SULLE ATTUALI CONDIZIONI DELLA ROMAGNA
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DI GINO CAPPONI
La sommossa di Romagna è terminata: Iddio non voglia che le mannaie e le catene brandite ora invece d’armi da coloro che men dovrebbono usarle, non vengano tosto a suscitarne altre sommosse e più atroci vendette. E, aggiunghiamo noi, non voglia Dio che le presunzioni di coloro i quali crederono bastasse a liberare la patria alzare un grido o un fucile, si voltino in disperazione; e che, dall’opposto lato, la facile e comoda prudenza dei timidi prevalga così da persuadere l’inerzia. In Romagna la rivolta è inevitabile per la qualità e le opere del governo e per lo stato degli animi; anzi una continua rivolta, più o meno flagrante, è la necessaria condizione di quella provincia. Ma il buon successo di una rivoluzione è ivi difficile più che altrove, perchè alla infelicissima Romagna manca un fine a cui tendere, una sorte in cui sperare. Addosso a lei stanno tutte le forze dell’Austria, preste a comprimere ogni moto di cui l’Italia possa giovarsi; ed ancorchè all’Austria ciò sia vietato, ecco la Romagna ridotta ad essere palleggiata nelle ambagi dei protocolli. Ed oltreciò il governo, comunque non abbia amici, ha però un numero sufficiente di partigiani armati, i quali pasciuti a spese pubbliche e ingrassati negli odii, non ricusano menar le mani per la difesa di lui, dacchè il governo si è ridotto miseramente a non essere altro oramai che una fazione. Una rivoluzione fortunata delle Romagne è dunque assai malagevole, sinchè ella non venga promossa da cause esterne e più generali; ma lo stato delle Romagne, se fu sin qui torbido, ognidì più diverrà tumultuario e minaccioso. Le commissioni militari non pacificheranno quella provincia, dove spirano tante anime ardenti e disdegnose di soggiacere a una brutal forza; le mannaie non la quieteranno: e il governo, fatto più che mai straniero e avverso alla nazione, debilitato dalle sue proprie colpe, debilitato dalla ignoranza ognor crescente nei reggitori di quello stato, non potrà, senza erario e senza credito, nemmen provvedere ai suoi stessi partigiani, pagare gli Svizzeri e mantenersi coll’aumentare un deficit il quale diviene sempre più rovinoso di anno in anno. Nè può adoperare alcun rimedio, perchè in un corpo già guasto, gli stessi rimedi vengono a trasmutarsi in veleno.
La condizione delle Romagne, anzi di tutto lo stato ecclesiastico, dovrebbe adunque tenersi come disperata; e tanto più disperata, in quanto che i rumori di quello stato necessariamente si propagano per tutta Europa e fuori; e se il fare giustizia ai sudditi viene in qualche modo a scuotere il seggio di quel principe che insieme è centro dell’unità religiosa, le coscienze se ne turbano, la cristianità si agita: cosicchè, nell’attuale ordine di cose, è come se la civil giustizia andasse contro alla religione, e i poveri sudditi fossero condannati a pagare sangue e lacrime e disordini per la quiete universale delle coscienze e l’unità della Chiesa. Il governo tale quale è non può reggere lo stato, perchè egli è ridotto dalla necessità della sua natura a temere ogni riforma, a impedire ogni miglioramento. Il governo del papa sussiste perchè tutti sentono il capo della Chiesa cattolica dover essere indipendente dalle volontà di un altro principe, e sicuro dai tumulti d’uno stato popolare. La sovranità fu data al papa perchè egli avesse indipendenza: e considerata per tal modo la sovranità di lui, si deve tenere non solamente giusta, ma necessaria (Vedi la nota a pag. 154), e nell’istoria essa apparisce come la più legittima per l’origine, e fondata più d’ogni altra sopra il consenso dei popoli. Ma quando la prima volta, più di mille anni fa, il pontefice divenne principe, e per molti secoli dipoi, la sovranità si reggeva più che altro sulla potenza d’una idea astratta e sul prestigio di un nome, ed era contenuta dalle giurisdizioni popolari o personali che da ogni lato resistevano. I principi non governavano come ora a minuto la macchina dello stato; e meno d’ogni altro gli ecclesiastici si brigavano delle faccende amministrative, che essi lasciavano trascorrere in mano dei secolari. Per tal modo il principato degli ecclesiastici era ai sudditi generalmente dolce; e potevano le due potestà andare insieme congiunte senza mostrarsi inconciliabili. Ma ora che preti e vescovi è necessario che sieno curatori dell’economia pubblica e inventori di tasse, e generalissimi delle milizie, e (ho vergogna a dirlo) capi e incitatori di sbirri; ora i vizi d’un tale reggimento si renderono intollerabili, perchè essi offendono, non che il pensiero dei più veggenti, anche l’interesse dei più infimi e il buon senso di tutti: e la dignità degli ecclesiastici si avvilisce tanto più quanto è più costretta a divertire continuamente dall’alto suo ministero. Ma se in qualche modo il principato secolare del pontefice si potesse ricondurre a ciò ch’egli era una volta, mi pare che le difficoltà, ora affatto inestricabili, si verrebbero a comporre, per quanto è dato alle umane cose.
Le monarchie già sono e più che mai saranno astrette a concedere la divisione di quei poteri, i quali da soli due o tre secoli in qua furono, o parvero raccolti nella persona del principe; i governi rappresentativi si distendono rapidamente su tutta Europa. E se in alcun luogo la partecipazione dei cittadini allo stato è conveniente o necessaria, tale si è certamente, e più che altrove, nello stato della Chiesa, dove gli amministratori delle cose pubbliche, quando non sieno tratti dalla nazione, riescono ad essa affatto stranieri per le qualità del grado e dell’ufficio loro, e vengono affatto a segregarsi da lei, quasi occupatori dell’altrui suolo. Laonde al pontefice si addice bene di trarre la gerarchia ecclesiastica da tutto quanto l’orbe cattolico; ma i reggitori e i ministri del governo secolare gli conviene escano dalla nazione e sieno secolari: se no, tra la nazione e lui sarà lo scisma inconciliabile, e amendue fiacchi e travagliati. Un papa che regni senza governare, quest’è il solo mezzo atto a sciogliere il nodo, sin qui disperato. Nè si alleghi la difficoltà che avrebbe il pontefice a mantenere in quel modo l’autorità sua, imperocchè, oltre alla santità del grado, lo stesso interesse dei Romani lo aiuterebbe a mantenerla. Roma ha più bisogno del papa, che non il papa di Roma; s’egli, non dico già si rifuggisse sotto le ali d’un potentato straniero (chè per lui sarebbe un troppo discendere), ma solamente ne andasse a Orvieto o a Viterbo, dovrebbero i secolari governanti richiamarlo con le mani supplichevoli, come i Romani fecero più volte nel medio evo: il papa, col solo ritirarsi sul Monte sacro, farebbe Roma deserta.
Nel pontefice, attorniato dal sacro collegio dei principi della Chiesa, starebbe l’alta sovranità tanto sicura e inviolabile, quanto a niun principe secolare mai non è dato di possederla: e se dall’amministrarsi lo stato a quel modo, si dubitasse che al papa venissero meno le rendite necessarie alla maestà del pontificato, agevol cosa riuscirebbe l’assegnargli, in modo certo e al tutto immune da spoliazione, tanta ricchezza che bastasse a mantenere anche esteriormente la dignità dell’eccelso grado. Inoltre mi pare che i potentati cattolici, i quali bene e debitamente si contrapposero all’abuso tanto eccessivo una volta dei proventi ecclesiastici, ora (ed allora più che mai) potrebbero, senza danno e senza scapito della dignità d’entrambi, assicurare al pontefice una moderata prestazione che immediatamente derivi da quegli uffici ch’egli esercita: uffici che importano la quiete delle coscienze e il buon ordine degli stati. A chi paga un console o un ambasciatore in terra di barbari per vana apparenza di decoro o per guadagno assai dubbioso, mi pare non disconvenga pagare al papa una bolla per le istituzioni dei vescovi o per altro qualsivoglia titolo: il che a’ popoli riuscirebbe assai meno gravoso di tante inutili spese ch’essi fanno in terra straniera. E se tali spese giovano ai commerci, questa puranche varrebbe a stringere la fraternità tra le nazioni cristiane.
Io so bene che tali riforme non mai si fecero di buon grado e per ispontanea concessione, bensì condotte dai tempi e da forza di necessità. Ma qui necessità stringe, e i tempi le maturarono, ed ora la forza minaccia di compierle. I rivoltosi dell’altro dì non si levarono, come per l’innanzi, contro ai preti, perchè son preti, nè contro l’altare; non abbatterono gli stemmi, nè rinnegarono sudditanza al papa: ma da lui chiederono un governo da cristiani, e sulla bianca bandiera scrissero giustizia e leggi: leggi conformi ai diritti delle nazioni civili; tanto oggi divennero attemperati i consigli anche degli uomini più inaspriti, e il pensiero provvido e le volontà discrete. Che il papa abbia principato vuole ora ciascuno, sino a coloro che più ne soffrono: i tempi gliel diedero, nè si voglion rompere le tradizioni: e se in antico era male che il papa non fosse principe, ora disfarlo sarebbe peggio (Vedi la nota a pag. 154). Ma un principato di questa fatta vuole altra qualità di ministri, d’istituzioni, di leggi; o il papa si faccia gradatamente a concederle, o al primo alitare d’un qualche vento in Europa la forza cieca gliele imporrà; e qui è da scegliere, tra il bruttare di sangue la tiara perchè poi cada nel fango, o renderla più venerabile agli occhi di tutti, con l’assolverla da ogni colpa. Questo gridan alto i Romagnuoli; questo ripetono a più bassa voce nelle altre provincie i sudditi, ch’esser vorrebbono cittadini: e la separazione dell’ecclesiastico dal civil governo, sola possibile uscita dalle presenti difficoltà, già si pronostica in Roma, non pur dai laici solamente, ma dagli ecclesiastici più assennati e migliori, e su nelle stesse anticamere del Vaticano, insino all’ultima porta là dove sta chiuso a ogni discorso il vecchio infelice. E a questo fine mi sembrano bene accomodarsi i nuovi costumi che già si veggono apparire in Roma; dove molti dignitari della Chiesa, meno ambiziosi oggimai di scienza profana, ed assai meno ravvolti che prima non fossero nelle conversazioni secolaresche, danno segno di ridursi ad un vivere più clericale. Anticipare l’evento che i tempi maturano, incombe oggi a tutti coloro che più hanno a cuore la religione e l’Italia, professando nei discorsi e negli scritti (per quanto ci è dato) quelle opinioni che stanno già nel pensiero di tutti; e una franca ed onesta voce, in qualche modo possiamo alzarla noi pure, se la timidità non cel vieta. Ma più d’ogni altro è necessario sien pronti al soccorso i principi italiani, a’ quali non giova starsi con le mani alla cintola quando la vicina cosa è in fiamme o in rovina; e tra essi ve ne ha che per le forze militari e per la condizione politica mi pare non debbano temere scherno e dispregio, se un bel giorno dichiarano non aver essi più voglia di tollerare in silenzio, che solo patrono e guardiano dell’Italia abbia ad essere lo straniero. Tempo è che i principi italiani intervengano pur essi in quelle cose che importano alla salute d’Italia.
Gino Capponi.
NOTA.
I mali che affliggono da secoli la Chiesa e l’Italia procedono tutti da una sola fonte, la riunione di due incompatibili poteri nella persona del vescovo di Roma. La cura radicale di quelli può quindi trovarsi nella separazione dei poteri medesimi, nel restituire, cioè, la Chiesa nello stato in cui nacque e fiorì, e si sparse per tanta parte di mondo. Il dire che era male in antico che il papa non fosse principe, o che il principato del papa sia ora necessario, pute di eresia. Il Concilio stesso di Trento non osò dire altro, se non che sarebbe eresia il sostenere che il papa non potesse essere principe. Che la sovranità poi sia stata data al papa onde egli avesse indipendenza, è uno svarione storico troppo grosso perchè occorra di confutarlo. Che, finalmente, sia necessario che il papa non dipenda dalla volontà di un principe qualsiasi, e che per questo ogni Italiano voglia ch’egli abbia un principato indipendente, non è vero nè teologicamente, nè storicamente, nè politicamente; e novantanove sopra cento Italiani disinteressati farebbero di ciò, ove parlar potessero liberamente, ampia testimonianza. Del resto, ognuno ha a mente i versi di Dante, del Petrarca, ec., e sa quel che abbiano intorno a questi punti scritto altri sommi Italiani e stranieri, san Bernardo, Châteaubriand, ec., ec. Il fatto lagrimevole è questo, che il principato temporale del papa non può in verun modo essere riformato.
(Nota aggiunta.)