← Table of contents
Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

SECONDA PARTE VIAGGIO A BROBDINGNAG

Gaetano Barbieri translation

CAPITOLO I.

Descrizione di una fiera burrasca; scappavia staccato dal bastimento per provedere acqua dolce; l'autore vi s'imbarca onde scoprire nuovi paesi. — Abbandonato su la spiaggia, è preso da uno di quei nativi e condotto alla casa di un fittaiuolo. — Modo ond'è accolto; diversi casi occorsigli quivi. — Descrizione degli abitanti di quella contrada.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Ad una vita impaziente affatto della quiete m'aveano condannato la natura ed il mio fatale destino; onde erano appena scorsi due mesi dopo il mio ritorno, quando abbandonai di nuovo la mia nativa contrada, e il 20 giugno del 1702 m'imbarcai alle Dune su l'Avventura, bastimento comandato dal capitano Giovanni Nicholas, nativo di Cornovaglia, che avea la sua destinazione per Surate. Navigammo con vento favorevole fino al Capo di Buona Speranza, ove sbarcammo per provederci d'acqua dolce. Quivi, scoperta una falla nel bastimento, mettemmo a terra tutte le cose nostre per turarla, e ci toccò poi svernare nel luogo stesso a motivo di una malattia sopravvenuta al capitano, motivo per cui non potemmo salpare dal Capo se non alla fine di marzo. Date di nuovo le vele, avemmo buon viaggio, fin passato lo stretto di Madagascar; ma appena fummo a tramontana di quest'isola, i venti (che secondo la generale osservazione spirano costantemente in que' mari tra settentrione e ponente dal principio di dicembre a quello di maggio) cominciati nel 19 d'aprile a soffiare più violenti e più occidentali del solito, continuarono così per venti giorni di fila; durante il qual tempo noi ci eravamo un po' fatti a levante delle isole Molucche, circa a tre gradi di latitudine australe, come apparve da un calcolo istituito dal nostro capitano il 2 maggio, nel qual giorno, cessato il vento del tutto, avevamo una calma perfetta, il che, per dir vero, non mi dava verun dispiacere.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Ma il capitano, uomo esperimentatissimo nella navigazione di que' mari, non la pensava così, e ci avvertì anzi d'aspettarci una tremenda burrasca, che non mancò d'avverarsi il dì appresso, in cui cominciò a spiegarsi il vento meridionale, chiamato in que' paesi monsone.

Vedendo che questo ingagliardiva ognora di più, demmo mano alla vela a tarchia, apparecchiandoci a serrare quella di trinchetto; poi, imperversando il tempo, assicurammo bene tutti i parapetti, e fasciammo la vela di mezzana. Il bastimento camminava dianzi a tutte vele spiegate, ma in quel frangente giudicammo che il navigare a vele chiuse ne sarebbe tornato più a conto del solo cappeggiare. Serrammo la vela di trinchetto, e ne registrammo opportunamente le scotte; il timone poggiava tutto sottovento. Il vascello animosamente virava; accorciammo le trozze (registro fatto a guisa d'un rosario) della vela principale, ma squarciatasi questa, la traemmo giù dall'albero, e liberatala da tutti i suoi sartiami, l'allogammo dentro al vascello. Fu veramente una spaventosa burrasca e i cavalloni si faceano sempre più grossi e minacciosi; mollammo pure tutti i sartiami delle manovelle del timone, lasciando soltanto ad esso il governo del bastimento. Non volemmo calar giù l'albero di gabbia, perchè correva innanzi al vento assai bene, e stando in piede ne proteggea meglio col darci più bella deriva.

Poichè fu cessata la burrasca, demmo mano alla vela di trinchetto e a quella di gabbia, e governammo con esse, e a tutte vele di mezzana e di gabbia di maestra e di gabbia di mezzana ci dirigevamo a greco levante (est-nord-est), avendo il vento a libeccio (sud-west). Impadronitici dei cavi di tribordo, sciogliemmo i bracci di sopravvento e le corde dette mantiglie, e tiratele strettamente innanzi, le unimmo alla scotta della vela di mezzana che ponemmo a sopravvento pienamente e fin quanto potevamo distenderla.

Durante la tempesta, cui succedè un gagliardo vento di ponente-libeccio (west-sud-west), fummo trasportati, secondo i miei calcoli, per cinquecento leghe circa verso levante, nè i più vecchi piloti che erano a bordo sapevano congetturare in qual parte di mondo fossimo allora. Le nostre vettovaglie ci duravano ancora; il bastimento era tuttavia gagliardo; gli sconci delle vele risarciti; la nostra ciurma tutta in buona salute, ma difettavamo grandemente di acqua dolce. Ciò non ostante pensammo meglio seguire la direzione su cui eravamo incamminati, anzichè volgerci più a tramontana, il che ne avrebbe condotti a maestro (nord-est) della Gran Tartaria e nel Mar Glaciale.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Nel giorno 16 giugno del 1703, un mozzo salito su l'albero di gabbia scoperse terra, e nel dì successivo ci stava a piena vista una grande isola o un gran continente, cosa che non sapevamo discernerle, dal cui lato meridionale sporgeva una lingua di terra internata nel mare ed una calanca troppo piccola a nostro avviso, perchè un bastimento di cento tonnellate vi si potesse riparare. Gettata l'áncora entro la distanza di una lega da questa calanca, il nostro capitano mandò una dozzina de' suoi piloti ben armati entro il nostro scappavia carico di botti, per fare acqua, se pure si poteva rinvenirne. Lo pregai tosto permettermi l'andar con essi, onde vedere quella contrada e farvi le scoperte cui potesse dar luogo; egli aderì alla mia inchiesta. Giunti a terra, non vi trovammo nè sorgenti nè fiumi nè verun vestigio d'abitanti. I nostri uomini quindi si diedero a vagare lungo la spiaggia per veder pure se qualche foce di fiume potesse ivi trovarsi; io postomi a passeggiar solo per circa un miglio dall'altro lato, osservai che tutto il paese era ignudo e pieno di dirupi. Stanco di andare attorno senza trovar nulla che potesse intertenere la mia curiosità, me ne tornai passo passo verso la calanca; ed essendo ora di grosso fiotto, vidi i nostri uomini, già imbarcati nello scappavia, che forzavano di remi, come chi fugge per salvare la vita. Io andava gridando dietro a costoro che m'abbandonavano così, quando m'accôrsi d'avere poco motivo di dolermi di essi, perchè li vidi inseguiti a tutta possa per traverso al mare da un'enorme creatura che guadava, venendogli l'acqua a mala pena al ginocchio, e facea passi sterminati; i nostri, per buona loro fortuna, aveano su lui il vantaggio di mezza lega, ed il mare essendo in quell'acque pieno d'acuti scogli coperti, il mostro non potè raggiungere la scialuppa. Queste cose io seppi in appresso, perchè allora non ebbi il coraggio di rimanere ivi a veder l'esito di quest'avventura, ma ripresa più presto che potei la strada dond'era venuto, m'arrampicai ad un erto monte, di dove potei prendere qualche idea del paese. Lo trovai affatto coltivato; ma la prima cosa di cui rimasi estatico si fu la lunghezza dell'erba, che nei campi chiusi da siepi, come le giudicai, cresceva all'altezza di venti piedi.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Capitai in una strada maestra, almeno io la presi per tale, se bene fosse meramente un sentieruccio praticato a comodo di quegli abitanti per traversare un campo d'orzo. Camminai qualche tempo lungo questo sentiero, ma potei scoprire ben poche cose e da un lato e dall'altro, perchè essendo la stagione del nuovo ricolto, le biade erano alte almeno quaranta piedi. Mi ci volle un'ora prima di essere al termine di questo campo, difeso da tutt'a due i lati da una siepe alta almeno cento venti piedi e ombreggiata da alberi sì colossali che non mi fu possibile calcolare la loro altezza. A questa estremità era un cancello che divideva quel campo dal campo vicino; avea quattro gradini ed una pietra donde si passava di là quando si era all'ultimo di esso. Per me era impossibile d'inerpicarmi fino a quella sommità, perchè ogni gradino era alto sei piedi, e la pietra al di sopra de' gradini almeno venti. Io m'andava studiando di trovar qualche buco nella siepe, quando da una fenditura scopersi nel campo di là avanzarsi alla volta del cancello un abitante della stessa mole di quello da cui vidi inseguita in mare la nostra scialuppa. Egli mi sembrò alto come un ordinario campanile, ed ogni suo passo doveva, all'occhio mio, misurar dieci braccia. Non vi so dire quanto rimanessi attonito ed impaurito. Corsi a nascondermi fra le biade, donde il vidi, arrivato alla sommità del cancello, guardare in giù, e lo udii chiamare con una voce più fragorosa di gran lunga d'una tromba marina; basta dire che al rimbombo fatto da essa nell'aria lo credei su le prime uno scoppio di fulmine.

Allora sette mostri simili a lui si fecero innanzi muniti di falci, ciascuna dell'ampiezza di sei scimitarre. Costoro non erano così bene vestiti siccome il primo, onde li giudicai subito suoi famigli o lavoranti; c'indovinai tanto che, poichè ebbe detto loro alcune parole, li vidi avviarsi per mietere il grano del campo ove io mi era nascosto. Ben io cercava d'andarmene lontano quanto mai potessi da costoro, ma era costretto movermi con estrema difficoltà, perchè gli steli del grano talvolta non distavano più d'un piede l'uno dall'altro, ed a fatica e non senza gualcirlo, io facea passare fra essi il mio corpo. Ciò non ostante m'ingegnai tanto che n'ero quasi fuori, quando m'abbattei in una parte di campo ove il grano giaceva sbattuto e conquassato dalle piogge e dal vento. Qui poi mi fu impossibile il dare un passo innanzi; gli steli erano talmente intralciati che io non poteva ficcarmici in mezzo, ed i filamenti delle spiche fiaccate erano sì duri ed aguzzi, che mi trapassavano i panni e le carni Nel tempo stesso io sentiva d'avere i mietitori non più lontani di cento braccia (dieci passi) da me.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Disanimato affatto dall'angoscia e reso incapace di connettere qualunque idea dall'affanno e dalla disperazione, io me ne stava acquattato fra due porche, e in vero m'augurava di tutto cuore che quello fosse l'ultimo de' miei giorni. Io gemeva su la sorte della desolata mia vedova e degli orfani miei figli, deplorava la mia follia e caparbietà nell'intraprendere un secondo viaggio a dispetto dei consigli di tutti i miei amici e parenti.

In mezzo a questa terribile agitazione di mente, io non potea per altro starmi dal pensare a Lilliput, i cui abitanti mi aveano pel maggior prodigio che sia mai comparso nel mondo, e tale era da vero una creatura umana capace di trarsi dietro con una mano un intero imperiale navilio, e di operare tant'altre imprese che verranno mai sempre ricordate nei fasti di quell'impero, e che saranno difficilmente credute dalla posterità, ancorchè attestate da milioni di uomini. Io pensava qual mortificazione sarebbe stata per me l'apparire impercettibile fra gl'individui di quella nazione, come un solo Lilliputtiano sarebbe apparso ai nostr'occhi. Ma pur troppo io capiva ad un tempo che questa sarebbe stata la minore delle mie disgrazie; una ben più forte mi si affacciava nel riflettere a quella osservazione solita generalmente a farsi: che gli uomini sono tanto più selvaggi e crudeli, quanto è maggiore la loro mole. Che cosa poteva io aspettarmi se non d'essere mangiato in un boccone dal primo fra quegli sterminati barbari che m'avrebbe agguantato? Come hanno ragione i filosofi allorchè dicono nulla esservi di grande o di piccolo se non in via di confronto! Potea la sorte aver fatto capitare un Lilliputtiano in una nazione d'uomini così minimi agli occhi loro, come lo erano essi rispetto a me; e chi sa se questa prodigiosa razza di mortali tra cui mi trovava ora non sia enormemente superata da un'altra nazione, da un'altra generazione di viventi che soggiornino in terre da noi non per anco scoperte?

In mezzo adunque al mio atterrimento ed alla mia confusione, io non poteva starmi, come vi dissi, dal far queste considerazioni, quando uno di quei mietitori, avvicinatosi ad una distanza di dieci braccia dalla porca ove io m'appiattava, mi fece temere, s'egli moveva un passo, di essere o stritolato da uno de' suoi piedi, o fatto in due dalla sua falce. Allorchè pertanto lo vidi in procinto di moversi, io misi un grido tanto tremendo quanto poteva suggerirmelo la mia paura, e non appena lo ebbi messo, la terribile creatura allungò il passo, e mi fu d'appresso guardandosi lungo tempo attorno ai piedi, finchè finalmente mi vide tra le due porche, e si diede a pensare alcun poco con la circospezione di chi vuole impossessarsi di qualche piccolo animaluzzo malefico, e teme di esserne morsicato o graffiato. Ho provato anch'io questo sentimento quando nelle campagne dell'Inghilterra mi sono scontrato in una donnola.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Finalmente s'arrischiò a pigliarmi per di dietro a mezza vita tra il suo pollice ed indice, poi mi avvicinò ad una distanza di tre braccia ai suoi occhi per considerar meglio le mie forme. Indovinai questa sua intenzione, e la mia buona fortuna mi diede tanta prontezza di spirito che risolvei di non fare veruna sorta di sforzo mentre mi tenea con le due dita sollevato in aria ad un'altezza di sessanta piedi da terra, ancorchè mi strignesse aspramente i fianchi per paura che gli guizzassi dalle mani. La sola cosa cui mi arrischiai si fu alzare i miei occhi al sole, giugner le mani in atto di supplicante e profferire alcune parole con accento umile, addolorato e conforme alla circostanza in cui mi trovavo, perchè io tremava da un istante all'altro non mi sbattesse contro terra, come pratichiamo noi con certi schifosi animali che ci prefiggiamo distruggere. Ma la mia buona stella volle che, mostratosi piuttosto allettato dalla mia voce e da' miei gesti, cominciasse a guardarmi come una rarità, stupito sicuramente all'udirmi profferire parole articolate, ancorchè egli non ne capisse una sola. Nello stesso tempo io non poteva trattenermi dal gemere, dal versar lagrime e dal voltar gli occhi verso i miei fianchi per fargli comprendere alla meglio come crudelmente me gli ammaccasse lo strettoio delle sue dita. Bisogna dire che m'intendesse, perchè alzatosi una parte superiore del vestito, gentilmente m'allogò tra questa ed il suo petto; poi corse immediatamente dal suo padrone, che era un facoltoso fittaiuolo, e quello stesso ch'io avea veduto prima degli altri sul campo.

Il fittaiuolo, dopo avere ricevute dal suo contadino (lo supposi almeno dalle chiacchiere che fecero insieme) tali contezze di me quali costui potea dargliele, prese un fuscello di paglia dell'altezza e grossezza circa d'un de' nostri bastoni da viaggio, e con esso alzò le falde del mio giustacuore che parve egli credesse una specie d'integumento datomi dalla natura. Mi spartì in due lati, soffiandoci sopra, i capelli, per meglio contemplarmi in faccia. Chiamò indi attorno di sè i suoi famigli, ai quali chiese (questo lo seppi da poi) se avessero mai veduti per le campagne animaletti che mi somigliassero. Allora mi posò gentilmente per terra carpone, ma io saltai subito su' miei due piedi, passeggiai innanzi indietro, ma adagio, per far capire a quella gente che io non aveva l'intenzione di fuggire. Mi si assisero tutti all'intorno per considerare meglio ogni mio moto. Levatomi il cappello, feci una profonda riverenza al fittaiuolo, e postomi ginocchione e sollevando gli occhi e le mani, pronunziai alcune parole ad alta voce quanto potei, poi, toltami dal mio taschino una borsa d'oro, umilmente gliela presentai. Ricevutala sul palmo della sua mano, se l'avvicinò agli occhi per vedere che roba fosse; la voltò parecchie volte per tutti i versi con uno spillo che si trasse da una manica del vestito, ma ne capiva come prima. Additatogli per cenni che abbassasse la sua mano stesa finchè ci arrivassi, apersi io stesso la borsa, e glie ne versai sul palmo della mano il contenuto: otto pezze d'oro di Spagna da quattro doppie l'una, e venti o trenta monete più picciole. Gli vidi inumidire con la saliva una punta del suo dito piccolo e prender su con essa una di quelle pezze di Spagna, poi un'altra, ma pareva affatto all'oscuro di quel che fossero. Mi fe' cenno di tornare a riporre il danaro nella borsa e questa nella mia tasca; rinovai non so quante volte la mia offerta, ma finalmente trovai cosa più comoda il fare com'egli voleva.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Fin da quel momento il fittaiuolo fu persuaso ch'io doveva essere una creatura ragionevole. Mi parlò spesse volte, ma il suono della sua voce mi squarciava le orecchie come lo strepito di una ruota da mulino, le sue parole per altro erano articolate abbastanza. Feci ogni possibile per rispondergli forte in diverse lingue, ed egli accostava l'orecchio fino ad averlo distante sol due braccia da me; ma tutto invano: eravamo due creature inintelligibili l'una per l'altra. Allora, mandati i servi ai loro lavori, si trasse di tasca il fazzoletto, e se lo pose raddoppiato sul palmo della mano sinistra, di cui stese la convessità sul terreno, ordinandomi che ci montassi sopra, ed io lo poteva facilmente, perchè la mano e il fazzoletto raddoppiato non facevano un'altezza maggiore d'un piede. Stimai mio obbligo l'obbedirgli, e per paura di cadere, mi tenni nel mezzo del fazzoletto, entro le cui falde mi fasciò sino al disopra della testa, per meglio assicurarsi di me, indi mi portò a casa sua. Qui, chiamata sua moglie, fecele veder questa rarità. Essa strillò e diede addietro come farebbe una delle nostre signore alla vista d'un rospo o d'un ragno. Ciò non ostante, poichè per un poco ebbe veduto come io mi comportava, e come bene io obbediva ai segni che mi facea suo marito, si riconciliò meco, e mi divenne a gradi a gradi affezionatissima.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Era all'incirca mezzogiorno, quando un famiglio portò il desinare. Consistea questo unicamente in un piatto di sostanziosa vivanda: quel genere di mangiar casalingo che si conveniva alla condizione di un fittaiuolo; il piatto aveva un diametro di circa ventiquattro piedi; i commensali erano il fittaiuolo e sua moglie, tre fanciulli e la vecchia avola. Poichè furono tutti seduti, il fittaiuolo mi pose in qualche distanza da lui su la tavola, che era alta trenta piedi dal pavimento. Vi lascio dire che razza di paura io avessi di cadere, e come mi tenessi lontano dall'orlo di quella tavola.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

La signora, dopo avere preparato un tondo con un poco di vivanda e non so quante briciole di pane, me lo porse dinanzi. Le feci un'umile riverenza, poi, tratti a mano il mio coltello e la mia forchetta, mi posi a mangiare, la qual vista li divertì non vi so dir quanto. La padrona diede ordine alla fantesca che le portasse un bicchierino (era della capacità di otto boccali), ed empiutolo di propria mano, me lo presentò. Con grande difficoltà, e adoprando tutt'a due le mani, levai il bicchierino, e rispettosissimamente bevei alla salute della signora, gridando forte quanto potei delle parole inglesi, la qual cosa fece ridere sì di cuore la brigata de' commensali, che mancò poco non mi rendessero sordo del tutto collo strepito dei loro sghignazzamenti. Quella bevanda somigliava alcun poco al sidro leggiero, nè era spiacevole. Il padrone indi mi fe' cenno d'avvicinarmi al suo tondo, ma nella confusione che mi prese in tutto quel tempo (e il leggitore se lo immaginerà facilmente, e vorrà perdonarmela), intoppai in una crosta di pane e cascai lungo disteso con la faccia sopra la tavola; non mi feci per altro alcun male. Saltato subito in piedi, e accortomi che quella buona gente era in pena per la mia caduta, presi il mio cappello, che, come vuole la buona creanza, io mi tenea sotto il braccio, lo agitai al di sopra della mia testa, e feci tre viva per dare a comprendere che la mia caduta non mi era stata fatale.

Ma mi sopravvenne un'altra disgrazia nell'accostarmi al mio padrone, chè d'ora in poi chiamerò con tal nome quel fittaiuolo. Il più giovine di quei tre figli, seduto a canto a suo padre, un diavoletto d'un ragazzo di dieci anni appena, mi prese per le gambe e mi alzò sì alto che tremavo come una foglia in ogni mia fibra. Ma suo padre me gli strappò di mano, e gli menò tal pugno su l'orecchio sinistro, che avrebbe atterrata una mezza compagnia di dragoni europei; ordinò indi che fosse levato da tavola. Io temetti tosto che quel ragazzo me la giurasse, e ben mi ricordai come tutti i nostri fanciulli europei abbiano per natura il mal vezzo di martoriare i passeri, i conigli, i cagnolini e i gattini; laonde inginocchiatomi ed accennando il delinquente fanciullo, feci capire quanto meglio potei al padre il mio desiderio che perdonasse a suo figlio. Infatti il padre mi compiacque, ed il ragazzo tornò al suo posto; io poi andai tosto a trovarlo, e gli baciai la mano che il mio padrone gli prese, ordinandogli di accarezzarmi gentilmente con essa.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

A mezzo del desinare, il gatto favorito della mia padrona le saltò in grembo, sicchè udii dietro me uno strepito qual lo farebbe una dozzina di telai della bottega d'un calzettaio che si movessero tutti in una volta, e girato il capo, m'accorsi dallo sbalzo precipitoso di quell'animale grosso tre volte quanto un bue, se non m'ingannò il conto di proporzione da me istituito nel guardarne la testa ed una delle zampe, intantochè la padrona gli dava da mangiare e lo accarezzava. La fisonomia feroce di quella bestia mi avea sconcertato affatto, benchè me ne stessi all'orlo della tavola, alta, come vi ho detto, trenta piedi da terra, e benchè la mia padrona lo tenesse fermo per paura che spiccasse un salto, e m'afferrasse coll'unghie. Ma il caso portò che fossero inutili tutte le paure, perchè il gatto non s'accôrse per nulla di me, nemmen quando il padrone mi pose a tre braccia di distanza da esso; laonde, avendo sempre udito dire, e trovato anche vero, che il fuggire o il dar a conoscere timore alla presenza di una fiera è il modo sicuro di farsi assaltare o inseguire da essa, in tal pericolosa circostanza presi la determinazione di non mostrar di pigliarmene la menoma briga. Camminai intrepidamente, e per cinque o sei volte, verso la testa stessa del gatto al segno di non esserne lontano un mezzo braccio, e la bestia si fece addietro, quasi avesse avuto più paura essa che non ne aveva io. Minore apprensione poi mi diedero i cani, tre o quattro dei quali erano nella stanza stessa, come si usa nelle case de' fittaiuoli, fra i medesimi era un mastino della grossezza di quattro elefanti, ed un levriere un pochino più alto del mastino, ma non tanto grosso.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Il desinare era quasi al suo termine, quando comparve la balia portandosi in braccio un bambino d'un anno, il quale appena mi vide, cominciò a mettere strillamenti che gli avreste uditi dal ponte di Londra all'ospitale degl'Invalidi, perchè con la solita insistenza de' fanciulli voleva impadronirsi del bestiolino che aveva veduto, e il bestiolino era io. La moglie del fittaiuolo, per un tratto di materna condiscendenza, mi prese su e mi pose dinanzi al fanciullo, la cui prima operazione fu afferrarmi a mezza vita e mettermi in bocca.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Le mie urla furono sì spietate, che il ragazzo avendone avuto paura, mi lasciò cascare, e mi rompevo l'osso del collo sicuramente, se la madre non era presta nel farsi sotto a raccogliermi entro il suo grembiale. La balia per quietare il bambino fece uso d'uno di quei giocherelli da ragazzi che chiamiamo tamburini. Era questo una botte carica di sassi che avea per manubrio una pertica raccomandata con una gomona alla cintura di quel bambinello. Ma ci voleva altro a farlo tacere; onde la balia fu obbligata ricorrere all'ultimo degli espedienti, che si usano in simili casi, quello di dargli la tetta. Confesso non aver mai veduto al mondo alcun oggetto più ributtante di quelle mostruose zinne, per cui non trovo termini di confronto adeguato ad offrire alla curiosità del leggitore un'idea della loro forma e del loro colore. Lo sporto d'ognuna era di sei piedi, nè meno di sedici poteva esserne la circonferenza. Il capezzolo era grosso la metà almeno della mia testa, e il color d'entrambi e delle poppe era sì sgraziatamente screziato di macchie, pustole e lentiggini, che la cosa più nauseosa non poteva immaginarsi sopra la terra; e v'assicuro che ho avuta tutta l'opportunità di guardarle, perchè per allattare meglio il fanciullo, si era seduta verso la tavola ove io stava in piedi. Ciò m'indusse a fare una considerazione su le carnagioni delle nostre gentildonne, che ne sembrano tanto belle sol perchè le proporzioni loro sono ancora le nostre, nè i loro difetti possono esser veduti se non per traverso ad una lente che ingrandisca di molto gli oggetti; l'esperienza ha provato che guardate con una di queste lenti, le più dilicate e candide carnagioni ne appariscono ruvide, screpolate e d'ingrato colore.

Mi ricordo che, quando io era a Lilliput, le carnagioni di quella popolazione di burattini viventi mi sembravano le più belle di quante ve ne fossero al mondo; e che un giorno espressi tal mio sentimento ad un personaggio liliputtiano fornito di grande intelligenza e mio intimo amico. Egli mi disse a tale proposito che la mia faccia eragli sembrata assai più dilicata e gentile finchè mi guardò da stare interra, ma che quando, essendomelo preso in mano, gli fu dato osservarmi più da vicino, la mia figura (mi chiese scusa nel confessarmelo) parvegli qualche cosa di strambo assai; trovava le impronte fatte dalla mia barba dieci volte più moleste di quelle delle setole d'un cignale, e le mie carni una tavolozza di quanti brutti colori si potevano immaginare; e sì, mi sia permesso senza taccia di vanità l'affermarlo, le mie fattezze possono andar del pari con quelle di qualunque mio concittadino che passi per bello e, ad onta de' tanti miei viaggi, la mia cute non è stata gran che abbronzata dal sole. Per altra parte, il medesimo personaggio venendomi a parlare delle dame della sua corte imperiale, solea dirmi che la tale era piena di verruche, la tal altra aveva una bocca che non finiva più, un'altra il naso grosso in guisa deforme, tutti difetti de' quali io non mi era accorto menomamente. Ognuna di tali considerazioni, per dir vero, è ovvia anzichè no; ma non ho potuto esimermi dal farle in questo luogo, perchè non vorrei che il mio leggitore prendesse per creature assolutamente deformi quelle di cui sto ora parlandogli. Al contrario, devo render loro questa giustizia: guardandole dal punto donde vogliono esser guardate, formano una tra le avvenentissime schiatte umane; particolarmente le fattezze del mio ospite, benchè non fosse niente più d'un uom di contado, contemplate dal sotto in su d'un'altezza di sessanta piedi, apparivano ottimamente proporzionate.

Terminato il desinare, il mio padrone uscì di stanza per andare a trovare i suoi lavoranti; e, da quanto mi fecero congetturare le inflessioni della sua voce ed i suoi gesti, mi raccomandò premurosamente a sua moglie partendo. Io era da vero molto stanco e disposto a dormire, del che accortasi la mia padrona, mi portò nel suo letto medesimo ove mi coperse col suo fazzoletto bianco, non men largo o men ruvido della vela dell'albero maestro di un vascello da guerra.

Dormii circa due ore sognando di trovarmi ancora a casa mia fra gli amplessi di mia moglie e de' miei figliuoli, circostanza che non aggravò di poco i miei cordogli, allorchè nello svegliarmi mi vidi solo in una stanza ampia fra i dugento ed i trecento piedi ed alta circa dugento, giacente in un letto della larghezza di venti braccia. La mia padrona nell'andarsene per attendere ai suoi affari di casa mi aveva inchiavato in quella camera. Il letto era alto otto braccia dal pavimento, ed alcune naturali necessità mi faceano sentire il bisogno di scenderne; io non ardivo chiamare, e quand'anche avessi avuto questo coraggio, sarebbe stato inutile con una voce siccome la mia e ad una distanza sì grande quanta ve n'era dalla camera da letto assegnatami alla cucina ove rimaneva il restante della famiglia. Mentre io mi stava fra queste angustie, sbucarono fuori dalle cortine due sorci che andavano fiutando innanzi e addietro per il letto. Un di questi m'era venuto quasi su la faccia, onde saltai su tutto spaventato, e diedi mano al mio coltello per difendermi. Questi orribili animali ebbero l'insolenza di assalirmi ai fianchi, e un d'essi m'avea già piantata una zampa sul collo; ma per buona sorte arrivai a squarciargli il ventre con la mia arma prima che avesse il tempo di farmi alcun male. Mi cadde ai piedi, e l'altro atterrito dal destino del suo camerata, se la battè, non per altro senza avere riportata su la schiena una ferita che gli vibrai mentre fuggiva, onde se ne andò malconcio e stillando sangue. Compiuta questa impresa, mi diedi a camminare su e giù lungo il letto per riavermi dal mio smarrimento. Ciascuno di que' due animali era della misura circa d'un nostro mastino, ma più agile e feroce, di modo che se mi fossi levata la mia cintura prima di mettermi a dormire, io rimaneva indubitatamente sbranato e divorato. Misurai la coda del sorcio ucciso, e vidi che era lunga due braccia meno un dito. Io non ebbi cuore d'insudiciare il letto di più col trascinarvi sopra per buttarnela giù quella sanguinente carogna. Accortomi che non era per anche morta del tutto, le diedi una buona tagliata di collo e la spedii.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Pochi momenti appresso, giunse nella stanza la mia padrona che vedendomi tutto immerso nel sangue, accorse e mi prese caritatevolmente in mano. Le additai il sorcio morto sorridendo e facendo altri segni per darle a capire ch'io non avea sofferto alcun male; del che mostratasi grandemente gioiosa, chiamò la fantesca ordinandole di pigliar su con un paio di molle il sorcio morto e gettarlo fuori della finestra. Poi mi pose sopra un tavolino ove le feci vedere il mio insanguinato coltello, poi rasciugatolo ad una falda del mio giustacuore, lo riposi entro il fodero. Ma intanto io mi sentiva sempre più pressato a fare tal cosa che niun altro poteva fare per me; onde m'ingegnai e m'aiutai tanto a furia di cenni che la mia padrona comprese la necessità nella quale io era di essere messo giù dal tavolino. Ottenuto questo intento, la mia verecondia non mi permettea spiegarmi con maggior chiarezza dell'additare alla stessa padrona l'uscio e del farle molti supplichevoli inchini. Molta fatica ci volle, ma finalmente la buona donna mi capì, e presomi in mano mi portò nell'orto, ove mi pose giù. Quivi dopo averle indicato di non guardarmi o seguirmi, mi ritirai in aiuola ad una distanza di duecento braccia, ove, nascostomi fra due foglie d'insalata, terminai la faccenda che da tanto tempo mi dava sì gravi pensieri.

Spero che il gentile lettore vorrà perdonarmi se m'intertengo talvolta in questi e simili particolari che, comunque agli abbietti volgari ingegni possano apparire insulsi, sono d'un grande sussidio al filosofo per ampliare la sua immaginazione e le sue idee, e per applicarli agli utili della vita pubblica e privata. Non altro fu il mio disegno nel presentare al mondo questi ed altri ragguagli delle mie peregrinazioni, ne' quali mi son preso cura soprattutto della verità, rigettando per amore di essa ogni ostentato liscio o di dottrina o di stile. Ciascuna scena di questo viaggio medesimo, egli è vero, ha prodotto una sì forte impressione nella mia mente, mi è rimasta sì profondamente fitta nella memoria, che nel commetterla alla carta non ho saputo tralasciarne una sola delle più triviali circostanze; ma dietro ad una rigorosa rivista data al mio scritto, ho cancellati molti tratti di minor momento che si trovavano nel primo testo; tanta è stata in me la sollecitudine di evitare la taccia d'uomo tedioso o troppo minuto, taccia che viene apposta, nè forse ingiustamente, alla maggior parte de' viaggiatori.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

CAPITOLO II.

Ritratto di una fanciulla figlia del fittaiuolo. — L'autore è trasportato in un borgo, indi alla metropoli. — Particolarità connesse con questo traslocamento.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Madama la fittaiuola aveva una figliuolina di nove anni, giovinetta d'indole geniale, abile per gli anni suoi nel cucire; questa impiegava tal sua abilità nel vestire la sua fantoccina ch'era della mia altezza. A questa fantoccina avea fatto il suo letticciuolo; onde la madre della fanciulla ordinò di adattarlo per me, affinchè mi vi coricassi nella prossima notte. Questo lettino stava entro il cassetto d'un di que' piccioli ripostigli che si tengono appoggiati alla parete su i tavolini de' gabinetti. Divenuto fusto di letto, quel cassetto fu sospeso in aria come i materassi de' marinai, e ciò per paura de' sorci. Finchè rimasi con quelle creature, fu quello il mio letto, ma ridotto a gradi a gradi a foggia più comoda per me nella proporzione con cui andai imparando il loro linguaggio, e potei far meglio capire i miei desiderii o bisogni. Quella fanciulla era sì operosa ed obbligante che, vedutomi una volta o due mettermi i miei panni o svestirli, fu tosto abile ad assumersi un tale incarico con le sue mani, benchè io non le dessi un simil disturbo se non quelle volte in cui assolutamente ella non mi permetteva di fare o l'una o l'altra di tali cose da me.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Mi fece sette camicie ed altri capi di biancheria con quei drappi più fini che si poteano trovar lì, e che per la giusta verità erano alquanto più ordinari della nostra tela da sacchi. Ella era parimente la mia maestra di lingua, perchè, ad ogni oggetto che m'occorreva accennare, mi diceva la parola corrispondente ad esso nella sua lingua, onde fra pochi giorni fui in istato di esprimere quante cose mi veniva in mente di chiedere, nè rischiava annoiarla, perchè ella era d'un ottimo naturale come v'ho detto. Piccola di statura per gli anni che aveva, la sua altezza non passava i quaranta piedi. Ella mi chiamava Grildrig, e a darmi questo nome si acconciò in appresso la sua famiglia, poi quell'intero reame. Un tal nome corrisponde al latino homunculus, all'italiano omettino ed all'inglese mannikin. A lei soprattutto dovetti in appresso la mia salvezza in questa contrada. Finchè rimasi nella casa de' suoi genitori non ci partimmo mai l'uno dall'altro. Io la chiamava la mia Glumdalclitch, che equivaleva al nome di piccola balia. Sarei bene il più ingrato di tutti gli uomini se omettessi di fare onorevole menzione delle cure e dell'affezione ch'ella mai sempre mi dimostrò, e ben mi sono augurato con tutto il cuore che fosse dipenduto da me il compensarnela secondo i suoi meriti, in vece di divenire (come pur troppo ho motivo di temere d'esserle stato) la sfortunata benchè innocente origine delle sue sventure.

Non tardò a sapersi e a divulgarsi pel vicinato come il mio padrone avesse trovato ne' suoi campi uno stravagante animale, grosso circa come uno splack-nock, (animale del paese di leggiadra conformazione e lungo circa sei piedi), ma costrutto esattamente in ogni sua parte come una creatura umana, e che parimente imitava tutte le azioni dell'uomo; che parea parlasse in una specie di lingua sua propria, e che avea già imparate alcune parole di quella de' suoi ospiti; che andava diritto sopra due gambe, animale mansueto e gentile, il quale veniva a chi lo chiamava, e facea quanto gli si diceva di fare; fornito di membra le meglio proporzionate che si vedessero su la terra e di una carnagione più dilicata di quella d'una nobile bambina appena giunta ai tre anni.

Un altro fittaiuolo che abitava in poca distanza di lì, e grande amico del mio padrone, venne a visitarlo col secondo fine di scoprire se fosse verità o favola la storiella che erasi sparsa attorno. Fui tosto portato dinanzi a lui e posto sopra una tavola su la quale passeggiai a norma de' comandi che mi si diedero, sguainai il mio coltello, lo rimisi nel fodero, feci la mia bella riverenza al visitatore, gli dissi nella sua medesima lingua che era il ben arrivato a seconda degl'insegnamenti ricevuti dalla mia piccola balia. Quest'uomo, che era vecchio e di corta vista, si mise gli occhiali per contemplarmi meglio; e qui non potei starmi dal ridere di gusto, perchè que' suoi due occhiacci dietro alle due lenti mi raffiguravano la luna piena veduta da una stanza che abbia due finestre. Quei di casa, accortisi del motivo del mio ridere, mi fecero compagnia dandosi a sghignazzare ancor essi; il nostro vecchiaccio fu di sì poco giudizio che se n'ebbe a male.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Costui passava in concetto di sordidissimo uomo, e per mia disgrazia provò di meritarselo col maladetto suggerimento che diede al mio padrone: di portarmi cioè in un giorno di mercato, a far vedere nel vicino borgo ove si arrivava in mezz'ora a cavallo, perchè non era più lontano di ventidue miglia dalla nostra casa. Io m'insospettii che qualche tristo disegno covasse sott'acqua appena notai che il mio padrone ed il suo amico si posero a susurrare all'orecchio l'uno dell'altro accennandomi più d'una volta; anzi, fosse mia paura o realtà, credei aver sentite o intese alcune delle loro parole che si riferivano a me. In fatti nella successiva mattina la Glumdalclitch, quella mia buona balietta, mi disse tutte le cose com'erano, e mi raccontò parimente con quai scaltri modi ella ne avesse fatta scaturire la rivelazione dal labbro di sua madre. La povera giovinetta mi pose nel suo seno, e diede in un torrente di lagrime da cui trapelava il suo cordoglio, benchè si capisse che aveva vergogna di spargerle. Ella temea non m'accadesse qualche disgrazia in mezzo al rozzo gentame tra cui sarei stato portato: la disgrazia per esempio d'essere schiacciato a morte o certo gravemente malconcio nelle membra per la mala grazia di prendermi in mano. Aveva in oltre notato quanto io fossi di natura mia tenero della decenza e dilicato in punto d'onore, onde quella povera ragazza pensava all'ira di cui sarei stato compreso al vedermi mostrato per danaro in pubblico spettacolo ad ogni cialtrone che avesse avuta la curiosità di vedermi. Aggiunse esserle stato, prima di questa fatal circostanza, promesso dal papà e dalla mammina che Grildrig sarebbe suo, ma che adesso temea non le facessero la brutta burla di un anno scorso al proposito d'un agnello. Anche quell'agnello doveva esser suo, stando alle promesse dei genitori, ma appena fu venuto grasso i genitori lo vendettero ad un macellaio. Quanto a me, confesso ingenuamente che questo affare mi dava minor fastidio di quanto ne dava alla mia buona balietta. Io aveva una ferma speranza che non mi ha abbandonato giammai: quella di riacquistare la mia libertà; e quanto al disdoro, pensava fra me ch'io era affatto straniero in quella terra, e che una sfortuna di tal natura non mi sarebbe mai stata apposta a taccia s'io tornava un giorno a por piede nell'Inghilterra. «In fine, io diceva fra me, lo stesso monarca della Gran Brettagna, se si fosse trovato ne' miei panni, sarebbe stato soggetto ad un'eguale disgrazia».

Il mio padrone pertanto, a seconda de' suggerimenti datigli dal suo amico, non più tardi del prossimo giorno di mercato, mi portò entro una scatola al borgo vicino conducendosi seco la mia piccola balia, per la quale dietro alla propria fece assettare una sella da donna sul suo cavallo. La scatola era chiusa da tutti i lati, tranne un piccolo usciuolo, affinchè io potessi entrarvi ed uscirne, ed alcuni spiragli praticati su la parte superiore per tenerla ventilata. La giovinetta, incessante nelle sue premure per me, vi mise nel fondo il materassino da letto della sua fantoccia, onde io potessi coricarmivi sopra. Nondimeno fui terribilmente sconquassato e scombussolato in questo viaggio, ancorchè non durasse più di mezz'ora, perchè ogni passo del cavallo essendo largo quaranta piedi e gagliardissimo il suo trotto, l'agitazione che la mia scatola ne ricevea non era diversa dalle alzate e ricadute di una nave in tempo di fiera burrasca, con la differenza che nel caso mio erano più frequenti. Il nostro cammino fu alquanto più lungo che nol sarebbe nel trasferirsi da Londra a Sant'Albano. Il mio padrone smontò ad un'osteria ov'era solito capitare, e dopo essersi consultato alcuni istanti coll'oste e fatti alcuni necessari apparecchi, prese a sua disposizione un grultrud o pubblico banditore, affinchè divulgasse pel borgo la strepitosa notizia dello straordinario vivente che si faceva vedere alla Grande Aquila, non più grosso di uno splack-nock, che non eccedea sei piedi in lunghezza e somigliante in ogni parte del suo corpo ad una creatura umana, che sapea profferire molte parole ed eseguire un centinaio di piacevoli giuochi.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

In una delle più grandi camere dell'osteria fui posto sopra una tavola d'un'estensione a un dipresso di trecento piedi quadrati. La mia balietta seduta sopra un basso sgabello, che posto in vicinanza della tavola, le dava abilità di mettersi al mio livello, si prendea cura di me, e facea le parti di mia direttrice per le cose che io doveva eseguire. Il mio padrone, per impedire ogni soverchio affollamento, non permettea che più di trenta persone mi vedessero in una volta.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Io camminava a diritta, a sinistra su la tavola, a norma de' comandi che davami la fanciulla; essa pure mi faceva interrogazioni sin dove sapea che la mia conoscenza della lingua del paese arrivava; io le rispondeva alzando la voce tutto quel che io poteva; mi voltai per più riprese alla mia udienza facendole rispettosi inchini, dicendo ai signori de' quali era composta che erano i ben venuti, ed infilzando un dopo l'altro i discorsi che m'erano stati insegnati. Io prendeva in mano un ditale pieno di liquore, era questo il bicchiere di cui m'avea proveduto la Glumdalclitch e beveva alla loro salute; poi sguainato il mio coltello, mi metteva in parata, e facea vedere con esso tutte le posizioni dei nostri schermidori dell'Inghilterra. Somministratomi dalla mia piccola balia un pezzetto di paglia, fu questa la picca con cui feci tutti gli esercizi di giostra che, molto prima di capitare in quella terra di Titani, io aveva imparati nella mia patria. Fui mostrato in quel giorno a dodici successive brigate e costretto altrettante volte a ripetere le medesime ciarlatanerie tanto che finalmente ero mezzo morto di stanchezza e di noia, perchè i primi a vedermi, nell'uscire di là, contavano tante meraviglie di me, soprattutto su l'enorme sproporzione tra la mia statura e la loro, che sempre invogliavano successivi spettatori, onde la folla de' curiosi era cresciuta al punto che minacciavano sfondare la porta. Il mio padrone per un riguardo di proprio interesse non lasciava che alcun altro mi toccasse fuor della mia piccola balia; anzi, per impedirne il caso, venne fatto come un cancello di panche attorno alla mia tavola a tal distanza che niuno potesse arrivarmi; nondimeno un impertinente scolaro mi tirò una nocciuola, mirando sì diritto alla mia testa che la mancò d'un pelo.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Senza questo pelo di differenza l'aveva lanciata con tanto impeto che avrebbe fatta una fricassea delle mie cervella; si trattava d'una nocciuolina grossa quasi come una delle nostre zucche più colossali, ebbi per altro la soddisfazione di vedere quel bricconcello cacciato a furia di busse fuor della stanza.

Il mio padrone annunziò al pubblico un secondo divertimento della stessa natura pel prossimo nuovo giorno di mercato; e nell'intervallo preparò per me un più conveniente modo di trasporto; ed avea bene i suoi grandi motivi di far ciò, perchè io era sì ridotto dal primo viaggio e dalla fatica sofferta nell'intertenere le brigate per otto ore tutte di fila, ch'io poteva appena reggermi su le mie gambe o dire una parola. Non erano passati i tre giorni che per lo meno mi ci sarebbero voluti per dispormi ad essere lesto a nuovi esercizi, quando tutti i signori che abitavano ad una distanza di cento miglia all'intorno, allettati dalla fama delle mie prodezze, vollero venire a vedermi nella casa stessa del mio padrone. Non saranno stati meno di trenta individui per volta, compresi i figli e le mogli loro, perchè quel paese è popolatissimo, e il mio padrone ogni qual volta mi mostrava in sua casa, domandava una somma corrispondente a quanto fruttavagli un'ostensione fatta in luogo pubblico, ancorchè si fosse trattato di farmi vedere ad una sola famiglia; laonde per qualche tempo, anche quando non venivo portato al borgo, io avea ben poca festa in tutti i giorni della settimana, eccetto il mercoledì che è la domenica di quella gente.

Il mio padrone pensando ai maggiori utili che probabilmente avrebbe potuto ritrarre dalla mia persona, divisò portarmi in mostra per le più considerabili città del regno. Essendosi quindi proveduto di tutte le cose necessarie ad un lungo viaggio, si congedò dalla moglie, e ai 17 agosto del 1703, due mesi circa dopo il mio arrivo, ci mettemmo in cammino per la metropoli situata quasi nel centro dell'impero e circa tremila miglia lontana dal luogo donde si partiva. Il mio padrone si fece venire dietro la sella la Glumdalclitch; questa mi teneva in grembo entro una cassetta che si era allacciata alla cintura. La fanciulla l'aveva foderata da tutti i lati con que' drappi più soffici che potè procacciarsi e proveduta d'un buon matarassino al di sotto; aveva in somma riposte nel modo il più conveniente che seppe tutte le cose. Non erano in nostra compagnia altre persone fuor d'un garzone di casa che ci veniva dietro a cavallo col nostro bagaglio.

Il mio padrone stimò bene giovarsi della congiuntura per farmi vedere nelle città che trovavamo lungo la strada, ed anche il deviarne di cinquanta e cento miglia per visitare que' villaggi e terre signorili ove sperava di avere un concorso profittevole di curiosi. Camminavamo pertanto a piccole giornate, senza fare più di cento quaranta o cento sessanta miglia per cadauna; anche perchè la Glumdalclitch, con la vista sempre di risparmiarmi, si dolea che l'andar al trotto la affaticava di troppo. Spesse volte, quand'io ne mostrava il desiderio, ella mi traeva fuori della mia cassetta per lasciarmi respirare l'aria aperta e farmi vedere i paesi, ma sempre per altro tenendomi per una faldina. Traversammo cinque o sei fiumi di gran lunga più larghi e profondi del Nilo e del Gange; pochi erano colà i rigagnoli che fossero di minor conseguenza del Tamigi al ponte di Londra. Rimanemmo in viaggio dieci settimane, durante le quali fui mostrato in diciotto grandi città, oltre ai molti villaggi e case di privati.

CON LICENZA DI SUA ECCELLENZA IL GRANDE SLARDRAL

GRANDE OSTENSIONE DELLO

SPLACK-NOCK UMANO

O

L'UOMO-PULCE

FENOMENO VIVENTE, DA PRESENTARSI A S. M. IL POTENTISSIMO IMPERATORE DI BROBDINGNAG ED ALLA SUA AUGUSTA FAMIGLIA

Oggi XXVII giorno della Cometa seguirà la prima rappresentazione DEGLI ESERCIZI STRAORDINARII

DEL NANO DEI NANI

I fanciulli più alti di trentacinque piedi pagheranno la sedia intera

All'Ufficio della distribuzione dei biglietti si troveranno dei microscopii.

Al 20 di ottobre finalmente arrivammo alla metropoli, chiamata nella lingua di quel regno Lorbrulgrud, o sia Vanto dell'Universo. Il mio padrone prese alloggio nella contrada principale della città, non lontana dal palazzo imperiale; mise fuori manifesti che davano nelle solite forme la descrizione della mia persona e delle mie abilità. Prese in affitto una grande stanza, larga fra i trecento e i quattrocento piedi quadrati. Si procacciò una tavola rotonda del diametro di sessanta piedi su cui io dovea sostener la mia parte, e tre piedi in qua dall'orlo, la riparò con una palizzata altrettanto alta per impedire ch'io cadessi. Io veniva esposto al pubblico le dieci volte al giorno a grande soddisfazione e stupore di quell'immensa popolazione. Allora io potea parlare sufficientemente bene la lingua del paese ed intendere tutte le parole che udiva pronunciare. In oltre, io aveva imparato quell'alfabeto, e m'ingegnava di spiegare qua e là alcune righe di un libro, perchè la Glumdalclitch era stata la mia maestra tanto a casa quanto nelle ore d'ozio del nostro viaggio. Ella si portava in tasca un libricciuolo che poco eccedeva di mole un Atlante del Sanson: uno di que' soliti trattateli ad uso de' fanciulli, ove soprattutto s'insegnavano i dogmi della religione del paese. Su questo librettino ella m'insegnò quel che si dice levare, poi compitar le parole e finalmente spiegarle.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

CAPITOLO III.

L'autore è domandato alla corte. — La regina lo compra dal suo padrone, il fittaiuolo, e lo presenta al re. — Sue dispute co' primi sapienti addetti al servizio di sua maestà imperiale. — Viene fabbricato in corte un appartamento a posta per lui. — Salisce in gran favore presso la regina. — Se la prende per l'onore della sua patria. — Sue querele col nano della regina.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Le continue fatiche alle quali io soggiaceva ogni giorno, produssero in poche settimane un cangiamento notabile nello stato di mia salute; più guadagni faceva per merito mio il mio padrone, più insaziabile diveniva, per lo che io avea già perduto affatto il mio appetito, ed era divenuto un vero scheletro. Il fittaiuolo fece attenzione a ciò, e concludendone che avrei tardato poco a morire, decise far di me quel men tristo mercato che gli sarebbe riuscito. Mentre egli stava ragionando così fra sè stesso, arrivò un sardral (un gentiluomo di camera) spedito dalla corte per ordinare allo stesso mio padrone che mi portasse al palazzo reale per dar divertimento alla regina ed alle sue dame. Alcune di queste mi aveano già veduto, e furono desse che per tutta la corte divulgavano miracoli su la mia bellezza, sul mio bel portamento e giudizio. La regina infatti ed i suoi cortigiani rimasero soddisfatti oltre ogni dire del mio contegno. Lasciatomi cader ginocchione chiesi supplichevolmente l'onore di baciare il regal piede; ma la graziosa sovrana, appena fui posto sopra una tavola, stese verso di me il suo dito mignolo che abbracciai con entrambe le mani avvicinandone rispettosissimamente la punta al mio labbro. Ella mi fece alcune generali interrogazioni su i miei viaggi ed il mio paese, alle quali risposi con quanta chiarezza e concisione potei. Mi domandò se mi piacerebbe vivere alla corte. Curvatomi fino all'orlo della tavola, risposi umilmente che io era schiavo del mio padrone; ma che se avessi avuto il libero arbitrio di disporre di me medesimo, sarei andato superbo di poter consacrare la mia vita al servigio di sua maestà. Ella si volse allora al mio padrone chiedendogli se avrebbe avuto difficoltà di vendermi a lei.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Il fittaiuolo, che già non mi dava più d'un mese di vita, non cercava meglio, come potete credere, del disfarsi di me, e domandò mille pezze d'oro che fu ordinato gli venissero sborsate nell'atto. Ognuna di quelle pezze corrispondeva in grossezza ad ottocento portoghesi d'oro; pure, ove si abbia riguardo alle proporzioni di tutte le cose tra que' paesi e l'Europa, ed al titolo dell'oro che era altissimo in quella contrada, si troverà che la somma pagata al fittaiuolo veniva a star con fatica al ragguaglio di mille ghinee. Allora dissi alla regina, che fregiato d'indi in poi dell'onore di essere umilissimo servo e vassallo di sua maestà, io mi faceva coraggio a supplicarla umilmente di una grazia, ed era di volere ammettere al suo reale servizio, permettendole continuar meco nelle sue funzioni di aia e maestra, la Glumdalclitch che mi avea sempre assistito con tanta cura, affezione ed intelligenza.

Sua maestà condiscese alla mia supplica, e facilmente ne riportò il consenso del fittaiuolo, cui non parea vero d'aver collocata la sua prediletta figlia alla corte, e quella stessa povera giovinetta celò a stento la consolazione che n'ebbe. Dopo ciò, il mio antico padrone si tolse di lì salutandomi e manifestando la sua compiacenza al lasciarmi ben collocato. Non gli risposi una parola e mi limitai a fargli una lieve inclinazione di capo.

Tal freddezza del mio contegno non isfuggì alla regina, la quale aspettò che il fittaiuolo fosse fuori della stanza per domandarmene il motivo. Io mi presi la libertà di rispondere a sua maestà: non aver io altre obbligazioni verso il mio primo padrone fuor quella di non avere schiacciato il cranio ad una povera creatura inerme trovata a caso ne' suoi poderi; questa obbligazione per altro essere stata saldata con usura dal guadagno da lui fatto nel mostrarmi attorno per tutto il regno, oltre al prezzo che avea conseguito ultimamente vendendomi: aver io menata, finchè son rimasto con lui, una vita sì affaticata che avrebbe bastato ad ammazzare un animale dieci volte più gagliardo di me: essere stata grandemente danneggiata la mia salute dall'umiliante fatica di dare spasso ad ogni razza di ciurmaglia a tutte l'ore del giorno. Non mancai dì far notare a sua maestà che, se colui non avesse creduta la mia vita in pericolo, ella non m'avrebbe acquistato a sì buon mercato. «Ma ora, soggiunsi, che son fuori della paura di mali trattamenti sotto la protezione di una sì grande e buona sovrana, ornamento della natura, gioia del mondo, delizia de' suoi sudditi, fenice della creazione, spero che le sinistre previdenze concepite su la mia vita dal mio venditore appariranno prive di fondamento, perchè io sento a quest'ora rivivere i miei spiriti sotto l'influsso dell'augusta presenza di vostra maestà.»

Fu questa la conclusione del mio discorso profferito nella totalità con molte improprietà di lingua ed esitazioni; l'ultimo brano, che era il meglio della mia aringa e tutto intessuto secondo il formolario di quella nazione, fu da me accozzato insieme dietro alcune frasi insegnatemi lungo la strada dalla Glumdalclitch quando mi portava alla corte.

La regina nel dovere dar passata ad alcune sgramaticature della mia orazione, non potè nondimeno starsi dall'ammirare tanto ingegno e retto sentire in un sì piccolo animaletto. Presomi in mano, mi portò al re che stava allora ritirato nel suo gabinetto. Era questi un sovrano d'aspetto assai grave e severo. Senza prendersi molto fastidio di esaminare le mie forme, che nemmeno non si poteano molto distintamente discernere, perchè la regina mi teneva boccone nella sua mano, le domandò freddamente da quando in qua le fosse nata questa tenerezza per gli splack-nock, chè per uno di tali animali ei mi prese.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

La regina, che possedeva altrettanta dose d'ingegno quanta di buon umore, mi pose in piedi su la tavola ove stava scrivendo il marito, e mi comandò di dar conto della mia storia a sua maestà, il che feci assai laconicamente; ma la Glumdalclitch postasi all'uscio del gabinetto, siccome mal paziente d'avermi fuor di vista, venne ammessa, e continuò la narrazione di quanto mi era accaduto da che capitai nella casa del padre suo.

Il re, se bene sia istrutto quant'altri possano esserlo nel suo reame, ed abbia ricevuta nella prima sua gioventù un'educazione che lo fa peritissimo nella filosofia, e soprattutto nelle matematiche, pure dall'esatto esame delle mie forme e dal vedermi camminare naturalmente su le mie due gambe, prima di avermi udito parlare, congetturò unicamente ch'io fossi una macchinetta a suste fabbricata da qualche artefice di genio trascendente, chè, per rendere giustizia alla verità, di tali artefici quella monarchia non difetta. Ma poichè ebbe udita la mia voce e si fu avveduto che le cose da me dette avevano una connessione logica fra loro, non seppe nascondere il suo stupore. Per altro non lo persuadea niente il modo ond'io raccontava d'essere venuto nel suo regno, e si diede piuttosto a credere che questa fosse una filastrocca concertata tra la Glumdalclitch e suo padre, di cui, come ad un pappagallo, mi avessero insegnato a ripetere le parole per meglio vendere la lor mercanzia. A fine di verificare tal sua congettura mi fece diverse altre interrogazioni; ma sempre ricevea risposte ragionevoli, alle quali non poteva apporsi altro difetto fuor dell'accento straniero, o d'alcune grossolane frasi ch'io aveva imparate nella casa del fittaiuolo, e che mal si confacevano col terso stile di una corte.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Sua maestà mandò per tre de' suoi dotti che erano di servigio (secondo l'uso del paese) in quella settimana. Que' signori, dopo avere esaminate le mie forme per qualche tempo, furono di diversi pareri circa al modo di classificarmi. Tutti s'accordavano nel dire ch'io non poteva essere stato prodotto in conformità delle regolari leggi della natura, non essendo io fabbricato con una capacità di salvar la mia vita, sia con la mia snellezza, sia aggrappandomi agli alberi, o scavando buche sotterra. Dai miei denti che esaminarono scrupolosamente dedussero essere io un animale carnivoro; ma non potendo eglino pormi a confronto nè co' quadrupedi che s'inerpicano, nè co' topi la cui abilità sta nel rodere, nè con altri animali che s'aiutano con la loro agilità, non sapevano come io facessi a sostentarmi, quando mai non mi fossi pasciuto di lumache o d'altri insetti, il che provavano con dottissimi argomenti essere d'impossibile esecuzione per me.[21] Uno di questi saggi parve d'avviso ch'io fossi un embrione o un aborto. Ma tale opinione venne respinta dagli altri due che osservarono come le mie membra fossero perfette e compiutamente proporzionate, oltrechè, io vivea già da parecchi anni, cosa provata agli occhi loro dalla mia barba di cui scoprivano le radici con l'aiuto di microscopi. Non mi metteano nemmeno fra i nani per la sola ragione che la mia piccolezza era al di là di tutti i gradi di confronto, e perchè il nano favorito della regina, il più piccolo uomo che si fosse mai conosciuto in quel reame, era quasi alto trenta piedi. Dopo molte discussioni conclusero ad unanimità essere io unicamente un relplum scalcath che corrispondeva in quella lingua all'espressione latina lusus naturæ; determinazione propriamente aggiustata alla filosofia europea del 1727, i cui professori, schifi dell'antico rifugio delle cause occulte, la cui mercè i seguaci d'Aristotele si sforzavano invano di palliare la loro ignoranza, hanno inventata quest'ammirabile soluzione di tutte le difficoltà a vantaggio ineffabile dei progressi dell'umano intelletto.

Dopo una sì magistrale conclusione li pregai lasciarmi dire una o due parole. Poi voltomi principalmente al re, assicurai sua maestà che io veniva d'un paese ove abbondavano a milioni creature d'entrambi i sessi di statura uguale alla mia; ove gli animali, gli alberi e le case erano tutti in proporzione con que' milioni di creature, ed ove per conseguenza io era abile a difendermi ed a trovare di che sostentarmi quanto il potessero essere quivi i sudditi di sua maestà, con che mi pareva aver assai adeguatamente risposto agli argomenti di que' galantuomini. Ma i tre dotti con un ghigno di sprezzo mi dissero che il fittaiuolo mi aveva insegnato a dir bene la mia lezione. Il re per altro, dotato di molto migliore discernimento, licenziò i tre dottori, e mandò pel fittaiuolo che fortunatamente non era ancora partito dalla città. Primieramente sua maestà lo esaminò ella stessa in disparte, indi postolo a confronto con me e con la giovinetta, cominciò a credere che quanto entrambi le avevamo raccontato potesse essere vero.

Il monarca pregò pertanto la regina ad ordinare che si avesse una cura speciale della mia persona, e fu d'avviso che la Glumdalclitch continuasse tuttavia nell'antico ufizio d'assistermi, poichè notò che avevamo una grande affezione l'uno per l'altro. Assegnatole un conveniente appartamento in corte, ella ebbe in oltre una specie di governante incaricata di prendersi pensiere della sua educazione, una cameriera per vestirla e due fantesche pei più triviali servigi. Quanto a me poi, la regina ordinò al suo architetto aulico di fabbricarmi una cassetta che mi servisse di camera da letto secondo il disegno che gliene darebbe la Glumdalclitch, e tale che fosse in oltre di mio aggradimento. Questo architetto, uomo fornito di grande ingegno, arrivò con la mia direzione a finire in tre settimane una camera di legno per mio uso, larga sedici piedi quadrati, alta dodici, con due finestre e le loro gelosie fatte a saracinesca, un uscio e due gabinetti, come le stanze da letto di Londra.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Le piane che formavano il cielo della camera, erano disposte in modo da potersi aprire e chiudere onde far entrare dal disopra della stanza stessa il mio letto, che fu prontamente fornito dal tappezziere di sua maestà. Un artefice famoso per certi piccoli dilicati lavori si prese l'assunto di fabbricarmi due scranne con fusto e spalle di una sostanza non dissimile dall'avorio, due tavole ed un armadio per riporvi le cose mie. La stanza avea le pareti, il cielo, il pavimento riparati da una imbottitura per andar contro ad ogni incidente derivato da poca cura di chi la portava attorno quando io vi era dentro e per evitarmi scosse troppo violenti allorchè io veniva condotto entr'essa in carrozza. Domandai una serratura pel mio uscio, onde impedire che v'entrassero sorci o topi. Il fabbro ferraio, dopo molti esperimenti, arrivò a farne una che fu la più piccola di quante si fossero mai vedute dianzi fra loro; dico fra loro, perchè io mi ricordava d'averne veduta una di maggior mole alla porta di strada della casa d'un nobile inglese. M'ingegnai custodirne la chiave nelle mie scarselle per paura che la Glumdalclitch me la smarrisse. La regina avendo in oltre ordinato l'acquisto di panni possibilmente i più fini per farmi dei vestiti, si riuscì trovarne di quelli che non erano molto più fitti dei nostri panni da letto; cosa veramente un pochino incomoda finchè non mi ci fui assuefatto. La forma di que' vestiti, piuttosto grave, s'adattava alla moda del paese, che aveva un po' del persiano, un po' del chinese, e facevano una figura assai decente alla vista.

La regina s'invaghì tanto della mia compagnia che non potea desinare senza di me. Io aveva un tavolino fattomi fare a posta che stava su la tavola ove sua maestà pranzava e che le veniva giusto al gomito: la mia scrannetta era proporzionata al tavolino. La Glumdalclitch avea sul pavimento della sala uno sgabello su cui stando in piedi, si trovava a livello del mio tavolino. Mi era stato espressamente assegnato un servigio di piatti e piattini d'argento, i quali, in proporzione di quelli della regina, poteano paragonarsi alle masserizie domestiche d'una fantoccia che si vedono a Londra nelle botteghe di fanciulleschi balocchi. Con la regina non pranzavano altri che le principessine reali, la maggiore di sedici anni e la minore di tredici ed un mese. Sua maestà soleva mettere sopra uno de' miei piattelli un morsello delle sue proprie pietanze, ch'io poi mi trinciava da me, e si divertiva a considerare quella mia mensa in miniatura, perchè quanto a lei (e notate che non era una donna di grande appetito) si mangiava in un boccone quanto sarebbe stato una pietanza sufficiente per la tavola di una dozzina di fittaiuoli dell'Inghilterra, la qual vista, se ho a dirvi la verità, mi mettea non poco fastidio. Essa masticava ossa e tutto d'un'ala di lodola grossa quanto un'intera grassa gallinaccia, ed i suoi bocconcini di pane equivalevano a due nostre pagnotte da dodici soldi l'una. Entro una tazza d'oro ella si bevea quasi una delle nostre ordinarie botti in una sorsata. Le sole lame de' suoi coltelli erano due volte della lunghezza di una scimitarra, i cucchiai, le forchette e gli altri attrezzi seguivano la medesima proporzione. Mi ricordo che una volta la Glumdalclitch mi portò a vedere altre tavole di corte imbandite, e questi enormi coltelli e forchette stavano in piedi a dozzine disposti in fasci piramidali come i moschetti de' soldati ne' nostri campi di guerra, nè credo aver mai veduto cosa di più formidabile aspetto.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Tutti i mercoledì (che, come ho notato, teneano vece di domenica in quei paesi) era di stile che il re, la regina ed i loro figli d'entrambi i sessi facessero una tavola sola nell'appartamento del sovrano, al quale io era divenuto grandemente accetto. In tali occasioni la mia scrannetta e la mia tavolina venivano collocate a sinistra del re, rimpetto ad una saliera. Quel monarca si dilettava assai conversando meco ed interrogandomi su le usanze, la religione, le leggi, il governo, lo stato delle cognizioni in Europa, intorno a che lo informai il meglio che seppi. Il suo intendimento era sì chiaro e i suoi giudizi sì esatti che a quanto io gli andava raccontando intromettea sempre osservazioni le più sensate. Per parte mia, confesso che fui un poco prolisso nel parlargli del mio amato paese, del nostro commercio e delle nostre guerre terrestri e marittime, dei nostri scismi religiosi e delle nostre fazioni politiche. In quel momento i pregiudizi della sua educazione prevalsero tanto in lui che non potè starsi dal prendermi su con la sua mano destra, dal farmi una carezza, gentile se vogliamo, con la sinistra e dal chiedermi dando in una potentissima risata: E voi siete wigh o tory? Indi, voltatosi al primo ministro, che stava di servigio dietro a lui con la sua bacchetta bianca (alta quanto fra noi l'albero maestro del nostro bastimento il Reale Sovrano), gli disse:

«Guardate che cosa da poco è l'umana grandezza se viene posta in azione mimica da questi insetti (e l'insetto, di cui parlava il re, era io). Scommetto io che hanno anch'essi i loro titoli, le loro distinzioni d'onore; che si fabbricano anch'essi i loro piccoli alveari e tane, e che li chiamano città e case; che sfoggiano anch'essi in abiti e carrozze; che amano, che combattono, che disputano, che gabbano, che tradiscono».

E continuava su questo registro, ch'io veniva di tutti i colori, sì forte era la mia indegnazione all'udire trattata con tanto sprezzo la nostra nobile contrada, la maestra dell'arti e dell'armi, il flagello della Francia[22], l'arbitra dell'Europa, la sede della virtù, della pietà, dell'onore e del vero, il vanto e l'invidia del mondo.

Ma come io non mi trovava in tali circostanze da potermi risentire delle ingiurie, così dopo averci meditato sopra maturamente cominciai a dubitare se vi fosse il casus belli sì o no. Perchè avendo io presa da più mesi l'abitudine di veder quella gente e di conversar seco, ed avendo osservato che tutti gli oggetti cui volgessi gli occhi erano d'una grandezza proporzionata con essa, la prima straordinaria impressione prodotta in me dal loro aspetto e dalla loro mole era tanto svanita che, se allora avessi veduta una brigata di lórdi e miledi dell'Inghilterra, vestiti ne' lor più fini abiti da gala od intenti a farsi inchini e complimenti a vicenda, a paoneggiarsi ed intertenersi in cortigianesco cicaleccio, mi sarebbe venuta una fortissima tentazione di ridermi di loro come il re ed i suoi grandi facevano meco. Nè da vero io poteva rattenermi dal ridere di me stesso tutte quelle volte che la regina, prendendomi su la sua mano destra, mi poneva davanti ad uno specchio, onde io vedeva in pieno prospetto dinanzi a me entrambe le nostre persone. V'assicuro che non si poteva immaginare cosa più ridicola di questo confronto; ne fui sì colpito che finalmente cominciai ad immaginarmi d'esser calato molti gradi al di sotto delle mie proporzioni reali.

Non v'era cosa che mi desse tanto cruccio e mortificazione quanto il nano della regina. Essendo costui della più bassa statura che si fosse mai data in quel paese (vi ho già detto che non arrivava ai trenta piedi) al vedermi anche più basso di lui, divenne sì impertinente che sempre mi guardava in cagnesco e con fare di scherno quando mi passava vicino nell'anticamera della regina, e se mi trovava sopra un tavolino in atto di parlare con qualche gentiluomo o dama di corte, rare volte mi risparmiava una o due parole frizzanti su la mia picciolezza; nè io mi potea vendicare altrimenti che chiamandolo fratello e sfidandolo ad un confronto di proporzione, e simili altre botte e risposte come si usa fra i paggi delle corti. Un giorno il malvagio orsachiotto fu sì punto da non so qual cosa gli avessi detta, che montato su la spalla della seggiola a bracciuoli di sua maestà, mi acchiappò per traverso, mentre io me ne stava seduto senza pensare a disgrazie, e levatomi in aria, mi lasciò cadere entro un gran bacino d'argento colmo raso di fior di latte, poi se la svignò più presto che potè. Ci caddi dentro che il latte mi veniva al di sopra delle orecchie, e se non fossi stato un abile nuotatore, l'avrei finita male, perchè si dava in quel momento che la Glumdalclitch si trovasse all'altro angolo della stanza, e la regina ebbe sì maladetta paura che non ebbe nemmeno tanta prontezza di spirito quanta ce ne volea per venirmi in aiuto. Ma la mia piccola balia accorse tosto, e mi cavò dalla vasca dopo aver io inghiottito qualche boccale di latte. Mi posero tosto in letto; pure non sofersi altro danno fuor della perdita de' vestiti ch'io aveva in dosso, e che rimasero affatto rovinati. Il nano venne frustato a dovere, e per giunta di pena, costretto a bersi tutto il latte contenuto nel bacino ove m'aveva immerso; nè d'allora in poi tornò mai più in grazia; perchè poco appresso la regina lo regalò ad una gran dama, nè lo vidi più; e ne ringrazio sempre Iddio; perchè non si può dire a quale estremità quel mostricciuolo avrebbe spinto il suo rancore contro di me.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Già anche prima mi avea fatto un tiro da briccone che, per dir la verità, fece ridere la regina, ancorchè nel tempo stesso ne fosse travagliata e volesse scacciare quel mariuolo dal suo servigio, come faceva, s'io non avessi avuta la generosità d'intercedergli grazia. Sua maestà si era preso nel suo tondo un osso abbondante di midolla, e votatolo di questa, rimise l'osso diritto sul tondo come stava prima. Il nano colse il momento che la Glumdalclitch si era portata alla credenza, poi montato su lo sgabello ov'ella stava in piedi per prendersi cura di me durante il pranzo, mi pigliò su con tutt'a due le mani, e strignendomi insieme le gambe, le fece andar dentro nell'osso vuoto di midolla, il cui orlo m'arrivava alla cintura, onde rimasi conficcato lì per qualche tempo, che facevo la più ridicola figura del mondo. Credo che passasse ben un minuto prima che gli altri sapessero che cosa fosse divenuto di me, perchè io aveva vergogna a gridare. Fortunatamente i principi rare volte mangiano calde le loro vivande, onde non mi scottai le gambe; sol le mie calze e brache furono a mal partito. Il nano, a mia intercessione, non ebbe altro castigo che una buona staffilatura.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

La regina solea spesse volte deridermi siccome facile alla paura, e mi chiedea se tutti i miei concittadini erano codardi al pari di me. Vengo a dirvene il motivo; quel regno è infestato non vi so dir quanto dalle mosche durante la state. Questi odiosi insetti (e notate che ciascun d'essi era grosso come una lodola di Dunstable) non mi lasciavano quasi mai in pace col continuo ronzarmi e rombarmi alle orecchie quand'ero seduto a pranzo. Talvolta posandosi su le mie pietanze, vi deponeano gli schifosi loro escrementi e le loro uova, galanterie tutte a me visibilissime, benchè non lo fossero a que' nativi, i cui ampi nervi ottici non erano acuti come i miei nel discernere i minimi oggetti. Talora quelle maladette bestie mi si poneano sul naso o su la fronte, che pungeano nel vivo mandando un puzzo diabolico. Vi dirò ch'io potea benissimo distinguere quella sostanza viscosa che, al dire dei nostri naturalisti, dà a quegl'insetti l'abilità di camminare su la superficie delle soffitte co' piedi volti all'insù. Aveva un gran che fare io a difendermi da que' detestabili animali, e quando mi venivano su la faccia, non potea starmi dal far di que' salti e smorfie che eccitavano il riso della regina. Per questo, finchè il nano rimase in corte, costui solea pigliarsi lo spasso d'empire il suo pugno d'un buon numero di quegl'insetti, poi, come praticano gli scolari fra loro, venirmeli a scaricare sul naso per far paura a me e divertire la sua reale padrona. Io non aveva altro scampo fuor quella di fare a pezzi col mio coltello cotali arpie quando spiccavano il volo verso di me, ed in ciò veramente veniva ammirata la mia destrezza.

Mi ricordo di una mattina quando la Glumdalclitch mi aveva messo entro la mia cassetta su d'una finestra, com'era solita fare nelle belle giornate per darmi aria (perchè notate bene che non ho mai voluto permetterle di raccomandare quella cassetta ad un chiodo fuori della finestra, come vediamo farsi con le gabbie nell'Inghilterra); una mattina dunque, dopo avere alzate le mie finestrine a saracinesca ed essermi seduto alla mia tavolina per far colezione con una pasta sfogliata, una ventina circa di vespe allettate dall'odore della roba dolce, volarono entro la mia stanza rombando più forte d'altrettante pive. Alcune di esse invasero la mia pasta sfogliata, e se la portarono via a pezzi e bocconi, altre mi volarono su la testa e la faccia stornendomi col loro strepito, e quel ch'è peggio mettendomi in grande paura de' loro pungoli. Pure ebbi il coraggio di saltare in piedi col mio coltello brandito e di assalirle in aria. Quattro ne feci morte, l'altre volarono via, e fui ben presto nel tornare ad abbassare la mia saracinesca. Non erano men grossi delle nostre pernici que' maladettissimi insetti. Tratti fuori dalle quattro vespe, ch'aveva uccise, i lor pungoli, li trovai lunghi un dito e mezzo, e acuti quanto gli aghi da cucire. Gli ho conservati con grande cura, e di ritorno in Europa, dopo averli fatti vedere qua e là unitamente con altre cose rare, ne donai tre al collegio di Gresham, e mi tenni il quarto per me.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

CAPITOLO IV.

Descrizione del paese. — Proposta di ammenda alle moderne carte geografiche. — Palazzo del re, ragguagli su la metropoli. — Mezzi di trasporto adottati per le gite dell'autore. — Descrizione della chiesa cattedrale.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Mi propongo ora offrire al leggitore una breve descrizione del paese, cioè della parte da me percorsane, che non è stata maggiore delle duemila miglia di circonvallazione della metropoli, perchè la regina, presso la quale io era sempre di servigio, non andava mai più lontano nell'accompagnare il re quando si partiva da Lorbrulgrud, nome della stessa metropoli, e si fermava ad una di quelle stazioni esterne, finchè sua maestà fosse tornata dalle sue visite alle frontiere. Tutta l'estensione del suo reame ammonta a circa seimila miglia in lunghezza e fra le tre e le cinquemila in larghezza; donde son costretto conchiudere che i nostri geografi dell'Europa sono in un grave abbaglio nel supporre non esservi null'altro che mare fra il Giappone e la California. Io già fui sempre d'avviso che vi si dovesse interporre un tratto di terra adatto a far equilibrio col gran continente della Tartaria. Opererebbero pertanto saviamente se correggessero le loro carte coll'aggiugnere questo immenso spazio di terra posta a maestro (nord-west) dell'America, nella quale impresa m'offro prestar loro di tutto buon grado la mia assistenza.

Questo reame è una penisola terminata a greco da una catena di montagne alte trenta miglia, inaccessibili affatto a motivo dei molti vulcani che tengono le loro cime; non è per ciò meraviglia se i più dotti uomini del mondo non sanno dire quale schiatta di viventi abiti al di là di esse montagne, o vero se quel tratto di paese sia disabitato del tutto. Dai tre altri lati è circondato dall'oceano. Non v'è un sol porto di mare in tutto quel regno, perchè le parti di costa ove i fiumi mettono foce, sono sì irte di aguzzi scogli, il mare vi è generalmente sì procelloso, che non c'è da arrischiarsi ad andarvi nemmeno con picciolissime barchette; laonde que' popoli sono esclusi affatto da ogni commercio col rimanente del mondo. I fiumi interni ciò non ostante vanno coperti di bastimenti ed abbondano di eccellenti pesci; motivo per cui i nativi ben rare volte vanno in cerca di quelli che potesse balzare ne' loro fiumi l'oceano, giacchè i pesci di mare essendo anche colà della stessa grossezza di quelli degli altri mari europei, non francano a quella popolazione l'incomodo di pescarli. Da ciò è manifesto come la natura nel produr piante ed animali di sì sterminata mole siasi limitata a quel continente: ma racconto fatti, e lascio ai filosofi il determinarne le cagioni. Ciò non ostante a quando a quando vi capita qualche balena sbattuta dalla tempesta contra gli scogli aguzzi di quelle foci, ed è un pesce di cui la povera gente dei litorali si pasce assai volentieri. Fra queste balene ve n'hanno di sì grosse che un uomo ne reggeva a stento una sopra le spalle; talvolta, per curiosità, vengono portate in canestri sino al mercato di Lorbrulgrud, e mi sono abbattuto a vederne una che passava per una rarità apprestata in un piatto su la tavola reale. Non m'accorsi per altro che il re ne fosse ghiotto gran fatto; penso che la grossezza di quella bestia disgustasse fin lui, benchè io ne abbia veduta una un pochino più grande a Groenland nella Nuova-York.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Il paese è ben popolato, perchè contiene cinquant'una città, un centinaio all'incirca di terre murate ed un grande numero di villaggi. Per appagare la curiosità de' miei leggitori credo basterà s'io do loro la descrizione della metropoli. La città di Lorbrulgrud è divisa quasi in due parti eguali separate dal fiume che la attraversa. Contiene più di ottantamila case ed all'incirca scicentomila abitanti. Lunga tre glumglung (ciascun glumglung corrisponde a cinquantaquattro miglia inglesi), ne ha due e mezzo di larghezza; gli ho misurati io su la pianta topografica eseguita per ordine di sua maestà sopra una carta larga un centinaio di piedi. Venne questa stesa per terra dinanzi a me, che per più riprese ed a piè scalzi ne passeggiai il diametro e la circonferenza ed, istituito un calcolo di proporzione su la scala della stessa pianta, venni in istato di guarentire il presente mio computo.

Il regio palazzo non può dirsi un regolare edifizio, ma bensì un gruppo di fabbriche del circuito di sette miglia a un dipresso; le stanze principali sono generalmente alte duecento quaranta piedi e larghe in proporzione. Venne assegnata a me ed alla Glumdalclitch una carrozza entro cui la sua governante la conduceva a vedere i dintorni della città e le principali botteghe. Io era sempre di brigata, trasportato entro la mia cassetta, benchè sovente, ed ogni qual volta lo desiderassi, la buona fanciulla me ne traesse, fuori e mi tenesse nella sua mano, ben sollevata affinchè potessi vedere a tutto mio agio le case e la gente mentre attraversavamo le contrade. Secondo i miei calcoli, la nostra carrozza doveva essere larga come un cortile di Westminster, ma non del tutto alto come le sue fabbriche; non vorrei per altro giurare che questo conto fosse esattissimo. Un giorno la governante ordinò al cocchiere di fermarsi dinanzi a diverse botteghe, ove molti mendichi, côlta quella opportunità per contemplarmi da vicino, si affollavano attorno alla nostra carrozza, e mi offrivano il più orrendo spettacolo che occhio europeo abbia veduto giammai. Vi era una donna con un cancro in una mammella, cresciuto a sterminata grossezza e pieno di buchi, due o tre de' quali parevano caverne entro cui si sarebbe nascosto comodamente un malfattore. Vidi un miserabile con una vena del collo gonfia tanto che cinque balle di lana ne erano meno grosse; un altro con un paio di gambe di legno, ciascuna alta venti piedi all'incirca. Ma la vista più nauseosa di tutte si fu quella delle immondizie viventi che s'arrampicavano su i loro panni. Io potea discernerne ad occhio ignudo le membra e que' loro grugni, atti siccome quelli d'un porco a scavare la terra, e lo potea meglio assai che per traverso ad un microscopio non si scandaglia lo scheletro di un nostro pidocchio europeo. Fu la prima volta ch'io vidi in grande le membra di quegl'insetti, e sarei stato desiderosissimo di notomizzarli, se avessi avuto gli stromenti adatti a ciò, che sfortunatamente io m'era lasciati addietro nel bastimento; ma in questo caso fu forse meglio perchè quella vista sì ributtante già m'avea voltato affatto lo stomaco.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Oltre alla grande cassetta entro cui io veniva ordinariamente portato attorno, la regina ordinò se ne fabbricasse per me una più picciola, larga circa dodici piedi quadrati ed alta dieci. Riusciva questa di maggior comodo nel viaggiare, perchè l'altra, un pochino troppo larga pel grembo della Glumdalclitch, faceva anche troppo ingombro nella carrozza. Costrusse tal seconda cassetta l'artista medesimo che avea fabbricata la prima, diretto per altro da me quanto al modo di disporne i congegni. Questo gabinetto da viaggio era un cubo esatto, tre lati del quale aveano ciascuno nel mezzo una finestra con una grata di filo di ferro, cioè un'inferriata al di fuori, per andar contra gl'incidenti che potessero sopravvenire ne' lunghi viaggi. Su l'altro lato privo di finestra erano praticati due buchi con forti orli, per entro ai quali il mio portatore, se mi prendea la voglia di andare a cavallo, faceva passare una cinghia di pelle che si affibbiava alla sua cintura. Quest'era sempre l'uffizio di qualche grave fedele servo di corte cui si potesse consegnarmi con sicurezza ogni qual volta, essendo impedita dal prestarmi assistenza la Glumdalclitch, io dovea seguire il re e la regina, sia ne' loro viaggi, sia che andassero a diporto in qualcuno de' reali giardini, o onorassero di una loro visita la villa di qualche gran dama o ministro di stato, perchè io feci presto ad essere conosciuto ed apprezzato dai primari uficiali della corona, sicuramente, io doveva credere, più pel favore di cui mi colmavano i sovrani che per proprio mio merito. Quando nei viaggi io era stanco di restare in carrozza, un servo a cavallo s'affibbiava, come ho detto, alla cintola la mia cassetta, e la poneva sopra una picciola sella che stava dietro alla sua; così dalle mie finestre io dominava con l'occhio da tre lati tutto il paese. In questo gabinetto portatile io aveva un letto da campo ed un letto pensile attaccato alla soffitta, due scranne ed una tavola ben fermate a vite sul pavimento, per impedire che le mandassero sossopra le agitazioni del cavallo o della carrozza. Quanto a me poi, accostumato da lungo tempo ai viaggi di mare, non mi scompigliavano gran fatto queste scosse, ancorchè talora fossero piuttosto gagliarde.

Ogni qual volta mi prendea la voglia di andare a vedere la città, io facea sempre questa gita nel mio gabinetto da viaggio che la Glumdalclitch si teneva in grembo mentre si trasferiva attorno entro una specie di bussola all'usanza del paese, portata da quattro uomini e seguita da altri due staffieri della regina. Il popolo che avea sì spesse volte udito parlare di me, si affollava intorno a questa bussola, e la buona ragazza della mia balietta era sì compiacente che facea fermare i portantini, e mi prendeva in mano per maggior comodo de' curiosi.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Io era grandemente bramoso di vedere la chiesa cattedrale, e particolarmente la sua torre che passava per la più alta del regno; a seconda di questa mia brama la Glumdalclitch un giorno mi ci condusse, ma v'assicuro che ne venni addietro non molto soddisfatto, perchè l'altezza di quella torre non sembrommi passare i tremila piedi calcolando dal pian terreno alla sua estrema corona, il che, avuto riguardo alla differenza fra le moli di quegli abitanti e quelle di noi Europei, non è niente una gran maraviglia, nè, se ben mi ricordo, sempre a data proporzione, può la predetta torre stare a petto del campanile di Salisbury. Ma per non minorare in nulla i vanti di una nazione, alla quale professo tante obbligazioni, bisogna confessare che quanto manca a quella mole in altezza, è ampiamente compensato in bellezza ed in forza, perchè le sue mura sono grosse cento piedi all'incirca, fabbricate di mattoni, ciascun de' quali è ad un dipresso di quaranta piedi quadrati, ed ornate all'intorno di statue d'imperatori e divinità; tali statue si vedono collocate nelle relative loro nicchie, e ognuna di esse passa la statura ordinaria degli abitanti di quella contrada. Io misurai un dito mignolo caduto da una di quelle statue, nascosto sì che non poteva discernersi in mezzo ai rottami, e lo trovai esattamente lungo quattro piedi ed un dito dei nostri. La Glumdalclitch lo avvolse nel suo fazzoletto e portatoselo in tasca lo tenne fra le cianfrusaglie cui andava matta dietro, come fanno per solito tutti i ragazzi.

La cucina del re è da vero una nobile fabbrica, fatta in vôlto alla cima ed alta circa seicento piedi. Il forno non è di dieci passi men largo della cupola di San Paolo, che dopo il mio ritorno ho avuto la pazienza di misurare per istituire questo confronto. Se volessi poi descrivervi l'inferrata del camino, le prodigiose pentole e caldaie, i pezzi di carne che giravano attorno agli spiedi, ed altri simili particolari, difficilmente forse mi credereste, e per lo meno un critico severo s'immaginerebbe ch'io ci avessi messo un poco di frangia secondo il solito de' viaggiatori. Sappiate mo che per evitare questa censura, temo di esser caduto nell'eccesso opposto e di essermi tenuto tanto al di sotto del vero, che se questo mio viaggio in lingua brodingnaghese (che Brondingnag è il nome generale dell'intero reame) si divulgasse colà, il re e la nazione avrebbero diritto di chiamarsi ingiuriati dalle mie descrizioni fallaci e poste soltanto in miniatura.

Sua maestà tiene rare volte più di seicento cavalli nelle sue scuderie, ciascun de' quali è alto generalmente fra i cinquantaquattro ed i sessanta piedi. Ma quando esce in gala nei dì solenni, si fa accompagnare pomposamente da cinquecento guardie a cavallo, oggetto di cui mi parea non si potesse contemplare il più splendido, prima per altro di vedere una parte del regio esercito in battaglia, cosa su cui cercherò occasione in altro tempo d'intertenervi.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

CAPITOLO V.

Casi curiosi occorsi all'autore. — Giustizia fatta di un delinquente. — L'autore dà prova di sua perizia nella navigazione.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Io me la sarei anche passata bene in questo paese se la picciolezza della mia statura non m'avesse fatto scopo a diversi scherni ed esposto a varie piccole molestie che m'accingo a narrare. La prima di queste mi occorse innanzi che quel paggio nano a voi noto avesse lasciato il servigio della regina. La Glumdalclitch mi portava spesse volte ne' reali giardini, entro la mia cassetta più piccola, donde talora mi pigliava fuori portandomi in mano o ponendomi a terra perchè facessi un poco di moto. Accadea la seconda di tali cose, quando il paggio ed io ci trovammo vicini in un boschetto di pomi nani. Non mi potei stare dal far prova del mio spirito traendone il tema dall'allusione che tra quelle piante ed i pigmei veniva notata a Brondingnag come in Europa.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Il monello non la volle finita così, ma colto il momento ch'io era proprio tutto sotto un di quegli alberi, si diede a squassarlo su la mia testa con quanta avea forza, onde mi sentii rombare all'orecchio una dozzina di quelle mele grosse ciascuna come una botte di Bristol, e una di queste, venutami su la schiena, mentre io mi raggricchiava dalla paura, buttommi con la faccia distesa per terra. Per altro non mi feci alcun male, ed anche il paggio la passò netta, perchè essendo stato io che lo aveva instigato, ebbi la rettitudine di farmi intercessore del suo perdono.

Un'altra volta la balietta m'avea lasciato sopra un'aiuola di zolle intantochè ella passeggiava in qualche distanza da me con la sua governante. In quel tempo venne a cader d'improvviso una grandine sì dirotta che mi stese boccone, e mi fece tali ammaccature su tutto il corpo come se fosse stato percosso da altrettante palle di pallacorda. Pure m'ingegnai tanto, che andando carpone per amore della mia faccia, giunsi a ripararmi fra i ramicelli del timo, che orlavano l'aiuola dalla parte opposta al vento, ma ne rimasi sì pesto dalla testa ai piedi che dieci giorni continui non potei più mostrarmi attorno. Nè in tutto ciò havvi di che stupire, perchè la natura serbando in que' paesi la medesima proporzione in tutte le sue operazioni, ognuno di que' grani di grandine è diciotto volte più grosso d'uno de' nostri, e ve lo posso guarentire su l'esperienza, perchè ebbi la curiosità d'istituirla pesando prima una palla di quella grandine poi un'altra della nostra a suo tempo.

Ma un caso ben altrimenti pericoloso mi avvenne in quello stesso giardino, quando la mia picciola balia credendo avermi deposto in luogo sicuro, mi ci lasciò solo com'io sovente ne la pregava per restarmene alcuni istanti con l'unica compagnia de' miei pensieri. Io era dunque lì solo e fuori della mia cassetta o gabbia, che quel giorno la Glumdalclitch avea lasciata a casa per non avere il fastidio di portarsela in mano, mentre ella passeggiava da tutt'altro lato con l'aia ed alcune signorine di sua conoscenza. Io non potea più nè esser veduto nè sentito da lei, allorchè un piccolo bracco bianco spettante ad uno di que' capi giardinieri, entrato nel giardino, capitò a caso in vicinanza del luogo ove la balietta mi aveva posato. Sentitomi al fiuto, mi fu subito addosso, e presomi in bocca, mi portò diritto, menando allegramente la coda, alla casa del suo padrone, ove con tutta gentilezza mi pose a terra. Per buona sorte era un cane sì ben ammaestrato, ch'io stetti fra i suoi denti senza che ne riportassi il menomo sconcio non solo nelle mie carni ma nemmeno ne' miei vestiti. Ciò non ostante il povero giardiniere, che mi conosceva ottimamente, e mi mostrava molta benevolenza, ebbe una mala paura. Presomi gentilmente nelle sue due mani, mi domandò come mi sentissi; ma io era sì sbalordito e privo di respiro che non fui buono di dire una parola. Mi bastarono per altro pochi minuti a riavermi, ed allora il giardiniere mi riportò sano e salvo fra le mani della mia balietta, che in questo intervallo era tornata al luogo ove mi aveva lasciato, e si dava alla disperazione non trovandomi più e non sentendomi rispondere per quanto forte ella mi chiamasse. Sgridò severamente il giardiniere per ciò che era colpa sol del suo cane: nondimeno l'affare venne sopito, nè fu mai saputo alla corte, perchè la Glumdalclitch avea troppa paura della collera della regina, e per parte mia, a dir vero, non credevo guadagnarci troppo nel mio buon nome se tale storiella si divulgava.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Questo incidente trasse la Glumdalclitch nel proposito di non lasciarmi allontanare da' suoi occhi, ed ebbi lungo tempo paura che lo mantenesse, ond'io quando vidi che se n'era scordata, ebbi la massima cura di nasconderle tutte le piccole disgrazie che m'andavano accadendo allorchè mi si lasciava in balia di me stesso. Una volta un nibbio che svolazzava pel giardino, venne a posarmisi incontro, e se non avessi fatto presto a brandire il mio coltello, ed a rintanarmi tra le frasche di una spalliera, certamente m'avrebbe portato via fra i suoi artigli. Un'altra volta camminando sopra un monticello fatto di fresco da una talpa, cascai fino al collo entro la buca donde l'animale avea scavata la terra; ed anzi stampai una piccola bugia, non degna or d'essere ricordata, per addurre la scusa de' miei panni insudiciati alla Glumdalclitch. M'accadde parimente di pigliare una contusione allo stinco della mia gamba destra contro al guscio di una lumaca su cui intoppai camminando solo ed assorto in pensieri che tutti si volgevano alla mia diletta Inghilterra.

Non so dirvi se mi desse più diletto o umiliazione il vedere che in que' miei solitari diporti i piccioli augelli non si mostravano punto impauriti di me; mi saltellavano alla distanza d'un braccio cercando gl'insetti o gli altri cibi di cui erano ghiotti con tanta indifferenza e placidezza come se non si fosse trovata anima vivente presso di loro. Mi ricordo d'un tordo che si prese la libertà di portarmi via di mano col suo becco un pezzo di focaccia datomi allora allora per la mia colezione dalla Glumdalclitch. Se io mi provava ad acchiappare qualcuno di questi uccelli, mi si rivoltavano bravamente cercando di beccarmi le dita ch'io nondimeno aveva sempre il giudizio di non esporre di troppo in tal mio esperimento, dopo del quale gli uccelli stessi se ne tornavano placidamente, e come se nulla fosse stato, alla loro caccia d'insetti. Un giorno per altro, provvedutomi d'un buon batacchio, lo lanciai con sì giusta mira ad un fanello, che lo stramazzai come morto, onde presolo pel collo con entrambe le mani lo portai in trionfo alla mia balietta. Ma l'uccello era sol tramortito, sì che riavendosi, mi percuotea con entrambe le ali maladettamente la testa ed il collo. Notate ch'io lo teneva alto quant'erano lunghe le mie braccia per paura de' suoi artigli; e più volte fui lì lì per lasciarlo andare; ma venni presto levato d'impaccio da uno degli staffieri assegnatine, che, preso il fanello, gli diede l'ultima stretta di collo, sì che nel giorno seguente mi fu imbandito al mio desinare per comando della regina. Per quanto mi ricordo, quell'animaletto era alquanto più grosso di uno dei nostri cigni.

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Le damigelle d'onore invitavano spesse volte nei loro appartamenti la Glumdalclitch pregandola a portarmi seco per procurarsi il piacere di guardarmi ed accarezzarmi. Sovente mi mettevano nudo come Dio m'ha fatto, e mi stendeano per tutta la mia lunghezza entro la capacità de' loro seni, cosa che mi dava non poco disgusto, perchè per la giusta verità dalla loro cute emanava un odore niente piacevole. Non dico questo coll'intenzione di pregiudicare quelle eccellenti signorine, alle quali professo ogni maniera di rispetto: ma la colpa era dell'organo del mio odorato più acuto in proporzione della mia piccolezza; e capisco benissimo che quelle egregie gentildonne non saranno apparse sgradevoli ai loro amanti, o l'una all'altra di loro, più di quanto ciò accada fra le miledi della nostra Inghilterra. In fin dei conti io mi rassegnava anche meglio al loro odor naturale che a quello artefatto dei profumi de' quali se talvolta esse usavano, io era sicuro di svenire. Del resto, quanto all'acutezza dell'odorato che segue la proporzione inversa della grandezza degl'individui, mi ricorderò sempre d'un mio intrinsico amico di Lilliput, il quale si prese la libertà di lamentarsi, presente me, del puzzo che esalava dalla mia cute, allorchè in un giorno estivo io mi era molto affaticato; e sì fra tutti gl'individui della mia razza credo esser quello cui si possa meno attribuire una simile imperfezione. Bisogna dire che la facoltà dell'odorato lilliputtiano fosse dilicata rispetto a me come lo era in me rispetto ai Brondingnaghesi. In ordine a ciò, non posso dispensarmi dal rendere una giustizia alla regina ed alla mia balietta. Sapeano di buono quanto mai possa saperne la più dilicata damina dell'Inghilterra.

La cosa di cui stentavo più a capacitarmi quando la mia balietta mi conduceva in visita presso quelle damigelle d'onore, era il vedere come mi credessero una creatura di stucco, e rispetto a loro credeano bene, come avrete fra poco il motivo di capirlo. Si mettevano affatto ignude alla mia presenza, e poichè m'aveano posto in piede su le loro tavolette, si cavavano la camicia mettendomi in mostra l'intero loro corpo, che per altro era un vero antidoto contra le tentazioni, e per questo ho detto che non s'ingannavano nel credermi rispetto a loro un uomo di stucco. Figuratevi qual cosa deliziosa a vedersi da vicino quelle loro, non pelli, ma cuoia di tutti i colori, spruzzate qua e là di nei larghi come un tagliere, irte di folti peli grossi quanto gli spaghi, per non dir nulla del resto di que' loro fusti. Non si facevano alcuno scrupolo ad esonerarsi alla mia presenza di quanto aveano bevuto, si sarà trattato per lo meno del liquido di due botti, entro pitali della capacità all'incirca di tre tonnellate. La più leggiadra di quelle damigelle d'onore, una pazzerella fantastica che aveva appena sedici anni, si prendea lo spasso di mettermi a cavalcione dei capezzoli delle colossali sue zinne, e di far mille altre stramberie su le quali mi perdonerà il leggitore se non mi diffondo di più. La conclusione è ch'io rimasi stomacato al segno di raccomandarmi alla Glumdalclitch affinchè studiasse qualche pretesto per non condurmi più da quelle signorine.

Un giorno, un giovine nipote dell'aia della mia balietta venne a domandar loro se voleano vedere giustiziare un malfattore. Era questi condannato a morte per avere ucciso un amico di chi faceva questa proposta. La Glumdalclitch si lasciò indurre ad essere di brigata, per altro assai contro sua voglia per essere una fanciulla naturalmente tenerissima di cuore; e quanto a me, benchè io abbia mai sempre abborrito tal genere di spettacoli, mi lasciai tentare dalla curiosità di vedere qualche cosa di assai straordinario. Il delinquente era legato ad una scranna collocata sopra un palco innalzato a tal fine, ed il carnefice gli troncò la testa d'un colpo con una sciabola lunga all'incirca quaranta piedi. Le vene e le arterie mandarono un zampillo sì copioso ed alto di sangue che, sintantochè durò, il gran gitto d'acqua di Versaglies non era da paragonarsegli. Il capo cadendo sul tavolato del palco fece tale strepito che diedi in uno scrollo io, benchè lontano dal luogo dell'esecuzione un buon mezzo miglio inglese.

La regina, avvezza ad udirmi parlare spesse volte de' miei viaggi di mare, e sollecita di procurarmi divagamenti ogni qual volta vedeami malinconico, mi domandò se io sapessi come si faccia a maneggiare una vela od un remo, e se un piccolo esercizio di remigare non sarebbe stato utile alla mia salute. Le risposi sapere io ottimamente maneggiare e remi e vele, perchè, se bene la mia professione fosse quella di chirurgo e medico d'armata, pur sovente in casi d'urgenza avea dovuto prestarmi agli ufizi di comune marinaio. Ma le dissi ad un tempo ch'io non vedeva come ciò potesse farsi negli stati di sua maestà, ove la più piccola barchetta superava in grandezza uno de' nostri bastimenti da guerra di primo ordine; che per conseguenza una navicella, qual io avrei potuto governarla, non avea mai avuta esistenza ne' loro fiumi. Sua maestà soggiunse che, ove avessi voluto dare il disegno d'un bastimento, il suo regio ingegnere me lo avrebbe costrutto, ed ella poi s'incaricava di provedermi d'un luogo ove metterlo all'acqua. Quell'ingegnere era un abilissimo meccanico pratico e, ben istrutto da me, ebbe fabbricata in tre giorni una navicella di diporto con tutto il suo sartiame, atta a trasportar comodamente otto Europei.

Notes in this chapter

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings