← Table of contents
Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

PARTE TERZA VIAGGIO A LAPUTA BALNIBARBI, LUGGNAGG GLUBBDUBDRIB E GIAPPONE

Gaetano Barbieri translation

CAPITOLO I.

L'autore imprende il suo terzo viaggio. — È preso dai pirati. — Messo a peggior partito dalla malignità di un Olandese. — Arriva in un'isola. — Viene accolto dagli abitanti di Laputa[26].

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Io era tornato in seno della mia famiglia, quando, non erano trascorsi più di dieci giorni, venne a trovarmi il capitano Guglielmo Robinson nativo di Cornovaglia, comandante dello Sperabene, un buon bastimento di trecento tonnellate. Tempo prima, io era già stato chirurgo in un altro bastimento che veleggiò per levante, di ragione per una quarta parte del detto Robinson, il quale ne era il tenente. Egli m'avea sempre trattato più come un fratello che come un suo inferiore, ed appena udita la notizia del mio ritorno, venne a farmi una visita ch'io attribuii unicamente ad un tratto di sua amicizia; nè infatti, mentre c'intertenemmo insieme, occorsero particolarità diverse da quelle solite a notarsi in un colloquio di due amici che non si erano veduti da lungo tempo. Ma ripetute spesso queste sue visite, e manifestando sempre la sua gioia per l'ottimo stato di salute in cui mi trovava, or mi chiedeva s'io contava di essere ripatriato per tutta la mia vita, or mi spiegava la sua intenzione d'imprendere fra due mesi un viaggio alle Indie Orientali; per farla corta, mi offerse, messi a parte i preamboli, pure non senza scusarsi su l'ardire della sua proposta, un impiego di chirurgo nel suo bastimento. Avrei avuto, mi disse, un altro chirurgo sotto di me, oltre a due aiutanti; il mio stipendio sarebbe stato il doppio dell'usuale accordato agli uficiali di sanità; più, avendo sperimentata la mia intelligenza negli affari marittimi, si obbligava a riguardarmi per lo meno come suo eguale ed a conformarsi tanto al mio parere, che non lo avrebbe fatto di più se gli fossi stato pari nel comando.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Aggiunse mille altri gentilissimi propositi, ed io, sapendo quanta fosse la sua onestà; e, bisogna dire anche questo, la brama di vedere ancora nuovi paesi continuando in me più violenta che mai ad onta di tutte le sofferte disgrazie, non fui buono di ricusare la sua offerta. Rimaneva soltanto una difficoltà: quella di persuadere mia moglie; ma finalmente ottenni il consenso anche di questa col metterle innanzi agli occhi la prospettiva de' vantaggi che dal mio viaggio ella potea ripromettersi pe' nostri figli.

Salpati il 5 agosto 1706, arrivammo al forte San Giorgio l'11 aprile del 1707. Vi rimanemmo tre settimane per ristorare i nostri marinai, molti de' quali erano infermi. Di lì passammo a Tonchino, dove il capitano decise fermarsi qualche tempo, perchè le mercanzie ch'egli intendeva comprare, nè erano all'ordine, nè vedea che potessero esserlo se non fra alcuni mesi. Nondimeno, nella speranza di disfarsi d'una parte delle cose portate con sè, fece acquisto d'una scialuppa caricandola di quelle merci europee che sono d'usuale traffico nelle isole circonvicine e mise a bordo di essa quaranta uomini, tre de' quali erano Tonchinesi, e me in qualità di tenente, dandomi ampia facoltà di trafficare com'io credea meglio intanto ch'egli restava sbrigando i suoi affari a Tonchino.

Dopo avere navigato tre giorni, si levò una fiera burrasca che ne spinse per cinque giorni giù di cammino si che ci trovammo a greco-tramontana (nord-nord-est), indi a ponente; in appresso la stagione divenne buona, ma continuammo sempre ad essere spinti da un gagliardo vento di ponente. Al decimo giorno ne diedero la caccia due pirati che fecero presto a raggiugnerci; perchè sì carica era la mia scialuppa che veleggiavamo assai lentamente e, quel che fu peggio, non eravamo in istato di difenderci.

Fummo sopraffatti ad un tratto dai due pirati che furiosamente entrarono nel nostro legno a capo de' loro uomini; ma trovandoci tutti prostrati con la faccia per terra (ordinai io a tutti di regolarsi così) si contentarono a legarci ed a consegnarci in guardia ad alcuni di loro intantochè venivano alla frugata delle cose nostre.

Fra costoro osservai un Olandese che pareva investito di qualche autorità, benchè non comandasse nè l'uno nè l'altro de' legni corsari. Ravvisatici a fisonomia per Inglesi, borbottò in sua lingua il perfido giuramento che ci avrebbe legati a due a due schiena a schiena e mandati a stare in compagnia de' pesci. Io parlava sufficientemente l'olandese, onde gli rappresentai la nostra qualità comune di Cristiani protestanti, nativi di paesi vicini e strettamente collegati fra loro; in vista di che lo pregai ad interporre presso i due capitani la sua mediazione affinchè si avesse pietà di noi. Ma ciò non fece altro che suscitar di più il suo furore, sì che, rinovato l'infame suo giuramento, parlò con gran veemenza ai suoi due compagni, ma in giapponese; laonde le sole parole ch'io intesi, e da lui ripetute per più riprese, furono Christianos.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Il più grande de' due legni corsari avea per comandante un Giapponese che parlava qualche poco, benchè imperfettissimamente, l'olandese. Questi avvicinatosi a me, e dopo avermi fatte diverse interrogazioni, alle quali risposi con tutta umiltà, soggiunse che niun di noi sarebbe ucciso. Fattagli, come potete credere, una profondissima riverenza, mi volsi all'Olandese, nè potei starmi dal dirgli: «Mi duole il solo pensarlo: ho trovato più compassione in un pagano che in un mio fratello cristiano». Non avessi mai dette queste parole! Quel maligno rinnegato primieramente s'adoperò in quanto dipendea da lui per indurre i capitani a farmi gettar nel mare; non riuscì, è vero, in ciò, perchè quello dei due che mi promise salva la vita, non volle mancare alla sua parola, ma ottenne che soggiacessi ad un castigo, secondo ogni umana apparenza, peggior della morte. Poichè la mia ciurma fu ripartita egualmente nei legni corsari, e la mia scialuppa proveduta di nuovi uomini, io venni cacciato solo dentro un battello con un paio di pagaie (remi indiani), una vela e provisioni per quattro giorni, poi lasciato alla discrezione dell'onde. Quanto alle provisioni, il Giapponese fu sì generoso che me le duplicò del proprio, vietando a tutti il fare indagini su me per ritormele. Io partii dunque col mio battello, intantochè l'Olandese, stando sul ponte della mia predata scialuppa, mi caricava di quante villanie e maledizioni il suo idioma gli suggeriva.

Un'ora prima del nostro fatale incontro co' pirati, io aveva osservato che eravamo a 46 di latitudine settentrionale ed a 183 di longitudine. Appena ebbi perduti di vista i legni corsari, scopersi col mio cannocchiale da tasca alcune isole a scirocco (sud-est). Avendo un vento favorevole, spiegai la vela con intenzione di raggiugnere la più vicina di quelle, il che non senza fatica mi venne fatto nel termine di tre ore. Io non vedea fuorchè scogli per ogni dove; fra questi nondimeno mi riuscì trovare molte uova d'uccelli; battuto l'acciarino ed accesi varii cespugli e piante marine secche, arrostii le mie uova. Non presi altro da cena, perchè io voleva risparmiare più lungamente ch'io potea le mie vettovaglie. Passai la notte entro la cavità d'uno scoglio, fattomi un letto di cespugli, e diedi, per dir vero, un'ottima dormita.

Nel dì successivo veleggiai ad un'altra isola, indi ad una terza e ad una quarta, or giovandomi della mia vela, or delle mie pagaie. Ma per non noiare il leggitore narrandogli tutte le particolarità di questa stentata navigazione, mi limiterò a dirgli, come nel quarto giorno io scoprissi distintamente l'ultima delle isole che mi stavano a veggente, posta ad ostro-scirocco (sud-sud-est) della prima.

L'isola era distante da me più assai di quanto io credeva, onde non ne toccai le spiagge in meno di cinque ore. La girai quasi tutta all'intorno prima di trovare un luogo adatto per mettere piede a terra, e quel che finalmente mi capitò fu una caletta, se è lecito darle un tal nome, della larghezza tre volte del mio battello.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Era tutta scogli anche quest'isola, solamente sparsa qua e là di zolle e d'erbe di soave odore. Tirate a terra le mie provisioni, con esse mi refiziai, poi posi il rimanente in una delle caverne di cui abbondava quel luogo. Feci indi buon ricolto d'uova dagli scogli. poi di piante marine e di zolle secche, col fuoco delle quali io divisava arrostire alla meglio le stesse uova nel dì venturo, chè io andava inoltre proveduto di pietra focaia, di acciarino, esca e d'una lente ustoria. Passai tutta la notte nella caverna ove io avea poste a stare le mie vettovaglie, e fu mio letto ciò che doveva essere nel dì successivo il mio combustibile.

Dormii ben poco, perchè le inquietudini del mio animo, prevalendo su la mia stanchezza medesima, mi tennero desto. Io pensava all'impossibilità di conservar la mia vita in un luogo sì deserto e al misero fine ch'io vedea sovrastarmi; pure non mi movevo di lì, perchè la mia costernazione, il mio abbattimento erano sì forti ch'io non avea nemmen cuore di saltare in piedi, ed il giorno era ben inoltrato prima che mi fossi sciolto da quel letargo al segno di spuntar fuori della caverna. Camminai alquanto fra gli scogli; la giornata era sì serena ed il sole sì caldo che fui costretto voltar la faccia da esso, quando d'improvviso si oscurò, ma in un modo, come parvemi, ben diverso da quanto accade allorchè si frappone tra esso e la terra una nube. Voltomi addietro, vidi tra me ed il sole un corpo opaco che camminava su e giù nella direzione dell'isola; pareva fosse alto circa due o tre miglia su la mia testa, e coperse il sole per sei o sette minuti, ma non osservai che l'aria si fosse rinfrescata, o il firmamento annuvolato niente più che se in giorno di bel tempo mi fossi posto al rezzo di una montagna. Facendo alcuni passi innanzi sul luogo dond'io contemplava il corpo medesimo, mi parve accorgermi che fosse una sostanza solida, piatta nel fondo, ben liscia e splendentissima grazie alla riflessione delle sottoposte onde del mare. Collocatomi sopra un'altura lontana circa duecento braccia dalla spiaggia, vidi questo enorme corpo scendere ad una posizione quasi parallela a quella ov'io stava, ma ad una distanza almeno d'un miglio inglese. Toltomi di tasca il mio cannocchiale, potei pienamente discernere un grande numero di persone che camminavano su e giù lungo i lati di quella specie di pianeta, i cui orli mi sembravono inclinati, ma che cosa quella gente si facesse, non potei capirlo.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

L'amore ingenito in noi della nostra conservazione m'infuse un interno moto di gioia, e mi dispose alla speranza che una tale avventura potrebbe, o d'una maniera o dell'altra, aiutarmi e tormi fuori da quella miserabilissima condizione. Il leggitore penerà a comprendere come il primo mio sentimento non fosse in vece quello dello stupore alla vista di un'isola che nuotava nell'aria, abitata da uomini, atta, così certo sembrava, ad alzarsi ed abbassarsi, o a procedere sul suo piano a grado de' suoi abitanti. Ma pensi ch'io non poteva in quel momento essere in voglia di filosofare sul fenomeno; mi diedi piuttosto ad osservare che avviamento quell'isola avrebbe preso, perchè parve per un istante che rimanesse immobile. Ma poco appresso quella mi si avvicinò di più, in guisa ch'io potei vedere come fosse circondata da logge di più ordini e di scalinate a certi intervalli per agevolare il discendere da un ordine all'altro. Nell'ordine più basso vidi diversi individui intenti ad una pesca d'uccelli che quelli facevano col mezzo di canne, altri che li stavano contemplando. Io agitava la mia berretta (chè il mio cappello da lungo tempo era andato in malora) verso l'isola, e quando ebbi questa in maggior vicinanza, chiamai ed urlai con tutta la forza della mia voce. Allora, guardando più attentamente, vidi un gruppo d'individui vólti affatto su la mia persona, e dai segni che faceano verso di me, e che si faceano fra loro, dovetti pienamente capire di essere stato osservato, ancorchè non avessero risposto nulla alle mie grida. M'avvidi di quattro o cinque uomini che corsero in gran fretta su per le scale sino alla cima dell'isola, poi si dileguarono alla mia vista. Mi occorse di non mi sbagliare nel credere che fossero stati spediti presso qualche personaggio investito d'autorità per informarlo di quanto in quel momento accadea.

Crescea sempre più la folla, ed in meno di mezz'ora l'isola fu mossa e tenuta a tale altezza che l'ordine più basso delle logge appariva in una posizione non più distante di cento braccia dall'eminenza ov'io mi era posto. Messomi allora nella più supplichevole delle posture, parlai loro ne' più umili accenti, ma senza ottenere risposta. Quelli che mi sovrastavano più da vicino, sembravano personaggi d'alto conto; tali almeno li giudicai da' loro abiti. Si diedero a conferire fra loro sul serio, a quanto congetturai, sempre guardando me. Finalmente un d'essi mandò le sue parole all'ingiù in armonioso, netto, dilicato idioma, non dissimile nel suono dall'italiano, ed in questo linguaggio io gli feci la mia risposta sperando almeno che quella cadenza riuscirebbe più gradita al suo orecchio. Ancorchè per dir vero non c'intendessimo nè gli uni nè gli altri, quel ch'io pensava fu agevolmente compreso, perchè si vedeva abbastanza in qual sorta d'angustie io mi trovassi.

Mi fecero cenno di scendere dal mio scoglio e di portarmi verso la spiaggia, il che puntualmente eseguii, e l'isola volante essendo stata posta a tal conveniente altezza che a dirittura mi sovrastasse, dalla più bassa loggia venne calata una catena con attaccata in fondo una scranna, su la quale sedutomi, fui portato in aria col ministerio di girelle.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

CAPITOLO II.

Fare ed inclinazioni de' Laputiani. — Loro cognizioni. — Il re e la sua corte. — Accoglienza fatta all'autore. — Crucci e paure di quegli abitanti. — Donne di Laputa.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Appena messo piede nell'isola, fui attorniato da una folla di popolo, ma quelli che mi stettero più da presso sembravano persone di maggior conto. Essi mi contemplarono con tutti i contrassegni dello stupore, e in questa parte io non restava certamente al di sotto di essi, che non ho mai veduta una razza di viventi più stravagante nelle forme, negli abiti e nel modo di contenersi. Le loro teste erano tutte inclinate, qual su la destra, quale su la sinistra; uno de' loro occhi vólti all'ingiù, l'altro voltato all'insù, guardava direttamente il zenith[27]; i vestiti al di fuori adorni d'immagini di soli, di lune e di stelle, frastagliate da figure di violini, flauti, arpe, trombe, chitarre, arpicordi, oltre a molti altri stromenti di musica sconosciuti fra noi in Europa. Osservai qua e là parecchi individui vestiti in divisa di servitori, ciascun dei quali portava in mano una vescica gonfia, legata, come i coreggiati da battere il grano, alla punta di un bastone. Entro ognuna di tali vesciche stava una piccola quantità di ceci secchi o di sassolini, come lo seppi più tardi. I servi proveduti di tali vesciche vanno per intervalli percuotendo la bocca e le orecchie di quelli che sono vicini ad essi, pratica della quale io non potei su l'istante concepire il significato.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Sembra essere le menti di que' popoli tanto assorte in intense speculazioni, che nè possano parlare nè badare ai discorsi degli altri, se qualcuno non li desta con qualche atto esterno operato su gli organi della parola o dell'udito: per ciò le persone abili a sostenere questa spesa hanno sempre fra le persone di lor famiglia un battitore (la parola tecnica è clinemole) in qualità di servo, nè senza un tal servo camminano attorno o vanno a far visite. L'incarico del predetto ufiziale si è, allorchè due o tre persone si trovano in compagnia, battere gentilmente con la sua vescica la bocca di quello che dee parlare e l'orecchio di quello o quella cui l'oratore è per volgere la parola. Il servo battitore ha parimente l'obbligo di accompagnare il padrone nelle sue passeggiate e, secondo le occorrenze, menargli un lieve colpo di vescica su gli occhi, perchè è desso tanto immerso nelle sue meditazioni, che è sempre nel manifesto pericolo di cadere affondato in un precipizio o di dar della testa in tutti i pilastri, o vero, lungo le strade, di urtare altri o d'essere urtato da altri dentro un canale.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Importava l'anticipare queste notizie al mio leggitore, altrimenti si sarebbe trovato nell'imbroglio, non meno di quanto lo era stato io, per indovinare che cosa avessero per la testa quei galantuomini quando mi conduceano per quelle gradinate sino alla cima dell'isola e di lì al palazzo del re. Mentre salivano, accadea loro di volta in volta il dimenticarsi che cosa stessero facendo, onde mi lasciavano abbandonato a me stesso, finchè i lor battitori non aveano tolte da quel letargo le loro memorie; chè del resto non recavano ad essi la menoma curiosità o meraviglia nè la foggia straniera del mio vestire nè il mio fare diverso dal loro nè le grida messe dal volgo, le cui menti erano assorte in minori meditazioni al vedermi.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Entrati finalmente nel palazzo del re, mi trovai con essi nella sala delle presentazioni, e vidi il re seduto sul suo trono e fiancheggiato da personaggi di prima sfera. Innanzi al trono stava una tavola piena di globi e sfere e stromenti matematici di tutte le qualità. Non parve che sua maestà s'accorgesse menomamente di noi, benchè il nostro ingresso fosse stato accompagnato da un sufficiente strepito, tanto era il concorso d'individui attenenti alla corte che la curiosità ci aveva tratti d'intorno. Ma in quel momento la lodata maestà sua era tutta immersa con la mente nel meditare un problema, onde ci convenne aspettare un'ora, sinchè finalmente lo ebbe sciolto. Stavano uno per banda al monarca due paggi, ciascuno munito della sua vescica, un de' quali, appena gli parve che il re avesse comodo di darmi udienza, gli percosse dilicatamente la bocca, mentre l'altro adempiva la stessa funzione sul suo orecchio destro. Scosso d'improvviso da que' due picchi e, data un'occhiata a me ed alla mia comitiva, si ricordò subito del motivo della nostra venuta, cosa di cui lo aveano dianzi informato. Disse alcune parole, nè ebbe cominciato a pronunziarle, che già uno de' due paggi venutomi immediatamente a fianco avea percossa leggermente con la sua vescica la mia destra orecchia, benchè io avessi fatti quanti cenni seppi per dargli a capire ch'io non aveva bisogno di quella sveglia; la qual cosa, come seppi da poi, fece concepire a sua maestà ed all'intera corte una ben trista opinione della mia intelligenza. Il re, da quanto potei congetturare, mi fece moltissime interrogazioni alle quali risposi in tutte le lingue che mi erano note. Poichè fu ravvisata l'impossibilità ch'io intendessi e che fossi inteso, venni condotto per ordine dello stesso re in un appartamento del suo palazzo, ove m'aspettavano due servi assegnati a mia disposizione, perchè quel sovrano si distinguea sommamente da tutti i suoi predecessori nell'usare ospitalità agli stranieri. Venne imbandito il mio banchetto, al quale ebbi per commensali quattro personaggi notabili del paese, i quali io mi ricordava benissimo aver veduti in grande vicinanza alla persona del re. Avemmo due portate, ciascuna di tre piatti. Formavano la prima una spalla di castrato ridotta in forma di triangolo, una fetta di manzo conformata a romboide, una torta fatta a cicloide; la seconda portata, tutta d'apparenza musicale, presentava due anitre foggiate a violini, manicaretti che aveano l'aspetto di arpe e oboè, una punta di petto di vitello che pareva un'arpa. Gli scalchi nel tagliare il nostro pane gli davano forme variate di coni, cilindri, parallelepipedi e d'altre figure regolari della geometria solida.

Durante il pranzo, mi feci il coraggio di chiedere ai miei nobili commensali il nome che diverse cose aveano nel loro idioma, ed essi, coll'intervento sempre dei loro servi proveduti di vesciche, si degnavano rispondermi, e si leggea nè lor volti la speranza di eccitare la mia meraviglia per la loro abilità di scendere al mio livello per conversare con me. Non andò guari che fui in istato di domandare del pane, da bere, o altre cose delle quali abbisognassi.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Levata la mensa, que' signori se ne andarono, e venne a trovarmi, accompagnato dal servo battitore, un altro individuo speditomi dal re. Questi, che portava con sè carta, penne, un calamaio e due o tre libri, mi diede a capire per cenni di essere mandato per insegnarmi la lingua del paese. La nostra sessione fu di ben quattro ore, durante le quali scrissi giù molte parole in colonna, e contro a ciascuna la spiegazione di queste in mia lingua. M'ingegnai parimente di ritenere parecchie corte frasi e scriverle immantinente, al qual fine il mio precettore ordinava ad uno dei miei servi, ora di andargli a cercar qualche cosa, ora di moversi in giro, di fare una riverenza, di sedere, di star fermo, di camminare, e simili. Egli mi mostrò pure in uno de' suoi libri le immagini del sole, della luna, delle stelle, del zodiaco, de' tropici, de' circoli polari e molte figure matematiche piane e solide con le loro denominazioni in lingua laputiana, a canto. Mi diede in oltre i nomi e le descrizioni di tutti gli stromenti musicali dell'isola ed i termini generali dell'arte tratti dai sonatori di ciascun d'essi. Dopo che ci fummo disgiunti, disposi tutte le mie parole in ordine alfabetico con le loro spiegazioni a fianco di esse.

La parola che corrisponde in lingua europea ad isola volante o galleggiante è Laputa, della qual parola non potei mai conoscere con sicurezza la vera etimologia. Lap in vecchio disusato linguaggio laputiano significa alto, ed untuh vuol dire governatore, donde, essi dicono, è derivata la corrotta parola Laputa in vece di Lapuntuh. Confesso che mi garba poco una tale etimologia, a parer mio stiracchiata. Mi arrischiai offrire a que' dotti una congettura mia propria. Nel loro linguaggio più moderno lap vuol dire danze de' raggi del sole, e uted corrisponde ad ala. Dunque, diss'io Laputa sarà una specie di ala del sole. Non mi ostino per altro in questa opinione, che unicamente sottopongo al giudizio degl'ingegnosi miei leggitori.

I regii miei curatori, al vedermi sì mal vestito, mandarono per un sartore che nella successiva mattina venne a prendermi la misura per un finimento di abiti. Questo manifattore faceva in ciò le sue cose ben diversamente dai suoi colleghi d'Europa. Presa prima la mia altezza con un quadrante, si valse di riga e compasso per rilevare le dimensioni di ogni piega esterna del mio corpo ignudo, poi tutte le disegnò su la carta; e sol di lì a sei giorni mi portò i miei abiti malissimo fatti e tutti sformati a motivo di uno sbaglio trigonometrico occorsogli nel calcolare una dimensione. Mi consolai non ostante al vedere che tali equivoci si ripeteano sovente, e che poco ci si badava.

Durante il mio confine necessitato dalla mancanza di vestiti e prolungato da un incomodo di salute che mi travagliò alcuni giorni, ampliai grandemente il mio dizionario; onde allorchè tornai a presentarmi alla corte, fui in grado d'intendere molte fra le cose dettemi dal re e di dargli una qualche sorta di risposte. Sua maestà aveva ordinato che l'isola si movesse verso greco (nord-est), e da levante al punto verticale posto sopra Lagado, che è la metropoli della terra ferma. Essendo questa ad una distanza di novanta leghe, il nostro viaggio durò quattro giorni e mezzo; l'isola si movea sì lentamente ch'io non m'accorgeva menomamente del suo progresso. Nella seconda mattina di questo viaggio, alle undici ore, il re in persona e il corteggio della sua nobiltà, de' suoi cortigiani e grandi ufiziali, muniti tutti de' loro stromenti di musica, sonarono per tre ore senza pausa di sorta alcuna, che non mi ricordo d'aver mai avute intronate di più le mie orecchie. Io non sapeva indovinare il motivo di questo straordinario musicale baccano, ma me lo spiegò il mio precettore. «Avete a sapere, egli mi disse, come i miei concittadini abbiano gli orecchi adatti ad udire la musica delle sfere celesti che si fa sempre sentire a certi periodi di tempo. Adesso la corte sta eseguendo i pezzi di tale musica su lo stromento in cui ciascun individuo della stessa corte è prevalente».

Durante tal nostra gita alla indicata metropoli, sua maestà ordinò che l'isola si fermasse sopra alcuni villaggi e città di second'ordine, affinchè la lodata maestà sua potesse ricevere i memoriali de' suoi sudditi di terra ferma; al qual uopo furono calate giù molte lunghe funicelle con sassolini legati alle loro estremità. In queste funicelle gli abitanti da basso infilzavano i loro memoriali, che venivano diretti all'insù come fila cui degli scolari avessero attaccate le loro comete di carta. Spesse volte ricevevano dal suolo inferiore e vini ed altre vettovaglie che venivano tirati su coll'aiuto di carrucole.

Le nozioni da me acquistate per l'addietro nelle matematiche, aggiugnerò anche nella musica che non m'era del tutto estrania, mi giovarono grandemente ad impossessarmi della loro fraseologia tutta attinta ai termini della prima ed alle regole della seconda delle indicate facoltà. Le loro idee son sempre in connessione colle linee e colle figure. Vogliono a cagion d'esempio lodare la beltà di una donna, o anche di qualche animale? chiamano in soccorso i rombi, i cerchi, i parallelogrammi, le elissi, o altre figure matematiche o delle note di musica che è qui inutile il ripetere. Trovai nella regale cucina foggiati con questa norma tutti gli stampi di cui si valgono i cuochi a preparare le vivande per la mensa di sua maestà.

Le loro case son malissimo fabbricate, le mura di sghembo; non c'è un angolo retto ne' loro appartamenti, e tutto deriva dal disprezzo in cui tengono la geometria pratica, che sembra loro arte triviale ed ignobile; onde le istruzioni da essi date agli artigiani son così astruse per gl'intelletti di questi, che pigliano equivoci e commettono spropositi a tutto pasto. Finchè si tratta di scarabocchiare linee sopra un pezzo di carta, que' signori, se vogliamo, sono ingegnosi abbastanza; ma ponete nelle loro mani una riga, un compasso, un pennello, metteteli anche agli atti i più comuni e solidi della vita, non ho mai conosciuto gente più goffa, più stupida, più mal destra, nè sì lenta o mal sicura in concetti d'ogni altro genere che non sia matematica pura, o musica. Non potete immaginarvi de' peggiori ragionatori, nè più fatalmente caparbi della loro opinione ove non avvenga che l'opinione da essi sposata sia la vera, il qual caso è rarissimo. Immaginazione, fantasia, invenzione sono cose estranie per essi, nè hanno parole nella loro lingua che ne esprimano il significato, perchè le loro idee non vanno al di là della parte meramente pedagogica delle facoltà dianzi menzionate.

Molti fra essi, quelli soprattutto che si dedicano al ramo astronomico, hanno gran fede nell'astrologia giudiziaria, benchè si vergognino confessarlo pubblicamente. Ma un fatto degnissimo d'ammirazione, e tale da sembrar quasi incredibile, si è la forte passione che hanno per tutto quanto concerne la politica del loro paese, la curiosità continua in essi di ogni affare del governo, la mania di profferire giudizi nelle materie di stato e di cimentarsi, disputando loro palmo a palmo il terreno, con tutte le sette politiche. Per dir vero ho notata la medesima inclinazione presso molti fra i matematici che ho conosciuti in Europa, benchè io non abbia mai saputo scoprire la menoma analogia fra queste due scienze, ove mai tal razza d'individui non s'immagini che, siccome i minori circoli hanno altrettanti gradi quanti ne hanno i massimi, non vi voglia per regolare il mondo maggiore abilità di quanta ce ne vuole a voltare un globo di su in giù; ma io do piuttosto la colpa di questo difetto ad una comune infermità della natura umana che ne inclina ad essere più curiosi ed appassionati appunto per quelle cose di cui c'intendiamo meno ed alle quali meno ci rese adatti il nostro studio o l'indole del nostro ingegno.

Questi signori in oltre sono in preda a continue inquietudini, che non lasciano mai un istante di requie alle loro menti; e, qui viene il bello, queste inquietudini sono d'un genere che dà ben poco o nessun fastidio a tutto il rimanente del genere umano. I loro travagli procedono da ogni cangiamento che temono ne' corpi celesti; per esempio temono che la terra, col continuo avvicinarsi al sole, gli si accosti poi tanto da rimanerne assorta e inghiottita; altre volte li prende la paura che la faccia del sole, a gradi a gradi incrostata dal condensamento de' propri efflussi, cessi finalmente d'illuminare la terra; pensano la terra essersi poco fa sottratta, come per miracolo, all'urto della cometa ultimamente comparsa, la quale se la toccava per un atomo, infallibilmente la inceneriva; si affannano per conseguenza su quella che secondo i loro calcoli dee comparire di qui a trenta anni, e che ne farà il tristo uffizio da cui ci siamo per questa volta salvati; nè possono essere precisi di più i ragionamenti che convalidano la loro predizione, perchè quando la cometa nel suo perigeo sarà in quella vicinanza del sole che i giustissimi loro calcoli hanno stabilita, riceverà un grado di calore mille volte più intenso di quello d'un ferro rovente, e nello scostarsi dal sole si porterà dietro una coda infocata, lunga diecimila cento e dieci miglia; rasente la qual coda se la terra passa ad una distanza sol di centomila miglia dal nucleus, o sia dalla massa principale della cometa, prende fuoco anch'essa, e la terra fu! Hanno anche un'altra paura, ed è che il sole, a furia di vibrar raggi, mancandogli finalmente la sostanza da cui questi raggi vengono alimentati, vada per consunzione e si annichili, la qual disgrazia porterà seco l'annichilamento della terra e di quanti pianeti ricevono e luce e calore da lui[28].

Sono sì perpetuamente agitati dalla paura di questi e di simili sovrastanti pericoli che nè possono dormir quieti sotto i loro tetti nè trovare alcun diletto nei piaceri e passatempi soliti della vita. Ogni mattina, appena incontrano qualcuno di loro conoscenza, la prima interrogazione che gli fanno è su la salute del sole, su la cera che esso avea nel coricarsi e nel destarsi, su le speranze che si possono avere di evitare l'urto dell'imminente cometa, imminente di qui a trent'anni. Ogni qual volta s'intertengono in questi parlari, non si mostrano niente diversi dai ragazzi i quali vanno matti dietro alle storie degli spiriti e dei folletti, poi, dopo che le hanno ascoltate non possono andare in letto dalla paura.

Le donne dell'isola possedono una gran dose di vivacità; disprezzano i propri mariti, ed hanno una tenerezza straordinaria per gli stranieri, de' quali ne somministra sempre un copioso numero il continente di sotto, o vengono per fare il loro torno di servizio alla corte, o per trattare i negozi delle città e corporazioni cui appartengono, o chiamati anche dai propri affari privati. Son dessi tenuti in vilissimo conto dagli uomini dell'isola, perchè mancano infatti delle prerogative dei Laputiani.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Pure le donne si scelgono fra questi i loro cicisbei; ma v'è una disgrazia: tali tresche galanti mancano del vezzo del divieto, e nulla havvi di più comodo e men pericoloso di esse; perchè il marito è sempre sì immerso nelle sue scientifiche speculazioni, che il cicisbeo e la sua bella possono intendersela fra loro con la massima famigliarità anche in faccia del primo, purchè questi sia proveduto di carta e di quanto è d'uopo per iscrivere, e purchè non abbia a fianco il servo che porta la vescica.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Le donne maritate e le donzelle si dolgono del loro confino nell'isola, se bene a mio credere sia questo il paese più delizioso di tutta la terra, e se bene quivi elleno nuotino nell'abbondanza e nella magnificenza, nè vi sia chi le impedisca di fare in lungo ed in largo quello che vogliono. Pure sospirano, dicon esse, di vedere il mondo, soprattutto di godere gli spassi della metropoli di terra ferma, unica cosa che alle medesime non è permessa senza una speciale licenza del re. Nè una tale licenza è si facile ad ottenersi, perchè si è toccato con mano, e frequenti esempi, massime rispetto alle donne d'alto conto, lo hanno dimostrato, qual ardua cosa sia il farle tornare dalle terre basse una volta che ci sieno scese. Mi fu raccontata una storiella singolare di una gran dama di corte, madre di molti figli; essa era moglie del primo ministro, il più ricco suddito del regno, personaggio dotato di bellissimi modi, innamoratissimo di lei, e che vivea nel più bello fra tutti i palazzi dell'isola. Questa dama dunque, portatasi giù a Lagado sotto pretesti di salute, vi rimase nascosta parecchi mesi, quando finalmente il re diede ordine che si cercasse dove ella fosse. Venne essa trovata in un'abbietta bettola, tutta coperta di cenci, perchè avea poste in pegno le preziose sue vesti a fine di mantenere un vecchio schifoso staffiere che la bastonava ogni dì, ed in compagnia del quale fu sorpresa ben contro sua voglia. Ad onta di tutto ciò, il marito la ricevè con ogni possibile cortesia, e senza farle il menomo rimprovero. Che valse? Subito dopo, s'ingegnò tanto che con tutte le sue gioie fuggì in braccio al suo disonorevole amante, nè d'indi in poi se ne udì più notizia.

Potrà forse questo racconto passare agli occhi del leggitore per una storia europea od inglese piuttosto che laputiana. Ma si degni considerare che i capricci delle donne non sono limitati ad un clima o paese, e che sono assai più uniformi di quanto alcuno si possa immaginare.

In capo ad un mese circa, avendo io fatto sufficienti progressi in quella lingua, fui in istato di rispondere alle interrogazioni del re ogni qual volta ebbi l'onore di essere ammesso alla sua presenza. Nelle sue inchieste per altro sua maestà non mi mostrò alcuna sorta di curiosità su le leggi, il governo, la storia, la religione o i costumi delle contrade dond'io veniva; restrinse le sue ricerche allo stato delle matematiche ne' miei paesi, ma accolse le mie risposte con molto sprezzo, e lasciandosi prender dal sonno, se bene il galantuomo dalla vescica non si scordasse di picchiargli, se non bastava ad una, a tutte due le orecchie.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

CAPITOLO III.

Un fenomeno che si spiega colla filosofia ed astronomia moderna. — Grandi progressi de' Laputiani in questa seconda scienza. — Metodo tenuto dal re per reprimere le ribellioni.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Io chiesi la permissione di vedere le singolarità dell'isola al re, il quale, degnatosi immantinente concedermela, volle mi accompagnasse il mio maestro di lingua per servirmi d'interprete. Io era soprattutto curioso di sapere per qual magistero, o dell'arte, o della natura, quell'isola avesse i vari generi di moto che v'ho descritti, ed è quanto or m'accingo a spiegarvi.

L'isola volante o galleggiante, di forma esattamente circolare, ha un diametro di settemila ottocento trentasette braccia, o sia di quattro miglia e mezzo all'incirca, e per conseguenza comprende uno spazio di diecimila iugeri. Di trecento braccia ne è la grossezza. La sua superficie inferiore, quella cioè che è veduta di sotto in su, è un ben livellato regolarissimo piano di diamante che dà a tutta l'isola un fondamento alto a un dipresso duecento braccia. Sopr'esso sta uno strato di diversi minerali disposti nel consueto loro ordine, e li ricopre una crosta di fertile terreno d'una profondità di circa dieci o dodici piedi. Il declivo della superficie superiore, che è dalla circonferenza al centro, offre uno sfogo a quante piogge o vapori condensati cadono nell'isola, le quali acque, mercè una moltitudine di piccoli rivi vengono condotte a scaricarsi nel mezzo entro quattro grandi bacini, ognuno d'un circuito, poco più, poco meno, di mezzo miglio, distanti duecento braccia dal centro. L'acqua de' suddetti bacini è mantenuta ogni giorno in continuo stato di esalazione, il che effettivamente impedisce qualunque sorta di traboccamento. In ordine a che aggiungasi che, essendo in facoltà del monarca l'alzare la sua isola al di sopra della regione delle nubi, dipende sempre da lui il tenerla esente dalle piogge quanto tempo gli piace, perchè, come ne convengono i naturalisti, o certo come lo ha provato l'esperienza nella posizione di quell'isola, le più alte nuvole non vanno più in su di due miglia.

Al centro dell'isola vi è una bocca di circa cinquanta braccia di diametro, donde gli astronomi scendono in una vastissima sala, detta in linguaggio dell'isola flandona gagnole (grotta degli astronomi), situata tanto all'ingiù che intacca per cento braccia la parte superiore del piano fondamentale di diamante già da noi memorato. Entro questa grotta stanno continuamente accese venti lampane che, unite alla riflessione del diamante, mantengono una sterminatissima luce in tutta quella cavità. Proveduto è il luogo di una grande copia di sestanti, quadranti, telescopi, astrolabi ed altri stromenti astronomici. Ma la maggiore rarità su cui posa, può ben dirsi, il fato dell'isola, si è una calamita di prodigioso calibro che nella sua forma somiglia ad una spola da tessitori. Lunga sei braccia, avrà nella sua parte più grossa una spessezza di tre buone braccia. Essa è sostenuta da un forte asse orizzontale di diamante che passa pel mezzo della spola, considerata in piedi, e intorno al quale essa gira, ed è in oltre contrappesata tanto a dovere che la mano d'un fanciullo basta a farla girare. Questa spola di calamita mobile intorno al suo asse è racchiusa entro un cilindro concavo di diamante, la cui parete, alta quattro piedi e fitta altrettanto, ha un diametro, di dodici piedi, ed è sostenuta inferiormente da otto gambe, esse pur di diamante, ciascune di sei braccia. Alla metà della parete del descritto cilindro si trovano dalla parte interna due buchi dell'ampiezza di dodici pollici, ne' quali entrano le due estremità dell'asse, e girano, se fa d'uopo, esse pure intorno a sè stesse.

Tal calamita non può essere spostata di dov'è da veruna immaginabile forza, perchè il cilindro alle cui pareti è raccomandato il suo asse e i piedi del cilindro formano tutti insieme una continuata appendice del masso di diamante che è base dell'isola.

Questa spola di calamita unicamente dà abilità all'isola di alzarsi, di sbassarsi, di moversi da una parte all'altra del firmamento, perchè per tutto il tratto di terra ferma sottoposta che è soggetto al dominio del monarca di Laputa, essa è dotata di una forza d'attrazione ad una delle sue estremità e d'una forza di repulsione all'altra. Se collocate la spola in modo che la sua punta attraente guardi perpendicolarmente la terra, l'isola scende; se fate il contrario, l'isola va direttamente all'insù, se le date una posizione obbliqua, obbliquo è il moto dell'isola perchè le forze o d'attrazione o di ripulsione poste in questa calamita operano sempre in linee parallele alla posizione che le viene data.

Grazie a questo moto obbliquo, l'isola si trasporta verso i diversi punti degli stati di terra ferma del monarca di Laputa. Per ispiegar meglio come ciò accada, rappresenti A B la linea che attraversa Balnibarbi, una delle province di terra ferma, e sia c d la lunghezza della calamita, di cui immagineremo essere c la punta attraente, d la repellente, intanto l'isola stia sul punto C rispetto a cui la calamita sia posta nella direzione c d con la sua punta repellente che guarda all'ingiù, in tal caso l'isola verrà portata obbliquamente all'insù verso D. Quando è arrivata in D, fate girare la calamita sul suo asse tanto che la punta attraente della medesima si volga ad E, e l'isola si trasferirà obbliquamente verso E; giunta in E se sbassate di più la punta repellente, l'isola si alzerà verso G, ec. ec. Voi vedete pertanto come a furia di girare la spola della calamita, colla punta repellente, or più, or meno all'ingiù, si possa alzare o ribassare a grado del suo padrone l'isola galleggiante.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Non crediate per altro nè ch'ella possa trasportarsi al di là dei dominii di terra ferma del suo sovrano, nè alzarsi al di sopra di quattro miglia. Il motivo di tale limitazione viene spiegato così dagli astronomi che hanno scritto di grandi cose su questa pietra: dicono dunque che la virtù magnetica della medesima non si estende oltre l'altezza di quattro miglia, come pure che la virtù del minerale esistente nelle viscere della terra, ed in un tratto di sei leghe di distanza dalla spiaggia, non è, a rispetto alla pietra stessa, diffusa per tutto il globo, ma si ferma ove finiscono i dominii del re. Voi capite per altro qual aiuto debba avere da una tal posizione un sovrano per tenere in obbedienza i suoi popoli.

Quando la spola di calamita arriva, girandola, ad essere parallela all'orizzonte, l'isola sta, perchè in questo caso ambe le estremità magnetiche di forze contrarie la tirano con una potenza eguale all'insù ed all'ingiù donde nasce la quiete.

Questo edifizio locomotivo è posto sotto la direzione d'un certo numero d'astronomi, i quali danno a mano a mano all'isola le posizioni che ordina il re. Essi impiegano il rimanente della loro vita nell'osservazione de' corpi celesti, al qual uopo recano ai medesimi un grande giovamento i loro stromenti ottici che sono di gran lunga superiori in eccellenza ai nostri. In fatti, benchè i loro telescopi non sieno lunghi più di tre piedi, ingrandiscono gli oggetti molto più dei nostri che sapete a che lunghezza talvolta arrivino, oltrechè lasciano vedere gli astri con molto maggiore chiarezza. Questo vantaggio gli ha posti in istato di dilatare le loro scoperte ben al di là di quelle de' nostri astronomi dell'Europa; basti il dire ch'eglino hanno un catalogo di centomila stelle fisse, mentre i più ricchi nostri cataloghi non arrivano a contarne più della terza parte. Essi in oltre hanno scoperti due minori satelliti che girano intorno a Marte, il più interno de' quali è distante dal centro del pianeta primario esattamente tre de' suoi diametri, mentre il satellite situato più in fuori gli rimane ad una distanza di cinque. Più, hanno trovato che il primo compie la sua rivoluzione nel termine di dieci ore, il secondo in quello di ventuna e mezzo, onde i quadrati de' loro tempi stanno a un dipresso in proporzione coi cubi delle loro distanze dal centro di Marte; la qual cosa evidentemente li dimostra governati dalla stessa legge di gravitazione che regge tutti gli altri corpi celesti.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Essi hanno osservato novantatre differenti comete e calcolati con grand'esattezza i periodi delle loro apparizioni. Se ciò è vero, ed essi affermano con la massima fiducia che è vero, è da augurarsi che le loro osservazioni vengano pubblicate, affinchè la dottrina delle comete, che finora per dir vero è zoppa e difettosa per ogni dove, arrivi finalmente a quel grado di perfezione che tutti gli altri rami della scienza astronomica hanno raggiunto.

Il re dell'isola galleggiante sarebbe il più assoluto monarca dell'universo se potesse conseguire d'aver dalla sua in tutto e per tutto i suoi ministri; ma questi, i cui possedimenti son tutti in terra ferma, e che sanno quanto incerta durata abbia la condizione de' favoriti, non consentirebbero mai alla schiavitù de' loro paesi.

Nei casi di ribellione o ammutinamento delle città di terra ferma, di violente fazioni che sorgano in seno ad esse, o di negato pagamento de' consueti tributi, il re ha due espedienti per ricondurre que' suoi sudditi all'ordine. Il primo e il più mite consiste nel venire a bilanciarsi con la sua isola su la città inobbediente e le sue vicinanze, con che privandole del benefizio della pioggia e del sole, ne percuote gli abitanti co' flagelli della carestia e de' morbi epidemici; ed, ove la loro colpa arrivasse a meritare tanta punizione, può in oltre lapidarli con enormi massi gettati a basso, genere di gragnuola, contro cui non hanno altro scampo che rintanarsi ne' sotterranei e nelle cantine, intantochè i tetti delle loro case son fatti in pezzi. Ma se essi, persistendo nella loro protervia, minacciano un'aperta generale ribellione, il re ha sempre in sua mano un ultimo rimedio: quello di lasciarsi con tutta l'isola cascar loro addosso, che è poi la distruzione universale e delle case e degli uomini. Ma accade di rado che il principe si veda tirato a simile estremità, prima perchè non ci avrebbe gusto egli stesso, secondo perchè i ministri non gli daranno mai il parere di venire ad un atto che, oltre al renderlo odiosissimo ai popoli, rovinerebbe i loro fondi tutti posti in terra ferma, perchè l'isola è interamente demanio della corona.

Ma evvi a dir vero una ragione più calzante per cui i re di quella contrada, fuor di qualche caso estremo, si sono sempre astenuti dal percuotere con una sì terribile esecuzione i loro sudditi. Se una città condannata alla distruzione fosse attorniata da alte montagne, come generalmente accade nelle grandi città, che probabilmente si sono scelta così la loro situazione per impedire una simil catastrofe, e se abbondassero di guglie o altissimi colonnati di marmo, una subitanea caduta potrebbe portar grave danno alla base dell'isola, la quale, benchè sia, come ho detto, un intero diamante della grossezza di duecento braccia, potrebbe in quel tremendo urto spezzarsi, o vero, avvicinandosi troppo ai fuochi delle case postegli sotto, scoppiare, come accade alle stoviglie o di terra o di rame troppo esposte al fuoco de' nostri cammini. I sudditi pertanto, che sanno tutte queste cose, sanno ancora a qual segno si possono compromettere di spignere la propria ostinazione ogni qual volta vedono in pericolo i loro possedimenti o privilegi. Per ciò il medesimo re, quand'anche si sente più provocato ed è veramente risoluto di esterminare una delle sue città, ordina che l'isola sia calata giù con tutta la dilicatezza possibile per amore, egli dice, del suo popolo, ma in sostanza per amore della base adamantina dell'isola, la quale se scoppiasse, si fracasserebbe, battendo la terra, l'isola stessa, che la spola magnetica non varrebbe più a sostenere.

Per una legge fondamentale di quella monarchia nè i due reali primogeniti possono mai uscire dell'isola, e nemmeno lo può la regina, se non passato per lei il tempo di concepir prole.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

CAPITOLO IV.

L'autore si congeda da Laputa, viene trasportato a Balnibarbi. — Suo arrivo alla città capitale della nuova contrada. — Descrizione di questa e de' paesi circonvicini. — Ospitalità concessa da un distinto personaggio all'autore. — Intertenimento che entrambi ebbero fra loro.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Quantunque io non possa lagnarmi di avere ricevuti mali trattamenti a Laputa, pure son costretto confessare di essermi veduto assai trascurato, e non senza qualche apparenza di disprezzo per la mia persona; perchè nè il principe nè il popolo si mostravano curiosi in nessun ramo di umane nozioni, tranne la matematica e la musica, nella parte meramente teorica, delle quali facoltà io era di gran lunga inferiore ad essi, e per conseguenza avuto in pochissimo conto.

Per altra parte, avendo io già veduto tutte le singolarità dell'isola, sospiravo l'ora di andarmene, ed ero stanco di tutto cuore del consorzio di quella gente. Certo erano eccellenti in due professioni per le quali ho tutta la stima ed alle quali non sono nemmeno straniero; ma erano sì astratte, sì involute le loro contemplazioni, ch'io non mi sono mai scontrato in compagnie meno simpatiche delle loro; laonde io non ho propriamente conversato se non con donne, mercanti, pazzi di corte, climenos (sapete che questi sono i galantuomini dalle vesciche) ne' due mesi del mio soggiorno a Laputa, benchè nemmeno queste classi avessero per me maggiore stima dell'altre, ma in fine erano le sole dalle quali potessi ottenere risposte che avessero un po' di senso comune.

Ancorchè fossi giunto, a furia d'improbo studio, ad un buon grado di conoscenza nel loro linguaggio, io era stanco, ammorbato di vivere in un paese ove mi si faceva così poca cera, onde risolvei abbandonarlo alla prima occasione che me ne capitasse.

Viveva alla corte un gran personaggio, prossimo parente del re, e rispettato per questo solo motivo; chè del resto lo consideravano per l'uomo più stupido ed ignorante fra quanti aveano soggiorno nell'isola. Certamente avea resi segnalati servigi alla corona; possedea doti d'ingegno e naturali e acquistate collo studio, era in oltre integerrimo e pien d'onore, ma d'un orecchio sì disarmonico che i suoi detrattori lo accusavano d'averlo sorpreso più d'una volta in false battute di musica, e si voleva in oltre che i suoi istruttori avessero durato grande fatica a fargli entrare in capo i teoremi elementari della geometria. Questo personaggio adunque si era degnato, in più d'un incontro, di darmi contrassegni del suo favore; m'avea più volte onorato delle sue visite e si mostrava desiderosissimo di conoscere gli affari dell'Europa, le leggi, i costumi, il tratto e il grado di sapere delle diverse contrade ove io aveva viaggiato. M'ascoltava su questi argomenti con grande attenzione e faceva sensatissime osservazioni su quanto io gli andava esponendo. Aveva anch'egli, ma sol per lusso e formalità, i suoi due ufiziali dalle vesciche, senza per altro servirsene fuorchè a corte e nelle visite di etichetta, anzi mandandoli sempre fuor della stanza quando ci trovavamo insieme.

Supplicai pertanto questo illustre personaggio a farsi mio intercessore presso sua maestà affinchè ottenessi la licenza di partire dall'isola; nel che riuscì, com'ebbe la gentilezza di esprimersi, con suo grande rincrescimento, e bisogna che lo dicesse di buona fede perchè mi fece diverse vantaggiosissime offerte, ch'io nondimeno ricusai non senza espressioni della mia più alta riconoscenza.

Ai 16 di febbraio, mi congedai da sua maestà e dalla corte. Il re mi fece un dono in danaro che equivarrebbe fra noi a dugento sterlini, ed il mio proteggitore, parente come dissi del re, mi regalò molto di più dandomi in oltre una lettera di raccomandazione per un suo amico di Lagado, metropoli di Balnibarbi. L'isola in allora bilanciandosi sopra una montagna distante all'incirca due miglia di lì, ci venni calato dall'ordine più basso di logge nella stessa maniera onde fui due mesi prima tirato su.

Tutto quanto il continente soggetto al monarca dell'Isola Galleggiante viene denominato Balnibarbi, e la sua metropoli, l'ho già detto, Lagado. Il trovarmi in terra ferma portò qualche sorta di soddisfazione al mio cuore. M'avviai alla città capitale senza imbarazzo, vedendomi finalmente vestito all'usanza a un dipresso di que' nativi e bastantemente istrutto nella lingua per conversare con essi. Non tardai a trovare la casa del personaggio cui venivo raccomandato dal suo amico, grande di prima classe dell'Isola Galleggiante, e presentatagli la mia commendatizia, ne fui accolto colla massima cortesia. Questo ragguardevole personaggio mi fece tosto apparecchiare un appartamento in sua propria casa ove continuai, durante la mia permanenza, ad essere trattato con la più cordiale ospitalità.

Nella mattina successiva al mio arrivo, mi condusse nella sua carrozza a vedere la città, grande la metà presso poco di Londra, ma le case della quale erano strambamente fabbricate, e molte di esse in rovina. Il popolo correa velocemente per le strade, avea cere stralunate, occhi come incantati ed era vestito, la maggior parte, di stracci. Andati fuor d'una porta della città e trovata dopo tre miglia quasi di corsa l'aperta campagna, vidi parecchi contadini che lavoravano la terra con diverse sorte di stromenti nuovi per me, ma non fui buono di capire che cosa stessero facendo, e nemmeno ch'eglino si prefiggessero di avere un ricolto di grano o di fare un prato, benchè la natura del suolo si mostrasse fertilissima. Non potei rattenere il mio stupore alla vista di sì strane apparenze che mi ferivano gli sguardi ne' campi, come poco prima nella città; laonde mi presi la libertà di pregare l'illustre mia guida a volermi spiegare in che fossero affaccendate tante teste e mani e faccie da me vedute così allora come prima di uscire della città, perchè gli confessai ingenuamente di non capir niente affatto che buoni effetti si aspettassero da tutto quell'affaticarsi, tanto più, non gli tacqui ciò, ch'io non avea mai veduto terreni peggio coltivati, case più male architettate e più rovinose, e un popolo le cui fisonomie ed i vestiti esprimessero maggiore miseria e bisogno di tutte le cose.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Il signor Munodi (tale era il nome del mio ospite), personaggio come potete credere di primo ordine, era stato alcuni anni governatore di Lagado, ma in forza d'una cabala ministeriale fu licenziato per imputatagli dappocaggine. Ciò non ostante, il re continuava a trattarlo con affezione ed a riguardarlo come un uomo pieno di buona volontà, ma d'un intelletto affatto meschino.

Udita quella mia libera censura del paese e degli abitanti, non mi diede altra risposta che questa:

— «Voi non siete ancora rimasto fra noi il tempo bastante per istituire un giudizio. Sapete bene che le differenti nazioni del mondo hanno costumanze ancor differenti», ed aggiunse altri luoghi topici di simil natura.

Nondimeno poichè fummo tornati al suo palazzo, mi chiese:

— «E questa fabbrica come vi piace? Quali stramberie avete trovato, che avete a ridire sul vestito o la cera de' miei servitori?»

Non rischiava nulla nel farmi una simile interrogazione, perchè veramente la magnificenza, la regolarità e la mondezza regnavano in ogni parte della sua casa.

— «La saggezza, risposi, le belle doti e la ricchezza di vostra eccellenza hanno resa la sua casa immune da que' difetti che l'idiotaggine e la miseria hanno prodotti negli altri edifizi.

— «Se un di questi giorni, egli soggiunse, verrete con me alla mia casa di villeggiatura che domina i miei fondi, ed è distante di qui una ventina di miglia, avremo maggior agio a tal genere di conversazione.

— «Io sono sempre disposto ai comandi di vostra eccellenza, risposi, e secondo questo concerto partimmo per la campagna la mattina dopo».

Lungo il cammino, mi fece notare i diversi metodi praticati da que' fittaiuoli nel governo de' loro terreni, cose tutte che mi faceano stordire, perchè, eccetto alcuni pochi luoghi, non mi veniva fatto di scoprire una sola spica di grano o un sol filo d'erba. Ma dopo tre ore di corsa la scena fu affatto cangiata; entrammo in un bellissimo paese ove le case de' fittaiuoli, in poca distanza l'una dall'altra, erano decentissimamente fabbricate e begli spazi di terreno chiusi contenevano e vigneti e campi ricchi di messe e praterie; in somma non mi ricordo di avere mai veduta in mia vita una prospettiva tanto ridente. Sua eccellenza accortasi che mi si schiariva un poco la faccia a tal vista, mi disse mettendo un sospiro:

— «Qui cominciano i miei fondi, e li vedrete tutti così, finchè s'arrivi alla mia abitazione; ma i miei concittadini mi mettono in ridicolo e mi disprezzano, perchè dicono che amministro male le mie sostanze, e che do uno scandaloso esempio a tutto il reame; benchè per verità pochissimi lo seguono fuor d'alcuni che si guadagnano, come me, i predicati d'uomini di due secoli addietro, d'imbecilli, di pusillanimi e che so io?»

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Arrivammo finalmente all'abitazione di sua eccellenza, costruzione nobilissima e fabbricata secondo le migliori regole dell'architettura degli antichi; le fontane, i giardini, i viali e i boschetti ne erano disposti con esatte proporzioni e gusto squisito. Io tributava le debite lodi a quante cose ivi io vedea, ma sua eccellenza non mostrava avvedersene; sol la sera, terminata la cena, e non essendovi alcun terzo che gli desse soggezione mi disse con cera malinconica:

— «Ho ben paura che dovrò fra poco atterrare le mie case tanto di città quanto di campagna per rifabbricarle alla moda d'oggidì; che dovrò distruggere tutte le mie piantagioni e ridurle alla forma moderna che l'uso domanda, dando istruzioni simili ai miei subordinati, se non voglio tirarmi addosso la taccia d'uomo superbo, singolare, vanaglorioso, ignorante e capriccioso, e aumentare forte il mal umore che sua maestà ha concepito verso di me. Cesseranno o certo scemeranno gli stupori che siete andato manifestandomi sin qui, poichè vi avrò informato di alcune particolarità delle quali probabilmente non vi sarà mai stato parlato alla corte; perchè que' signori son troppo immersi nelle loro speculazioni astratte per sapere che cosa passa quaggiù[29]».

La conclusione del suo discorso si riduceva a spiegarmi come da quarant'anni certi individui da Balnibarbi portatisi nel regno superiore di Laputa o per affari o per divertimenti, e tornatine addietro con un po' d'ìnfarinatura delle matematiche, ma pieni la testa di spiriti volatili acquistati in quelle aeree regioni, come questi individui al loro ripatriare avessero principiato ad avere a schifo ogni cosa di quaggiù e ad ideare divisamenti per ridurre ogn'arte, scienza, lingua e meccanica ad un novello sistema. A tal fine costoro, giusta quanto mi disse il mio narratore, si procurarono una regia patente per istituire un'accademia di progettisti in Lagado; ed il loro umore prevalse sì fortemente nella popolazione che non vi fu più una città di qualche importanza nel regno la quale non volesse avere la sua accademia. Ne' collegi dipendenti da queste accademie, i professori inventarono nuovi metodi di coltivazione e di costruzione e nuovi stromenti per ogni sorta di mestieri e di manifatture. Per chi badasse loro, un uomo solo arriverebbe a poter fare il lavoro di dieci uomini[30]; un palazzo ad essere fabbricato in una settimana e ciò non ostante riuscire di una saldezza da durare in eterno senza alcun bisogno di restaurazione. Tutti i frutti della terra verrebbero a maturità in qualsivoglia stagione piacesse averli, e crescerebbero ad una mole cento volte maggiore di quella che presentano oggidì, e s'avrebbero innumerabili altri vantaggi di questa natura. Il solo inconveniente è che nessuno finora di tali divisamenti è andato a buon termine; e che intanto l'intero paese è in preda al più deplorabile guasto, tutte le cose sono in rovina, ed il popolo non sa più di che cosa cibarsi o coprirsi. Da tutte le quali cose, in vece di essere scoraggiati, sono anzi spinti a dedicarsi con una intensione cinquanta volte maggiore ai loro disegni, gl'induca a ciò la speranza o la disperazione. «Quanto a me, mi diceva il mio illustre ospite, non mi sento dotato di tutto questo spirito intraprendente; contento di tenermi alle forme antiche, resto nelle case che i miei maggiori hanno fabbricate, e fo com'essi facevano in tutti i particolari della mia vita, senza pensare e tante innovazioni; alcuni pochi del mio grado hanno seguito il mio esempio, ma siamo tutti veduti di mal occhio e sprezzati come nemici dell'arti, ignoranti, e persin cattivi e fatali alla pubblica prosperità, perchè preferiamo i nostri comodi e le inspirazioni della nostra infingardaggine al miglioramento generale del nostro paese».

— «Ma, continuò sua eccellenza, non voglio coll'intertenermi più a lungo su queste particolarità anticiparvi il piacere che avrete di sicuro quando visiterete la grande accademia che voglio assolutamente vediate appena saremo tornati in città. Or soltanto mi basta farvi osservare le rovine che si vedono là su l'altura di quel monte lontano circa tre miglia da noi. Dovete sapere ch'io aveva una volta un conveniente mulino non distante più d'un mezzo miglio da casa mia, fatto girare dalla corrente di un grosso fiume e bastante agli usi non solo della mia famiglia ma di quelle de' molti miei contadini e subalterni. Sette anni fa, una banda di questi progettisti venne a farmi la proposta di atterrare il mio mulino per fabbricarne un altro là su la lunga cresta delle montagne che vi ho indicata, nella quale bisognava primieramente tagliare un canale per condurci l'acqua dalla pianura a furia di trombe e di macchine, e tutto il gran vantaggio di questa bella operazione consisteva in ciò, che l'acqua portata fin lassù essendo obbligata a scendere per un ripido declivo, il mulino verrebbe mosso da una massa di fluido minore di quanta ne contiene un grosso fiume posto ad un livello più uguale.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Che volete? In allora io era piuttosto in disfavore presso la corte; molti miei amici mi stimolavano ad aderire alla proposta, aderii. Dopo avere per due anni impiegati cento uomini in questo lavoro, l'impresa andò a male; i progettisti ne desistettero, lasciandone tutto il biasimo su le mie spalle e burlandosi in appresso di me. Ciò non ostante, trovarono altra buona gente cui proporre imprese simili con le stesse promesse e sempre con uguale buon successo».

Fra pochi giorni fummo di ritorno alla città. Sua eccellenza pensando al tristo concetto in cui l'accademia lo tenea, non volle accompagnarmi in persona, ma affidò ad un amico suo questo incarico facendomi annunziare come un grande ammiratore d'ogni nuovo tentativo, curiosissimo ed altrettanto facile a credere. Nè sua eccellenza s'ingannava nella totalità, perchè da vero sono stato un grande progettista in mia gioventù.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

CAPITOLO V.

L'autore ottiene la permissione di vedere la grande accademia di Lagado. — Estesa descrizione di quest'accademia. — Arti in cui si esercitano que' professori.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Composta di più case continuate che tengono entrambi i lati di una strada, non un intero unico edifizio, è l'accademia; le suddette case cadendo in rovina, vennero comprate ed applicate a tale effetto.

Ricevuto assai cortesemente dal custode, frequentai quel luogo per più giorni consecutivi. Ciascuna camera contiene uno o più accademici, e credo non vi fossero meno di cinquecento camere.

Il primo accademico in cui m'incontrai, magro come uno scheletro, avea le mani e la faccia simili a quelle d'uno spazzacamino, lunghi i capelli e la barba, vestito di cenci arsicciati in più d'un luogo. Il suo giustacuore, la sua camicia, la sua pelle, tutte queste cose erano d'uno stesso colore.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Si era affaticato otto continui anni nell'impresa di estrarre dai cetriuoli de' raggi di sole, ch'egli si prefiggea poi racchiudere ermeticamente entro fiale le quali avrebbero riscaldato l'aria nelle giornate nuvolose ed inclementi della state. Mi disse che non dubitava di potere di lì ad otto anni tener forniti d'una sufficiente dose di raggi di sole i giardini del governatore; unicamente si dolse che i suoi capitali andavano scemando, anzi mi pregò regalargli alcun che in via d'incoraggiamento al suo ingegno, tanto più che in quell'annata correa la carestia ne' cetriuoli. Gli feci un piccolo donativo, perchè il mio ospite, che ben sapeva essere stile di quegli accademici il dare stoccate alle borse di tutti i loro visitatori, m'avea proveduto di danaro a tal uopo.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Di lì passai in un'altra camera donde io volea fuggire alla presta, per l'orrido soffocante fetore che mi sorprese. Ma il mio compagno mi spinse innanzi scongiurandomi all'orecchio di non far questo affronto all'accademico dimorante ivi che se ne sarebbe avuto grandemente a male, onde non ardii far altro che turarmi il naso. Quell'accademico era il più anziano di que' dotti; la sua faccia e la barba erano d'un brutto colore gialliccio; le mani ed i vestiti imbrattati della materia che mandava il puzzo da cui io voleva fuggire. Appena gli fui presentato, mi abbracciò cordialissimamente, complimento da cui l'avrei dispensato sì volentieri! La sua faccenda fin dal primo istante che entrò nell'accademia era stata cercar di tornare gli escrementi all'antico stato di commestibili col farne sparire la tinta che ricevono dal fiele, col farne esalare il mal odore e col detergerli dalla saliva[31]. Egli riceveva ogni settimana un assegnamento fattogli dalla dotta società, e consisteva questo in un enorme tino carico della materia necessaria alla sua manifattura.

Trovai un altro inteso all'opera di calcinare il ghiaccio per ottenerne polvere da schioppo; egli mi mostrò in oltre una sua opera che divisava dare alla luce su la natura malleabile del fuoco.

Quivi conobbi un ingegnosissimo architetto che aveva inventato un nuovo metodo di fabbricare le case principiando l'edifizio dal tetto e venendo giù alle fondamenta; la qual pratica egli giustificò col citarmi l'esempio di due insetti oltre ogni dire industriosi, l'ape ed il ragno.

Vidi pure un cieco nato che avea molti scolari posti nella sua condizione, ed affaccendati a stemperare tinte ad uso de' pittori, perchè il loro maestro aveva insegnato loro a discernere col tatto e coll'odorato i colori. Fu mia sfortuna il non trovare que' giovinetti ancora profondi nelle dottrine che avevano apprese, e non parea che nemmeno il maestro cogliesse una sola volta nel segno. Pur questo artista era grandemente incoraggiato e stimato dall'intera corporazione.

In un'altra camera mi divertì molto il conoscere un accademico che avea scoperto l'astuzia di far arare la terra ai porci, risparmiando così le spese degli aratri, la compera e il mantenimento de' buoi e le fatiche degli agricoltori. Il suo metodo era questo: seppellire in una bifolca di terra, ad una distanza di sei dita ed alla profondità di otto, una quantità di ghiande, datteri, castagne ed altri frutti o vegetabili di cui quegli animali son ghiotti; allora condurre seicento di tali bestie sul campo, ove in pochi giorni avrebbero voltato sossopra tutto il terreno e lo avrebbero ad un tempo concimato rendendolo così atto alla seminagione. Certamente gli esperimenti andavano dimostrando che l'incomodo e il disturbo erano grandi, il ricolto scarsissimo; nondimeno non si dubitava che un tal metodo d'aratura non fosse per ammettere grandi miglioramenti.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Entrai in un'altra camera, le cui pareti e la soffitta, tutto lo spazio in somma eccetto uno stretto andito donde l'artista camminava innanzi indietro, erano ingombre di ragnateli. All'atto del mio ingresso mi gridò forte che badassi a non isconcentrargli i suoi tessuti. Poi si diede a gemere sul fatale errore prevalso da sì lungo tempo nel mondo, quello di valersi de' bachi da seta, mentre abbiamo tanta copia d'insetti domestici, ben superiori di merito ai primi, che non solo somministrano la materia, ma la sanno filare e tessere eglino stessi. Costui avea poi presentata un'invenzione sua propria, che dovea risparmiare la spesa di colorare le sete somministrate dai ragni; della qual cosa fui pienamente convinto poichè m'ebbe mostrata tutta la quantità delle mosche di varii colori, con le quali nudriva i suoi ragni. Secondo lui, le tele doveano prendere i colori delle diverse mosche e, siccome ne avea di tutti i colori, sperava d'avere altrettanti colori di fila, ed affinchè poi queste fila prendessero consistenza, aveva inventato il ripiego di nudrire le mosche con certe gomme, materie glutinose ed olii atti ad ottener tale intento.

Uno di questi astronomi si era preso l'assunto di collocare su la gran girandola del palazzo di città un oriuolo solare, dotato della proprietà di far coincidere i diurni moti della terra intorno al sole colle direzioni accidentali del vento.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Io mi andava dolendo d'un lieve accesso di dolor di ventre, per lo che il mio compagno credè opportuno il condurmi nella camera di un famoso medico solito a curare tale infermità con contrarie operazioni che partivano da uno stesso stromento. A tal fine avea pronti due enormi soffietti ed una lunga sottile cannetta d'avorio. Introducendo questa ad una buona lunghezza laddove entrano i clisteri, si degnava egli stesso farla servire da tromba assorbente dell'aria malefica che, secondo lui contaminava le budella dell'infermo ripromettendosi renderle vizze al pari di una vescica secca. Ma se la malattia si ostinava a non cedere, passava allora all'operazione diametralmente opposta e ricorreva ad uno de' suoi soffietti gonfio di vento e lo scaricava nel corpo del paziente; e se non bastava una volta, levava il soffietto impedendo col suo dito grosso che l'aria uscisse di dov'era entrata, e con l'altro ripetea lo stesso lavoro. Continuava così le tre, le quattre volte, sostenendo che il vento di nuova giunta nell'uscir fuori si porterebbe il vento cattivo con sè a guisa di una tromba da nettare i pozzi, e che finalmente l'ammalato risanerebbe. Gli vidi tentare entrambi gli esperimenti sopra un cane. Non m'accorsi di verun effetto del primo. Sotto il secondo quando il cane fu per crepare si alleggerì del vento che lo gonfiava; vi lascio pensare come ammorbasse la stanza; indi morì, e lasciai il dottore che s'apparecchiava a farlo rivivere rinovando la medesima operazione.

Visitai molte altre camere, ma studioso come sono della brevità, non vo' tediare il leggitore col racconto di tutte l'altre singolarità che in esse notai.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Fin qui io aveva veduto un lato solamente dell'accademia, l'altro era assegnato agli studiosi del progresso delle scienze speculative, de' quali io dirò alcuna cosa, poichè avrò fatta menzione di un altro illustre personaggio che veniva ivi chiamato l'artista universale. Egli ci narrò come avesse dedicato per trent'anni i suoi pensieri al perfezionamento dell'umana vita. Egli avea due vaste stanze piene zeppe di meraviglie, e cinquanta uomini che lavoravano sotto i suoi ordini. Alcuni stavano condensando l'aria che trasformavano in una sostanza secca e tangibile col cavarne il nitro e lasciarne scolare le particelle acquee o fluide[32]; altri ammollivano il marmo per farne guanciali e cuscinetti per gli spilli; alcuni pietrificavano le unghie de' cavalli vivi per salvarli dallo storpiarsi. L'artista stesso in quel momento si dava attorno per mandare a termine due vasti divisamenti; il primo era quello di seminare i campi colla pagliuola del grano in cui a suo avviso si contenea la vera virtù seminale, cosa da lui confermata con diversi esperimenti che, lo confesso, non ebbi l'abilità di capire. L'altro consisteva nel valersi d'un certo composto di gomma, vegetabili e minerali che, applicato su la pelle esterna degli agnelli, avrebbe impedito il crescere della lana, laonde sperava entro un tempo ragionevole di propagare per tutto il regno una razza di pecore senza lana.

Traversammo un viottolo per andare all'altra parte di quell'edifizio che, come ho detto, è residenza dei progettisti studiosi del progresso delle scienze speculative.

Il primo professore ch'io vidi, stava in una grandissima stanza con quaranta scolari attorno di lui. Dopo esserci salutati, egli si accorse ch'io stava guardando in atto di curiosità una enorme macchina la quale tenea quasi tutta la lunghezza e la larghezza della stanza, laonde così mi parlò. «Vostra signoria si maraviglia forse vedendo che s'adoprano operazioni pratiche e meccaniche all'oggetto di perfezionare scienze meramente speculative. Pure il mondo s'avvedrà presto dell'utilità di questa mia macchina, nè credo che un'idea più grandiosa sia mai entrata nella mente di nessun uomo. Tutti sanno quanto sia faticoso il metodo che generalmente si usa per far imparare le arti e le scienze; mediante questo mio congegno non v'è uomo sì ignorante, che non possa con un discreto sforzo intellettuale e con pochissima fatica di corpo scrivere libri di filosofia, di poesia, di politica, di giurisprudenza, di matematica e di teologia senza bisogno affatto di genio o di studio». Mi fece indi accostare alla sua macchina, innanzi ai lati della quale stavano ordinati in fila i suoi discepoli. Posta nel mezzo della stanza essa occupava venti piedi quadrati. La superficie della medesima era composta di cubetti di legno della grossezza d'altrettanti dadi, alcuni nondimeno di maggior mole d'alcuni altri, tutti infilzati insieme col mezzo di sottili fila metalliche. Ciascuna faccia laterale di questi dadi andava coperta da un pezzetto di carta incollatovi sopra e su cui erano scritte tutte quante le parole della lingua del paese e tutti quanti gli accidenti de' loro tempi, modi, numeri, declinazioni e coniugazioni; ma senza nessun ordine. «Compiacetevi d'osservare; il professore mi disse; che sto ora per mettere in azione la mia macchina». Allora ad un suo cenno, ciascuno scolaro prese in mano un manico di ferro, che di quaranta di tali manichi andava preveduta la macchina alla sua estremità. Col girar questi manichi tutt'ad un tratto, la disposizione delle parole scritte su le faccie dei dadi veniva, come è naturale, affatto cangiata. Allora comandò a trentasei di que' ragazzi che leggessero adagio adagio le linee formate dalle parole tali quali apparivano su la superficie della macchina, e connettessero tre o quattro di queste parole tanto da formare un brano di frase, e tal frase dettassero agli altri quattro scolari destinati all'ufizio di scrittori. Una tale operazione veniva ripetuta tre o quattro volte, e ad ogni girata di manichi, la macchina era congegnata in modo che le parole mutavano di posto tante volte quante i dadi voltavano le loro faccie.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Sei ore d'ogni giornata venivano impiegate in simil faccenda, ed il professore mi mostrò parecchi volumi in foglio di brani di frasi da lui già raccolte aggiugnendo essere sua intenzione di combinarli insieme e cavar fuori da que' ricchi materiali quanto era d'uopo per fare al mondo il dono d'una compiuta raccolta dello scibile umano, così nelle facoltà intellettuali come nell'arti; non mi tacque ad un tempo che una sì vasta impresa ammetteva e grandi miglioramenti e mezzi di affrettarne l'ultimazione, ma che avrebbe bisognato a tal uopo che il pubblico decretasse un fondo per fabbricare e mettere in opera cinquecento delle sue macchine a Lagado e per obbligare i singoli che ne usavano a contribuire in comune alla grande opera da compilarsi.

Mi assicurò che questa scoperta aveva occupati i suoi pensieri fin dalla prima sua giovinezza e che, avendo spogliato l'intero vocabolario per farlo entrare nella sua macchina, era in caso d'istituire un esattissimo calcolo di proporzione tra il numero degli articoli, nomi, verbi, in somma di tutte le suddivisioni delle parti dell'orazione.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Feci i miei umilissimi ringraziamenti all'egregio personaggio che mi fu generoso d'una sì rilevante comunicazione, egli promisi che, se mai mi sarebbe dato dal destino il rivedere la mia nativa contrada, non avrei mancato di rendere a lui la giustizia che gli si competea come unico inventore di una macchina sì prodigiosa, di cui lo pregai lasciarmi levare il disegno.

Me gli feci per altro mallevadore che, se bene sia stile de' nostri dotti d'Europa il rubarsi a vicenda le scoperte (donde si ha almeno il vantaggio che lo stabilire chi sia il vero inventore divenga fra noi un punto di scientifica controversia[33]) ad onta di ciò, l'onore della sua invenzione gli rimarrebbe intero e senza un solo rivale.

Finalmente ci portammo alla scuola delle lingue in ora che i professori teneano consulta su i modi di perfezionare l'idioma di Lagado.

Il primo partito posto fu quello di accorciare il discorso col ridurre tutti i polisillabi in monosillabi, e coll'omettere i verbi ed i participii, per la ragione che tutte le cose immaginabili non sono altro che nomi.

L'altro fu quello di abolire le parole di qualunque sorta; il che avrebbe portato con sè, oltre ad una maggiore brevità, un vantaggio alla salute, essendo un fatto evidentissimo che quante parole pronunciamo, scemano logorandoli i nostri polmoni, e quindi accorciano la nostra vita. A tal fine fu immaginato un espediente pratico desunto dalla considerazione che ciascuna parola è il nome di una cosa. «Non sarebbe mo più conveniente, fu detto, che gli uomini si portassero seco le cose necessarie ad indicare le faccende intorno a cui vogliono istituire un discorso?» E certamente questo partito cotanto comodo e salubre sarebbe stato adottato se le donne soprattutto e il volgo e gl'indotti non avessero minacciata una rivoluzione ogni qual volta si fosse tolta loro la libertà di parlare all'usanza dei loro vecchi con la lingua che avevano in bocca; tanto irreconciliabile nemico della scienza è il volgo! Ciò non ostante molti fra i più dotti e saggi del paese abbracciarono tal proposta in quanto li riguardava. Non c'era infatti altro sconcio fuor quello che, se il negozio di cui un uomo dovea trattare, era assai intrecciato, o vero se aveva a discorrere su diversi soggetti, gli conveniva in proporzione portarsi su le spalle un maggior fascio di cose, o farsele portar dietro da un paio di gagliardi facchini. Ho spesse volte veduti due saggi di tal setta curvati sotto il peso di questi vocabolari di nuova stampa, come fra noi i merciaiuoli girovaghi, incontrarsi per istrada, porre giù le bisacce, aprirle, conversare insieme un'ora valendosi di quelle parole materiali, poi terminata la conversazione, raccozzarle di nuovo nelle stesse bisacce, aiutarsi l'un l'altro a rimettersele su le spalle e congedarsi.

Ma per dialoghi brevi un uomo può portarsi in tasca, o sotto il braccio, quante parole ci vogliono ai dialoghi stessi; ed in casa sua non mancherà mai l'occorrente per parlare. In forza di ciò le sale d'adunanza di chi si era messo a parlare questo idioma, abbondavano di tutte le cose necessarie ad alimentare un tal genere di conversazione pantomimica.

Un altro grande vantaggio che si riprometteano da simile trovato si era l'avere in pronto una lingua universale[34] fatta per essere intesa fra tutte le nazioni venute a civiltà, i cui possedimenti ed arnesi sono a un dipresso conformati in una stessa maniera o ben poco dissimile, onde, adoprati in vece di parole, possono essere intesi per tutto il mondo. Vedeano che in tal modo gli ambasciatori sarebbero stati in istato di negoziare con tutti i gabinetti stranieri, anche senza intenderne gl'idiomi particolari.

Intervenni pure ad una lezione di matematica, ove quel professore ammaestrava i suoi alunni con un metodo che non sarebbe venuto in mente a nessuno di noi in Europa. Il teorema e la dimostrazione erano bellamente scritti sopra una cialda sottile con un inchiostro composto di tintura cefalica. Questa cialda doveva essere inghiottita a stomaco digiuno dallo studente, il quale ne' tre successivi giorni non doveva cibarsi d'altro che di pane e acqua. Quando la cialda era digerita, i vapori della tintura erano saliti al capo dell'alunno e, essendosi portati seco il teorema e la dimostrazione, gli avevano improntati nella sede del suo cervello. Ma l'esito non corrispondeva alla bellezza del trovato, ora per equivoci occorsi nella composizione dell'inchiostro, ora per la malizia dei ragazzi, i quali avendo a schifo quel cibo, procuravano pretesti a sottrarsi di lì, mentre lo avevano in bocca, e lo sputavano via, sì che non potea certo produrre il suo effetto, oltrechè non se la sentivano troppo d'assoggettarsi a tal lunga astinenza senza di cui non giovava quella ricetta.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

CAPITOLO VI.

Ulteriori notizie su l'Accademia — Proposte d'alcuni miglioramenti fatte dall'autore ed onorevolmente accolte.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Io m'intertenni qualche tempo nella camera de' progettisti politici, ma non ci ebbi gran gusto; que' professori, a mio avviso, aveano perduto affatto il giudizio, nè vi è cosa che mi metta maggiore malinconia della presenza dei pazzi. Quegli sfortunati accademici stavano consultandosi su i modi di persuadere i reggitori dei popoli ad avere per norma la saggezza, la capacità, la virtù nel farsi degli uomini dotati di tali prerogative i loro favoriti;[35] a volere che le mire de' loro ministri sieno volte soprattutto al pubblico vantaggio; a ricompensare il merito, le eminenti abilità, i rilevanti servigi prestati alla patria; a far conoscere agli eredi presuntivi del trono che l'interesse del regnante è una cosa sola con quello del suo popolo; a dare gl'impieghi alle persone capaci di sostenerli, ed altre strambe impossibili chimere che non erano mai saltate nella testa di nessun uomo, e che mi confermarono la giustezza di quel vecchio adagio: Non v'è stramberia o irragionevole cosa che qualche filosofo non abbia voluto far passare per vera.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Nondimeno so rendere bastante giustizia ad una frazione di questa accademia per riconoscere che non tutti i membri di essa erano così visionari. Vi trovai un dottore di molto ingegno che parea perfettamente versato nella natura e nel sistema d'ogni governo.

Questo illustre personaggio aveva utilmente impiegati i suoi studi nella ricerca di efficaci rimedi contra le malattie e corruttele cui soggiacciono i diversi rami di pubblica amministrazione, sia in forza dei vizi e delle infermità de' governanti, sia per la mala voglia di chi ha l'obbligo di obbedire. Per darvi un saggio del suo modo di ragionare, egli partiva dal principio ammesso da tutti gli scrittori e filosofi, che vi è una stretta universale somiglianza tra il corpo animale ed il politico. «Può dunque, egli diceva, esservi una cosa più evidente di quella che la salute di entrambi i corpi debba essere conservata, le malattie di entrambi curate con le stesse ricette? È cosa generalmente riconosciuta che i senati, le grandi assemblee sono spesse volte travagliate da troppa abbondanza, da bollimento ed altri vizi d'umori; da molti mali di capo, e più spesso di cuore; da forti convulsioni, e gran contrazioni di nervi in entrambe le mani, ma specialmente nella mano destra; da mali di milza, flati, capogiri o deliri, scrofole e tumori, rutti acetosi ingrati anche ai vicini, fame canina, e tant'altri morbi che non c'è bisogno di rammemorare. Questo dottore pertanto proponea che, ad ogni tornata di senato, un certo numero di medici intervenisse alle tre prime sessioni, e al terminar di ciascuna tastassero il polso a cadaun senatore; poi, dopo essersi consultati ed avere maturamente ponderata la natura delle singole malattie ed i metodi per curarle, si presentassero nel quarto giorno alla sala delle adunanze, accompagnati da un conveniente numero di speziali proveduti degli opportuni rimedi. I senatori non avrebbero potuto sedersi se prima questi famigli d'Esculapio non avessero amministrato ad ognun d'essi o lenitivi, o aperienti, o astergenti o corrosivi, o restringenti, o palliativi, o lassativi, o cefalici, o itterici, o pituitosi, o acustici, secondo i casi, ed a proporzione degli effetti de' remedi stessi sarebbero stati ripetuti od omessi nella prossima sessione.

Un simile espediente, non infinitamente dispendioso al pubblico erario, sarebbe, secondo il mio debole parere, d'un grande vantaggio per isbrigare gli affari in que' paesi, ove i senati hanno qualche parte nel potere legislativo; perchè condurrebbe presto l'unanimità, accorcierebbe le discussioni, aprirebbe molte bocche che ora stanno chiuse, molte ne chiuderebbe le quali non ci sarebbe bisogno che rimanessero tanto tempo aperte, frenerebbe la petulanza de' giovani, correggerebbe la pedanteria de' vecchi, desterebbe gli stupidi, farebbe sbassar la cresta agli arroganti.

In oltre, quel dottore, avendo udito molte querele su la corta o debole memoria di certi magistrati, avea proposto che chiunque si presentava all'udienza d'uno di questi, dopo avergli esposto il proprio caso con succinte e schiette parole, gli desse nel partirsi da lui o una tirata di naso, o un gentile calcio nel ventre, o vero gli pestasse su i calli de' piedi, o anche lo salutasse con una strappatina ad entrambe le orecchie o con un pizzicotto che gli lasciasse il nero sul braccio, o finalmente conficcandogli uno spillo nelle natiche, e ad ogni giorno, al momento del suo levarsi, gli ripetesse il medesimo complimento finchè la sua domanda fosse esaudita o con buoni motivi ricusata.

Questo stesso dottore avrebbe voluto che ciascun senatore, dopo avere in pieno consiglio nazionale data e sostenuta con quanti argomenti credeva opportuni la sua opinione, fosse obbligato a dare il suo voto affatto contrario alla medesima: gli sembrava che, adoprando un tal metodo, le risoluzioni degli affari sarebbero sempre tornate a vantaggio del pubblico.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Ove le discordie delle parti fossero portate ad un'estrema violenza in uno stato, quel mio dottore suggeriva un ammirabile specifico. Per fare a suo modo, avrebbe bisognato prender su un centinaio di capi fazione così d'una banda come dall'altra, ed appaiare quelli le cui teste fossero state all'incirca di uno stesso calibro; chiamar quindi due abili operai i quali segassero ad un tempo gli occipizi d'ogni due di loro con tal arte che ciascun cervello rimanesse diviso in parti eguali, poi fare un cambio tra le parti segate nel tornarle ad applicare alle parti rimaste intatte d'ognuno dei due. Se vogliamo, l'operazione pare un tantino arrisicata; ma quel professore mi assicurò che ove venisse fatta a dovere, era una cura d'effetto infallibile. La sua argomentazione era questa: «Quando avrete fatto che due cervelli discutano quistioni fra loro, imprigionati entro una medesima zucca, credete pure che verranno presto d'accordo; e ne nascerà quella moderazione e regolarità di pensamenti tanto desiderabili in coloro che s'immaginano non dover prevalere nel mondo altro partito fuor quello posto da essi;» e circa poi alla differenza de' cervelli, sia in quantità o qualità, lo stesso dottore ne assicurò che, trattandosi di capi fazione, è proprio una differenza da nulla.

Fui ascoltatore d'un caldissimo dibattimento fra due professori, che ventilavano la quistione sul modo più comodo ed efficace di far danari in uno stato col minor possibile aggravio de' sudditi. Un di loro sostenea che la pratica più sicura sarebbe stata quella di tassar gli uomini su i loro vizi e pazzie, facendo, per tener sempre le vie più blande, eseguire la stima ed il riparto della tassa dai caritatevoli vicini dell'uomo da tassarsi. Il secondo poi era di un parere affatto contrario; volea si assogettassero a tassa quelle qualità di mente o di corpo in cui ciascuno si crede eminente, crescendo o sbassando la tassa giusta i gradi dell'eminenza determinati prima di sapere di essere tassati da coloro stessi che si giudicavano possessori di simili pregi. La più alta tassa dovea cadere su gli uomini che più si millantavano favoriti dell'altro sesso, e le proporzioni del tributo venir regolate sul numero e la natura dei favori ottenuti[36], usando a questi l'agevolezza di fidarsi alla loro parola. Lo spirito, il valore, la cortesia venivano in appresso fra le cose più soggette a tassa, e qui pure dovevano essere creduti in parola coloro che vantavano tanti pregi. Non così era dell'onore, della giustizia, della saggezza, della dottrina, qualità che si sarebbero sottratte alla tassa, perchè nessuno le volea riconoscere nel suo vicino, e le riconosceva tanta in sè stesso, che si sarebbe vergognato a vantarsene. Anche le donne, in sentenza del secondo opinante, avrebbero dovuto soggiacere a tassa da stabilirsi sul ragguaglio della loro avvenenza e dell'abilità loro nell'acconciarsi; ma non si parlava della loro costanza, castità, retto discernimento e sincerità, per lo stesso motivo onde sfuggivano alla tassa rispetto agli uomini l'onore, la giustizia, la saggezza e la dottrina.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Un altro professore mi mostrò un'estesa memoria d'istruzioni sul modo di scoprire ogni trama macchinata contro al governo. Veniva ivi suggerito ai grandi statisti di esaminare i cibi di tutti gl'individui caduti in sospetto, d'indagar l'ora in cui si mettevano a tavola, di procurar di sapere se coricandosi giaceano piuttosto su d'un fianco o su l'altro, e se a far monda qualche parte del loro corpo si valeano della mano destra o della sinistra; di farne scandagliar bene gli escrementi, il colore, l'odore, il sapore, la consistenza, la maggiore o minore lor concozione per formare un retto giudizio su i disegni dell'evacuante, perchè si avea veduto coll'esperienza che gli uomini non sono mai così seri, cogitabondi a ciò che fanno, come quando si trovano a certa sedia che non è la sedia curule; e citava sè stesso ad esempio; avea pensato, così in via di prova, qual sarebbe stata la via più presta di disfarsi d'un qualche alto personaggio la cui vita lo incomodava, e trovò il proprio sterco divenuto verde; di tutt'altro colore quando avea, sempre in via di prova, divisato di far nascere soltanto una sollevazione.

Tutta la predetta dissertazione, scritta con grande acutezza, contenea molte osservazioni singolari ed utili ad un tempo ai politici; pure capii che ci mancava ancor qualche cosa, onde m'arrischiai dirlo al suo autore ed esibirmi a farvi alcune piccole aggiunte. Accoltasi da questo la mia proposta con maggiore affabilità di quanta siamo soliti trovare negli altri scrittori, massime se appartengono alla classe dei progettisti, mi rispose che m'avrebbe ascoltato con tutto il piacere.

— «Sappiate dunque, gli dissi, che nella metropoli del regno di Trebnia[37], chiamata dai nativi Langden[38], ove durante i miei viaggi mi sono fermato per qualche tempo, la massa del popolo è tutta d'una stampa, è tutta quanta composta d'indagatori, di testimoni, di relatori, di giuratori, tutti protetti, tutti regolati, tutti spesati dai ministri di stato e dai loro deputati. Le congiure di quel regno sono per l'ordinario altrettante manifatture dirette da questi signori, i quali si prefiggono ora d'ingagliardire il credito in cui sono di profondi politici, ora di trovar pretesti per dare maggior forza all'amministrazione che ha un po' del fesso; ora di soffocare, o di dargli divagamenti, al mal umore che è generale; ora di colmare le proprie casse a furia di fabbricare tradimenti; ora di alzare, ora di sbassare il credito pubblico; in fine di ottener quell'intento che, secondo i casi, torna meglio al privato loro interesse. Primieramente sono convenuti e stabiliti fra loro i nomi degl'individui che hanno ad essere accusati di una congiura; poi tosto non si perde tempo nel sequestrare tutte le loro lettere e carte e nel mettere gl'imputati in prigione. Queste carte vengono consegnate ad una certa razza d'artisti, abilissimi nel trovar fuori misteriosi significati a loro modo ad ogni parola, sillaba e lettera;

per darvene un'idea, vi spiegheranno che una seggetta ha da voler dire consiglio privato;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

un branco d'oche, senato;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

un cane zoppo, un invasore[39];

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

la peste, un esercito allestito;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

uno scarafaggio, il primo ministro;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

la gotta, un dignitario della chiesa;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

una forca, un segretario di stato;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

un pitale, una giunta di grandi del regno;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

uno staccio, una dama di corte;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

una scopa, una rivoluzione;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

una trappola da sorci, un impiego;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

un pozzo senza fondo, il tesoro dello stato;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

una cloaca, un cuore;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

una berretta con sonagli, un favorito;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

una canna rotta, un tribunale di giustizia;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

una botte vuota, un generale;

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

una piaga aperta, l'amministrazione.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

— Se questo metodo sbaglia, ne hanno due altri meglio efficaci che i più dotti fra questi artisti chiamano acrostici, o anagrammi. Col primo danno un significato politico a tutte le iniziali grandi.

Così per loro la lettera N significherà una congiura;

B un reggimento di cavalleria;

L una flotta in mare;

voi vedete quante diverse frasi si possano fabbricare in questa maniera. L'altro metodo è quello di collocar tutte le lettere di uno scritto in modo di formar le parole che si ha bisogno di formare. Così se un poveretto, di cognome Hatell, ha scritto ad un amico: Mio fratello Tom ha le emorroidi, que' signori anagrammisti da queste lettere stesse cavano fuori la frase: Ma farò morto il re io, Tom Hatell.

Non vi so dire quanto mi ringraziasse quel professore per le osservazioni ch'io gli comunicai, e delle quali mi promise di fare onorevole menzione nel suo trattato.

Non trovando nulla in quel paese che mi solleticasse a farvi una permanenza più lunga, principiai a pensare al modo di tornarmene in Europa a rivedere la mia famiglia.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

CAPITOLO VII.

Lasciato Luggnagg, l'autore arriva a Maldonada. — Non vi trova imbarchi pronti. — Fa una breve scorsa all'isola di Giubbdubdrib. — Accoglienza che trova presso il governatore.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Il continente, di cui il regno che ho descritto è una parte, si estende, come ho motivo di crederlo, verso levante fino a quello sconosciuto tratto d'America occidentale che confina a ponente con la California e a tramontana col mar Pacifico, nè è distante più di cento cinquanta miglia da Lagado. Colà è un buon porto che mantiene floridissimo il commercio con la grande isola di Luggnagg situata a maestro (nord-west) a 29° circa di latitudine settentrionale e 140° di longitudine. L'isola di Luggnagg giace a scirocco (sud-est) del Giappone, in una distanza a un dipresso di cento leghe. Correndo stretta alleanza tra l'imperatore giapponese ed il re di Luggnagg, sono parimente frequenti le occasioni di veleggiare da un'isola all'altra. Presi pertanto la risoluzione di volgermi a quella parte per effettuare il mio ritorno in Europa. Noleggiai quindi due mule ed una guida per additarmi la strada ed incaricarsi delle piccole mie bagaglie; ma prima mi accommiatai dal nobile protettore che m'avea compartiti tanti favori, e dal quale anche all'atto della mia partenza ricevei un generoso donativo.

Non mi sopravvenne durante il viaggio alcun incidente degno di essere riferito. Arrivato a Maldonada (chè così si chiamava quel porto) non trovai alcun bastimento che mettesse alla vela per Luggnagg, nè che fosse per prendere quella direzione di lì a qualche tempo. La città è grande presso a poco come Portsmouth. Trovata molta ospitalità nel paese, non tardai a farvi delle buone conoscenze. Tra queste un distinto personaggio, dopo avermi avvertito che non mi si offrirebbero imbarchi per Luggnagg prima d'un mese, mi disse che non sarei stato scontento se, profittando di questo indugio, avessi fatta una gita alla piccola isola di Glubbdubdrib, non più lontana di cinque leghe dal libeccio (sud-est) di Luggnagg. Anzi egli ed un suo amico s'offersero accompagnarmi, e pensarono eglino a provedere una piccola navicella per tale viaggio.

Glubbdubdrib, per quanto sono stato buono io d'interpretare questa parola, vuol dire isola de' negromanti o de' maghi. Un terzo in larghezza della nostra isola di Wight, essa è ferace oltre ogni credere; la governa il capo di una certa tribù, di cui tutti gl'individui sono maghi. Eglino non contraggono matrimonii se non fra loro, e il più attempato di essi è per successione il principe o governatore dell'isola. Questi abita in un nobile palazzo con annesso un parco di circa tremila bifolche, circondato da un muraglione di mattoni alto venti piedi, e suddiviso in parecchi piccoli spartimenti di pascoli, campicelli di biade, orti e giardini.

Il governatore e la sua corte sono serviti da famigli d'una razza piuttosto insolita. Mercè la loro perizia nella negromanzia, hanno il potere di chiamarseli e scerseli a modo loro dai trapassati, ma non di tenerli al proprio servigio più di ventiquattro ore, spirato il qual termine non possono obbligarli a tornare allo stesso incarico se non di lì a tre mesi, fuor d'alcuni casi straordinari e rarissimi.

Arrivati nell'isola quasi alle undici del mattino, uno de' signori di mia compagnia si trasferì dal governatore, chiedendogli la grazia di ammettere alla sua presenza uno straniero che era venuto con lui coll'espresso fine di procurarsi l'onore di tributare il suo omaggio a sua altezza. Accordata subito la grazia, entrammo tutt'e tre dalla porta maggiore del palazzo in mezzo a due file di guardie armate e vestite affatto all'antica, le cui faccie aveano tal cosa in sè che mi faceva arricciare la pelle, e m'inspirava un certo brivido ch'io stenterei a descrivervi. Attraversammo diversi appartamenti, in mezzo a servitori sempre della stessa genía dei primi, e schierati come quelli in due file, sinchè finalmente fummo alla sala della presentazione. Dopo che avemmo fatti i tre nostri profondissimi inchini e risposto a poche generali interrogazioni, ne fu permesso sederci su tre sgabelli posti a livello del più basso gradino del trono di sua altezza. Il principe intendeva l'idioma di Balnibarbi, benchè diverso da quello che si parlava nella sua isola. Giovatosi di questo con me, mi pregò di dargli alcune contezze su i miei viaggi, e per farmi capire a dirittura che sarei stato trattato senza cerimonie, licenziò con un'alzata di dito tutti i suoi cortigiani, che sfumarono come le visioni de' nostri sogni, se ne accade destarci all'improvviso. Rimasi sbigottito per un po' di tempo; finalmente, poichè il governatore m'ebbe assicurato che non mi sarebbe stato fatto alcun male, e veduto che i miei compagni, già avvezzatisi per antecedenti visite a quelle usanze, non si mettevano in veruno scompiglio, cominciai a prendere un po' di coraggio, e feci a sua altezza un breve racconto delle mie avventure, non senza per altro qualche esitazione e ripetute occhiate dietro di me ai punti donde io aveva veduto sparire quel servidorame dell'altro mondo. Terminata la mia storia, ebbi l'onore di venire ammesso alla mensa del principe, imbandita e servita da una rinovata schiera di spettri. Allora nondimeno io mi sentiva meno atterrito che la mattina. Sol venuta la sera, pregai umilissimamente sua altezza ad accogliere le mie scuse se io non accettava l'invito ch'ella mi fece di dormire la notte nel suo palazzo. Andai dunque co' miei compagni ad alloggiare in una casa di particolari della contigua città, che era la metropoli di quella piccola isola; e nella successiva mattina tornammo ad umiliare gli omaggi del nostro rispetto a sua altezza, che si era degnata d'incoraggiarci a far questo.

Continuammo di questo stile a soggiornare nell'isola dieci giorni, de' quali la maggior parte diurna passavamo presso il governatore; ma la notte ce ne tornavamo all'alloggio che vi ho indicato. Feci presto ad addimesticarmi colla vista degli spiriti, che dopo la terza o quarta volta non mi davano apprensione di veruna sorta, o se me ne fosse rimasto alcun poco, bisogna dire che la mia curiosità m'aiutasse a superarla. Perchè avete a sapere che il governatore mi diede la permissione di chiamar per nome, scegliendoli a mio piacimento e nel numero che avrei voluto, quanti morti avea veduti vivi la terra del principio del mondo all'era presente; e soggiunse: «Domandate pur loro liberamente di rispondere a qualunque interrogazione vi piacerà fare ai medesimi, semprechè le vostre inchieste cadano su cose accadute finchè viveano; ed una cosa di cui potete essere certo, si è che vi diranno il vero, perchè il dir bugie è una scienza ignota nel mondo di là».

Fatti i miei più umili ringraziamenti a sua altezza per tanto favore, la presi in parola. Dalla stanza ove stavamo si godeva d'una delle più belle prospettive del parco, ed essendo io stato propenso sin dalla prima mia giovinezza alle scene di magnificenza e di fasto, pregai sua altezza a volermi far vedere Alessandro il Grande a capo del suo esercito nella posizione appunto in cui si trovò dopo la battaglia di Arbella. Il governatore mosse un dito, ed ecco tutto questo mondo sotto la nostra finestra! Chiamammo Alessandro di sopra; ed oh! che fatica feci a capire il suo greco! si rassomigliava ben poco a quello che ho imparato io. Fra le cose che capii vi fu la seguente: mi giurò su la sua parola d'onore che non era morto attossicato, come lo fanno molti, ma bensì d'una febbre maligna presa a furia d'imbriacarsi.

Notes in this chapter

Note 1 · Si crede che diverse fra le idee fondamentali di questo viaggio a Laputa sieno state suggerite al dottore Swift da una novella scritta da FrNote 2 · Qui l'autore si prefigge di porre in ridicolo coloro che professano un genere di parassita metafisica già satireggiato da lui anche nel suo Note 3 · Ed effettivamente tutte queste malinconie passarono per la testa di ragguardevoli filosofi del secolo decimosettimo e della prima metà del dNote 4 · Si vede che Swift, come generalmente una gran parte de' sommi uomini de' due secoli scorsi, credendo che tutto si fosse perfezionato sotto iNote 5 · Tocchiamo con mano oggidì se tale immaginazione fosse una chimera, ed era vergogna che la trovasse tale un uomo siccome Swift, il quale non Note 6 · Guai, e con ragione, ai dì nostri, allo scrittor di romanzi che s'avvisasse promovere il riso a costo di tanta nausea! Ma Swift era posterioNote 7 · La natura stessa di diversi fra gli scherzi usati dall'autore mostrerebbe, se non si sapesse d'altronde, in qual misero stato fossero ai suoNote 8 · Qui l'autore evidentemente allude alla grande lite che fu agitata a tutti i tribunali scientifici dell'Europa per decidere se Leibnitz avessNote 9 · Il progettista satireggiato in questo luogo era, giusta ogni apparenza, Leibnitz che aveva immaginata la possibilità di una lingua universalNote 10 · Tutto questo tratto è una satira contra i governi ed i governanti di quel secolo, singolarmente intesa contra Guglielmo III di Nassau che, dNote 11 · Parrà incredibile alle età che verranno e, sia detto a lode del secolo decimonono, par già incredibile alla nostra gioventù che per quasi tuNote 12 · Anagramma impuro di Britannia.Note 13 · London, in somma Londra.Note 14 · Il signor Hawkesworth, uno dei comentatori dello Swift, per provare che questa satira non è una mera invenzione, cita il processo fatto al v
Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings