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Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

PARTE PRIMA VIAGGIO A LILLIPUT (continued 2)

Gaetano Barbieri translation

Illustration from Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Per darvi un'idea dell'acutezza di questa lor vista rispetto alle cose che hanno in vicinanza, vi dirò essermi io preso lo spasso di osservare un cuoco che spiumava un'allodola non più grossa di una delle nostre mosche comuni, ed una giovinetta che infilava un ago invisibile con un filo di seta parimente invisibile.

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I lor più alti alberi lo sono all'incirca di sette piedi: intendo quelli del grande parco imperiale, le cui più alte cime io poteva appunto serrare entro il pugno della mia mano. Gli altri vegetabili seguivano la medesima proporzione; ma lascio congetturare il rimanente all'immaginazione del leggitore.

Dirò qui ben poche cose del loro sapere, perchè ogni ramo di scienza è stato fiorente per molti secoli in quelle contrade; ma la loro maniera di scrivere è veramente singolarissima, non essendo nè da sinistra a destra come praticano gli Europei, nè da destra a sinistra a guisa degli Arabi, nè d'insù all'ingiù all'usanza Chinese, ma di sbieco come usano scrivere le nostre gentildonne.[20]

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Seppelliscono i loro morti col volto direttamente all'ingiù perchè, portando eglino l'opinione che dopo il corso di undicimila lune risusciteranno tutti di nuovo, nel qual periodo la terra, ch'essi concepiscono piatta, si sarà voltata di sotto in su, vogliono che questi morti, all'atto della loro risurrezione, si trovino pronti a saltare in piedi. I dotti del paese confessano assurda questa dottrina; ma tale pratica continua tuttavia per compiacere al volgare.

V'ha in questo paese alcune leggi e costumanze singolarissime; pur se non fossero sì diametralmente opposte a quelle della mia cara patria, mi sentirei tentato a dire alcun che in loro giustificazione. Sol sarebbe ad augurarsi che con altrettanta esattezza fossero messe in pratica. La prima di cui farò menzione riguarda i delatori. Tutti i delitti contro allo stato vengono ivi puniti con la massima severità, ma se la persona accusata fa pienamente apparire in processo la sua innocenza, l'accusatore viene immantinente condannato ad ignominiosa morte; e su i beni o terre di costui l'innocente viene compensato quadruplicatamente del tempo fattogli perdere, del pericolo cui soggiacque, delle molestie della prigionia, delle spese corse per la propria difesa, ed ove le sostanze del falso accusatore non bastino, il tesoro della corona somministra quello che manca. Il sovrano in oltre conferisce qualche pubblico contrassegno del suo favore al calunniato, la cui innocenza viene promulgata a suon di tromba per l'intera città.

La frode in queste contrade è riguardata come un delitto maggiore del furto, perchè si considera che una certa attenzione e vigilanza unite ad un comune discernimento possano salvare le sostanze d'un uomo dai ladri, mentre la buona fede non ha mai guarentigie di troppo contro alla raffinata astuzia de' furfanti; e poichè è indispensabile nella società un continuo giro di compre e vendite e di negozi fondati sul credito, in un paese ove la frode sia tollerata ed alimentata, o almeno ove non vi sia una legge che la castighi, chi contratta con onestà va sempre al di sotto, e sono del giuntatore tutti i vantaggi. Mi ricordo una volta di aver voluto farmi intercessore presso il sovrano per un tale che avea gabbato il suo padrone appropriandosi una somma riscossa da costui mediante un ordine del padrone medesimo. Sol per ottenere a questo reo una minorazione di pena mi sfuggì detto che in fine trattavasi dell'abuso di una cosa affidata. L'imperatore trovò cosa sin mostruosa che allegassi come punto di difesa quanto aggravava anzi il delitto del condannato. Restai lì senza sapere che cosa rispondergli. Mi limitai a ripetere il trito adagio: «Tanti paesi, tante usanze;» ma vi confesso che rimasi svergognato da vero.

Benchè siamo soliti ripetere che le ricompense ed i castighi sono i due cardini su cui un buon governo si move, non ho mai veduta fra tutte le nazioni del mondo una tal massima applicata alla pratica, fuorchè a Lilliput. Quivi chiunque presenta sufficienti prove di avere strettamente osservate per settanta lune continue le leggi del suo paese ha diritto a certi privilegi proporzionati alla sua condizione sociale, oltre ad una somma di danaro egualmente proporzionata, e pel cui pagamento è istituito un fondo a parte; gli viene di più conferito il titolo di snillpall, che in lingua di quel paese vuol dire uomo secondo la legge, titolo d'onore per altro che egli non può trasmettere alla sua posterità. Laonde i Lilliputtiani trovarono sbagliata di gran lunga la nostra politica, allorchè dissi loro che fra noi la forza del codice criminale sta ne' minacciati castighi, ma che non vi si fa menzione di ricompense. In virtù di questa loro pratica diversa dalla nostra, la Giustizia effigiata ne' loro tribunali, che è dipinta con sei occhi, due davanti, due dietro, uno per lato ad indicare la circospezione necessaria ad un giudice, tiene in oltre nella mano destra una grande borsa d'oro ed una spada sguainata nella sinistra per dar a vedere quanto ella sia più proclive a ricompensare che a punire.

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Nello scegliere impiegati pubblici di qualsiasi genere badano molto più alle qualità morali dell'individuo che alla sua abilità; poichè, siccome un governo è cosa necessaria al genere umano, essi pensano che una discreta dose di retto discernimento debba bastare tanto ad una posizione quanta ad un'altra; nè sanno darsi a credere che la providenza abbia voluto fare dell'amministrazione della cosa pubblica un mistero comprensibile unicamente per pochi geni trascendenti di cui rare volte ne nascono tre ad ogni secolo. S'immaginano in vece che la buona fede, la giustizia, la temperanza e simili altre prerogative sieno alla mano di tutti, e che la pratica di queste virtù, aiutata dall'esperienza e dalla buona volontà, renda abile un uomo al servigio del suo paese, tranne que' servigi che dipendono da un dato magistero, al cui apprendimento sia essenziale un corso di studi. Lontanissimi poi dal credere che una rara superiorità di mente possa supplire alla mancanza di tali virtù poste a portata d'ognuno, pensano anzi che i pubblici impieghi non dovrebbero esser mai affidati in sì pericolose mani siccome quelle di persone dotate di tanta intellettuale sublimità, e che per lo meno gli errori commessi da un'ignoranza non disgiunta da virtuose disposizioni dell'animo, non potrebbero mai portare tante pericolose conseguenze al generale interesse quanto le pratiche d'un uomo tratto dalle sue prave inclinazioni a lasciarsi corrompere e protetto da una superiore abilità di mente nell'amministrare, nel moltiplicare e nel tutelare i mezzi della corruttela.

Pensano parimente che l'incredulità nella divina providenza renda un uomo indegno di qualunque pubblico incarico, perchè siccome il sovrano medesimo si professa il delegato di questa providenza divina, parrebbe ai Lilliputtiani il massimo degli assurdi se il principe affidasse impieghi ad uomini che rinnegassero il potere di cui egli è mandatario.

Nel parlare e di queste e d'altre leggi che verrò commemorando in appresso, vorrei bene s'intendesse com'io abbia in vista soltanto le originali instituzioni, non certo le scandalose abitudini, in cui que' popoli sono caduti in conseguenza della degenerata natura dell'uomo: perchè, quanto alle infami pratiche di meritarsi luminosi impieghi e favori col ballar su la corda o saltare a vicenda sopra un bastone e passarvi di sotto curvandosi, fo notare al leggitore che tali usanze vennero introdotte dall'avolo dell'imperatore oggi regnante, e sono poi venute in sì alta voga per effetto del subuglio delle fazioni.

Anche l'ingratitudine è colà nel novero dei delitti capitali, il che leggiamo essersi pensato egualmente in altre contrade. Il principio su cui si fondano è che, se un uomo è capace di rendere male per bene al suo benefattore, dee per necessità essere nemico di quel rimanente del genere umano cui non ha veruna sorta d'obbligazione, e che come nemico dell'universo è immeritevole di vivere.

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Le loro nozioni su i doveri scambievoli de' genitori e de' figli sono diverse affatto dalle nostre; perchè l'unione de' due sessi essendo fondata su la grande legge della natura, intesa a propagare e continuare le specie lilliputtiane, ne deducono come necessaria conseguenza che tale unione nella schiatta umana non sia prodotta da un principio diverso da quello onde si congiungono fra loro i viventi diversi dall'uomo; credono quindi che la tenerezza dei genitori verso i loro piccoli figli proceda da un simile principio di natura; e sarebbe impossibile il farli convenire che i figli abbiano nessuna obbligazione ai padri o alle madri loro per averli messi al mondo; «perchè, dicon essi, nè questo, considerando le miserie dell'umana vita, fu un benefizio in sè stesso, nè fatto con intenzione di beneficare dai genitori, i quali, nei loro amplessi amorosi, pensavano ben ad altro che a ciò». Dietro questi e simili ragionamenti, hanno opinato che a tutt'altri, fuorchè ai padri e alle madri loro, debba affidarsi l'educazione dei fanciulli. Essi hanno pertanto stabilito in ciascuna città de' pubblici collegi, ove tutti, eccetto gli agricoltori e i bifolchi, sono obbligati mandare, per essere allevati ed educati, i loro figli d'entrambi i sessi, appena giunti all'età di venti lune, età in cui si suppone in essi l'attitudine a ricevere ammaestramenti. Di diverso genere sono tali scuole, secondo le diverse qualità ed il sesso degli allievi. Ciascuna di esse è fornita di professori abili nel predisporre i giovinetti a quella condizione di vita cui li chiamano così il grado che hanno nella società i lor genitori come la forza del loro ingegno e l'indole delle loro inclinazioni. Parlerò prima de' collegi maschili.

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Quelli destinati pe' fanciulli spettanti alle più nobili ed alte classi vanno proveduti di gravi e dotti professori ed ognun d'essi de' suoi ripetitori. Lisci e semplici sono il cibo ed il vestito de' giovani alunni. Allevati ne' principii dell'onore, della giustizia, del coraggio, della modestia, della mansuetudine e della religione, vengono sempre impiegati in qualche occupazione, eccetto il tempo del mangiare e del dormire, che è ben corto, e due ore di ricreazione che consiste in esercizi del corpo. Sono vestiti dai serventi del collegio finchè arrivino all'età di quattro anni, dopo il qual tempo vengono obbligati a vestirsi da sè medesimi, comunque sublimi sieno i loro natali. Le donne addette allo stabilimento, proporzionate, quanto all'età, alle nostre di cinquant'anni, vi fanno quel che dicesi i fatti grossi della casa. Non si permette ai giovinetti il conversare con la servitù; bensì uniti fra loro in brigate, or più piccole, or più grandi, vanno a trastullarsi alla presenza sempre di un professore o di un ripetitore; così schivano contrarre quelle impressioni o goffe o viziose di cui s'imbevono i nostri fanciulli. Non è concesso ai lor genitori il vederli più di due volte l'anno, nè di baciarli se non all'atto del primo incontro e della separazione; ed un professore, che in tali occasioni sempre è presente, non permette ad essi nè confidenze segrete nè smancerie di tenerezza co' figli nè il presentarli di cose dolci o balocchi di qualsisia genere.

La pensione dovuta da ciascun padre per l'educazione ed il mantenimento de' propri figli, ov'egli mancasse di pagarla in tempo debito, viene riscossa da uficiali imperiali a ciò delegati.

I collegi pe' figli di borghesi, mercanti, bottegai e manifattori vengono in proporzione amministrati con la medesima regola; solamente i ragazzi destinati a qualche mestiere, all'età di undici anni, son collocati come novizi in una bottega; quelli di nascita più distinta continuano i loro studi sino ai quindici anni che corrispondono ai ventuno fra noi; ne' tre ultimi anni la loro clausura è più mite.

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Nei collegi femminili le giovinette di ragguardevole nascita sono educate, sotto molti aspetti, alla maniera de' maschi; sol vengono vestite da persone del loro sesso medesimo e sempre alla presenza di una istitutrice o sua delegata, finchè arrivino a vestirsi da sè, il che è stabilito al quinto anno di loro età. Se si giugne a scoprire che una di tali serventi s'arrischi ad intertenere l'allieva o in fole da far paura o matte storie od altri di quegli sguaiati propositi che sono il forte delle cameriere fra noi, costei è pubblicamente frustata per tre giorni consecutivi attorno alla città, tenuta prigione un anno e bandita in vita nella più deserta parte del paese. Così le giovinette, non meno degli uomini, si vergognano di essere pusillanimi o frivole, nè si curano di personali ornamenti oltre all'uopo della decenza e della mondezza. In somma, nei metodi di educazione serbati per le giovinette o pei maschi, non m'accorsi d'altre essenziali differenze (oltre alle poche che ho accennate) fuor delle esercitazioni che per le donne non sono tanto gagliarde, di alcuni insegnamenti più ad esse confacevoli nei particolari della vita domestica, e della istruzione, in quanto al resto, più limitata per loro; la loro massima fondamentale si è che una giovane di distinzione, andando a marito, si mantenga per chi la sposa una ragionevole e gradevol compagna, giacchè giovine non può sempre mantenersi. Giunte ai dodici anni, che per loro è l'età delle nozze, i lor genitori o tutori se le prendono a casa dando grandi manifestazioni di gratitudine alle loro istitutrici, e rare volte senza pianti e della giovine che abbandona lo stabilimento e delle compagne.

Nei collegi di donne di men alta sfera, le giovinette vengono istrutte in ogni sorta di mestieri adatti al loro sesso ed alla loro posizione nel mondo; quelle destinate ad un alunnato in qualche bottega ci vanno a sette anni; le altre son tenute in collegio sino agli undici.

Le famiglie di classe più ordinaria, che hanno figli in questi collegi, devono, oltre all'annuale pensione che è tenue quanto mai è possibile, consegnare al maggiordomo del collegio stesso un tanto mensile su i loro guadagni per formare un patrimonio al fanciullo, onde la legge stessa viene a limitare le spese dei padri di famiglia; perchè i Lilliputtiani non trovano cosa più ingiusta di quella che vi sieno uomini i quali per appagare i loro appetiti mettano figli al mondo, poi lascino al pubblico l'incarico di mantenerli. Quanto alle persone di più alto grado, danno sicurtà di assegnare una certa somma, proporzionata alla loro condizione, in retaggio ai loro figli, e questi fondi vengono sempre amministrati con la più esatta economia e giustizia.

I bifolchi ed agricoltori si tengono a casa i propri fanciulli, chè non avendo eglino d'altre faccende che l'arare ed il coltivare la terra, l'educazione de' medesimi è di poca importanza pel pubblico. Ciò non ostante divenuti inabili per malattia o vecchiaia, li mantengono gli ospitali, perchè il mendicare è mestiere ignoto in questo reame.

E qui forse non sarà cosa priva di vezzo pel leggitore il sapere alcun che sul mio governo domestico e metodo di vivere in questo paese durante i nove mesi e tredici giorni che vi dimorai. La mia mente essendo naturalmente ben disposta ai lavori meccanici, e d'altronde costretto dalla necessità, mi fabbricai da me co' più grossi alberi del parco imperiale una tavola ed una scranna convenienti abbastanza. Duecento cucitrici furono impiegate per farmi camicie e biancherie da letto e da tavola, il tutto con le tele più forti e ruvide che poterono mettere insieme, le quali nondimeno dovettero ripiegare a più doppi e trapuntare, perchè nel loro stato naturale erano un po' più sottili delle più fine tele di cui si fanno manichetti in Europa. I loro drappi sono per solito alti tre dita, e la lunghezza di tre piedi forma una pezza. Perchè le cucitrici mi prendessero la misura, mi stesi per terra; l'una di esse mi stava al collo, l'altra alle metà delle gambe, con una forte cordicella tesa che ciascuna di esse teneva per una estremità, intantochè una terza misurava la lunghezza della cordicella con un passetto lungo un dito. Indi misurarono il mio pollice destro, nè ebbero bisogno di far altro, perchè con un calcolo matematico sapeano che due volte la lunghezza di questo faceva il circuito del mio manichino, come sapeano che la mia cintura era due volte il circuito del mio collo. Presa in oltre per modello una mia vecchia camicia che stesi per terra, eseguirono appuntino tutte le cose.

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Così pure vennero impiegati cento sarti nel farmi un abito, ma questi per pigliarmi la misura adottarono un metodo affatto diverso. Postomi ginocchione, essi pontarono una scala che veniva da terra sino al mio collo, e saliti su la scala, lasciarono da questa cadere sul pavimento un piombino che corrispondeva esattamente alla lunghezza del mio giustacuore; quanto alla cintura e alle braccia, ne presi la misura da me medesimo. Poichè il mio vestito fu terminato (manifattura tutta eseguita fra le pareti della mia casa, altrimenti i più gagliardi fra que' sartori non sarebbero riusciti ad introdurvelo), l'unione di tutti i pezzetti che lo formavano, lo faceano parere un abito da arlecchino, ma tutto di un colore.

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Avevo trecento cuochi per prepararmi il mio mangiare; abitavano essi in convenienti baracche alzate intorno alla mia abitazione ove vivevano insieme con le loro famiglie, e mi preparavano due piatti per ciascheduno. All'ora del mio pranzo io mi prendeva in mano trenta de' miei camerieri e li collocava sopra la tavola; un centinaio d'altri stavano servendomi a' piè della tavola stessa, chi tenendo vivande, chi barili di vino e liquori che lor pendeano dalle spalle; i camerieri che stavano sopra la tavola tiravano su d'essa queste cose con giudiziosissimi congegni di corde simili a quelle di cui ci serviamo in Europa per tirar fuori i secchi dai nostri pozzi. Un piatto delle loro vivande faceva una buona boccata, come una ragionevole sorsata un de' loro barili di vino. I castrati di quel paese cedono in bontà ai nostri, ma il manzo è squisito. Mi capitò una volta un lombo sì grosso che dovetti farne tre bocconi per mangiarlo; fu per altro un caso raro. La mia servitù rimaneva attonita al vedermi mangiare questi grossi animali e fin le loro ossa come da noi si mangia una coscia d'allodola. Le loro oche, i loro gallinacci me li mangiavo in una boccata, e devo dire che erano di gran lunga migliori de' nostri. Quanto agli uccelli di becco gentile, io ne infilzava le ventine e le trentine su la punta del mio coltello.

Un giorno l'imperatore, essendo stato informato del mio modo di vivere, desiderò aver la fortuna, mi valgo delle stesse parole che si degnò profferire, di venire a pranzar meco egli, la sua imperiale consorte ed i principi del sangue d'entrambi i sessi. Vennero di fatto e li collocai tutti seduti nelle loro sedie di stato, circondati dalle loro guardie, su la mia tavola rimpetto a me. Vi era pure Flimnap, il gran tesoriere, con la bacchetta bianca della sua carica, e notai che mi volgea certe occhiate torve; pure fingendo non accorgermene, continuai a mangiare d'un appetito che faceva onore alla mia cara patria e rese ammirata tutta quanta la corte. Ho qualche particolare motivo per credere che questa visita di sua maestà offrisse a Flimnap una opportunità di prestarmi mali ufizi presso del suo padrone. Costui era sempre stato il mio segreto nemico, benchè in apparenza mi facesse più finezze di quante se ne poteano solitamente aspettar dalla disamenità del suo carattere. Egli non si stancava di far rimostranze all'imperatore su lo stato piuttosto esausto del suo tesoro, su la necessità in cui era di cercar danaro con grave scapito sopra le cedole dello scacchiere che perdevano un nove per cento al di sotto del pari; gli diceva ch'io era costato a sua maestà un milione e mezzo di sprug (la loro più grande moneta d'oro, della grossezza circa di una paglietta); in somma, la finiva concludendo che sua maestà avrebbe fatto ottimamente cogliendo la prima occasione di disfarsi di me.

Mi corre qui il dovere di risarcire l'onore di un'ottima dama che soggiacque innocentemente a di ben gravi molestie per ragion mia. Era saltato al gran tesoriere il ghiribizzo di essere geloso di sua moglie, e ciò produssero alcune male lingue col mettergli nelle orecchie ch'essa aveva presa una violenta passione per me; la maldicenza cortigianesca andò per qualche tempo al segno di vociferarsi che una volta ella era venuta segretamente a trovarmi in mia casa. Fu questa un'infamissima impostura, priva d'ogni fondamento, e quanto v'ha di vero si è unicamente che sua eccellenza, la signora grande tesoriera, mi dava grandi contrassegni di confidenza e d'amicizia, ma sempre ne' termini della più stretta onestà. Confesso che venne spesse volte in mia casa, ma pubblicamente e con tre altre persone nella sua carrozza, le quali erano per solito una sua sorella, una giovinetta sua figlia ed una terza signora di sua intima conoscenza; e ciò praticavano parimente altre dame di corte, e me ne appello a tutta la gente di mio servizio, perchè dica se ha mai veduta dinanzi alla mia porta una carrozza senza conoscere le persone che ci stavano entro. Ogni qual volta si davano di questi casi, ed appena un mio servo veniva ad avvertirmene, io correva sempre alla porta, e dopo avere usati i miei convenevoli ai visitatori, mi prendeva in mano con tutto il riguardo la carrozza e un paio di cavalli (erano carrozze a tiro da sei, ma il postiglione staccava gli altri quattro cavalli), e mi portava tutte queste cose su la mia tavola, intorno a cui io aveva congegnato un parapetto, alto cinque dita, da mettere e levare per andar contro a tutte le possibili disgrazie. Quante volte su questa mia tavola ho avute sin quattro carrozze piene di persone, ed io me ne stava seduto sulla mia scranna con la faccia parallela ad esse.

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Mentre io dava udienza ad una brigata, i cocchieri conducevano gentilmente a passeggiare intorno alla tavola le altre carrozze. V'accerto che, conversando in tal modo, ho passati dei gradevolissimi dopopranzi. Ma sfido il gran tesoriere ed i suoi due delatori (e li nominerò anche, tanto peggio per loro!) sfido i suoi due delatori, Clustril e Drunlo, a provare che alcuna persona sia mai venuta a trovarmi misteriosamente, salvo la volta che ebbi un riservato colloquio col segretario di gabinetto Redresal, e anche fu per espresso comando di sua maestà imperiale; ve l'ho già raccontato. Non mi sarei fermato a lungo su questi particolari se non si trattasse di cosa in cui era compromessa la riputazione di una gran dama per non dirvi nulla della mia. Perchè nemmen questa era salva, ancorchè avessi l'onore di essere un nardac, ciò che il gran tesoriere non è; tutti sanno ch'egli è unicamente un glumglum, titolo inferiore d'un gradino al mio; per darvene un'idea, come sarebbe in Inghilterra un marchese rispetto ad un duca; quanto all'impiego non ostante, devo confessarlo, era da più di me. Queste calunnie pertanto, delle quali venni in cognizione troppo tardi per un caso inutile qui a raccontarsi, produssero che il gran tesoriere per alcun tempo facesse cattiva cera a sua moglie e peggiore a me. Egli è vero che più tardi venne in chiaro del suo inganno, e si rappattumò con la moglie; ma l'antipatia contro di me gli durò sempre, e dovetti accorgermi che ogni giorno io calava di credito presso l'imperatore, il quale si lasciava troppo governare da questo favorito.

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CAPITOLO VII.

L'autore informato d'una macchinazione ordita per accusarlo d'alto tradimento, cerca scampo nel regno di Blefuscu. — Accoglimento che vi trova.

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Avanti di dar conto al leggitore della mia partenza da Lilliput, è prezzo dell'opera l'istruirlo della segreta cabala che si stava macchinando da due mesi a mio danno.

In tutta la mia vita sin qui trascorsa io non poteva aver pratica delle corti; dalle quali mi tenea lontano la bassezza della mia condizione: certo io aveva udito quanto bastava intorno al poco che c'è da contare su la buona grazia dei potenti, ma non mi figurava mai di provare i terribili effetti delle disposizioni del loro animo in sì remota contrada; governata con massime tanto diverse da quelle d'Europa.

Io stava apparecchiandomi per un viaggio a Blefuscu a fine di ossequiare, come lo aveva promesso, quel monarca, quando una notte si presentò alla mia casa segretamente, entro una bussola chiusa, un personaggio spettante alla corte, al quale io avea resi buoni ufizi mentre era caduto in disgrazia presso sua maestà imperiale. Non mi fece dire il suo nome quando mandò a chiedermi un privato intertenimento. Licenziò i facchini appena fu dinanzi alla porta della mia casa, ed io per maggior cautela mi posi la bussola e sua signoria, che vi era chiusa, in una tasca del mio giustacuore ordinando ad uno de' più fedeli miei servi di dire a chiunque volesse vedermi ch'io era indisposto di salute e andato a coricarmi. Assicurata indi la porta, posi secondo il solito la bussola col visitatore sopra la tavola, e mi ci assisi a canto. Terminati i soliti complimenti, m'accorsi che l'aspetto di sua signoria era alquanto stravolto, onde gliene chiesi il motivo.

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— «Armatevi, egli disse, di pazienza nell'ascoltarmi, perchè le cose che sono per dirvi concernono grandemente l'onor vostro e la vostra vita».

Vi ripeto parola per parola il discorso ch'egli mi tenne perchè ne feci notazione, appena mi ebbe lasciato.

— «Avete a sapere che parecchie giunte secrete del consiglio si sono andate convocando da qualche tempo, e che solamente da due giorni in qua il sovrano è venuto ad una definitiva risoluzione.

«Già vi sarete accorto che Skyresh Bolgolam (gulbet o sia grande ammiraglio) si chiarì vostro mortale nemico, quasi appena foste arrivato fra noi. Quali fossero da prima i suoi motivi, lo ignoro, so che il suo odio s'accrebbe a dismisura pel vostro glorioso successo su la flotta di Blefuscu, successo che, come vedete, annebbiava di molto la gloria del medesimo nella sua qualità di grande ammiraglio. Questo gran dignitario e, d'accordo con lui, Flimnap, il gran tesoriere, la cui inimicizia contro di voi è notoria per le ciarle sparsesi intorno a sua moglie, il generale Limtoc, il gran ciamberlano Lalcon ed il gran giudice Balmuff, tutti questi hanno compilato gli articoli di un atto d'accusa che vi qualifica reo d'alto tradimento e d'altri capitali delitti».

Questo preambolo ad un uomo come me, che non aveva nulla nella mia coscienza da rimproverarmi, e che sapeva d'aver fatto del bene allo stato, mi fece tanto perdere la pazienza che era lì per interromperlo; ma sua signoria mi pregò, mi supplicò persino che la lasciassi dire, e procedè nel suo discorso così.

— «Caldo della riconoscenza che per tanti titoli vi professo, mi sono informato di tutti gli atti del processo segreto istituito contro di voi, e mi sono persino procurato una copia degli articoli di accusa, che è qui. Vedete che per servirvi da amico metto a repentaglio la mia testa».

Mi fece dunque la lettura dei seguenti

ARTICOLI D'INFORMAZIONE

CONTRA

QUINBUS FLESTRIN (m'aveano battezzato così) alias L'UOMO MONTAGNA

ART. 1

Considerando che, in conseguenza di uno statuto emanato sotto il regno di sua maestà Calin Deffar Plune, chiunque ardirà orinare ne' precinti dell'imperiale palazzo sarà soggetto alle pene e penalità fulminate contra i rei d'alto tradimento, e che il detto Quinbus Flestrin, in onta della suddetta legge e sotto pretesto di estinguere un incendio accesosi nell'appartamento di sua maestà la nostra dilettissima imperiale consorte, diede maliziosamente, proditoriamente, diabolicamente corso alle sue orine, e spense infatti l'incendio accesosi nel suddetto appartamento, posto e giacente entro i precinti di questo imperiale palazzo, contra gli statuti e provedimenti emanati in simili casi, ec. contra il dovere, ec.

ART. 2

Che il detto Quinbus Flestrin avendo condotta prigioniera in questo imperiale porto la nemica flotta di Blefuscu, e comandato in appresso da sua maestà imperiale d'impadronirsi di tutto il rimanente del navilio del detto impero di Blefuscu e di ridurre quel reame in provincia da essere governata da un vicerè mandato di qui, di distruggere e mettere a morte non solamente tutti i proscritti piattuoviani, ma anche tutta quella parte della popolazione di Blefuscu che non avesse voluto abbiurare l'eresia piattuoviana e adattarsi a mangiare l'uova rompendole dalla parte della punta, il detto Flestrin, comportandosi da fellone e traditore contra l'auspicatissima e serenissima imperiale maestà, ardì fare una rimostranza per esimersi dal prestare questo servigio col pretesto d'una sua contrarietà a forzare le coscienze e a distruggere la libertà e le vite di una innocente popolazione.

ART. 3

Che, quando certi ambasciatori della corte di Blefuscu, vennero in questa metropoli ad implorare la pace da sua maestà l'imperatore di Lilliput, il detto Flestrin con atto di assoluta fellonia e tradimento, corteggiò, blandì, confortò e festeggiò i suddetti ambasciatori, benchè li sapesse addetti ad un principe che era stato di recente aperto nemico della lodata imperiale sua maestà ed in guerra aperta contr'essa.

ART. 4

Che il detto Quinbus Flestrin, contra ogni dovere di fedele suddito sta ora apparecchiandosi ad un viaggio nell'impero e presso la corte di Blefuscu, pel quale viaggio ha unicamente ricevuta una permissione verbale da sua maestà il graziosissimo sovrano di Lilliput; e sotto il pretesto di tal permissione solamente verbale ha divisato con fellonia e tradimento di far questo viaggio per potere, giunto colà, aiutare ed incoraggiare d'opera e di consiglio l'imperatore di Blefuscu stato dianzi nemico ed in aperta guerra con la prelodata imperiale sua maestà».

Ci erano alcuni altri considerando; i più importanti son questi che vi ho detti in succinto.

— «Nelle diverse discussioni occorse su questo argomento (continuò il mio visitatore) bisogna confessare che il monarca ha dati non pochi contrassegni di grande clemenza, ora mettendo innanzi i servigi che gli avevate prestati, ora ingegnandosi d'attenuare i vostri falli. Il gran tesoriere e il grande ammiraglio la battevano perchè foste messo ad una morte ignominosa e crudele, e ad avviso di que' signori, doveva essere di notte tempo appiccato il fuoco alla vostra casa; il generale l'avrebbe circondata con ventimila uomini armati di frecce avvelenate da scagliarvi nella faccia e nelle mani. Intanto alcuni de' vostri servi avrebbero ricevuti segreti ordini d'aspergere di sughi velenosi le vostre camicie e lenzuola, in conseguenza di che vi avrebbe invaso tal furore che vi sareste stracciate le carni di dosso, e avreste finito di vivere fra atroci tormenti. Il generale era della stessa opinione, di modo che per lungo tempo vi fu una grande maggiorità contro di voi; pure sua maestà, risoluta di salvarvi se si poteva la vita, tanto fece che tirò dalla sua il ciamberlano.

«In questa Reldresal, primo segretario degli affari privati, mostratosi in tutte le occasioni vostro vero amico, ebbe ordine dall'imperatore di dire anch'egli la sua opinione, la qual cosa egli fece, nè smentì il buon concetto che avete sempre avuto della sua propensione per voi. Convenne, bisognava fare così, che i vostri delitti erano grandi, che ciò non ostante non era tolto il luogo alla clemenza, la più commendevole fra le virtù d'un monarca, e per cui sua maestà veniva celebrata sì giustamente. Premise essere sì notoria l'amicizia esistente tra lui e voi che forse sarebbe tacciato di qualche poco di parzialità da quella eccelsa tavola di stato. Nondimeno, egli soggiunse, mi si comanda di parlare; parlerò con franchezza. Egli opinò pertanto che, se sua maestà, in contemplazione de' vostri servigi, e cedendo alle inclinazioni sue portate sempre alla misericordia, si fosse degnata risparmiarvi la vita e dar solamente ordine che vi fossero cavati tutt'a due gli occhi, egli era del sommesso parere che, mediante un tale espediente, si sarebbe soddisfatto in qualche parte alla giustizia, e tutto il mondo avrebbe applaudito alla clemenza di sua maestà ed alla generosa moderazione di quanti avevano l'onore di esserne i consiglieri. Notò che la perdita de' vostri occhi non sarebbe stata un impedimento alla gagliardía delle vostre membra, per cui avreste potuto continuare a rendervi utile a sua maestà; che la cecità porta un incremento al coraggio nascondendone i pericoli da cui siamo minacciati; che la paura appunto di perdere gli occhi fu il maggiore fra gli ostacoli da voi incontrati nel condurvi con voi al nostro porto il navilio nemico; che sarebbe stato ben sufficiente per voi il vederci con gli occhi dei ministri, tanto più che i più grandi sovrani non hanno d'altr'occhi nemmeno loro.

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«Un tal partito incontrò la massima disapprovazione di tutta quanta la tavola di stato. Principalmente l'ammiraglio non fu più capace di contenersi; dato in tutte le furie esclamò: Mi maraviglio bene che vi sia un segretario di stato il quale ardisca dire la sua opinione per salvare la vita d'un traditore. I servigi da voi prestati erano, all'udir lui e secondo le migliori ragioni di stato, altrettante aggravazioni de' vostri delitti. Disse che se voi eravate capace di estinguere con gli sprazzi della vostra orina un incendio negli appartamenti di sua maestà, la graziosissima imperatrice... non vi so dipignere il moto d'orrore ch'egli fece nell'allegare tal circostanza... potevate bene in un'altra eventualità e con lo stesso espediente produrre tale inondazione da sommergere l'intero palazzo imperiale. E quella forza, era sempre lui che diceva così, quella forza che vi ha fatto abile a condurre nel nostro porto tutto il navilio de' nemici, un'altra volta ed al primo disgusto ch'abbiate ricevuto, vi farà abile a restituirla al nemico medesimo. Aggiunse d'avere buone ragioni per credervi un piattuoviano nel fondo del cuore, e che siccome il tradimento comincia nell'animo prima di manifestarsi nelle azioni degli uomini, così vi accusava traditore dal lato de' pensieri ed instava per conseguenza affinchè vi fosse tolta la vita».

«Il gran tesoriere fu della stessa opinione, benchè le sue considerazioni fossero d'un'altra natura ed intese a dimostrare le angustie cui il carico di mantenervi riduceva le rendite di sua maestà, carico che sarebbe omai divenuto insopportabile. Biasimava altamente il partito del segretario che si sarebbe limitato a farvi cavar gli occhi. Ciò secondo lui avrebbe probabilmente accresciuto il male in vece di diminuirlo, e portò ad esempio palmare della sua asserzione l'usanza che v'è d'accecare certe specie di uccelli affinchè mangino più ingordamente ed ingrassino meglio; che in fine la sacra sua maestà ed il consiglio, compiaciutisi di divenire vostri giudici, erano pienamente persuasi nelle loro coscienze del vostro reato, e bastar questo per condannarvi a morte senza stare a tutte quelle formalità di prove che la stretta lettera della legge richiederebbe.

«Ma l'imperial sua maestà, ferma nella sua prima massima contro alla pena capitale, si degnò nella sua clemenza notare che, se il consiglio trovava pena troppo mite il cavarvi gli occhi, c'era sempre il tempo di procedere a castighi più severi in appresso. Il grande vostro amico, il segretario di gabinetto, in allora chiese rispettosamente di essere udito per rispondere alle obbiezioni del gran tesoriere concernenti l'enorme spesa che costa a sua maestà il mantenervi. In proposito di che osservò che sua eccellenza essendo incaricata dell'intera amministrazione dell'entrate imperiali, erano anche in suo arbitrio le providenze necessarie ad andar contra un simile inconveniente, e ciò col diminuire a gradi a gradi il vostro sostentamento; tantochè, a furia d'indebolimento e languore, andaste a finire in una consunzione che vi spedisse in pochi mesi. Sarebbe derivato da ciò un altro vantaggio, il vostro protettore dicea: minoratane la mole più della metà, il puzzo delle vostre carni, quando foste cadavere, non sarebbe più sì pernicioso. Cinque o seimila sudditi di sua maestà facevano presto a staccar queste carni dall'ossa del morto, che sareste voi, e, caricate queste su de' carri, a trasportarle per essere sepolte in qualche luogo ben rimoto onde impedire l'infezione dell'aria; il vostro scheletro sarebbe rimasto come un monumento all'ammirazione de' posteri».

«Così, e ne avete obbligazione alla grande amicizia che il segretario ha per voi, tutta la faccenda rimase aggiustata. Fu strettamente convenuto fra i ministri che il disegno di affamarvi poco alla volta sarebbe tenuto nel più grande segreto; ma la sentenza di cavarvi gli occhi fu posta a protocollo; nè vi fu altro dissenziente fuor dell'ammiraglio Bolgolam che, siccome creatura dell'imperatrice, veniva sempre instigato dalla lodata maestà sua ad insistere per la vostra morte; già sapete che questa sovrana non ve l'ha mai più perdonata pel turpe ed illegale espediente cui vi atteneste per estinguere il fuoco dell'imperiale suo appartamento.

«Di qui a tre giorni il segretario vostro amico si porterà da voi per leggervi il vostro atto d'accusa, e comunicarvi ad un tempo l'atto d'ineffabile clemenza e favore di sua maestà e del consiglio, che limitano la vostra condanna alla perdita degli occhi; alla quale condanna la prefata sua maestà non dubita non vi sottomettiate di buon grado e con riconoscenza. Saranno posti in requisizione venti chirurghi di sua maestà affinchè l'operazione riesca felicemente col mandarvi una copiosa scarica di frecce su le pupille, che per ricevere meglio vi porrete disteso supino sul terreno.

«Io lascio alla vostra prudenza il prendere quegli espedienti che giudicherete i più opportuni, e per sottrarmi ad ogni sospetto, me ne torno via subito nella stessa celata guisa con cui sono venuto».

Così sua signoria fece lasciando me agitato fra mille dolorose perplessità.

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Sotto il presente sovrano ed il suo ministero era invalsa una pratica ben diversa, come ne fui assicurato, da quella tenutasi sotto i monarchi suoi predecessori, ed era quella che quando la corte avea decretato qualche barbaro atto, o fosse per blandire un sovrano risentimento o per condiscendere alla malvagità d'un favorito, l'imperatore tenea sempre in prevenzione una parlata all'intero consiglio pompeggiando della sua ineffabile clemenza e tenerezza per l'umanità, siccome qualità in lui conosciute e confessate dall'universo. Poi questo discorso veniva subito pubblicato e diramato per tutto il regno, nè v'era cosa che atterrisse tanto la popolazione quanto questi pomposi elogi della clemenza di sua maestà, perchè si era notato che quanto più si calcava su questi encomi, quanto più venivano amplificati, tanto più crudele era il decreto che li seguiva, tanto più innocente chi rimanea la vittima di questo decreto.

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Circa a me, devo confessare che non essendo mai stato fatto nè dalla mia nascita nè dalla mia educazione alla vita del cortigiano, io era cattivo giudice delle cose al segno di non sapere ravvisare questa grande clemenza o questo prelibato favore di sua maestà nel farmi cavare gli occhi, anzi la trovava (mi sarò ingannato) piuttosto una bricconata che una gentilezza. Per un momento mi saltò in testa di domandare il mio processo; perchè, se bene non potessi negare diversi dei fatti allegati a mio pregiudizio in quell'atto d'accusa, mi parea che potessero essere presentati sotto un aspetto assai meno brutto. Ma avendo letto in mia vita molti processi di delitti politici, e notato che vanno sempre a finire conforme alla prima piega che lor diedero i giudici, non m'arrischiai a rimettermi ad una così pericolosa prova in circostanze sì nuvolose ed avendo contra me sì possenti nemici. Un altro momento mi sentii fortemente tentato a resistere, perchè, finchè io rimaneva in libertà, l'intera forza di questo reame non bastava a soggiogarmi, e ad un bisogno avrei mandato all'aria a furia di sassate l'intera metropoli; ma feci presto a respignere con orrore un tale disegno; mi ricordai del giuramento che io aveva dato all'imperatore, dei favori che io ne aveva ricevuti e dell'alto titolo di nardac da lui conferitomi; chè non aveva io sì presto imparata la riconoscenza dei cortigiani per persuadermi che la presente severità del sovrano mi francasse da tutte le passate obbligazioni.

Finalmente mi determinai ad una risoluzione per cui forse potrò incorrere qualche censura. Confesso di aver dovuto la salvezza de' miei occhi e per conseguenza la libertà alla mia grande sconsigliatezza e mancanza di esperienza, perchè se avessi allora pensato al fare di certi principi e ministri che ho conosciuti in altre corti, ed alla maniera con cui hanno trattati altri individui men colpevoli di me, mi sarei rassegnato con tutta alacrità a questa sì tenue punizione. Ma trascinato da precipitazione giovenile, profittai allora della licenza che sua maestà imperiale m'avea già accordato dì portarmi a Blefuscu per tributare i miei omaggi a quel sovrano, e spedii al segretario di gabinetto, quel mio grande protettore che per effetto di sua benevolenza volea vedermi cavati gli occhi e morto di fame, la lettera d'avviso di tal mia risoluzione, fondata sopra un concedimento sovrano; poi subito, senza aspettare, come potete credere, la risposta, mi trasferii a quel lato dell'isola ove stanziava la flotta. Impadronitomi di una grande nave da guerra, alla cui prora attaccai una corda, e levatene l'ancore, mi spogliai, e postivi entro i miei panni e la mia coperta da letto che m'era portata sotto il braccio, poi trattomi dietro il mio bastimento, parte guadando, parte nuotando, arrivai al porto di Blefuscu, ove quella popolazione m'aspettava da lungo tempo. Mi furono tosto date due guide che mi scortassero alla metropoli, la quale ha il medesimo nome dell'intero reame. Mi portai le mie scorte nelle mani finchè fossimo ad una distanza di duecento braccia dalle porte; allora le misi a terra pregandole andare a notificare il mio arrivo ad un segretario di gabinetto per avvertirlo ch'io stava lì fuori aspettando i comandi di sua maestà. Circa un'ora dopo, ebbi in risposta che sua maestà, accompagnata dalla sua reale famiglia e dai grandi uficiali della corona, era in via per venirmi a ricevere.

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M'avanzai d'un centinaio di braccia, ed incontrai l'imperatore ed il suo corteggio smontati dai loro cavalli e l'imperatrice e le sue dame scese dalle carrozze, nè m'accorsi che la mia presenza inspirasse ad essi alcuna sorta d'apprensione o timore. M'accosciai per terra onde baciare le mani delle loro maestà. Esposi all'imperatore, come in conformità della mia promessa ed avendone ottenuta licenza dall'imperatore mio padrone, mi fossi procurato l'onore di vedere un sì possente monarca e di offrirgli personalmente ogni servigio compatibile con le mie forze e co' doveri che m'astrignevano al mio sovrano. Non gli feci parola su la disgrazia da me incorsa alla corte di Lilliput; perchè primieramente non ne essendo fin allora stato avvisato in via d'offizio, non mi conveniva mostrarmi informato menomamente di quanto si tramava contro di me; io doveva in oltre ragionevolmente supporre che il sovrano da cui mi partii, non avrebbe voluto dar fuoco alla macchina finchè, essendo in paese straniero, io gli rimanea giù di mano; nondimeno apparve in appresso che questo secondo mio calcolo andava errato.

Non noierò il leggitore col racconto dei particolari connessi coll'accoglienza fattami alla novella corte, accoglienza proporzionata alla generosità di un così grande monarca; nè tampoco parlerò delle molestie cui soggiacqui per non avere nè una casa nè un letto, la qual cosa mi costrignea passar le notti sul selciato, avvolto nella coperta ch'io m'era portata con me.

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CAPITOLO VIII.

Un fortunato caso somministra all'autore il mezzo di abbandonare que' paesi. Non senza dover prima superare alcune difficoltà, egli arriva finalmente sano e salvo nella sua nativa contrada.

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Tre giorni dopo il mio arrivo, mentre io passeggiava per curiosità a greco della costa, osservai lontano circa mezza lega dal mare, qualche cosa che avea la somiglianza di una scialuppa capovolta. Cavatemi le scarpe e le calze, e percorsa al guado una lunghezza di due o tre centinaia di braccia, vidi che l'oggetto da me osservato dianzi mi veniva più vicino per l'alzarsi della marea, ed allora rimasi convinto esser quella realmente una scialuppa che supposi lanciata fuori d'un bastimento in occasione di qualche tempesta. Tornato immediatamente alla città, supplicai sua maestà farmi approntare venti de' più gagliardi vascelli rimastigli dopo la perdita della sua flotta, e tremila uomini comandati dal suo viceammiraglio. Secondata dall'imperatore la mia inchiesta, l'armata costeggiò la spiaggia, intantochè io per la più corta m'avviai a quella parte di essa donde prima scopersi la scialuppa; quivi m'accorsi che la marea l'aveva avvicinata anche di più.

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I marinai andavano tutti proveduti di sartiame ch'io aveva anticipatamente intrecciato per ridurlo ad una sufficente grossezza. Arrivati i bastimenti, mi tolsi di nuovo i panni, e guadai, sinchè fui distante un centinaio di braccia dalla scialuppa, dopo di che fui costretto mettermi al nuoto per raggiungerla. I nocchieri allora mi gettarono l'estremità di una fune, che raccomandai ad un buco della punta esterna della stessa scialuppa, mentre l'altra estremità era legata ad una nave da guerra; ma tutte le mie fatiche fatte sin qui non mi giovavano trovandomi io già a tale altezza d'acqua in cui poteva aiutarmi ben poco l'opera delle mie braccia. In questo frangente fui costretto nuotare verso la parte posteriore della scialuppa e spignerla innanzi più spesso che mi fu possibile con una delle mie mani; favorendomi la marea, avanzai tanto verso la riva che, avendo il mento fuori dell'acqua, i miei piedi toccavano terra. Mi riposai due o tre minuti, poi diedi un'altra spinta alla scialuppa, poi un'altra ed un'altra, tanto che l'acqua mi veniva soltanto alle ascelle. Ora, essendo compiuta la parte più faticosa dell'opera mia, presi fuori le altre mie gomone che io aveva allogate entro uno di quei bastimenti, e le assicurai prima alla barca, poi a nove vascelli che mi circondavano. Favoriti dal vento, i marinai si diedero al rimorchio, e spinsi tanto che arrivammo entro una distanza di quaranta braccia dalla spiaggia; poi aspettato che la marea fosse data giù, mi portai con le mie gambe alla scialuppa, ove aiutato da duemila uomini ed a furia di corde e congegni, pervenni a farla tornare sul suo vero verso, e m'accorsi che era pochissimo danneggiata.

Risparmierò al leggitore il racconto delle difficoltà da me vinte per condurre, col ministero di certi remi che mi ci vollero dieci giorni per fabbricare, all'imperiale porto di Blefuscu, ove trovai un immenso popolo sbalordito, alla vista d'un vascello sì prodigiosamente sterminato. Dopo avere esposto all'imperatore come la felice mia stella m'avesse fatto capitare quella scialuppa, donde avrei potuto far ritorno al mio paese nativo, lo supplicai dare ordini alla sua gente affinchè mi fossero somministrati i materiali necessari per allestirla, ed a me la licenza di partire; le quali cose, non senza alcune cortesi querele, si degnò finalmente accordarmi.

Veramente in tutto questo tempo mi fece maraviglia il non aver udito far menzione d'alcun messaggio che mi concernesse, spedito dall'imperatore di Lilliput alla corte di Blefuscu. Ma vi fu in appresso chi privatamente mi fece sapere come l'imperiale maestà sua lilliputtiana s'immaginasse ch'io mi fossi unicamente portato a Blefuscu in adempimento della promessa fatta da me e della licenza datami dalla lodata sua maestà, cosa notissima alla nostra corte, onde niuno colà dubitava che terminate quivi le formalità di etichetta, io non fossi tornato fra pochi giorni a Lilliput. Ma finalmente cominciò ad angustiarsi su questa mia lunga assenza, e dopo essersi consultato col gran tesoriere e con tutti gli altri autori della cabala ordita a mio danno, spedì in Blefuscu un personaggio d'alto conto con la copia degli articoli del mio atto d'accusa. Le istruzioni di quest'inviato erano di far presente al monarca di Blefuscu la somma clemenza del suo signore che si contentava a non punirmi con maggior pena della perdita de' miei occhi; la mia ribalderia nell'essermi sottratto alla sua sovrana giustizia; l'intimazione che mi veniva fatta di restituirmi nel termine di due ore a Lilliput, sotto pena di essere privato del mio titolo di nardac e dichiarato traditore. Il messaggero aggiugneva in oltre, come per mantenere la pace e l'amicizia tra i due imperi il suo signore sperasse che l'imperiale di lui fratello di Blefuscu avrebbe dato ordini affinchè fossi rispedito con mani e piè legati a Lilliput per essere punito qual traditore.

L'imperatore di Blefuscu, dopo essersi presi tre giorni per consultare il suo ministero, diede una risposta che consistea tutta in complimenti e scuse: quanto cioè al rimandarmi con mani e piedi legati, ben conoscere il suo imperiale fratello che la cosa era impossibile; in oltre avermi egli di grandi obbligazioni, perchè, se bene gli avessi portata via la sua flotta, gl'importantissimi servigi da me resigli nella negoziazione della pace erano innegabili; darsi per altro tale opportunità per cui entrambi i sovrani si sarebbero facilmente sbarazzati di me, giacchè io avea trovato su la spiaggia un prodigioso vascello atto a trasportarmi sul mare, e pel cui allestimento, da eseguirsi sotto la mia assistenza e direzione, avea già dati gli ordini necessari; sperar egli pertanto che fra poche settimane entrambi gli imperi sarebbero liberi di un peso tanto gravoso.

Con tale risposta il messaggero se ne tornò a Lilliput. Queste particolarità io seppi dalla bocca stessa del monarca di Blefuscu, che mi offerse ad un tempo (ma in istrettissima confidenza) la graziosa sua protezione, se avessi voluto fermarmi al suo servigio, ma benchè lo credessi sincero nelle sue esibizioni, dopo quanto m'era avvenuto a Lilliput, feci voto di non fidarmi più mai nè di principi nè di ministri ogni qual volta avessi potuto farne di meno, laonde, con tutti per altro i debiti ringraziamenti, lo supplicai umilmente a dispensarmi dall'accettare. — «Giacchè, dissi, la fortuna, non so se io deva chiamarla buona o cattiva, mi ha fatto, può dirsi, piovere un bastimento dal cielo, son risoluto di avventurarmi un'altra volta all'oceano, anzichè divenire un'occasione di discordie fra due sì grandi monarchi». Nè m'accorsi, per dir vero, che gli desse il menomo dispiacere tal mio rifiuto; anzi un certo incidente mi trasse a scoprire com'egli, non meno della maggior parte de' suoi ministri, fossero contentissimi della risoluzione ch'io aveva presa.

Queste considerazioni mi determinarono ad affrettare la mia partenza qualche tempo prima di quello ch'io avea divisato, in che trovai compiacentissima la corte che non vedea l'ora d'avermi fuori de' piedi. Cinquecento operai vennero adoperati per far due vele al mio palischermo col cucire insieme e trapuntare, già s'intende sotto la mia direzione, tredici pezze delle loro più resistenti tele di lino. Non mi costò pochi fastidii il fabbricarmi sartiami e gomone coll'intrecciare insieme i dieci, i venti, i trenta dei loro spaghi. Dopo lunghe ricerche mi capitò su la spiaggia un grosso sasso, che mi prestò ufizio d'áncora. Mi fu dato il grasso di trecento manzi per valermene a spalmare il mio bastimento e per altri usi. Nuovo incredibile fastidio mi derivò dall'abbattere alcuni dei più grossi alberi da costruzione per farne remi e l'albero di maestra, in che mi furono di grande aiuto i carpentieri dell'imperiale navilio col dar l'ultima mano, piallandoli, ai lavori grezzi che venivano tutti compiuti da me.

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Allorchè, passato a un dipresso un mese, tutto fu all'ordine, mandai per ricevere gli ordini di sua maestà e congedarmi. L'imperatore e l'imperiale famiglia uscirono del palazzo; mi posi con la faccia a terra per baciar la mano al monarca, che me la porse con indicibile affabilità; così fecero l'imperatrice ed i principi del sangue. Sua maestà mi regalò cinquanta borse, che conteneano ciascuna dugento sprug, oltre al suo ritratto in piedi che mi posi subito in uno de' miei guanti per conservarlo immune d'ogni guasto. I cerimoniali precedenti alla mia partenza furono tanti che infastidirei il leggitore col volerglieli raccontare.

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Vettovagliai il mio palischermo con un centinaio di buoi e trecento pecore salate, e pane e vino in proporzione, ed altrettante pietanze fredde apparecchiate con quanta prestezza il poteano quattrocento cuochi. Presi con me sei vacche e due buoi vivi ed altrettanti montoni e pecore col disegno di portarli nel mio paese e propagarne le razze; che per nudrirli a bordo portai nel bastimento un buon fascio di fieno ed un sacco d'avena. Avrei preso volentieri con me una dozzina di quei nativi; ma fu questa la cosa che l'imperatore non mi volle assolutamente permettere; ed anzi, oltre al farmi frugare diligentemente tutte le tasche, mi obbligò a dargli parola d'onore di non portar via alcuno de' suoi sudditi, nemmeno quand'essi acconsentissero o lo desiderassero.

Disposte così tutte le cose alla meglio che potei, diedi le vele nel dì 24 settembre 1701, alle sei del mattino. Dopo aver fatto circa quattro leghe verso tramontana, scoprii, voltatosi il vento a scirocco, alle sei della sera un'isoletta che mi stava ad una distanza di mezzo miglio a greco. Spintomi innanzi, gettai l'áncora sul lato opposto al vento dell'isola stessa, che sembrommi disabitata. Preso qualche ristoro, pensai a riposarmi; e dormii bene per quasi sei ore, così almeno congetturai, perchè spuntò l'alba due ore dopo che mi fui desto. Essendo chiara la notte, feci colezione due ore prima che spuntasse il sole; poi, levata l'áncora, governai su la stessa dirittura del giorno innanzi, regolandomi colla mia bussola.

Io divisava raggiungere, se mi riusciva, una di quelle isole che avevo ragione di credere giacenti a greco della terra di Van-Diemen; ma non giunsi a scoprir nulla in tutta quella giornata. Solo nella successiva, alle tre passato il mezzogiorno, dopo essermi scostato, giusta i miei computi, ventiquattro leghe da Blefuscu, scopersi una vela che movea verso scirocco; la mia corsa era diretta a levante. La salutai, ma non potei averne risposta; nondimeno m'accorsi di avvantaggiare di cammino sovr'essa, perchè il vento si rallentava.

Feci forza di vele quanto potei, nè passò mezz'ora che l'altro bastimento, avvedutosi di me, spiegò la bandiera di soccorso, e tirò il cannone. Non è cosa facile l'esprimere la gioia che mi comprese al brillarmi sì inaspettata la speranza di rivedere anche una volta la dolce mia patria e i diletti pegni ch'io vi aveva lasciati. Il bastimento rallentò le sue vele, ond'io lo raggiunsi tra le cinque e le sei della sera del 26 settembre. Oh! come mi balzò il cuore di nuova inaudita allegrezza al vedere i colori della mia cara Inghilterra!

Postomi tosto nelle tasche del mio giustacuore le mie vacche, entrai a bordo dell'amico bastimento con tutto il piccolo carico delle provisioni ch'io m'era portate con me. Era questo in cui mi scontrai un vascello mercantile che tornava dal Giappone pei mari boreale ed australe, comandato dal capitano Giovanni Biddel di Deptford, uomo assai cortese ed intelligentissimo navigatore. Eravamo allora ai trenta gradi di latitudine meridionale. Si trovavano nel bastimento cinquanta uomini, e fra questi certo Pietro Williams, mio vecchio collega, che diede ottime contezze di me al capitano. Questo signore, dopo usatemi le maggiori gentilezze, mi pregò dirgli da qual paese io venissi allora e per dove fossi avviato. Appagai la sua curiosità in poche parole, ma egli s'immaginò tosto ch'io delirassi, e che i sofferti pericoli m'avesser fatto dar volta al cervello. Io allora, trattomi di tasca il mio armento e le mie vacche, lo feci rimanere sbalordito non si può dir quanto e convinto ad un tempo della mia veracità. Gli mostrai indi le monete d'oro a me donate da sua maestà imperiale di Blefuscu, il ritratto in piedi di quel monarca e diverse altre rarità del paese donde io veniva. Presentatolo poscia di due borse di dugento sprug ciascheduna, gli promisi regalargli, quando saremmo giunti in Inghilterra, una vacca ed una pecora, entrambe pregne.

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Non incomoderò il leggitore col narrargli le minute circostanze di questo viaggio, che fu nella sua totalità assai fortunato. Arrivammo alle Dune ai 13 aprile del 1702, senza che mi fosse occorsa alcuna disgrazia, tranne una sola, e fu che i sorci a bordo del vascello mi portarono via una delle mie pecore; ne trovai in un buco le ossa monde affatto dalla loro carne. Condotto il resto del mio armento sano e salvo alla spiaggia, lo misi a pascolare in un praticello di Greenwich preparato per giocarvi alle bocchie; la squisitezza di quell'erba fece che la gustasse assai contro a quanto, per dir vero, io m'aspettai sulle prime. Certo non avrei potuto in un sì lungo viaggio mantenere nè quelle vacche nè quelle pecore, se il generoso capitano non m'avesse somministrato alcun poco del suo migliore biscotto, che ridotto in polve e mescolato con l'acqua, era il costante loro cibo. Nel breve tempo che continuai a rimanere nell'Inghilterra feci notabili guadagni col mostrare la mia mandra a molti ragguardevoli personaggi ed ai tanti curiosi di vederla; poi, prima che intraprendessi il mio secondo viaggio, la vendei per seicento sterlini. Dopo il mio ritorno ne trovai la razza considerabilmente aumentata, massime le pecore; cosa che porterà, spero, un grand'utile alle nostre manifatture di panni per la rara finezza delle lane di queste bestiuole.

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Non rimasi con la mia famiglia più di due mesi, perchè il mio insaziabile desiderio di veder nuovi paesi non mi permise una più lunga dimora in patria. Lasciati cinquecento sterlini a mia moglie, la stabilii in una buona abitazione a Redriff. Mi portai meco il rimanente de' miei capitali, parte in danaro, parte in mercanzie, con la speranza di migliorare il mio stato. Il mio vecchio zio Giovanni mi avea lasciato un fondo in terreni presso Epping, della rendita circa di trenta sterlini. Io aveva in oltre un fondo a lungo livello, che mi rendea molto di più; onde io non poteva aver paura di lasciare le mie creature a carico della parrocchia. Mio figlio Giovannino (gli fu posto questo nome, perchè avea lo stesso nome suo zio) era un ragazzo di bonissima volontà, e faceva allora il suo corso di grammatica. La mia figlia Bettina (che adesso è maritata, e madre di più figli) imparava a cucire. Congedatomi da mia moglie e da' miei figliuoletti, non senza sparger lagrime da entrambe le parti, mi posi a bordo dell'Avventura, vascello mercantile di trecento tonnellate, destinato a Surate, sotto il comando di Giovanni Nicholas. Ma il racconto di questo tragetto si riferisce alla successiva seconda parte de' miei viaggi.

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