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Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

SECONDA PARTE VIAGGIO A BROBDINGNAG (continued 2)

Gaetano Barbieri translation

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Quando vide finita la navicella, la regina ne fu sì esultante che postasela in grembo la portò al re, il quale, in via d'esperimento, la fece tosto varare entro un rinfrescatoio pieno d'acqua. Ma quivi io non potea maneggiare i miei due remi per mancanza di spazio. Fortunatamente la regina avea già prima di ciò formato un altro divisamento, ed ordinato all'ingegnere di fabbricarle un truogolo di legno lungo trecento piedi, largo cinquanta, e profondo otto. Questo truogolo, incatramato a dovere per assicurarlo dalle falle, fu posto sul pavimento e rasente la parete di una stanza terrena che guardava la parte esterna del palazzo. Era proveduto verso il fondo d'una cannella per farne uscir l'acqua, allorchè questa infracidiva, e bastavano due servi a tornarlo entro una mezz'ora ad empire. Entro questo truogolo, remai spesse volte, tanto per diporto mio quanto per dar sollazzo alla regina ed alle sue dame che credettero impiegate bene le loro ore nell'ammirare la mia abilità e perizia navale. Qualche volta io metteva la mia vela, nè in tal caso aveva altro a fare che governare il timone, intantochè le dame mi procuravano una brezza co' loro ventagli. Quando erano stanche, venivano in vece alcuni paggi che spigneano la vela col fiatarci sopra, intantochè io dava saggi della mia abilità marinaresca governando come più mi piaceva la mia nave e di tribordo e di babordo. Terminato il mio nautico esercizio, la Glumdalclitch si portava la nave nel suo gabinetto, ove la attaccava ad un chiodo tanto che si rasciugasse.

In tale diporto mi occorse un caso che non mi costò per poco la vita; perchè un de' paggi avendo già posta entro al suo truogolo la mia nave, l'aia della Glumdalclitch pensò usare atto grazioso alla sua pupilla ed a me col prendermi su con le sue mani e mettermi entro al mio legno. Il diavolo fece che ella, senza averne, come potete credere, l'intenzione, mi lasciasse schizzar fuori delle sue mani, e sarei caduto da un'altezza niente altro che di quaranta piedi se, per vero miracolo, non mi avesse fermato uno spillo puntato al busto della buona signora e conficcatosi con la capocchia tra il legaccio de' miei calzoni e la mia camicia sì che stetti sospeso a mezza vita in aria finchè venne la balietta a levarmi d'angoscia.

Un'altra volta il servitore, che avea l'incarico di rinovare l'acqua del mio truogolo ogni tre giorni, fu poco avveduto al segno di non accorgersi d'un rospo che si era cacciato nel suo secchio e di lasciarlo penetrare insieme con l'acqua entro alla conca. L'animale rimase appiattato finchè fossi messo a bordo; ed allora, trovato che quella barca sarebbe stata una comoda nicchia per lui, ci si arrampicò per di sotto facendola pendere tanto da una banda, ch'io, senza conoscere il motivo di un tale sbilancio, dovetti tirarmi con tutta la persona dall'altro lato per far contrappeso e non andar capovolto con la mia nave nell'acqua. Finalmente il brutto rospaccio ci fu dentro, e fatta a saltelloni mezza la lunghezza della barca, mi saltò su la testa e le spalle imbrattandomi e faccia e panni con l'odiosa sua bava. Sapete che brutti animali sono i nostri rospi; ingranditene le proporzioni, ed avrete un'idea del mostro con cui avevo che fare. Ciò non ostante non permisi alla buona Glumdalclitch d'intromettersi in questa lotta, ed a furia di bastonar la bestiaccia, la costrinsi a saltar di nuovo giù della barca.

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Ma il più grave pericolo ch'io m'abbia corso in quel regno, mi derivò da una scimia, di cui era proprietario un guattero delle reali cucine. La Glumdalclitch mi avea serrato entro al suo gabinetto intanto che andò fuori di casa o per affari propri o per far qualche visita. La stagione in quel tempo essendo caldissima, erano state lasciate aperte le finestre del gabinetto e quelle ancora dello sportello della mia gabbia più grande, ove io preferiva rimanere e per la sua ampiezza e per le sue maggiori comodità. Mentre io sedeva quietamente meditando al mio tavolino, udii uno strepito alla finestra del gabinetto, poi qualche cosa che saltellava su e giù per la stanza. Ancorchè tutto ciò mi ponesse in qualche apprensione, pure m'arrischiai a metter la testa fuor della finestra più vicina della mia gabbia, senza per altro movermi dalla scranna, ed allora vidi un bizzarro animale che facea qua e là strani salti, finchè finalmente venne vicino alla mia stanza che pareva eccitasse in lui grande curiosità e vaghezza, perchè faceva capolino allo sportello ed a tutte le finestre di essa. Io mi rannicchiai al più rimoto angolo di quel mio appartamento o gabbia, ma la paura mi avea tanto preoccupato che non ebbi assai prontezza di spirito per nascondermi sotto al mio letto come avrei facilmente potuto.

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Dopo molto tempo impiegato dall'animale nello spiare, nel ghignare, nel battere i denti, finalmente mi scoperse. Allora cacciò una zampa dentro allo sportello, come avrebbe fatto un gatto nel dare la caccia ad un sorcio. Io aveva un bello scansarmi cambiando sempre di posto, venne l'istante che afferrò il lembo del mio giustacuore, che, essendo di seta di quel paese, era resistente e forte abbastanza per non lacerarsi, onde, padrone di quel lembo, riuscì a tirarmi fuori dello sportello. Presomi tosto con la sua zampa destra d'avanti, mi alzò su come una nutrice che voglia dare il latte ad un bambino, e come ho veduto praticare ad altre scimie in Europa con qualche gattino. Facendo io sforzi per liberarmi, mi dava sì poderose strette che giudicai più prudente partito il rassegnarmi alla sua volontà. Ho buone ragioni per credere che la scimia m'avesse preso per un fanciullo della sua specie, ed infatti con l'altra zampa d'avanti mi accarezzava spesse volte la faccia nella più gentile maniera. Ma, in mezzo a questi suoi spassi, venne interrotta da un strepito fatto alla porta del gabinetto come da qualcuno che volesse aprirlo, onde spiccò un salto su la finestra dond'era entrata, e di lì su i piombi e le grondaie, poi s'arrampicò sul tetto contiguo al nostro, ma camminando con tre zampe e continuando sempre a tenermi stretto con l'altra. Udii l'acuto grido della Glumdalclitch nel momento ch'io veniva portato via. Quella povera creatura non sapeva che cosa fare dalla disperazione; tutta quella parte di palazzo era sossopra; i servi corsero in cerca di scale a mano. La scimia intanto si faceva vedere da un centinaio di persone che stavano nel cortile, seduta su l'orlo del tetto e sempre tenendomi a guisa d'un bambino con una delle sue zampe d'avanti, e con l'altra cacciandomi a forza in bocca cibi biasciati che si traeva fuori dalle sue ganasce; e siccome io non appetiva gran che tal genere di pietanze, mi batteva s'io mi mostrava schifiltoso a mangiarle. Figuratevi il ridere che facea quella gentaglia da basso; e non so da vero se si potesse con giustizia darle torto, perchè la mia posizione di quel momento era tale da far ridere ogni galantuomo, eccetto me. Alcuni di quei del cortile si diedero a lanciar sassi insù con la speranza di far venire a basso la scimia, ma fortunatamente vi fu chi vietò loro questo espediente; era infatti il più bello e sicuro per farmi fracassar le cervella.

Si corse con scale a mano, e diversi uomini le salivano quando la scimia, vedendo ciò e ridotta quasi affatto alle strette perchè non poteva speditamente involarsi con sole tre zampe, mi lasciò andare sopra una tegola, e fece da sè la sua ritirata. Stetti per qualche tempo seduto su la mia tegola ad un'altezza di cinquecento braccia da terra aspettandomi ad ogn'istante di essere soffiato via dal vento o, siccome non mi girava poco la testa, di ruzzolare le cento volte da una tegola all'altra sinchè finalmente precipitassi da una grondaia. Per fortuna, un buon figliuolo, staffiere della Glumdalclitch, arrampicatosi fino a quel tetto, e postomi in un borsellino de' suoi calzoni, mi portò sano e salvo a terra.

Io era quasi soffocato dalle porcherie di cui m'aveva ingozzato la scimia, ma la mia cara balietta me le trasse fuori di bocca con un piccolo spillo, il che, promosso in me il vomito, mi portò qualche sollievo. Ma ero sì debole ed avevo sì affrante le coste per le strette datemi da quella maladettissima bestia, che dovetti rimanermene in letto un buon paio di settimane. Il re, la regina, tutta la corte mandavano ogni giorno ad informarsi su lo stato di mia salute, ed il primo anzi mi onorò di parecchie visite finchè durò la mia malattia. La scimia venne accoppata, e messo un editto affinchè nessuno di questi animali potesse più essere tenuto entro i recinti dell'imperiale palazzo.

Quando, rimesso affatto in salute, mi presentai al re onde attestargli la mia gratitudine per le bontà usatemi, egli se la godè un buon pezzetto alle mie spalle sul casetto occorsomi. Mi chiedea quali fossero i miei pensieri, le mie risoluzioni quando mi tenea con una delle sue zampe la scimia; se m'aveano gradito i manicaretti che m'avea somministrati quell'animale; se mi parea che facesse buona tavola; se la fresca aria del tetto non avesse giovato ad aguzzarmi l'appetito. Mi domandò indi come mi sarei levato d'impaccio nel mio paese se un incidente simile mi fosse avvenuto. Risposi a sua maestà che in Europa non conoscevamo d'altre scimie fuor quelle che venivano portate da altri paesi, poi tanto piccole, che io bastava contra una dozzina di esse se lor fosse venuto il ghiribizzo di prendersi meco delle libertà. Soggiunsi di più che nemmeno l'enorme scimione con cui io aveva avuto che fare (per dir vero era grosso come un elefante), nemmen quello mi avrebbe dato fastidio se lo smarrimento dell'istante mi avesse lasciato pensare a far uso del mio coltello quando ficcò una zampa nella mia camera. — «Altrimenti» dissi facendo il fiero e battendomi la mano su l'impugnatura dell'arma che nominai, «avrebbe avuta da me tal lezione da non parergli vero di fuggir di lì più presto che non ci era venuto.» Proferii queste frasi col fermo accento d'uom geloso della propria fama, e che non vorrebbe per tutto l'oro del mondo veder revocato in dubbio il proprio coraggio. Ciò non ostante tutto il mio bel dire non mi fruttò altro che una sonora risata de' circostanti, i quali, ad onta di tutto il rispetto inspirato loro dalla presenza di sua maestà, non se ne seppero rattenere; la qual cosa mi condusse a fare una considerazione, quanto cioè perda il tempo e la fatica quell'uomo che s'immagina farsi ammirare da chi è fuor d'ogni sfera di confronto con lui. Tuttavia, dopo il mio ritorno in Inghilterra, mi è toccato spesse volte veder rinovato il caso della presente parabola, allorchè qualche spregevole galuppo, senza il menomo titolo di nascita, di forma, d'ingegno o almeno di senso comune, ha voluto darsi aria d'importanza e mettersi a pari co' più grandi personaggi del regno.

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Non passava giorno ch'io non provedessi la corte di casetti per farla ridere, e la stessa Glumdalclitch, benchè mi volesse un bene dell'anima, non si stava, la briccona, di far noti a sua maestà que' miei scerpelloni che la potessero divertire. Mi ricordo d'un giorno che non essendo ella di servigio a corte e condotta dalla sua aia a prendere aria ad un'ora di distanza, o sia una trentina di miglia lontano dalla città, smontò di carrozza con l'aia, e posò la mia cassettina da viaggio dinanzi al sentiere d'un campo. Quivi, uscito della mia nicchia portatile, mi posi a passeggiare, e trovandomi inciampato il passo da una bovina, mi prese il ghiribizzo di far prova della mia agilità col varcarla di un salto. La misura del mio salto fu tolta con tanta aggiustatezza che mi trovai sprofondato nel mezzo di essa. Uscitone al guado, non senza qualche difficoltà, toccò ad uno staffiere lo sgradevole incarico di nettarmi alla meglio col suo fazzoletto, perchè vi lascio immaginare com'ero concio. La mia balia poi mi confinò tosto entro la mia gabbia; ma fosse qui finita la cosa! Appena tornati a casa, la regina venne esattamente informata di quanto era occorso; gli staffieri divulgarono l'avvenimento per ogni dove; quanti giorni si continuò in corte ridendo sempre a mie spese!

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CAPITOLO VI.

Mezzi adoprati dall'autore per rendersi accetto di più al re ed alla regina. — Dà prove della sua perizia nella musica. — Il re s'informa su lo stato dell'Inghilterra, e ne riceve contezze dall'autore. — Osservazioni del re a questo proposito.

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Io soleva, una o due volte la settimana, far la mia corte al re nell'ora del suo levarsi, e spesse volte m'occorse trovarlo sotto il barbiere, cosa, a dir vero, terribile a prima vista, perchè il rasoio era almen lungo il doppio di una sciabola comune. Sua maestà, giusta il costume del paese, non si facea radere più di due volte la settimana. Un giorno avendo ottenuto dal barbiere che mi desse un poco di quella saponata, ne trassi fuori quaranta o cinquanta de' più forti peli della regia barba. Poi, preso un pezzo di legno sottile lo tagliai come il dosso d'un pettine praticandovi sopra, ad eguale distanza, diversi buchi con uno spillo, il più piccolo che potei procurarmi dalla Glumdalclitch; poscia dopo avere col mio coltello piallati ed assottigliati in punta que' peli, gl'introdussi entro ai forami con tale arte che me ne riuscì un pettine più che sufficiente; e mi capitò proprio a tempo, perchè il mio era rotto ne' denti al segno di non potermene più affatto servire, nè io conosceva lì un artefice abbastanza abile e preciso nei minuti lavori che potesse fabbricarmene uno.

Ciò mi fece nascere l'idea d'un intertenimento in cui impiegai molte delle mie ore d'ozio. Pregai primieramente una cameriera della regina a salvarmi quanti capelli cadeano dalla testa di sua maestà nel tempo della sua pettinatura, onde ne misi insieme una buona quantità; poi, intesomi con quell'amico che fabbricò la mia stanza, e che avea l'ordine di farmi quante bagattelle avessi potuto desiderare, gli diedi le necessarie istruzioni affinchè mi allestisse due fusti da seggiola non più grandi di quelli dell'altre che erano nella mia gabbia; fattigli indi praticare con una sottile trivella diversi buchi, così al dorso come al sedile ne' luoghi che gl'indicai, v'intessei entro i più robusti capelli che potei trascegliere ad imitazione delle sedie di canna che si usano nell'Inghilterra. Terminate che furono, ne feci un presente a sua maestà, che si degnò conservarle nel suo gabinetto, e solea mostrarle a tutti, siccome una rarità, chè in quel paese lo erano di fatto agli occhi di tutti. La regina avrebbe voluto ad ogni costo vedermi seduto sopra una di esse, ma io ricusai costantemente di obbedirla in ciò, e protestai che avrei scelto morir mille volte prima di mettere quella disonesta parte del mio corpo su quell'augusto crine che avea splenduto un giorno sul capo di sua maestà. Con altri di questi capelli (perchè certo genio meccanico l'ho sempre avuto) feci una piccola borsa da danari, non più lunga di cinque piedi, col nome di sua maestà intessutovi a lettere d'oro, e col consenso della medesima maestà sua la donai alla Glumdalclitch. Se per altro si ha a dire la verità, questa borsa era fatta più per mostrarla che per servirsene, non essendo di una materia resistente abbastanza per tenervi dentro monete un po' grosse, onde la mia balietta se ne valse unicamente per conservarvi alcune fra quelle cianciafruscole di cui più vaghe son le fanciulle.

Il re, che era un dilettante di musica, dava nella sua corte grandi accademie, alle quali ho avuto qualche volta l'onore d'intervenire, perchè mi ci portavano con la mia specie di gabbia che veniva posta sopra una tavola; ma lo strepito era sì gagliardo che mi ci voleva non poca fatica a distinguere le note di quell'armonia. Io credo che se tutte le trombe e i tamburi di un intero esercito di sua maestà vi battessero e squillassero all'orecchio in una volta, non udireste un fracasso più fragoroso del romore indiavolato di tale musica. Tutto il mio studio era tener la mia gabbia più lontano che potea dall'orchestra, poi chiusi gli usci e le finestre della gabbia stessa, tirar bene le cortine; ciò fatto la musica stessa non mi parve più tanto sgraziata.

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Io aveva imparato nella mia gioventù a sonare un poco la spinetta. La Glumdalclitch ne aveva una nella sua stanza, ed un maestro veniva due volte la settimana ad insegnarle. Io chiamava quello stromento una spinetta perchè era fatto in circa a somiglianza delle nostre spinette. Mi saltò il capriccio di divertire la regina sonando una sinfonia inglese su quello stromento. Ma la cosa appariva estremamente difficile; si trattava di una spinetta lunga almeno sessanta piedi; e ciascun tasto era largo un piede a dir poco, di modo che per quanto io stendessi le braccia, non arrivavano mai a raggiugnere più di cinque tasti, ed il premerli all'ingiù domandava un sì potente colpo delle mie dita che avrei fatta una enorme fatica senza costrutto.

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Presi pertanto questi espedienti: mi preparai due legni rotondi della grossezza di due batacchi ordinari, più grossi ad una estremità che all'altra, la cui punta più grossa io copersi di pelle di sorcio a fine di non danneggiare le superficie dei tasti picchiando sovr'essi e di non interrompere il suono. Dinanzi alla spinetta venne posta una panca più bassa di quattro piedi all'incirca dei tasti, e vi fui collocato sopra. Scorsi qua e là co' miei bastoncelli più rapidamente che potei la spinetta, e tanto m'ingegnai che giunsi ad eseguire una giga con grande soddisfazione delle loro maestà; ma fu questa la maggiore delle fatiche ch'io abbia mai sopportate in mia vita, e notate ch'io non arrivava a comprendere co' miei batacchi un'estensione maggiore di sedici tasti, onde non potei mai riuscire in que' trapassi dal basso all'acuto soliti a praticarsi dagli altri artisti, il che facea non lieve torto alla mia esecuzione.

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Il re provveduto, come lo ho già notato dianzi, di un eccellente discernimento, volea di frequente ch'io gli fossi condotto entro la mia casa portatile e posto su la tavola del suo gabinetto. Allora mi comandava tirar fuori una delle mie seggiole, che facea collocare sul tetto della casa stessa, poi mi obbligava a sederci ad una distanza di quattro braccia da lui, con che io veniva ad essere a livello della sua faccia. In questo modo io ebbi seco frequenti conversazioni. Un giorno mi presi la libertà di dirgli che non sembrava cosa conforme allo squisito descernimento di un tanto monarca qual egli era, il disprezzo da lui dato a conoscere per l'Europa e pel rimanente del mondo; che la ragione non si proporziona colla massa de' corpi; che accadeva anzi il contrario ne' nostri paesi, ove gl'individui di maggior mole sono d'ordinario più sproveduti di tale facoltà intellettuale; gli dissi ciò osservarsi anche negli altri animali, citandogli ad esempio le formiche e le api reputate più industriose d'altri viventi che le superano straordinariamente in grandezza di corpo: soggiunsi finalmente che per quanto mi giudicasse cosa da poco, io sperava vivere tanto da rendergli segnalati servigi.

Il re mi ascoltò con attenzione, e d'indi in poi principiò ad avermi in maggior credito che non m'avesse mai avuto in passato. Mi pregò dunque dargli, come avrei potuto meglio, una esatta informazione sul sistema di governo dell'Inghilterra, perchè, comunque tenerissimi sieno i principi delle proprie loro costumanze (e congetturava dai miei precedenti discorsi che tutti gli altri monarchi lo fossero non meno di lui), pure desiderava udire se ne' miei paesi vi fosse alcun che meritevole d'imitazione.

Ti lascio pensare, cortese leggitore, se non m'augurai la lingua di un Demostene o d'un Cicerone per poter celebrare i fasti della diletta mia patria in uno stile eguale al suo dignitoso e florido stato.

Cominciai la mia relazione dall'informare sua maestà che il dominio inglese era composto di due isole, le quali formavano tre possenti monarchie, governate da uno stesso monarca, oltre alle nostre piantagioni dell'America. Fermatomi a lungo su la fertilità del nostro suolo e la temperatura del nostro clima, mi estesi indi nel descrivergli il modo onde l'inglese parlamento è costituito; formato cioè in parte d'una illustre corporazione, detta camera dei pari, personaggi di nobilissimo sangue e signori di antichi e vasti patrimoni. Non tacqui la straordinaria cura posta mai sempre nell'educar questi agli studi delle lettere ed armi per farli abili a divenire consiglieri e sostegni del monarca e della monarchia; a partecipare della legislazione; ad esser membri del supremo tribunale inappellabile di giustizia e campioni sempre disposti a difendere il re e la patria col valor loro, con la loro condotta e fedeltà. Che non dissi per dimostrare che son dessi l'ornamento ed il baloardo dello stato, degni imitatori dei rinomatissimi loro antenati, e la gloria de' quali era stata il guiderdone di una virtù da cui non fu mai detto che degenerassero i loro successori?

Narrai come all'assemblea di que' nobili pari fossero aggiunti parecchi santi personaggi col titolo di vescovi, il cui principale incarico era prendersi cura della religione e soprastare a coloro che debbono in essa ammaestrare il popolo; come tali vescovi fossero dal principe e da' suoi consiglieri pescati fuori di mezzo all'intera nazione fra quei sacerdoti che si fossero più segnalati per santità di vita o per profondità di dottrina; come eglino fossero veramente i padri spirituali del clero e del popolo.

Gli raccontai come l'altra parte del parlamento consistesse in un'assemblea, chiamata camera dei comuni, formata tutta de' primari cittadini in virtù delle loro eminenti abilità e del loro amor patrio, cerniti e scelti liberamente dal popolo per rappresentare la saggezza dell'intera nazione. Gli spiegai come da queste due corporazioni fosse composta la più augusta assemblea dell'Europa, e come ad esse unitamente col principe sia tutta affidata la legislazione dell'Inghilterra.

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Passai indi in rassegna i tribunali di giustizia, cui presedevano col titolo di giudici diversi personaggi venerabili per saggezza e degni interpreti della legge, così per definire le contese su i diritti di proprietà come per punire il vizio e proteggere l'innocenza. Commemorai la provida amministrazione del tesoro dello stato ed il valore e perfetto ordinamento delle nostre milizie terrestri e navali. Esposi il novero della popolazione contando quanti sieno fra noi i milioni d'anime spettanti a ciascuna setta religiosa e politica. Nè omisi veruno de' nostri diporti, o passatempi o verun'altra particolarità che credessi ridondare ad onore della mia contrada. Terminai questo quadro con un breve racconto storico degli affari ed avvenimenti dell'Inghilterra da circa un secolo in qua.

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Questo intertenimento non domandò meno di cinque udienze, ciascuna di più ore, durante le quali il re mi stava attentissimo, ed andava spesse volte prendendo note su quanto io gli narrava, come memorie di alcuni particolari su cui si prefiggea chiedermi schiarimenti.

Poichè ebbi terminata la lunga mia narrazione, sua maestà in una sesta udienza mi propose, dopo avere consultate le sue note, una infinità di dubbi, domande ed obbiezioni su ciascun articolo della narrazione medesima. Volea sapere quali metodi venissero adoprati per coltivare le menti ed addestrare i corpi de' nostri giovani nobili, in che genere di occupazioni questi impiegassero i primi anni della loro vita, gli anni cioè più propri all'ammaestramento. Mi domandò come si facesse per continuare a tener proveduta la camera dei pari quando qualche famiglia nobile veniva ad estinguersi; quali requisiti fossero necessari ad un individuo per essere creato lord; se accadesse mai che un capriccio del principe, una somma di danaro sborsata ad una dama di corte, o il bisogno d'invigorire una parte contraria al pubblico interesse, fossero i motivi di simili promozioni. S'informava fin dove que' lordi conoscessero le leggi del paese, e come fossero pervenuti a conoscerle tanto da poter decidere in ultima istanza su le vite e proprietà de' loro concittadini. Mi chiedea se fossero scevri d'avarizia, di parzialità, o di bisogni a tal segno da non potersi temere che la promessa d'un donativo o altre sinistre mire prevalessero sopra di loro.

S'informava in oltre se que' santi personaggi da me portati a cielo venivano promossi all'alto loro grado per grandi nozioni acquistate nelle cose religiose e per l'esemplarità della loro vita, o se piuttosto non si fossero aperta la strada coll'andare a seconda dei tempi quando furono semplici preti, o col farsi abbietti cappellani di alcuni nobili, pe' quali continuassero servilmente a parteggiare da che erano entrati nella camera dei pari.

Voleva indi sapere da me quali arti venissero praticate nelle elezioni dei deputati di quella camera che gli dissi chiamarsi dei comuni; se uno straniero assai danaroso non avrebbe potuto acquistar tanta preponderanza sul volgo de' votanti che eleggessero lui a preferenza o del signore titolare o di qualche notabile personaggio del borgo? Mi chiedea come accadesse che fossero tanti gli uomini ansiosi di entrare in quell'assemblea, poichè avea prima sentito da me che il risedervi portava sì gravi disturbi e spese, talvolta la rovina della famiglia dell'eletto senza che veruna sorta di stipendio o pensione andasse annessa alla carica? Parea quasi che la reale sua maestà di Brobdingnag dubitasse se un tanto eroico sforzo di virtù e di amore del pubblico bene fosse sincero. Infatti mi domandò se mai que' zelanti gentiluomini non avessero avuto qualche mira di compensarsi de' loro incomodi col sagrificare le rendite pubbliche ai disegni di un principe debole e vizioso concertati d'intelligenza con un ministero corrotto. V'assicuro io che mi vagliò su questo argomento per tutti i versi, anzi le sue interrogazioni ed obbiezioni si moltiplicarono tanto che non credo nemmeno conveniente il ripeterle.

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Dietro le informazioni ch'io gli avea date su i nostri tribunali di giustizia, volle che lo chiarissi su diversi punti; ed io era in ciò tanto più in grado di appagarlo per essere stato una volta rovinato dalle spese di una lite che fu decisa in mio favore. Mi domandò quanto tempo solitamente ci volesse per determinare da che parte stesse il torto o la ragione, e a quanto sommasse la spesa di una tale disamina? Se gli avvocati ed oratori avessero la facoltà di perorare cause manifestamente ingiuste, angarianti ed oppressive? Se si scorgesse che la setta religiosa o politica professata da un individuo fosse di qualche peso nella bilancia della giustizia? Se quegli avvocati fossero istrutti nelle generali nozioni dell'equità, o in quelle meramente degli usi provinciali, nazionali e locali? Se essi, o i giudici, avessero parte nel dettare quelle leggi, e si prendessero poi in appresso la libertà d'interpretarle o comentarle come tornava loro più comodo? Se fosse mai accaduto che in tempi diversi avessero aringato pro e contra la medesima causa e citate le opinioni precedenti per provarne delle affatto contrarie? Se fossero una ricca od una povera corporazione? Mi chiese soprattutto se si dava mai che un di loro fosse ammesso membro della camera bassa?

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Venuto indi a parlare dell'amministrazione del nostro tesoro, disse che credea caduta in un grosso abbaglio la mia memoria per aver io calcolate le nostre tasse a cinque o sei milioni ad un dipresso per anno; poi quando fui a dargli conto delle spese, osservò che queste eccedeano talvolta il doppio dell'entrata, perchè su questo particolare io non aveva omesso di notar nulla, sperando, egli mi dicea, che le nozioni su la nostra economia gli fossero grandemente utili, e premendogli quindi di non isbagliarsi ne' suoi calcoli. Se per altro quanto io gli avea detto era vero, non sapea capacitarsi che un regno potesse spendere al di là della sua entrata, come può accadere ad uno spensierato privato. Mi chiese chi fossero i nostri creditori, e dove trovassimo il danaro per rimborsarli. Gli facea stupore quanto gli raccontai su le nostre dispendiosissime guerre. Bisognava dire, secondo lui, o che fossimo una gran popolazione di accattabrighe o che avessimo di gran cattivi vicini; ai suoi conti i nostri generali dovevano essere più ricchi dei nostri re. Volle sapere che negozi ci chiamassero fuori della nostra isola oltre al traffico e al bisogno di difendere le coste colle nostre flotte? Non si sapea poi dar pace all'udire che, essendo noi un popolo libero, abbiamo un esercito mercenario stabile in tempo di pace. «Se avete, mi diceva, un governo di vostro consenso nelle persone de' vostri rappresentanti, di che cosa avete paura, o contra chi volete combattere? Ditemi un poco se un privato si creda meglio difeso da sè, dai suoi figli e dalla sua famiglia, o da una mezza dozzina di cialtroni, presi su alla ventura sopra le strade per poco salario, ed i quali guadagnerebbero mille volte di più tagliandogli le canne della gola?»

Rise su la mia aritmetica veramente originale, egli si degnò chiamarla così, perchè nel calcolare la nostra popolazione io teneva un conto a parte delle diverse sette religiose e politiche. «Io non vedo, soggiugneva, un motivo perchè chi ha opinioni contrarie a quanto si crede pubblico interesse, debba essere obbligato a cangiarle o non piuttosto a tenerle nascoste. Il volere la prima cosa sarebbe una tirannia in qualunque governo, ma il non pretendere la seconda è debolezza, perchè si può ben permettere ad un uomo l'aver veleni nel cassetto del suo armadio, ma non il venderli attorno come cordiali».

Notò che fra i divertimenti de' nostri nobili io avea commemorato il giuoco; onde mi chiese a quale età d'ordinario cominciasse questa inclinazione, a quale venisse dismessa; quanto tempo della giornata ci fosse impiegato; se mai questa passione diveniva forte al segno d'intaccare le loro sostanze, se non potesse succedere che la viziosa plebaglia arrivasse con le male arti della baratteria a salire in grande ricchezza, qualche volta a tenere sotto la sua dipendenza i veri nobili, ad abituarli alle triste compagnie, a corrompere que' principii d'onore che pur fossero nelle loro menti, e a poco a poco a furia di perdite, costrignerli ad imparare il mestiere infame che gli ha rovinati, ed a praticarlo a propria volta su d'altri.

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Il suo stupore non ebbe confine dopo il racconto storico ch'io gli feci dei nostri affari durante il secolo scorso (il decimosettimo); egli giurava di non vederci altro che un ammasso di congiure, ribellioni, assassinii, stragi, rivoluzioni, bandi, tutto il peggio che possono fare l'avarizia, il monipolio, l'ipocrisia, la perfidia, la crudeltà, la ferocia, la demenza, l'astio, l'invidia, la libidine, la malizia e l'ambizione.

In una successiva udienza, sua maestà non senza qualche fatica riepilogò tutte le cose ch'io gli avea narrate, ed istituì un confronto tra le interrogazioni fattemi e le mie risposte; indi presomi fra le mani e dopo avermi gentilmente accarezzato, venne fuori con questa conclusione che non dimenticherò mai, come non dimenticherò mai l'accento col quale fu pronunziata:

«Mio piccolo amico Grildrig, voi avete fatto un ammirabile panegirico del vostro paese; voi avete provato all'evidenza che l'ignoranza, l'ozio ed il vizio sono i requisiti i più acconci a qualificare un legislatore; che gli uomini più atti a dilucidare, interpretare ed applicare le leggi sono quegli stessi, la cui abilità, il cui interesse consistono nel pervertirle, confonderle e deluderle. Vedo tra voi alcune linee di una istituzione che in origine può essere stata tollerabile, ma quelle linee sono per metà cancellate, il restante affatto imbrattato, deturpato dalla corruttela. Non si vede da tutto quanto avete detto che ci voglia la menoma sorta di onorevole qualità per meritarsi fra voi altri una posizione distinta, molto meno che gli uomini sieno nobilitati dalla virtù; non che i vostri ecclesiastici avanzino nelle dignità per merito della loro pietà o dottrina; non gli uomini di guerra per quello del loro valore o della loro buona condotta; non i giudici per la loro integrità, non i membri del parlamento per amore che portino alla loro patria, non i consiglieri per la loro saggezza. Circa a voi, continuò il re, che avete impiegata la maggior parte della vostra vita viaggiando, inclino a sperare che possiate avere evitati sin qui i vizi del vostro paese. Ma da quanto ho raccolto dalla vostra informazione e dalle risposte che a grande stento vi ho strappate di bocca, son costretto dedurre una gran trista conclusione; ed è che i vostri nativi, presi un per l'altro, sono il più pernicioso branco di tutti gl'insetti cui la natura ha dato licenza di strisciarsi sopra la terra».

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CAPITOLO VII.

Amor di patria dell'autore. — Proposta vantaggiosissima da lui fatta al re e da questo rifiutata. — Grande ignoranza del re in cose di politica. — Dottrine di questo paese assai imperfette e limitate. — Leggi, affari militari, fazioni.

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L'amore in me estremo della verità mi ha sol rattenuto dal palliare quella parte di mia storia che si legge nel precedente capitolo. Era inutile dal canto mio il manifestare un risentimento; sarebbe stato messo in canzone; onde mi convenne starmene quieto e rassegnato all'udire sì mal menato e trattato oltraggiosamente il mio diletto paese. Io fui realmente accorato, come debb'esserlo stato ciascuno de' miei leggitori, al vedermi nella necessità di entrare in simili propositi. Ma tanta fu la curiosità manifestatami dal principe, tanta la sua insistenza, che non si conciliava più nè co' riguardi della gratitudine nè con quelli della buon creanza il non appagare, fin dove per me si potea, le sue voglie. Devo per altro dire a mia giustificazione che mi sottrassi con arte, per quanto mi riuscì fattibile, a molte delle sue interrogazioni, e che diedi a ciascuna cosa un aspetto favorevole fin dove gli stretti limiti del vero me lo permisero. Perchè ho sempre sentita per la mia madre patria quella parzialità che Dionigi d'Alicarnasso raccomanda sì giustamente ad uno storico, e per cui vorrei sempre nascondere le fragilità e sconvenevolezze della medesima, e presentarne le bellezze e le virtù sotto il miglior punto di vista. E tal massima mi studiai sinceramente di serbare in tutte le informazioni che dovei dare a quel monarca, benchè sfortunatamente i miei sforzi andassero vuoti d'effetto.

Ma vuolsi usare di molta indulgenza ad un re, il quale vivendo affatto segregato dal rimanente del mondo, dee per conseguenza essere ignaro delle maniere e costumanze che prevalgono presso l'altre nazioni; mancanza di lumi che dee necessariamente produrre e grandi preoccupazioni mentali e quella strettezza d'idee da cui andiamo esenti noi e le più colte contrade europee. E da vero, sarebbe un gran guaio se le nozioni che ha della virtù e del vizio un monarca così remoto da ogni consorzio del mondo, dovessero servire di regola a tutto il genere umano.

Per confermare la verità di tal mia asserzione e dare a conoscere i miserabili effetti di un'educazione tanto segregata, citerò qui un fatto che stenterà ad esser creduto. Colla speranza di avanzare sempre di più nella buona grazia di sua maestà, gli parlai di una scoperta fattasi da noi, saranno omai corsi tre o quattro secoli, quella di fabbricare una certa polvere, un ammasso della quale, fosse enorme quanto una montagna, salta in aria in un attimo, sol che una piccolissima favilla cada sopra un menomo pugnello di esso, e genera tale frastuono e scuotimento che arriva a superare quello della folgore. Gli dissi come una data quantità di questa polvere, calcata entro un tubo di bronzo o di ferro, valesse, a proporzione della grossezza del tubo stesso, a mandar fuori una palla di ferro o di piombo con tanta violenza e velocità che nulla era capace di resistere al suo impeto; come le più grosse palle scaricatene fuori in tale guisa valessero non solamente a distruggere in una volta intere file d'eserciti, ma ad atterrare i più possenti baloardi delle fortezze, a sommergere in fondo al mare molte navi, ciascuna delle quali contenesse un migliaio d'uomini; come queste palle incatenate fra loro squarciassero alberi di navigli e sartiami, spazzassero uomini a centinaia, portassero strage e devastazione d'intorno a loro. Gli spiegai come spesse volte questa polvere venisse racchiusa entro grosse palle che altra polvere infocata spigneva fuori da immensi mortai perchè andassero a percuotere città assediate, ove sconnettevano lastrichi, rovinavano case e, scoppiando finalmente anch'esse, mandavano per tutti i versi fatali schegge che fracassavano le cervella di chiunque s'abbattea nella loro direzione.

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Gli dissi come io conoscessi ottimamente gl'ingredienti di cui si compone tal polvere, che erano assai comuni ed a buon mercato. Mi offersi anzi a fargliene io stesso ed a dirigere i suoi artefici nel fabbricar tubi proporzionati in ampiezza a tutte l'altre cose esistenti nel suo reame (non dovevano essere più lunghi di cento piedi); gli diedi a comprendere come una ventina di questi tubi caricati con la debita proporzione di palle e di polvere sarebbe bastata ad atterrare in poche ore le mura delle più gagliarde città de' suoi dominii, e fin della sua metropoli, ove questa avesse osato d'alzare lo stendardo della ribellione. Tutte queste cose spiegai ed offersi a sua maestà qual tenue omaggio della mia riconoscenza pe' tanti favori e contrassegni di protezione ch'egli avea versati su me.

Indovinate mo! Rimase inorridito ed attonito alla mia descrizione ed alle mie offerte. «Non mi par nemmen vero, che un abbietto verme della terra par vostro (furono proprio questi i titoli che mi compartì) abbia ardito tenermi sì atroci propositi, e con questa bella disinvoltura, per cui si sarebbe detto che non vi commovessero nè poco nè assai le calamità da voi dipinte siccome effetti delle vostre macchine; del certo non può esserne stato il primo inventore altro che un genio cattivo, inimico del genere umano. Quanto a me, egli continuò, benchè tenerissimo delle nuove scoperte, sia nell'arti, sia nelle scienze della natura, vorrei piuttosto perdere la metà del mio regno che essere ammesso al segreto delle invenzioni da voi tanto esaltate, anzi, se vi preme la vostra vita, v'intimo di non mi fare più mai di questi discorsi.»

Vedete a che conducono un'educazione pregiudicata ed una corta vista! Un principe, fornito del resto di quante prerogative procurano venerazione, stima ed amore, cui non mancavano nè grande saggezza nè profondo ingegno, quasi adorato da' suoi sudditi, per uno scrupolo da nulla, di cui in Europa non sappiamo nemmeno formarci un'idea, si lasciò sfuggir di mano l'opportunità di divenire padrone dispotico delle vite, de' privilegi e di tutte le sostanze del suo popolo! Nè dico ciò con intenzione di menomare i tanti pregi di quell'eccellente sovrano, la cui riputazione per altro, da questo lato, apparirà assai scemata agli occhi d'inglesi leggitori; vedo come un tal neo alla sua gloria sia da attribuirsi alla scarsezza delle cognizioni cui sono pervenuti i suoi dominii, al non esservi stato finora chi innalzi la politica al grado di scienza, come dai più acuti ingegni di Europa si è fatto. A questo proposito mi ricordo benissimo le meraviglie che un dì fece il re quando l'incidente di un certo discorso mi portò a dirgli che avevamo parecchie migliaia di volumi pubblicati su l'arte del governare. Ciò gli diede, e da vero io mi prefiggeva un effetto del tutto contrario, una tristissima idea del nostro intendimento. Mi protestò che odiava ed anzi tenea nel massimo dispregio ogni sorta di misteri, di mezzi termini, di sottigliezze, sia nel principe, sia ne' ministri. Non sapeva indovinare che cosa io m'intendessi per segreto di stato, ove non si avesse che fare con nazioni in guerra con noi, o interessate ai nostri danni. La scienza del governare, secondo lui, si riduceva a ben poche cose; ed erano senso comune e ragione, giustizia e moderazione, sollecitudine nello spedire le cause tanto civili quanto criminali, oltre ad alcune altre varie massime che non vagliono la pena di essere ricordate. Guardate che trivialità arrivava a dire! «Chiunque in un pezzo di terra de' miei dominii arrivasse a far crescere due spiche di grano o due fili d'erba ove nasceva una sola spica o un sol filo d'erba, varrebbe più ai miei occhi di tutta la razza dei politici dell'universo messi insieme.»

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L'istruzione di questi popoli è difettosa oltre ogni dire; consiste unicamente nella morale, nella storia, nella poesia, e nelle matematiche, in cui bisogna confessare la loro preminenza. Ma queste ultime scienze vengono unicamente applicate al miglioramento dell'agricoltura ed alle arti meccaniche, di modo che fra noi non se ne farebbe gran conto[23]. Circa poi all'idealismo, alla scienza degli enti, alle astrazioni metafisiche, al trascendentalismo, non sapreste come farne entrare il menomo concetto in quelle teste.

Fra tutte le leggi di quel paese non ve n'è una le cui parole oltrepassino in numero le lettere del loro alfabeto, che sono soltanto ventidue, ma son poche da vero le leggi che arrivino nemmeno a questa prolissità. Le vedete esposte in termini semplicissimi e piani tanto che quegli abitanti non sono abbastanza arguti per sapere trovare loro più d'una interpretazione, anzi lo scrivere un comento su quelle leggi è un capitale delitto. Quanto alle decisioni delle cause civili, o ai processi criminali, i lor protocolli sono sì poco carichi che i giudici non hanno gran che da gloriarsi della propria abilità nel conchiudere le prime o i secondi.

Que' popoli possedono da tempo immemorabile, come i Chinesi, l'arte della stampa, ma non sono molto ampie le loro biblioteche; quella del re, che si ha per la più vasta, non ha oltre a mille volumi collocati in una stanza lunga mille dugento piedi, da cui io avea la libertà di levare quanti libri desiderassi. L'ebanista della regina avea congegnato nelle stanze della Glumdalclitch un certo arnese di legno alto venticinque piedi, formato a guisa d'una duplice scala di gradini, larghi ciascuno cinquanta piedi, i cui due rami congiunti ad angolo si aprivano, per fermarla sul terreno, ad una distanza di dieci piedi della parete.

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Il libro ch'io aveva intenzione di leggere, veniva aperto ed appoggiato al muro. Io saliva prima sin all'ultimo gradino e, tenendo la mia faccia volta al libro, principiava a leggerlo in cima di pagina camminando dieci passi da sinistra a destra secondo la lunghezza della riga, e ciò finchè le parole fossero alcun poco al di sotto del livello del mio occhio, poi per leggere più in giù io scendeva all'inferiore gradino, e così a mano a mano finchè fossi in fondo; dopo di che risalito di nuovo al più alto gradino, io leggea l'altra pagina nella stessa maniera; poi voltavo carta con tutt'a due le mani, il che mi era facile, trattandosi di pagine grosse e consistenti come il cartone, e per quanto ampio fosse lo spazio de' fogli, non lo era mai più di diciotto o venti piedi.

Lo stile di que' libri è chiaro, robusto e netto, ma non frondoso, perchè quivi nulla si abborrisce più dell'adoprar parole oltre al bisogno o del variare le espressioni. Ho lette molte di quelle opere, specialmente di storia e di morale. Fra l'altre mi divertì in singolar guisa un antico trattato di etica che stava sempre nella stanza della Glumdalclitch, ed apparteneva all'aia della medesima, una grave attempata matrona che si dilettava sempre di libri ascetici. Fui curioso di conoscere che cosa sapesse dire su tale argomento un autore di quel paese. Questo scrittore camminava su tutti i luoghi topici dei moralisti europei dimostrando quanto sia di sua propria natura un ente picciolo, bisognoso e spregevole l'uomo, come sia inetto per sè stesso a difendersi dall'inclemenza dell'aria o dal furor delle belve, come sia superato da una creatura nella forza, da un'altra nella velocità, da una terza nella previdenza, da una quarta nell'industria. Vi si parlava della natura umana degenerata in questi ultimi deteriorati secoli del mondo, e divenuta sol capace di produrre aborti a confronto delle sue produzioni dei tempi anteriori. Si diceva in quel libro essere cosa ragionevole il pensare che le specie umane in quelle età fossero non solo più gagliarde, ma gigantesche; cosa affermata dalla storia e dalle tradizioni e confermata dall'enormi ossa e dagli enormi teschi scavati a caso in parecchie parti del regno, e tanto superiori di mole agli ossami ed ai crani delle imbastardite schiatte de' nostri giorni. L'autore inferiva dalle leggi assolute e primitive della natura che gli uomini in principio dovevano essere stati d'una complessione più forte e robusta, nè soggetti ad essere distrutti dal più lieve incidente d'una tegola caduta da un tetto, d'un sasso scagliato da un fanciullo, o di restar annegati entro un ruscello. Da un tal modo di ragionare il mio moralista deduceva più applicazioni utili nella condotta della vita, ma che non fa qui mestiere il ripetere. Quanto a me, non seppi starmi dal considerare come fosse generale questo talento di tirar lezioni di morale o piuttosto soggetti di crepacuore e d'umiliazione dai torti che s'appongono alla natura. E dopo averci ben pensato sopra, io sono d'avviso che le querele mosse contr'essa dagli uomini sieno mal fondate fra noi altrettanto quanto lo erano fra i popoli di Brodingnag.

Circa alle cose loro militari essi fanno ascendere l'esercito reale a cento settantasei mila uomini di fanteria e trentasei mila di cavalleria; se può chiamarsi esercito una milizia composta di trafficanti di ciascuna città e di fittaiuoli delle campagne posti sotto il comando di nobili e di padroni di poderi, i quali comandanti servono tutti senza stipendio di sorta alcuna. Questa milizia si mostra veramente perfetta nell'armeggiare, e religiosissima della disciplina, nè in questa seconda cosa io ravvisai un grande merito, perchè, come potrebbe accadere altrimenti, se ciascun coltivatore è sotto gli ordini del padrone del fondo, ciascun cittadino sotto quelli dei personaggi più notabili della città, scelti per suffragi come si usa in Venezia?

Ho veduto più volte la milizia di Lorbrulgrud condotta a far gli esercizi sopra una piazza posta in poca distanza dalla metropoli, d'una larghezza all'incirca di ventiquattro miglia quadrate. Tal milizia non oltrepassava in tutto ventimila uomini di fanteria e seimila di cavalleria, ma era impossibile per me il contarli, atteso l'immenso spazio ch'essi occupavano. Ciascuno di questi cavalieri, montato su enorme cavallo, presentava un'altezza di circa novanta piedi. Ho veduto quest'intero corpo di cavalleria ad una parola di comando sguainare in una volta tutte le sciabole e brandirle all'aria. Non v'è immaginazione che sappia figurarsi un effetto più magico, più sorprendente. Avreste detto che ventimila strisce di lampi scintillassero in una volta da tutti i punti del firmamento.

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Mi nacque la curiosità di sapere, come mai in quella monarchia, i cui dominii sono posti fuori di comunicazione con tutti gli altri paesi, sia entrato il pensiero d'istituire un esercito, e donde poi abbia tolte le idee per far pratica nella militare disciplina la sua soldatesca. Ma col conversare e col leggere la storia di que' popoli non tardai ad essere informato che per un lungo corso di secoli furono travagliati da quella medesima malattia cui tutto il genere umano è soggetto, e che spesse fiate i nobili guerreggiarono per assicurarsi il potere, i popoli per acquistarsi la libertà, i re per concentrare in sè stessi il dominio assoluto. E se bene tutt'a tre quelle forze sieno state tenute in un certo freno dalle leggi fondamentali del regno, queste vennero più d'una volta violate, or dall'una, or dall'altra delle tre parti, donde son nate frequenti guerre civili: l'ultima andò felicemente a terminare in un generale accomodamento dovuto all'avolo del vivente monarca, e d'allora in poi la milizia stabilita di comune consenso non si è più mai dipartita dalle regole del più stretto dovere.

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CAPITOLO VIII.

Il re e la regina imprendono un viaggio alle frontiere. — L'autore gli accompagna. — In qual modo abbandoni il paese, e particolarità che si riferiscono a ciò. — Suo ritorno nell'Inghilterra.

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Io ebbi sempre un forte presentimento che avrei ricuperata un giorno o l'altro la mia libertà, benchè fosse impossibile il congetturare per quali vie, o il concepire a tal uopo verun divisamento con qualche fondata speranza di buon successo. Il bastimento a bordo del quale io avea fatto il mio viaggio, era il primo che fosse mai capitato a veggente di quella costa; anzi i sovrani aveano dati stretti ordini che, se mai altra volta ne comparisse un secondo, fosse tosto tirato alla spiaggia e, con tutta la sua ciurma ed i passeggieri, condotto in una carretta alla metropoli. Il re soprattutto propendea grandemente a trovarmi una moglie della mia statura, a fine di propagare ne' suoi dominii la nostra razza, ma io credo sarei piuttosto morto che sottomettermi alla disgrazia di lasciare dei posteri da essere tenuti in gabbia ad uso di canerini, e forse col tempo mercanteggiati attorno al regno per servire di curioso trastullo alle famiglie dei gran signori. Certo io veniva trattato con grande affabilità, io mi vedeva il favorito di due possenti monarchi, accarezzato da tutta la corte; ma era quel genere di accarezzamento che digrada la dignità dell'uomo. In oltre, io non avea mai potuto dimenticarmi i cari domestici pegni ch'io mi era lasciati addietro. Io desiderava trovarmi fra gente con cui poter conversare da pari a pari, e camminare per campi e strade ove non dover temere ad ogni passo di essere schiacciato a guisa d'un ranocchio o d'un cagnolino di latte. Ma la mia liberazione venne più presto ch'io non me l'aspettava, e d'una maniera veramente non comune; il come e le circostanze di un tale avvenimento mi accingo ora a narrare.

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Io era già rimasto due anni in quella contrada, ed al principio circa del terzo, la Glumdalclitch ed io accompagnavamo il re e la regina in un viaggio alla costa meridionale del regno. Io veniva trasportato secondo il solito nella mia cassetta da viaggio che, come già altrove ho descritto, era un convenientissimo gabinetto, largo in circa dodici piedi. Ordinai che, alla cima di esso, il mio letto pensile venisse assicurato ai quattro lati con cordicelle di seta, e ciò per evitare le scosse, quando un servo mi portava dinanzi a lui sul suo cavallo, come qualche volta io lo desiderava; su questo letto ancora io sovente m'addormentava lungo il cammino. Alla soffitta di tal mia stanza portatile io aveva fatto praticare dall'ebanista della regina un pertugio di fianco, dell'estensione di circa un piede quadrato, perchè nella calda stagione ne venisse l'aria mentre io dormiva; questo pertugio io chiudeva ed apriva a volontà mediante un'asse che correva innanzi e indietro entro una scanalatura.

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Giunti al termine del nostro viaggio, il re giudicò a proposito passare alcuni giorni in un suo palazzo situato in vicinanza di Flanflasnic, città non più distante di diciotto miglia dalla spiaggia. La Glumdalclitch ed io ci sentivamo poco bene; quanto a me, m'avea sol preso un piccolo raffreddorre, ma la povera giovinetta era in sì mal essere che dovea rimaner confinata nella sua camera. Io non ne potea più dalla voglia di veder l'oceano, unica sperabile scena della mia liberazione, se pure era possibile. Finsi star peggio ancora di quello ch'io stava in realtà, e chiesi la permissione di andar a prendere l'aria fresca del mare in compagnia d'un paggio, cui m'ero grandemente affezionato, ed alla custodia del quale io veniva sovente affidato. Non mi scorderò più mai la renitenza della Glumdalclitch a lasciarmi andare, e il dirompimento di pianto in cui diede, quasi fosse presaga di quanto era per accadere. Il paggio, presomi seco entro la mia cassetta, fece un passeggio di circa mezz'ora verso la riva del mare, ove, quando fummo, gli ordinai che mi ponesse a terra; quivi, alzata una delle mie saracinesche, mandai un'occhiata ansiosa all'oceano; poi, sentendomi proprio male, dissi al paggio di voler dormire un sonnicello che capivo m'avrebbe giovato. Gettatomi sul mio letto pensile, il paggio ne chiuse le finestre per tenermi riparato dall'aria. Non tardai ad addormentarmi, ed il mio custode ed il paggio, non s'immaginando mai che verun pericolo mi sovrastasse, andarono a girare fra quegli scogli in cerca d'uova d'uccelli, così almeno io congetturo, perchè poco prima io gli avea veduti dalla mia finestra coglierne due o tre da una crepaccia. Desto d'improvviso da una furiosa strappata data all'anello attaccato per la comodità del trasporto alla mia cassetta, mi sentii levato in aria a grandissima altezza, indi portato in avanti con sorprendente velocità. La prima scossa era stata sì violenta, che mancò poco non mi balzasse fuori del letto, ma in appresso il moto della mia prigione divenne bastantemente uniforme. Mandai ripetute grida con quanto di voce io aveva, ma tutto indarno. Guardando verso le finestre io non vedeva altro che nubi e firmamento. Finalmente, udito uno strepito su la mia testa simile ad un battere d'ali, cominciai a capire in qual tristissima posizione io mi trovassi, e che sicuramente un qualche uccello aveva afferrato col rostro l'anello della cassetta, e mi portava sì in alto per lasciarmi cadere sopra uno scoglio, a guisa di testuggine entro il suo guscio, poi trarne fuori le povere mie carni e divorarsele; perchè l'accorgimento e l'odorato di quegli uccelli li fa atti a scoprire la loro preda a grandi lontananze ed ancor meglio riparata che nol fossi io da due dita di parete di legno.

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Di lì a poco sentii aumentarsi con grande celerità lo strepito e lo sbattimento dell'ali, onde la mia casa portatile si sventolava per tutti i versi come un'insegna di bottega quando spira più gagliardo il vento. Udii un suono come di bôtte menate sul volatile mio rapitore, perchè io era certo non poter essere nient'altro fuorchè un uccello che si tenesse col rostro l'anello della mia gabbia; poi in un subito, mi sentii cadere perpendicolarmente all'ingiù per la durata circa d'un minuto, ma con tale incredibile prestezza che perdei quasi del tutto la respirazione. La mia caduta fu fermata da un tremendo tonfo, che rintronò più romoroso al mio orecchio della cateratta del Niagara[24], dopo di che rimasi affatto al buio per un altro minuto; poi la mia casa tornò ad alzarsi quanto bastava perchè potessi vedere la luce dalla cima delle finestre. Allora m'accorsi di essere caduto nel mare. La mia cassetta vi galleggiava, ma, grazie al peso del mio corpo, alle mie suppellettili che conteneva e alle larghe bande d'acciaio fermate ai quattro angoli della cima e del fondo per rinforzarla, pescava cinque piedi sott'acqua. Io supposi allora, e tuttavia continuo a supporlo, che l'augello volato via con la mia casa fosse stato inseguito da due o tre altri e costretto lasciarmi cadere per difendersi contra gli altri ansiosi di divider seco la preda. Le bande di ferro fermate sul fondo, chè erano quelle le più forti, mantennero senza dubbio l'equilibrio della cassetta mentre cadeva, onde non andò ad infrangersi obbliquamente con la superficie del mare. Ogni parte di essa ottimamente connessa e le imposte della porta tanto ben serrate che non avevano altro moto fuor del piccolo alzarsi ed abbassarsi dei cardini, tennero sì mondo il mio gabinetto che ben poc'acqua ci potè penetrare. Io venni a grande stento fuor del mio letto pensile, dopo essermi prima riuscito tirare addietro quell'asse scorrevole, congegnata, come vi dissi, in modo di lasciare passar l'aria; senza di ciò io rimanea pressochè soffocato. Oh! come mi augurava io in quel momento di essere con la mia cara Glumdalclitch da cui una sola ora mi avea diviso per tanta lontananza! E posso dire con verità che, in mezzo anche a tanta disgrazia, non seppi starmi dal pensare alla mia povera balietta e dall'angosciarmi all'idea del rammarico ch'ella sentirebbe. Probabilmente nessun viaggiatore ha gemuto sotto il peso di calamità e rischi maggiori di quelli che mi premevano in tal congiuntura: io era esposto da un istante all'altro a veder fatta in pezzi la mia cassetta, o per lo meno capovolta dal primo soffio di vento o dal primo cavallone che si sollevasse. Il rompersi d'una sola lastra delle mie finestre era una morte immediata per me; nè null'altro potea salvarle fuor delle forti grate di ferro postevi al di fuori per andar contro agl'incidenti del viaggio. Io vedea già l'acqua stagnare in più d'una fenditura e ne atterriva, benchè le falle non fossero considerabili e m'ingegnassi turarle il meglio ch'io potea. Io non era buono d'alzare il coperchio del mio gabinetto, il che avrei certamente fatto se mi fosse stato possibile, perchè, sedendomi su la cima, mi sarei salvato almeno alcune ore di più, che restando confinato, per così esprimermi, nella stiva. Ma quand'anche mi fossi sottratto a que' pericoli per un giorno o due, che cosa poteva io aspettarmi fuor d'una miserabile morte? Rimasi quattro ore in questa agonia, aspettandomi, e per dir vero augurandomi, che ciascun momento fosse l'ultimo della mia vita.

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Devo aver descritto altrove al mio leggitore, come due forti caviglie fossero infitte a quel lato della mia cassetta che non aveva finestre, e come lo staffiere solito a portarmi con la mia casa sopra le spalle raccomandasse a queste la coreggia che reggea tutto il peso, affibbiandosela indi alla cintura. In quel mio stato di desolazione, parvemi udire un romore come di raschiamento alla parte dov'erano infitte le caviglie; e poco dopo principiò a parermi che la mia piccola casa fosse spinta o rimorchiata per traverso al mare, perchè a quando a quando io m'accorgea di certa altalena che faceva ora abbassare, ora alzar l'acqua al di sopra della cima delle mie finestre onde io rimaneva quasi affatto all'oscuro, la qual cosa infuse in me alcune vaghe speranze di un soccorso, ch'io per altro non sapea figurarmi nè come nè donde mi potesse venire. Mi provai a spacciare dalla vite, che le fermava sempre al pavimento, una delle mie scranne, poi non senza fatica tornai a stabilirla con la sua vite direttamente sotto l'asse scorrevole di cui vi ho parlato, e che, come dissi, io avea prima tirata addietro. Montato su quella scranna ed accostato il volto quanto potei al pertugio, mi diedi ad implorare aiuto con tutta la forza della mia voce ed in quante lingue io sapeva parlare. Legato indi il mio fazzoletto al bastone ch'io avea sempre con me, passai fuor del pertugio questo stendardo, e lo feci sventolare molte volte, affinchè, se qualche bastimento o naviglio fosse stato lì in vicinanza, i marinai avessero potuto congetturare che qualche povero sgraziato era chiuso entro quella cassetta.

Benchè le mie grida rimanessero senza risposta, io m'accorgea per altro che la mia cassetta continuava a moversi in una costante direzione, finchè, trascorsa una buon'ora, dalla parte delle caviglie, quella cioè che era sguarnita di finestre, sentii che la mia casa urtò in qualche cosa di resistente. Temei fosse uno scoglio, chè il conquassamento della cassetta era divenuto più gagliardo; indi ascoltai uno strepito come di una gomona al di sopra del coperchio, e tal raschiamento come se qualcuno la facesse passare entro l'anello della cassetta ch'io sentii alzarsi gradatamente ad un'altezza per lo meno tre volte maggiore di quella della prima sua posizione. Allora tornai a mandar fuori quel mio stendardo ch'io m'era fatto con un fazzoletto e un bastone ed a gridare Aiuto! sì spietatamente, che la mia voce era divenuta non vi so dir quanto rauca. In risposta ascoltai un grido ripetuto tre volte che m'empiè di tale esultanza qual può concepirla soltanto chi l'ha provata. Udii allora un calpestio di piedi su la mia testa, ed una voce sonora che dal pertugio parlava in inglese:

— «Se v'è qualche creatura umana laggiù, parli!

— «Sono un Inglese, gridai; condotto dalla mia trista fortuna alla più orrenda fra quante calamità possano succedere ad una creatura umana. Deh! per quanto avete di più sacro, o di più caro, liberatemi da questo carcere!

— «Siete salvo a quest'ora, la voce mi rispose, perchè quel vostro naviglio è legato al nostro bastimento, e il carpentiere verrà tosto a segare tanta larghezza di coperchio quanta basti a tirarvi fuori di lì.

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— «Che bisogno c'è di segare? io risposi, si perderebbe troppo tempo. Non avete a far altro che mandare un uomo della vostra ciurma; con un dito che metta entro l'anello, leva su dal mare tutta questa baracca, la mette nel bastimento, poi nella stanza del capitano».

Alcuni di quelli, all'udire un proposito sì stravagante, mi giudicarono un pazzo, altri si diedero a sghignazzare. Che volete? Non m'era anche entrato in testa ch'io mi trovava finalmente fra uomini della mia statura e sol dotati della mia forza. Giunto il carpentiere, in pochi minuti aperse con la sega un foro di quattro piedi quadrati, donde calò una scaletta a mano, ch'io salii, ed in appresso fui ricevuto a bordo in una condizione la più deplorabile.

I marinai immersi nello stupore, mi faceano mille interrogazioni, alle quali in quello stato mio avea tutt'altro che voglia di rispondere. Io era per parte mia confuso alla vista di tanti pigmei, perchè tali mi sembravano dopo avere per sì lungo tempo avvezzati i miei occhi agli sterminati oggetti ch'io m'era lasciati addietro. Ma il capitano, signor Tomaso Vilcocks, onesto e degno mercante di provincia, vedendomi presto a svenire, mi condusse nel proprio gabinetto, ove, datomi un cordiale, volle che mi buttassi sul suo letto per pigliare un riposo di cui si vedeva in me grande il bisogno. Prima ch'io venissi ad addormentarmi, e sempre durandomi quella confusione d'idee, feci capire al capitano come avessi lasciato nella mia cassetta diverse cose di valore che sarebbe stato un peccato se fossero andate disperse: un letto pensile, un elegante letto da campo, due scranne, una tavola, un gabinetto tappezzato da tutti i lati, o piuttosto trapuntato di seta e bambagia; aggiunsi che se si fosse compiaciuto mandare un di sua gente a levare quel gabinetto per essere trasportato nella sua stanza, gliene avrei aperti tutti i ripostigli e fatto vedere le mie cose preziose. Il capitano, all'udirmi spacciare tante stramberie, concluse che assolutamente io doveva aver perduto il giudizio. Nondimeno (io suppongo per tenermi buono) promise dare ordini in conformità de' miei desiderii, anzi portatosi sul ponte, mandò veramente alcuni de' suoi piloti abbasso nel mio gabinetto, donde costoro (lo seppi più tardi) portarono via ogni mio mobile e spogliarono di tutti gli addobbi le pareti; ma le scranne, l'armadio ed il fusto del letto essendo fermati a vite sul pavimento, furono molto danneggiati dalla loro ignoranza che gl'indusse a strapparli via con mal garbo e a forza di braccia. Spaccatene allora diverse tavole per uso del bastimento e tenutisi per sè quanto fece al loro caso, ne gettarono in mare l'ignudo carcame che, a motivo degl'intacchi sofferti nel fondo da tutti i lati, rimase a dirittura sommerso. Da vero ebbi un gran gusto di non essermi trovato presente a tale saccheggio; son persuaso che m'avrebbe punto al vivo un tale spettacolo attissimo a ricondurmi alla memoria alcuni punti della mia storia dei due anni scorsi che avrei di tutto buon grado dimenticati.

Dormii alcune ore, ma continuamente disturbato da sogni che mi trasportavano nel paese di recente abbandonato e fra i tremendi rischi cui m'ero sottratto. Nondimeno allo svegliarmi mi trovai grandemente riavuto. Erano otto ore della notte all'incirca quando il capitano ordinò che s'imbandisse tosto la cena sembrandogli che avessi già fatto un digiuno lungo anche di troppo. M'intertenne con molta affabilità, avvertendomi per altro di dismettere certo fare stravagante e certi propositi che sentivano di pazzia; soggiunse poi che, quando saremmo stati soli, avrebbe udito volentieri da me la storia de' miei viaggi, e soprattutto il motivo per cui io mi era trovato in balia dell'acqua entro quella mostruosa cassetta.

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«La vidi, egli mi diceva, al mezzodì di questa mattina mentre guardavo in lontananza col mio cannocchiale; anzi io l'avea presa per un bastimento, ch'io mi prefiggea raggiugnere, giacchè non mi era molto giù di mano, con la speranza di poter comprare un po' di biscotto, provisione di cui comincio a trovarmi corto. Ma venutovi più vicino e accortomi del mio errore, mandai il mio scappavia per sapere che cosa stesse così galleggiando sul mare. Con che spavento i miei piloti vennero ad avvisarmi di aver trovata una casa che nuotava! Mi diedi a ridere credendoli pazzi, e venni io stesso nel palischermo ordinando loro di portar seco una gomona ben gagliarda. Essendo tranquilla la giornata, feci più volte co' remi il giro esterno di quella vostra casa, ne osservai le finestre, le inferrate che le riparavano, e quelle due caviglie infitte nel lato tutto d'asse che non dava passaggio alla luce. Allora comandai alla mia gente di portarsi a quella parte, di attaccarvi la gomona ad una delle due caviglie e di rimorchiare quella che chiamavano vostra casa. Quando fu giunta qui, feci passare un'altra gomona per l'anello posto in cima al coperchio a fine di sollevarla con l'aiuto di carrucole, ma i miei piloti non furono buoni d'alzarla più di due o tre piedi. Videro per altro quel vostro bastone su cui sventolava un fazzoletto sporgente fuori del buco superiore, e ne dedussero che qualche povera creatura era rinchiusa lì entro.

— «E non vedeste, io chiesi, o voi, o qualcuno de' vostri, svolazzare, all'incirca nel tempo stesso, per l'aria nessun uccello di smisurata grandezza?

— «Di smisurata grandezza? Mentre eravate addormentato io parlava del caso vostro co' miei piloti, e un di questi ha veramente detto di aver veduti tre uccelli che volavano a tramontana, ma non ha notato che fossero di proporzioni maggiori delle solite a vedersi».

Ciò, suppongo, era da attribuirsi alla grande altezza in cui si saranno trovati e il grifagno mio rapitore e i suoi avversari. Certo il capitano non intese a che proposito gli avessi fatta simile inchiesta.

— «E, continuai, giusta i vostri computi, quanto saremo noi lontani ora da un continente?

— «Io crederei all'incirca un centinaio di leghe.

— «Ho paura ci sia uno sbaglio di calcolo, almeno d'una metà, perchè non lasciai il paese donde venni, se non due ore prima di cascar nel mare».

All'udir questo, tornò a confermarsi nell'opinione che m'avesse dato volta il cervello, onde mi consigliò d'andarmi a gettar sul letto che m'avea fatto apparecchiare.

— «Vi sono obbligato, mio signore, ma io mi sono abbastanza ristorato grazie ai vostri buoni trattamenti ed al conforto della vostra compagnia. V'assicuro poi che sono nel mio sano giudizio più di quanto io ci sia mai stato in mia vita».

Allora poi si fece serio da vero, e così mi parlò:

— «Venitemi schietto, figliuolo. La vostra mente è conturbata dalla coscienza d'un non so quale enorme delitto, di cui la giustizia di qualche sovrano v'ha castigato esponendovi al mare entro quella cassa. Non è cosa nuova che anche in altri paesi alcuni rei di atroci delitti sieno stati abbandonati al mare entro bastimenti sdrusciti e privi di provvisioni. Non vi dirò certo che non mi dispiaccia di essermi preso a bordo un uomo tanto perverso; ciò nondimeno vi do la mia parola che sarete tragettato sano e salvo al primo porto che toccheremo».

Ed a comprovarmi sempre più che il suo sospetto non mancava di fondamento, mi enumerò tutte le particolarità che lo avevano avvalorato, vale a dire i discorsi stravaganti da me tenuti prima co' marinai, poscia con lui medesimo intorno alla mia cassa ed alle suppellettili che vi si contenevano, la mia guardatura stralunata e la totalità del mio contegno durante la cena.

Lo pregai armarsi di pazienza tanto d'udir la mia storia che gli raccontai fedelmente cominciando dal punto in cui mi partii dall'Inghilterra e venendo a quello del nostro presente scontro. E poichè la verità si apre per forza la strada nelle menti degli uomini ragionevoli, quel degno galantuomo, che, oltre ad un rettissimo discernimento, aveva ancora qualche tintura di dottrina, rimase immediatamente convinto dal candore e dalla veracità che spiravano da' miei detti. Ciò non ostante, per autenticarli viemeglio col fatto lo pregai ordinare che fosse portato lì il mio armadio di cui io aveva in tasca la chiave; del resto delle suppellettili m'avea già detto egli stesso qual uso avessero fatto i suoi marinai. Apertolo in sua presenza, gli mostrai la raccoltina di rarità da me unite nel paese donde così prodigiosamente potei liberarmi. Quivi era il famoso pettine che avea per denti i peli della barba del re, ed un altro della stessa dentatura, ma ricurvo per tenere imprigionati i capelli affinchè non mi cadessero su le spalle, e fabbricato col ritaglio dell'unghia del dito grosso d'un piede dello stesso re. Vi si trovava parimente una raccolta di spilli e d'aghi di tutte le lunghezze tra un piede ed un mezzo braccio, quattro pungoli di vespa che parevano altrettanti agutelli di un ebanista; vi erano pure alcuni altri pettini armati di punte di capelli della regina, ed un anello d'oro che questa si tolse un dì dal suo dito mignolo, e fattaci passar entro la mia testa, volle che in quel prezioso collarino io serbassi una memoria del suo regale favore.

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Io pregava anzi il capitano ad accettarlo qual contrassegno di riconoscenza alle bontà da lui usatemi; ma egli assolutamente lo ricusò. Gli mostrai anche un callo ch'io avea tagliato di mia propria mano dal piede di un damigella d'onore; era grosso come una mela appia, e venuto a tal durezza che, di ritorno in Inghilterra, lo scavai riducendolo in forma di calice da me incastrato in appresso in un piede d'argento. Per ultimo gli feci osservare le brache ch'io calzava allora, e che erano venute fuori dalla pelle di un sorcio.

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Non mi riuscì indurlo a ricevere altro dono fuor quello del dente d'un regio staffiere, su cui gli vidi fermare l'occhio con maggiore curiosità, e di cui credei vederlo singolarmente invaghito. I ringraziamenti che mi fece nell'accettarlo, eccedeano da vero il merito di simile bagattella. Era un dente strappato in fallo da un chirurgo mal pratico allo stesso staffiere, servo addetto al servigio della Glumdalclitch, il quale si dolea del male di denti. Il dente strappato in vece era sanissimo, e fu da me accuratamente rimondato, lavato e riposto nel mio armadio; la sua lunghezza era d'un piede, il diametro di quattro dita.

Soddisfattissimo il capitano dell'ingenuità della relazione ch'io gli feci, mi disse:

— «Spero bene che, tornato al vostro paese, vorrete farvi un merito verso il genere umano col metterla in iscritto e pubblicarla.

— «Signore, gli risposi, il mondo è proveduto sì a sazietà di tali storie di viaggi, che nulla di questo genere omai viene ammesso se non è d'una novità straordinaria; e credo bene stia in ciò il motivo per cui certi autori consultano meno ne' loro racconti la verità che l'interesse proprio o la propria vanità, o anche il bisogno di dare spasso a qualche leggitore ignorante. Or vedete che la mia storia non contiene se non comunissimi avvenimenti, ed è priva in oltre dell'adornamento che potrebbero darle le descrizioni di piante, alberi, uccelli ed altri animali esotici, o vero delle barbare costumanze e dell'idolatria dei selvaggi, mercanzia di cui ringorgano i fondachi di tutti gli scrittori di tal sorta d'opere. Nondimeno vi ringrazio della buona opinione che avete di me, e vi prometto che non tralascerò di meditare la gentile vostra proposta.

— «Voglio dirvi, soggiunse il capitano, una cosa che mi fa meraviglia, ed è l'udirvi parlar sì forte. Il re e la regina del paese donde venite erano forse duri d'orecchio?

— «Eh! signor no; ma devo soggiugnervi che dopo le abitudini da me contratte in due e più anni di tempo, è altrettanta quanto la vostra la mia meraviglia nell'udir voi e la vostra gente parlare affatto sotto voce, e darmi non poca fatica a capir quel che dite. Dipignetevi bene la mia posizione quando io entrava in dialoghi nel paese che ho abbandonato. Io era col mio interlocutore nello stato di chi, da star su la strada, parlasse ad uno che si fosse posto su d'un campanile, semprechè non fossi stato messo sopra una tavola o tenuto in mano dall'interlocutore medesimo. E questa meraviglia che riguarda l'udito, l'ho anche provata rispetto alla vista; quando la prima volta son venuto a bordo del vostro bastimento, voi e la vostra gente mi parevate... mi vergogno a dirlo quel che mi parevate... meno assai che pigmei! E sappiate bene che, quando ero alla corte di Brobdingnag, io non avea più il coraggio di guardarmi nemmeno nello specchio, tanto ero divenuto uno spregevole insetto a' miei occhi a furia di confrontarmi con quegli sterminati miei ospiti.

— «Ah! è per questo che, cenando meco, non solamente guardavate tutto con occhio di stupore, ma vi trattenevate a stento dal ridere, il qual contegno, ve lo confesso, io attribuiva a qualche sconcerto accaduto nel vostro cervello.

— «Era giustissima la vostra congettura; anzi non so da vero come io abbia fatto a non dare in uno scoppio di risa al vedere que' vostri tondi non più larghi d'una monetina d'argento da tre soldi, un piede di porco grosso come una briciola, bicchieri che pareano gusci di nocciuola (con questa proporzione proseguii descrivendogli tutti i suoi vasellami e stoviglie). È ben vero, continuai, che la regina aveva ordinata una fornitura di tutte le cose necessarie al mio uso, ma le mie idee si modellavano su tutto il rimanente degli oggetti che mi stavano intorno, e dissimulavo a me stesso la mia picciolezza come altri dissimulano a sè stessi i propri difetti».

Il capitano comprese ottimamente la forza del mio scherzo, e mi rispose con uguale giocondità.

— «Credo per altro che i vostr'occhi sieno più grandi della vostra pancia, perchè, per essere stato digiuno un'intera giornata, non ho veduto in voi un proporzionato appetito. Oh! da vero (disse continuando nella vena del buon umore) avrei pagato volentieri cento sterlini per vedere la vostra casa nel becco di quell'uccellaccio, poi la vostra caduta da tanta altezza nel mare, spettacolo al certo sorprendentissimo e meritevole che il programma ne venga trasmesso a tutti i secoli avvenire».

La comparazione di Fetonte era sì ovvia che non seppe stare dall'incastrarla nelle sue arguzie, ma per parte mia non fui buono d'ammirar molto questo concetto.

Il capitano, che veniva da Tonchino, s'accigneva al suo ritorno per l'Inghilterra dirigendosi a greco (nord-est), trovandosi allora ad una latitudine di 44, ad una longitudine di 143. Ma scontratici in un vento di commercio[25], due giorni dopo che m'ebbe a bordo, veleggiammo per lungo tempo ad ostro, e costeggiando la Nuova Olanda, governammo a ponente libeccio (west-sud-west) finchè ci fummo lasciato sottovento il Capo di Buona Speranza. Felicissimo fu il nostro viaggio, ma non noierò il leggitore coll'offerirgliene il giornale. Il capitano si fermò ad uno o due porti, mandando il suo scappavia a far provista d'acqua dolce. Io nondimeno non uscii mai del bastimento finchè non fummo giunti alle Dune, il che accadde al 3 giugno 1706, nove mesi circa dopo la mia liberazione da Brobdingnag. Io volea lasciare le mie suppellettili per guarentire il pagamento del mio nolo; ma il buon capitano non ne volle di sorta alcuna. Licenziatici affettuosamente l'uno dall'altro, mi feci promettere dal mio liberatore che sarebbe venuto a trovarmi in mia casa a Redrift, poi presi a nolo un cavallo ed una guida per cinque scellini che il capitano medesimo mi prestò.

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Postomi appena in cammino, le case, gli alberi, il bestiame mi pareano sì piccoli che cominciai a credere di essere un'altra volta a Lilliput. Avevo paura di andare addosso co' piedi a quanti viandanti io incontrava; anzi, gridando che si facessero da una banda per non essere schiacciati, rischiai una o due volte di farmi rompere la testa per la mia impertinenza.

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Arrivato a casa mia, che dovetti farmi insegnare, e venuto un servitore ad aprirmi, mi sbassai, come fa un'oca entrando dal portello del pollaio, per paura di batter la testa al volto superiore. Corsami incontro mia moglie per abbracciarmi, mi chinai al di sotto delle sue ginocchia pensando che altrimenti ella non sarebbe arrivata alla mia faccia. Mia figlia s'inginocchiò per domandarmi la paterna benedizione, ma io non la vidi finchè non si fu alzata, tanto io m'era avvezzato a guardare sessanta piedi al di sopra di me; poi per istrignermela fra le braccia andai a prenderla per la cintura.

Io guardava d'in su in giù i miei servitori ed uno o due amici che si trovavano lì, come s'io fossi stato un gigante, eglino pigmei. Diedi torto a mia moglie della sua soverchia economia, perchè ella e sua figlia, resesi quasi invisibili, si erano lasciate languir di fame senza un perchè. In somma, io diceva e faceva cose sì strambe che la pensarono tutti come il capitano al primo vedermi. Vi dico queste particolarità per portarvi un esempio della forza dell'abitudine e de' pregiudizi che ne derivano.

Non passò gran tempo che la mia famiglia ed io cominciammo ad intenderci scambievolmente, ma mia moglie protestò che non m'avrebbe più mai lasciato correre il mare, benchè la mia mala sorte avesse predisposto che nemmen mia moglie potesse impedirmelo, come il leggitore vedrà fra poco. Intanto io do qui termine alla seconda parte degli sfortunati miei viaggi.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni
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