LIBRO UNDECIMO (continued 2)
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Ebbero gl'Inglesi in questa giornata, che si combattè il dì sei di luglio, 183 morti, e 346 feriti; ma grandissimo fu il danno loro negli attrezzi navali. Mancarono dei Francesi molti più, sia a cagione del modo del trarre degl'Inglesi, sia perchè le navi loro erano ingombre non che di ciurme, di soldati da terra. Ebbero perciò molti uffiziali di conto, da dugento marinari o soldati uccisi, e pressochè ottocento feriti. Questa fu la battaglia della Grenada, per la quale si fecero molte allegrezze in Francia, ed il Re Luigi scrisse all'arcivescovo di Parigi, seguendo in ciò il costume solito ad osservarsi nelle occasioni delle vittorie, cantasse l'inno delle grazie nella chiesa metropolitana. Pretendeva infatti D'Estaing la vittoria, per aver tenuti accesi i lumi tutta quella notte, che venne dietro al giorno della battaglia, per averla Byron ricusata lo spazio di molte ore, quantunque avesse il sopravvento, per non aver fatto l'Inglese nissuna dimostrazione per preservar il Lione, mentre andandosene a mala pena verso ponente si trovava in tanto pericolo, per aver il medesimo abbandonato il campo di battaglia, ed essersi ritirato; per aver esso D'Estaing catturato una nave da carico al nemico, conquistato la Grenada, e reso vano il disegno fatto da Byron a fine di riconquistarla; per aver infine recato in mano sua la signoria di quei mari. Imperciocchè l'ammiraglio inglese, ricevuto nelle vele, negli alberi e nel sartiame sì grave detrimento, il qual era tanto più da lamentarsi, quanto che in que' luoghi poco si poteva risarcire, si era ritirato a San Cristoforo, risoluto a non uscirne, se non quando o si fosse il nemico infievolito, o egli stesso ingagliardito. La qual cosa riuscì d'infinito terrore a tutti gli abitatori delle Antille inglesi, i quali da lungo tempo, e forse non mai si erano incontrati a veder i Francesi padroni del mare. Pochi giorni dopo la battaglia, D'Estaing, rabberciate le navi, commise di nuovo le vele al vento, ed andò a mostrarsi in cospetto dell'Isola di San Cristoforo, davanti la cala di Bassa-Terra, dove s'era Byron appiattato, e ciò a fine d'invitarlo e tirarlo a combattere. Ma tutto fu nulla. L'Inglese non si mosse. La qual cosa vedutasi dal Francese, si avviò a San Domingo, dove fatta un'adunata di tutte le navi mercantili di diverse isole ordinò, partissero alla volta d'Europa con un convoglio di due navi da tre coperte e di tre fregate.
In questo stato di cose, essendovi ancora buon tempo al poter operare per la stagione che correva, andava il conte D'Estaing fra sè stesso considerando, a quale impresa più vantaggiosa al suo Re dovesse volger le armi. Gli pervennero in questo mezzo lettere dall'America, le quali recavano, avere i repubblicani gli animi pieni di mala soddisfazione, poichè la lega fatta col Re di Francia non era riuscita, in quanto alle cose fatte in su quel continente, nè all'aspettazione loro, nè alla potenza sua; che le grosse spese fatte nella fazione dell'Isola di Rodi erano state indarno; che il pronto vettovagliar l'armata regia dai Bostoniani altro non aveva prodotto, che un allontanamento della medesima dalle terre loro, e la gita sua a lontane spedizioni; che non era stata l'alleanza fin allora di nissun frutto all'America, stantechè la perdita fatta, per cagione della lontananza dei Francesi, di Savanna e di tutta la Giorgia uguagliava pur troppo il benefizio della ricuperazione di Filadelfia operata dalla presenza loro, in congiunzione però colle armi americane, e che finalmente questa istessa perdita della Giorgia, provincia così lontana dal centro della Lega, e tanto esposta agli assalti di mare poteva, e doveva presagir danni ancor più gravi per l'opportunità offerta al nemico di conquistar le Caroline; l'inimico vivere e trascorrere danneggiando per le viscere dell'America; starsene intanto, si dolevano, i capitani francesi correndo i mari delle Antille, facendo il lor pro di quelle ricche isole inglesi, e lasciando gli Americani soli a travagliarsi nell'aspra e perigliosa contesa. Accrescersene il numero degli scontenti, sgomentarsene i contenti. Lo pregavano perciò, ed instantissimamente il richiedevamo, volgesse l'animo suo al soccorso del fedele e pericolante alleato. D'Estaing si lasciò smuovere, quantunque avesse commissione dal suo Re di ritornarsene tosto in Europa colle dodici navi grosse e le quattro fregate, che componevano la flotta di Tolone, lasciando però alcuni vascelli e fregate sotto i comandamenti di La-Motte-Piquet alle stanze di San Domingo, ed altri otto vascelli con altri legni minori ad invernare nei porti della Martinica, intendendosi, che questi condotti dal conte di Grasse cooperassero col marchese di Bouillé alla conquista di altre isole inglesi. Tali erano in quei tempi i pensieri della Francia; perciocchè, riscaldandosi allora vieppiù le pratiche colla Spagna, avrebbe essa voluto veder gli Americani coll'acqua alla gola per ottenerne nel prossimo trattato della Lega col Re Cattolico, e per l'uno e per l'altro Re più favorevoli condizioni. Ma D'Estaing seguendo meglio la generosità dell'animo suo, che gli ordini del suo Re, e volendo con ogni studio fuggire ogni occasione di dare agli Americani alcun sospetto d'animo poco verso di loro sincero, partì alla volta dell'America con ventidue navi di alto bordo e otto fregate. Due erano le imprese, le quali aveva in pensiero di voler fare, accordatosi prima in ciò coi Capi americani, l'una e l'altra di grandissima importanza. La prima si era quella di opprimere le forze del generale Prevost, e, spazzata in tal modo la Giorgia, liberar questa dalla presenza, la Carolina Meridionale dal pericolo degl'Inglesi. Non credeva, fosse disagevol cosa ad esser mandata ad effetto. L'altra, di maggior importanza e difficoltà, consisteva nell'assaltare congiuntamente col generale Washington per terra e per mare la città di Nuova-Jork. Dalle quali due fazioni, se avessero avuto felice fine, ne sarebbe stata la guerra del tutto terminata sulla terra-ferma americana.
Compariva egli il dì delle calende di settembre sulle coste della Giorgia con venti navi delle più grosse, avendone tra via mandato due a Charlestown di Carolina per darvi avviso del suo arrivare in su quelle spiagge. La cosa riuscì affatto improvvisa agl'Inglesi, i quali a tutt'altra cosa avrebbero pensato, fuori che a questa. Il che fu cagione, che la nave inglese lo Sperimento di cinquanta cannoni, governata dal capitano Wallace, non senza però aver fatto una valorosissima, e quasi disperata resistenza, si arrendette alle armi francesi. Tre altre fregate inglesi vennero parimente in poter di D'Estaing; siccome pure cinque chiatte annonarie, preziosa preda pel fallimento delle vettovaglie, in cui erano, ai vincitori. Trovavasi allora Prevost nella città di Savanna con una parte solamente delle sue genti; le migliori, se non le più, avendo tuttavia gli alloggiamenti loro nell'Isola di Porto-Reale, situata presso le coste della Carolina. Conosciuto l'inaspettato e grave pericolo in cui era, mandò spacciatamente ordine al colonnello Maitland, il quale era al governo di quelle, non mettesse tempo in mezzo per venire a ricongiungersi seco lui dentro le mura della città. Gli stessi ordini spedì tosto ad un'altra presa de' suoi, che stanziavano a Sunbury. Nell'istesso tempo gl'Inglesi quelle navi, che avevano nel fiume Savanna, e nelle circonvicine acque o ritirarono in su ne' luoghi più sicuri, o affondarono per impedir il passo a quelle del nemico. Steccarono allo stesso fine il fiume. Guastarono le batterie piantate nell'Isola di Tibee. Fecero con fatica incessabile lavorare i Neri alle fortificazioni. I marinari scesi a terra si congiunsero coi soldati, e specialmente si accinsero a voler ministrare le artiglierie.
Ma intanto tostochè si ebbero nella città di Charlestown le novelle dell'arrivo di D'Estaing, se le genti si rallegrassero, non è da domandare. Tosto il generale Lincoln si metteva in via con una buona mano di soldati per alla volta di Savanna. Si spedirono all'ammiraglio francese piccoli legni in gran numero, perchè gli servissero ad uso di sbarcare i suoi soldati, non potendo le grosse navi molto avvicinarsi a quelle spiagge. Avute queste D'Estaing, ed accostatosi allo scanno, che è posto alla foce della Savanna, traghettò appoco appoco, passando sopra di questo, le sua genti e le sbarcò a Beaulieu a tre miglia distante dalla città. Nel medesimo tempo le sue fregate entrarono ad occupar le diverse fiumane, ed i bracci di mare, che sono in quei contorni assai frequenti, approssimandosi quanto meglio e più potessero a Savanna. Il dì quindici settembre comparivano sotto le mura della città i Francesi, accompagnati dalla legione di Pulaski, la quale, fatta grandissima diligenza, già era venuta ad accozzarsi coi medesimi. Prevost dopo alcune leggieri avvisaglie ritirò dentro tutte le sue genti, essendo, poichè Maitland non era ancora arrivato, poco sufficiente a difendersi, non che atto ad offendere. D'Estaing con parole alte intimò la resa a Prevost; che quelle genti, ch'egli aveva guidato sotto le mura di Savanna, non erano, che una parte di quelle, che avevano conquistato per assalto la Grenada; che l'umanità sua l'obbligava a rammentarglielo, e che ciò fatto non potrebbe venir imputato, se non potesse poi la furia de' suoi soldati raffrenare. Chiedeva, e ciò non senza grave querela e sospetto degli Americani, si arrendesse all'armi del Re di Francia.
Prevost, considerato che le genti di Maitland non erano arrivate, e che le fortificazioni, che intendeva di fare, non erano ancor compite, dava del buono, e s'ingegnava di logorar tempo con far le viste di voler introdurre una pratica d'accordo. Rispose pertanto a D'Estaing, non potere, nè dovere arrendersi, se prima non conosceva le condizioni. Aggiunse, proponessele. Dopo varie pratiche, Prevost fu tanto astuto, e D'Estaing tanto dolce, o tanto confidente, che conchiusero una sosta di ventiquattr'ore. In questo frattempo arrivò dall'Isola di Porto-Reale con tutte le sue genti Maitland, dopo di aver superato con molta sua lode tutte le difficoltà opposte tra via da' luoghi e dal nemico. Ricevuto questo rinforzo, nel quale per verità consisteva la principale speranza della difesa, Prevost fece intendere a buona cera a D'Estaing, che si voleva difendere. Ma due giorni prima era arrivato nel campo degli assedianti il generale Lincoln con circa tremila soldati tra stanziali e milizie. Sommavano i Francesi al novero di quattro o cinque migliaia. Il presidio tra soldati, marinari e leali arrivava bene a tre migliaia di soldati. Pigliarono i Francesi il campo a dritta, gli Americani a sinistra. Non avendo gli alleati potuto insignorirsi della città di queto, nè credendosi poterla pigliare d'assalto per la gagliardìa del presidio e delle fortificazioni, le quali già fatto avevano, e tuttavia facevano gl'Inglesi con grandissima diligenza, si risolvettero a volerla pigliare per oppugnazione. Per la qual cosa, incominciarono a lavorar di forza alle trincee, e già il giorno ventiquattro avevano sboccato a trecento passi dalle palificate sulla sinistra della città. Fecero gli assediati ogni sforzo per impedir l'opere degli assedianti, sebbene con poco effetto. Finalmente avendo gli alleati condotto a fine le trincee, e piantatovi le batterie, incominciarono la notte dei tre ottobre, a briccolare in gran copia le bombe dentro la città, ed in sul far del dì dei quattro trassero furiosamente con trentasei bocche da fuoco dalle batterie di terra, e con nove bombarde. Nel medesimo tempo fulminavano di fianco con sedici cannoni posti sulle navi. Per accrescer terrore alla cosa non cessavano dal gettar dentro carcasse, le quali appiccarono il fuoco a parecchie case. Questa tempesta di tant'istromenti da guerra, che durò bene cinque giorni, siccome causò un danno infinito alla città, così fece poca impressione dentro le mura, le quali non erano sì tosto in qualche luogo danneggiate, che non fossero più presti gli Inglesi a rassettarle. Quindi invece di perdere della forza e solidità loro in mezzo a tanta furia di cannonate e di bombe, pareva che nuove ne acquistassero. I soldati poi del presidio, e molti ancora fra gli abitanti, siccome quelli, che stavano sulle mura per difenderle, ne ricevettero pochissimo danno. Ma bene fu assai grave quello delle donne, e dei fanciulli, e delle altre turbe inermi, le quali disseminate qua e là per le case che diroccavano od ardevano, non trovavano contro tanto furore rifugio alcuno. Molti perirono, altri furono sgabellati a doverne increscer loro la vita. Mosso dalle miserabili grida loro Prevost mandò pregando d'Estaing, fosse contento, che le donne ed i fanciulli fossero mandati sopra di una nave giù pel fiume, e posti sotto la protezione di una nave da guerra francese, e là stessero, finchè la bisogna dell'assedio fosse terminata. Aggiunse, che ove per sua cortesia concedesse la domanda, gli faceva a sapere che la sua moglie stessa, i figliuoli ancor fanciulli, e tutta la famiglia l'avrebbero usata. Alla quale richiesta piuttosto da desiderarsi da un generoso nemico per concederla, che da apprendersi per negarla, trattandosi, come invero si trattava di un'impresa da doversi terminare colla forza, non colla fame, rispose superbamente D'Estaing, o di per sè stesso, o messo su da Lincoln, il quale siccome Massacciuttese, era uno dei più risentiti libertini del paese, che non poteva acconsentire, perchè Prevost lo aveva ingannato colla tregua; che nella presente domanda vi poteva esser sotto materia (sospettando, che il generale inglese volesse con questo stratagemma cansare le ricche spoglie della Carolina); che finalmente lamentava bene l'infelice condizione di quelle persone, ma che se non poteva fare altro, lo imputasse Prevost a sè stesso, ed a quella illusione che gli offuscava l'animo.
Qualunque fosse la perizia degl'ingegneri inglesi, e specialmente quella del capitano Moncrieff, l'opera del quale fu di grandissimo comodo in quest'assedio, nel racconciar le mura rotte dall'impeto delle artiglierie nemiche, ed il valore, col quale gli assediati le difendevano, poca speranza potevano avere di poterle tenere ancora lungo tempo, e minor eziandio di ottenere la vittoria, quando gli assedianti avessero perseverato nell'assedio. Ma si trovava D'Estaing oppresso da gravissime difficoltà. Non si era egli persuaso, che fosse per trovare sotto le mura di Savanna un sì duro incontro; ed era venuto in tanta confidenza di una prossima vittoria, che si era fermato con tutta la sua flotta su quelle spiagge poco sicure in ogni stagione dell'anno, ma molto pericolose in quella, che allora correva. Aveva anzi significato agli Americani, che non poteva fare in terra più lunga dimora, che di otto o dieci giorni. Già ne erano trascorsi venti, dacchè era venuto a oste sopra Savanna, e questa città nissuna sembianza faceva di volersi arrendere. La stagione diventava ogni dì più infedele, ed i suoi uffiziali non cessavano di mostrargli, in quanto pericolo esporrebbe l'armata del Re, e tutti i suoi, se più lungamente si ostinasse nell'incominciata impresa. Poteva anco un'armata inglese fresca, e fornita di ogni cosa arrivar in quelle spiagge, e dar la battaglia alla francese mancante allora di tutti i soldati e marinari, e di tutte le artiglierie sbarcate alla fazione di Savanna. Onde è, che quantunque le trincee non fossero a quella perfezione condotte, che era necessaria, nè le mura della città altrettanto danneggiate, quanto si sarebbe desiderato, si deliberò D'Estaing a volerle dar l'assalto; tratto ora dalla necessità delle cose a quella risoluzione, la quale avrebbe dovuto mandar ad effetto, allorquando in sul principio poco era la città difendevole, e gli aiuti di Maitland non arrivati. Fatta la risoluzione, consultò con Lincoln del modo di eseguirla, ed ambidue si fermarono di voler assaltar la città sul fianco destro da quella parte stessa, dove si erano gli Americani accampati. Da questo lato una strada fonda e paludosa poteva condurre gli assalitori, senza che potessero essere non che danneggiati, veduti dagli assediati, sino distante solo a cinquanta passi dallo sdrucciolo della Fortezza, ed in qualche luogo anche più presso. La mattina dei nove ottobre, prima del dì, D'Estaing e Lincoln, raccolto il fiore dei soldati loro, andarono per la strada coperta a riconoscere la batteria. Ma a cagione del buio s'innoltrarono più in là nella fondura, che non avrebbero voluto, avendo dato una più gran giravolta a sinistra. Il che fu causa, che ci si perdè tempo, e si disordinarono i soldati. Tuttavia, ripigliato tosto le ordinanze, si affacciarono alle mura, e diedero con incredibile ardire un ferocissimo assalto. Gl'Inglesi, i quali, come scrivono alcuni, ne avevano avuto qualche fiato la sera precedente, e che perciò stavano sull'intesa, con quel medesimo valore si difendevano, col quale erano assaliti. Si attaccarono principalmente, con un furore inestimabile gli uni gli altri intorno un bastione posto sulla via per Ebenezer, facendo gli alleati un incredibile sforzo per ispuntar di quello gl'Inglesi. Si combatteva anche nelle altre parti con uguale valore, e non si poteva conghietturare, da qual parte fosse per inclinar la vittoria. D'Estaing e Lincoln in capo alle file dei loro, ed esposti ad un grandissimo pericolo gli animavano. Da un altro canto Prevost, Maitland ed il Moncrieff non mancavano a lor medesimi, continuamente aizzando i loro, cacciassero da quelle mura i ribelli al Re, i nemici inveterati del nome inglese sfolgorassero. Durò l'ostinatissima contesa per ben un'ora. Ma infine cedendo il valore degli assalitori alla costanza dei difensori, ed essendo quelli grandissimamente infestati dalle artiglierie, le quali poste con mirabile industria da Moncrieff nei luoghi più opportuni piovevan loro addosso continuamente, e da tutti i lati palle e scaglia; incominciò l'impeto degli alleati a raffreddare; poscia balenarono. Della qual cosa accortisi quei di dentro, e conoscendo benissimo, quello essere il momento, il quale se bene usassero, doveva dar loro la vittoria compiuta in mano, saltaron fuori, granatieri massimamente e marinari, e spintisi a trabocco nei fossi e nei ripari, in men che non si dice, gli spazzarono, cacciatine di forza tutti i nemici. Nè contenti a questo, avventati pel calor della battaglia, e gonfiati all'aura della vittoria, gli perseguitarono sì ferocemente e sì precipitosamente, che gli ributtarono fuori delle palificate dentro la fondura. Il quale cacciamento fu così subito, che quelle insegne, che Prevost aveva mandato dietro i suoi alle riscosse, non ebbero tempo di arrivare ad aver parte nell'impresa. Non è da passar sotto silenzio, che mentre più ardeva la battaglia, il conte Pulaski postosi alla testa di dugento cavalleggieri tentò galoppando a tutta briglia di entrare tra mezzo i ripari nella città per assalir poscia alle spalle, e scombuiar i nemici. Ma ferito in quel punto mortalmente, fu costretto a ritirarsi; ed i suoi, perduto il capitano, disanimatisi si tolsero dall'impresa. Dissipata la nebbia ed il fumo, che avevano ingombrato l'aria nell'ora dell'assalto, si scoperse uno spettacolo orribile a vedersi. Mucchi di morti misti coi viventi qua e là, ma principalmente intorno il puntone di Ebenezer; armi rotte, sangue sparso, grida lamentevoli, ogni cosa degna di compassione. Chiedevan gli alleati una tregua per seppellir i morti, e raccorre i feriti. Fu concessa, con restrizione però rispetto a quei che si trovavano in un certo spazio vicino alle mura.
Fu molto grave in questo fatto la perdita degli alleati. Dei Francesi morirono, o furono feriti meglio di settecento, tra i quali più di quaranta uffiziali. Tra i feriti si annoverarono lo stesso D'Estaing, i visconti di Fontange, e di Bethisì, ed il barone di Steding. Degli Americani tra morti e feriti mancarono da quattrocento. La perdita degl'Inglesi fu di poco conto, avendo combattuto da luoghi sicuri. Ora si facevano dai vinti le invenie per la risposta data a Prevost rispetto alla moglie e figliuoli di lui. Davano la colpa, come dicevano, a quell'avventato Lincoln. Offerivano adesso, imperciocchè facevano tuttavia le viste di voler continuare l'assedio, quello che prima tanto rigidamente avevano negato. Gissero pure la donna, ed i figliuoli del generale col seguito loro; sarebbero ricevuti a bordo della nave la Chimera dal cavaliere di San Rumain. Rispondeva con sopraccigli levati Prevost, che quello che stato era negato una volta con insulto, non francava la spesa di accettare.
Pochi giorni dopo passò da questa all'altra vita il conte Pulaski, uomo polacco di chiaro sangue, il quale non trovando più nella patria sua modo alcuno di adoprarsi in questa causa della libertà di cui ei faceva professione, s'era con generoso consiglio condotto ad aiutarla presenzialmente in America. Nel che fare se perdette la vita, acquistò non poca laude presso gli uomini valorosi. Raccontasi, che quando fu al Re di Polonia annunziata la morte di Pulaski, abbia esclamato: Pulaski sempre bravo, ma sempre nemico ai Re. E certo, se il Re Stanislao si doleva di Pulaski, ne aveva ben anche il perchè. Il congresso decretò, gli si rizzasse un monumento.
Il giorno 18 ottobre, gli alleati, aperto del tutto l'assedio, si levarono da campo, e tale fu la diligenza che usarono nel ritirarsi, che non fu fatta agl'Inglesi veruna abilità di poter far loro danno. I regolari di Lincoln si ripararono sulla sinistra riva della Savanna; le cerne si disbandarono. I Francesi si ritrassero alle navi. D'Estaing, posti di nuovo sopra di queste i soldati, le armi e le munizioni, abbandonando del tutto le spiagge dell'America, commise le vele ai venti, intendendo di recarsi egli stesso con una parte dell'armata in Europa, e di rimandar la rimanente alle Antille. Ma una grossa folata disperdè le navi, le quali penarono poi gran pezza prima che si potessero, raccozzare.
Questo fine ebbe la spedizione di D'Estaing sulle coste dell'America settentrionale, nella quale avevano gli alleati tante liete speranze collocate. Rottogli prima dall'avversa fortuna il disegno della Delawara, abbandonò poscia due volte in sul bel compirla l'impresa di Nuovo-Porto; e finalmente sotto le mura di Savanna, dopo d'essere stato troppo rispettivo nel principio riguardando all'assalto, tanto lo affrettò sul fine, che ne ricevette una grave sconfitta. Acquistò per altro alla Francia due ricche isole nelle Antille, e combattè con non poco frutto una onorevol battaglia contro un'armata inglese esercitatissima, e governata da capitani espertissimi. Era D'Estaing, del pari precipitoso nel risolversi che animoso nell'eseguire; e se la fortuna avesse, siccome amica agli audaci, aiutato l'audacia sua, o voluto favorire gli ottimi consiglj presi dai ministri francesi nelle cose ordinategli, avrebbe fuor di dubbio grandemente afflitta la possanza navale dell'Inghilterra, ed un grande aiuto porto all'America, che dal suo operare aveva sperato il pronto fine della guerra. Con tutto ciò, sebbene l'opera dell'ammiraglio francese non sia riuscita in America di quella utilità, che si aspettava, fu però di non poco vantaggio agli Americani. Imperciocchè la sua presenza contenne gl'Inglesi, che non si recassero sì tosto, come disegnato avevano, contro le province meridionali. Inoltre i ministri britannici, temendo non solo dell'Isola di Rodi, ma ancora della Nuova-Jork, quando le genti loro continuassero ad alloggiare spartitamente in quelle due province, ed in altri luoghi, comandarono a Clinton, volasse speditamente la prima, e tutto il presidio ritirasse alla Nuova-Jork; il che eseguì il giorno 25 di ottobre. Così la provincia dell'Isola di Rodi, la quale era venuta di queto in mano dei reali, tornò nel modo stesso in poter dei repubblicani. E siccome era allora D'Estaing sulle coste della Giorgia, così temendo i generali inglesi, venisse tosto sull'Isola di Rodi, questa votarono sì all'inviluppata, che vi lasciarono le grosse artiglierie, ed una gran quantità di munizioni. Ne pigliarono gli Americani possessione immantinente. Vi lasciarono per alcuni dì sventolare le insegne inglesi; al quale inganno prese molte navi del Re entrarono in Nuovo-Porto altrettanto ricca, che sicura preda ai repubblicani.
Raccontato avendo sin qui gli accidenti della guerra, che nacquero in quest'anno, sia nel continente d'America, sia nelle isole occidentali, ci è ora mestiero descrivere quelle cose, che nel medesimo frattempo avvennero, e che risguardano, o l'erario pubblico, o le opinioni, i moti e le sette di quei popoli agitati da sì gravi e sì spessi rivolgimenti. La congiunzione delle armi di Francia a quelle del congresso, se dall'un dei lati era stata di non poca utilità agli Americani e per dar loro migliori speranze dell'avvenire, e per difendergli effettualmente dagli assalti britannici, dall'altro riuscì di notabil danno rispetto alla comune opinione dei popoli. Questa stessa possente tutela, e quelle speranze che ne furono l'immediato e necessario effetto, furono causa, ch'eglino si dessero a credere, che la contesa fosse ormai vicina al suo fine; che l'Inghilterra fosse per calare; e che altro non rimanesse a farsi, che aspettar quietamente il termine dei mali loro, ed attendere a godersela, e a darsi buon tempo. Quella causa stessa, la quale avrebbe dovuto per l'emulazione verso il possente alleato stimolargli a comportarsi da valorosi, ed a concorrere efficacemente alla comune meta, gli faceva per lo contrario impoltronire, proponendosi eglino di volere anticipatamente, e quando tuttavia durava il pericolo quel riposo godersi, che non avrebbero dovuto desiderare, se non quando avessero ottenuto l'intento loro. In mezzo a quelle vivaci immagini di non lontana felicità, che la vaga immaginazione continuamente rappresentava alle menti loro, non si ricordavano, che il negozio poteva ancor venir guasto in sul compirsi, e che poteva tuttavia, siccome si suol dire, cader loro la gragnuola in sul far della ricolta. La Francia, vedutigli così trasandati, avrebbe potuto far altri pensieri, servendo la trascuraggine loro di pretesto apparente, e d'accrescimento di forza alla ragione di Stato sempre pronta a pigliar le occasioni di fare il suo interesse a spese degli alleati. La Spagna ancora avrebbe potuto starsene, e non si discoprire con grave danno di tutta la Lega, la quale dall'accessione di lei sperava la vittoria certa. Nè pensavano gli Americani, che se le buone armi ed i forti eserciti sono causa, che più presto si finiscono le guerre, così lo sono ancora per ottenere le più favorevoli condizioni della pace. Tutte queste cose nissuna, o poca impressione facevano negli animi dell'universale, e contenti a quello che fin là fatto avevano, e grandi assegnamenti facendo sugli aiuti francesi, si stavano, e parevano voler lasciare tutto il peso del fornire la bisogna all'alleato loro. Questa rilassatezza, la quale era entrata in tutti gli ordini di persone, era altrettanto più grande, quanto era stato più vivo l'entusiasmo degli anni precedenti. La qual cosa era anche maggiormente di sinistro augurio; imperciocchè l'esperienza dimostra potersi bene facilmente concitar i popoli la prima volta, ma risvegliargli da quel torpore che tien dietro all'ardore, difficilmente. I Capi americani più prudenti, e massimamente Washington, conosciuto ottimamente il male, ne stavano di malissima voglia, e vi facevan contro tutti quei rimedj, che migliori e più efficaci immaginar potevano e sapevano. Usavano le esortazioni, gli argomenti della passata gloria, la necessità di non iscomparire in paragon dell'alleato, i pericoli, che tuttora soprastavano, la possanza e le arti dell'Inghilterra. Tutto era nulla. Se ne stavano tuttafiata a gambe larghe, e lasciavano portare al caso le cose di maggior momento. Non vi era modo che si volessero risentire. La bisogna del reclutare procedeva peggio che lentamente. I soldati, che si trovavano all'esercito di Washington, alcuni, perchè avevano finite le ferme, altri, perchè eran loro venute a noia le guerre, lo desertavano, ed alle case loro ritornavano. Nè il riempire le compagnie assottigliate era facil cosa a conseguirsi. Pochi, o nissuno volevan obbligarsi giusta le provvisioni del congresso a tre anni, o sino al finir della guerra. Il condurgli per un più breve spazio, oltrechè riusciva di poco profitto, non era anche concesso per la torpidezza dei popoli. Il trar le sorti, ed obbligargli per forza ad andar sotto le insegne era creduta, ed era in vero in mezzo a quelle opinioni che regnavano, cosa troppo pericolosa. Dormiva ogni cosa nell'esercito, avendo per grazia, che gl'Inglesi non l'assaltassero. Queste state sono le cagioni per le quali così freddamente procedettero in quest'anno le cose della guerra, e per cui Washington, oltre la sua naturale prudenza di non volere, se non avvantaggiatissimo, riporre nel rischio delle battaglie una impresa, che già credeva vinta, non che assaltar volesse, recava a sua gran ventura il non essere assaltato. Che se le cose fossero avvenute, non come andarono, ma come avrebbero dovuto andare, gli si sarebbe scoperta qualche buona occasione di fare un gran fatto in servigio e gloria della patria sua; e forse gl'Inglesi non se ne sarebbero stati nella Nuova-Jork così quieti, come fecero tutto l'anno, e l'Isola di Rodi non avrebbe penato sì lungo tempo a ritornare alla divozione dell'America; poichè si trovavano i reali in quei primi mesi molto indeboliti per cagione dei soldati mandati alle fazioni delle Antille e della Giorgia. Ma in mezzo ai popoli tumultuanti, presso i quali il governo, siccome nuovo, è più debole, e la volontà dei particolari uomini, siccome con minor freno, più forte, e le comuni opinioni, che solo nascono dagli ordini stabili, non ancora fermate, non è raro che si perdano le migliori occasioni. E se l'imprese loro riescono qualche volta a buon fine, ciò più spesso dalla buona ventura, che dalla costanza loro si dee riconoscere. Tal era la condizione a questi dì dei popoli americani, e se nella Giorgia e nella Carolina si fe' qualche sforzo per ributtar l'inimico, ciò fu massimamente per mezzo delle bande paesane di quelle due province, alle quali la cosa toccava sì strettamente. Le altre non si mossero, o fecero provvisioni assai fredde; perciocchè, rilassato il nodo della comunanza, non riputavano proprio il pericolo altrui.
Nè solo, ferme quelle prime caldezze, vi era grande la tiepidità delle menti, ma non vi era minore la cupidigia del guadagno, e lo sfrenato desiderio delle ricchezze, fossero qualsivogliano i mezzi di acquistarle; o buoni, o cattivi, o leciti, od illeciti, di ciò poco si curavano. Nata vi era fra gli Americani di quei tempi, siccome pur troppo suol avvenire nei rivolgimenti politici delle nazioni, una generazione d'uomini che convertivano in lor prò, e nel privato interesse loro le miserie del comune. Costoro poco curandosi di dependenza o di non dependenza, di libertà o di non libertà attendevano a far sacco con popparsi e succiarsi lo Stato; e mentre i buoni cittadini, o si logoravano nelle fazioni militari, o si travagliavano nelle consulte, dando alla patria non solo il tempo, ma ancora le sostanze, il sangue e la vita loro, questi impronti ladroni le facoltà sì pubbliche, che private senza vergogna alcuna manomettevano ed arraffavano. Quindi non v'era contratto privato, ch'essi non vi usureggiassero su, e non vi facessero dentro i disonesti guadagni, nè endica pubblica, che lo Stato facesse per uso degli eserciti, nella quale non si ficcassero dentro. Dal che ne nasceva, che si spendeva assai, e poco si otteneva. Nè anco nissuno si pensi, che mai si sia da modesti e virtuosi amatori della patria loro tanto romor menato, o tante dimostrazioni fatte d'amor della patria, come costoro menavano e facevano. E' pareva ch'essi soli fossero i zelatori, essi gli ottimi cittadini; e coloro i quali erano in grado, e tenevano i maestrati, e che non volevano alle tresche loro prestar le mani, tosto sì eran chiamati dai medesimi tiepidi, leali, reali venduti all'Inghilterra; come se stato fosse debito di coloro, i quali si erano abbattuti al governo della repubblica in circostanze sì calamitose, l'arricchirgli. Che poi queste cose dicessero essi, non è da far maraviglia; perciocchè non v'è mai stato ladro che non sia mai stato prima ingannatore; ma quello, che era più strano e poco credevole, questo era, che trovavano, chi loro credeva. Questa peste andava serpendo, e già già s'era insinuata nel cuore stesso della repubblica. Quindi i buoni si ristavano, i malvagi alzavano la cresta. Ogni cosa minacciava una prossima rovina. Quest'erano le speranze dell'Inghilterra. Del quale sì gran mutamento in quelle genti, altre volte di sì lodevoli costumi dotate, se si vogliono ricercar le cagioni, troveremo, che oltre quella generale rilassatezza, che sogliono produr le guerre nelle opinioni morali dei popoli, i reggimenti nuovi, i quali penuriano di pecunia, sono costretti ad accattar questa, o le robe dagli usurai. L'esempio è pernizioso, e si diffonde largamente anche fra i privati. Sono anche i reggimenti medesimi obbligati per la necessità delle cose a conceder molto, e a dar i preferimenti a coloro, che seguitano o paiono seguitar le parti loro, accettando per buono e risponsivo negli affari pecuniali il solo zelo del bene pubblico, o vero o simulato ch'esso sia; e se agevoli debbon essere per forza nel concedere a simil sorta d'uomini, quando si appresentano, debbono per le medesime cagioni esser rispettivi nel castigargli, quando fan mancamento. Brevemente in tali circostanze i buoni debbono per necessità dar la passata ai tristi, e questi vedutisi, non che impuniti, tollerati, non che tollerati, usati, non che usati, spesso incoraggiati, si moltiplicano; e siccome i cadaveri addossati ai corpi sani e viventi gl'infracidano ed uccidono, così essi l'onestade altrui guastano e corrompono. Ma una delle prime e più possenti cagioni di sì strano cambiamento nei costumi americani quello si era dello scapitamento dei biglietti di credito, il quale era venuto a tale in sul principiar del presente anno, che con otto dollari di quelli non si poteva avere, che un sol dollaro di conio. Questo disavanzo andò crescendo continuamente in tutto il corso del medesimo anno, sia per le continue gittate, che ne faceva il congresso, sia pel poco frutto, che sin qui s'era ricavato dall'aiuto delle armi francesi, sia finalmente per le infelici novelle della Giorgia. Nel mese di decembre appena che quaranta dollari di biglietti si potessero spendere per un dollaro d'argento. Una cena, od una coppia di scarpe non si avevano, se non con dugento o trecento lire tornesi in biglietti. Del che non si dee pigliar maraviglia. Imperciocchè oltre l'incertezza dello Stato, correvano nel mese di settembre 159,948,882 di dollari del congresso nelle tredici province confederate. Alla qual somma, se si aggiungeranno quelle dei biglietti gittati dai particolari Stati, si verrà a conoscere, quanto smisurata fosse la totale somma di questa sorta di pecunia, che allora sopraffaceva ed aggravava gli Stati Uniti. Oltre di questo, molto efficace cagione dello scapito dei biglietti erano i contraffacimenti assai frequenti, che fatto ne avevano, e tuttavia facevano i leali e gl'Inglesi. Di questi biglietti così falsificati, ma sì finamente lavorati a guisa dei buoni, che difficilmente si potevano distinguere, ne arrivavano spesso le casse piene dall'Inghilterra; ed i capitani britannici, e specialmente Clinton sebbene questi, come pare, a malincorpo, e costretto a bella forza dai ministri, ogn'industria usavano per fargli trapelar nel paese. Certo è, ch'essi ministri un principal fondamento alla ricuperazione delle colonie ponevano in queste falsificazioni dei biglietti di credito. Perciocchè sapevano ottimamente che quella era la sola pecunia, che potessero spendere il congresso e gli Stati per le provvisioni della guerra; e che se fosse loro venuto meno quel principal nervo, sarebbero di necessità cadute di mano le armi agli Americani. Il qual modo di far la guerra, se non era usato allora la prima volta, nè stato lo è l'ultima, sarà però sempre dagli uomini diritti e dabbene grandemente, ed a buon diritto biasimato ed abborrito. Imperciocchè la fede pubblica si debba serbar anche tra nemici, e la fraude delle falsificazioni delle monete sia di tutte le altre non solo la più dannosa, ma la più vile. A tutte queste cose si aggiungeva, che siccome da una parte il commercio, che gli Americani andavano altre volte facendo coi proventi loro in Inghilterra, ed in parte anco presso le estere nazioni, era interrotto, e dall'altra il suolo e l'industria loro non davano parecchj oggetti indispensabili all'uso della guerra, così questi dovevano procacciare a suon di monete d'oro e d'argento dall'esterno. Dal che ne nacque, che la quantità di queste, che si trovava negli Stati Uniti, la quale di già molto non era abbondante prima della guerra, a' tempi di questa andò appoco appoco scemando, e diventando in proporzione della scarsezza sua più preziosa. Perciò i biglietti divennero anch'essi proporzionatamente di minor valore nell'opinione degli uomini. Da questo smisurato disavanzare dei biglietti non solo accadeva, che le borse si serrassero ed i mercati si sfornissero con gravissimo danno e querela dei popoli, ma ancora, che la fede dei contratti si rompesse, e la rettitudine dei privati si contaminasse. I debitori con poco si liberavano di molto verso i creditori; e se questo nel principio si faceva da pochi, siccome il male si appicca più facilmente che il bene, molti poscia diventarono macchiati della medesima pece; e funne quasi un generale andazzo. Nè in questo i debitori infedeli ed avari risguardavano più a questa persona che a quell'altra, poichè di questi tratti ne furono usati allo stesso generale Washington, il quale i suoi denari aveva prestato generosamente a chi ne aveva bisogno. Vi era anche nata un'altra generazione d'uomini, i quali ad altro non badavano, che al mercanteggiare continuo in sul disavanzo dei biglietti, accortamente valendosi dell'aggio, secondochè quelli acquistavano, o perdevano di riputazione. E questo acquistare, o perdere di riputazione dei biglietti meno procedeva dalle circostanze più o meno favorevoli, in cui si trovasse il pubblico, che dalle novelle, dai raggiri, dai maneggi, dagl'inganni e dai monopolj di costoro. Quindi le arti utili, i traffichi onorati si abbandonavano per correr dietro a questa ghiottornìa dell'aggio. I più tristi ed i più malvagi arricchivano; i buoni ed onesti impoverivano; ogni avere, sì pubblico che privato, in confusione. Nè il male si ristava all'avarizia; ma la contagione di questa scellerata peste più oltre si divulgava nelle menti umane, e siccome suol fare, corrompeva anche tutte le altre virtù. L'avarizia dei privati perturbava le cose pubbliche. Guardavasi da troppi più, che non si potrebbe credere, sopra l'amor della patria, come se una fola fosse, in cui molto più vi fosse da perdere, che da guadagnare. Non volevasi andar soldato, se non con ingordi caposoldi; non dar gli appalti pubblici, senza averne le palmate; non pigliargli, senza smisurati profitti; non entrar negli uffizj o maestrati, se non con disonesti salarj, o per farvi entro la penna. E questa corruttela procedè tant'oltre, che ne fu con troppo manifesto esempio l'antico proverbio riconfermato, che quando l'ottimo si guasta, e' scende del tutto verso la parte più rea.
Ma all'ingorda sete dell'oro si aggiungeva per arrota il furor delle Sette, dal quale invasati erano gli stessi membri del congresso. Il ch'era causa, che pur troppo spesso disputassero tra di loro d'interessi privati e di personalità, piuttosto che delle faccende gravi ed importanti dello Stato. Allorquando una nazione debole si mette sotto il patrocinio di una potente, e che di questa si trova in gran bisogno, vi sorgono di necessità in mezzo della prima le Sette e le fazioni. Alcuni risguardando molto più agli interessi della patria loro, od alla propria ambizione, che alla necessità di conservar la buona armonia colla nazione più possente, seguendo meglio il diritto, che la ragione di Stato, fanno spesso, e dicono di quelle cose, che agli agenti di essa nazione arrecano non poco disgusto. Altri, o perchè così credano, che sia il meglio della patria loro, ovvero per arrivar ai fini loro particolari, si dimostrano più arrendevoli, e concedono largamente, e piaggiano offiziosamente, e fanno le invenie bassamente. Quelli chiamansi independenti, questi dependenti. Errano i primi; perciocchè non si possono usar in tutto le maniere dell'independenza, laddove s'ha un indispensabile bisogno del patrocinio altrui. Errano i secondi; perciocchè il conceder troppo accresce la gola altrui, e fa anche venir voglia di addomandar troppo; e serbar in questi casi un giusto mezzo è cosa più malagevole, che taluno potrebbe immaginare. Questi ultimi sono per l'ordinario, o debbon esser più accetti agli agenti sovrannominati, perciocchè ne fanno essi più facilmente il voler loro, e servon loro (quando i dependenti sono di quei, che vogliono conseguir i proprj fini d'avarizia e d'ambizione) di calunniatori, di rapportatori e di spie, astenendomi anche per amore della modestia dall'usar parole più gravi. Ma tra di loro son gagliardi i contrasti e le impronte dicerìe. Gli uni rimproverano agli altri, volere dei proprj interessi la patria loro intiera ed avvinta dare in preda ai protettori; far mercato di quella: esser più del paese dei protettori, che del loro; gli chiamano vile e disprezzabil gente. Gli altri rimproverano agli uni, volere per un intempestivo orgoglio far capitar male lo Stato, perdendo la protezione; doversi prima acquistare l'independenza, poscia far gl'independenti; in tutte le azioni loro gli uomini prudenti, e massimamente gli statuali andar pei tragetti, quando la dritta via conduce al precipizio; non doversi governar gli affari di Stato coi moti dell'amor proprio degli uomini privati; in quelli il più profittevole essere il più onorevole; e nessuno mettervi dell'onor suo, quando ottiene il fine, che si era proposto. Queste cose dicevano i più temperati fra i dependenti; ma i più scatenati fra i medesimi, e quei, che non eran netti, gridavano a testa, quest'independenti esser nemici alla Francia, amici all'Inghilterra; essere traditori; intendersela cogl'Inglesi; a questi disvelare i segreti dello Stato; volere il rompimento della fede pubblica data nel trattato d'alleanza; desiderare ed operare, che posta dall'un de' lati l'alleanza francese con tanta solennità giurata, si dia ascolto alle proposte di pace fatte dall'Inghilterra, e si faccia con questa la lega. Conciossiachè a questi tempi i ministri britannici non cessavano di tentar gli animi dei Capi americani con nuove offerte di pace, anche riconoscendo la independenza. Ciò facevan essi, o per ingelosir la Francia, o per far nascere le Sette in America, o per ottener invero la pace e l'alleanza dagli Stati Uniti. Che che si debba pensare delle intenzioni loro, queste tente avevano in America l'effetto, che forse si erano proposto, operato, e non vi mancando neanco delle male zeppe desiderose di veder male, che le aiutavano, le parti e gli umori vi bollivano gagliardamente. Per verità non solo i particolari cittadini, ma ancora quelli, che tenevano i gradi, attendevano meglio a proverbiarsi, ed a bisticciarsi tra di loro, che alle faccende dello Stato. Questi semi di discordia cittadina, che già eran pullulati, e cresciuti gran tempo prima, crebbero ancora vieppiù, quando colla flotta di D'Estaing arrivò in America Silas Deane, prima agente del commercio americano in Europa, poscia uno dei tre commissarj, che avevano fermato il trattato d'alleanza a Parigi. Costui scontento nell'animo all'esser stato rivocato, e volendo fare un gran romore in testa agli altri, perchè gli altri nol facessero a lui, e parere il buono ed il bello coi Francesi, andava pria seminando, poscia stampò, che il congresso non voleva udire in sulla relazione della sua missione a Parigi; che non voleva aggiustar i suoi conti; che Arthur Lee, uno dei tre commissarj, e Guglielmo Lee, agente pel commercio del congresso in Europa, ed i due fratelli loro membri del congresso parteggiavano per l'Inghilterra, e con questa tenevano pratiche segrete; ch'essi, e tutti quelli, che tenevano con loro, volevano la Francia disgustare in varj modi, e specialmente col non volere, si rimborsassero a quei Francesi, i quali avevano sul principio della guerra fornite le armi e le munizioni all'America, lo somme che speso vi avevano dentro; che volevan ora tôrre il grado a Franklin, come una volta l'avevano voluto tôrre a Washington; cambiare in somma gli uomini e le cose, e dare un altro indirizzo agli affari dello Stato. La diceria, che Silas fe' stampare in questo proposito, e diffondere largamente per gli Stati nel mese di decembre del 1778, causò un grandissimo romore; le parti vieppiù si riscaldavano, ed i rancori s'inviperivano. I Lee risposero modestamente. Ma gli fu bene arrovesciato da Tommaso Payne, e da Guglielmo Enrico Drayton tal ranno addosso, che non ne rimase in capitale. Si rivoltarono eglino al Silas Deane dicendogli, che non solo il congresso lo voleva udire, ma che di già lo aveva udito, e scrittogli di volerlo ancora udire; che se non aveva ultimato i suoi conti, questo era, perchè le partite non erano provate, avendo esso Deane, o a caso o a studio, lasciato in dietro in Francia i ricordi; che se Arthur Lee teneva pratiche segrete in Inghilterra, questo faceva, perchè lo doveva fare, essendo ambasciadore; e che potevan essi bene affermare, che il congresso aveva da Lee durante l'ambascerìa di lui in Parigi migliori lettere, e di gran lunga più grasse d'avvisi ricevute, che non da Deane, il quale non ne scrisse mai, che vane non fossero; che l'amicizia della Francia, siccome generosa, si poteva meglio conservare coll'altezza d'animo, che coll'andar bassamente a' versi, e col confettar i suoi agenti; che se non si eran volute far le rimesse per rimborsar quei Francesi, che somministrato avevano le armi e le munizioni, ciò era, perch'egli stesso, il Deane, in un coi due altri commissarj aveva scritto, che per quelle somministrazioni nissuna rimessa si doveva fare, essendo quelle doni gratuiti, presenti generosi di gente bene inclinata a favor dell'America; che non si aveva un pensiero al mondo di voler tôrre il grado a Franklin, perciocchè si era ottimamente conosciuto, quanto le notizie mandate, ed i contratti fatti in Francia da quell'uomo onorando fossero differenti da quelle e da quelli, che mandate, e fattivi aveva Deane; che si ricordavano bene, quanto quei Francesi, ch'erano stati in detta con Franklin per condursi agli stipendj dell'America diversi fossero, e di costumi e di pretensioni da quelli, che avevano fatto le parole con Deane. Nelle quali cose tutte, se vi fosse entro materia poco onorevole a lui medesimo, nissuno meglio di lui poterne giudicare; che poco si conveniva a Deane il rammentar i maneggi o veri, o falsi fatti contro Washington, perchè egli stesso, quando si trovava agente pel congresso in Parigi, aveva mosso parole, considerassero molto bene, se non sarebbe utile stato il condurre a capitano generale delle genti americane qualcuno dei più riputati generali d'Europa, come per cagione d'esempio il principe Ferdinando, ed il maresciallo di Broglio; che si doveva finalmente, e si voleva serbar la fede data alla Francia, ma che si dovevano, e volevano, seguendo l'uso di tutti gli Stati, udire le proposte, ed intrattenere le pratiche, da chiunque, o con chiunque procedessero, e ciò per farne il buon prò in benefizio della patria. Queste cose pubblicate da Payne, e da Drayton assai dispiacquero al Gerard, ministro di Francia, insospettitosi all'udir rammemorare di quelle pratiche coll'Inghilterra, e quel non voler pagare le somministrazioni. Ne fe' querela con molto romore al congresso. Questi, per acquetarlo, decretò, ch'ei disapprovava le cose contenute nei memoriali stampati di Payne e di Drayton; ch'era persuaso, le somministranze state non esser un presente. Per verità il congresso n'era stato fatto debitore in sulle partite, o che realmente non fossero elleno un presente, del che molti dubitarono, o che Deane pei beveraggi ingordi così avesse operato, si facesse, come alcuni eziandio portaron opinione. Decretò ancora, che gli Stati Uniti non avrebbero mai concluso nè pace, nè tregua colla Gran-Brettagna senza il formale, e precedente consentimento dell'alleato loro. Tommaso Payne chiese, ed ottenne licenza dall'uffizio che teneva di segretario del congresso per gli affari esteri; perciocchè questo era, o si mostrava scontento di Payne, per aver esso in questa gara scoperto qualche embrice più, che non avrebbe abbisognato.
Tale quale abbiamo fin qui raccontato era la corruzione delle Sette, e lo stato delle parti in America, le quali si sarebbero forse rotte in attuale discordia, se meno quei popoli stati fossero usi alla libertà, o se il gravissimo pericolo, in cui si trovarono poco dopo le due Caroline per l'assedio fatto dal generale Clinton alla città di Charlestown, siccome pure i negoziati prima, ch'ebbero luogo colla Spagna, poscia l'intervento suo nella guerra non avessero tenuto sospesi gli animi, e rivolti ad un'altra parte. Ardeva, come già abbiamo detto, la Spagna di desiderio di venir a parte della contesa sia per l'odio immortale, che si portavano vicendevolmente le due nazioni spagnuola ed inglese, sia affine di abbassare quel detestato orgoglio, sia ancora, e principalmente per acquistare a sè Gibilterra, l'Isola Giamaica e le due Floride, tant'opportune per ottenere l'intiero dominio del golfo del Messico. A questo partito era anche stimolata la Francia, la quale oltre l'interesse comune, ch'ella aveva in questa causa, ogni dì la stringeva e gravava, eseguisse le condizioni del patto di famiglia. Ma da un altro canto ella stava in ponte, e procedeva molto rispettiva. Perciocchè non le andava troppo a sangue l'independenza americana, pensando, se si fosse lasciato prender piede a quell'esempio, non le desse cagione di temere per le sue colonie. Oltre di ciò iva facendo le viste di non volersi discoprire, in ciò forse intendendosela colla Francia, per ottener in suo prò più profittevoli condizioni dagli Americani. Era alla Francia incresciuta la necessità, in cui era stata ridotta di scoprirsi avanti il prefisso tempo dall'inaspettata vittoria di Gates, la quale aveva indotto il vicino pericolo, che l'Inghilterra si acconciasse, riconoscendo l'independenza, coll'America. Avrebbe essa voluto più lungo tempo indugiarsi, e che gli Americani avessero provato i più estremi danni, perchè calassero ad accordi più a sè vantaggiosi, che non erano stati quelli, che furon fatti pei due trattati di commercio e d'alleanza. Ma giacchè la fortuna tanto favorevole a quelli aveva guasto l'occasione e rotti quei disegni, si voleva almeno far pagare caro ai medesimi l'intervenimento della Spagna, l'utilità e la necessità del quale molto accrescevano a bello studio, intendendo ora in tal modo con una tempestiva ritrosìa ottenere ciò, che per la pressa avuta a tempo della dichiarazione della Francia non si era potuto impetrare. L'oggetto finale di tutti questi maneggi era di fare assicurare nel futuro trattato di pace ai sudditi della Francia le pescagioni di Terra-nuova con esclusione dei sudditi degli Stati Uniti, ed alla Spagna la possessione delle due Floride, la privata navigazione del fiume Mississipì, esclusine gli Americani, coll'acquisto di quelle contrade, che sono poste sulla sinistra riva del fiume medesimo, e dietro i confini delle province degli Stati Uniti. A questo fine il Re Cattolico per far vedere agli Americani, quanto si recasse a cuore gl'interessi loro, agli Spagnuoli, ed a tutta l'Europa, siccome si suol fare, la pace, e per parer anche entrar più giustificato nella guerra, offerì la sua mediazione, la quale sapeva benissimo, che l'Inghilterra non avrebbe accettata. Imperciocchè non era nascoso all'Inghilterra, che la Spagna congiunta con sì stretti vincoli alla Francia non poteva essere un mediatore indifferente, ed inoltre, che i mediatori parziali finiscono sempre per diventare scoperti nemici. Ancora avendo il Re di Spagna in animo di proporre, come mediatore, che nel negoziato per la pace si avessero dall'Inghilterra le colonie a trattare come independenti, non era da presumersi, che ad una tale condizione, la qual era precisamente il punto principale della contesa, fosse quella per acconsentire. Propose adunque il marchese d'Almodovar, ambasciadore pel Re Cattolico alla Corte di Londra, oltre della sovrascritta, le seguenti condizioni d'accordo; che, acciocchè potesse più facilmente acquetarsi la guerra, le due Corone di Francia e della Gran-Brettagna ponessero giù le armi, e consentissero ad una universal tregua; che i plenipotenziarj rispettivi convenissero in un accordato luogo per ivi le differenze loro terminare; che la Gran-Brettagna concedesse anch'essa una simil tregua alle colonie americane; che quella e queste posassero le armi; che si regolassero tra queste due parti i confini, i quali nè l'una nè l'altra, durante la tregua, potessero trapassare; che uno, o più commissarj del Re britannico, e delle colonie convenissero nella città di Madrid per acconsentire agli anzidetti patti, ed a tutti quegli altri, che potessero confermare la tregua. All'offerta di questa mediazione si andaron divincolando i ministri britannici, interponendo varie dilazioni; perciocchè accettarla non volevano per non riconoscere l'independenza, e rifiutarla neppure, sia per non mettere così alla dirotta i popoli della Gran-Brettagna in mal umore, sia per aver tempo intanto d'introdur le pratiche loro presso le Corti d'Europa. Intendevano di offerir favorevoli condizioni alla Francia per separarla dall'America, ed all'America per isbrancarla dalla Francia. Ed in caso, che, come presumevano, questi trattati non avessero ottenuto l'effetto loro, volevano fare ogni sforzo presso altri potentati perchè si muovesse qualche scacco in Europa a' danni della Francia, sperando, che, occupata questa nella guerra terrestre, sarebbe resa meno potente alle cose di mare, e ne avrebbero facilmente conseguito la vittoria. Consideravano ancora, che quando si fossero scoperte in Europa nuove armi contro la Francia, sarebbero meglio gli Americani stati inclinati a dar ascolto alle proposizioni dell'Inghilterra, ed a calar agli accordi. Sì fatti erano i consiglj dei potentati, ch'erano in guerra, e di quei che ci volevano entrare. Intanto la Francia e la Spagna per ottener dagli Stati Uniti quei patti, i quali dopo la separazione dell'America dall'Inghilterra, erano la principal mira di queste mene, avevano operato di modo, che il Gerard, ministro francese a Filadelfia, si rappresentasse, come fece, avanti il congresso, dandogli contezza della mediazione offerta all'Inghilterra dal Re Cattolico, ed osservando, che siccome il fine della mediazione era la pace, così era molto probabile, che si appiccasse qualche pratica per negoziarla e concluderla. Esortava, creasse il congresso plenipotenziarj autorizzati a venir a parte di questi negoziati sia coll'Inghilterra, sia colla Spagna. Prescrivessero nel medesimo tempo i termini, coi quali intendevano di concluder la pace. Nel che aggiungeva, che portava opinione, s'appartenesse al dover suo di avvertire, che sarebbe stato il meglio, che non portassero l'animo più alto di quello, che si convenisse alla loro presente fortuna, e ch'essi termini fossero modesti, affinchè l'Inghilterra non si ritraesse, e fosse la Spagna abilitata a proseguir la sua mediazione sino alla conclusione della pace. Che in quanto al riconoscimento dell'independenza da parte della Gran-Brettagna, era da credersi, ch'essa avrebbe per quell'orgoglio, che hanno, e debbono avere i sovrani, grandissimamente ripugnato al farlo espressamente; che per questo si era provveduto nel trattato d'alleanza coll'avere stipulato, che lo scopo di questa fosse l'ottener agli Stati Uniti l'independenza espressa, o sottintesa; che sapeva la Francia per propria sperienza, quanto ostica cosa sia, e dura ai monarchi lo sputar fuori quelle parole, di riconoscere per independenti coloro, che avuto avevano in luogo di sudditi; che la Spagna ne' tempi andati non aveva l'independenza dell'Olanda riconosciuta, se non se tacitamente, e dopo una guerra di trent'anni, ed espressamente dopo una resistenza di settanta; che sino a quei tempi medesimi la repubblica di Genova, ed i tredici Cantoni svizzeri non avevano ancor potuto impetrare un espresso riconoscimento degli Stati loro, e della sovranità ed independenza da parte degli antichi signori. Proseguiva il ministro dicendo (imperciocchè voleva egli aver la sembianza di persuader questa cosa con molta efficacia, sapendo benissimo, che gli Americani non l'avrebbero acconsentita, e che perciò per indur la Francia e la Spagna a voler anche esse l'espresso riconoscimento dell'independenza ottenere dall'Inghilterra, avrebbero quelli fatte loro tutte le concessioni, che desideravano), che purchè si avesse in fatto la cosa, poco si doveva rimanere alle parole. Faceva anche sentire, e ciò per fargli star duri a non concedere ciò, ch'ei domandava, ch'ei credeva però, che gli Stati Uniti, e per la situazion loro, e pel modo, col quale avevano governato la resistenza erano in diritto di pretendere migliori condizioni, che l'Olanda, la repubblica di Genova ed i Cantoni svizzeri non avevano. Ma temendo, che tutte queste cose non bastassero per muover gli Americani a far le concessioni, andava Gerard tuttavia avvolgendosi in parole, dicendo, che non solo era necessario l'abilitar con moderati termini il mediatore a poter piegare l'Inghilterra alla pace, ma che di più era mestiero tali condizioni offerire al mediatore per sè medesimo, che, ove la pace non si potesse ottenere dalla Gran-Brettagna, potesse gl'interessi e le armi sue a que' della Francia e dell'America accoppiare, compiendosi in tal modo quel triumvirato, che si aveva in mira, e che solo dar poteva la vittoria certa. Imperciocchè, sebbene le armi della Francia e dell'America erano sufficienti per tener a bada, e per resistere a quelle del nemico, solo la congiunzione di quelle della Spagna poteva renderle prepotenti, ed allontanar quei mali, che seguirebbero da un solo sinistro avvenimento; che infatti si vedeva, che la bilancia sin là era stata uguale dalle due parti, e che un nuovo peso era necessario per farla traboccare. Così andava Gerard battendo intorno le buche per far uscir gli Americani. Motivava poscia delle pescagioni di Terra-nuova, della possessione delle Floride, della navigazione del Mississipì, dell'occupazione da farsi dalla Spagna delle terre di ponente, che sono quelle, le quali ora compongono quel paese, che chiamano lo Stato di Kentucky.
Il congresso, avute queste comunicazioni, andava riflettendo quello che fosse da farsi. Da una parte considerava, che mettesse molto conto a loro l'intervento della Spagna; dall'altra gli pareva, ch'ella ne volesse troppo, e ripugnava grandemente al far tutte quelle concessioni, che la Spagna e la Francia desideravano. O fosse questa ripugnanza, od i dispareri, che ne nacquero fra i suoi membri, poichè al guarentire la possessione delle Floride alla Spagna tutti consentivano, alla rinunziazione della navigazione del Mississipì tutti ripugnavano, a quella della possessione delle terre occidentali molti, a quella delle pescagioni la maggior parte, massimamente quei della Nuova-Inghilterra, ovvero che avessero conosciuto, che qualunque avesse ad essere la volontà loro intorno le cose venute in disputazione, tanta era la bramosìa della Spagna al venirne alle mani coll'Inghilterra, e tanta la pertinacia di questa a non voler riconoscere la independenza, che in qualunque modo si sarebbe tra le medesime rotta la guerra, indugiarono tanto a dar le risposte, al crear i plenipotenziarj, ed al fermar le instruzioni, che già si erano tra quei due potentati incominciate le ostilità non solo in Europa, ma altresì in America. Già fin dal principiar d'agosto Don Bernardo Galvez, governatore spagnuolo della Luigiana, si era recato ad una fazione contro le possessioni inglesi del Mississipì, la quale ebbe prospero fine. Ricevute queste novelle, e quelle ancora, che lo stesso Don Galvez aveva nel medesimo tempo pubblicamente a suon di tamburo riconosciuta la independenza degli Stati Uniti nella città della Novella-Orleans, se prima esitavano, ora fatti più arditi negarono di voler fare le concessioni. Per la qual cosa, siccome nonostante la guerra che si era accesa tra la Spagna e l'Inghilterra, Gerard non cessava di dire che quest'ultima si dimostrava inclinata alla pace, e che la Francia e la Spagna vi erano inclinatissime, commettevano nell'istruzioni al loro ministro plenipotenziario alla Corte di Francia, ed a quello che sarebbe creato per negoziar il trattato di pace colla Gran-Brettagna, insistessero, acciocchè siccome il primo, ed il più grand'oggetto della guerra difensiva, che facevano gli alleati, quello era di stabilir la independenza degli Stati Uniti, così si avesse a porre per articolo preliminare in ogni negoziato da introdursi coll'Inghilterra, ch'essa trattasse con essi Stati Uniti, come con Istati sovrani, liberi ed independenti; e che la independenza fosse assicurata e guarentita diligentemente giusta la forma e gli effetti del trattato d'alleanza fatta col Re Cristianissimo. In rispetto poi al diritto della pesca sugli scanni di Terra-nuova, instassero, perchè fosse conservato ai sudditi degli Stati Uniti; e che se l'Inghilterra turbasse loro quelle pescagioni, fosse questo tenuto dalla Francia caso d'alleanza. Commettevano inoltre ai plenipotenziarj, ponessero ogni ingegno, e facessero ogni sforzo per ottener dall'Inghilterra a favor degli Stati Uniti la cessione del Canadà e della Nuova-Scozia (essendo queste pretensioni mosse dai Massacciuttesi ed altri deputati della Nuova-Inghilterra); ma che però se questa proposta non si potesse vincere, non fosse un ostacolo alla conclusione della pace. Vollero ancora, che fossero autorizzati ad accordare una sospension d'armi durante il tempo delle pratiche, con patto però, che l'alleato loro anch'egli consentisse, e tutte le genti nemiche intieramente votassero i territorj degli Stati Uniti. Queste eran le instruzioni date ai plenipotenziarj. Nel rimanente, si governassero giusta la propria prudenza i capitoli della lega ed i consiglj dell'alleato.
Essendo già incominciata effettualmente la guerra tra la Spagna e la Gran-Brettagna, non poteva più il cavaliere de La-Luzerne, il quale era venuto a Filadelfia ad iscambiar il Gerard, presso il congresso addurre, affine di piegarlo a far le concessioni alla Spagna, la utilità e la necessità della congiunzione delle armi spagnuole a quelle degli alleati. Andava perciò ponendo loro sotto gli occhi il vantaggio, che ne risulterebbe grandissimo agli Stati Uniti, se avessero seco loro congiunto il Re Cattolico con trattati d'alleanza e di commercio, coi quali si regolassero i comuni e vicendevoli interessi loro, sia presenti che avvenire. Egli era chiaro, diceva, che la Spagna avrebbe giuocato di migliore contro l'Inghilterra, ove conosciuto avesse gli utili, che doveva ricavare da una guerra intrapresa principalmente in vantaggio e benefizio degli Stati Uniti. Da un altro canto nissuno non vedeva, quanto importasse a ben confermare le forze e la riputazione di essi Stati, se la independenza loro fosse specificata e solennemente riconosciuta da un sì grande e sì possente monarca, quale il Re Cattolico si era, e se con esso lui si congiungessero con un trattato d'amicizia e d'alleanza. Quest'alleanza, continuava esser in cima dei pensieri di sua Maestà Cristianissima, la quale stretta al Re Cattolico con tanti sacri vincoli, ed all'America con quelli della più tenera amistà, non poteva non desiderare ardentissimamente la più intima e durevole congiunzione fra ai loro. Molto si allargò il ministro medesimo in tutta questa materia, aggiungendo anche altri argomenti tratti dal diritto.
Ma tutto fu indarno. Il congresso, avvisandosi, che la Spagna entrava a parte della guerra, non già per gl'interessi di lui, nè per istabilire la independenza dell'America, la quale nella condizione delle cose di allora doveva meglio stimarsi una cosa fatta, che da farsi, ma sibbene pe' suoi proprj, e massimamente per disfare la potenza navale dell'Inghilterra, stava in sul tirato, e non voleva salir questo nuovo scaglione. Tuttavia per dimostrare il desiderio ch'egli aveva di fermare il piè col Re Cattolico, creava ministro plenipotenziario presso il medesimo Giovanni Jay, al quale comandò, che insinuatosi con esso lui vedesse d'indurlo a contentarsi di far un trattato d'amicizia e di commercio cogli Stati Uniti. Gli commettevano, che se il Re Cattolico entrasse nella lega contro la Gran-Brettagna, avrebbero gli Stati Uniti consentito, che egli assicurasse a sè stesso la possessione delle due Floride; che anzi, quando avesse nei trattati ottenuto il consentimento dell'Inghilterra, gliele avrebbero gli Stati Uniti guarentite, con questa condizione, che godessero la libera navigazione del fiume Mississipì dentro, e sino al mare. Aggiungevano, che non potevano consentir alla rinunziazione dei territorj situati sull'oriental riva del fiume. Gli comandavano ancora, richiedesse il Re di Francia, siccome quello, ch'era la guida e l'indirizzatore di tutta l'impresa, fosse contento di esser il mediatore, acciocchè i trattati colla Spagna potessero aver luogo. Aggiunsero parecchie altre domande da farsi al Re Cattolico. Ma per aver il congresso negato di accondiscendere a quelle condizioni, che più stavano a cuore alla Spagna, non solamente di tutte queste cose non se ne ottenne nissuna, ma di più, neanco quando il Re Cattolico denunziò la guerra alla Gran-Brettagna, volle l'independenza degli Stati Uniti riconoscere, nè accettare, nè mandar ambasciadori. Nello stesso tempo, in cui fu eletto Jay plenipotenziario alla Corte di Spagna, fu tratto Giovanni Adams ministro plenipotenziario per negoziar un trattato di pace e di commercio coll'Inghilterra.
Mentre nel modo che abbiamo detto, si travagliava in America, le cose in Europa si avvicinavano a quella riuscita, la quale tutti gli uomini prudenti avevano preveduta, e che desideravano coloro stessi, che facevano le viste di volersi ad un affatto contrario fine incamminare. Aveva la Spagna tutti gli suoi apparecchiamenti marittimi a compimento condotti, ed era giunta a quel termine, nel quale aveva deliberato di por giù la maschera dal viso. Voleva ella apertamente venire a parte della guerra, e, congiungendosi colla Francia, fare improvvisamente tal danno all'Inghilterra, che, battuta la potenza navale troppo eminente di questa, ne diventassero i Borboni signori del mare. A questo fine volendo trovare colorata occasione di giustificar le azioni sue, si determinò a ravvivar di modo le pratiche della mediazione introdotte in Inghilterra, ed a stringer sì fattamente il governo inglese, che non potesse, non venirne a capo. Per il che il marchese d'Almodovar, ministro spagnuolo a Londra, fece nel mese di giugno una gran pressa ai ministri britannici, perchè si discoprissero, e dessero finalmente una risposta terminativa. Quest'uffizio fece con tanto miglior animo, che già si sapeva, che il conte D'Orvilliers era uscito con tutta l'armata francese da Brest, e si era volto vers'ostro per andarsi a congiungere presso l'Isola di Cisarga colla spagnuola, la quale fornitissima di ogni cosa stava pronta a salpare, tostochè l'altra fosse pervenuta in quell'acque. A questa deliberazione dava altresì molto favore il considerare, che il navilio dell'Inghilterra, colpa della necessità o dei ministri, non era a gran pezza in tale condizione posto, che potesse fronteggiare quelle due possenti armate accozzate insieme. Risposero i ministri britannici, la condizione dell'independenza, anche modificata secondo le proposizioni di Spagna, non potersi ammettere. Il ministro spagnuolo allora partì da Londra, dopo di aver presentato al lord Weymouth, segretario di Stato, una dichiarazione, la quale conteneva, oltre il rifiuto dell'offerta mediazione, molti altri motivi di guerra, come sarebbero insulti fatti sui mari alla bandiera spagnuola, correrìe nimichevoli sulle terre del Re, instigazione ai Barbari di correre contro i sudditi spagnuoli della Luigiana, violazioni dei diritti del Re Cattolico nel golfo di Honduras, ed altri di simil fatta. Rispose la Corte di Londra con un altro manifesto, col quale secondo, che si suol fare in tali casi, ribatteva le accusazioni di quella di Madrid. Il Re d'Inghilterra rivocò da Madrid lord Grantham suo ambasciadore. Poscia mandò fuori un bando di rappresaglie contro la Spagna, ed un altro per regolar le partizioni delle prede. Pubblicò eziandio la Francia a questo tempo, siccome quella, ch'era la guidatrice ed il capo principale della lega, un manifesto, col quale espose agli occhi degli uomini d'Europa i motivi, pei quali le due Corti alleate erano state costrette a pigliar l'armi ed a far la guerra. I quali motivi lungamente detti possonsi ai seguenti ridurre: per vendicar le ingiurie, e per por fine (in questo parlando sinceramente) a quel tirannico dominio, che l'Inghilterra aveva usurpato, e pretendeva di mantenere sopra l'Oceano. Nè il Re di Spagna se ne stette tacendo con questi manifesti. Anzi dopo d'aver pubblicato due reali cedole, come le chiamano, atte a persuader a' suoi sudditi la necessità e la giustizia della guerra, mandò fuori un assai ben lungo manifesto, nel quale dedusse cento motivi di guerra, la maggior parte de' quali sono dell'istessa sorta di quelli, che il marchese d'Almodovar aveva nel suo primo manifesto annoverati. Aggiunse, ed a grande ingiuria si recò, che i ministri britannici nel medesimo tempo in cui rifiutavano le proposte alla scoperta fatte dalla Spagna, come mediatrice nei negoziati della pace, erano andati di nascosto insinuandosi alla Corte di Francia per mezzo di segreti agenti, e facendo larghissime offerte, acciò le colonie abbandonasse, e fermasse la pace coll'Inghilterra; e che nel punto stesso erano iti segretamente praticando per mezzo di un altro agente col dottor Franklin a Parigi, al quale fecero diverse proposte per ismembrar l'America dalla Francia, e perchè gli Americani gli affari loro racconciassero colla Gran-Brettagna, profferendo loro condizioni non pure somiglianti a quelle, che avevano e ricusate e disdegnate, quando procedevano da parte del Re Cattolico, ma più larghe ancora e più favorevoli. Delle quali cose le prime, vale a dire gl'insulti fatti alle insegne spagnuole, le ostili correrìe sui territorj del Re, le ingiuste sentenze delle Corti dell'ammiragliato sarebbersi potute riparare, se le due parti avuto avessero a quei tempi animi meno inimichevoli l'una contro l'altra. La seconda, cioè la duplicità dei ministri britannici a tempo dei negoziati della mediazione, se non è in loro da lodarsi, il che non ardiremmo di affermare, non è tampoco da biasimarsi, e non sapremmo dire, come possa addotta essere quale motivo di guerra. Imperciocchè queste aggirandole nelle faccende politiche siano non solo non nuove, ma nemmeno rade, e da tutti riputate, e massimamente da quei, che le usano, mezzi se non onorevoli, certo tollerabili per arrivar ai fini loro. Ma il primo e principal motivo della guerra, al quale tutti gli altri non servivano poco altro, che di coperta, quello si era del volere la superiorità marittima dell'Inghilterra atterrare. Nel che procedette il Re Cattolico anzi candidamente che no, imitando anche in ciò il Re di Francia. Perciocchè nel manifesto dichiarò, che per ottener il fine di una sicura pace egli era d'uopo temperare l'immoderata grandezza dell'Inghilterra sui mari, e quelle massime ch'ella soleva usare; per ottener il quale oggetto tutti gli altri potentati marittimi, ed anzi tutte le nazioni erano grandemente interessate. Il quale argomento, se era giusto e lodevole, sarebbe stato anche più onorevole, se il tirannico dominio dell'Inghilterra sui mari, del quale allora si facevano le querele, non fosse stato sì lungo tempo alla medesima non solo comportato, ma ancora con ella accordato. Replicò il Re della Gran-Brettagna con un altro manifesto, nel quale non senza molt'arte si studiò di ribattere gli argomenti dei due Re nemici, facendo anche molto instantemente le solite protestazioni di umanità, delle quali si può dire, che dopochè sono venute in uso presso i civili reggitori delle europee nazioni, non si vede, che le guerre siano diventate o meno frequenti, o meno distruggitive.
Intanto mentre le due parti in ciò si adoperavano, che la nuova guerra, che imprendevano, fosse agli occhi degli uomini giustificata, l'uno e l'altro Re protestando, che non erano stati i primi turbatori della pace, le due armate francese e spagnuola congiuntesi insieme nei mari di Spagna, spaventevoli molto all'apparenza, si appresentavano sulle coste della Gran-Brettagna. Consistevano in sessantasei grosse navi di alto bordo, tra le quali se ne annoveravano una spagnuola, che chiamavano la Santa Trinità di 114 cannoni, la Brettagna di 110, e la città di Parigi di 104, sette altre di ottanta, quindici di settantaquattro, e le altre minori. Seguitavano una moltitudine di fregate, di giunchi, di corvette, di fuste armate e di brulotti. Governava le due armate, come capitano generale il conte D'Orvilliers portato dalla Brettagna, essendo la vanguardia guidata dal conte di Guichen, e la dietroguardia da Don Gastone. La vanguardia stessa poi era preceduta da una squadra leggiera condotta da Latouche-Preville, consistente in cinque navi delle più sparvierate, ed accompagnate da tutte quelle fregate, che non appartenevano alle prime schiere. Era l'uffizio di questa squadra di sopravvedere, di sopraccorrere, e di spazzare i mari. Teneva dietro al retroguardo una squadra destinata anch'essa a speculare, ed alle riscosse capitanata da Don Luigi di Cordova, e composta di sedici grosse navi. Era, siccome pareva, il disegno degli alleati di fare una scesa nella parte, che trovato avrebbero più opportuna, della Gran-Brettagna, a ciò stimolati dalla grandezza dell'impresa, dalla possanza loro, dalla condizione poco difendevole dell'Irlanda, dall'inferiorità del navilio inglese, dalla debolezza degli eserciti stanziali dell'Inghilterra, di cui non poca parte era stata mandata a guerreggiar nell'America e nelle Antille. Per la qual cosa oltre quell'armata, della quale una più formidabile non aveva mai il mare Oceano solcato, trecento navi atte a trasportar soldati stavano apparecchiate nei porti di Avra di Grazia, di San Malò, ed altri su quelle coste. Ogni cosa in moto nelle province settentrionali della Francia. Meglio di quarantamila soldati già si trovavano assembrati sulle coste della Brettagna e della Normandia, e molti altri reggimenti marciavano a quella volta dalle altre parti del Regno. Creava il Re i generali, che dovevano governar la spedizione. Le genti, che già erano raunate nei porti e sulle coste che guardano l'Inghilterra, ogni giorno si esercitavano nelle diverse maniere d'imbarcarsi e di sbarcare, e tutte dimostravano un ardentissimo desiderio di recarsi sulle opposte rive per ivi combattere ed atterrare la potenza dell'antico rivale. Avevano seco moltissime ed ottime artiglierie; e cinquemila granatieri, il fiore degli eserciti francesi, trascelti con diligente cura da diversi reggimenti, dovevano servire d'avanguardia e di cominciatori alla segnalata impresa.
Erano pervenute in Inghilterra molto per tempo le novelle dei preparamenti della Francia, e della disegnata invasione. Nè avevano mancato i ministri a sè medesimi nell'apparecchiar tutte quelle difese, che e per la brevità del tempo, e per la presente condizione del Regno meglio avevano e saputo, e potuto. Avevano adunato sotto la condotta dell'ammiraglio Carlo Hardy trent'otto navi di alto bordo, e mandatele a mareggiare nel golfo di Biscaja a fine d'impedire, se ancora possibil fosse, la congiunzione delle due flotte nemiche. Ed è cosa maravigliosa, che le due armate, inglese ed alleata, le quali entrambe, ma principalmente l'ultima, si distendevano per un sì largo spazio di mare, non siano venute, incontratesi le navi mandate avanti a speculare, in cognizione l'una dell'altra. Mandò il Re un bando, pel quale annunziando ai popoli della Gran-Brettagna, che l'inimico intendeva di invadere il Regno, comandava agli uffiziali, che guardavano le coste, stessero a diligentissima guardia, e tostochè quello comparisse, facessero sgomberare dai luoghi interiori e più sicuri i cavalli, i boccini, le pecore, ogni sorta di bestiame e di vettovaglie, quelli soli eccettuati, che fossero per servire all'uso dei soldati britannici. Le bande paesane instrutte nell'armi si adunavano, e tenevansi pronte a correre ai luoghi dello sbarco. Le guardie stesse del Re erano leste a marciare. Tutti erano grandemente commossi al pericolo della patria. I più speravano molti temevano, tutti mostravano un animo ostinato alle difese. Ma l'armata degli alleati, la quale impedita dalle bonacce aveva lungamente penato a poter entrare nello stretto, ciò eseguì addì 15 di agosto, e si appresentò con terribile apparato al cospetto di Plymouth. Tosto si spaventano gl'inermi, gli armati corrono alle poste, si raddoppiano le guardie agli arsenali di Plymouth e di Portsmouth. In questa città si serra la Banca, e si interrompe ogni sorta di commercio. Gli abitatori della Cornovaglia fuggono a corsa a' luoghi più rimoti colle famiglie loro e cogli arredi più preziosi. Aggiunse nuove cagioni al terrore una nuova sventura. La nave l'Ardente di 64 cannoni, la quale da Portsmouth era in viaggio per recarsi all'armata di Carlo Hardy, venne in poter del nemico, veggenti i Plymottesi. L'ammiraglio inglese intanto iva volteggiandosi per l'alto mare a rincontro delle bocche dello stretto, non essendo in grado nè per la debolezza sua, nè per la situazione del nemico di porger soccorso alla patria sua, che si trovava in sì grave pericolo. Ma quello che operare non potevano gli uomini, operarono i cieli contrarj ad una sì grande impresa. Mettevasi in mezzo a tante speranze e tanti timori improvvisamente un greco gagliardo, il quale incominciò eziandio a sollevar il mare sì fattamente, che gli alleati ne furon cacciati a viva forza dallo stretto nel vasto Oceano. Cessato il vento, di nuovo si arringavano distendendosi dal capo Finisterra e dall'isola di Scilly sino alle bocche dello stretto molto vicinamente a queste, affine di mozzare la via all'Hardy, che non potesse entrare per ricoverarsi nei porti dell'Inghilterra. Ciò nonostante il dì ultimo d'agosto con mirabile industria veleggiando, ed avendo il vento favorevole, entrò l'ammiraglio inglese dentro lo stretto, vedendolo gli alleati, che non lo poterono impedire. Intendeva egli di adescargli tanto, che venissero ad ingolfarsi nelle strette del canale, dove il numero delle navi, pel quale grandemente prevalevano, sarebbe loro di niuno o di poco frutto stato, ricompensando in tal modo col vantaggio del sito il disavvantaggio delle forze. Lo seguitarono gli alleati sino al cospetto di Plymouth. L'una e l'altra armata serbavano una maravigliosa ordinanza, l'inglese per non lasciarsi avvicinare prima di essere arrivata a luogo conveniente, e per opprimere quei puntoni della francese che se le avvicinassero; la seconda per correre serrata, e difilarsi verso Plymouth per tagliare fuori l'altra. Ma il conte D'Orvilliers, o sia che non volesse troppo avventurarsi in quelle strette, o che il vento di levante, che si era mosso, l'impedisse, ovvero che incominciasse a patir fallimento di viveri, come fu scritto, o che la prossimità dell'equinozio lo rendesse riguardoso, o che le malattie contagiose, che infuriavano, ed ogni dì con gran numero di morti assottigliavano le sue ciurme, lo indebolissero, o che tutte queste cause insieme, come pare probabile, sel facessero, si levò dal pensiero; ed abbandonate le coste dell'Inghilterra, se ne tornò nel porto di Brest. Cotal fine ebbe un'impresa, la quale aveva minacciato di prossimo pericolo un potentissimo Reame. E certamente, siccome nissun'armata mai fu sì poderosa, così ancora nissuna fece sì deboli effetti. La mortalità poi fu di sì gran fatta sulle navi degli alleati, che ne perdettero da cinquemila tra soldati e marinari, e ne furono posti i capitani in disperazione di alcun buon successo per tutto il rimanente anno. Quindi nacque, che i più deboli raccolsero quei frutti, che avrebbero dovuto raccorre i più gagliardi. Non solo le numerose conserve inglesi, che portavano le ricchezze delle due Indie, arrivarono felicemente nei porti della Gran-Brettagna, ma ancora uscite di nuovo sul mare le navi dell'Hardy intrapresero molti ricchi bastimenti francesi e spagnuoli con gravissimo danno degli uni e degli altri, e non poca maraviglia dell'Europa, la quale se n'era stata grandemente sollevata a sì formidabile apparato, ed attentissima al fine, che dovesse avere quella contesa non che di grande, quasi di unica, e di non più udita importanza. Dall'esito ch'ella ebbe, confermossi, e crebbe assai la chiarezza del nome inglese nelle opere navali; e quantunque non avessero a patto nessuno gli alleati mancato, nè di arte, nè di ardire, tuttavia siccome i più degli uomini giudicano delle cose più dalla riuscita loro, che dalle cagioni, la fama loro ne andò soggetta a non poca diminuzione.
Ma quantunque le due grosse flotte nemiche per varj accidenti della fortuna, per la volontà dei capitani non abbiano voluto, o potuto combattere quella battaglia, nella quale da ambe le parti si metteva sì gran posta, vi furono però pochi giorni appresso feroci incontri tra navi particolari, nei quali i Francesi, gli Americani, e gl'Inglesi acquistarono la fama di alto e disperato valore. Aveva l'ammiraglio d'Orvilliers mandato fuori da Brest ad esplorar i mari verso le coste dell'Inghilterra la fregata la Surveillante sotto la condotta del cavaliere di Couedic, ed il giunco la Spedizione, capitanato dal visconte di Roquefeuil. S'incontrarono queste due navi poco lungi dal capo Ognissanti colla fregata inglese il Quebec, guidata dal capitano Farmer, ed accompagnata pure da un giunco chiamato il Rambler. Si attaccarono gli uni cogli altri con grandissimo furore il dì 7 ottobre; ed essendo il coraggio, l'industria e la forza da ambe le parti uguali, la battaglia durò bene tre ore e mezzo. Combattevano le due fregate sì vicino, che parecchie fiate le antenne dell'una s'intricarono in quelle dell'altra. Già le artiglierie avevano fatto un danno incredibile. Molti erano i morti ed i feriti. Caduti erano e fracassati gli alberi dell'una e dell'altra; e non si potevan più governare. Tuttavia non facevano sembianza alcuna di voler cessare o di arrendersi. Il capitano francese rilevava una ferita sulla testa, che gli toglieva i sensi; ma rinvenutosi seguitava a combattere. Poco poi ne toccava due altre mortali nel ventre; e ciò nonostante non che cessasse, ordinava, volendo venirne a capo, si andasse all'abbordo. Farmer anch'esso si difendeva non solo con valore, ma con una invincibile ostinazione. Per fare una spianata all'abbordo gettavano i Francesi dentro il Quebec molte granate; le vele di lui si accendevano. Il fuoco cresce, s'appicca ad altre parti della nave. Già il suo cassero ardeva. L'Inglese tuttavia si affaticava per ispegnerlo, e non si piegava ancora al volersi arrendere. Couedic per timore dell'incendio si allontanava non senza grande difficoltà. Perciocchè lo sprone della sua fregata si era intralciato cogli attrazzi della nemica. Infine la fregata inglese, conservate fino all'ultimo le bandiere alzate, appiccatosi il fuoco alle polveri, scoppiò. Il capitano francese con un esempio di umanità da non potersi abbastanza lodare, nè da doversi mai dimenticare tutto era in ciò, che salvasse il maggior numero che potesse d'Inglesi, i quali per fuggir il fuoco si erano a slascio precipitati nell'acque. Di trecento che erano, solo quarantatre ne potè scampare. Farmer fu inghiottito dalle acque in un colle reliquie della sua nave. La francese fracassata non poteva muoversi. Il giunco la Spedizione spiccatosi dal Rambler, col quale aveva combattuto, si recò in aiuto della fregata, e rimorchiando la condusse il giorno seguente nel porto di Brest. Il governo di Francia seguendo e gli esempj proprj, e quei delle nazioni più civili rimandò franchi e liberi in Inghilterra i quarantatre Inglesi, non volendo sostener prigionieri coloro, i quali scampato avevano alla rabbia degli uomini, dei cannoni, dell'incendio e del mare. Ebbero i Francesi quaranta uccisi e cento feriti. Il Re creò il cavaliere di Couedic capitano di vascello. Ma non potè lungo tempo godere l'onorata fama, che pel valore, e pell'umanità sua aveva acquistato; poichè, peggiorando ogni dì il male delle ferite, passò dalla presente all'altra vita tre mesi dopo il combattimento. Fu molto meritamente lodato, ed amaramente pianto in Francia, e con egual lode rammentato in tutta l'Europa, particolarmente in Inghilterra.
Un altro affronto del pari glorioso alle due parti, ed ostinato che questo, era intervenuto alcuni giorni prima sulle coste della Gran-Brettagna. Erasi recato Paolo Jones, uomo scozzese, ma postosi agli stipendj dell'America, prima nei mari d'Irlanda per esplorare, poscia in quei della Scozia, e quivi stava attendendo la occasione di fare qualche preda, ovvero anche, come era solito di fare, scendere a terra, e porre a saccomanno la contrada. Aveva seco un'armatetta consistente nella fregata il Bon-homme Richard di quaranta cannoni, l'Alleanza di 36, l'una e l'altra navi americane, la Pallade, fregata francese di 32, ai soldi del congresso con altri due legni minori. S'incontrava ai 23 settembre colla flotta mercantile inglese del Baltico, alla quale faceva la scorta il capitano Pearson colla fregata la Serapide di 44 cannoni, e la Contessa di Scarborough di 20. Non così tosto ebbe Pearson veduto l'armata di Jones, che s'allargava per andarla a combattere, mentre le navi mercantili ogni sforzo facevano per avvicinarsi alla spiaggia. L'Americano si ordinò alla battaglia. Si avventarono alle sette della sera l'uno contro l'altro molto accanitamente. Combattevano le due parti con eguale valore. Ma la Serapide più grossa, e più destra si avvantaggiava. Paolo per ragguagliarsi volle combattere più manescamente. Accostò perciò la sua alla fregata inglese, dimodochè l'una ne venne a sprolungar l'altra, e s'impacciarono le antenne loro insieme, ed i gusci diventarono sì vicini, che le gioie dei cannoni si toccavano; In questo stato continuarono a combattere dalle otto sino dopo le dieci con un coraggio da chiamarsi piuttosto furore, che valore. Ma le artiglierie dell'Americano poco erano atte a far danno al nemico; perchè avendo ricevuto molte botte di grosse palle a fior di acqua gli era stata tolta ogni facoltà di poter più scaricare quelle del ponte di sotto, e di quelle del ponte superiore due, o tre erano scoppiate ai tiri con morte di coloro che le ministravano. Restavangli a poterle usare soltanto tre, e con queste iva facendo quella miglior difesa che poteva, ponendo la mira agli alberi della fregata nemica, e traendo con palle armate, e ramate; ma accorgendosi di far poco frutto colle artiglierie, si voltò Jones ad un altro modo di combattere. Avventò una quantità grandissima di granate e d'altri fuochi lavorati dentro la Serapide. Ma entrando già l'acqua a furia pe' luoghi rotti dentro la sentina del Bon-homme Richard, si abbassava esso, e pareva volesse affondare. La qual cosa vedutasi da alcuni uffiziali di Jones, gli dissero: capitano, vogliamo noi arrenderci? No, rispose egli con una voce terribile; ed intanto attendeva a gettar fuochi. Già ardeva la Serapide in varj luoghi; a gran fatica potevano gl'Inglesi spegnere. Infine un cartoccio pigliò fuoco, e tutti gli altri insieme s'accendevano nel medesimo tempo con orribile scoppio. Ne rimaser morti tutti coloro, che si trovarono presso l'artimone, e le vicine artiglierie non si potevano più usare. Pure Pearson non si perdeva d'animo. Comandava a' suoi, andassero all'abbordo. Si accingevano; ma Paolo non se ne stava. Mentre gl'Inglesi salivano, ecco gli Americani in fila colle picche abbassate in sembianza molto terribile. Si levavan quelli dal pensiero, e si ritiravano di nuovo alla nave loro. In questo mezzo si era appiccato il fuoco dalla Serapide al Bon-homme Richard, e tutte due ardevano. Ma gli uomini ostinati tuttavia non si piegavano a tanto furor degli elementi. Già s'era fatto buio. Solo le fiamme miste col fumo, che sino al cielo s'innalzavano, rischiaravano l'aria lontano, mentre ingombravano la vista dei combattenti. In questo momento sopraggiunse l'altra fregata americana l'Alleanza, la quale, in mezzo a quell'orribile scombuglio, non distinguendo gli amici dai nemici, tirò di una intiera, fiancata al Bon-homme Richard, e molti uccise di coloro, che sopravvissuto avevano fin là a tante cagioni di morte. Accortasi poscia dell'errore, si volse con maggior rabbia contro la Serapide. Il valoroso Inglese, morti, e feriti gran parte de' suoi, rotte le artiglierie, la nave mezz'abbronzata, crescendo tuttavia le fiamme svelto l'albero maestro, s'arrendè. Marinati i suoi, tutti correvano a spegner il fuoco. Nel che riuscirono. Altri erano intentissimi ad aggottar l'acqua, che dalle sfessature delle pareti in gran copia era entrata nel Bon-homme Richard, ma ciò con poco frutto, perciocchè il giorno susseguente andò a fondo. Di 375, che erano sul Bon-homme Richard, trecento sei furono morti, o feriti. Ebbero gl'Inglesi 49 morti, e 68 feriti. Non si troverà negli annali delle storie, pieni per altro di tante aspre battaglie una, che più di questa sia stata per tutte le circostanze tremenda, nè più ostinata, nè più sanguinosa. Nel medesimo tempo la fregata la Pallade aveva combattuto contro la Contessa di Scarborough, e l'ebbe presa dopo un'ostinata resistenza. Paolo Jones, avuta sì difficile, e sì luttuosa vittoria, dopo d'avere errato pei venti contrarj molti dì colle navi fracassate pel mare del Nort, pose finalmente il giorno sei d'ottobre nell'acque del Texel.
1780
Questi, che abbiamo narrati, furono in sul finir del 1779 in Europa gli avvenimenti della guerra, dacchè la Spagna si era accostata alla lega contro l'Inghilterra. Ma in sull'entrar del seguente, si discoprirono presso altri potentati mali umori contro della medesima, i quali facevano temere o di vicine ostilità dal canto loro, od almeno di poco sicura amicizia. Avevano gli Olandesi, durante tutto il corso della guerra, esercitato di nascosto un traffico molto profittevole, il quale in questo consisteva che portassero nei porti della Francia le legna acconcie alle costruzioni navali, ed oggetti necessarj all'esercizio della guerra principalmente marittima. Di ciò avevano gl'Inglesi notizia, ed il governo britannico se n'era spesso doluto gravemente cogli Stati Generali, come di cosa contraria, non solo a quelle regole, che l'Inghilterra era solita di seguire a' tempi di guerra rispetto al commercio dei neutrali, e da questi o espressamente, o tacitamente ammesse, ma ancora ai capitoli dei trattati di alleanza e di commercio, che l'uno e l'altro Stato congiungevano. S'era anche il medesimo governo doluto della protezione, che si concedeva nei porti olandesi ai corsari sì francesi, che americani. Rispose a queste parole il governo d'Olanda, o negando, o vagando. Tra le altre scappate si ebbe in Inghilterra sull'entrar di gennaio l'avviso, che una numerosa carovana di navi olandesi cariche di munizioni navali in servizio della Francia era in via per recarsi nei porti di questa; e che per ischivar il pericolo dell'esser intrapresa dai bastimenti inglesi, i quali in questa bisogna stavano vigilantissimi, s'era posta a seguitar il conte Byland, che con un'armatetta di navi da guerra e di fregate conviava un'altra conserva di navi mercantili per alla volta del Mediterraneo. Mandavasi dall'Inghilterra il capitano Fielding con un numero di navi sufficiente, acciò visitasse la conserva, e quelle navi, che portassero robe di contrabbando, pigliasse. Arrivato Fielding vicino agli Olandesi chiedette, se gli permettesse di visitare le navi mercantili. Risposero del no. Ciò nonostante mandò egli alcuni legni, perchè andassero a far questo uffizio. Gli Olandesi trassero di alcune cannonate, e l'impedirono. L'Inglese allora trasse alcuni colpi avanti prua al conte Byland, e questi lo rincalzò con una intiera fiancata. Un'altra simile ne mandò Fielding; l'Olandese non potendo resistere, abbassata la tenda, si arrendè. Ma intanto la maggior parte delle navi, che portavano le cose riputate essere di frodo, s'erano allargate, e viaggiando velocemente recate si erano a salvamento nei porti francesi. Le rimanenti furono arrestate. Ciò fatto, il capitano inglese fece a sapere all'ammiraglio olandese che stava in facoltà sua di alzar di nuovo le insegne, e di andarsene al suo viaggio. Rizzò egli bene le insegne, ma in quanto a continuar nell'intrapreso cammino, non volle consentire. Anzi non volendo separarsi da quella parte della conserva, ch'era venuta in mano degl'Inglesi, l'accompagnò, ed entrò con essi nel porto di Spithead. I bastimenti, ed i carichi furono, come di frodo, posti al fisco. Pervenuta la notizia di queste cose in Olanda, vi si levò un grandissimo romore. Principalmente quei ch'erano amici alla parte dei Francesi, perciocchè a quei tempi tutta la nazione olandese era divisa in due Sette, francese, ed inglese, si risentirono gravemente, e gridavano, non doversi a patto nissuno un tanto insulto pazientemente tollerare. Questo fatto fece anche cader l'animo a coloro, i quali favorivano le cose degl'Inglesi. Si vedeva chiaramente, che quest'affrontata sarebbe stata cagione di nuova guerra, la quale non che temessero, forse desideravano gl'Inglesi: perchè amavano meglio la guerra aperta, che quei soccorsi dati di soppiatto al nemico, ed avevano posto l'occhio alle smisurate ricchezze olandesi, che o viaggiavano sui mari colla sicurezza della pace, o stavano nelle lontane isole ammassate senza le necessarie difese. Gli Olandesi poi non erano in modo nissuno, e forse non sì tosto sarebbero stati apparecchiati alla guerra.
Questo caso, gli uffizj della Francia, il voler giovarsi della difficile condizione, in cui allora si trovava la Gran-Brettagna assalita da tanti, e sì possenti nemici, e soprattutto il desiderio di liberare a' tempi di guerra il commercio dei sudditi dalle molestie inglesi fecero di modo, che si stipulò tra i potentati del Nort quella solenne lega, alla quale diedero il nome di Neutralità armata. Se non il primo autore, certo, capo e guida di questa fu Caterina, Imperatrice delle Russie, alla quale si accostarono tosto i due Re di Svezia e di Danimarca. I primi principj di questa lega furono, che le navi neutrali debbono poter navigar liberamente anche da un porto all'altro, e sulle coste dei potentati guerreggianti; che tutte le robe appartenenti a' sudditi dei potentati guerreggianti abbiano ad essere riputate libere a bordo delle navi neutrali, eccettuate solo quelle, le quali fossero per qualche antecedente trattato chiarite di contrabbando; che per determinare, quali siano quelle robe, che abbiano a riputarsi di contrabbando, l'Imperatrice Caterina si riferiva agli articoli decimo ed undecimo del suo trattato di commercio colla Gran-Brettagna, estendendone anche le obbligazioni a tutti gli altri potentati guerreggianti; che per definire, quali siano quei porti, che si debbono riputar bloccati, s'intenda, che tali debbano riputarsi quelli solamente, avanti, e sì vicino ai quali stanzino attualmente vascelli nemici in tal numero, che ne sia diventato l'entrarvi dentro pericoloso: che questi principj debbano servire come regole nei processi giudiziali, e nelle sentenze da profferirsi intorno la legalità delle prede. Questi erano i principj fondamentali della lega, per l'esecuzione dei quali i tre alleati determinarono, che ciascuno tenesse una parte delle sue flotte allestita, ed in tali luoghi la collocasse, che venisse a formarsi una seguenza non interrotta di navi dei confederati apparecchiate a proteggere il comune commercio, ed a prestarsi scambievolmente aiuto ed assistenza. Fermarono ancora che allorquando una nave qualsivoglia avesse provato per mezzo delle sue scritture, che non portasse robe di contrabbando, le fosse concessa l'accompagnatura delle navi da guerra, sotto la custodia delle quali avesse a porsi, e che avessero ad impedire, non venisse arrestata, o dal suo cammino svolta. Questo capitolo, il quale attribuiva solo allo Stato interessato, od a' suoi alleati la facoltà di giudicare della qualità dei carichi in rispetto al contrabbando, pareva escludere il diritto di visita tanto instantemente preteso dall'Inghilterra, contro la quale malgrado, che si parlasse con termini generali, si vedeva manifestamente essere indirizzato tutto questo apparato della lega. Aggiunsero gli alleati a queste stipulazioni parole magnifiche; che difendevano i diritti della natura e delle nazioni; che stabilivano le libertà dell'uman genere; che procacciavano la felicità e la prosperità dell'Europa. Per verità tutte le nazioni europee, eccettuata solo l'Inglese, si mostrarono grandemente contente a questo nuovo disegno dei Re del Nort, e tutte lodavano, e sino al cielo innalzavano la sapienza e la magnanimità di Caterina seconda. Tanto era l'odio, che contro di sè aveva concitato l'Inghilterra co' suoi portamenti sul mare. Furono i capitoli della lega comunicati a tutti i potentati d'Europa, principalmente alla Francia, alla Spagna, all'Olanda, all'Inghilterra ed al Portogallo, e nell'istesso tempo gl'invitarono a voler entrar anche essi nella lega. La Francia e la Spagna, le quali sommamente desideravano d'intorbidare alla Gran-Brettagna l'acqua di altre parti d'Europa, oltre le magnifiche lodi date all'Imperatrice, risposero, non solo essere contente al venire a parte della lega, ma già avere molto prima agli ammiragli loro e capitani di mare sì fatti ordini dato, che già eran le massime della neutralità armata poste da loro in esecuzione, avendo la giustizia della cosa prodotto in elle quegli effetti, che ora coi capitoli della lega avevano i potentati del Nort confermato. Il Portogallo per la grande introduzione, che aveva a quella Corte il nome inglese, o dependente o fedele all'Inghilterra, se ne scusò. Le Province Unite dell'Olanda stavano intanto deliberando quello che fosse a fare. Già avevano i ministri britannici, o desiderando, o temendo quello che doveva avvenire, e per fare iscoprir gli Olandesi, richiestigli, fornissero all'Inghilterra i sussidj stipulati nel trattato d'alleanza. Al che questi, in nome per la inevitabile tardità delle deliberazioni loro, in fatto perchè non gli volevano concedere, non avevano fatto ancora alcun segno di voler acconsentire. Onde il Re della Gran-Brettagna, per toccar il fondo della cosa, e per impedire i governi delle Province Unite, non si accostassero alla lega del Nort, col dimostrar loro, che nonostante il numero e la potenza dei nemici, che lo premevano, si era peraltro al tutto risoluto al venirne con essi loro agli estremi casi, quando le antiche regole della neutralità non osservassero, giacchè a quelle dell'alleanza soddisfare non volevano, mandò fuori un ordine, col quale significò, che il non aver voluto mantener gli obblighi della confederazione da parte delle Province Unite era da riputarsi, come un rompimento dell'alleanza. Dichiarò perciò, che quella repubblica, ed i sudditi di lei erano scaduti da quei privilegj che il trattato d'alleanza aveva loro conferiti; e si dovevano per l'avvenire tener in quel grado medesimo, in cui si tenevano le altre nazioni neutrali non alleate. In questa maniera il Re britannico, anche prima, che avesse avuto la negativa espressa alla sua richiesta, si disobbligò dal trattato d'alleanza, sperando con questo risoluto consiglio d'intimorir gli Olandesi sì fattamente, che non fossero per entrar nella lega contro di sè ordita pressochè generalmente in Europa. La cosa non ebbe effetto. Le parti francesi erano troppo gagliarde nelle Province Unite, massimamente in quella d'Olanda tanto principale, e nella Frisia occidentale, e gli animi vi erano troppo alterati dall'insulto fatto al Byland. Laonde dopo molte e frequenti consulte, tutte di consentimento concorde deliberarono, non esser da concedersi i soccorsi richiesti all'Inghilterra; doversi dare le accompagnature delle navi da guerra alle conserve mercantili della repubblica, di qualunque natura ne fossero i carichi, eccettuati solo quelli, che per le stipulazioni fatte nei trattati potessero riputarsi di contrabbando. Accettassesi con grato animo l'invito dell'Imperatrice delle Russie, ed a questo fine s'intavolasse un negoziato col principe di Gallitzin, Inviato straordinario di Sua Maestà presso gli Stati Generali.
Ma l'Inghilterra trovandosi con tanti nemici addosso, e vedendo la Russia tanto potente, e l'alleanza della quale tanto le era necessaria, tentennare, alla proposta della lega senza volersi restringere, rispose spacciando pel generale, ed iva dando del buono per la pace. In mezzo a tanti e sì possenti nemici, o già scoperti o vicini allo scoprirsi, non solo non si sgomentava, ma ancora continuava nel disegno di voler la guerra offensiva proseguire nella Terra-ferma americana. Solo, come abbiamo narrato, si consigliò, lasciati gagliardi presidj nella Nuova-Jork, portarla contro le province meridionali. A questo fine, e per abilitar Clinton alla impresa delle Caroline, era partito il mese di maggio dall'Inghilterra l'ammiraglio Arbuthnot per alla volta dell'America con una flotta di navi armate, e con meglio di quattrocento vascelli da carico. Ma come prima si era scostato dalle spiagge dell'Inghilterra, ebbe avviso, avere i Francesi sotto la condotta del principe di Nassau assaggiato L'Isola di Jersey, situata presso le coste della Normandia. Seguendo meglio la necessità del frangente, che gli ordini che teneva, rimandate indietro a Torbay le conserve, si recò coll'armata in soccorso del presidio di Jersey. Riuscì vano il tentativo dei Francesi. Di nuovo l'Arbuthnot si avviò verso l'America. Ma tali furono gli accidenti contrarj del tempo e dei venti, ch'egli ebbe ad incontrare pel soprastamento fatto nell'impresa di Jersey, che penò assai lungo tempo, prima che potesse dalle terre dell'Inghilterra allargandosi, entrar nell'alto mare, e veleggiare alla distesa verso l'America. Non arrivò alla Nuova-Jork, se non se in sull'uscir d'agosto. Ma però non si mossero gl'Inglesi; perciocchè temevano di D'Estaing, il quale si trovava allora all'impresa di Savanna. Finalmente, avuto le novelle dell'esito di quella e della partenza dell'ammiraglio francese dalle spiagge americane, aveva Clinton imbarcato settemila soldati, e, scortato dall'ammiraglio Arbuthnot, era partito per all'impresa della Carolina il giorno 26 di decembre del trascorso anno.