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Degli ultimi casi di Romagna

INDIRIZZO AL SUCCESSORE DI GREGORIO XVI (continued 2)

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CAPITOLO ULTIMO.

Io mi era proposto di trattare ancora diversi altri argomenti utilissimi in questo libricciuolo. Ma la necessità mi ha indotto a por termine al mio lavoro, perchè giunse nelle provincie la notizia della rapidissima elezione del nuovo pontefice. Il nuovo unto del Signore, il supremo re della terra sarebbe, secondo la novella percorsa, l’eminentissimo cardinale Mastai di Sinigaglia, vescovo della città d’Imola. Io m’ho visto una commozione di animi così straordinaria per la costui esaltazione, che rare volte i popoli s’addimostrano sì lieti per cagioni di pubblica e comune fortuna. E posso credere che la esultanza dei sudditi sia pienamente giustificata, poichè il novello sovrano è ricco di rare virtù, di sapienza, di umanità, di carità evangelica.

È in me fede grandissima ch’egli accolga le parole espresse nel presente indirizzo con quella gentilezza di cuore con cui ricevette ognora ed esaudì le preghiere di tanti sciaurati al suo sacro impero nella diocesi d’Imola sottoposti. E la bontà di cui è riccamente adorno mi fa sperare ancora, che se il desiderio in me del pubblico bene mi ha portato talora ad adoprare parole aspre e rigorose contro il reggimento politico del cessato sovrano, egli vorrà usarmi quella indulgenza che può meritare uno il quale, amico com’è della Sede apostolica, vuole e brama che i sudditi di tanto sovrano non abbian lamenti a fare, e si chiamin lieti e contenti di esser figli e vassalli del regno della Chiesa.

E potrei quasi far sacramento, che fra non molto tempo le popolazioni vedranno praticati i più saggi ordinamenti di cui si gloriano le nazioni civili.

Le sciagurate famiglie de’ prigioni politici riabbraccieranno nelle loro case i loro più cari.

I popoli avranno un codice criminale e civile, la cui mercè la vita e le sostanze degli uomini saranno rese tranquille e sicure.

Le procedure criminali correranno più spedite, saranno cristianamente trattati gl’inquisiti, ed abolite interamente le infami giunte e commissioni militari e civili.

Le imposizioni non saranno più gravose ai sudditi, e cesseranno le angarie e i soprusi dei regolamenti doganali e daziari.

La Polizia avrà sue leggi certe, e non si darà più luogo all’arbitrio.

L’istruzione favoreggiata e facile, e libero a tutti di dissetarsi al calice della scienza.

Provveduto all’educazione fisica e morale degli infanti, assicurato un asilo o sussidio alla impotente vecchiezza.

Cacciate le truppe straniere, e congedati i corpi de’ malvagi volontari pontificii.

Protetta la industria nazionale, e vietati i tirannici appalti.

Resa più splendida la cattolica religione nostra col rimuoverne gli abusi, e col creare pii e saggi ministri.

Soppresso l’ordine de’ Gesuiti, peste mortale del mondo cattolico.

Istituite ordinanze onorevoli per la retta amministrazione delle cose municipali e provinciali.

Occupate negli impieghi le persone più meritevoli, e rese le debite ricompense al merito.

Accordate le più interessanti cariche dello stato a laici dotti e probissimi.

Concesso ad ognuno lo stampar liberamente, ne’ limiti della religione e della onestà.

Guarentita la pubblica sanità e sicurezza coll’adottamento di savie leggi igieniche.

E questa sarà propriamente per noi l’era novella promessa per la paura d’un papa, osservata per la magnanimità di un altro.

Ma quanti ostacoli non troverà egli il nuovo gerarca per la esecuzione di così utili ordinamenti! Sono alcuni fra’ porporati che, vedendo in ogni innovamento una pericolosa concessione, e desiosi di vedere oppressi i sudditi o per inopportuna paura o per malignità di cuore, consiglieranno insistenti di lasciare le cose nello stato in cui sono, ispireranno dei dubbi sulla ingenuità di coloro che dimanderanno le riforme, in ogni movimento innocente sogneranno una ribellione, e si faranno essi stessi nascosti autori di fatti sospetti, di scritti incendiari, di emblemi rivoluzionari. La satanica arte di costoro potrebbe trionfare della perspicacia del sovrano. Il nuovo principe non creda alla buona apparenza delle loro parole. Essi, come dice sant’Agostino, sono al di fuori scialbati candidissimamente, ma hanno l’anima nera come tizzo di carbone. Quando i popoli pontificii si vedranno posti al rango che si addice all’attuale loro civiltà smetteranno ogni idea di cambiamento politico, troveranno dolce il comando della monarchia pontificale, non avranno ad invidiare i vicini reggimenti civili di stati italiani; faranno voti per la conservazione della santa Sede, e prepareranno cogli scritti e colle parole una gloriosa immortalità a Pio IX, che soddisfece ai prepotenti bisogni de’ tempi.

E però il perdono ch’egli darà agl’inquisiti di stato sia santo ed ingenuo, come quello che darebbe Gesù Cristo se avesse da tornare sulla terra.

Se l’amnistia non viene accompagnata dalla reintegrazione ne’ diritti civili, se quegli che vien perdonato non è sicuro dalla calunnia di nemici, dalla indiscreta sorveglianza di commissari di polizia; se gli vien restituita una libertà con limiti angustiosissimi; se non viene saggiamente provveduto alla di lui sussistenza, ove ne abbisogni; se gli verranno fatte insidie morali, e valutato a delitto il pensiero o una parola, questa amnistia diventerebbe un laccio, un tranello empissimo, più orribile e penoso della stessa condanna a cui l’inquisito politico soggiacque.

E so ben io che la santa virtù del nuovo regnante abborrisce da cotali vili ed insidiosi concetti. Ma nella corte s’introducono sempre alcuni astuti che ordiscono segrete mene contro l’umanità, e questi sono nemici dell’uomo, sono nemici del Governo, ma si dichiarano da loro stessi e filantropici e devoti al vicario di Gesù Cristo.

Da questi truculenti si guardi il successore di san Pietro, e ponga freno alla loro prepotente influenza, col distrugger tosto ogni sorta di arbitrio alla Polizia, nucleo fin ora di tirannide non solo, ma primario elemento di schiavitù, massima cagione del mal contento de’ popoli, e potente nemico del governo pontificio.

Ma qui gl’infiniti amici del Governo, i pretesi sostenitori del trono e del pontificato seguiteranno a gridare e dire come la esperienza addimostri la inefficacia della clemenza, e che i malcontenti, anche dopo il perdono, si mostrarono coi fatti nemici violentissimi del Governo.

Io risponderò dicendo, che la massima parte di coloro i quali furono nuovamente rilegati in carcere fu ristretta per semplice sospetto della irrequieta Polizia; e che i loro incarti, fabbricati da perversi e sanguinari processanti, non diedero risultanze positive, o si trattò solamente di semplici parole, o fatti isolati di niun valore. E nell’altra parte se vi furono individui i quali ritornarono ad inveschiarsi profondamente in affari politici rilevanti, questi sono di quella classe di cui poco sopra io parlavo, posta in uno stato di violenza terribile, vale a dire, trascurata non solo dal Governo e dalla società, e priva di mezzi di sussistenza, ma provocata gravissimamente dalla insolente Polizia o per inopportune sorveglianze o perchè privata dell’interna libertà, e non reintegrata mai ne’ diritti sociali, al godimento de’ quali ognuno di loro intendeva. Ed ecco perchè io raccomandava che il perdono fosse generoso, amplissimo, ingenuo, generale.

E così pongo fine a questo qualunque siasi lavoro che intrapresi al solo scopo di esser utile ai miei compatriotti. In esso non adoperai studio di sorta a farne un libretto elegante e filosofico: volli attenermi ad un linguaggio di comune intelligenza, e presi nota solamente di quelle cose più rilevanti che mi parevano degne di ricordo e necessarie di miglioramento. Quindi non frasi, non regolare ordine di materie, non concetti nuovi e profondi. Il miglior pregio del libro, sono la verità e la santità del fine. Se una sola delle mie idee non esistesse già nella mente del sovrano, che deve intender certo a cambiamenti solidissimi, e fosse tolta in considerazione io mi chiamerò fortunato di aver avuto una parte benchè impercettibile nello stabilimento del bene universale.

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