INDIRIZZO AL SUCCESSORE DI GREGORIO XVI
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SCRITTO PER CURA DI UN GALANTUOMO
Diligite justitiam qui judicatis terram.
Gregorio XVI, dopo aver regnato quasi sedici anni, è morto in pochi dì, plaudenti alla sua dipartita da questo mondo forse nove decimi dell’intero suo popolo. Dissero di lui molte vituperevoli cose. Credo calunnioso quello che si riferisce alle lascivie, esagerato quanto si bucinò delle crapulosità, vero del suo egoismo fratesco, dell’animo chiuso alla compassione, degli altri vizi che costituiscono un pessimo re. Tuttavia anche egli avrà il suo apologista; sarà forse il solito francese Artaud, che ha regalato al pubblico tante menzogne su Pio VII, Leone XII e Pio VIII. Per buona sorte i posteri avranno altre storie da leggere su questi papi, che non quelle dateci dal francese scrittore; diversamente, addio verità e buona fede.
Ma Gregorio è già stato giudicato da tutt’altri giudici, che non quelli del mondo, e ora sa ben egli se gli sarebbe tornato meglio il conto di essere stato un papa e re galantuomo.
Questo mio scritto non ha per iscopo il discorrere della riunione e indipendenza di tutta Italia. Un cambiamento così grande potrà forse accadere, ma siccome io non credo alla distruzione dell’impero austriaco, primo ostacolo per la formazione della nostra nazionalità, così ritengo che dei papi-re ve ne saranno ancora per molto tempo. Fidando però nella soverchiante forza delle attuali circostanze politiche, posso lusingarmi che un papa nuovo o per buona volontà o per proprio interesse debba devenire a cotali miglioramenti civili, da poter dire una volta i suoi popoli che il Governo pontificio non è più finalmente il peggiore regime di quanti ve ne siano al mondo, non esclusi neppure i governi della Turchia e della Russia, se non in modo assoluto per questi ultimi, avuto riguardo almeno al grado progressivo del nostro incivilimento.
Papa Gregorio XVI, salito in trono in momenti da far tremare qualunque coraggioso, si dispose a fare qualche miglioramento politico in favore de’ sudditi, e prometteva con molte amorevoli parole un’era novella, per isviare forse quella tremenda tempesta che minacciava così appresso il governo pretesco. Era riserbato ai soliti Tedeschi di rassecurarlo, e colla forza fisica far tacere i popoli, e frenarli nelle loro disposizioni. Fu allora che Gregorio dimenticò di aver promesso l’era, e se pure pose mano a dare un qualche ordinamento a certe instituzioni, ciò fece perchè da straniera forza vi fu costretto. E così, se ordinò la compilazione di un codice criminale, mentre tutt’ora erano in vigore gl’infami bandi generali, o qualche istruzione circolare pei giudizi criminali, a questo si venne non tanto col saggio fine di abolire gli abusi e l’arbitrio, ma per compilar su all’impazzata quel titolo sui delitti di fellonia, che è una mostruosità pe’ tempi nostri, un vero anacronismo.
Dopo che e colla forza straniera e col carcere e coll’esilio di molti il governo papale si vide al sicuro d’ogni pericolo, e quando gli autorevoli stranieri cessarono d’insistere per qualche miglioramento, Gregorio XVI non si occupò più di alcuna utile ordinanza, derogò con secrete e pubbliche circolari a molte di quelle che erano state fatte, ed avendo già dichiarata nulla ed irrita una capitolazione che avea a nome della S. S. segnata l’eminentissimo Benvenuto, si pensava ad innalzar patiboli e mannaie per disfarsi di coloro che avevano sturbata l’antica oziosità de’ preti. Se non che a tanta nequizia si oppose un potente, non so più se per amor di giustizia, o per quella malvagia ipocrisia di che ne’ primordi del suo regno abbisognava.
Insomma dalla rivoluzione del 1831 il governo segnò un’epoca di efferata tirannide; l’arbitrio e l’insolenza e l’oppressione furono il carattere politico distintivo del regime pontificio; e con sì grande pervicacia si perseverò nelle iniquità, che un nuovo papa troverà tanto da migliorare, da rendere immortale il nome suo, e far contenti e tranquilli quei popoli che la fortuna gli darà da governare.
Questo scritto io indirizzo al successore di Gregorio, non senza invidiargli la gloria di cui si coronerà se avrà cuore e mente di non ormare il suo antecessore, la fama del quale durerà obbrobriosa per molti secoli.
Io non tratterò la materia che sto per iscrivere da profondo filosofo e politico. Questo esigerebbe una mente altissima ed un tempo assai lungo. Traccerò i principali mali del governo presente, e proporrò quei rimedi che una spassionata pratica di cose sa proporre.
CAPITOLO I.
E poichè mi è caduto in acconcio di nominar poco sopra il codice criminale, io voglio, senza pretendere di farne un’analisi filosofica, enumerare alcuni principali difetti, seguendo in ciò, non già la mia particolare opinione, chè non avrebbe valore alcuno, ma quella di giurisprudenti dottissimi, tanto nazionali, che stranieri. E qui, come che quello che io sto per dire non appartenga strettamente al codice stesso, bensì al regolamento di procedura criminale, è il luogo veramente da mostrare come una stranissima legge vieta che le sentenze emanate dai tribunali collegiali di prima istanza sieno sempre inappellabili, tranne quelle di pena capitale, che possono venir nuovamente discusse in un tribunale d’Appello. Notate mostruosità di legislazione! Un reo può richiamarsi da una sentenza pretoriale che gl’infligge la pena di un mese di detenzione, e deve chinar la testa e tacersi alla condanna di una galera perpetua. Si dirà che un giudice singolare potea errare, potea non applicar bene la legge, ed essere impossibile che un tribunale collegiale, composto di quattro individui, possa esser tratto in errore da danneggiar la vita del reo. Senza opporre a questa obbiezione validissime ragioni di diritto, che pur ve ne sarebbero moltissime, piacemi di addurne una sola materiale e semplice, alla portata anche di un volgare, e dirò che: se nelle cause civili di diritto e di fatto, siano pur anche di una piccolissima somma, un giudizio contrario, benchè unanime, può venire appellato, riappellato, visto, rivisto, da far dibattere anche un mezzo secolo avanti tutti i tribunali dello stato una causa qualunque; vi sarebbe maggior rettitudine e giustizia di accordare l’appellabilità nelle cause criminali, le di cui sentenze affliggono il morale ed il fisico degl’individui, che in vero è un po’ più delle sostanze e di alcuni diritti privati.
So che gli autori di quel regolamento hanno addotte anche altre ragioni a sostegno di questa pratica criminale; ma per mia fè, niuna di esse regge al paragone del fatto che ho accennato io, in confronto del quale tutte le cose che essi hanno dette sono di un valore minore assai, e non possono aver mai trionfo su di quello. Quindi faccio fine su quest’articolo, che io ho trattato, come tratterò gli altri che gli verranno dietro, in una maniera popolare, perchè bramo essere inteso dai più.
Esaminati in cumulo ed in particolare i titoli del codice criminale, sonvene alcuni che bastevolmente corrispondono agli attuali bisogni del popolo, e reggonsi su buoni principii di diritto. Ma non v’è capo dove non sia incastonata, dirò così, quasi gioiello della tirannide, una pena improvvida, un’ingiustizia, una legge fuori dell’attualità, e sproporzionata all’epoca.
Tu vedi nel primo titolo al paragrafo 7.º sanzionati i tribunali ecclesiastici, ed il privilegio ai preti ed a taluni altri di eccepire al foro sacro.
Tali prerogative sono state dimostrate ingiuste. I tribunali ordinari devono servire per tutti, ed è tempo che nuove bolle e nuove costituzioni apostoliche deroghino a quelle che accordano cotali esenzioni, poichè una sola legge, una sola norma deve regolare ogni ceto, ogni condizione, ogni casta di uno stato. Nulla di più assurdo e ridicolo di quello di accordare ai preti un grado minore di pena, come se nella natura del prete fosse insita di necessità e sempre qualche qualità sgravante il grado di un delitto. Io stimo che il prete debbasi nelle punizioni considerare come qualunque altro cittadino, e se vi dovesse esser mai una diversità di grado nella pena che gli s’infligge, questa dovrebbe consistere anzi in un aumento; poichè la colpa è sempre più orrida nell’uomo del santuario, il quale si presume debba essere puro, addottrinato, civile, in istato insomma da essergli facile lo evitare un delitto e saperne prevenire le cagioni.
Nel titolo della estinzione dei delitti e delle pene si accorda qua e là a caso e capricciosamente la prescrizione anche a delitti atroci; ma al paragrafo 47.º si dichiara, che questa non ha mai luogo nei delitti contemplati al lib. 2.º, tit. 1.º e 2.º —
Basta aver fior di senno per indovinare a che cosa si riferiscano cotali numeri. Gregorio XVI, non meno efferato di quell’altro Gregorio XII che sempre sclamava col Profeta: maledictus homo qui prohibet gladium tuum a sanguine, avrebbe più facilmente rinunziato al papato, che sacrificare il piacere della crudeltà contro di coloro che osarono o con parole o con fatti mostrarsi nemici del governo de’ preti.
Senza che io parli degli altri inconvenienti compresi in tutti i titoli del libro 1.º, ciò che hanno fatto e possono meglio fare i criminalisti scrittori, passo al libro 2.º del codice che si riferisce ai delitti in ispecie ed alla loro punizione, e mi occuperò quasi esclusivamente del titolo 2.º, quello precisamente che ha dato luogo alla formazione di questo modello corpo di leggi criminali. «L’attentato alla vita del sovrano, ancorchè non segua l’effetto, è punito colla morte di esemplarità,» così il § 83.º
Io voglio esser tanto generoso con quel leggidatore da menargli buona la pena di morte per chi attenta alla vita del sovrano. Ma, per amor del cielo, che non la prodigalizzi poi tanto, perchè io non gli verrò già fuori colle teoriche del Beccaria, che potriano aver del rancido ed esser sospette, gli potrò inculcare di leggere un recente scrittore cattolicissimo, più cattolico per avventura dei preti stessi di Roma, il quale asserisce, senz’andar troppo per il sottile, «che la pena capitale è certo equa e legittima quando è assolutamente necessaria alla salute della Repubblica; ma aggiunge accordarsi oggi tutti i giudiziosi nel reputarla dannosa, non che superflua, rispetto ai delitti che si attengono alle politiche opinioni.» E se sapeste poi quante innumerevoli e difficili condizioni si richiedono perchè possa quella pena dichiararsi assolutamente necessaria, voi vi smarrireste nelle ricerche, e trovereste che mai, o quasi mai, si verificherebbe cotale necessità. Tuttavia, perchè l’attentare alla vita del sovrano è un fatto, più che una opinione politica, io a malincuore sì, ma convengo esser giusta la pena capitale, sempre però che il delitto sia provato più che matematicamente e giudicato da un tribunale ordinario per escludere quella ribaldaglia di Commissioni, di cui il nome deve essere sempre aborrito e spregiato da ogni buon cattolico ed onesto cittadino.
Infatti, come soggiunge il nominato: «Tutti oggi convengono che, quando la pena del capo è richiesta, essa non può esser giustamente inflitta fuori di quegli ordini giudiziali che assicurano all’innocenza la maggior guarentigia possibile, e rimuovono dalla coscienza pubblica il gravissimo scandalo che nascerebbe quando l’effusione del sangue non fosse appieno giustificata nell’opinione universale. Altrimenti la morte data anche all’uomo più facinoroso del mondo non è un atto di giustizia, ma un assassinio: perchè assassino si chiama l’uccisore di un uomo la cui reità non è chiarita e certificata giuridicamente mediante il concorso di quelle moltiplici cautele, che non sono mai troppe quando il piato riguarda la vita e la morte dei cittadini.»
«E perciò que’ tribunali straordinari subitanei, fatti o per dir meglio abborracciati a furore, e composti di giudici ignoranti, inesperti, parziali, venderecci, prezzolati, avvezzi a menar le mani, a far sangue, e abili a trattar la sciabola anzichè la bilancia della giustizia; quei processi occulti e senza regola; quei costituti subdoli e insufficienti; quei modi sommarii e precipitosi, che si costumano fra i barbari orientali, sono reputati iniqui ed infami dai popoli cristiani e civili.» Mi esimo di parlare più a lungo delle Commissioni militari o miste, dopo questo fedelissimo quadro del Gioberti, e perchè spero che i miei lettori conoscano anche il libriccino dell’italianissimo Azeglio, in cui di codeste infamissime Commissioni si parla come ogni galantuomo ed Italiano deve discorrerne.
«E la società ha anche ragione ad esigere, prima che la legge si valga del funesto diritto di sangue, che si abbia l’occhio all’età, all’educazione, all’indole, alla professione, alla vita preterita del delinquente, agli aggiunti del delitto, ed a tutte le circostanze che possono scemare la gravezza, e render per qualche verso chi l’ha commesso degno di scusa e di compatimento.» Che è quanto dire co’ principii della vera scuola criminale, che le pene inflitte a quei delitti, che un governo savio non seppe prevenire, sono pene ingiuste, la cui infamia sta in quelli che le danno, non in coloro che le ricevono, e si risolvono esse stesse in altrettanti delitti di violazione privata e pubblica, ed ingiustizie enormissime. Ora lascio io giudicare ai più indifferenti: se il governo papale sa prevenire con un onesto regime il desiderio di ribellione ne’ suoi popoli, o se invece non sarebbe giustificata una rivoluzione ogni giorno.
«Sono puniti con la morte di esemplarità coloro che promuovono o sostengono la sedizione o insurrezione, ec.» § 84.º Regolamento, ec.
Vi sono nelle umane società certi momenti, certi estremi in cui un popolo ha tutto il diritto a ribellarsi ad un sovrano, o a cambiare stato, o a dimandar quei miglioramenti che sieno proporzionati al grado del proprio incivilimento. Io non debbo sviluppare codeste dottrine, ed entrare in certe disquisizioni. Trattarono questo argomento scrittori più che ortodossi, e quando queste teorie giovavano all’interesse della santa Sede, essa medesima le lodava e sanzionava. Oggi è utile alla teocrazia di Roma di esercitare con sicurezza la tirannide, e condanna nel capo gli autori diretti o indiretti di qualunque ammutinamento. Ma il jus sanguinis nel caso nostro non est in jure, e la maggior parte delle cose dette nell’articolo superiore appoggiano anche troppo la mia opinione, perchè io debba ripetere quelle massime, ed aggiungerne altre a convalidar l’argomento.
«Il condannato pei delitti contemplati nei due articoli precedenti perde ogni diritto alla porzione disponibile del suo patrimonio, ec.» § 85.º
Eccoci alla confisca dei beni. A quella pena che fa soffrire all’innocente l’ammenda del reo, e che pone nell’innocente stesso la disperata necessità di commetter delitti. Checchè abbiano detto alcuni accigliati criminalisti sulla convenienza della confisca, nè io, nè alcun uomo che abbia in cuore un po’ di rettitudine potrà patire che per la pretesa cattiveria di un padre debbano i figli trovarsi nella miseria, e scontare essi la pena di un delitto che non commisero e che non avrebbero potuto evitare.
Se i legislatori presero norma dall’Esodo, dove trovano scritto che Dio punisce le colpe de’ padri ne’ figli, talora fino alla terza e quarta generazione, oh ben s’illusero essi!!
Le cose di Dio sono imperscrutabili ad occhio umano; forse le parole del santo libro sono dirette a dipingere con enfasi orientale l’orrore della colpa, e quel giudice che volesse prender norma dai giudizi divini per giudicare gli uomini, addimostra una tracotanza che oltraggia la natura e la divinità. E poi, nella nuova legge di Gesù Cristo, quando la mercè della santa redenzione gli umani furono tolti dalla captività di satanno, non si umanizzò tutto quaggiù, non fu bandito il rigor delle pene, non s’inculcò dalla legge evangelica la carità, la moderazione, la mitezza de’ giudici?....
E da ultimo occorre che i legislatori alla perfine si uniformino alle sentenze della moderna filosofia, le quali stabiliscono che le pene per un sol delitto, in un solo individuo, non possono, non debbono esser multiplici ma sempre uniche e proporzionate alla qualità, al grado della colpa.
Il § 86.º inclina ad esser più umanitario, e diminuisce di due ed anche di tre gradi la pena a coloro che furono sedotti a cospirare, ec.
La seduzione vera importa, il più delle volte, estrema accortezza nel seduttore, e somma esperienza nel sedotto. Però in questo caso era più consentanea alla giustizia una pena correzionale ed una ammonizione ad esser più cauto, di quello che limitarsi alla diminuzione della pena.
«Quelli che nella sedizione o spontaneamente o all’ordine del magistrato o all’intimazione della forza si sono ritirati, e depongono le armi restano esenti da pena, ad eccezione de’ capi, o complici principali.» Qui la resipiscenza viene calcolata per alcuni, rimane inutile per gli altri. Quando la legge è autorizzata a far calcolo e dare un valore al pentimento di un delitto incominciato, non deve aver luogo distinzione di sorta; tutti debbono esser compresi nella santa legge del perdono, e più quelli che, per esser capi o complici principali di un fatto contro il governo, dovettero naturalmente fare uno sforzo maggiore per persuadere a loro stessi d’intralasciare un’impresa che era già radicata ne’ loro cuori, e piena di speranze e di probabilità. Quindi si deve supporre in loro più ingenuità nel pentimento e più costanza nel perseverare nel bene.
«I §§ 88.º e 89.º puniscono con la pena di morte l’attentato (quand’anche non ne segua l’effetto) alla vita de’ cardinali, o ai capi magistrati in odio di ufficio, ec.»
Eccovi prodigalità inaudita di decapitazione, e infame abuso di forza e di potere governativo. Poi nei seguenti articoli non si discorre altro che di ammazzare, di galere perpetue, di galere a vent’anni, a quindici, a dieci, a cinque, a tre, e si è adoperata un’arte diabolica, insidiosa a cercar trame da per tutto, a sognar società in ogni riunione, a punire un atto, un pensiero, uno scherzo inconsiderato, una parola incauta, un sorriso innocente. E persone illustri, civili, scienziate, educate ad una vita comoda, agiata, si condannano a portar ferri, ai lavori pubblici, accanto al ladro, all’assassino, al parricida, fra uomini malvagi, rozzi, ineducati, abbietti; nel lezzo delle galere pontificie, umide, malsane, ove si dà un vitto insalubre, nauseante, scarso, che farebbe ribrezzo agli stessi animali. E queste sentenze si danno, invocato prima il santissimo nome di Dio, a nome di Sua Santità, successore di san Pietro, vicario di Gesù Cristo in terra, che dovrebbe figurare nel mondo come simbolo di pace, di carità, di umiltà.
Io ho raccattato su in un periodo tutto l’infame titolo dei delitti di lesa-maestà, perchè mi mancò il cuore, e fui nauseato dal farne un’accurata analisi, che avrebbe condotto ad una noiosa lungaggine ed indispettito troppo il lettore. Ognuno può di per sè stesso gittare un’occhiata su quel codice Modello, promesso con tanta pomposità di parole, e la morte mi colga in mal punto, se la lettura di esso non produce in un cuore un poco delicato quel fremito e quella indignazione che ognuno suol provare alla vista di una forza prepotente, che altro diritto non ha per nuocervi, all’infuori della forza materiale che prepondera.
Dal titolo 3.º al titolo 9.º inclusive sono raffazzonate molte leggi fra buone, cattive e pessime, che abbisognano di una radicale riforma. Starà al nuovo papa il commetterne lo studio a persone probe ed intelligenti, che non mancano sicuramente nello stato pontificio. Nè bisogna col consueto egoismo ritenere che il privilegio della scienza sia rinchiuso nella sola città di Roma. Certo nella capitale non mancano persone oneste e dotte, il cui consiglio può riputarsi gravissimo in materie sì fatte. Ma nelle provincie sonvi sapienti modesti, che intendono molto bene le cose pel verso loro, ed è ormai tempo che quando si tratta di ben pubblico vengano chiamati i consiglieri più idonei, senza tanto riguardo ai pretesi privilegi de’ giuristi della regina Roma. Ma tornerò su questo argomento a suo luogo, e farò vedere in un apposito titolo dove arrivi la sfrontata tracotanza del governo nel conferimento degli impieghi. Ora mi preme di dare un’occhiata al titolo 10.º del codice Modello sui delitti contro i buoni costumi e contro l’onestà.
L’indecente abuso di lasciar libera alle donne la scelta del tribunale ove discutere una causa di stupro ed ingravidamento ha portato che bagasce d’ogni genere (approfittando dell’ignoranza de’ preti e della loro condiscendenza nel favorire il puttanesimo), appena si avvedono di portare in seno un illegittimo frutto de’ loro diversi amori, corrono avanti ai tribunali ecclesiastici ad incolpare di uno stupro il più delle volte violento, quello fra’ tanti che torni meglio al conto de’ loro cattivi desiderii, di un buon dotamento cioè, o di un probabile matrimonio. Basta che una svergognata sgualdrinella, accusando qualunque per autore del di lei spulcellamento, possa giungere a provare che quel male avventurato praticasse nella di lei casa, ed amoreggiasse con seco, perchè i tribunali ecclesiastici, senz’altro cercare, lo condannino a tre anni di opera pubblica, o a dotare, o sposare la zambracca svergognata.
Qui, come avverte saviamente Filangeri, un delitto commesso in due viene punito nel maschio, premiato nella femmina. Quanto è necessaria però una radicale riforma su questa legge proteggitrice della bricconeria di cotali bertucce!
I tribunali ecclesiastici se devono bandirsi, come dicemmo in principio, per ogni sorta di quistioni civili e criminali, molto più sono da abolirsi in questo caso, in cui la cognizione scandalosa di certe disoneste materie appena è tollerabile dai laici, i quali pure dovrebbero trattarle con la maggior verecondia. Quindi i §§ 168.º, 169.º del codice Modello devono cancellarsi, sostituendone uno più mite assai per punire coloro che saranno senza dubbio chiariti stupratori violenti, e quando la semplicità e specchiata condotta della stuprata sarà apertamente manifesta, non già dai documenti parrocchiali, soliti ad essere menzogneri in ciò, ma da ripetute ed esatte informazioni e deposizioni, dalle quali risultino la irreprensibile condotta, la seduzione e la violenza. Senza questa riforma i piati di tal genere saranno frequentissimi innanzi ai tribunali, e diventerebbe troppo svergognata la protezione che la legge accorderebbe a coloro che, giusta il dir del Piazzoni, multoties sibi dotem lucrantur et repetito mercatu porcum suum vendunt. Conchiudo che lo stupro debbasi punire quando vi è aggiunta una provata violenza, e che negli altri casi non ha luogo alcuna inflizione di pene, e solamente una correzionale per guarentigia del buon costume, comune però ad ambedue i complici maschio e femmina insieme.
Gli altri paragrafi componenti il titolo di cui ci occupiamo, sono tutti o quasi tutti meritevoli di riforme, o modificazioni proporzionate allo stato attuale de’ costumi e delle presenti cognizioni.
«Se i vindici della giustizia, allorchè hanno a trattare di un infanticidio, quella scrupolosa diligenza che adoprano nello scrutinare le prove del fatto, l’adoprassero insieme nell’indagare e comprendere tutte le cause morali che possono avere influito sull’animo dell’imputata, prima o nell’atto ch’essa divenne colpevole, e queste ponessero in giusta bilancia cogli effetti, io son certo che un buon terzo fra le infanticide diventerebbero presso loro più oggetti di commiserazione che di pena; un’altra terza parte potrebbe essere con più rettitudine inviata ad un ospizio di dementi, che sul patibolo; nell’ultime finalmente assai poche troverebbero che fossero state guidate al delitto per assoluta immanità. Imperocchè non le più cupe immagini di Dante, non i più tetri pensieri di un Byron basterebbero a dipingere l’orribile strazio d’una infelice giovanetta che, resa vittima d’un fuggevole delitto, sia in sul punto di doverne emettere dalle viscere proprie l’illegittimo frutto, di trovare il mezzo di nasconderlo per sempre alla vista degli uomini. Spaventose idee a infamia perpetua, di miseria, di carcere, di carnefice, di morte; una religione che la condanna come colpevole ad eterno supplizio, uno stato che minaccia ad ogni istante con dolori atrocissimi la vita, una folla di teneri sentimenti materni, che quanto più dolci al cuore, altrettanto avversi ed abborriti insorgono alla ragione, che li teme e con violenza li soffoca, una solitudine orribile, una privazione assoluta di soccorsi, uno sfinimento mortale di forze: questi sono i primi e veri testimoni del delitto, che i giudici dovrebbero consultare, e riflettere poscia per sè medesimi se così strane e diverse torture di corpo e di mente siano piucchè bastevoli a togliere ogni discernimento e giudizio, e qual valore dinanzi alla legge debba darsi ad una colpa che il più delle volte è commessa nello smarrimento dei sensi e dell’intelletto.»
Io non ho potuto resistere al desiderio di trascrivere letteralmente questo commovente quadro del professore Pucinotti, il quale senza altri argomenti mi deve bastare per dichiarare soverchiamente rigorosa la pena che al capo 276.º § 7.º, la legge infligge a quelle madri che, spinte da una terribile riunione di circostanze, si determinarono a commettere un atroce delitto qual è l’infanticidio. Il cielo non voglia che alcuno avesse a credere che io volessi scusare un eccesso così mostruoso nell’umana società. Ma siccome è certo che le spinte a cotal delinquenza furono e debbono essere sempre formidabili, la legge dovrebbe esser più umana nella maggior parte de’ casi, e solo conservarsi severissima in quelle circostanze in cui potesse manifestissimamente provarsi, che non ebbe luogo il concorso di tante imperiose impulsioni morali, che non fu insomma irresistibile la tendenza a delinquere. Vero è che la legge in parte considerò le cose anzidette, e volle che non vi andasse la pena del capo per quella madre che commise l’infanticidio onde occultare per sentimento di onore un parto illegittimo: ma la reclusione perpetua è, a parer mio, troppo soverchia, e a sentimento di dottissimi filosofi dovrebbe essere un poco diminuita.
Non so poi perchè nel titolo 21.º, al capo 308.º, la legge ordini che nell’esposizione di un infante, la pena si aumenti di due gradi, quando l’esposizione fosse fatta dai genitori. Ciò starà bene allorchè l’esposizione fu fatta da genitori legittimi, per certe ragioni, che, qualunque esse siano, non sono mai attenuanti il delitto. Ma se intende parlare di esposizione di figliuoli illegittimi, questo, io penso, è stimolo a far commettere più facilmente l’infanticidio, il qual delitto essendo di facile occultazione e di prove difficili, una madre sarà meglio tentata ad uccidere il figlio sulla speranza di totale impunità, di quello che ad esporlo col timore di una pena lunghissima. Ed oltre a ciò sono di opinione che la madre che espone il figlio lo faccia colla speranza che le venga rinvenuto e raccolto ed assicurato; con che avendo essa voluto evitare un delitto maggiore, merita in vece una pena minore, non già che venga aggravata di due gradi, siccome poco filosoficamente si è fatto nel codice Modello.
Nel titolo 23.º, dove si parla delle ferite, è a considerare che il codice adotti una riforma basata sui principii esposti dal professore Pucinotti, che è stato il primo a render filosofico un trattato il quale fino ai nostri giorni fu troppo grettamente considerato. I governi sani non debbono esser ritrosi ad accettare i miglioramenti che presentano progressivamente le scienze; ma il nostro, non v’è chi possa negarlo, è sempre l’ultimo a risentire l’influenza del progresso, ed il più delle volte s’induce al meglio non tanto per il desiderio del buono, quanto perchè ve lo costringe la necessità.
In questo medesimo titolo, al capo 217.º, vuol punire le ferite tendenti a suicidio colla detenzione sotto sorveglianza da uno a tre anni. Dio perdoni questo goffo svarione legale a quell’inesperto che lo consigliò. Egli non previde che tanta punizione esacerberà sempre più l’anima di quello sciaurato che tende ad uccidersi; che se anche non riuscirà a eludere la sorveglianza per effettuare ciò che va meditando, darà piena esecuzione al proprio proponimento appena avrà subìta la ingiusta pena. Gl’individui che tentano di uccidersi, tutti i criminalisti ne convengono, meritano, più che pene, compassione. Occorre apprestar loro medicine morali, che tranquillizzino il loro spirito turbato, e farli sorvegliare; e qualora in qualche caso dovesse aver luogo una punizione, questa deve limitarsi a misure correzionali di polizia, e nulla più.
Mi credo autorizzato a risparmiarmi qualunque osservazione sul titolo 25.º dei furti, perchè tutti gl’intelligenti convengono nella necessità di costruirne un nuovo, atto a punir con più giusta proporzione un genere di delitti tanto nocivi all’umana società. Si è accordato soverchio favore a’ ladri, e si è detto loro apertamente che quando abbiano a rubar mille scudi, meglio è che ne rubino diecimila, ventimila, poichè la pena o è quella medesima, o vi è tanta poca differenza da compensar molto bene un furto grandioso, tale che possa costituirsi in ricchezza, allorchè saranno dopo dieci o quindici anni usciti dai luoghi di condanna. Nei furti qualificati poi la condiscendenza che accorda la legge è anche più indulgente, poichè la pena massima di quindici o venti anni inflitta a chi ruba cinquecento, non viene aumentata quand’anche il ladro rubasse scudi diecimila.
Pongasi il caso di un domestico che goda la piena confidenza di ricchissimo padrone: lo deruba di un’enorme somma. Viene condannato a quindici o venti anni. Egli sarà entrato giovanissimo nella galera, ne verrà fuori fatto adulto, e potrà godersi le ricchezze derubate o in luogo straniero, o adoperando nel luogo stesso del delitto poche cautele che bastino a farlo comparir tale da non essere in caso o di restituire o di rifare il danno. Condannino pure di trivialità queste osservazioni, ma io avrò sempre parlato di fatti probabilissimi, suscettibili ad essere intesi ed apprezzati da tutti.
Queste poche cose ho io creduto di dire intorno al codice criminale vigente nello stato pontificio. Dissi da principio che avrei fatto osservare solamente i mali maggiori che in esso si contengono, e ben mi sono io strettamente attenuto alle promesse. Chi avesse e volontà e mente di fare opera pietosa ai sudditi pontificii, dovrebbe con ogni impegno studiarne parte a parte ogni articolo, ed accennare quelle riforme e modificazioni che una sana teorica di diritto criminale sa proporre. Il successore di Gregorio XVI, chiunque egli sarà per essere, non vorrà certo isfuggire a que’ miglioramenti che menti illuminate e scevre da pregiudizii gli proporranno. Se egli sarà geloso della propria gloria, e se considererà che una incancellabile infamia cadde sulla memoria dell’antecessore, vedrà che sarà più vantaggioso per sè, essere amato piuttosto che odiato dal proprio popolo.
CAPITOLO II.
Ora io dovrei, e lungamente, parlare di quella imbrogliatissima collezione di norme e regole nei giudizii criminali che viene intitolata con le pompose parole di Regolamento organico, e di procedura criminale. Ma se io ciò facessi m’intricherei in un laberinto da cui non potrei riuscire. Ivi sono raccolte disposizioni contraddittorie, ordinanze incertissime, principii immorali, tranelli alla innocenza ed ogni sorta di nequizie, errori di diritto, di equità, di giustizia. Vi sarebbero, è vero, qua e là sparsi buoni ornamenti, vi figurano monitorii a non abusare, ad attenersi a certe norme, che in effetto sarebbero secondo le leggi del giusto; ma non vi sono minacce, non pene pei trasgressori, tanto che nella più parte de’ casi gli officiali ed i magistrati ed i ministri possono fare come fanno a posta loro, a capriccio, senza che per questo vengano o interdetti o puniti. Non posso però esimermi dall’accennare i precipui inconvenienti che con la semplice lettura di quel libro si fanno manifesti agli occhi anche di un volgare. Tali sono, a modo di esempio:
Il divieto della pubblicità dei giudizii, che è contro la sicurezza de’ prevenuti.
La validità delle deposizioni anche dei parenti in primo grado ne’ delitti di lesa maestà: infame abuso de’ soli governi tirannici e contrari alle leggi del Vangelo.
Il riunire nei giudici singolari il carico di costruire il processo nelle cause di loro competenza, ed il diritto di emanar sentenze nelle cause stesse. Essi diventano giudici e parte, ed il giudicio pel reo sarà sempre contrario, perchè nessun governatore, o assessore, o giusdicente vorrà condannar mai una propria produzione con un giudizio contrario allo scopo che si prefisse mentre costruiva il processo stesso.
L’inutilità dell’appello in certe cause minori di minima pena. Prefigge la legge un termine di dieci giorni per la revisione di una causa pretoriale. Se al prevenuto fu inflitta la pena di quindici giorni, tra per il tempo che accorda la legge al tribunal superiore per riveder la causa, e per i giorni che si consumano negl’intìmi, nelle dichiaratorie ed altre formalità, la pena è scontata per intero: per cui si rende inutile qualunque diritto di appellabilità. E se il giudizio fu ingiusto, un innocente avrà dovuto subire una pena per l’imprevidenza della legge.
Il non essere obbligatorio ai giudici di conformarsi al parere giurato dei periti, quando questo ha luogo nelle cause maggiori, o minori. Qui il pontefice legislatore sembra che voglia far partecipi i giudici della infallibilità che a lui solo accorda Gesù Cristo, o almeno li crede enciclopedici. A che serve, dirò io, il voto delle persone dell’arte, se, dopo che è stato invocato per un giudizio, i giudici non vi si debbano attenere?
L’esser sufficiente ai giudici il convincimento morale per sentenziare della vita, o della libertà de’ rei. Questo paragrafo è stato sempre cagione di risa ai sapienti.
L’accordare l’impunità pei soli delitti di lesa maestà. Infame abuso anche questo, proprio dei soli governi tirannici.
E non finirei mai se volessi seguitare ad enumerare i mali maggiori di codesto regolamento; ond’è che io faccio fine, inculcando fervorosamente anche adesso al dotti italiani di pubblicare quelle norme utili e saggie che mirano al migliore andamento della procedura criminale.
CAPITOLO III.
L’ordine delle materie mi condurrebbe adesso a dover dire qualche cosa sul codice civile dei sudditi pontificii. Ma per grazia della santa Sede apostolica noi manchiamo di un codice parziale. Il lettore non mi faccia il broncio, perchè la bisogna va proprio così, ed io non ispaccio menzogne. Per noi sta ancora il vecchio corpo delle leggi giustinianee, vestito qualche volta alla bergamasca con bolle e costituzioni apostoliche, talchè è un ridere proprio da matti vedere il digesto sì fattamente imbavagliato. V’è però un regolamento di procedura, dove hanno cacciato qualche cosa di positivo sui testamenti, un saggio brevissimo, dirò così, di legislazione. Le incoerenze che sono dentro questo regolamento, le formalità inutili, le lungaggini dannose, le oscurità di certe disposizioni, le massime erronee, le esorbitanti tasse e governative e curialesche, formano un tutto così variato che miglior musaico credo non sia mai stato lavorato dai nostri buoni antichi. Da tutto ciò emerge che i giudizii sono eterni, mille possono essere gli appelli secondo la maggiore o minor scaltrezza dei curiali, le spese infinite, e quando la causa è terminata il vincitore non ha guadagnato niente, il perdente rimane senza nulla, ed il patrimonio combattuto parte se lo piglia il Governo, parte i causidici. Perciò si dà luogo a contratti nascosti, fittizii, immorali, cagione essi stessi di nuove liti e di miserie.
Io questa volta non mi rivolgerò agli scienziati italiani, perchè propongano essi un codice al governo pontificio. Sentii sempre lodare da tutti il corpo di leggi fatto riunire da Napoleone sotto il suo assoluto impero. Tranne alcune cose, che forse non converrebbe accettare al governo nostro, io stimo che quel codice sia utilissimo e adattato per noi. Il nuovo papa potrebbe ingiungere ad alcuni dotti di esaminarlo, ed apporvi quelle poche riforme che sono necessarie, e quindi adottarlo. Il bene, da qualunque parte ne venga, non iscapita mai della sua natura. E poi quel codice non è già opera di Napoleone. I primi dotti d’Europa ne furono i compilatori: egli non ebbe altro merito che di saperli cercare e scegliere.
CAPITOLO IV. BOLLO E REGISTRO.
La primaria istituzione del bollo e registro ebbe per iscopo la sicurezza e la data certa de’ contratti. Ma il governo pontificio ne ha fatto un ramo disonestissimo di finanza. Non vi è regola certa e norma alcuna sulle imposizioni delle tasse, e dipende dal capriccio e dalla ignoranza dei popoli il tassare un atto più o meno, secondo che è a grado loro, talmente che si vede talora in un officio tassar dieci per una registrazione, mentre per l’atto medesimo vi domandano venti in un altro luogo.
Le tasse sono sempre enormissime e sproporzionate, talchè è un lamento universale de’ popoli contro questo balzello del registro, il quale porta per necessaria conseguenza che i contratti sieno pochi, o mal fatti, e nascostamente fatti a danno della buona fede e della morale pubblica. Vi è obbligo a registrare certi atti che non abbisognerebbero di tale formalità, ed il governo fa una speculazione sui giuochi pubblici, sulle morti, sugli spettacoli, e poco manca che non faccia registrare e bollare l’atto di nascita di ogni individuo, la pompa solenne del santo battesimo. Conchiudo che la gravezza di queste tasse è un latrocinio, la pretensione del governo far bollare e registrare certi atti è una ingiustizia. Ond’è che su questo ramo ci vuole una radicale riforma, diretta a mantenere lo scopo vero di questa istituzione, senza soverchio peso del popolo.
CAPITOLO V. GIUOCHI PUBBLICI.
Il giuoco del lotto è una imposizione volontaria, ma mostruosa invenzione dei governi poco civili, che favorisce ogni sorta d’immoralità e di superstizione. È estremamente dannoso alle famiglie, specialmente povere, poichè colla seducente promessa di far diventar ricche con pochissimo le persone che giuocano, questi dissipano quel poco di denaro che traggono dal proprio mestiere, e soffrono e fanno soffrire i disagi della fame, del freddo, della nudità alla innocente prole di cui sono padri. Il vivente Giovenale toscano, filosofissimo poeta, ha scritta una frizzantissima poesia su questo tema, da disgradare qualunque prolisso trattato morale che si potesse stampare su questo proposito. Io, che non pretendo affatto di essere autore di cose nuove e rare, la riporto per intero, a comodo di quei pochi che non la conoscessero, e mi risparmio così altre parole su questo capitolo. Eccola:
Don Luca, uom rotto, Ma onesto pievano, Ha un odio col lotto, Non troppo cristiano, E cose da cani Dicendo a chi giuoca, Trastulla coll’oca I suoi popolani. Don Luca, davvero, È un buon galantuomo, Migliore del clero Che bazzica in duomo; Ma è troppo esaltato, E crede che tocchi Al prete aprir gli occhi Al volgo gabbato. In oggi educare O almeno far vista È moda: il collare Diventa utopista; E ognuno si scapa A far de’ lunari. Guastando gli affari Del trono e del papa. Il giuoco in complesso È un vizio bestiale, Ma il lotto in sè stesso Ha un che di morale; Ci avvezza indovini E d’ottimo cuore, E a fare il signore Con pochi quattrini. Moltiplica i lumi, Diverte la fame, Pulisce i costumi Del basso bestiame: E in fatto lo stato, Non troppo corrivo, Se fosse nocivo L’avrebbe vietato. Lasciate, balordi, Che il lotto si spanda, Che Roma gli accordi La sua propaganda. Si gridi per via — Fedeli, un bel terno!! — Si aiuti il governo Nell’opera pia. Di Grecia, di Roma I regi sapienti Usavan la soma Secondo le genti, E a norma del vizio Il morso e lo sprone. Che brave persone! Che re di giudizio! Con aspri precetti Licurgo severo Corresse i difetti Del Greco leggero; E Numa con arte Di santa impostura, La buccia un po’ dura Del popol di Marte. Nel cuor di coniglio Di tisici servi È savio consiglio Deprimere i nervi, All’uomo corrotto Che nulla più crede È manna la fede Del giuoco del lotto. Tal fede impugnare Non è galateo; Ci lasci giuocare, Signor Galileo! Studiar l’infinito? Che gusto imbecille! Se fo le Sibille Non sono inquisito. Sì. Un giuoco sì bello Compensa il Vangelo, E mette in duello L’inferno col cielo: E un’anima pia, Se il diavolo è astratto, Implora l’estratto Coll’Ave Maria. Per dote sperata Da pigra quintina La serva piccata Fa vento in cucina; Degli ambi sognati L’idea saporita Sostenta la vita Di cento affamati. Presente alla gogna, Dicevo con pena: Per questa vergogna Il popol si frena. Nel braccio mi dà La donna vicina, E dice: «Berlina Che numero fa?» Se passa la bara Del morto, ogni cosa Domandano a gara. — Che gente pietosa! Eh! un popol di scettici Non piange disgrazie, Ma giuoca le crazie Sui colpi apopletici. Evviva la legge Che il lotto mantiene! Il capo del gregge Ci vuole un gran bene: I mali, i bisogni Degli asini vede, E al fieno provvede Col libro dei sogni. Che il sogno è un mistero Ne abbiamo le prove, Ma, a detta d’Omero, Deriva da Giove? E Giove è il guardiano, E i vivi ed i morti Per cento rapporti Si tengon per mano. Chi trovasi al verde Lo ascriva a suo danno: Lo stato ci perde, E tutti lo sanno! Lo stesso don Luca In fondo è convinto Che a volte ci ha vinto Persino il Granduca. Contento del mio, Nè punto nè poco, Per grazia di Dio, Mi curo del giuoco: Ma certo se un giorno Mi cresce la spesa, Galoppo all’impresa, E strappo uno storno.
La concessione generosissima del governo per le Tombole è arrivata tant’alto, che i villaggi regolati da un povero sindaco hanno anch’essi la loro Tombola di cinquanta o cento napoleoni. Poco importa se i concorrenti giuocatori lascino perir di fame la sera la povera famigliuola, o vadano alla strada il dì innanzi per tentar la fortuna; basta che il governo bazzichi il terzo o il quarto di tutto quello che si è introitato; per il rimanente caschi il mondo che non vi è nulla a ridire. Le riffe private e pubbliche sono così frequenti e numerose, che è proprio una vergogna tollerarle ulteriormente. Il governo ha fatto sembiante di proibirne la esecuzione. Ma sapete perchè? per la viltà di rubare anche in quelle un quinto almeno di diritto di registro, la cui tassa sana l’immoralità di codesto abuso.
Checchè si voglia dire in contrario, la Francia, con tutto che venga tiranneggiata dall’attuale re costituzionale, è la prima nazione civile di Europa. E la Francia ha già da qualche tempo abolito il giuoco del lotto. Ogni nazione deve imitare ciò che vi è di buono nelle altre. E così si fanno progressi; diversamente, in luogo di andare avanti presto, faremo il passo della testuggine, o meglio quello retrogrado del gambero.
CAPITOLO VI. DELLE DOGANE.
Le dogane sono istituite in tutti i governi. Lo Stato deve aver le sue rendite, colle quali poter soddisfare ai gravi impegni ed obblighi cui soggiace. È un lamentarsi ingiustamente per questo genere di pagamenti, ai quali fa duopo che i sudditi si sottopongano volonterosamente.
Ma per render meno onerosa questa imposizione, occorre che il governo adotti un sistema di umanità il più possibilmente generoso. Le vessazioni che continuamente vengono fatte e dai ministri doganali e dalle guardie di finanza, rendono troppo odioso ai popoli questo ramo, ed il rancore degl’individui si scarica sempre a danno del Governo. Le tasse debbono esser più proporzionali, la piccolissima industria nazionale più favorita, il sistema di proibizione abolito, annullato il monopolio dei pochi, che è sempre a danno di molti. È necessaria la istituzione di un regolamento doganale, che il pubblico deve conoscere per norma propria. Gli editti, le circolari, che servono attualmente di codice agli uffiziali delle dogane, sono una raccolta di massime contradittorie, incerte, ingiuste, sempre oscure e misteriose. Frequentemente avviene che la tesoreria o modifichi o deroghi certe leggi che sono a notizia di molti, e non accade mai, o quasi mai, che e la modificazione e la deroga si facciano note al pubblico; ond’è che un buon numero di persone viene preso a questa insidia che il Governo tende, e quindi si estorcono multe sanguinose, si fabbricano processi e criminali e civili, e si tradisce la buona fede dell’onesto commerciante e del buon cittadino. Il modo di procedere verso i contravventori alla legge ed i contrabbandieri è tirannico, vessatorio, degno della sacra Inquisizione. Se qualcuno che si trova ingiustamente gravato osasse muover lite contro la Camera, il giudizio è sempre contrario se (come il più delle volte accade) emana dal tribunale della Camera stessa. Ove poi per mirabile o fortuito caso il giudizio fosse favorevole, le immense spese a cui l’attore soggiacque non gli sono rifatte mai, perchè è massima che il Governo, sebbene abbia il torto, non debbe compensare i danni di quello che dovette spendere molta somma a farsi render ragione. Solito abuso di potere ed infame amministrazione di giustizia. Viene confuso il contrabbandiere di professione, che ruba moltissimo all’erario, col privato cittadino che froda una piccola tassa sopra un genere di valor minimo che serve ad uso proprio. Nè mi si opponga che esiste pure una circolare recente di un tesoriere espulso, colla quale si faceva intendere ai ministri e alle guardie doganali che non si avessero ad irritare i privati con vessazioni per frodi di piccol valore; perchè io vi so dire che tanto i ministri, come le guardie sono veramente una masnada di ribaldi, che minacciano, battono, uccidono per bagattelle da nulla, per certe bazzecole il cui dazio frodato non reca il minimo danno all’erario. Anzi cotestoro pigliano di mira più particolarmente i piccoli contrabbandi, perchè quasi sempre complici delle grandi contravvenzioni; con questo fanno un lucro grandissimo, con gli altri non percepirebbero nulla. È proprio doloroso il trovarsi, come è accaduto a me, ne’ confini specialmente di Toscana e di Napoli, a vedere un’orda di sfrenati soldati italiani, correr dietro a certi sciaurati contrabbandieri, italiani anch’essi, batterli specialmente, ed anche ucciderli per toglier loro un fardelletto, che poi si trovava contenere una dozzina di scodelle di terra, o una mezza libbra di generi coloniali, o qualche otre contenente poche libbre di olio fetidissimo.
Io fremo d’indignazione quando sopra gli uffici doganali miro le insegne di santa Chiesa, e penso che da quei luoghi escono ordini disumani, ministri avari, ladri, uccisori de’ propri fratelli, persone che mancano di pietà, di religione, di modestia, di civiltà. Io sempre ricordo a quella vista i sublimi concetti di quel nostro Allighieri, il quale parlando appunto di queste sante insegne, di cui il governo de’ preti sì abusa, esclama, pieno di fuoco, in bocca di san Pietro:
Non fu nostra intenzion c’a destra mano De’ nostri successor parte sedesse, Parte dall’altra, del popol cristiano: Nè che le chiavi che mi fur concesse Divenisser segnacolo in vessillo, Che contro i battezzati combattesse. Nè ch’io fossi in figura di sigillo A privilegi venduti e mendaci, Ond’io soventi arrosso e disfavillo.
Accade frequentissimamente che misere famigliuole di campagna, prive di un obolo, arrischino di raccogliere qualche libbra di acqua salata nelle tante sorgenti che sono sparse in certi luoghi delle province, e se ne servano per farne un amarissimo e disgustoso cibo, facendovi cuocere o pochi vegetabili, o un poco di farina gialla. Non è a dire a quanti barbari trattamenti vengono sottoposti questi disgraziati. Poca cosa sarebbero le battiture, le ferite che riportano dagli scherani del papa, o da quelli del duca appaltatore. Quegli infelici vengono molte volte uccisi sul luogo del contrabbando, ed i rei non solo non vengono puniti, ma talora furono decorati con croci, o nastri da cavalieri, e regalati con danaro.
Io non dico menzogne; i fatti che racconto sono autentici, noti a tutti, vanno per le bocche di tutti, e tolgono ogni volta al Governo mille buoni partigiani, che in avanti avrebbero data la vita a sostegno della santa Sede.
E, per far ritorno alle dogane pontificie, conchiudo che istituiti, ordinamenti giusti e chiari, abolito il sistema proibitivo, diminuite certe tasse di generi che a noi mancano, aumentatene alcune altre per cose di minor conto e di lusso, emanate leggi severe contro i ministri vessatori e violenti, regolata la procedura civile e criminale che ha luogo a carico de’ contravventori, può questo ramo rifiorire onorevolmente, ed esser meno gravoso, ed anche accetto ai sudditi pontificii. Sono qua e là per lo stato impiegati pieni di capacità, atti a proporre riforme; e deve il sovrano eccitarli a presentare analoghi regolamenti, da farsi poi ad altri considerare prima che vengano adottati. —
CAPITOLO VII.
Questo capo io avevo riservato per parlare degli uffici del censo, catasti, ipoteche, archivi.
Simili instituzioni essendo basate sopra savi principii che il Governo nostro ha già da qualche tempo adottati, io mi esimo dal farne parola. Pochi miglioramenti saranno necessari nella parte pratica, per dire che in questo ramo vi è perfezione. Il Governo non deve però tralasciarli, e dimandi ed accetti ed adotti quelle riforme che saranno necessarie. Anche in codesti uffici abbiamo impiegati abilissimi, ottimi, per dare utili e saggi consigli.
CAPITOLO VIII. POLIZIA.
Non è da far maraviglia se, avendo noi veduto la mostruosità d’un codice criminale, la mancanza di un codice civile, la insussistenza di regolamenti doganali, ora diciamo che la Polizia non abbia neppur essa un codice che serva di direzione agli ufficiali reggitori, e sia di guarentigia alla sicurezza privata e pubblica de’ cittadini. Qui è dove l’arbitrio e l’insolenza e l’oppressione del Governo spiccano mirabilmente. La Polizia è il nucleo della tirannide pontificia. In ogni capoluogo di provincia, in ogni città, in ogni terra, in ogni villaggio sono impiegati politici, nelle persone de’ legati co’ loro direttori, in quelle dei delegati co’ loro segretari, ne’ governatori, nei priori comunali, ne’ sindaci.
La forza di Polizia, ne’ luoghi ove esiste, dipende immediatamente da costoro, colla differenza che ognuno de’ capi è in relazione diretta coll’immediato superiore. Più è sublime il grado di quello che rappresenta nei luoghi la persona del sovrano, più è grande la indipendenza di lui, maggiori gli arbitrii, più ristretta la libertà individuale, meno garantita la sicurezza personale.
Un capo di Polizia, appunto perchè non vi è un codice, può far tutto. Egli s’immischia in affari civili, criminali, religiosi, economici, politici, privati, pubblici.
Qualunque misura può adottare in via politica, qualunque violenza può commettere, senza che niuno possa richiamarlo, rimproverarlo, perchè è sempre in grado di poter in apparenza giustificare un’imprudenza, una imprevidenza, un arbitrio, una soperchieria.
Un dicastero di Polizia è più infame del tribunale del santo Officio. Sia pure assurdo, contrario alla giustizia, immane il procedere di quest’ultimo, sarà sempre vero che egli ha un sistema, una norma nel procedere, una regola da seguire. La Polizia carcera un individuo, lo bandisce da un paese, lo sorveglia, gli nega un foglio di passo, lo ristringe dentro un territorio, lo diffida da esercitar diritti civili; gli nega di portar armi lecite, si oppone alla di lui istruzione, lo priva d’impieghi onorevoli, di cariche conferitegli da un Consiglio, lo costringe a non uscir di dotte, a non farsi attore in teatro, lo annienta, lo distrugge.
La Polizia v’intercetta lettere agli uffici postali, le legge, le ritiene, o ha la sfrontatezza di consegnarle dissigillate.
A qualunque ora può entrarvi in casa, cercarvi nella persona, nelle cose, s’impossessa di oggetti, di scritti, di libri, di armi, di denaro.
La Polizia a capriccio fa chiudere officine, caffè, bagordi, ridotti, impedisce giuochi leciti ed illeciti; si oppone quando lo voglia ad ogni onesto ricreamento de cittadini, vietando musiche, cantori, balli, riunioni decorose e lecite.
La Polizia impone ad arbitrio tasse sui caffè, locande, bettole, trattorie. Instituisce multe a capriccio fuori di leggi note, all’insaputa del Governo superiore e della Suprema di Stato. La Polizia fa pagare i permessi di permanenza a periodi arbitrari, con tasse diverse per ogni paese, per ogni individuo, secondo la matta volontà di un legato o delegato.
La Polizia vi fa pagare i visti sui passaporti, impone tasse, multe dove crede, sempre fuori di nota legge, a piacer suo, a posta propria.
Io non so dir di più. La Polizia, che in uno Stato ben regolato è un officio necessario, quando sia diretto da un codice imparziale, conosciuto da tutti, nel nostro è luogo tenebroso, misterioso, composto da persone odiate, da capi inetti e timidi, da commissari atroci ed iniqui, da ispettori fanatici e ribaldi, da spie vili e calunniose, da ribaldaglia scellerata, tolta dal lezzo delle città, dalle carceri, dalle galere. E quantunque poco religiosamente, ben a ragione un autore vivente dice «che se Dio lo avesse chiamato ne’ dì della creazione, egli lo avrebbe consigliato a formar col limo più vile, impastato col veleno della vipera e del rospo, i commissari di Polizia, perchè non avessero avuto il diritto di dire di esser formati ad immagine e similitudine sua».
A me, che debbo trattar sempre le cose sui principii generali ed indeterminati, non rimane altro ad aggiungere in questo spaventevole titolo. Un codice di polizia è lavoro altamente scabroso per la facilità in cui si può incorrere a stabilire ordinanze arbitrarie, che offendono la libertà dei cittadini. Ciò nondimeno non ne è impossibile la compilazione. Un poco di bene vi è a ricavare dalle costituzioni dei regni civili, un po’ se ne può trarre dai codici del cessato Impero, molto posson fare i dotti politici dello Stato. Comunque sia, questo libro è di necessità pel nostro Governo. Esso deve stare fra i primi ordinamenti civili che il nuovo papa sarà per darci, perchè non vi può esser miglioramento dove si fasciasse sussistere una Polizia qual è la presente, che, come dianzi dicemmo, è nucleo di tirannide formidabile.
Dunque ai capi di Polizia, mi si opporrà, non sarà dato mai deviare alcun poco da questo codice particolare, il quale non potrà poi contenere tutti i fatti parziali possibili ad accadere in un luogo, in una città popolosa, faccendiera? Essi, quando il loro libro non consideri qualche evenimento particolare, devono farla da autorità conciliatrici, sentir sempre le parti che fra di loro contendono, e negli altri casi adoperare misure prudenziali, in cui l’arbitrio, se deve aver luogo, non offenda l’individuo, od arrechi il minimo dispiacere possibile.
Lo stesso vagabondaggio, tanto trascurato dalle Polizie moderne, ha diritto a pretendere che l’arbitrio operi nel minimo grado sugl’individui che lo compongono, e quelle misure che la Polizia dovesse pigliare contro di costoro avrebbero ad essere sempre piene d’umanità, tendenti solamente a prevenire i delitti e ad assicurare la tranquillità pubblica. E chi fosse così generoso da pubblicar presto i fondamenti elementari di un tal libro, ben meriterebbe della patria.
CAPITOLO IX. CARCERI.
Quando si dice da noi che un individuo rimane sostenuto sulle prigioni, tosto subentra un’idea di un patire grandissimo, e si grida alla tirannide, all’abuso. Già altrove notammo che le prigioni ed i luoghi di condanna nello Stato pontificio sono luoghi orridi, malsani, oscuri, obbrobriosi all’umanità.
Ora è da avvertire che in codeste sucide carceri sono sempre confusi il reo coll’innocente; un primo delinquente col delinquente abituato; l’uomo educato con quello della plebe; il reo di grave delitto col reo di lieve colpa.
Senza poter pretendere che il Governo adotti un sistema penitenziario, quale lo vogliono le colte nazioni d’oggi, mi par giustizia che i sudditi possan chiedere una riforma notabile su questo proposito; che le carceri debbano essere salubri; che vi sian da per tutto case di correzione per gli eccessi d’insubordinazione; che debban esser distinti i rei dagli accusati, quelli che già furono condannati da quelli che nol sono.
La carcere pei meri accusati debbe essere un luogo di reclusione comodissimo, lauto il trattamento, molta la libertà, con la cautela di sorveglianza per non informare il processo, ed altre condiscendenze. Poichè se dalle risultanze del processo avesse poi a dichiararsi la innocenza di un inquisito, con qual giustizia si sarà potuto aggravare sopra la persona di questi un soverchio rigore; e così anche pei condannati? Minore indulgenza sarà d’uopo per essi, ma locali sani, vitto salubre, abbondante, nettezza nel vestiario, nelle persone, nelle cose.
E quello che non ho notato nel capitolo sul regolamento organico e di procedura, noterò adesso, cioè la necessità d’una maggiore speditezza nei giudizi, colla istituzione dei tribunali criminali esclusivi, poichè ogni giorno di carcere che subisce un accusato, il quale poi fosse dichiarato innocente, è un’ingiustizia che grida vendetta avanti il cospetto di Dio. Io credo che non possa esservi cosa più orribile ad un uomo di vedersi rinchiuso, e malamente trattato, fra persone delittuose, colla coscienza della propria innocenza. E perchè il legislatore non ha da immaginare quadri così luttuosi e di abbominazione? forse sono poco frequenti i casi d’individui che furono rinchiusi per mesi ed anni o per arbitrio delle polizie, o per negligenza di processanti, o per incuria di tribunali, che poi non furono rinvenuti rei, anzi furono dichiarati innocenti.
E in questo articolo, sebbene dovesse avere un posto particolare, mi piace aggiungere che i delinquenti i quali subirono una condanna, nell’uscir che fanno dalle prigioni non arrivano mai a godere dei diritti civili, o per mancanza del Governo o per il pregiudizio della società. È quindi ben necessario che il sovrano istituisca lui, o favorisca la istituzione de’ patronati, la quale è diretta a far proteggere gl’individui che uscirono dal carcere, a sorvegliarli paternamente, a sovvenirli, a procurar loro occupazioni, impieghi, a prevenire insomma, che, stretti da necessità e scontenti della mala accoglienza che ricevono, ritornino a commettere delitti e a diventare malvagi e pericolosi cittadini.
Credo che la carceri del santo Ufficio siano attualmente le ordinarie prigioni dei vescovi o quelle governative. Da che non usan più gli auto-da-fè, io non presto fede alle fandonie che si raccontano rispetto ai carcerati per delitti religiosi. Comunque, è obbligo del Governo, finchè non abbia abolito interamente il santo Ufficio (ciò che deve far presto) d’impossessarsi di quei prigioni, sostenerli nelle carceri ordinarie, e punirli proporzionatamente secondo i loro delitti, essendo giusto che in materie religiose debba esser tolleranza da parte del Governo, ma rispetto sommo dal lato dei sudditi.
CAPITOLO X. RELIGIONE.
Il presente capitolo discende molto bene dagli ultimi periodi del precedente. Dissi dell’obbligo che hanno i cittadini a rispettare la sacrosanta religione degli avi nostri, e della tolleranza che il Governo aver deve per le opinioni religiose. Io non so come non si debba esser perfetto cristiano da colui che intese pel verso suo la santa legge del Vangelo. Io ti adoro, religion santissima di Gesù Cristo, credo alla santità della tua legge, imploro di morire nel seno della santa
Chiesa, di essere sepolto tra’ miei padri, di profittare delle preci de’ fedeli, dei suffragi dei santi ministri, di godere la celeste gloria del paradiso; questa è la profession della mia fede. Con tutto ciò, siccome le volontà degli uomini sono libere per concessione divina, e perchè alcuni ciecamente discredono dalle massime della Chiesa, questi non si devono costringere col ferro e col fuoco a credere in Gesù Cristo: si tengano però obbligati a rispettare in tutto e per tutto le pratiche nostre religiose, le opinioni, il dogma, la dottrina cattolica. I contravventori si debbono punire dai tribunali ordinari con pene proporzionate risultanti da un filosofico titolo di codice che il nuovo papa ci darà. — Questo capitolo sulla religione importerebbe esso solo un grande volume, ove si volesse discorrere di tutti gl’inconvenienti che sono nella disciplina e nelle pratiche ecclesiastiche. Io accennerò per sommi capi quelle cose che mi sembrano più degne di rilievo, e sulle quali possono adottarsi provvidenze utilissime.
I vescovadi non son ben distribuiti nel nostro stato. Un immenso tratto di paese, e per ordinario quello che avrebbe più bisogno d’un pastore, ne è privo. In altri luoghi sono frequenti poco men che le parrocchie.
Le rendite di alcuni vescovadi sono scandalosamente strabocchevoli, quelle di alcuni altri sono per la parsimonia indecenti: qui il rimedio è facile. Si erigano nuove chiese episcopali dove il bisogno lo esiga, ed alle chiese straricche si tolga la rendita per quelle. Sia, se non un perfetto pareggio in tutti i vescovati, almeno un poco di equilibrio che modifichi il fasto di alcuni vescovi, incoraggisca l’animo di altri.
Il popolo ignora i fondamenti di nostra santa religione. Causa n’è specialmente ne’ piccoli luoghi la vergognosa inerzia dei parrochi, che non ispiegano il catechismo e che non danno istruzioni individuali ai teneri ragazzi. I signori vescovi sorveglino con rigore la condotta di questi pastori, fra i quali io conosco invece certi lupi che consumano molto lautamente il gregge a loro affidato. Vi sia una dottrina di facilissima intelligenza, sia adottata universalmente in tutte le diocesi, nè si permetta ai vescovi di aggiungervi, o togliere, o modificare le massime che vi sono dichiarate, perchè, sebbene io creda che lo scopo di queste riformazioni sia sempre santissimo, pure ingenera grande confusione nelle menti grossolane del volgo, che impara poi di mala voglia, o non comprende d’aver creduto santamente in passato, e sente rimorsi per un errore che non ha commesso: come non ha guari accadde in una vasta diocesi, nella quale uno zelante vescovo volle cambiare le parole degli atti di fede, di speranza e carità, ed i diocesani volgari si spaventarono orrendamente temendo di esser dannati, perchè prima non seppero bene, poi per la difficoltà ad imparare il vero. L’ammissione al clericato ed al presbiterato si fa senza troppo considerarvi sopra dai vescovi. Il clero dello stato pontificio è il più ignorante di tutto il clero cattolico, salve poche eccezioni. Basta avere studiato gramatica latina, e saper quattro pagine di un libro qualunque di morale per diventar prete e canonico e confessore. E con quanto danno della religione, ognuno che abbia fior di senno sel può da sè medesimo considerare. Però al sacro ordine del presbiterato non si dovrebbero promuovere che quelli i quali, avendo prima dato saggio di una savissima condotta, fecero poi i loro studi in perfetta regola, e si sottoporranno a rigorosissimo esame delle scienze filosofiche, morali, dommatiche, teologiche.
E con questo rimane anche provveduto in appresso ad una buona scelta di parrochi di campagna, dove si vedono talora certi ignoranti, i quali insegnano in buona fede eresie e massime erronee al ceto de’ contadini, che in vero avrebbe bisogno di una istruzione religiosa purissima, per essere nelle campagne stesse la demoralizzazione pervenuta al massimo grado.
La collazione de’ benefizi sia un po’ più equamente distribuita, nè si tolleri l’abuso di veder pochi straricchi di rendite per molti benefizi, ed altri averne un solo miserabile, capace appena di campar la vita di un individuo.
Le confraternite, arciconfraternite di Roma e provincie sono un semenzaio di ribaldi, che fomenta le dissensioni cittadine, son cagione di un mal inteso fanatismo religioso, origine di scandali obbrobriosi.
Queste vengano abolite; si lascino sussistere le sole antichissime del santissimo Sacramento e della buona morte, e le rendite delle compagnie servano allo stato per isdebitarsi in parte con gli usurai ai quali si vendè il morto papa.
Sonovi anche certi ordini religiosi che hanno rendite immense. Se non temessi di osar troppo, direi che si abolissero per isdebitar lo stato colle ricchezze di costoro. Ma i Gesuiti, oh i Gesuiti, sì, è necessità che sian soppressi, distrutti fin dalle radici, disperdutane la memoria. Pio VII col restituirli, sperò, il santo pontefice, che si fossero corretti de’ loro vizi, che avessero ripigliati i santi principii co’ quali istituì il loro fondatore.
Adoperar parole contro di costoro dopo quel che ne scrissero autori gravissimi ed ortodossi mi sembra affatto inutile. Chiunque sarà per essere il nuovo papa ei non potrà stare felice in trono se non imita quel Ganganelli di sacra memoria, che, prima di risolversi alla loro abolizione con quel suo celebre breve Dominus ac Redemptor, li studiò profondamente, li conobbe indegni di rimanere, trovò essere necessità la loro distruzione.
E poichè siamo a parlar de’ frati, io debbo ricordare che vi è grande abuso nell’accettazione di nuovi confratelli, e somma imprudenza nel farli professare in età troppo verde. Io non dubito di asserire che se un pontefice promulgasse una legge nella quale autorizzasse i frati di tutti gli ordini a restituirsi al secolo, i conventi rimarrebbero quasi vuoti. Tanto sono essi pentiti di trovarsi adulti colà dove adolescenti giurarono di morire. Niuno faccia il voto solenne se non a trent’anni. Quest’è l’epoca della vita in cui l’uomo difficilmente s’inganna nella scelta del suo stato.
Nemo militans Deo implicet se negotiis saecularibus. Con questo insegnamento, che è pur chiarissimo, è insopportabile l’abuso di alcuni preti d’immischiarsi non solo in affari politici, economici, ma di abbassarsi perfino alcuni di essi in affari di commercio, in monopolii, in negozi di cambio, e via discorrendo. Ve ne ha taluno che, lasciato da parte l’ufficio divino e la santa messa, padroneggia nelle campagne, servendo, in qualità di fattore o ministro, un qualche grande, a cui presta poi anche il servizio di cappellano confessore, Dio sa con quanta riprovevole indulgenza!
Questo è costume frequentissimo, specialmente nelle provincie dell’Umbria e della Marca.
Il nuovo papa ammonisca severamente i vescovi contro un abuso ch’è nocivo alla santa religione.
Le funzioni religiose non si eseguiscono sempre con quel decoro che esige la casa di Dio. Tranne alcune chiese cattedrali, dove il cerimoniale è con qualche esattezza osservato, negli altri luoghi, pochi preti, con paramenti indecenti, senza niuna esattezza e regolarità, si fanno lecito di praticare le più auguste funzioni della Chiesa con iscandalo degli spettatori, ai quali la funzione stessa diventa argomento di scherno e di motteggi scherzosi.
È però necessario che ogni chiesa matrice, anche de’ piccoli luoghi, sia fornita di tutto il bisognevole, e di un numero bastevole di ministri per la esecuzione delle pubbliche funzioni, e ne venga impedita la pratica per prevenire la derisione de’ troppo satirici secolari.
Tutto ciò sia sottoposto alla severa sorveglianza de’ vescovi.
E per chiudere questo articolo, nel quale infinite cose si potrebbero dire, ove se ne dovesse fare un trattato, dirò che interessa alla santa religione nostra: che i ministri del culto sien esemplari in tutto, pii, dotti, devoti, da poter servir d’esempio e modello a tutti gli ordini civili dello stato.
Che certe pratiche minute di devozione, certe riunioni superstiziose sono sempre a danno di una soda e ragionevole credenza.
Che la tolleranza di alcuni pregiudizii, il favore che si accorda a certi miracoli, a certi santuari, l’opinione che si vuol mantenere su certi prodigi non verificati, son cose tutte di particolare speculazione di alcuni, e di superstizione per altri e di raffreddamento religioso per tutti.
Per ciò, un nuovo pontefice, se deve esser cauto nella remozione di tanti abusi, non deve però trascurare di sradicarli a tempi opportuni, sotto favorevoli condizioni. Il ritornare la religione cattolica alla primitiva semplicità è desiderio onesto che il papa deve favorire. Senza di questo il protestantismo potrebbe arrivare ad aver un vantaggio sopra di noi, e con danno della verità, della pace del mondo.
CAPITOLO XI. ISTRUZIONE.
Se Leone XII non avesse fatto altro nel suo regno che la bolla Quod divina sapientia, esso meriterebbe per questo solo di essere appellato papa di santa memoria.
Infatti prima che da lui si promulgasse il regolamento sugli studi, la istruzione era sotto un’epoca di mortificante deterioramento, irregolare il corso delle scuole, massimi gli abusi, infiniti i privilegi a certi comuni, a certi luoghi, ed anche ad alcuni privati, di conferir lauree in ogni ramo di scienza. Egli soppresse codesti inutili diritti, ristabilì alcune antiche università, richiamò gli antichi licei, istituì accademie, ordinò norme e leggi anche sulle scuole private.
Ma ogni radicale riforma è difficile che sul momento riesca perfetta, ond’è che egli lasciò ai vescovi la presidenza in tutto il ramo dell’istruzione, e qui il buon pontefice errò, fors’anche per colpa de’ tempi.
La piccola istruzione fu anche troppo negligentata, ed i metodi proposti non sono dell’attualità.
Il nuovo papa vedrà di per sè quanto sia assurdo far immischiare i vescovi nella pubblica istruzione. La loro missione dev’essere tutta religiosa, e l’educazione scientifica de’ giovani ha bisogno di tutt’altri direttori che non sono i vescovi.
E così dicasi de’ metodi ne’ primi studi.
Quando le cose vecchie non son buone in confronto delle nuove, queste debbono preferirsi. Le scuole di mutuo insegnamento sono da preferirsi pe’ giovanetti, ed i sistemi frateschi sono da abolire nelle scuole di filosofia. Non c’illudiamo. L’influenza del buono sarà sempre preponderante, ed i falsi metodi se non si aboliscono, vanno a cader da loro; colla differenza che se i giovani studieranno su buoni e retti principii, saranno dotti e savi cittadini, se saranno istruiti falsamente, la tendenza del secolo gli farà correggere da loro stessi, ma di non tutte le massime erronee si spoglieranno, nè saranno i migliori cittadini e i più buoni cattolici.
Le università abbisognano di cattedre di che mancano; tali sono una scuola di letteratura, di economia pubblica, di diritto delle genti, di diritto naturale, ecc.
Si vuol più cautela nell’accordar permissioni per istruire la gioventù. Quanto è lodevole l’insegnamento dei padri Barnabiti e Scolopi, altrettanto sono nocivi i principii di alcune scuole pubbliche e private, sieno del sesso maschile o femminile, e troppo si è larghi da per tutto nel concedere autorizzazione a questo fine. Un’apposita congregazione provinciale deve sorvegliare il ramo dell’istruzione, ed ogni paese deve avere sue deputazioni che dipendano da quella. — La congregazion degli studi in Roma sia anch’essa composta di dotti ed onesti secolari, ed abbia il supremo potere su tutte le scuole dello stato. Con questo mezzo si perfezionerà il sublime progetto del buon Leone XII, ed il nuovo papa si avrà il merito di esser nomato il riformatore degli studi. Mi riman solo una cosa da avvertire su questo argomento, e poi do termine.
In tutte le università si adopera un’indulgenza troppo nociva nell’accordar le lauree. Moltissimi dottori sono ignoranti. Per porre una remora all’abuso de’ collegi esaminatori, gli esami sien pubblici, e le dissertazioni per lauree sieno scritte su tema dato improvvisamente, e corra l’obbligo all’università di pubblicarle in istampa a proprie spese.
Questo è l’unico modo per evitare che i professori e gli esaminatori abusino, ed è cagione ancora che i giovani studino con profitto per ben proprio e per utilità della patria.
CAPITOLO XII. TRUPPE.
Lo stato nostro, di sua natura pacifico, diventerebbe tranquillissimo e sicuro quando siano accordati ai sudditi quei miglioramenti che vengon dimandati dall’attuale incivilimento. È per questo che la santa sede può abbisognare di poche truppe, che si posson comporre seguitando ad attenersi al sistema di accettare i volontari che si presentano, adoperando maggior cautela nel ricevimento, ed escludendo quelli che mancano di documenti che comprovino una buona condotta.
Io penserei che si potessero anche ricevere individui che furono già inquisiti, o la condotta dei quali è sospetta ai magistrati politici là dove essi sono domiciliati. Ma di cotal razza di soldati si dovrebbe fare un battaglione a parte, regolato da disciplina militare più severa, e sorvegliato con maggiore attenzione. Così da cattivi soggetti si potrà trarre buon profitto, si riformerebbero i loro costumi, e col tempo si restituirebbero alla società cittadini purgati, degni di considerazione. E se il papa dovesse combattere contro i nemici della santa sede, di quali truppe si servirebbe egli all’occorrenza? Il ciel volesse che il papato diventasse militare per Italia nostra! Ma qualunque potesse essere il bisogno ne’ papi di aver truppe, io vedo che lo stato potrebbe, all’occorrenza, aver buoni soldati, se, adottando una specie di coscrizione municipale, col titolo di truppe urbane facesse in ogni luogo iscriver ne’ ruoli secondo le leggi di coscrizione coloro che vi debbono stare, ed obbligasse gli arruolati ad esercitarsi nelle manovre militari, dirette da pratici istruttori, che non mancano in alcun comune. Così il governo potrebbe calcolare all’occorrenza su truppa regolare ed abituata all’esercizio dell’armi, facendo che i coscritti si prestassero ad ogni chiamata dello stato, che li armerebbe regolarmente alla opportunità. Io credo che la più parte de’ lanzi che l’imperatore manda a soccorrere il papa, quando i sudditi gli si ribellano, siano corpi di riserva che i capi delle municipalità fan chiamare, forse a suon di campane, allorchè il governo ne abbisogna. Da tutto ciò ne emerge che le truppe straniere devono esser subito congedate, e tolto così una profonda cagione di rancore ai popoli, che a malincuore sopportan la presenza di codesti mascalzoni, vergogna e disonore della patria libera da cui vengono.
Appena si crederebbe da chi non è statista che un buffo regno come il nostro, di poco più di due milioni d’individui, abbia due diversi corpi di truppe politiche per la sicurezza dell’interno. E molto meno si crederebbe che sianvi paesi sforniti affatto di soldati di polizia, per lo che il reggimento civile in questi luoghi non ha sostegno di sorta, ed è libero a tutti di fare almeno quel che si vuole senza dipendenza dell’autorità.
Lascio degl’inconvenienti che accadono fra i diversi corpi politici, i quali fra di loro non si ricambiano stima, anzi si aborrono cordialmente.
Lascio dei privilegi che si accordano ad un corpo di questi, all’altro si negano.
Ma prudenza di governo è quella di lasciare certe terre e castelli popolatissimi senza l’ombra di una guardia e in balia di loro stessi i popolani di que’ luoghi? Anche qui mirabilmente spicca l’egoismo di Roma. Colà sono migliaia di soldati di ogni arma solamente per pompa, per inutile lusso, per far corte al papa, ai cardinali, ai prelati, ai capi dello stato-maggiore.
Perchè non si debbono egualmente distribuire le truppe per lo stato e lasciarne solo un maggior numero nella capitale per decoro e servizio delle corte? Perchè il governo non se ne serve a far scortar le diligenze, e garantire con una buona mano di dragoni il danaro che i privati inviano ne’ luoghi con quel mezzo mal sicuro?
È poca ingiustizia dello stato il far pagare a due per cento il trasporto dei danari, e poi non garantirli in caso di assassinio? In luogo di due finanzieri, perchè la polizia di Roma non fa scortare da otto dragoni le diligenze ed i corrieri? Indicati gl’inconvenienti in questo titolo, ne emergono facili le riforme. Il nuovo papa le adotti se brama sentirsi nominare papa e re galantuomo.
CAPITOLO XIII. APPALTI.
Non v’è economista che non gridi la croce contro gli appalti. Tutto il lucro che rimane all’imprenditore è a danno dello stato e dei sudditi. Poi le angherie dei privati contro il pubblico, alienano gli animi dal cuor del sovrano. Sono infiniti i mali insomma che da questo falso sistema provengono. Io piglierò ad esempio l’amministrazione de’ tabacchi. Un recente signore ne è l’appaltatore. Arricchitosi non si sa come, esercitando i suoi una servilissima arte, poi divenuto ricco banchiere e duca, dando ad usura ai papi il suo oro mal’acquistato, facendo mostra di generosità co’ primi piaggiatori di Roma, prodigando a tempo utile qualche elemosina al popolazzo, allogando di tempo in tempo lucrose opere ad artisti, profondendo danaro scaltramente in società brillantissime, oscurando il lustro dei veri principi romani, arrivò costui a padroneggiare lo stato e rendersi devoti i capi di tutti i dicasteri, ad estorquere concessioni e privilegi dalla corte, e farla, in fine, con pochi altri vili satelliti, da vero tiranno, e soperchiatore in tutti i dominii della santa sede.
I di lui agenti hanno demoralizzato tutti i buoni e schietti abitanti che sono lungo il lido del mare dal Tronto a Comacchio e sull’altro del Mediterraneo. Ha istituito una polizia composta di sgherri armati, i quali abusano della protezione che loro accorda il governo. Ha posto la diffidenza nelle famiglie, il sospetto fra gli amici e parenti, ha favoreggiato lo spionaggio, ha comprato i tradimenti, ha tradito la buona fede dei sudditi, ha tolto all’amore del governo mille cuori devotissimi. Ha corrotto magistrati, ha sedotto soldati, ha sacrificato molti individui, ha immiserite comode famiglie, ha deteriorato il commercio di mare, l’industria pubblica e privata.
Che più? Ha turbato colle sue perquisizioni la sacra pace dei religiosi, delle vergini di Gesù Cristo, le ceneri de’ defunti.
Dio mantenga il di lui tremendo giudizio sopra di costui, e non gli accordi mai quella prole che agogna!!
Gli appaltatori degli altri rami sono anch’essi più o meno dannosi allo stato, sia dal lato economico, sia dal lato morale. Ma la perversità è massima nell’amministrazione de’ tabacchi, ed è argomento di gravissimi scandali, da che l’imbecillità di un papa egoista ne die’ la privativa all’appaltatore presente.
Io ho sentito parlare di progetti su questo argomento che mi sembrano molto utili allo stato. Ignoro se siano facilmente eseguibili, ma se il governo ne farà argomento di disquisizione con persone atte a dar consigli, mi par probabile di poterli effettuare.
Intendo parlare della libertà di commercio sui tabacchi e sui sali.
Poniamo che il governo abbia un milione netto di rendita sui sali e tabacchi. Istituisca una tassa provinciale proporzionata, che renda allo stato quello che introita coll’appalto, ed i sudditi saranno ben contenti di fare un pagamento di poco rilievo a rate, e scegliere e comprare dai più esatti industriosi sia il sale, sia il tabacco, che sarà sempre abbondante nello stato, ed a prezzo tenuissimo. Se si ha a dir la verità, i tabacchi dello stato pontificio sono per avventura migliori di tutti quelli degli stati italiani. Ma i prezzi loro enormissimi, ed i tabacchi che costerebbero lieve somma, sono di pessima qualità, insopportabili, da non poterne far uso.
Quando la fabbricazione de’ tabacchi era libera, v’era fra i commercianti una gara utilissima, venivano occupati sperimentati artisti nazionali, e in questo maleaugurato bisogno del popolo si provvedeva con soddisfazione dell’odorato, e con moderatissimo incomodo delle borse. Lo stesso dicasi del sale. Ogni industriante aveva un interesse a fabbricarne dell’ottimo, e non si vide altro che in quell’epoca portata a perfezione l’operazione di questo genere necessario, o introdotto nello stato il miglior sale che trovasi in natura in altri luoghi più fortunati.
Non vi fu caso mai che alle popolazioni mancasse un genere o l’altro. Ma a garantire i consumatori da un’evenienza appena possibile mille modi avrebbe il governo, tra’ quali l’istituzione a proprie spese di spacci normali in ogni comunità.
Io mi sono diffuso a parlare a lungo di questo appalto, poichè è quello che è più degli altri tirannicamente amministrato, e mal si sopporta dai popoli che alle oppressioni del governo si aggiunga quella d’un esoso privato, che con sue ladronerie si compera ormai i dominii della santa sede.
L’altro dazio gravosissimo al popoli è quello del macinato. Io stimo che il governo potrebbe, con proprio vantaggio e più tranquillità dei sudditi, adottare un progetto simile al precedente, e toglier via dalle provincie tanta ribaldaglia di appaltatori, che fanno malcontente le popolazioni a danno sempre della sicurezza del pontificato.
Le forniture sono un fac simile degli appalti. Colla differenza che la trufferia dei fornitori si fa più direttamente a danno dell’erario, e ne risentono alcune classi di persone che hanno diritto ad esigere più riguardi e più compassione dal governo. Tali sono le truppe, malmenate tanto dai fornitori generali di Roma, ed i poveri carcerati, specialmente delle provincie, dove il trattamento ed il vestiario viene subappaltato due o tre volte; tanto che l’ultimo fornitore rade fino alla pelle lo sciagurato prigioniero, per far anch’esso un lucroso guadagno. Io non so se fosse possibile al governo di amministrar queste cose a proprio conto: è però vero che un tale ramo esige una prontissima riforma, che migliori la condizione di queste classi, e specialmente dell’ultima, la quale ha diritto ad ogni nostro riguardo ed alle nostre premure.
Ma qualcuno potrebbe opporre che coll’abolizione di certi appalti un numero grandissimo d’impiegati rimarrebbe sprovvisto improvvisamente senza aver altre risorse. Per ciò che riguarda gl’impiegati camerali essi hanno diritto ad essere mantenuti in soldo e si porranno in riposo, o si faranno occupare in altri impieghi. Quanto agl’incaricati dell’attuale appaltatore de’ tabacchi essi siano congedati con qualche gratificazione, e tornino alle loro antiche professioni, o si procurino qualche occupazione, e facciano insomma quello che prima dell’appalto ducale facevano. La carriera stessa militare può servire a moltissimi di onesta professione ed onorata.
Tutte le altre privative e privilegi ed esenzioni sono, più o meno, un abuso del governo per procacciare un piccolo lucro a sè stesso, e che arricchiscono qualche privato con danno di tutti gli altri sudditi.
Merita però anche questa parte una seria disquisizione le di cui risultanze tendano a far vantaggio ai più, allo stato medesimo, che suona lo stesso. Nè s’intenda con ciò che le invenzioni o i perfezionamenti nei rami industriali non debbano premiarsi ed incoraggirsi co’ dovuti onori e privilegi. Quando il vero merito o una scoperta utile alla nazione implora dal Governo protezione e soccorso, si deve essere generosi nel concedere, perchè la ricompensa alle cose utili è stimolo a sempre progressivi miglioramenti.
CAPITOLO XIV. MANIFATTURE, INDUSTRIA AGRICOLA, ECC.
Manifatture nazionali, industria agricola, società d’incoraggimento, case di soccorso, istituti di beneficenza, case di sanità, ricoveri, bagni pubblici, scuole di arti, scuole di nautica, sale d’asilo, spedali di maternità, ec., sono tutte parole, per noi pontificii, che abbiamo lette nei giornali italiani e stranieri, o sentite ricordare da qualche viaggiatore nazionale che abbia veduta e percorsa la sua patria.
Non mi si opponga che Roma è ricca di opere pie e di stabilimenti utili, e che in qualche paese dello stato già sono istituite casse di risparmio, ed altre e savie istituzioni: poichè io risponderò che codeste eccezioni sono di maggior cordoglio per chi desidera miglioramenti, i quali ove non spandano la benefica influenza da pertutto, servono invece di rancore e d’invidia contro gli abitanti della capitale, i quali sembrano accampar diritto a privilegi che non sono conceduti agli abitanti delle provincie.
E poi se vi volesse fare un esame di codesti istituti che sono in Roma, e che si riducono alla perfine a qualche ospedale od altri pochissimi stabilimenti di utile pubblico, si vedrebbe che alla direzione di alcuni son sempre preti o pavonazzi, o rossi o neri, che ne sciupano le rendite, se ne profittano, e non sanno porre un’ombra di ordine nell’interno di esse; e direttori di altri sono sfaccendati artisti, capi di fabbriche ignoranti, o inerti di loro natura, o tendenti solamente al proprio lucro, o godenti una inopportuna protezione di qualche impiegato autorevole di governo, o mancanti affatto, benchè meritevoli, della necessaria protezione del sovrano. A sviluppare questo capitolo con qualche analitico esame sarebbevi voluta una memoria che avrebbe essa sola occupate molte pagine. Mi è bastato accennare i sommi capi per ricordare al successor di Gregorio, che non per colpa nostra noi non risentiamo ancora la influenza del progresso, ma per ignoranza e per mala volontà di chi ha retto e governato finora.
E chiuderò col dire che le istituzioni umanitarie accennate nel primo periodo del presente capitolo, ove trovassero appoggio nel governo e mano forte nella classe dei ricchi, oltre alle tante utilità di che sarebbero feraci, preverrebbero che il pauperismo, proprio compassionevole, del nostro stato sarebbe grandemente diminuito, e il vagabondaggio e gl’individui oziosi di cui noi abbondiamo, sarebbero ridotti al minimo numero, con molta soddisfazione de’ sudditi tutti e specialmente di certe città dove la poveraglia di necessità e di professione è di grave noia alla tranquillità dei cittadini, e di niuna sicurezza individuale.
CAPITOLO XV. AMMINISTRAZIONI COMUNALI.
Chi si ferma a guardare nella corteccia le istituzioni dei Consigli comunali, riman sorpreso, come nel governo dei preti possa esservi un ordinamento tanto democratico.
In fatti ogni municipio ha copioso numero di comizii, tratto da tutte le classi degl’individui che compongono una comunità.
Ma il governo nell’istituire gli ordini municipali gittò nella bocca degli affamati terra, e non pane. Lascio della sorveglianza e supremazia tirannica e capricciosa che viene accordata ad ogni capo di provincia, su’ negozi della comunità. Lascio della esosa dipendenza che si esige dalle magistrature nell’obbligare a comunicare in antecedenza ai delegati e governatori le proposte di cui deve farsi discussione.
Ma i comizii vincano pure a pieni suffragi un partito che venne posto a squittinio secreto; quella risoluzione dev’esser sempre approvata dai delegati, i quali a posta loro, a pieno capriccio, per vedute parzialissime e private, molte volte negano la sanzione dell’atto il quale rimane sul colpo nullo ed invalido, come se non avesse avuto luogo alcuna discussione. E non sono mica rare le prepotenti negative de’ delegati ad approvare certi atti consigliari. Queste accadono di continuo, e specialmente contro le piccole comuni, che sono più assai tirannicamente trattate di tutte le altre. Così l’apparente democrazia de’ Consigli diventa autocrazia, ed i delegati tutti dello stato sono i czar delle provincie.
Or lascio che altri immagini gli arbitrii de’ legati, la influenza de’ quali presso il governo è molto maggiore.
Trovo giusto che una supremazia de’ capi delle provincie sorvegli al buon ordine delle cose municipali; che gli atti consigliari non si debbano sanzionare se le formalità volute dalla legge si trascurarono nella celebrazione degli atti medesimi; ma le risoluzioni che a maggioranza dei voti prendono i rappresentanti del popolo, sieno rispettate, e non dipendano dalla ignoranza o malizia de’ capi delle provincie, i quali nella maggior parte non essendo statisti, niun interesse hanno per le cose nostre, e consumano il tempo nel capo-luogo tra le adulazioni de’ patrizi, nelle crapule, nelle lascivie e nell’ozio più riprovevole.
Lasciano essi la cura degli affari più gravi nelle mani de’ loro secretari generali, moltissimi fra’ quali sono diretti dall’amor del lucro, dalla forza degl’impegni, dalla passione della vendetta. Ecco il beato regime di che si godono le più belle provincie d’Italia. Ecco i bravi governanti che i papi mandano a felicitare i popoli. Abatini discoli o porporati astuti stranieri, sempre ignoranti, scolaruzzi senza studio, vanarelli, pazzarelli, gonfi degli onori che loro vengono resi dai nobiluzzi delle città, senz’amor del pubblico bene, pensanti solamente a vivere, anzi a vegetare.
E l’ubbriaco Tedesco sa e conosce meglio di noi cotali obbrobri, e manda suoi lanzi a reprimere le nostre rivoluzioni!!! Ma Dio non paga il sabato. E la vendetta ch’egli fa contro gli oppressori di un popolo quanto è più lontana, tanto è più gagliarda. Sel sappia lo stupido Ferdinando; Iddio non paga il sabato!
E chiudo questo capitolo imprecando cordialmente ogni vendetta contro al Tedesco, pregando il cielo che faccia parer buone e sante queste mie parole al successore del Bellunese, già da incorruttibil giustizia giudicato.
CAPITOLO XVI. IMPIEGATI.
Il conferimento degl’impieghi è di quasi esclusiva attribuzione della segreteria di stato. La nomina è sempre tutta a nome del sovrano, ma poche volte ei se ne briga davvero, tranne il caso in cui voglia provedere qualche suo ben affetto, o raccomandato da persona autorevole. Nei primi anni del pontificato di Gregorio il di lui aiutante di camera vendeva a prezzi fissi i posti e le cariche anche più onorevoli e sublimi. Talchè si videro fra i giudici, governatori, cancellieri, proposti, e via discorrendo, persone che occupavano posti vilissimi, o avevano servito nelle truppe, o erano cherici, o non avevano fatto alcuno studio, o erano istruiti in rami diversi affatto da quelli dell’impiego che andavano ad esercitare. Lo stesso sistema è adottato dalla segreteria di stato, eccetto rarissime cose. L’impegno di cardinali, di nobili romani, de’ ministri, degli stessi servitori di qualche personaggio, basta ad ottenere un biglietto di nomina. Talora
«Spiccano ciò che voglion da palazzo »Chi porta bella moglie e bel ragazzo,»
perchè i segretari di stato, i sostituti, i primari impiegati sono anch’essi composti di polpa ed ossa come tutti gli uomini, e si danno buon tempo, ed amano le loro lasciviole, e si piegano volentieri alle lacrime di qualche bella signora o di qualche scaltra zombracca. Questo sistema fa che gli onesti impiegati, i quali abborrono ogni sorta d’intrigo, rimangono molti anni ne’ loro posti senza ottenere avanzamenti, ed i faccendieri, che possono spendere od estorquere una commendatizia, o procurarsi una protezione, hanno avanzamenti lucrosi ed onorevoli senza merito, senza giustizia, senza onestà. Ed ecco perchè nei tribunali, ne’ dicasteri, in tutti gli uffici si trovano sempre impiegati facili ad esser sedotti, incapaci a rettamente eseguire le loro attribuzioni, mancanti di pratica, di teoria, e quindi attivissimi a male amministrare la giustizia, a commettere errori dannosi per le cose del pubblico e per gli affari de’ privati, ora per ignoranza, ora per cattiveria.
Gl’impieghi si conferiscono a preferenza ai Romani, o almeno in molto più favorevole proporzione per essi, poichè fra di loro tutti sono figli o nipoti di preti, di prelati, o addetti alle case de’ cardinali, o stretti in amicizia co’ ministri stranieri e con i loro domestici. Costoro, quando vengono a coprire le cariche in provincia, sono orgogliosi, insolenti, maneschi, ingiusti, tanto che sono odiati da tutti, e cagionano male umore contro il Governo. Quanto è necessaria un’attiva e radicale riforma su questo delicatissimo ramo! Abbia pure lo stato ottime leggi, savissimi ordinamenti, istituzioni onorevoli; se gl’impiegati non sono probi ed intelligenti, il malcontento durerà sempre, si darà ognora luogo all’arbitrio, e i sudditi lamenteranno, non avranno amore e rispetto al sovrano, desidereranno cambiamenti politici, e faranno congiure e tenteranno ribellioni. Un miglioramento in ciò debbe esser prontissimo e radicalissimo. Senza di esso ogni altra buona ordinanza sarà inutile, poichè sono i cattivi esecutori delle cose quelli che rendono vani i buoni ed utili miglioramenti.
Perchè gl’impieghi non si dovrebbero conferire dietro rigorosissimo esame relativo?
Perchè non esigere dai richiedenti la prova certa di una immaculata condotta?
Perchè a circostanze pari l’anzianità non viene calcolata?
Perchè gli assegni non si proporzionano, e non si aumentano certe vilissime paghe d’impieghi delicati, e non si toglie così un argomento potente alla prevaricazione?
Perchè non si danno compensi alle fatiche straordinarie, alle operazioni utili dello stato?
Perchè non si esige dai capi d’ufficio un’attiva sorveglianza e mensuali ingenui rapporti?
Perchè non si stabiliscono da per tutto ispettori provinciali probissimi, ch’esaminino con pieno rigore la condotta degl’impiegati, e perchè non sono gl’ispettori stessi sottoposti a rigoroso rendimento di conto delle loro operazioni?
I sorvegliatori attuali sono tutti pressochè uguali a quell’uditor santissimo che presentemente va facendo un viaggio di piacere per lo stato col titolo di visitatore. Ha dato una occhiata a certi locali, a certi uffici, ed ha trovato, il buon uomo, che tutto andava in piena regola e perfettamente, anche dove le cose andavano in malissima regola e in pieno disordine. Io non so a che scopo avvisasse il viaggio di costui. Certo è ch’egli non fece nulla, e si è procacciata l’indignazione de’ popoli e la derisione degl’impiegati.
Concludiamo. I preti stiano nel santuario. Non s’impaccino negl’impieghi dello stato, perchè è giusto che i primi posti ch’essi occupano si cedano ai laici. E più presto il papa giunge a ciò, e più sicuro sarà in trono, e contenti saranno i suoi sudditi. Questo è osso un po’ duro da rodere per loro. Ma è di giustizia un cotal cambiamento. È nel desiderio dei più, e basti.
CAPITOLO XVII. STAMPA.
La libertà della stampa, quando essa abbia un limite e si opponga alla pubblicazione di cose irreligiose e disoneste, è affare utilissimo e necessarissimo ad ogni governo ben regolato.
Quando a ciascuno fosse fatto lecito di censurare la condotta degl’impiegati, quando si potesse dire liberamente a carico dei signori ministri, quando si potesse levar la voce contro gli errori che commette il Governo, quando fosse tollerato parlare della cattiva amministrazione pubblica, quando fosse permesso pronunciare il proprio sentimento su certi metodi di studio; io vi so ben dire che i signori impiegati opererebbero con miglior giustizia, il Governo rifletterebbe di più sulle determinazioni che prendesse, l’erario non sarebbe l’ufficio legale di latrocinii, gl’instruttori adotterebbero i metodi riconosciuti migliori, e così ogni cosa prenderebbe il suo posto conveniente, ed i popoli avrebbero meno ragione di lamentarsi, ed il regno de’ preti diverrebbe a tutti accetto e gradito.
E chi scrive sia responsabile di quello che asserisce, quando le cose stampate offendono direttamente le persone ed abbiano apparenza di calunnia.
Così la censura sacra, la censura politica non si opporranno più al progresso delle scienze, perchè quelle menti torbide d’inquisitori, commissari, trovano da evitar sempre qualunque libro scientifico, e gli scrittori, o indispettiti od iscoraggiati, dimettono il santo pensiero di scriver per la bassa ed alta istruzione, ed al popolo non si distribuisce il pane dello sapienza, si eterna la di lui ignoranza e rozzezza. Il santo Padre nuovo non tema, no, di accordare la libertà della stampa; egli deve valutare i vantaggi ch’essa arreca, e deve considerare ch’è mezzo atto a favorire il contento dei popoli, ch’è quanto dire che assicura le saldissime ed eterne basi al trono pontificale.
CAPITOLO XVIII. SALUTE PUBBLICA.
Dà argomento di somma civiltà quel paese che s’interessa molto della salute de’ popoli. Ma se si ha a dire il vero la igiene pubblica è assai nel nostro stato trascurata. Ond’è che il nuovo sovrano deve mantenere in vigore le poche buone leggi che vi sono in questo proposito, riformare quelle che meritano correzione, istituirne delle nuove, atte a guarentire la salute della nazione.
Qui non v’è bisogno d’interessare i medici italiani perchè scrivano per norma del Governo. Vi sono opere classiche che ne trattano estesissimamente, fra le quali quella del piemontese Lorenzo Martini[11] e di Gian Pietro Frank, che possiamo riputare come nostro connazionale.
Io mi contenterò di accennare la necessità in che siamo di avere alcune cose essenzialissime per la tutela della sanità del popolo. E giustizia vuole che a questa si dia subito prontissima mano ed aiuto, perchè è troppo grave colpa del Governo il non riparare a certi danni frequentissimi nell’umana società.
Ne’ luoghi di marina, dove la prima industria è la pesca, accadono spesso morti per annegamento, nella mancanza in che si è degli argomenti opportuni a risuscitare, dirò così, i poveri affogati.
La società filantropica di Londra, di cui è capo il re, ha salvato in pochi anni la vita a moltissimi asfittici, che nello stato nostro vengono seppelliti per morti. Fino a che il sovrano non oppone a cotali disgrazie tutti quei mezzi che la scienza gli ha proposti, egli si fa reo della morte di ciascheduno, e ne dovrà render conto a Dio, il quale, quando gli affida le nazioni, impone di ben guardare la vita de’ propri sudditi.
E così parlo della mancanza di un porto o un canale da Ancona fino al confine del Tronto, per cui le barche da pesca nelle burrasche frequenti dell’Adriatico non avendo altro rifugio che il lontanissimo porto di Brindisi, in ogni caso di tempesta si perdono molti legni col proprio equipaggio, e ciò per colpa del Governo, che in così lungo tratto di mare non ha eretto mai un asilo di sicurezza per que’ disgraziati.
È inconveniente grandissimo la facilità, anzi il favore e lo stimolo che dai parrochi si adopera per la celebrazione dei matrimoni, senza guardare affatto la salute fisica degl’individui che si maritano, e se abbiano mezzi economici a campare una famiglia. Ecco perchè da noi si vedono schiere di tisici, di scrofolosi, di apopletici, di sifilitici. Così la nazione perde della propria robustezza, e in pochi anni si riduce lo stato ad uno ospedale d’incurabili. La Polizia abbia sue leggi atte ad impedire matrimoni malsani, e badi che ne’ contraenti non manchino affatto i mezzi della sussistenza. Quest’ultima providenza vale anche a prevenire la funesta propagazione de’ ladroncelli, poichè in cotali coniugii i padri esigono che la prole si procuri da sè stessa quel mantenimento che si ottiene poi nei furti di campagna e nelle piccole ruberie delle strade.
È grandissima l’inerzia del governo a non riparare ai primi impaludamenti di alcuni territorii, che poi col tempo non si tolgono più, o almeno importeranno grandissime spese. Quasi ogni provincia dello stato è soggetta a queste disgrazie, e la cattiva sanità o la morte degli abitanti di questi luoghi sono pure mali di cui la colpa essendo del sovrano, egli ne renderà conto a Dio, se dal canto suo non adopererà quei mezzi che la scienza idraulica propone.
L’ignorante e superstizioso abuso di suonar le campane nei momenti delle rivoluzioni atmosferiche, costa la vita a non pochi fanatici, ed il regnante si fa reo avanti Dio della morte di costoro, perchè non ne impedisce con legge la pratica.
In molti piccoli municipii si seppelliscono ancora i defunti nelle chiese. E ciò importa che nelle calde stagioni si sviluppi sempre qualche mortale epidemia, che uccide non pochi cittadini. Il capo dello stato è l’uccisore di costoro, perchè non seppe rendere universale la legge de’ cimiteri rurali.
In molte comunità, sia per colpa dell’autorità civile, sia per la negligenza degl’impiegati sanitari, i commestibili che si vendono al pubblico sono molte volte mal sani, e ne va di sotto la salute e la vita di molti. Il principe risponderà a Dio di codesti danni, perchè non fece rispettare le leggi, che pure su ciò provvidi papi emanarono.
Gli ospedali mancano in molti paesi dello stato, e non pochi individui periscono per mancanza di soccorsi. Anche la morte di costoro peserà sulla bilancia del supremo giudizio a danno dei reggitori del trono.
Gl’incendii, la mancanza de’ ponti, le strade pericolose, gli edifici cadenti, e mille altre cagioni di danno pubblico e privato, obbligano per giustizia il sovrano a spander per lo stato i corpi de’ pompieri, a ordinar la fabbricazione de’ ponti, ad accomodar le strade e a far demolire gli edifici pericolosi, ed altro. Tutte queste cose ove vengano trascurate, il giudizio di Dio sarà grave contro colui che impera, perchè avrebbe dovuto reggere qual padre i popoli che gli furono affidati.
Ed ho accennato le cose essenzialissime, che richieggono pronto provvedimento, perchè se avessi voluto enumerare tutti i mali relativi alla sicurezza e sanità de’ popoli, io avrei dovuto fare un lungo trattato, inutili d’altronde, perchè, come dissi di sopra, noi non ne manchiamo, e può il Governo perfezionare la igiene dello stato se vorrà prendere regola da quei libri utilissimi.