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Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

PARTE PRIMA VIAGGIO A LILLIPUT

Gaetano Barbieri translation

CAPITOLO I.

L'autore dà qualche notizia di sè medesimo e della sua famiglia. — Prime cagioni che lo invogliarono di viaggiare il mondo. — Naufragio e vita salvata a nuoto. Tocca sano e salvo la spiaggia a Lilliput; fatto prigioniero, è condotto attorno per quel paese.

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Mio padre era un picciolo possidente della contea di Nottingham; fui il terzo de' suoi cinque figli. Mi pose, ch'io avea quattordici anni, nel collegio Emmanuele di Cambridge, ove rimasi tre anni, applicandomi seriamente ai miei studi; ma il peso di mantenermi, benchè m'avesse fatto un ben magro assegnamento, essendogli tuttavia greve, atteso lo scarso suo patrimonio, fui costretto entrare qual novizio di chirurgia sotto il magistero del signor Giacomo Bates, esimio professore di quest'arte in Londra; presso il quale rimasi quattro anni. In questo intervallo, mio padre mi spediva a quando a quando qualche po' di danaro ch'io spesi nell'imparare la nautica e diverse parti delle scienze matematiche, utili grandemente a chi vuole imprendere navigazioni, giacchè ho sempre creduto che, una volta o l'altra, sarei chiamato dal mio destino su questa carriera. Licenziatomi dal signor Bates, tornai a trovare mio padre; e coll'assistenza di lui, del mio zio Giovanni e d'alcuni altri parenti, misi insieme quaranta lire sterline oltre alla promessa di altre trenta ogn'anno per mantenermi a Leida. In questa università mi dedicai per due anni e sette mesi alla fisica, ben comprendendo come tale scienza mi sarebbe stata di grande sussidio nel far lunghi viaggi.

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Appena tornato da Leida, il mio buon maestro signor Bates mi raccomandò perchè fossi ammesso in qualità di chirurgo nel vascello La Rondine, comandato dal capitano Abramo Pannel, con cui rimasi tre anni e mezzo, facendo seco un viaggio o due nel Levante ed in altre parti. Tornato addietro, risolvei stabilirmi in Londra, al che mi confortò il detto maestro mio, signor Bates, procurandomi con le sue raccomandazioni più d'una clientela. Preso un appartamento in una piccola casa posta in Jewry Vecchia, mi pesò il celibato, onde mi sposai con mistriss Maria Burton, seconda figlia del signor Edmondo, calzettaio, conosciuto con tal cognome in contrada Newgate, e ne conseguii una dote di quattrocento sterlini.

Sfortunatamente venne a morire due anni appresso il mio buon maestro Bates: onde, avendo io pochi amici, le clientele principiarono a mancarmi; tanto più che la mia coscienza ci avrebbe patito se per amor di guadagno avessi voluto darmi alle male ciarlatanesche pratiche d'alcuni miei colleghi. Consigliatomi pertanto con mia moglie e qualche mio conoscente, presi la determinazione di mettermi nuovamente al mare. Chirurgo successivamente in due vascelli, feci per sei anni diversi viaggi in tal qualità alle Indie orientali ed occidentali, dond'ebbe qualche miglioramento la mia condizione. A bordo impiegava le mie ore di libertà nel leggere i migliori autori antichi e moderni (chè andai sempre proveduto d'una suppellettile abbondante di libri); su le spiagge, nello studiare le usanze e l'indole dei diversi popoli, e nell'impararne le lingue in che riuscivo con grande facilità, siccome dotato di una tenace memoria.

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L'ultimo di questi viaggi per altro non fu gran che fortunato, onde credei d'averne abbastanza di mare, e feci proposito di rimanermene a casa con mia moglie e la mia famiglia. Venuto via da Jewry Vecchia andai a stare di casa in contrada Fetter, poi al Wapping, sperando trovar faccende fra que' marinai; ma nemmeno lì ci vidi il mio conto. Dopo essere rimasto tre anni nella speranza che le cose prendessero miglior piega, dovei buttarmi all'acqua di nuovo, ed accettai un'offerta fattami del capitano Guglielmo Prichard, comandante dell'Antilopa, che era in procinto di fare un viaggio all'Oceano australe. Salpammo da Bristol ai 4 di maggio del 1699, ed avemmo su le prime un viaggio assai prospero.

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Non ci sarebbe forse il prezzo dell'opera se io incomodassi il mio leggitore, raccontandogli i particolari delle nostre avventure su quei mari: basti l'informarlo che nel nostro tragetto di li all'Indie orientali una violenta burrasca ci trasportò a maestro (nord-owest) della terra Van-Diemen, ad una latitudine, come apparve dalle nostre osservazioni, di 30 gradi, minuti 2 ad ostro. Dodici di noi erano morti per effetto delle immoderate fatiche e del cattivo nutrimento; si trovavano tutt'altro che in buona condizione i sopravvissuti. Ai 5 novembre, che è il principio della state in que' climi, era sì nebbiosa la giornata che i piloti s'avvidero di uno scoglio sol quando il vascello ne fu lontano di un mezzo tratto di gomona, ed il vento era sì gagliardo che ne spinse irremissibilmente a rompere contro di esso. Sei della brigata, ed io ne fui uno, lanciata la scialuppa nel mare, fecero con essa una giravolta onde liberarsi e dallo scoglio e dal bastimento andatovi addosso. Remigammo per circa tre leghe, secondo i miei computi, finchè già mezzo morti dalle fatiche e dai disagi sofferti nel bastimento, non fummo più buoni di durarla in questo lavoro. Ci abbandonammo pertanto alla discrezione dell'onde, nè passò mezz'ora che la scialuppa fu volta di sotto in su da un subitaneo buffo di vento settentrionale.

Che cosa divenisse de' miei compagni della scialuppa, o di quelli che poterono aggrapparsi allo scoglio, non ve lo so dire; ma dovetti crederli tutti periti. Quanto a me, mi diedi a nuotare verso dove mi dirigeva la fortuna, e lasciandomi spignere dal vento e dalla marea, spesse volte mi sono lasciato andare le gambe all'ingiù, ma senza trovare mai fondo. Sol quando fui quasi spedito, nè ero più abile ad aiutarmi da me in alcun modo, sentii che il mio piede toccava la terra; e da quel momento la burrasca aveva cominciato a calmarsi tanto ch'io era padrone di tenercelo senza lasciarmi trasportare dai marosi. Il declivo della spiaggia era sì tenue che dovei camminare circa un miglio prima di raggiugnerla, e quando ci fui, saranno state, secondo le mie congetture, le otto all'incirca della sera.

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Andai innanzi quasi un mezzo miglio senza scoprire alcun vestigio di abitanti o di case; o certo, se v'erano, non me ne accôrsi, tanto la prostrazione assoluta del mio corpo m'avea ridotto a tristo partito. Alla stanchezza ed al caldo della stagione aggiugnete che io aveva in corpo quasi un boccale e mezzo d'acquavite, bevuta nel bastimento all'atto del licenziarmene, e crederete che tutte queste combinate circostanze mi resero molto proclive al sonno. Mi coricai dunque su l'erba che era cortissima, pur fitta e soffice assai, ove diedi la più profonda dormita ch'io mi ricordi avere mai fatta in mia vita, e che ha ad essere durata circa nove ore, perchè quando mi svegliai, cominciava appunto a vedersi il giorno.

Feci per alzarmi, ma non fui capace di movermi, perchè, essendomi occorso d'addormentarmi supino, mi trovai tutt'a due le braccia e le gambe attaccate con forti legami al terreno; ed alla mia capellatura assai lunga e folta era stato praticato lo stesso servigio. Sentii nel tempo stesso che alcune sottili funicelle mi legavano tutto il corpo dalle ascelle fino alle cosce. Io non potea guardar altro che all'insù, ed il sole cominciava a scottare e la sua luce ad incomodarmi gli occhi. Io udivo un confuso bisbiglio d'intorno a me; ma nella postura in cui giacevo non mi era dato vedere altra cosa che il firmamento.

Di lì a poco sentii alcun che di vivo moversi su la mia gamba sinistra, e che avanzandosi gentilmente sul mio petto mi montò quasi sul mento. Chinando gli occhi all'ingiù quanto potei con la mia testa, fatta immobile dalle legature, vidi che quel vivente era una creaturina umana, non alta sei dita, con proporzionato arco e con proporzionate frecce nelle mani ed il suo turcassino dietro le spalle. In questo mezzo sentii circa un'altra quarantina d'esseri della medesima specie (tali almeno li congetturai) che venivano dietro al primo.

Vi lascio immaginare se rimasi attonito. Misi un sì forte grido che tutti si diedero spaventati alla fuga; anzi alcuni di loro (questo poi l'ho saputo dopo) si fecero male nel saltar giù dai miei fianchi per far più presto. Ciò non ostante tornarono quasi subito, e un di loro arrischiatosi al punto di fisare e squadrare i miei lineamenti, sollevò gli occhi e le mani in atto di ammirazione, e sclamò con voce strillante ma distinta: Hekina degul! esclamazione che gli altri ripeterono a coro parecchie volte, senza che certamente io capissi allora che cosa si volessero dire.

Rimasi tutto questo tempo, ed il leggitore me lo crederà facilmente, in uno stato di grande agitazione; finalmente a furia di sforzi per mettermi in libertà, ebbi la fortuna di rompere le cordicelle che mi strignevano attorno la vita e di staccare dal suolo le caviglie che tenevano legato il mio braccio sinistro. Allora, portandomi alla faccia questo braccio, potei capire la meccanica di cui si erano valsi per legarmi a quel modo, e nel medesimo tempo con una violenta strappata, che mi produsse tutt'altro che gusto, arrivai ad allentare i legamenti che attaccavano i miei capelli al terreno, ciò che mi diede abilità quanta bastava per dare alla mia testa una voltata di circa due dita. Ma quelle creature tornarono a fuggire dal mio corpo prima che potessi acchiapparne una sola.

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In questa, udii un nuovo grido stridulo oltre ogni dire, dietro cui uno di que' campioni profferì ad alta voce queste parole: Tolgo phonac, ed in un subito sentii volar su di me la scarica d'un centinaio di frecce che cadute su la mia mano sinistra la forarono come altrettanti aghi da cucire. Poi, senza darmi tregua, scoccarono all'aria una folata di dardi, come facciamo noi colle bombe in Europa, alcuni de' quali caddero, suppongo, sul mio corpo, ancorchè io non li sentissi grazie ai miei panni: ed altri su la mia faccia che mi copersi con la mano destra. Cessata questa pioggia d'armi da lancio, misi un gemito di dolore, poi voleva far gli ultimi sforzi per isciogliermi, ma que' signorini non me ne diedero il tempo, chè mi mandarono addosso una rugiada di quelle galanterie, copiosa più della prima, anzi alcuni si arrischiarono a tribolarmi i fianchi con le loro aste; ma per buona sorte li riparava la mia casacca di cuoio di bufalo, onde non riuscirono a trafiggerli. Credei quindi che il più saggio partito per me fosse lo starmene quieto per allora; e divisai starci fino alla notte, durante la quale, avendo la mano destra già in libertà, non mi sarebbe stato difficile far libero il resto della mia persona; chè poi, in piedi una volta, io mi giudicava un competitore bastantemente gagliardo per un intero de' loro eserciti, se pure ciascun soldato era dello stesso calibro di quello che venne a trovarmi la prima volta. Ma il destino dispose altrimenti di me.

Poichè quella popolazione si fu accorta che io mi era messo quieto, non mi vennero scaricate addosso altre frecce; ma dallo strepito che io udiva, capii che cresceva sempre di numero, e ad una distanza di circa quattro braccia, rimpetto al mio orecchio destro, udii per una buon'ora continua un picchiamento come di gente intenta ad una fabbrica. Arrivato, sin quanto me lo permettevano le caviglie conficcate in terra e le mie legature, a voltare il capo da quella banda, vidi un palco alto all'incirca un piede e mezzo da terra, capace di contenere quattro di quegli abitanti, con due o tre scale a mano per salirvi; dalla quale tribuna un di loro, che all'aspetto pareva un personaggio di distinzione, mi tenne un lungo discorso di cui non intesi una sillaba.

Avrei dovuto premettere che quel personaggio principale, prima di cominciare la sua concione, gridò forte per tre volte: Langro dehul san (e queste parole e le precedenti mi furono in appresso ripetute e spiegate). Non appena furono profferite, ebbi presso di me una cinquantina di quei nativi, che tagliò la cordicella da cui era reso immobile il lato sinistro del mio capo, ond'ebbi la libertà di voltarlo a destra e di contemplare la persona ed i gesti dell'oratore. Parvemi fosse di mezza età e più alto dei tre altri; un de' quali era un paggio del corteggio, un po' più lungo del mio dito di mezzo, collocato fra due che gli servivano di braccieri. Egli adempì tutte le incombenze di un oratore, perchè mi parve notare nella sua aringa molti periodi di minaccia, ma molt'altri ancora di promesse, di compassione e persino di cortesia.

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Risposi in pochi cenni, ma d'una guisa la più sommessa, sollevando la mia mano sinistra ed entrambi gli occhi al sole, come chiamandolo in testimonio della mia sincerità. Ma c'era un'altra cosa: io mi sentiva morto di fame, che non avevo preso un morsello di cibo fin da più ore prima di abbandonare il bastimento, e questo bisogno della natura era sì imperioso, che non potei starmi dal far conoscere il mio mal essere (anche a costo di mancare alle strette regole dell'etichetta), col cacciarmi sovente le dita in bocca per dar a capire la mia necessità di mangiare. L'hurgo (così viene colà denominato un gran personaggio, come seppi da poi) mi comprese ottimamente. Sceso dalla sua tribuna, ordinò s'appoggiassero ai miei fianchi diverse scale, su cui salì un centinaio circa di que' nativi, i quali presero la via della mia bocca, carichi di canestri pieni di vivande, che il re aveva fatte preparare e mandar qui alla prima notizia del mio arrivo su quella spiaggia. Notai che erano composte di carni d'animali diversi, ma al palato non potei distinguerne le specie. Vi erano spalle, piedi e lombi come quelli di castrato, cucinati a perfezione, ma più piccioli di un'ala di lodola. Io ne mangiava due o tre in un boccone, e ad una volta con essi tre pagnotte, grosse ciascuna come una palla di moschetto. Mi rinovarono questa provista il più presto che poterono, dando mille segni di stupore e sbalordimento all'enormità della mia mole e del mio appetito.

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Indicai allora per cenni un altro bisogno: quello di bere. A proporzione di quello ch'io aveva mangiato, capirono che una piccola quantità di vino non mi sarebbe bastata; ed essendo creature di molto ingegno, fecero con gran destrezza salir su' miei fianchi una delle più ampie botti, e, ruzzolatala verso la mia mano, ne tirarono fuori la cannella. Ne bevei tutto il liquido in una sorsata, perchè la botte non arrivava a contenere un mezzo boccale di vino, della natura del mezzo borgogna, ma più delizioso d'assai. Fecero arrivarmi una seconda botte che mi tracannai nella stessa maniera, poi feci segni per nuovo vino, ma non ne avevano lì altro da darmi. Terminate che ebbi queste meraviglie, misero grida e salti di gioia sopra il mio corpo, ripetendo più volte quelle parole della prima volta: Hekinah degul! Allora mi fecero segno di gettar giù le due botti, raccomandando per prima cosa ai passeggeri di tirarsi da banda e gridando forte: Borach mevolah; poi quando videro le botti in aria, fu un grido universale: Hekinah degul!

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Confesso che mentre costoro passeggiavano così in lungo ed in largo sopra il mio corpo, mi era venuta più d'una volta la tentazione di agguantarne con la mia mano sinistra una quarantina o una cinquantina dei primi che mi fossero venuti a tiro e batterli contro al terreno. Ma la ricordanza di quanto io aveva sofferto, nè forse era il peggio che avessero potuto farmi in quella mia posizione, e la parola d'onore che aveano ricevuto da me, perchè io riguardava per tale la rassegnazione data loro a divedere, mi scacciarono dalla testa un tale estro. Poi mi consideravo anche legato dai vincoli dell'ospitalità verso un popolo che m'avea trattato con tanta spesa e magnificenza. Ciò non ostante non potevo in mio cuore desistere dallo stupirmi dell'intrepidezza di quegli esseri in bassorilievo, che salivano e si diportavano sul mio corpo, mentre io aveva una mano libera, senza tremare alla vista d'una sì sterminata creatura com'io doveva ad essi parere.

Dopo qualche tempo, e quando videro ch'io non faceva più alcuna domanda di cibo, mi comparve innanzi un personaggio d'alto conto inviato da sua maestà imperiale. Sua eccellenza, dopo essere salita su la parte sottile della mia gamba destra, venne su fino alla mia faccia, e tratte fuori le sue credenziali, munite del regio suggello, che mi piantò rasente gli occhi, parlò all'incirca dieci minuti, senza manifestare alcuna sorta di sdegno, per altro con un certo fare risoluto, spesse volte accennandomi un punto in distanza, che seppi più tardi essere la metropoli del regno, lontana di lì un mezzo miglio a un dipresso, ove, dietro beneplacito manifestato da sua maestà nel consiglio de' suoi ministri, io doveva essere condotto. Gli risposi poche cose, ma che non istavano in tuono con la proposta; poichè gli feci un segno con la mia mano sciolta che portai su la legata (tenendola ben alta dalla testa di sua eccellenza per paura di buttar giù lui o il suo corteggio), indi mi toccai con la stessa mano il capo ed il corpo per fargli capire il mio desiderio di essere libero.

Parve in fatti che m'intendesse, perchè crollò la testa in atto di dire che non andava bene il mio conto, indi diede alla propria mano tale atteggiamento donde compresi che volea condurmi di lì in istato di prigioniero. Pur fece altri segni, bisogna rendergli questa giustizia, per significarmi che avrei avuto da mangiare e da bere pel mio bisogno, e che sarei stato trattato eccellentemente. Qui pure mi tornò la voglia di provarmi ad infrangere i miei ceppi, ma sentii di nuovo il dolore della mia faccia e delle mie mani piene in parte di pustole, grazie al complimento degli spilli che vi erano stati scoccati, e alcuni de' quali ci rimanevano tuttavia conficcati, ed osservai ad un tempo che il numero de' miei nemici andava crescendo. I miei cenni pertanto furono intesi ad accertarli che mi sarei acconciato in tutto e per tutto ai loro voleri. Dietro tal mia promessa l'hurgo ed il suo seguito partirono da me con civiltà ed ottima grazia.

Immediatamente dopo, udii un generale grido e ripetutamente esclamate queste parole: Peplom selan; poi mi sentii al fianco sinistro una gran folla di gente, la quale allentò i miei legamenti tanto che fui in istato di voltarmi sul destro e dispormi ad una operazione che la mia vescica piena rendea d'inevitabile necessità: al qual bisogno soddisfeci compiutamente a grande stupore di quella popolazione che, dal primo mio atto, avendo congetturato benissimo che cosa fossi per fare, si aperse immediatamente in due ale a destra e a sinistra per non rimanere sommersa dal torrente che con tanta violenza e strepito sgorgò dal mio corpo.

Ma io dovea dire come prima di questo incidente, m'avessero spalmate le mani e la faccia con certo unguento piacevole all'odorato, che in pochi minuti mi fece passare tutto il dolore derivato dalle loro frecce. Queste circostanze, unite al ristoro portatomi dai nudrimenti e dalle bevande che mi recarono, il tutto d'una sostanza assai nutritiva, mi disposero al sonno. Dormii circa otto ore, come ne venni assicurato da poi, nè c'era di che stupirne, perchè i medici mandatimi per ordine dell'imperatore, aveano versata una dose di sonnifero nelle botti del vino che io aveva bevuto.

Sembra che fin dall'istante del mio primo addormentamento su la spiaggia, gli abitanti di que' dintorni, accortisi del prodigioso gigante dormente, ne avessero spedita per espresso la notizia all'imperatore, e che questi in pien consiglio mettesse subito il decreto perchè fossi legato nella maniera che vi ho descritta; la qual fazione seguì nella notte stessa mentre io era immerso nel sonno; sembra pure che nel medesimo tempo ordinasse l'apparecchio delle vettovaglie inviatemi e la fabbricazione di una macchina da trasporto per condurmi alla metropoli.

Una tal decisione può forse apparire arrischiata e pericolosa al massimo grado, e credo che nessun sovrano dell'Europa, in uguale occasione, la prenderebbe ad esempio. Pure a mio avviso fu una decisione circospetta e generosa oltre ogni dire. Mettete un poco che quegli abitanti si fossero provati, mentre io dormiva, ad ammazzarmi con quelle loro frecce, con quelle loro lancie. Mi sarei certamente svegliato alla prima sensazione di dolore, e questo avrebbe incitata la mia rabbia e le mie forze al segno di rompere, a costo di far male a me stesso, que' legamenti che mi teneano; e sciolto che fossi stato, quegli omettini inabili a resistermi non avrebbero potuto aspettarsi misericordia da me.

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È a sapersi che quel popolo era potente nelle matematiche, ed avea raggiunta una grande perfezione nelle meccaniche, mercè le disposizioni e gl'incoraggiamenti di quel monarca, famoso proteggitore delle scienze e dell'arti. Ha questi al suo comando parecchie macchine su le ruote pel traslocamento d'alberi e d'altri grandi pesi. Spesse volte fa fabbricare le sue navi da guerra, alcune delle quali hanno sin nove piedi di lunghezza, nelle foreste stesse ove abbonda il legname da costruzione, e tali navi, poste su le macchine dianzi accennate, fanno viaggi di trecento, di quattrocento braccia per giugnere al mare. Cinquecento carpentieri ed ingegneri pertanto furono messi in opera per allestire uno de' maggiori carri che avessero. Il corpo di questo carro, alto quattro dita da terra, avea sette piedi di lunghezza e quattro di larghezza, e si movea sopra ventidue ruote. Quel grido Peplom selan che udii prima d'addormentarmi la seconda volta, contrassegnava l'arrivo di questo carro, posto all'ordine, a quanto sembra, in quattro ore di tempo dopo il mio arrivo. La macchina fu portata parallela al mio corpo giacente. Ma la difficoltà principale consistea nel sollevarmi da terra e mettermi steso su questo carro. Vennero alzati a tal uopo ottanta pilastri, alti un piede ciascuno, e gagliardissime funi, della grossezza dello spago degli uffizi di spedizione, furono attaccate con uncini a larghe fasce, di cui gli operai subalterni aveano cinto il mio collo, le mie mani, la mia vita e le mie gambe. Novecento tra i più vigorosi facchini, addetti al dicastero del genio, furono scelti per tirarmi su mediante un apparato di girelle poste all'estremità d'ogni colonna, di modo che in men di tre ore fui levato da terra, portato e disteso e legato stretto sul carro. Tutte queste cose mi vennero raccontate, perchè mentre si faceano, io era immerso nel più profondo sonno per una conseguenza de' narcotici infusi entro il mio vino. Mille e cinquecento de' più grossi cavalli dell'imperatore, ciascuno alto quattro dita e mezzo, vennero adoperati per condurmi alla volta della metropoli che, come ho detto, era lontana di lì un mezzo miglio.

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Quattro ore circa dopo esserci messi in viaggio, mi svegliai per un caso il più ridicolo. Essendo avvenuto che il carro si fermasse un istante per raggiustare alcun che di andato fuor d'ordine in quella compostissima costruzione, due giovani nativi, mossi dalla curiosità di vedere che figura io facessi addormentato, s'arrampicarono tanto che arrivarono ad entrare nel carro; poi, avvicinatisi pian piano alla mia faccia, l'un d'essi, un uficiale della guardia imperiale, introdusse nella mia narice sinistra un buon tratto della sua picca, che facendomi il solletico in quella parte come se fosse stata una paglia, mi promosse un violento starnuto; il che gl'indusse a battersela alla presta per paura di essere veduti. Sol tre settimane dopo, seppi il motivo di questo subitaneo mio svegliamento. Marciammo lentamente tutto il restante di quella giornata, e fermatici la notte, rimasero sino a giorno schierate ai lati del mio carro cinquecento guardie, la metà munite di torce a vento, l'altra metà di archi e di frecce per esser pronte a scaricarle su me se avessi tentato disciogliermi. Nella successiva mattina, al levar del sole ci rimettemmo in cammino, ed era all'incirca il mezzogiorno quando ci trovammo ad una distanza di duecento braccia dalla città. L'imperatore e tutta la sua corte ne vennero incontro, ma i suoi grandi uficiali non vollero comportare in verun modo ch'egli s'avventurasse a salir sul mio corpo.

Laddove si fermò il carro sorgeva un antico tempio, giudicato il più vasto che vi fosse nell'intera monarchia. Contaminato, alcuni anni addietro, da un esecrabile omicidio, il religioso zelo di que' popoli lo ebbe per profano da quell'istante, onde non servì più che ai bisogni del comune, e tutti i sacri arredi e suppellettili del medesimo vennero trasportati altrove. Entro questo edifizio fu deciso che sarei alloggiato. La porta maggiore che guardava a settentrione, era alta a un dipresso quattro piedi e larga quasi due, onde, benchè un po' a stento, io poteva far passare per essa il mio corpo. A ciascun lato della porta era una finestra non più alta di sei dita da terra. In quella di sinistra il fabbro ferraio di sua maestà fermò novant'una catene, simili a quelle che vediamo ai dì nostri (nel 1726) pendere dagli orologi delle signore in Europa, e quasi altrettanto larghe, le quali catene venivano a cignere la mia gamba sinistra, e ve le fermavano trentasei chiavistelli. Rimpetto a questo tempio, all'altro lato della grande strada maestra, e ad una distanza di venti piedi sorgeva una torre di cinque piedi almeno d'altezza. In questa salì l'imperatore coi primari personaggi della sua corte, per avere il comodo di ben osservarmi; così mi fu detto, perchè io non potei allora avere la fortuna di vedere questi alti personaggi. Fu fatto un computo da cui risultò che cento mila abitanti all'incirca della metropoli ne erano usciti, tutti spinti dalla medesima curiosità; e, a malgrado degli sforzi delle mie guardie, credo non saranno stati meno di diecimila quelli che per più riprese salirono sul mio corpo col mezzo di scale. Fu presta per altro ad uscire una grida che proibiva il far ciò sotto pena di morte. Poichè gli esperti ebbero giudicato cosa impossibile che mi sciogliessi dalle nuove catene, vennero tagliate tutte le cordicelle che mi legavano prima; onde mi trovai in piedi, dominato da un mal umore, di cui non ho mai provato l'eguale in mia vita. Ma non vi so descrivere lo strepito e lo stupore di quella popolazione al vedermi saltare in piedi e camminare; e dico camminare, perchè le catene che legavano la mia gamba sinistra erano lunghe circa due braccia, e mi davano la libertà di girare innanzi addietro, stando sempre nondimeno in quella periferia; mi procuravano un altro vantaggio, che essendo cioè infitte alle pareti quattro dita al di dentro della porta, mi permettevano il ficcarmici entro e giacervi con tutta la lunghezza del mio corpo.

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CAPITOLO II.

L'imperatore di Lilliput accompagnato da parecchi de' suoi nobili, si reca a vedere l'autore nel luogo del suo confine. — Descrizione della persona e delle vesti del monarca. — Dotti incaricati d'insegnare all'autore la lingua del paese. — Favore che questi si acquista per la sua mansuetudine e bontà di cuore. — Visita fatta alle sue tasche; toltagli la spada e le pistole.

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Quando mi trovai in piedi, mi guardai attorno, e confesso di non aver mai veduta una più dilettevole prospettiva. Contemplato da tutte le bande il paese, mi apparve un continuato giardino, ed i campi chiusi, ciascuno in generale dell'estensione di quaranta piedi quadrati, mi sembravano altrettante aiuole di fiori. Questi campi andavano interpolati da boschi larghi mezza pertica quadrata, e i più alti alberi, a quanto potei giudicare in distanza, dovevano arrivare fino ai sette piedi. La metropoli che stava alla mia mano manca mi presentava l'aspetto d'una scena dei nostri teatri, su cui sia dipinta una città.

Per alcune ore io era stato pressato da alcune necessità indispensabili della natura, ned è meraviglia, perchè passavano due giorni da che non m'ero alleggerito di certe incomode superfluità. Io mi vedeva orridamente alle strette tra l'urgenza del caso e tra la vergogna. Non vidi miglior espediente del cacciarmi entro della mia casa, e chiuderne la porta dietro di me. Così feci, poi andatomene tanto lontano, quanto la mia catena me lo permetteva... il resto non ha bisogno di spiegazione. Fu questa l'unica volta che mi resi colpevole di un atto sì sconcio; intorno a che supplico il candido leggitore ad accordarmi qualche perdono, e spero ottenerlo, quand'egli avrà ponderato l'arduità delle circostanze che mi premevano. Da quella volta in poi fu costante mio studio il liberarmi di questo pensiero ogni mattina appena alzato, fuor della porta, e lontano quanto mel permettevano i miei ceppi; in guisa che prima che mi arrivasse compagnia, ogni immondo vestigio veniva fatto sparire da due servi muniti di carriuole, assegnatimi per la mondezza esterna ed interna della mia casa-tempio. Non avrei forse dovuto fermarmi sì a lungo sopra una particolarità, a prima vista, non d'alto momento; ma mi parea necessario giustificare agli occhi del mondo la maniera mia di sentire in ordine a pulitezza; argomento su cui non sono mancati i maligni che, e nel caso presente ed in altre circostanze de' viaggi da me narrati, si sono divertiti spargere qualche dubbio.

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Terminata questa faccenda, venni fuori della mia nicchia, chè certo avevo bisogno di respirar l'aria aperta. In quell'intervallo l'imperatore era sceso dalla sua torre, e mi veniva in verso a cavallo; corsa che per poco non gli tornò ben fatale, perchè il suo cavallo ch'era, se vogliamo, ben addestrato, ma niente avvezzo a tal vista, qual si fu quella di un'apparente montagna che si movesse dinanzi a lui, si rizzò su le zampe di dietro; onde ci volle tutta la maestria del principe, per sua buona sorte, eccellente cavallerizzo, perchè si tenesse in arcione tanto che arrivassero i palafrenieri che galoppando si era lasciati addietro: questi, impadronitisi delle redini, gli diedero agio a smontare. Poichè fu a terra, mi girò attorno contemplandomi con grande attenzione, per altro tenendosi sempre ad una distanza maggiore della lunghezza della mia catena. Ordinò ai suoi cuochi e bottiglieri, muniti già d'ordini precedenti, di apprestarmi cibi e bevande, il tutto condotto ivi su certe barelle fornite di ruote, ed alte tanto che fossero a portata della mia mano. Mi presi in mano le barelle e feci presto a vuotarle tutte: venti di esse erano cariche di vivande, dieci di vino; in due od al più tre bocconi io mi mangiava il contenuto di ciascuna delle prime; ogni barella di vino portava l'equivalente di dieci botti diviso in tante caraffine di terra, e i recipienti d'ogni barella io facea vuoti in una sorsata. L'imperatrice ed i giovani principi del sangue d'entrambi i sessi con molto corteggio di cavalieri e di dame stavano in qualche distanza nelle loro carrozze, ma dopo il pericolo corso da sua maestà, smontati tutti, si raccolsero attorno all'imperiale persona che m'accingo ora a descrivere.

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Questo monarca è più alto, quasi d'una mia unghia, di tutti gli altri della sua corte: circostanza che bastava di per sè sola a comprendere di rispettosa suggezione chi alzava gli occhi su lui. Vigorose e maschili ne erano le fattezze, austriaco il labbro, il naso aquilino, la carnagione olivastra, la fisonomia dignitosa, ben proporzionato il corpo e le membra, grazioso ogni moto, maestoso il portamento. Era allora fuori della prima giovinezza, poco mancandogli a compire i ventinove anni, de' quali ne contava sette di regno felice e quasi sempre dalle vittorie illustrato. Per poterlo guardar più a mio modo m'ero accosciato in fianco sì che la mia faccia restasse parallela alla sua; ma più tardi, essendomelo tenuto ripetutamente fra le mani, non posso ingannarmi nella descrizione che ne fo adesso. Semplice e liscio ne era il vestito, di foggia tra l'asiatica e l'europea, ma portava sul capo un lieve elmetto d'oro ornato di gemme ed una piuma sul cimiero. Teneva in mano la spada sguainata per difendersi ad un caso che avessi infranti i miei ceppi; era questa lunga all'incirca tre dita, l'elsa ed il fodero ne erano d'oro, tempestati di diamanti. Aveva una voce stridula, ma limpida e sì distintamente articolata, ch'io poteva udirne le parole da stare in piedi. Le dame ed i cortigiani erano messi in tanta magnificenza che il sito ove stavano sembrava un tappeto disteso sul terreno, tutto rabescato di figurine d'oro e d'argento. Sua maestà imperiale mi volgea sovente la parola, ed io rispondeva, ma non intendevamo una sillaba l'uno dell'altro. Vi erano parecchi sacerdoti ed uomini di toga (tali almeno li congetturai dai loro abiti) ai quali fu ordinato di dirmi qualche cosa. Io ebbi un bel parlar loro in tutte le lingue, in quelle, intendiamoci, di cui avevo almeno qualche infarinatura, l'alto e basso olandese, il latino, il francese, lo spagnuolo, l'italiano, la lingua franca, ma fiato gettato!

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Dopo due ore a un dipresso, la corte si ritirò; e fui lasciato con una buona guardia per impedire le imprudenze, e probabilmente le malignità che potrebbe commettere la plebaglia ansiosa d'affollarmisi attorno fino al segno cui poteva arrischiarsi; e fra questa plebaglia vi furono alcuni che, mentre me ne stavo seduto per terra alla porta della mia abitazione, ebbero la sfacciataggine di scoccarmi frecce, una delle quali poco mancò non mi trafiggesse l'occhio sinistro. Ma il colonnello ordinò che sei de' capi instigatori del disordine fossero presi, nè trovò per costoro castigo più adatto del darmeli legati nelle mani; a norma di che alcuni soldati me li spinsero inverso con le punte delle loro picche. Presili tutti nella mia mano sinistra, ne misi cinque in una tasca del mio vestito, e quanto al sesto feci mostra di volermelo mangiar vivo. Quel poveretto gridava come una anima dannata, e lo stesso colonnello ed i suoi uficiali erano sbigottiti, tanto più, quando mi videro dar mano al mio coltello; ma li levai ben tosto di pena tutti, perchè serenandomi in viso, tagliai le cordicelle che legavano il paziente, e lo posai gentilmente a terra, d'onde fuggì via con quanta avea gamba. Usai agli altri ugual trattamento, poichè me li fui tolti ad uno ad uno fuor di scarsella. Potei notare allora come i soldati ed il popolo gustassero tale contrassegno di mia clemenza, generoso atto che più tardi, reso noto alla corte, mi fruttò vantaggi ineffabili.

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Sul far della notte entrai non senza qualche fatica nella mia casa, ove giacqui sul terreno, e continuai così per due buone settimane; ma in questo mezzo, l'imperatore avea dati ordini perchè mi venisse apparecchiato un letto. Seicento letti di comune misura furono condotti su dei carri, ed introdotti nella mia stanza; centocinquanta de' loro letti uniti insieme facevano appunto la lunghezza e larghezza del mio, di modo che sovrapposti a centocinquanta mi componevano un letto a quattro doppi; ma ad onta di ciò, mi era ben tenue riparo alla durezza del pavimento che era di pietra liscia. Con lo stesso ragguaglio fui proveduto di lenzuola, di coltri e coperte, abbastanza passabili per me che era già assuefatto alle asprezze del vivere.

Divulgatasi la notizia del mio arrivo, tirò questa un prodigioso numero di ricchi, oziosi e curiosi, smanianti tutti dalla voglia di vedermi, di modo che gl'interi villaggi rimanevano deserti, donde sarebbero derivati gravi danni all'agricoltura ed all'economia pubblica e privata, se il provido monarca con gride ed ordini di gabinetto non fosse andato incontro al disordine. Decretò che chiunque m'avesse veduto una volta se ne tornasse a casa, nè s'arrischiasse più a comparire entro un raggio di cinquanta braccia dalla mia abitazione senza una licenza speciale della corte, la qual cosa fu una bella vigna di guadagno ai segretari di stato.

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Intanto l'imperatore tenea frequenti consigli ne' quali si discuteva il sistema da adottarsi rispetto a me: affare che dava molto da pensare alla corte, come ne fui assicurato in appresso da un mio particolare amico, personaggio di gran distinzione ed ammesso ai segreti di gabinetto al pari di chicchessia. Or si temea che rompessi le mie catene, ora che il mio mantenimento divenisse eccessivamente dispendioso, e producesse una carestia. Qualche volta si è venuto in discorso di farmi morir di fame, o almeno di scoccarmi frecce avvelenate al volto ed alle mani, che era poi il modo più speditivo per disfarsi di me, ma di lì a poco si considerava che il puzzo d'un così sterminato cadavere come sarebbe stato il mio, avrebbe potuto portar la peste nella metropoli e probabilmente nell'intero reame. In mezzo a tali consulte, parecchi ufiziali dell'esercito arrivarono nell'anticamera della sala del gran consiglio, e due di questi che furono ammessi in sessione, raccontarono il contegno da me usato verso i sei delinquenti de' quali vi ho già parlato. Ciò fece una impressione sì favorevole nel cuore del monarca e di tutti i membri della tavola di stato, che ne uscì un sovrano decreto, in forza del quale tutti i villaggi situati in un circuito di novecento braccia attorno alla città erano obbligati a somministrare ogni mattina sei buoi, quaranta pecore ed altre vettovaglie pel mio sostentamento; ed in oltre una proporzionata quantità di pane, vino ed altri liquori; e pel rimborso de' suddetti generi sua maestà aveva fatto un assegnamento su la sua imperiale tesoreria. Perchè è a sapersi che quel sovrano vive soprattutto su le rendite del suo demanio; e ben rare volte, eccetto casi oltre ogni dire straordinari, leva imposte sopra i suoi sudditi, che hanno per altro l'obbligo di accompagnarlo nelle sue guerre a proprie loro spese.

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Nello stesso tempo venne istituita una compagnia di seicento individui obbligati ad essere miei servitori, i quali aveano salari fissi pel loro mantenimento e l'alloggio sotto altrettante tende, convenientemente fabbricate ai lati dell'ingresso della mia abitazione. Fu parimente decretato che trecento sartori mi facessero un corredo di vestiti secondo la moda della metropoli, e che sei fra i primari dotti dell'istituto imperiale fossero impiegati nell'insegnarmi la lingua del paese; finalmente che i cavalli imperiali, quelli della nobiltà e delle guardie del palazzo facessero gli esercizii alla mia presenza per avvezzarsi a non aver paura vedendomi; tutti i quali ordini furono debitamente mandati ad esecuzione.

In tre settimane, poco più, poco meno, si trovò ch'io avea fatto grandi progressi nell'intrapreso studio della nuova lingua. Durante il tempo delle mie lezioni, l'imperatore mi onorava sovente delle sue visite, e si compiaceva assistere egli stesso ai maestri che m'insegnavano. Cominciavamo già in qualche modo a conversare insieme, e le prime parole che imparai, e che di poi gli andai ripetendo ogni giorno mettendomi ginocchione perchè gli giugnessero bene all'orecchio, erano di preghiera perchè si degnasse concedermi la mia libertà. La sua prima risposta a quanto mi parve capire si fu: ciò non poter essere se non l'opera del tempo; non dovercisi pensare finchè non si fosse sentito l'avviso del suo consiglio di stato; che prima avrei dovuto lumos kelmin pesso desmar lon emposo, giurare cioè di mantenermi in pace con lui e col suo regno; che nondimeno sarei stato trattato con ogni cortesia. Mi consigliò intanto a meritarmi con la mia pazienza e la saggezza del mio contegno la buona opinione di lui e de' suoi sudditi.

Un giorno mi chiese che non m'adombrassi se dava ordine a certi suoi uficiali di frugarmi i vestiti; perchè probabilmente avrei avute addosso molte armi che non poteano non essere di pericolosissima conseguenza se corrispondevano nell'efficacia alla mole della mia persona. Io gli risposi, parte per cenni, parte con parole, che sua maestà poteva essere benissimo soddisfatta senza il bisogno di una indagine d'ufizio, perchè io era prontissimo a spogliarmi ed a rovesciare le mie tasche alla sua imperiale presenza. Egli mi fece allora conoscere come le leggi del suo regno portassero che tale investigazione fosse fatta da due de' suoi ufiziali, comunque egli vedesse che ciò non si sarebbe potuto praticare senza il mio consenso ed aiuto; aver egli sì buona opinione della mia rettitudine e nobiltà d'animo che m'avrebbe lasciato senza diffidenza prendere in mano i detti due ufiziali; aggiunse che tutte le cose di cui si giudicherebbe opportuno il privarmi, sarebbero state a me restituite all'atto in cui abbandonassi il paese, o vero pagate ad un prezzo da stabilirsi da me medesimo. Mi presi dunque in mano i due uficiali, e me li posi prima nelle tasche del mio giustacuore, poi nell'altre tasche minori, eccetto due scarsellini ed un altro taschino segreto, che non avevo intenzione di lasciar frugare perchè contenea certe cosucce di mio comodo, che non potevano essere di conseguenza per altri fuorchè per me. In uno dei due scarsellini io teneva un orologio d'argento, nell'altro una borsa con poche monete d'oro. Que' due signori, avendo carta, penne ed inchiostro con loro, stesero un esatto inventario delle cose che videro, poi mi eccitarono a farne anche per parte mia una nota in iscritto, affinchè a norma degli ordini venissero portate all'imperatore. Più tardi mi sono divertito a tradurre quell'inventario ed eccovelo parola per parola.

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«Imprimis nella tasca destra del giustacuore del grand'uomo-montagna (così interpretai le parole quinbus flestrin), dopo le più accurate indagini non trovammo altro che un gran pezzo di drappo ruvido largo abbastanza per servire di tappeto alla grande sala del consiglio di vostra maestà. Nella sinistra vedemmo un'enorme cassa d'argento con un coperchio dello stesso metallo, che non eravamo buoni di alzare, onde eccitammo il proprietario ad aprirla. Un di noi che si pose a camminarvi entro si trovò a mezza gamba in una specie di polve, di cui una parte volata su la faccia mia e del mio compagno ne costrinse per qualche tempo a non far altro che starnutare. Nella tasca destra della camiciuola vi era uno sterminato fascio di certe sostanze bianche piegate una su l'altra, grosso come tre uomini, legato con una fortissima fune e screziato da figure nere: erano queste, secondo l'umile nostro parere, scritture di cui ciascuna lettera era larga come il palmo di una delle nostre mani. Nella sinistra trovammo una specie di macchina sul cui dorso stava una fila di venti lunghi pilastri somigliante alla palizzata posta innanzi alla corte di vostra maestà: congetturammo che con questa l'uomo-montagna si pettini il capo, chè non sempre gli facevamo interrogazioni, e ciò per la grande difficoltà che trovavamo nel farci intendere. Nella maggior saccoccia destra del suo vestito di mezzo (così traduco la parola ranfu-lo, e credo sarà stato un modo rispettoso di cui si valsero per indicare a sua maestà le mie brache) vedemmo una colonna concava d'acciaio incastrata entro un torso di legno più grosso della colonna, da cui sporgevano alcuni enormi pezzi di ferro intagliati in una strana guisa, nè sappiamo che cosa si possa farne. Nella saccoccia sinistra vi era un'altra macchina della stessa natura. Nella più piccola scarsella di destra vedemmo molti pezzi rotondi e piatti di metallo bianco e rosso, di calibro diverso fra loro. Alcuni dei bianchi pareano d'argento, ed erano sì larghi e pesanti che il mio compagno ed io durammo non poca fatica a levarli. Nella corrispondente più piccola scarsella di sinistra stavano due pilastri neri di forma irregolare. Da stare su la cima dello scarsellino era cosa quasi impossibile per noi il prenderli per l'estremità superiore e tirarli di lì. Un di questi era tutto di un pezzo; dalla parte superiore dell'altro sporgea fuori un certo globo bianco, grosso all'incirca come dodici delle nostre teste. In entrambi era rinchiuso un enorme pezzo d'acciaio, come avemmo occasione di avverare, perchè immaginando che quelle macchine fossero di molto pericolo, obbligammo l'uomo montagna a farci vedere ogni cosa. Tolti fuori dalle due casse (tali erano que' due pilastri), i pezzi enormi d'acciaio che vi si conteneano, ne raccontò come nel suo paese si usi rader la barba con uno di essi, e trinciar le vivande con l'altro. Vi erano poi due tasche minori nelle quali non potemmo entrare: egli le chiamava i suoi borsellini. Erano ampie fenditure alla cima del suo vestito di mezzo tenute strettamente aderente dalla pressione del suo ventre. Fuor dello scarsellino destro pendeva una grande catena d'argento alla cui cima si attaccava, come ce ne accorgemmo dalla gonfiezza del borsellino stesso, una specie sterminata di macchina. Gl'intimammo di tirar fuori, che che si fosse la cosa cui facea capo la grande catena. Vedemmo allora un immenso globo, metà d'argento, metà d'un metallo trasparente; e ci accorgemmo della trasparenza perchè vedendo su la superficie di esso certe stravaganti figure disegnate all'intorno, volemmo toccarle e la sostanza lucida di quel metallo ce lo impedì. Egli ne appressò agli orecchi questo ordigno che faceva uno strepito incessante, simile a quello di un mulino: noi congetturiamo ch'esso sia o qualche animale sconosciuto o il suo dio, ma incliniamo più alla seconda opinione, perchè (se lo intendemmo a dovere, giacchè si espresse assai imperfettamente) fa rare volte alcuna cosa senza consultarlo. Ne disse in oltre essere questo il suo oracolo che gl'indicava il momento opportuno a ciascuna azione della vita. Trasse dall'altro borsellino una rete larga quanto basterebbe per un pescatore, ma fatta in modo che si apriva come una borsa, e parea gli servisse al medesimo uso. C'erano entro parecchi pezzi massicci di metallo giallo che, se sono realmente d'oro, devono essere di un immenso valore.

«Dopo avere così, in obbedienza agli ordini della maestà vostra, frugate diligentemente tutte le tasche dell'uomo-montagna, osservammo intorno alla sua persona una cintura fatta della pelle di qualche prodigioso animale, dal lato sinistro della quale pendeva una spada della lunghezza di cinque uomini, e dal destro un sacco o gran borsa, diviso in due celle, ciascuna capace di contenere tre sudditi di vostra maestà. In una di queste trovavansi parecchi globi o palle di pesantissimo metallo, grosse a un dipresso come le nostre teste e per alzar le quali ci volea ben della forza; l'altra conteneva un mucchio di certi granellini neri, non di gran peso o mole perchè potevamo metterne fino a cinquanta sul palmo della nostra mano.

«È questo un esatto inventario delle cose che abbiamo trovate su la persona dell'uomo-montagna, il quale ci ha trattati con grande civiltà e con tutto il rispetto dovuto a due commissari della maestà vostra. Firmato e contrassegnato da suggello nel quarto giorno dell'ottantesima nona luna del ben augurato regno di vostra maestà».

Flefson Frelock — Marsi Frelock
Flefson Frelock — Marsi Frelock

Poichè l'inventario fu letto all'imperatore, questi m'intimò, benchè in gentilissimi termini, di consegnare tutti gli oggetti nello stesso inventario descritti. Primieramente mi domandò la mia spada, che sguainai tosto, e il suo fodero e quanto con essa si connettea. Nel tempo stesso aveva ordinato a tremila uomini della più scelta sua soldatesca, che gli faceano la guardia, di attorniarmi ad una certa distanza ed esser pronti co' loro archi e dardi per iscoccarli su me ad ogni evento; ma io non avea fatto attenzione a ciò, tanto i miei sguardi erano fisi sopra sua maestà. Egli mi disse allora di maneggiare la mia arma che, sebbene avesse preso un po' di ruggine dall'acqua del mare, in alcune parti rifletteva ottimamente la luce. Io lo obbedii, e in un attimo tutti i soldati misero un grido tra il terrore e la sorpresa; perchè il ripercotimento de' raggi del sole che splendea chiarissimo in quella giornata, incontrando l'acciaro che io roteava, abbarbagliò i loro occhi. Sua maestà, principe ineffabilmente magnanimo, ne fu meno atterrito di quanto mi sarei aspettato. Mi ordinò di rimetter la spada nel fodero e di gettarla, con quanta dolcezza avrei potuto, sei piedi in circa al di là del confine della mia catena. La seconda cosa che mi domandò fu una delle mie colonne concave d'acciaio, con che intendea le mie pistole da tasca. Trattane fuori una a norma del suo beneplacito, gli spiegai alla meglio e come seppi, il modo di usarla; la caricai indi di sola polvere che aveva avuta la buona sorte di non inumidirsi nel mare, grazie all'impenetrabilità del mio sacco da munizione, e grazie, devo aggiugnere, alla sollecitudine che da ogni avveduto navigante si adopra per guarentirsi da simile inconveniente; finalmente, avvertito l'imperatore di non isgomentarsi, la sparai all'aria.

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Qui da vero lo sbalordimento fu maggiore che al lampo della spada. I soldati caddero tramortiti a centinaia, come appunto se fossero stati feriti a morte, e lo stesso imperatore, benchè tenutosi su le sue gambe, non potè riaversi dallo stupore se non di lì a qualche tempo. Gli rimisi indi entrambe le mie pistole con le stesse cautele avute nel rassegnargli la spada, e dietro a queste il sacco della polvere e delle palle. Circa alla prima non mancai di raccomandare all'imperatore che la tenesse lontana dal fuoco, perchè la più lieve scintilla sarebbe bastata a soffiargli in aria l'intera sua reggia. Consegnai parimente il mio orologio, che l'imperatore era curiosissimo di vedere, al qual fine ordinò a due delle sue guardie a piedi di sospenderlo al mezzo di una pertica, portando le estremità di essa su le spalle come nell'Inghilterra i facchini trasportano i barili di birra forte. Fu sorpreso al continuo strepito ch'esso facea ed al moto della sfera de' minuti ch'egli discernè tosto, perchè la vista di que' nativi è più acuta assai della nostra. Intorno a questo fenomeno chiese le opinioni de' suoi dotti, che furono varie e lontanissime dal vero, come il leggitore se lo immagina senza che io glielo ripeta; nondimeno, per amore di verità devo aggiugnere che intesi poco qual razza di spiegazioni adducessero.

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Rassegnai inoltre le mie monete d'argento e di rame; la mia borsa con nove portoghesi d'oro ed alcune monete d'oro più piccole; il mio coltello e rasoio; il mio pettine, la mia argentea scatola da tabacco, il mio fazzoletto e i quaderni del mio giornale. La spada, le pistole e il sacco della polvere e delle palle vennero portati agli arsenali di sua maestà; il rimanente delle mie suppellettili mi fu restituito.

Io aveva, come notai dianzi, un borsellino privato che sottrassi alle indagini della commissione imperiale. Vi tenevo un paio d'occhiali a me talvolta necessarissimi, attesa la debolezza della mia vista, un cannocchiale da tasca ed altre simili minuzie, che non essendo di veruna entità per l'imperatore, non mi credei in obbligo d'onore di manifestare: io aveva troppa paura che fuor delle mie mani andassero guaste o perdute.

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CAPITOLO III.

L'autore offre all'imperatore ed alla sua nobiltà d'entrambi i sessi alcuni divertimenti che si tolgono dall'usato. — Descrizione de' passatempi della corte di Lilliput. — L'autore ottiene a certi patti la sua libertà.

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Mercè le mie buone maniere ed il mio buon procedere, io era sì ben giunto a cattivarmi i cuori dell'imperatore, della corte, dell'esercito, ed in generale della popolazione, che principiai a concepire la speranza di ottenere la mia libertà in breve tempo. Non trascurai dal canto mio alcuna sorta di mezzi per coltivare queste buone disposizioni. I nativi a gradi a gradi s'avvezzarono a non temere ch'io facessi loro alcun male. Qualche volta, postomi supino sul suolo, ho permesso a cinque o sei di loro che venissero a ballare su la mia testa, e si arrivò al segno che i fanciulli e le fanciulle s'arrischiavano giocare a mosca cieca fra i miei capelli. Già il mio progresso nell'intendere e nel parlare il loro linguaggio era molto.

Un giorno venne voglia all'imperatore di farmi conoscere diversi fra gli spettacoli del paese, in che quegli abitanti superavano tutte le altre nazioni da me conosciute, sia per destrezza, sia per magnificenza. Niuno spettacolo mi ha divertito mai tanto siccome quello de' loro ballerini su la corda; essi eseguivano i loro salti e danze sopra un filo bianco dell'estensione circa di due piedi ed alto da terra dodici dita; sul quale argomento chiedo all'indulgente leggitore la permissione di diffondermi un qualche poco.

Questa bell'arte è sol professata da coloro che aspirano ad ottenere alte cariche e grandi favori dalla corte. Sono ammaestrati nell'arte stessa sin dalla prima loro gioventù, nè sempre hanno sortiti nobili natali o liberale educazione. Quando viene ad essere vacante un grande uficio, sia per morte o per disfavore incorso da chi lo sostenea (e questo caso è frequente), cinque o sei candidati supplicano sua maestà di potere intertenere lei e la sua corte con un ballo su la corda, e chi salta più alto senza cadere succede nella carica rimasta vacante. Spessissimo accade che gli stessi primi ministri sieno comandati di dar prova della loro abilità e di convincere l'imperatore che il ministero non gli ha fatti dimentichi delle primitive loro virtù. Flimnap, il gran tesoriere, ha il privilegio di tagliare una capriola sul cordino posto d'un dito più in su dell'altezza di prammatica stabilita per qual si voglia altro grande di tutto l'impero. Ho veduto co' miei occhi questo stesso gran tesoriere ripetere per più volte di seguito un salto mortale[14] da una tavola fissata sopra una corda men grossa d'un de' nostri comuni spaghi. Il mio amico Reldresal, primo segretario degli affari privati, è, se non m'inganna la parzialità appunto dell'amicizia, il miglior saltatore dopo il tesoriere. Quanto al resto de' grandi ufiziali della corona, l'abilità dell'uno vale in circa quella dell'altro.

Questi spassi vanno rare volte scompagnati da fatali accidenti, gran numero de' quali è registrato negli archivi imperiali. Ho veduti due o tre candidati rompersi or braccia, or gambe[15]. Ma i pericoli più gravi sono quando i ministri vengono comandati eglino stessi di entrare in aringo; perchè nella gara di ciascun d'essi per rimanere superiore di prodezza agli altri colleghi, fanno tali sforzi per cui è ben difficile che qualcun di loro non istramazzi le due o le tre volte. Venni assicurato che un anno o due prima del mio arrivo, Flimnap si sarebbe infallibilmente rotto l'osso del collo se non si fosse trovato a caso sul pavimento un cuscino imperiale che attenuò la forza della percossa da lui ricevuta cadendo.

Vi è pure un altro divertimento che si dà in alcune particolari occasioni, alla sola presenza dell'imperatore, dell'imperatrice e del primo ministro. L'imperatore stende sopra una tavola tre fili di seta, lungo ciascuno sei dita, uno azzurro, l'altro rosso, il terzo verde. Tali fili sono proposti in premio a quegl'individui che l'imperatore ha in mente di distinguere con qualche contrassegno di speciale favore. La cerimonia viene eseguita nella grande sala di stato di sua maestà, ove i candidati debbono sostenere una prova di destrezza, ma affatto diversa dalla precedente e d'un genere tale che non l'ho mai veduta ideare in nessun altro paese del vecchio e del nuovo mondo.

L'imperatore tiene in mano un bastone con le due estremità parallele all'orizzonte, intantochè i candidati, avanzandosi ad uno ad uno, or saltano sopra il bastone, or ci passano curvati di sotto e ripetono innanzi addietro questa operazione per più riprese continuando sempre con la norma di saltar sopra o curvarsi secondo il più o il meno che il bastone è tenuto alto da terra. Talvolta l'imperatore tiene una estremità sola del bastone ed il primo ministro quell'altra; accade ancora che il ministro ne tenga egli solo le due estremità. Quel dei candidati che fa la sua parte con maggiore agilità e la dura più a lungo nel saltare o passare di sotto, riceve in guiderdone il filo di seta azzurro, il rosso è dato al secondo, il verde al terzo, e tutti lo portano cinto a due giri attorno alle reni; onde vedete ben pochi grandi personaggi addetti alla corte che non vadano decorati di una almeno di queste cinture.

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I cavalli dell'esercito e quelli delle regie scuderie non continuarono lungo tempo a prendere ombra di me, e mi sarebbero camminati ne' piedi senza dare il menomo segno di spavento. I cavallerizzi di corte si divertivano a farli saltare sopra una delle mie mani, s'io la posava a terra, ed un picchiere di sua maestà fece saltare un grosso corridore al di sopra del mio piede calzato, che era un salto prodigioso. Io stesso un giorno ebbi la fortuna di offrire a sua maestà un intertenimento d'un genere affatto straordinario. A tal fine io lo avea pregato il dì innanzi a farmi venire una certa quantità di bastoni alti due piedi e della grossezza d'una delle nostre canne d'India (come ben capite, alberi rimondi dai rami e dalle radici); infatti sua maestà diede tosto ordini analoghi all'intendente de' boschi imperiali, e nella mattina del dì successivo mi arrivarono a casa sei boscaiuoli a capo di una falange di carri tirati ciascuno da otto cavalli, carichi de' materiali che avevo chiesti. Pigliati nove di questi bastoni, li disposi in forma quadrangolare sopra uno spazio di due piedi e mezzo quadrati. Presine indi altri quattro li legai in cima paralleli ai lati della base del solido che avevo formato: poi cinque dita disotto dell'estremità dei primi nove pilastri, attaccai il mio fazzoletto e lo distesi ai quattro angoli del mio parallelepipedo con tanta attillatura che pareva una vera pelle di tamburo. I pilastri, sporgenti, come vi ho detto, di cinque dita dal fazzoletto, formavano il parapetto di questo spianato, sul quale pregai sua maestà a permettere che ventiquattro uomini della sua imperiale cavalleria, montati su i più scelti loro destrieri, facessero l'esercizio.

Approvato dal monarca il partito da me propostogli, mi presi in mano ad uno ad uno i suoi ventiquattro soldati belli e montati a cavallo ed armati di tutto punto e gli ufiziali che doveano comandar l'esercizio; poscia li collocai nella lizza. Quivi, non appena si furono ordinati, schieraronsi in due parti, eseguirono finte scaramucce, si lanciarono gli uni contra gli altri frecce spuntate, rappresentarono assalti e ritirate, in somma diedero a vedere tal perfetta militare disciplina che altrove non mi è mai occorso di ravvisarla. I bastoni paralleli guarentivano essi ed i loro cavalli dal pericolo di cadere nell'arena inferiore. L'imperatore n'ebbe tanto diletto che ordinò la replica dello stesso spettacolo per più giorni successivi; ed arrivò persino una volta a volere essere portato su la lizza per dar egli stesso in persona l'ordine di comando. Fece di più, benchè ci sia voluta non poca fatica: persuase la stessa imperatrice a contentarsi ch'io la levassi in palma di mano col suo carrozzino chiuso, ad una distanza di due braccia dal teatro degli esercizi, e così potè anch'essa contemplarne l'intero spettacolo.

Il cielo m'aiutò che niuna disgrazia venne ad intorbidare queste ricreazioni. Una sola volta un cavallo alquanto focoso che apparteneva ad un capitano della guardia, zampettando fece con l'unghie un buco nel mio fazzoletto, onde mancatogli il piano di sotto, poco mancò non affondassero nell'aperta voragine egli ed il suo cavaliere; ma fui presto a salvarli d'una mano entrambi, mentre coll'altra copersi il buco tanto di potere con la mano libera tirar giù da quell'altezza lui ed il rimanente di quella brigata. Il cavallo caduto si fece una slogatura alla spalla sinistra, ma chi lo cavalcava non sofferse alcun male. Io rattoppai il mio fazzoletto alla meglio; per altro non tornai più a fidarmi della sua resistenza in una impresa tanto rischiosa.

Due o tre giorni prima ch'io fossi messo in libertà, mentre io stava intertenendo la corte negli spassi che vi ho descritti, arriva una staffetta per informare sua maestà, che alcuni de' suoi sudditi, cavalcando lungo la spiaggia ove fui preso in principio, aveano veduto giacer su l'erba una grande massa nera stranamente conformata, estesa in fondo alle falde, larga come la stanza da letto di sua maestà, e sporgente nel mezzo all'altezza d'un uomo; che parecchi le erano più volte girati all'intorno; che salendo l'uno su le spalle dell'altro ne aveano raggiunta la cima; che trovatala piatta e spianata vi camminarono sopra, e s'accorsero ch'era vuota di dentro; che secondo il sommesso loro parere doveva essere alcun che di spettante all'uomo montagna, e che quando sua maestà lo avesse desiderato, si compromettevano trasportarla fin qui con l'opera di soli cinque cavalli. Capii subito di che cosa parlavano, e fu tal notizia che mi diede piacere. Pare che nella confusione in cui m'avea messo il mio naufragio, io non m'accorgessi d'una cosa, allorchè, presa terra, venni a pormi nel luogo ove m'addormentai. Fin quando mi accinsi a remigare, il mio cappello era raccomandato alla mia testa con una stringa; bisogna dire che ci sia rimasto anche quando mi diedi al nuoto, e che per qualche incidente la stringa si sia rotta poichè fui sulla spiaggia. Io certo credeva d'aver perduto il cappello nel mare. Pregai dunque l'imperiale sua maestà a volere dar ordini perchè mi fosse portato il più presto che si poteva, e le spiegai ad un tempo l'uso che questo arredo prestavami. Nel dì successivo, i carrettieri comandati a ciò mel portarono, ma non da vero in ottimo stato. Costoro aveano forato due buchi un dito e mezzo al di sopra dell'ala; poi appiccativi due uncini ed attaccata una lunga corda a questi uncini, trascinarono il mio povero cappello per più d'un mezzo miglio inglese; per fortuna la terra di quel paese è soffice e leggiera, onde il danno fu minore ch'io non me lo era figurato.

Due giorni dopo questa avventura, l'imperatore aveva ordinato che tutte le sue soldatesche stanziate nelle vicinanze della metropoli fossero sotto l'armi, e gli venne il capriccio di prendersi uno stravagantissimo divertimento. Bisognò per compiacergli che mi piantassi fermo a guisa di colosso con le mie gambe aperte quanto per me si poteva; poi comandò al suo generale, vecchio condottiero sperimentato e mio grande protettore, che ordinate in file serrate le sue schiere, le facesse passare sotto all'andito formato dalle mie gambe. Di ventiquattro era la fronte dei fantaccini, di sedici quella degli uomini a cavallo, che a tamburo battente, bandiere spiegate, picche brandite, teneano questo cammino, e tutto quel corpo d'esercito consisteva in tremila uomini di fanteria e mille di cavalleria. Certamente sua maestà ordinò che ciascun soldato, durante questo tragetto, si comportasse con la più stretta decenza verso la mia persona. Ma ciò non impedì che alcuni giovani uficiali, passandomi sotto, alzassero la testa in su, e per confessarvi la schietta verità, il mio vestito di mezzo era sì mal andato, che diede loro qualche soggetto di riso e ad un tempo d'ammirazione.

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Io aveva umiliato tanti memoriali e suppliche per ottenere la mia libertà, che finalmente sua maestà aperse la discussione su questo affare, prima nel suo gabinetto, indi in pieno consiglio: nè vi fu chi si opponesse, eccetto Skyresh Bolgolam che si divertiva, senza veruna provocazione dalla mia parte, di essere mio capitale nemico. Nondimeno, a suo marcio dispetto, il partito della mia liberazione la vinse a pieni voti di tutti gli altri membri della tavola di stato, ed ottenne la ratificazione imperiale. Il ministro mio nemico era galbet, cioè ammiraglio dell'impero, grandemente innoltrato nella confidenza del suo padrone, e, se vogliamo, versatissimo negli affari, ma d'un tal umore bisbetico ed inquieto, che non si sapeva come prenderlo. Ciò non ostante bisognò finalmente che la intendesse di conformarsi al voto dei più; sol la spuntò in questo che si fece dare l'incarico di stendere egli stesso gli articoli ed i patti a' quali avrei ricevuta la mia libertà, ed i quali dovevo giurare prima di conseguirla. Tali articoli mi furono portati da Skyresh Bolgolam in persona, che venne accompagnato da due sottosegretari e da diversi ragguardevoli personaggi. Dopo essermi stati letti, dovei adempiere la cerimonia del giuramento, prima secondo l'usanza del mio paese, poi giusta il metodo prescritto dalle loro leggi, ed era, pigliarmi il mio piede destro nella mano sinistra, e portarmi l'indice della destra sul mio cocuzzolo, ed il pollice alla punta del mio orecchio destro. Siccome poi il leggitore può essere voglioso di aver qualche idea dello stile e del modo singolare di esprimersi di quel popolo, ed anche di sapere gli articoli condizionali della mia ricuperata libertà ho fatta una versione letterale fin quanto ho potuto dell'intero rogito, e la presento ora al pubblico.

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Golbasto monaremevalme gurdilo shefin, mully ully gue, potentissimo imperatore di Lilliput, delizia e terrore dell'universo, i cui dominii si estendono cinquemila blustrug (dodici miglia a un dipresso di circonferenza) sino all'estremità del globo; monarca di tutti i monarchi, il più alto dei figli degli uomini, i cui piedi premono il centro del mondo e la testa tocca il sole; ad un cui cenno tutti i principi della terra s'inginocchiano, piacevole come la primavera, confortevole come la state, fruttifero come l'autunno, formidabile come il verno. La sua sublimissima maestà propone all'uomo-montagna, arrivato testè ne' celesti nostri dominii, i seguenti articoli, all'adempimento dei quali dee con solenne giuramento obbligarsi.

I. L'uomo-montagna non si partirà dai nostri dominii senza la nostra licenza autenticata dal nostro grande sigillo.

II. Non ardirà venire nella nostra metropoli senza uno speciale nostro comando; e questo avverandosi in quel tempo gli abitanti di essa riceveranno l'avviso di non moversi di casa per due ore.

III. Il detto uomo-montagna limiterà i suoi passeggi alle nostre principali strade maestre; nè s'avviserà giacere nelle praterie o ne' campi di biade.

IV. Mentre passeggia per le suddette strade, userà della massima circospezione per non camminare su i corpi d'alcuno dei nostri amatissimi sudditi; loro cavalli o carriaggi, e di non prendere in mano veruno de' predetti nostri amatissimi sudditi senza il proprio loro consenso.

V. Ove accada il bisogno di mandare un espresso con istraordinaria sollecitudine, l'uomo-montagna sarà tenuto portarsi in tasca il messaggero ed il suo cavallo per un viaggio di sei giorni, e ciò una volta ogni luna, poi ritornarlo (se ne è richiesto) sano e salvo alla nostra imperiale presenza.

VI. Sarà nostro alleato contra i nostri nemici dell'isola Blefuscu, e s'adoprerà con tutte le sue forze a distruggere la loro flotta che s'apparecchia ad invadere i nostri stati.

VII. Che il suddetto uomo-montagna nelle sue ore libere dia mano ai nostri operai nell'innalzare le grosse pietre per coprire il muro di cinta del nostro parco imperiale e gli altri nostri imperiali edifizi.

VIII. Che il detto uomo-montagna, in termine a due lune di tempo, presenti una pianta esatta della circonferenza dei nostri dominii con calcolato ragguaglio tra i suoi propri passi e quelli de' nostri sudditi.

IX. Finalmente che, dietro al prestato giuramento di osservare i menzionati articoli, il predetto uomo-montagna riceva un sussidio giornaliero corrispondente al sostentamento di mille ottocentosettantaquattro de' nostri sudditi, con libero accesso alla nostra imperiale persona ed altri contrassegni del nostro favore.

Fatto al nostro palazzo di Belfaborac nel duodecimo giorno della novantunesima luna del nostro regno.

Giurai, e mi sottoscrissi a tutti questi articoli di tutta buona voglia, e con grande contento, se bene alcuni di essi non fossero onorevoli come mi sarei augurato: tutto effetto della malizia del grande ammiraglio Skyresh Bolgolam. Le mie catene dunque vennero sciolte, e rimasi in pienissima libertà. L'imperatore volle egli stesso onorarmi di assistere in persona all'intera cerimonia. Gli feci i debiti ringraziamenti prostrandomi a' suoi piedi, ma egli mi comandò che m'alzassi; poi, dopo molte clementissime espressioni che, per fuggire la taccia di vanaglorioso, non vi ripeterò, soggiunse com'egli sperasse che me gli mostrerei colle opere un utile servo, e che mi renderei sempre più meritevole dei favori di cui mi aveva colmato o di cui avrebbe potuto colmarmi nell'avvenire.

Voglia il leggitore riportarsi all'ultimo articolo dei patti per la ricuperazione della mia libertà, laddove mi viene accordata una quantità di vettovaglie corrispondente al sostentamento di milleottocentosettantaquattro Lilliputtiani. Qualche tempo dopo, avendo chiesto ad un amico con che principio si fosse stabilito questo determinato numero, mi rispose che i matematici di sua maestà aveano misurata l'altezza del mio corpo col mezzo di un quadrante, e che, trovato eccedere questa l'altezza de' corpi loro nella proporzione di dodici ad uno, conclusero dalla qualità omogenea delle nostre nature, dovere il mio corpo contenerne almeno mille settecentoventiquattro de' loro, e conseguentemente abbisognare di altrettanto cibo quanto ce ne voleva a sostentare un tal numero di Lilliputtiani; donde il leggitore può formarsi un'idea dell'ingegno di quel popolo e della prudente ed esatta economia di un così grande monarca.

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CAPITOLO IV.

Si descrivono Mildendo, metropoli di Lilliput, e l'imperiale palazzo. — Conversazione concernente gli affari dell'impero avutasi dall'autore con uno de' principali segretari. — L'autore s'offre all'imperatore per servirlo nelle sue guerre.

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La prima inchiesta ch'io feci divenuto libero, si fu per ottenere la permissione di vedere Mildendo; metropoli dell'impero. Sua maestà acconsentì di buona voglia, ingiugnendomi per altro l'obbligo di una diligenza la più scrupolosa per non danneggiare gli abitanti o le case. Una grida notificò al popolo ch'io era per portarmi entro le mura della metropoli. I baloardi che la circondavano erano alti due piedi e mezzo, ed aveano per lo meno una larghezza di undici dita che dava abilità alle carrozze ed agli uomini a cavallo di diportarvisi all'intorno. Aggiugnevano forza a questo baloardo le gagliarde torri che ad ogni distanza di due piedi lo fiancheggiavano. Entrato per la grande porta occidentale, mi portai con tutta dilicatezza e camminando di fianco lungo le due strade principali, vestito della sola mia camiciuola per paura che i cantoni del mio giustacuore dessero danno ai tetti o alle grondaie. Ebbi nel mio passeggiare la massima circospezione per non montare addosso a qualche viandante che fosse rimasto lungo la via, benchè gli ordini dati indistintamente a tutti di confinarsi entro le proprie case fossero spiegati in modo, che se alcuno si trovava sopra la strada, ci si trovava a proprio rischio e pericolo. Tutte le finestre dei primi, secondi, terzi, quarti piani, delle soffitte, persino i tetti erano affollati di tanti spettatori ch'io non credo in tutti i miei viaggi aver veduta una più popolata città. Essa è un quadrato perfetto, chè ciascuno de' suoi quattro bastioni è lungo cinquecento piedi. Le due strade principali che, incrocicchiandosi perpendicolarmente, dividono la città in quattro grandi quartieri uguali, sono larghe cinque piedi. Le contradelle ed i vicoli, ove non mi era possibile l'entrare, e cui diedi solo un'occhiata in passando, erano larghi da dodici a diciotto dita. La città è capace di contenere un mezzo milione di anime; le case sono di diversi piani, dai tre ai cinque; ben forniti di tutto i mercati e le botteghe.

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Il palazzo dell'imperatore è nel centro della città, propriamente laddove le due principali strade s'incontrano. Esso è chiuso da un muro di cinta alto due piedi e distante venti dagl'imperiali edifizi. Ottenuta da sua maestà la licenza di passare al di là del detto muro (che non era, come vedete, un grande sforzo per me) e tale essendo qual ve l'ho descritta la distanza che lo disgiugnea dal palazzo, potei contemplar questo a mio agio su tutti i lati. Il suo cortile esterno è un quadrato di quaranta piedi, e ne racchiude due altri, nel più interno de' quali sono gli appartamenti reali; questi io era curiosissimo di vedere, ma ciò fu quanto io trovava estremamente difficile, perchè le grandi porte che conducevano da un cortile all'altro non erano più alte di diciotto dita, nè larghe più di sette, e gli edifizi del cortile stesso erano alti almeno cinque piedi; nè io poteva andar di là accavalciandomi ad essi, senza portare un infinito danno a tutta quanta la fabbrica, ancorchè composta di saldi mattoni, e benchè la grossezza de' suoi muri fosse di quattro dita.

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Pure era grande nell'imperatore il desiderio ch'io vedessi la magnificenza della sua reggia; ed anche tale sua brama appagai, ma sol di lì a tre giorni, che furono da me impiegati nel tagliare col mio coltello alcuni de' più grossi alberi del parco imperiale, lontano a un dipresso cento braccia dalla città. Di questi alberi mi fabbricai due sgabelli, ciascuno alto tre piedi all'incirca e forte abbastanza per sostenere il peso della mia persona. Poichè il popolo fu avvisato d'una mia seconda comparsa nella metropoli, l'attraversai di nuovo co' miei due sgabelli fra le mani. Quando fui alla parte esterna del cortile, salii sopra uno de' miei sgabelli, tenendomi l'altro in mano che alzai sopra il tetto, ove salito io pure, lo calai giù con bella maniera nello spazio frapposto tra il primo ed il secondo cortile: una larghezza di otto piedi: e quivi feci venir a stare anche lo sgabello lasciatomi addietro col mezzo di un bastone uncinato. Coll'alternato aiuto dei due sgabelli feci la visita di tutte le fabbriche all'intorno; poi, con lo stesso artificio adoprato dianzi, penetrai nell'ultimo cortile, ove postomi a giacere su d'un fianco, io toccava con la faccia le finestre degli appartamenti di mezzo, che erano state lasciate aperte a bella posta. Non si possono immaginare appartamenti più splendidi di quelli che allora mi si pararono all'occhio. Vidi ivi l'imperatrice ed i giovani principi, ciascuno in separati appartamenti, con tutti i primari loro subordinati. Anzi la sovrana si degnò clementemente sorridermi, e persino affacciarsi alla finestra e porgere al bacio mio la sua mano.

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Ma mi asterrò dall'anticipare al leggitore nozioni di simil natura, perchè le riserbo ad un'opera di maggior mole che è già quasi pronta pei torchi e che contiene una generale descrizione di questo impero, la quale comincia fin dalla sua prima fondazione, e continua sotto una lunga sequela di sovrani, e ad un tempo uno speciale racconto delle loro guerre, del sistema loro di politica e di legislazione, delle loro nozioni così scientifiche come religiose, e d'altri soggetti di grande curiosità ed utilissimi; qui il mio principale disegno si è riferire quegli avvenimenti ed affari che riguardarono il pubblico e me ne' nove mesi circa del mio soggiorno in quel reame.

Passate circa due settimane dopo la mia ottenuta libertà, Reldresal, primo segretario degli affari privati, così lo chiamavano, venne a casa mia seguito da un sol servitore, perchè aveva ordinato che la sua carrozza lo aspettasse ad una certa distanza. Mostratosi desideroso di avere un colloquio d'un paio d'ore con me, acconsentii di tutto buon grado, e atteso le qualità ed i meriti personali che lo fregiavano, per e tutti i buoni ufizi da lui usatimi durante il tempo delle mie sollecitazioni alla corte. Mi offersi di collocarmi giacente affinchè potesse mettersi meglio a portata del mio orecchio, ma preferì ch'io me lo tenessi in mano per tutto il tempo della nostra conversazione.

Principiò dal farmi congratulazioni su l'acquistata mia libertà, aggiugnendo che potea vantarsi d'aver qualche merito in ciò, ma subito aggiunse che n'aveva anche un grande merito lo stato presente delle cose alla corte, senza di che avrei forse dovuto sospirare anche un bel pezzetto tal mia libertà.

«Sappiate, mi confidò, che i nostri affari non sono in una condizione così florida come apparisce agli occhi degli stranieri. Noi siamo travagliati sotto il peso di due potenti disgrazie: una violenta fazione al di dentro e il pericolo dell'invasione d'un formidabile nemico al di fuori. Quanto al primo male, avete a sapere che da circa settanta lune in qua sursero a lottar fra loro in questo impero due potentissime sette col nome di tramecksan e di slamecksan,[16] così chiamate dai calcagnini alti e bassi delle scarpe che le distinguono. Alcuni pretendono, per dir vero, che i calcagnini alti si conformino meglio con l'antica nostra costituzione; ma, che che ne sia, sua maestà ha deciso che gli impiegati negli ufizi amministrativi del governo e tutte le cariche privilegiate della corona non portino, come senza dubbio dovete esservene accorto, se non calcagnini bassi; e soprattutto avrete notato che i calcagnini di sua maestà imperiale sono almeno un drurr più bassi di tutti gli altri (il drurr in que' paesi è circa la quarta parte di un dito). Le animosità fra le due parti si sono spinte sì innanzi, che l'una non vuole nè mangiare, nè bere, nè conversare con l'altra. A conti fatti i tramecksan o sia quelli dei calcagnini alti, ci superano di numero, ma il potere è tutto dalla nostra banda. Ci fa un po' di paura sua altezza imperiale, l'erede della corona, che vogliono sia alquanto propenso ai calcagnini alti; certo un fatto evidente ad ognuno si è che porta un calcagnino più alto dell'altro, ciò che lo fa parere zoppo quando cammina.

«Ora in mezzo a queste intestine discordie, ne accade essere minacciati d'una invasione da quei dell'isola di Blefuscu, altra grande monarchia dell'universo, quasi vasta e potente siccome quella di sua maestà. Perchè quanto al fatto che v'abbiamo udito asserire più volte, dell'esistenza cioè d'altri reami di questo globo abitati da creature umane della vostra mole, è cosa che i nostri filosofi mettono grandemente in dubbio, ed inclinerebbero piuttosto a pensare che voi foste caduto dalla luna o da una stella. In fatti è cosa indubitata che un centinaio di mortali dotati delle vostre proporzioni farebbero presto a divorarsi tutte le rendite e gli armenti dei dominii di sua maestà, oltrechè le nostre storie, che rimontano a seimila lune, non hanno mai fatto menzione d'alcun altro paese fuor degl'imperi di Lilliput e di Blefuscu.

«Questi due potenti imperi dunque, come vengo ora a dirvi, sono stati impegnati per trentasei lune addietro in un'ostinatissima guerra, e guardate qual ne fu l'origine. Non si era mai revocato in dubbio che il vero posto ove si dee cominciare a rompere un uovo prima di mangiarlo non sia la più piana delle sue estremità. Ma accadde alla buon'anima dell'avolo del vivente monarca che, quand'era fanciullo, volendo mangiare un uovo e rompendolo secondo la pratica inveterata, si fece un taglio alle dita. Da quell'istante l'imperatore padre pubblicò un editto che obbligava, minacciando le più severe pene contra i trasgressori, tutti i suoi popoli a non rompere più le uova se non dall'estremità aguzza. Rincrebbe tanto al popolo questa legge, che, come narrano le nostre storie, nacquero sei ribellioni per cagione di essa, ribellioni in forza delle quali un de' nostri imperatori ci mise la vita, uno de' suoi successori perdè il trono.[17] Queste nostre civili sommosse vennero sempre favoreggiate dai monarchi di Blefuscu, e quando erano represse, i profughi trovavano costantemente asilo e protezione nel loro impero. Si è fatto in più volte il conto di undicimila persone le quali hanno preferita la morte alla schiavitù di rompere le uova dalla parte aguzza. Centinaia e centinaia di volumi in foglio sono stati pubblicati su tal controversia, ed i libri dei piattuovisti furono a lungo proibiti dall'imperiale censura, ed i lor partigiani dichiarati dalla legge incapaci a sostenere qualunque pubblico incarico. Nel tempo di queste turbolenze, gl'imperatori di Blefuscu spedirono, col mezzo de' loro ambasciatori, frequenti rimostranze che ne accusavano di formare uno scisma religioso coll'andar contro alle dottrine fondamentali stabilite al capitolo cinquantesimoquarto del Blundecral: è questo il loro Corano.

«Noi per altro, continuò il mio visitatore, crediamo essere questa obbiezione una vera stiracchiatura fatta sul testo, che dice a lettere di scatola: Tutti i veri credenti romperanno le uova dalla buona banda; e il determinare questa buona banda, secondo il mio debole parere, dipende dalla coscienza di ciascuno, o tutt'al più dall'arbitrio del supremo magistrato della nazione. Ora, i piattuovisti acquistarono tanto credito alla corte dell'imperatore di Blefuscu, e si assicurarono tanti partigiani e cooperatori nell'interno del medesimo nostro regno, che si accese una sanguinosissima guerra tra i due imperi, durata trentasei lune, ve l'ho detto, e con variato successo; perchè in tutto quel tempo, noi dal canto nostro abbiamo perduto quaranta navi di linea e grande numero di bastimenti d'ordine inferiore, oltre a trentamila de' nostri migliori marinai e soldati; ma a calcoli fatti, il danno sofferto dai nemici è alquanto maggiore. Ciò non ostante, nel momento che vi parlo, hanno giù allestita una numerosissima flotta, e s'accingono a fare uno sbarco su le nostre coste. Ora, sua maestà imperiale, che pone grande fiducia nel vostro valore e nella vostra forza, mi ha comandato di presentarvi questo specchio delle cose nel modo in cui sono».

Pregai il segretario ad umiliare gli omaggi del mio rispetto a sua maestà, e volerle ad un tempo far conoscere che non conveniva a me, nella mia qualità di straniero, l'intromettermi siccome giudice fra le parti; che nondimeno sarei sempre stato pronto, col pericolo stesso della mia vita, a difendere la sacra persona di sua maestà ed i suoi stati contro ogni estranio invasore.

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CAPITOLO V.

Inaudito stratagemma di cui si vale l'autore per impedire un'invasione. — Alto titolo d'onore conferitogli. — Ambasciatori spediti con istanze di pace dall'Imperatore di Blefuscu. — Caso che mette in fiamme il palazzo dell'imperatore. — Come l'autore arrivi a preservare il rimanente dell'edifizio.

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L'impero di Blefuscu è un'isola situata a greco di Lilliput, da cui rimane soltanto divisa per un canale largo ottocento braccia. Io non avea per anche veduto questo canale; e dietro la notizia di una minacciata invasione, mi guardai bene dal mostrarmi su quel lato di costa per paura di essere scoperto da qualche vascello de' nemici, i quali non aveano veruna contezza di me; chè ogni comunicazione era stata vietata sotto pena di morte durante la guerra, ed il nostro imperatore avea posto un embargo su tutti i bastimenti di qualunque natura si fossero.

Comunicai ciò non ostante all'imperatore un disegno da me concepito per impadronirmi dell'intera flotta nemica, che, stando alle assicurazioni dateci dai nostri esploratori, era all'áncora nel porto di Blefuscu, pronta a veleggiare al primo favorevole vento. Io già non avea mancato di consultare i più sperimentati marinai su la profondità del canale ch'essi aveano scandagliato più d'una volta, e che, come mi dissero, nel suo mezzo, in tempo d'alta marea, era profondo settanta glumgluff (sei piedi circa di misura europea), ai lati cinquanta glumgluff al più.

Mi trasferii dunque a greco della costa rimpetto a Blefuscu, e quivi, postomi a giacere dietro un monticello che mi nascondea, scopersi col mio cannocchiale la flotta nemica all'áncora, che consisteva in circa cinquanta vascelli da guerra ed un gran numero da trasporto. Allora, tornatomene a casa, diedi ordine (ne avevo già l'opportuna autorizzazione) che mi venisse portata una grande quantità di gomene delle più gagliarde e di spranghe di ferro. Le gomone erano grosse a un dipresso come spaghi e le spranghe della lunghezza e grossezza di un ferro da calzette. D'ogni tre gomone ne feci una intrecciandole, ed attorcigliai con la stessa norma le spranghe di ferro (furono cinquanta) curvandone le estremità sì che ciascuna mi prendesse la forma d'un raffio. Attaccati ai miei cinquanta graffi altrettante gomone, me ne tornai a greco della costa.

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Colà levatomi il giustacuore, le scarpe e le calze, rimasi con la mia sola camiciuola di cuoio: e mezz'ora circa prima dell'alta marea, mi diedi a guadare con quanta fretta potei, indi nel mezzo percorsi a nuoto trenta braccia all'incirca, tanto che finalmente toccai terra: onde raggiunsi la flotta in meno di una mezz'ora. I nemici furono sì spaventati al vedermi, che saltati fuori de' loro bastimenti guadagnarono a nuoto il lido, ove non si saranno unite meno di trentamila anime. Preso allora il mio sartiame, e fatto passare un de' cinquanta raffi a ciascun buco di cinquanta prore, unii tutte le corde in un unico gruppo. Mentre io stava adoperandomi in ciò, i nemici scoccarono su me parecchie migliaia di frecce; molte delle quali ferendomi le mani e la faccia; oltre all'eccessivo dolore che mi faceano sentire, mi davano una paura ben maggiore pe' miei occhi che avrei infallibilmente perduti se non fossi subito corso ad un espediente. Vi ricordate di quel paio d'occhiali che in un riservato borsellino sottrassi alle indagini de' commissari imperiali? Questi occhiali erano con me; me li legai al naso alla meglio, e mercè loro, continuai coraggiosamente nella mia faccenda a malgrado delle frecce nemiche, molte delle quali percuotevano le lenti degli stessi occhiali, ma senza recare altro danno che di scomporli lievemente dal loro posto. Io aveva già legati tutti i raffi; allora, preso in mano il gruppo maestro delle gomone, mi diedi a tirare; ma non un bastimento si volea mover di luogo, perchè troppo bene attaccato alle sue áncore, onde la parte fondamentale della mia impresa rimaneva incagliata. Non per questo m'avvilii, ma lasciato andare il sartiame, e sicuro che i raffi rimanevano sempre attaccati alle prore, andai risolutamente a tagliar col mio coltello tutte le corde che tenevano le áncore, senza prendermi fastidio di una grandine di frecce che mi tempestavano le mani e la faccia. Finita questa fazione, tornai a prendere in mano il gruppo delle mie gomone attaccate con gli uncini, come vi ho detto, alle prore, e con un'ammirabile facilità mi trassi dietro nient'altro che cinquanta navi di primo ordine.

Quei di Blefuscu, che nemmen per ombra si erano immaginati le mie intenzioni, rimasero in principio attoniti e sbalorditi. Al primo vedermi tagliar le gomone delle áncore, aveano creduto che il mio disegno fosse unicamente quello di lasciar andare i bastimenti a seconda dell'acqua, od anche a cozzarsi l'un contra l'altro; ma poichè si furono accorti che l'intero navilio si moveva ordinatamente, e ch'io me lo tirava a mia volontà, misero tali grida di dolore e di disperazione che è quasi impossibile l'immaginarsele o il darne un'idea. Non appena fui fuor di pericolo, mi fermai alcun poco per levarmi le frecce che mi stavano infitte su le mani e su la faccia, e per istrofinarmi queste parti ferite con un poco di quell'unguento che mi fu dato all'istante del mio primo arrivo, e di cui vi ho già fatto parola. Mi tolsi ancora dal naso gli occhiali; poi aspettai circa un'ora finchè la marea fosse data giù affatto; allora guadai per mezzo al canale con tutta la coda del conquistato navilio, e con esso arrivai sano e salvo all'imperiale porto di Lilliput.

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L'imperatore e tutta la sua corte stavano su la spiaggia aspettando qual sarebbe l'esito di una sì grande spedizione. Aveano già veduto in lontananza moversi in avanti a guisa di una grande mezzaluna l'armata navale di Blefuscu, ma non poterono discernere me che era sino al petto entro l'acqua. E quando fui al mezzo del canale, sempre più in pena, perchè poteano vedermi tanto meno, che stavo già sott'acqua sino alla gola. L'imperatore anzi giudicò che fossi annegato, e che la flotta nemica si avanzasse a gran passi ostilmente; ma fu presto libero d'ogni timore, perchè il canale divenendo men fondo a ciascun passo ch'io moveva in avanti, gli fui ben presto a portata di voce, ed alzato il gruppo del sartiame cui l'intero navilio nemico era annodato, esclamai con quanto avea di polmoni: «Viva in eterno il potentissimo imperatore di Lilliput!» Quel grande monarca mi ricevè al mio sbarco colmandomi d'ogni sorta d'encomi, e mi creò sul campo del mio trionfo nardac che è fra que' popoli il titolo più eccelso d'onore.

Sua maestà avrebbe voluto che con un'altra spedizione dello stesso genere io conducessi ne' suoi porti tutto il rimanente delle forze navali del suo nemico. Tanto è insaziabile l'ambizione dei potenti, che già parea non pensasse a niente di meno del ridurre tutto l'impero di Blefuscu a provincia e del mettervi a governarla un vicerè nominato da lui. Già avea stabilito il suo disegno di distruggere tutti i profughi piattuovisti, e di obbligare l'intera nazione conquistata a mangiar l'uova rompendole per la punta, con che sarebbe rimasto solo monarca dell'universo. Ma io mi sforzai stoglierlo da simile divisamento con diversi argomenti dedotti in parte dai principii della sana politica, in parte anche da quelli della giustizia; anzi protestai pienamente che non avrei mai voluto essere stromento per trarre in istato di schiavitù una libera e valorosa nazione; e quando un tal soggetto venne discusso in consiglio, la parte più giudiziosa del ministero fu dalla mia.

Tal mia aperta e coraggiosa dichiarazione era sì opposta ai divisamenti ed alla politica di sua maestà imperiale, che questo monarca non me la potè mai perdonare. Egli lo fece capire, ma in modi misteriosi, nel consiglio de' suoi ministri, perchè, come mi venne poi raccontato, i più saggi fra essi, col loro silenzio se non altro, si mostrarono del mio stesso parere; ma altri, che erano miei segreti nemici, non potettero starsi dal lanciare certe proposizioni, le quali di sghembo andavano a ferir me; e d'allora in poi principiò certo broglio mestato fra sua maestà ed una giunta segreta di suoi ministri, che due mesi appresso, diede fuori e per poco non fu cagione del mio totale esterminio. Di sì poco peso sono i servigi, anche i più grandi, resi ai potenti che non arrivano a bilanciare il rifiuto opposto una sola volta allo sfogo delle intemperanti loro passioni.

Circa tre settimane dopo questa mia impresa, arrivò una solenne ambasciata spedita dall'imperatore di Blefuscu con sommesse offerte di pace. Questa venne conclusa a patti, senza dubbio, vantaggiosissimi pel nostro imperatore, ma ch'io non mi fermerò qui ad enumerare per non istancare la pazienza dei leggitori. Gli ambasciatori erano sei con un accompagnamento presso a poco di cinquecento persone. Il loro ingresso fu oltre ogni dire magnifico, e qual convengasi alla grandezza del monarca che rappresentavano ed all'importanza della loro negoziazione. Sottoscritto il trattato, nella conclusione del quale io prestai loro di assai buoni ufizi, grazie al credito di cui io godeva (o sia appariva ch'io godessi tuttavia) alla corte, le loro eccellenze, che erano state segretamente informate della propensione da me dimostrata ai loro interessi, vennero a rendermi una visita in forma. Dopo avermi fatto grandi complimenti sul mio valore e su la mia generosità, m'invitarono in nome dello stesso loro imperatore a visitare il reame di Blefuscu; poi mi pregarono perchè volessi intertenerli con qualche sperimento della prodigiosa mia forza di cui avevano udito narrare sì grandi meraviglie. In che subito lor compiacqui, ma non noierò il leggitore coll'entrare in sì minute particolarità.

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Dopo avere così divertito per alcun tempo le loro eccellenze che rimasero soddisfattissime ed in uno ammirate, le pregai volessero presentare l'omaggio dell'umile mio rispetto al loro grande monarca, la rinomanza delle cui virtù avea sì giustamente empiuta tutta la terra[18], e la cui augusta persona io mi prefiggea vedere prima di ritornare alla mia nativa contrada. In fatti, avuto in appresso l'onore di trovarmi col sovrano dal quale io dipendea, gli chiesi la formale sua permissione di portarmi a visitare l'imperatore di Blefuscu. Me l'accordò, ma, come tosto me ne accôrsi, con certa freddezza di cui nel momento io non sapeva indovinare il motivo; mi fu di poi susurrato all'orecchio da un amico; onde seppi come i ministri Flimnap e Bolgolam con le loro instigazioni avessero indotto il sovrano a ravvisare nel parlamento da me avuto con gli ambasciatori stranieri una prova del mio disamore verso la patria che m'aveva adottato, dal qual sentimento d'ingratitudine era affatto mondo, posso giurarlo, il mio cuore. Fu questa la prima volta che cominciai a formarmi qualche imperfetta idea delle corti e dei ministri.

È a notarsi che quegli ambasciatori mi aveano parlato col mezzo di un interprete, perchè le lingue di entrambi gl'imperi differiscono fra loro quanto mai lo possa una lingua da un'altra; e ciascuna delle due nazioni inorgoglisce tanto dell'antichità, bellezza ed energia del proprio idioma, che guarda col più aperto disprezzo l'idioma della nazione sua confinante; ciò nondimeno, il nostro imperatore, portandola alta pe' vantaggi derivatigli dalla flotta che gli conquistai, obbligò gli ambasciatori stessi a presentare le loro credenziali ed a parlargli in lingua lilliputtiana. Una cosa per altro vuol confessarsi: le grandi relazioni di commercio e di traffico esistenti fra l'una e l'altra nazione, il continuo ricever profughi delle due fazioni avversarie, l'usanza inveterata in entrambi i regni di far viaggiare i più nobili e facoltosi di lor gioventù affinchè, vedano il mondo ed imparino a conoscere gli uomini e le loro costumanze, tutto ciò fa che sieno poche le persone ragguardevoli o addette al commercio ed alla marineria, o abitanti in piazze marittime, le quali non sappiano sostener bene un dialogo in tutt'a due le lingue. Di questo io dovetti convincermi poche settimane appresso quando andai a tributare i miei omaggi all'imperatore di Blefuscu, il che in mezzo alle grandi sciagure per la malvagità de' miei nemici sopravvenutemi, fu una grande fortuna per me, come avrò occasione di dirlo a suo luogo.

Si ricorderà il leggitore come allorquando io mi sottoscrissi agli articoli condizionali della riacquistata mia libertà, alcuni di questi mi riuscissero sgradevoli per la natura loro sì umiliante e servile, che ci volea soltanto la più invincibile necessità perchè mi sottomettessi ad accettarli. Ma appartenendo ora, come nardac, al più eccelso ordine dell'impero, cotali ufizi vennero riguardati al di sotto della mia dignità, e il sovrano stesso, devo rendergli questa giustizia, non mi motivò una sola volta obblighi di tal fatta. Pure non andò guari che mi si offerse l'occasione di rendere un segnalato servigio a sua maestà: la mia intenzione almeno fu questa. Era di mezzanotte, quando fui sorpreso dalle grida di più centinaia di persone affollatesi alla mia porta, grida che svegliandomi d'improvviso in quell'ora, mi posero in una specie di timore. Io non udiva ripetere altro che la parola burglum; intanto parecchi cortigiani, apertasi via in mezzo alla calca, vennero a supplicarmi di correre a corte, ove l'intero palazzo di sua maestà imperiale era in fiamme, grazie alla trascuraggine di una damigella d'onore addormentatasi mentre stava leggendo un romanzo. Balzai in piedi in un subito, ed essendo stato dato ordine che mi venisse illuminata la via, e d'altronde facendo in quella notte un bellissimo chiaro di luna, m'ingegnai tanto che arrivai al palazzo senza avere schiacciato un solo individuo di quell'affollatissima popolazione. Trovai già poste le scale alle mura dell'appartamento che ardeva e fatto un grande apparecchio di secchi; ma l'acqua era lontana ed i secchi erano della capacità in circa del ditale di una cucitrice che abbia le dita piuttosto grosse. Ben quel povero popolo si affaccendava a somministrarmene, ma la fiamma era sì violenta che ci faceano come nulla. Avrei potuto facilmente spegner l'incendio col mio giustacuore; ma la sfortuna avea voluto che in quella fretta lo avessi lasciato addietro, e che venissi via con la mia sola camiciuola di pelle[19]. Era un caso veramente deplorabile; parea disperato del tutto, e quel magnifico palazzo sarebbe infallibilmente rimasto affatto spianato dal fuoco, se, con una prontezza di mente insolita in me, non avessi afferrato l'espediente che ci volea. Io aveva la sera innanzi bevuto in grande quantità di quel delizioso vino che a Lilliput chiamavasi, glimigrim e che a Blefuscu chiamano flunec, ma quello di Lilliput è giudicato di miglior qualità. Questo vino è di sua natura molto diuretico, ma per la più fortunata combinazione non aveva esercitata tal sua virtù in me per tutta la notte. Probabilmente il calor delle fiamme cui andai sì vicino, e la fatica fatta nel gettare acqua sovr'esse mise in piena azione questa virtù, e ben in tempo, perchè non fui lento a profittarne come il caso esigeva, ed in tre minuti fu spento affatto l'incendio e salvato dalla distruzione il rimanente di quel nobile edifizio la cui costruzione era stata l'opera di molti secoli.

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Già era giorno quando me ne tornai a casa; nè m'indugiai per fare le mie congratulazioni coll'imperatore, perchè se bene io gli avessi, quanto all'effetto, prestato un eminente servigio, io non potea sapere come l'avrebbe sentita sul modo da me adoperato per prestarglielo, stantechè, secondo gli statuti fondamentali del regno, è delitto capitale, qualunque sia la persona che se ne renda colpevole, lo spargere immondezze nei precinti della reggia. Fui veramente confortato da un messaggio speditomi dalla stessa sua maestà per assicurarmi che avea dati gli ordini al suo gran giudice onde ottenessi il mio indulto in forma; ma questo indulto non venne. Fui anzi segretamente informato che l'imperatrice, piena d'ineffabile ribrezzo su quanto io mi era fatto lecito, andò ad abitare nel più rimoto angolo del palazzo, e che si mostrò risolutissima d'impedire qualunque riparazione agli appartamenti contaminati ove si volesse che tornassero a servire ad uso di lei, e che finalmente alla presenza d'alcuni principali suoi confidenti, giurò di non perdonarmi più mai.

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CAPITOLO VI.

Su gli abitanti di Lilliput; su le loro cognizioni, leggi ed usanze; lor metodo di educazione pe' fanciulli. — Sistema di vivere dell'autore in quel paese. — Onore di una gran dama risarcito.

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Quantunque io mi riservi il dare la descrizione specificata di questo impero in un'opera a parte, pure desidero ad un tempo appagare la curiosità del leggitore col fornirlo d'alcune idee generali. Siccome la comune statura degli abitanti è un poco al di sotto delle sei dita, così v'è un'esatta proporzione con la mole di tutti gli altri animali, alberi e piante; per esempio, i maggiori cavalli e buoi sono d'un'altezza fra le quattro e le cinque dita, le pecore di un dito e mezzo, dal più al meno; le oche vi son grosse all'incirca come i nostri passeri, e così son mantenute tutte le gradazioni venendo all'ingiù, tanto che si arriva ad esseri sì piccoli che all'occhio mio erano pressochè invisibili; ma la natura ha adattato gli occhi de' Lilliputtiani a tutti gli oggetti propri per la loro vista, onde li discernono con la massima esattezza, non per altro ad una grande distanza.

Notes in this chapter

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