatrice di tutte le confessioni? Non è forse troppo vergognoso che, mentre si fa guerra ad Aporti, al suo Manuale, alle sue scuole, si permetta dalla censura Il libro dell’Arte, libro de’ sogni per vincere al lotto, l’Indovinagrillo, ec., ec.? Bello veramente e morale insegnamento pe’ popoli!
Io amo la lealtà, e, lo concedo, l’istruzione del popolo muterà lo stato alla lunga, e renderà impossibile il ritorno di tanti abusi. Ma quest’istruzione si sparge inevitabilmente per tutto. Il governo papale n’è cinto, n’è assediato, e non potrà riparare di non esserne invaso alla fine, e nessuno gliene avrà grado. E poi, se l’istruzione fa le rivoluzioni, le rende insieme meno sanguinose e sovversive. Il popolo francese, meno educato, allagò la Francia di sangue, l’ottenebrò di sacrilegi, di rapine, ammazzò il suo re, e non ebbe misura nel suo scatenarsi. L’istesso popolo, più educato, combattè gloriosamente tre giorni, vinse, non macchiò la vittoria nè d’una vendetta, nè d’una rapina, e si tenne pago a strappar la corona ad un inetto, per collocarla in capo ad un forte e prudente.
Gli uomini, come i bruti, più sono stupidi, più, è vero, si piegano al giogo; ma se una volta lo scuotono, più sono stupidi, e più tremenda ed irrefrenabile è la lor vendetta.
Perchè opporsi inesorabilmente alla costruzione di strade ferrate? Sempre per lo stesso motivo. Pel timore che portino meno merci, che idee. Ma un popolo impoverito, e lo sarà inevitabilmente quello che non si provveda di questi nuovi modi di circolazione, mentre li acquistano i suoi vicini, credesi forse non abbia idee pericolose a chi lo regge?
Credesi forse, che la povertà, l’invidia dell’altrui ricchezza, la vergogna di sentirsi tanto da meno degli altri, non generino idee e passioni che partoriscono alla fine effetti assai più importanti d’ogni propaganda?
Il commercio (lo sa ognuno, e n’abbiam dato un cenno) ha già ripresa, e sta per riprender ancor più l’antica via per la quale vennero a tanta potenza e ricchezza Pisa, Amalfi, Venezia, Genova, Firenze, per la quale l’Italia nostra divenne l’emporio dell’Europa, e la più civile tra le nazioni cristiane.
Se all’epoca (non certo lontana) in cui il commercio, passando per l’istmo di Suez, si getterà di nuovo ed unicamente dal Mediterraneo nel mar Rosso e nell’Indiano, se allora, dico, l’Italia sarà attraversata in tutta la sua lunghezza da una strada ferrata, è evidente quali immensi profitti ne potrà ricavare. Agli uomini ed alle merci metterà conto, tanto più nell’inverno, tener piuttosto la via di terra, che quella di mare per trasferirsi nel settentrione d’Europa; e se il governo di Roma s’ostina a render impossibile questa strada, s’egli la vuole interrotta e perciò inutile, qual anatema universale non si tira egli addosso dall’intera Italia? Quali scherni, quale sprezzo dall’Europa intera, dalla civiltà, dall’opinione universale?
Egli teme il passo degli stranieri, e gli par forse che già troppi ne vengano. Lo so, gli stranieri talvolta portano la corruzione, e ciò forse accade in Italia. Ma perchè? Perchè è povera e debole. In parecchie città, e più che altrove in Roma, moltissimi, non avendo altro modo d’aiutarsi, aspettano, è vero, lo straniero, e, per farvi su grossi guadagni, si contentano di porsi in condizioni abbiette e vergognose. Ma apransi agl’Italiani modi liberi, virtuosi, onorevoli di guadagno, e si vedrà se continueranno a rendersi vilmente servi all’oro straniero. E per prova, anco altri popoli sono visitati da stranieri; essi vanno in Francia, in Germania, per tutto; e s’ode dire forse che avviliscano o corrompano codeste nazioni?
E per qual cagione non si dice e non è? Perchè a codeste nazioni sono aperte vie libere ed onorevoli di arricchire, indipendenti dal viaggiatore straniero, sul quale profittano per un di più: e sentendosi indipendenti da esso, lo trattano alla pari senza lasciarsi nè avvilire dal suo denaro, nè sottomettere dalle sue usanze e dalle sue opinioni.
Ad un popolo ignorante, debole e povero, tutto si muta in veleno: gli lascino usar liberamente i doni di Dio, non gli tolgano le forze e con esse il senso della propria dignità, divenga colto, ricco e potente, e poi non temano nè forestieri, nè la loro corruzione, nè le loro influenze.
Che al governo di Roma, composto ora esclusivamente d’ecclesiastici, paia grave cedere l’autorità a’ secolari, sottomettersi a riforma fondamentale, ammettendo la massima che il papa regni e non governi, si comprende. Per quanto sia oramai cosa evidente per tutti e per lo stesso governo, che a questa mutazione bisognerà a forza rassegnarsi o prima o poi; per quanto si possa dire che il por mano con prudenza, con volontà efficace e sincera, a condurre senza scosse codesta riforma a buon fine, sarebbe atto di giustizia e sapienza di stato, degno del rispetto e dell’ammirazione universale, tuttavia, lo ripeto, si comprende che al governo paia grave e doloroso sacrificio, essendo nella nostra natura lo spogliarci sempre malvolentieri ed a stento d’un qualunque bene.
Ma in verità non si comprende per qual cagione egli ricusi promuovere le riforme affatto secondarie ora accennate, che neppur posson chiamarsi riforme, e non sono se non miglioramenti dimostrati necessari dall’esperienza, che non solo non sarebbero di pericolo al governo, ma lo difenderebbero invece dal pericolo reale, ogni dì più grave ed urgente, di venire sconvolto ed abbattuto da’ suoi sudditi, giustamente impazienti di tanti mali, appena n’abbiano modo ed occasione.
Ma di cotali accecamenti sono piene le storie; n’è piena la storia d’Europa da settant’anni in qua, come è piena al tempo stesso delle rovine che ne sono stata la conseguenza. Di tutte le cose utili, la meno utile e praticamente profittevole è veramente l’esperienza; forse per arcana disposizione di Dio, che alle cose umane volle imposta condizione mutabile ed inferma.
Vorrà il governo di Roma seguire i consigli racchiusi in queste poche pagine, consigli da me soltanto esposti, ma non miei, e dati invece dall’opinione di tutta Europa? Non lo so... e forse dovrei dire lo so, affinchè, separandomi dal mio lettore, non serbasse l’idea ch’io sono di troppo beata semplicità.
Comunque sia, ho creduto utile all’Italia, e lo credo atto da imitarsi (mi si perdoni se v’è presunzione in queste parole), il protestare a viso aperto contro le ingiustizie che da noi si soffrono, qualunque siano e da chiunque ci vengano.
Quest’idea mi conduce ora a volgermi ai sudditi pontificii, e più particolarmente ai Romagnoli, i quali, lo prevedo, mi diranno: «Voi biasimate ogni moto popolare, e lo tenete dannoso; ma se il governo non si muta a nostro riguardo, dovremo dunque sempre soffrire e tacere?».
Quest’interrogazione è pur troppo dolorosa, e ragionevole al tempo stesso, e dovendo pur rispondervi, dico esservi tra il soffrire e tacere, ed il levarsi popolarmente in armi, che sono i due opposti estremi, molti gradi intermedii. De’ due opposti, il primo si è fatto oramai insoffribile; il secondo è dimostrato inutile e dannoso, non dalle mie parole, ma dall’esperienza. Resta ad esaminare quali vie rimangano aperte ed accettabili.
È cosa tenuta per innegabile da tutti, che le grandi mutazioni negli stati, tendano esse ad ottenere l’indipendenza o la libertà, non mai sono succedute nè posson succedere per via di passaggio rapido e repentino: e se talvolta la mutazione appare rapida, non è in effetto, nè si trova tale quando si considerano le cause che alla lunga l’hanno preparata. Bensì, più la preparazione è stata condotta da lungi, con lentezza e prudenza, più sicuramente e repentinamente è poi riuscito il fatto che doveva esserne il compimento e l’ultima conseguenza. Così un grand’albero cade abbattuto dall’ultimo colpo di scure; ma questo colpo, per quanto valido, a che avrebbe servito se non era preceduto da altri mille?
L’arte del maturare i disegni e prepararne la riuscita, l’arte di murar la casa ad un mattone per volta, principiando di dove si dee principiare, da’ fondamenti, non la conosciamo noi Italiani. Eppur senz’essa non si fa nulla, e l’abbiano provato a nostre spese. Noi sin ora abbiam tenuto modi che ci assomigliano all’uomo che, impaziente di divorar la via tirato in cocchio da molti bravi e generosi cavalli, non si dà tempo d’attaccarli a dovere, e senza badare se tutte le tirelle e le guide lavorino, e prima di averle tutte assestate con diligenza, frusta all’impazzata, e portato via così sprovveduto, non appena lanciato, precipita e rompesi il collo.
Ciò ch’io dico parrà ovvio o volgare. Ma pur troppo le verità più visibili sono le meno vedute.
Noi non abbiam conosciuto altro sinora che società segrete, trame e congiure, che finivano poi in una sommossa parziale, in un assalto di pochi armati. Fallita l’impresa, come dovea fallire, chi s’esilia, chi è preso, chi si nasconde, e tutto è tranquillo per qualche tempo, e poi da capo gl’istessi modi, le istesse prove, l’istessa fine.
Possibile che ad una nazione di così aperto ingegno, come è la nostra, non venga in mente il pensiero che questa via non sia buona, che possa esservene altra migliore?
Io ho detto, e credo nessuno vorrà negarlo, che l’opinione è oggi la vera padrona del mondo. Ho detto che pel governo papale sarebbe prudente, ottimo consiglio, anzi il solo oramai accettabile, il sapervisi sottomettere. Quello che ho detto a’ governanti, lo dico a’ governati.
L’opinione in tutti i tempi è stata avversa alle imprese mal calcolate ed improvvide; ed oggi più che mai, essendo più avvezzi gli uomini a ragionar su tutto, essa biasima le nostre mal ordite ed impossibili prove, e, quel ch’è peggio, ne ride. Non riderebbe forse se anco ci vedesse usar la violenza, gettarci ad imprese affatto disperate, ma gettarvici dopo avere esauriti tutti i mezzi, aver tentate tutte le vie di migliorare le cose nostre. Di questi mezzi, di queste vie non ne abbiamo però tentata nessuna.
Il coraggio delle congiure, delle sommosse, il coraggio fisico, per così dire, e manesco l’abbiamo noi Italiani, come tutti gli uomini d’immaginazione e sangue caldo. Ma ci manca, o l’abbiamo in minor grado, il coraggio morale, il coraggio civile. A questo, a raccomandarlo, a dirlo il più utile, anzi il solo, per ora almeno, veramente utile, il solo necessario, tende tutto il mio ragionamento, del quale si può in poche parole riassumere il senso, dicendo: doversi usare da noi Italiani prima il coraggio civile per ottenere da’ nostri governi miglioramenti, istituzioni e temperate libertà; poi il coraggio militare per ottenere l’indipendenza, quando ce ne vorrà Iddio concedere l’occasione.
Protestare contro l’ingiustizia, contro tutte le ingiustizie apertamente, pubblicamente, in tutti i modi, in tutte le occasioni possibili, è, a parer mio, la formola che esprime la maggior necessità della nostra epoca in Italia, il mezzo più utile e di più potente azione quanto al presente.
La prima, la maggior protesta, quella che non dobbiamo stancarci giammai di fare, che deve risuonar su tutte le lingue, uscir da tutte le penne, debb’essere contro l’occupazione straniera, in favore del pieno possesso del nostro suolo, della nostra nazionalità ed indipendenza.
Vengono in appresso quelle dirette contro le ingiustizie e gli abusi ed i mali ordini, se non altro, de’ nostri governi.
Non proteste a mano armata, come vollero farle a Rimini; chè una protesta a quel modo, a volerla far ora in Italia occorrerebbero una buona posizion militare, duecentomila uomini e duecento pezzi in batteria: fatta invece con pochi fucili, è cagione che l’Europa si burli di noi: perchè tutti sanno che le poche e deboli armi non bastano a dar l’autorità della forza, e tolgono o diminuiscono almeno quella della ragione.
La maggior forza d’una protesta sta nell’essere rigorosamente giusta e rigorosamente incolpabile di violenza.
A chi ridesse (e ve ne saranno molti in Italia) della sola idea d’ottener nulla dal governo pontificio o da qualunque altro governo col solo mezzo della protesta, risponderò con un esempio recente, e del quale non si potrebbe desiderare, nè immaginare il più importante ed il più atto a dimostrare quanta forza abbia in oggi una protesta favorita dall’opinione.
L’imperatore di Russia, assoluto padrone d’un immenso stato, fuor di portata, per dir così, delle forze europee, alla testa d’un milione e dugentomila soldati ha mosse persecuzioni contro i cattolici, che posson dirsi un vero anacronismo, ha permesso si facesse strazio di povere ed oscure monache, o, se non l’ha permesso, lo strazio almeno s’è fatto ov’egli comanda, nè sappiamo per ora che ne sian puniti gli autori.
L’Europa si commosse a questa barbarie. La stampa francese (Journal des Débats) s’è portata con ammirabile dignità, e può dirsi sia stata modello de’ modi che convien tenere in tali occasioni.
Fuggendo l’ingiuria e la vana declamazione, riferì semplicemente i fatti, poi soggiunse: «Ignoriamo se questi fatti sieno esatti od esagerati: comunque sia, a fronte di tali accuse, neppure un imperator di Russia non può tacere; l’onore della sua dignità vuol che risponda.»
Non molto tempo di poi compariva un editto imperiale in data di Palermo, se non erro, che chiariva e determinava le idee di tutti sulla quistione delle persecuzioni religiose; in modo al quale nessuna persona ragionevole può trovar a ridire.
L’editto, si potrà opporre, non sarà osservato: ammettiamo pure che non lo sia o che lo sia debolmente; ma chi, di buona fede, potrebbe mai asserire che le cose dei cattolici non abbian perciò migliorato punto nell’impero? potrebbe credere assolutamente nulla l’influenza morale di questo fatto? Non sarà sempre vero che un imperator di Russia è stato citato dall’opinione al suo tribunale, e ch’egli non s’è creduto forte abbastanza per ricusare di comparire?
Vorrei citare altri esempi, ma mi si metton in tanto numero sotto la penna, che non so in verità quale scegliere.
Prendo quello che offre la Germania. Il suo stato politico per qual via è egli giunto al punto in cui lo vediamo? Per via di sommosse, o congiure, o società segrete? È vero, la Tugenbund, la Burschenschaft, si son date un gran da fare, ma rappresentarono, a parer mio, più che altro, la favola della mosca e del carro. Chi ha fatto più di loro, chi ha fatto tutto, son quelli che hanno formata, educata, diretta l’opinione coi loro atti di coraggio civile, co’ loro scritti: e che cos’altro erano questi scritti e questi atti, se non proteste più o meno esplicite contro ingiustizie ed abusi?
Quando in una nazione tutti riconoscon giusta una cosa e la vogliono, la cosa è fatta: ed in Italia il lavoro più importante per la nostra rigenerazione si può far colle mani in tasca.
Le vie aperte al coraggio civile, i modi del protestare sono infiniti, e non è mio disegno proporli ed esaminarli uno ad uno in questo scritto.
Soltanto dico che quanto maggiore sarà in Italia il numero di coloro che pubblicamente e saviamente discuteranno le cose nostre, che protesteranno in qualunque modo contro le ingiustizie che ci vengano usate, tanto più rapidamente e felicemente progrediremo nella via della rigenerazione. Questa congiura, al chiaro giorno, col proprio nome scritto in fronte ad ognuno, è la sola utile, la sola degna di noi e del favore dell’opinione; ed a questo modo anch’io di gran cuore mi dichiaro congiurato al cospetto di tutti, anch’io a questo modo conforto ogni buon Italiano a congiurare.
In virtù di questo modo, che non ha bisogno nè d’accordi nascosti, nè di tenebrosi ritrovi, nè di giuramenti segreti, ogn’Italiano può dar la mano all’Italia da un capo all’altro della penisola senza neppur conoscerlo, ognuno può metter le sue forze in comune per l’opera comune. Opera nota a tutti pe’ mezzi, come pel fine, e perciò leale; opera santificata dalla giustizia, protetta dall’opinione, ed accompagnata dai voti di tutte le nazioni civili e di quanti sono al mondo uomini onesti e di buona fede; opera che, condotta per le vie della verità e della virtù, ci potrà meritare la benedizione di Dio, il quale, volgendo finalmente uno sguardo anche a noi, vedrà forse che, se furon grandi le antiche colpe d’Italia, dura pur anco già da molti secoli il suo castigo.
La brevità che ho stimata opportuna a questo lavoro, m’ha impedito di svolgere le importanti questioni che vi si propongono, e mi son dovuto contentar d’accennarle, confidandomi, pel di più, nella sagacità del lettore.
Egli dirà di me, dopo avermi letto, ciò ch’io dicevo a me stesso prima di scrivere: non aver io, studioso non di scienze, ma d’arti, sapere e mente, che basti a trattar profittevolmente materie politiche ed economiche di tanta difficoltà. Non per questo ho voluto rinunciare a ragionarne; e Dio sa con quanto piacere sagrifico un meschino amor proprio al desiderio ed alla speranza di dar forse occasione ad uomini di più alta mente, che non è la mia, d’entrar francamente nell’arringo e correrlo con maggiori forze e miglior fortuna.
In tali pensieri ho dato opera e pubblicità al presente scritto; e se per la protesta che racchiude a favore del nobile ed infelice popolo della Romagna non ho avuta missione da lui; s’io l’ho fatta senza consultarlo e di mio moto, mi conforto e credo che egli non vorrà nè rinnegar le mie parole, nè sapermene mal grado.