RELAZIONE DEL FATTO AVVENUTO IN CESENA LA SERA DEL 14 LUGLIO 1846.
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Molte cose sono state ragionate da varii, sui cattivi ordini che aggravano il nostro stato, e che ne fanno, per così dire, una anormalità, in mezzo al progresso civile de’ tempi nostri. Ma per comprendere i mali effetti di quelli, e trarne argomento a spiegare il profondo malcontento che regna in queste provincie (malcontento che non si acqueterà mai, ove il nuovo sommo pontefice non dia mano con ardimento e risoluzione a riforme radicali, vincendo la subdola opposizione e la mala fede con che molti suoi iniqui ministri gli possono attraversare ogni buona intenzione), a comprendere, dicemmo, pienamente i mali effetti di quegli ordini, più d’ogni ragionamento, giova sovente il rappresentare l’azione concreta nella realtà de’ fatti. Certi episodi della vita sociale de’ nostri infelicissimi paesi bastan soli a rivelare que’ mille patimenti, que’ mille dolori morali e que’ profondi fremiti di sdegno disperato che dee provare un popolo generoso nel vedersi (oltre all’altre sue grandi sventure) senza delitto macellato impunemente da una mano vilissima di sgherri stranieri, a’ quali un massacro, che rinnovasse la memoria de’ Vespri siciliani, sarebbe poca pena alla sola colpa di starci qui insolenti e briachi in sul viso. Ma veniamo al fatto, che giustificherà appieno l’ira delle nostre parole. — Al qual fatto, perchè sia inteso bene da chi non conosce le piaghe de’ nostri paesi, ci fa d’uopo premettere un breve commento. Egli è da sapere adunque che il difetto d’operosità industriale e commerciale, le cattive leggi economiche, la mancanza assoluta di educazione popolare, la poca agiatezza e i pochi risparmi delle classi elevate, e la conseguente difficoltà per le classi operaie di trovar lavoro, e, non ultima cagione di miserie e di corruzioni, le truppe estere, che precludono la carriera militare ai figliuoli del nostro popolo, tutte queste e molte altre cagioni, che lungo sarebbe l’enumerare, vanno ogni giorno più arruolando alla turba de’ delinquenti molti popolani corrotti dalla indigenza, dalla ineducazione e dalla abitudine de’ vizi. Tutta questa gente, nelle nostre città, si va organizzando in associazioni giurate al delitto, e muove una aperta guerra alle proprietà e alla sicurezza personale del cittadino. Ciò è conosciuto dalle Polizie. E però chi facesse una statistica de’ furti e delle aggressioni impunite che avvengono in queste provincie, troverebbe di che far maraviglia a un uomo de’ secoli barbari. Ma la cosa va più innanzi in molti paesi; le Polizie si contentano, non solo che vi si rubi alla piena luce del giorno, ma che vi s’inquieti il pacifico cittadino con insolenze e minacce, e pare insomma che s’intenda a provocare e sfrenar la canaglia contro le classi medie ed elevate, la cui inclinazione all’ordine e alle riforme civili, chiamata dalle nostre Polizie istesse liberalismo, arrovella tutti questi nostri impiegati, gente la più parte ignorante e immorale, e che però ha solo nel durar de’ disordini qualche speranza di potersi mantenere in grado. La cosa è giunta a tale in alcune città, che in Faenza, per esempio, or son pochi dì, fu fatta una istanza, sottoscritta da centinaia di cittadini, non che da sacerdoti, parrochi di campagna, ecc., e inviata al pontefice per ottenere permesso di armarsi a difesa dei propri averi, e far quello che non sanno fare (così esprimevasi quello scritto) tante truppe nazionali e forestiere. Ma se queste ultime non sanno o non curano frenare i ladri e gli assassini, coi quali hanno perfetta affinità, sanno molto bene farla da carnefici sugli onesti e tranquilli cittadini. — Ora udite l’avvenuto. — Nella sera dei 13 corrente fu, in Cesena, ferito d’un’archibugiata un Eutimio Stefani, per sopranome Timino, il quale unito ad un tal Mamolino, di recente dimesso dal carcere, erasi fatto capo di un’orda di masnadieri, che da lungo tempo, percorrendo le vie a mano armata e provocando i buoni cittadini, infestavano questa città, stimolati non si sa bene da chi, certo tollerati dalla Polizia. Il male essendo divenuto insopportabile, ed avendo costoro nella mattina del 14 minacciata aspra vendetta del loro capo, la sera di detto giorno molti giovani, costretti dalla necessità della comune difesa, eransi ragunati nella piazza di San Francesco, con animo di punire quella mala gente, e veder modo di fiaccarne per sempre la baldanza. Di tale assembramento fu dato preventivo avviso al governatore, il qual disse sapere ove i ladri si riunivano e dove avean riposte le armi, e che avrebbe in breve trovata via di farli arrestare e perquisire. Fu di tutto parimenti avvertito il comandante di piazza capitano De-Bons. All’una ora di notte partiva dalla piazza maggiore un carro di polvere, scortato da un forte distaccamento di Svizzeri, e dirigevasi verso San Francesco. Alla testa di costoro erano l’ufficiale generale, e Vesi, agente di Polizia. Il militare convoglio trapassò la piazza, ove stava assembrata quella gioventù, senza incontrare alcuna minaccia, alcun insulto, e si fermò innanzi alla porta della caserma Carabinieri, nella quale era stato il giorno, ed ove aveva ordinato il capitano De-Bons fosse ricondotto. Non si sa per qual motivo la porta della caserma fosse chiusa, nè s’intende perchè l’ufficiale generale, non provocato da alcuna offesa, senza curare quelle preventive cautele che sono un dovere sacrosanto anche quando è assolutamente necessario il far impeto sul popolo, con inaudita improntitudine, fatta voltare la fronte ai soldati, comandò due scariche di plotone contro gli assembrati, la maggior parte de’ quali erano seduti sulle macerie ivi esistenti, bevendo e conversando pacificamente. Appena eseguito l’assassinio, fuggirono i vili appiattandosi dietro il carico della polvere. Molti furono i giovani feriti, cinque caddero semivivi sul luogo, due dei quali già morti. Tanto è vero poi che quella gioventù non avea pensiero ostile alla forza, che, sebbene così brutalmente trattata, e in numero tanto maggiore da vendicare a larga misura sui fuggiaschi assalitori il sangue de’ loro fratelli iniquamente versato, pure sgombrò la piazza. Niuno Svizzero fu ferito, e tutti i cittadini lo furono alle spalle: lo attestano concordi i chirurghi, lo provano le sezioni ai cadaveri. Quella notte fu terribile alla città pei gravi danni che potevano generarsi alla medesima da una popolare reazione. Fu necessaria tutta la prudenza, il sangue freddo, e diremo l’eroica rassegnazione di alcuni giovani per impedire che molti i quali erano corsi ad armarsi non assalissero i vili assassini de’ loro amici, dando il segno di un generale massacro. Quanto non lascia sperar bene di sè così fatta gioventù, capace di frenarsi per l’amore dell’ordine e per la speranza di trovar ragione sulla giustizia del novello monarca!
Oggi è cosa per mille indizi a tutti manifesta, che quell’eccidio derivò da tradimento, e ciò non fa specie; ma quello che più fa meraviglia tra noi, gli è che gli Svizzeri abbiano osato, in faccia alla coscienza di tutto un paese, tentar la menzogna fingendo, ne’ loro rapporti, che gli assembrati volessero impadronirsi della polvere, e che da ciò fossero costretti a far fuoco. Un pretesto era certamente necessario per veder di schermirsi pure in alcun modo da tanta infamia; ma l’addotto da loro era troppo assurdo, perchè non venisse subito smentito: molto più che anche la forza nazionale, aggiunta all’estera, a scorta del convoglio, altamente ripete: il contegno dei cittadini essere stato tale da non dar luogo a pretesti — Ora siamo in istato d’assedio. Gli Svizzeri, benchè duplicati di numero, conscii come sono della lor iniquità, tengonsi sempre sotto le armi, e sono segregati da ogni consorzio. L’ufficiale generale, che comandò il fuoco, per tutta punizione è stato traslocato a Forlì. — La nostra magistratura sta redigendo un ricorso contro la forza e la Polizia, il quale documento verrà spedito a Roma. Tutti i cittadini di ogni colore, di ogni stato sono pieni d’indignazione, di orrore, di odio contro la brutalità de’ nemici. Taccio le lagrime disperate delle madri, delle famiglie, dei parenti, che si videro rapiti i loro cari in così orribil modo. Uno spettatore dell’assassinio dell’altra sera gridava col pianto dell’ira negli occhi: «Ogni straniero è per noi Italiani sempre nemico, ma niuno straniero è così barbaro, così feroce, così bestiale come lo Svizzero.» E dicea pur troppo la verità: ma questi sozzi e infami rifiuti dell’Elvezia tremino di quel pianto e di quel grido, e riflettano che già troppi sono i motivi che li rendono esosi al nostro popolo, ai quali aggiungendosi queste incomportabili provocazioni, la lunga pazienza non tarderà a convertirsi in furore. Quanto a noi facciam voto che, ad evitare ogni ulteriore scandalo ed altre più gravi sventure, il pontefice provvegga sollecitamente al pericolo con risoluto consiglio, liberando lo stato da questa dolorosissima piaga delle armi mercenarie, che sono il più grande insulto e il peggior danno che un Governo far possa ai suoi sudditi.
Cesena, 16 luglio 1846.
Fine.