LIBRO NONO (continued 2)
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Nè questo navilio si voleva tenere ozioso nei porti. Due erano le imprese, l'una e l'altra di somma importanza, che per mezzo delle apparecchiate navi si proponeva la Francia di voler fare, la prima colla flotta di Tolone, l'altra coll'armata di Brest. Intendevasi, che quella partitasi molto per tempo da Tolone se n'andasse colla maggior celerità, che possibil fosse, in America, ed entrasse improvvisamente nelle acque della Delawara. Dal che ne sarebbero nate due cose, fatali ambedue alla Gran-Brettagna, e queste si erano, che l'armata del lord Howe, la quale era sorta dentro di quel fiume, e molto era inferiore di forze alla francese, sarebbe stata senza dubbio alcuno distrutta, o sarebbe venuta in poter de' Francesi. Distrutta, o presa l'armata, l'esercito di terra sotto gli ordini di Clinton pressato a fronte da Washington, ed alle spalle per la via del fiume dall'armata francese, sarebbe anch'esso stato costretto ad arrendersi, o certamente avrebbe avuto un molto difficile scampo. In tal modo si sarebbe vinta ad un tratto tutta la guerra americana. Quest'era il disegno, ch'era stato discorso ed accordato in Parigi tra i commissarj americani ed i ministri francesi. Nè si mise punto tempo in mezzo all'esecuzione. Partì da Tolone addì 13 aprile la flotta francese condotta dal conte d'Estaing, uomo di gran valore e d'altissimi pensieri, la quale consisteva in dodici navi d'alto bordo, e quattro fregate molto grosse. Portava molti soldati da sbarcarsi ai servigj di terra. Silas Deane, uno dei commissarj americani, il quale aveva ricevuto lo scambio, ed il Gerard eletto dal Re a suo ministro presso il congresso, si trovarono a bordo. Si mostrò la fortuna favorevole a questi primi principj. Viaggiava con vento prospero l'armata; e quantunque i ministri britannici avessero tostano avviso di questa partenza avuto, tuttavia parte pei venti di ponente, che soffiarono per alcuni dì contrarj, parte perchè non sapevano, a qual via s'indirizzasse d'Estaing, non fu, che sul principiar di giugno, e dopo molte irresoluzioni, che ordinarono all'ammiraglio Byron, partisse con dodici navi per alla volta dell'America, il quale doveva scambiar l'Howe, che aveva chiesto la licenza di ritornarsene in Inghilterra. Ma l'armata di Brest più grossa, capitanata dal conte De Orvilliers desideroso di gloria, e di sostentare il cetto, che si aveva della sua virtù, era destinata a scorrere i mari d'Europa per tener vivo sulle coste della Gran-Brettagna il timor di una invasione, e soprattutto col mezzo delle fregate, ch'erano numerosissime, intraprendere le navi inglesi, le quali cariche di ricchissime merci si aspettavano di breve dalle Indie sì occidentali, che orientali. In questa maniera le cose s'incamminavano tra i due Stati a manifesta rottura, e le vicine ostilità si aspettavano, quantunque non ancora la guerra fosse stata denunziata dall'una parte all'altra secondo gli usi e le regole d'Europa. Così la contesa tra la Francia e l'Inghilterra, sì possenti nazioni, era negli occhi di tutti gli uomini, e dependevano gli animi loro da aspettazione di cose di grandissimo momento. Non tardò la fortuna ad offerire la occasione, perchè si accendesse quel fuoco, che doveva quindi in tutte le quattro parti del mondo diffondersi.
Erasi appena l'ammiraglio Keppel partito da S. Elena il giorno tredici giugno, e condottosi nel golfo di Biscaia, che scopriva in poca lontananza due navi grosse con altre due più piccole, le quali facevan le viste di esplorare gli andamenti della sua armata. Eran queste le due fregate francesi chiamate il Liocorno e la Belle-Poule. Quivi si trovava in un frangente molto difficile costituito. Da una parte desiderava molto di impadronirsi delle navi per ricavarne notizie sullo stato e sulla positura dell'armata di Brest; dall'altra la guerra non si era ancora chiarita tra le due nazioni, e si sarebbe potuto riputare l'incominciarla alla sua temerità. Nè trovava egli nelle istruzioni avute dai ministri alcuna cosa, che lo potesse cavare dal dubbio in cui era; poichè erano molto larghe, e tutto lasciavano in balìa ed alla discrezione sua. Aggiungevasi, che essendo egli di una setta contraria a quella dei ministri, poteva la sua condotta, caso ch'egli incominciasse le ostilità, essere a mal fine interpretata, attribuendosi alle parzialità politiche appartenenti alla sua setta quello, che appariva essere la necessità delle cose. In tanta perplessità Keppel, da quel buon cittadino ch'egli era, amò meglio servir la patria con pericolo suo, che, stando, lasciar quella in pericolo. Perilchè il giorno 17 giugno ordinò alle sue navi, dessero la caccia alle francesi. Tra le cinque e le sei della sera la fregata inglese il Milfort venne sopra il Liocorno, ed il suo capitano richiedeva, con termini civili però, il Francese, avesse a recarsi colla sua fregata a poppa dell'ammiraglio Keppel. Il Francese sulle prime ricusò; ma veduto avvicinarsi l'Ettore, vascello d'alto bordo, che gli trasse anche d'una cannonata, cedè alla fortuna, e seguitando l'Ettore si condusse dentro le file dell'armata inglese.
In questo mezzo il capitano Marshall colla sua fregata l'Aretusa di ventotto cannoni da sei, di conserva col giunco l'Alert di dieci cannoni se ne iva contro la Belle-Poule, che portava ventisei cannoni da dodici, ed era accompagnata da una fusta armata di dieci cannoni. L'Aretusa, siccome più veloce, arrivava verso le sei della sera a rincontro della Belle-Poule a tiro di moschetto, ed intimavale, la seguitasse, perchè aveva ordine dal suo ammiraglio di condurla a poppa della capitana. Il Signor Chadeau-de-la-Clocheterie, che comandava la Belle-Poule, rispose animosamente del no. Marshal gli fe' tirar d'una cannonata a traverso, e La-Clocheterie ciò stante gli tirò di tutta una fiancata. Ne seguì tra le due fregate una ferocissima battaglia, nella quale aizzati gli uni e gli altri da emulazione, e volendo ad ogni modo riportare la vittoria di quel primo fatto, combattettero con un valore inestimabile. Durò la battaglia per ben due ore con grave danno delle due parti, essendo il mare ed i venti in calma e sì vicine le due navi. Prevalevano i Francesi per la portata dei cannoni, pel numero della ciurma, e per la vicinanza delle coste loro. Gl'Inglesi dal canto loro erano avvantaggiati dal maggior numero dei cannoni, e dalla presenza di due navi d'alto bordo, il Valente ed il Monarca, le quali sebbene per la bonaccia non potessero tanto accostarsi, che potessero aver parte nell'aiutar i loro, davan ciò non di meno non poco sospetto al capitano francese, e molto le sue mosse circoscrivevano. Infine dopo un ostinato combattimento la fregata inglese trovandosi così vicina alle coste di Francia, disperando di potersi insignorir della francese, ed avendo ricevuto molto danno negli alberi, nelle antenne e nel sartiame, valutasi opportunamente di una leggier brezza, che in quel momento era sorta, cessò, e rimorchiata dal Valente e dal Monarca, si ritirò all'armata. Mentre se n'andava, la salutarono i Francesi con cinquanta cannonate di colpo, senza che ne scambiasse ella una sola. La fregata francese non le diè dietro, sia pei danni avuti, sia per la prossimità delle due grosse navi, anzi di tutta l'armata inglese. Per la qual cosa De-la-Clocheterie deliberatosi di ritrarsi al sicuro andò la notte a por l'ancora in mezzo alle secche presso Plouascat. Vennero all'indomani le due navi inglesi, ed andavano osservando se possibile cosa fosse l'accostarsi tanto alla fregata, che la potessero pigliare. Ma, trovati gl'impedimenti delle rocche insuperabili, si posero giù dall'impresa, ed andarono a ricongiungersi all'armata. Per l'istesse cagioni, e nel medesimo tempo, ma però con diverso evento, si attaccarono l'uno l'altro il giunco inglese, e la fusta francese con molta furia. Ma questa, fatta per più d'un'ora valorosa resistenza, si arrendè. Perdè l'Aretusa in questo fatto da otto uomini morti e trentasei feriti. La Belle-Poule da quaranta morti e cinquantasette feriti. Tra i primi si trovò Saint-Marsault, luogotenente della nave, tra i secondi De-la-Roche di Kerandraon, banderaio, Bonvet, uffiziale ausiliario, e lo stesso De-la-Clocheterie, che rilevò due leccature.
La mattina dei diciotto la fregata il Liocorno, che veleggiava in mezzo all'armata di Keppel, avendo fatto qualche mossa, che diè sospetto agl'Inglesi, gli tirarono avanti prua una cannonata per avvertirla, seguitasse il cammino di conserva coll'altre navi. Al che rispose ella non senza gran maraviglia dell'ammiraglio e dell'armata inglese con una intiera fiancata, e con una generale scarica di archibuseria dentro la nave l'America di settantaquattro, che molto le era vicina, ed alla quale comandava il lord Longford. Ciò fatto, calate le tende si arrendè, come se infastidita di quel mezzano stato tra la pace e la guerra, in cui ella era tenuta, avesse voluto con un'animosa risoluzione porsi, quantunque prigioniera, in sull'aperta guerra. Keppel la mandava a Plymouth.
Nel medesimo tempo un'altra fregata francese di trentadue cannoni chiamata la Pallade s'incontrava nella flotta inglese. L'ammiraglio la fe' ritenere, non senza averne prima marinati gli uffiziali e la ciurma. Queste cose fece Keppel contro le navi da guerra francesi; ma le mercantili, le quali non furon poche a dar di cozzo nella sua armata, lasciò andar liberamente al viaggio loro, non credendo aver la facoltà di arrestarle.
In Francia parve una gran cosa, memorando le passate rotte, questo fatto, e non v'è dubbio, che tanto gli uffiziali, quanto i marinari della Belle-Poule abbian dimostrato non solo molto valore, ma ancora una non ordinaria perizia delle cose navali. Quindi è, che se ne fecero molte esultazioni, ed a ragione, e per dar animo alla nazione in quei principj. Il Re poi procedette assai liberamente verso coloro, che combattuto avevano. Nominò De-la-Clocheterie capitano di nave, Bouvet luogotenente di fregata, e concedette a Roche-Kerandraon la croce di San Luigi. Fece pensioni alla sorella di S.t-Marsault, alle vedove ed ai figliuoli di coloro, ch'erano stati morti nella battaglia. Da un altro canto Marshall e Fairfax, capitano del giunco, non ottennero provvisioni di danaro, ma sì veramente molte lodi dall'ammiraglio e dai concittadini.
Ma il Re di Francia, usando il motivo della battaglia data alla Belle-Poule, e della presura delle altre fregate, credendo, che queste cose gli dessero onesta occasione di mandar fuora quello che aveva conceputo nell'animo, ordinò le rappresaglie contro i vascelli della Gran-Brettagna, ed immediatamente fece pubblicare il suo decreto intorno le prede; come se l'aver mandato il conte D'Estaing in America con quegli ordini, che aveva, non dovesse riputarsi un cominciamento di guerra. Gl'Inglesi fecero il medesimo, autorizzando colle parole quello che già, in quanto alle navi guerresche, coi fatti operato avevano. Così si esercitava ad ogni modo fra le due parti la guerra, quantunque non fosse ancora, giusta le consuete formalità, bandita.
Intanto l'ammiraglio Keppel raccolse fiere novelle dalle scritture trovate, e dagli uomini delle prese fregate; esservi nel porto di Brest trentadue navi di alto bordo con dieci o dodici fregate, l'une e l'altre pronte a far vela, quando che non aveva egli altro, che venti delle prime, e tre delle seconde. Si trovava allora a veggente del capo Ognissanti, e per conseguente vicino alle coste di Francia. Per la qual cosa era a molto stretti termini condotto. Lo starsene era troppo pericoloso in tanta prossimità e superiorità delle forze nemiche; ed il mettersi a rischio di una battaglia, nella quale vi sarebbe andato la salute del regno, era partito piuttosto temerario, che animoso. Da un'altra parte il voltar le poppe alle coste di un insultato nemico gli pareva cosa troppa indegna della propria fama e del nome inglese. Ma infine badando più all'utile che all'apparente, e meglio consigliandosi col debito suo che col puntiglio, volse le prue all'Inghilterra, ed entrò nel porto di Portsmouth il giorno venzette del mese di giugno. Quivi gli uni per le solite parzialità delle Sette, e per iscusar i ministri, gli altri per soddisfare al nazionale orgoglio, aspramente lo laceravano, come se colla ritirata avesse macchiato lo splendore del nome inglese. Ed in questo alcuni si lasciarono tanto trasportare, che all'ammiraglio Byng lo paragonavano. Sopportava Keppel con mirabile costanza queste dicerìe dell'inquieto volgo, e degli impronti setteggianti, ed ogni ingegno poneva, secondato anche in ciò efficacemente dall'uffizio dell'ammiragliato, ad ingrossar l'armata, ed abilitarla a correr di nuovo i mari. Nel che facevasi grandissimo frutto. Ed essendo a quei dì arrivate nei porti le prime squadre delle conserve dell'Indie occidentali e del Levante, si potè di maniera rinforzare di ottimi marinari l'armata, che fu essa in attitudine a scior l'ancore, e mettersi in mare, come fece il giorno nove di luglio. Consisteva in ventiquattro navi di alto bordo, alle quali si congiunsero poi altre sei di uguale portata. Si noveravan fra queste una di cento cannoni nominata la Vittoria, che portava l'ammiraglio Keppel, sei da novanta, una da ottanta, quindici da settantaquattro, e le rimanenti da sessantaquattro, tutte governate da abilissimi uffiziali e marinari. Mancavasi di fregate, non avendosene, che cinque o sei con due brulotti. La flotta era divisa in tre squadre la vanguardia condotta da Roberto Hartland, vice ammiraglio della Rossa; la battaglia dall'ammiraglio Keppel aiutato dal sotto ammiraglio Campbel, uomo pratichissimo nelle cose navali; e che per causa d'antica amicizia e compagnia con quello, aveva voluto accompagnarlo, e faceva l'uffizio di primo capitano sulla nave la Vittoria. Il dietroguardo poi era guidato da Ugo Palliser, vice ammiraglio della Blo, ed uno dei membri dell'uffizio dell'ammiragliato. Vedutisi forti, e credendosi sicuri della vittoria, vennero sopra le coste di Francia, e con ogni diligenza cercavano l'armata francese, ardentissimi nel desiderio di combatterla per preservare il commercio, per levarsi dal viso la macchia dall'aver pochi dì prima volte le spalle alle coste francesi, per mantener l'antico nome, per far inclinare già fin da quei primi principj la fortuna della guerra in lor favore.
Era intanto il giorno otto di luglio uscita dal porto di Brest l'armata di Francia divisa anch'essa in tre squadre, la vanguardia guidata da conte Duchaffault, la battaglia dal conte D'Orvilliers capitano generale, e la dietroguardia dal duca di Chartres, principe del sangue, il quale aveva per guida e moderatore l'ammiraglio De La-Motte-Piquet. Vi si noveravano trentadue navi di tre palchi ciascuna, tra le quali il vascello ammiraglio nominato la Brettagna di cento dieci cannoni, una di novanta chiamata la Città di Parigi, la quale portava il conte di Guichen, due di ottanta, dodici di settantaquattro, una di settanta, dodici di sessantaquattro, e le altre di sessanta con una di cinquanta. Seguitavano una moltitudine di fregate. Era l'intenzione del conte D'Orvilliers di non venire a battaglia affrontata col nemico, se non molto avvantaggiato; non che non gli bastasse la vista, ch'era egli in vero d'animo alto, e delle cose marinaresche intendentissimo; ma perchè voleva, si esercitassero prima ottimamente le ciurme, e perchè sperava, senza mettersi all'incerto rischio della battaglia, prevalendo di navi spedite, potere far un gran danno all'Inghilterra con intraprendere le conserve che a quei dì si aspettavano dall'occidente e dall'oriente. Veleggiava in tanto verso il capo d'Ognissanti, credendosi o che l'armata inglese, siccome già debole, riputandola a venti navi di linea, e non di vantaggio, non si sarebbe osa uscir dai porti, o se uscita fosse, l'avrebbe o cacciata, o sconfitta, ed acquistato ad ogni modo il dominio del mare. Si dimostrò la fortuna favorevole a questi primi conati. Imperciocchè sboccati appena da Brest s'incontrarono nella fregata inglese la Lively mandata avanti a specolare dall'ammiraglio Keppel, ed, accerchiatala, la pigliarono. Stava tutto il mondo attento e sospeso nell'aspettazione delle future cose, mentre le due più potenti nazioni dell'Europa si difilavano in sui mari l'una contro l'altra, desiderosa l'Inglese di mantener l'antica fama della navale superiorità, bramando per lo contrario ardentissimamente la Francese di côrre un'opportuna occasione di cancellar con una nuova vittoria la memoria dell'antica debolezza, e delle passate sconfitte. A questo fine, nè indarno, aveva il governo francese tutti i suoi consiglj indiritti già da parecchj anni addietro. Eran le navi pronte e fornitissime, i marinari pratichi, i capitani molto eccellenti. Restava, favorisse la fortuna i generosi disegni.
Arrivarono le due armate in cospetto l'una dell'altra la sera dei 23 luglio, essendo distanti a trenta leghe dal capo d'Ognissanti, e spirando il vento da ponente. Il conte D'Orvilliers, credendo l'inimico più debole di quello ch'era veramente, desiderava e cercava la battaglia. Ma fattosi vicino all'armata inglese, e scoperto ch'essa era a un dipresso altrettanto forte, quanto la sua, la schivava con altrettanta industria, con quanta dapprima la ricercava. E godendo egli il sopravvento, era impossibile che gl'Inglesi lo venissero malgrado suo ad affrontare. La notte due navi francesi s'erano lasciate trasportare sottovento dell'armata inglese. La qual cosa vedutasi la mattina da Keppel, ordinò ad alcune delle sue, si avventassero contro, e le pigliassero, od almeno le mozzassero fuori dalla restante armata. Sperava in tal modo, che o l'ammiraglio francese si sarebbe per soccorrerle posto al rischio della giornata, ovvero almeno, che si sarebbero potute pigliare, o tagliar fuori di modo, che non potessero raccozzarsi. Preferiva D'Orvilliers il non fare alcun motivo per andare in aiuto loro, in guisa che, sebbene non venissero le due navi in poter degl'Inglesi, furon esse però sì lungo spazio allontanate, che non ebbero più nissuna parte negli avvenimenti che seguirono. Continuarono le due armate a veggente l'una dell'altra pei quattro seguenti giorni, studiandosi con molta industria l'Inglese o di alzarsi al vento, o di talmente accostarsi al Francese, che di necessità si dovesse appiccar la battaglia. Ma per arrivare a questo fine egli era impossibile serbar l'ordinanza intiera, e perciò aveva Keppel comandato si desse la caccia alla spezzata verso sopravvento; con ciò però, che si tenessero le navi ristrette, quanto meglio si potesse. La qual mossa era anche necessaria per non perder di vista l'inimico. Questo partito, il quale non era senza pericolo, perciocchè poteva facilmente accadere, che si offerisse ai Francesi qualche buona occasione di opprimere subitamente con forze superiori qualcuna delle navi inglesi, fu causa, che la mattina dei venzette, giorno in cui seguì la battaglia, l'armata francese fosse con miglior ordine attelata, che non l'inglese, la quale pareva disordinata. La mattina medesima continuando tuttavia il vento da ponente, ed avendo i Francesi il sopravvento, erano le due armate separate l'una dall'altra lo spazio di tre leghe, di tal maniera però, che la dietroguardia inglese si trovasse un po' più indietro sottovento, che la battaglia e la vanguardia. Laonde ordinava Keppel a Palliser, si facesse avanti, e cacciasse verso sopravvento, acciò venisse ad affilarsi coll'altre due squadre dell'armata. Eseguì Palliser gli ordini dell'ammiraglio. Questa mossa fe' credere al D'Orvilliers (e forse non senza ragione, perciocchè Palliser colle sue navi sempre più andava rimontando al vento) che l'intenzione del nemico fosse di assaltare il retroguardo francese, e di girargli dietro per andar a guadagnare il sopravvento. Per prevenir il qual disegno, fatte girar di bordo le navi, iva a porsi, rivoltando l'ordine dell'armata colle navi del centro e della vanguardia dietro quelle della retroguardia. Intanto, e per questa stessa mossa, e per alcune variazioni di vento, delle quali molto acconciamente si giovarono gl'Inglesi, vennero tanto vicine le due armate, che s'incominciò la battaglia, spirando il ponente, e correndo i Francesi da tramontana a ostro, gl'Inglesi da ostro a tramontana. Questo modo di combattere, stando le armate non ferme, ma in mozione, il quale era anche l'effetto della mossa testè fatta dalla francese, molto piaceva al D'Orvilliers, siccome quegli, il quale non avendo potuto schivar la battaglia, ne otteneva almeno, che ella non potesse esser terminativa; poichè ne seguiva necessariamente dal modo sopraddetto, che le due armate si disordinassero durante la battaglia, e quegli, che avrebbe minor danno ricevuto, non potesse immediatamente valersi della fatta impressione sia in una particolar nave del nemico, sia in tutta la sua armata. Adunque, camminando in tal guisa le due flotte nemiche in contrario verso, e molto vicine l'una all'altra, cominciarono ad attaccarsi le prime navi della vanguardia inglese colle prime della dietroguardia francese, la quale, siccome abbiam detto, era succeduta nel luogo della vanguardia, e così continuò la battaglia, finchè tutta la fila inglese fosse passata a petto a petto di tutta la fila francese, di modo che la retroguardia inglese guidata da Palliser, e la vanguardia francese divenuta dietroguardia, e condotta dal Duchaffault, furon le ultime a spiccarsene. Fu in quest'affronto grave il danno da ambe le parti; ma siccome seguendo il costume loro i Francesi avevan tratto al sartiame, e gl'Inglesi, come soglion fare, ai gusci delle navi, così le navi francesi ricevettero in questi maggior danno, che le inglesi, e per lo contrario le vele, le corde, gli alberi, e le antenne in queste molto maggiormente danneggiate furono, che in quelle. I Francesi dopo il fatto non tardarono a riordinarsi, trovandosi le navi loro per la ragione sopraddetta più atte al veleggiare. Medesimamente la vanguardia e la battaglia inglesi non indugiarono molto, quantunque la nave dell'ammiraglio avesse ricevuto molto danno, ad ordinarsi, e presentare di nuovo il viso al nemico. Ma le navi del Palliser con alcune altre non solo non avevano ancora orzato, e non s'erano rivolte di bordo, ma essendo molto danneggiate obbedivano al vento, ed andavano abbassandosi sottovento. In questo stato di cose D'Orvilliers o sia che si proponesse, come scrivono gl'Inglesi, di tramezzare e tagliar fuori dalla restante armata loro queste navi, ovvero che, come affermano i Francesi, intendesse, di recarsi a sottovento, perchè, aspettando una seconda battaglia, volesse tôrre agl'Inglesi, ed acquistar per sè il vantaggio di poter scaricar con frutto anche le artiglierie del ponte di sotto, andava distendendosi in punta per entrar di mezzo tra le navi di Keppel e quelle di Palliser. Accortosi l'ammiraglio inglese del disegno dei Francesi si fece avanti colle sue navi, ordinando nel medesimo tempo all'Hartland, lo seguitasse colle sue per mettersi di traverso tra la vanguardia francese, che incominciava a spuntare, e le navi di Palliser. O sia, che questa mossa di Keppel abbia veramente rotto il disegno ai Francesi di tagliar fuori queste ultime navi, come infatti ottenne, ovvero, che non avessero questi in animo altro che di recarsi al sottovento, certo è, che per queste volte ne rimasero gl'Inglesi al sopravvento, ed i Francesi al sottovento. Stava perciò in balìa dei primi il rinnovar la battaglia, se però tutte le navi loro fossero state a questo bisogno sufficienti. Ciò avrebbe voluto Keppel eseguire. Ma le navi di Palliser, ora che l'ammiraglio, e l'Hartland s'eran frapposti tra lui ed i Francesi, ed a questi avvicinatisi, si trovavano in sopravvento dell'altre, e per conseguente più lontane dall'armata francese, e poco in atto di poter aiutar le compagne nel caso della rinfrescata battaglia. Per la qual cosa Keppel, prima di volerla ricominciare, pose fuori il segnale, che tutte le navi, le quali stavano a sopravvento, venissero ad arringarsi ai luoghi loro nella generale ordinanza. Qui nacque un equivoco, che fu causa, che gli ordini di Keppel non furono eseguiti. Non avendo la nave propria di Palliser ripetuto il segnale, i capitani delle altre credettero, che quello fatto da Keppel volesse significare, andassero a raggiungere la nave del Palliser, e non quella dell'ammiraglio, e così fecero. In questo mezzo continuavano i Francesi ad appresentarsi ordinati alla battaglia a sottovento. Ripetè Keppel il medesimo segnale; ma non con miglior frutto. Mandò poscia alle cinque della sera (Palliser scrive alle sette) il Capitano della fregata il Fox acciò a viva voce comandasse a Palliser quello, che già gli aveva ordinato col segnale. Tutto fu nulla. Nè il Formidabile ch'era la nave propria del Palliser, nè le altre non si muovevano. La qual cosa vedutasi da Keppel, ed essendo già l'ora trascorsa fino alle sette, pose il segnale a ciascuna delle navi di Palliser particolarmente, eccettuato però al Formidabile, forse per un certo riguardo al grado ed all'uffizio, che teneva il vice ammiraglio, venissero a' luoghi loro. La qual cosa si mettevano in punto di eseguire. Ma intanto era sopraggiunta la notte, che pose fine ad ogni speranza di combattimento. Queste sono le cagioni, che impedirono l'ammiraglio Keppel dal rinnovar la battaglia, ossiachè la disobbedienza del Palliser procedesse dalla impossibilità di muoversi pei gravi danni provati nell'affronto, come par probabile, e come giudicò la Corte nel solenne processo che ne seguì, ovvero da alcune sue parzialità, essendo esso ministeriale, contro il Keppel. Comunque ciò sia, questo diè luogo ai Francesi di dire, che da mezzodì fino a sera appresentarono la battaglia a Keppel, ma che questi non la volle accettare. La qual cosa fu vera nel fatto. Ma in rispetto alle intenzioni dell'ammiraglio inglese, volle egli bene, ma non potè per le raccontate ragioni attaccarsi di nuovo col nemico. La notte, o sia che i Francesi contenti al modo, col quale avevano combattuto la battaglia, e del fine di questa, che si poteva, come una vittoria, appresentare ai popoli il che su quei primi principj era una gran cosa, più non volessero tentar l'indomani la fortuna di un'altra giornata, oppure, che talmente fosse danneggiata la flotta loro, che non potessero, valendosi dell'opportunità del vento, che spirava propizio, voltaron le prue verso le coste loro, ed entrarono il giorno seguente a piene vele nel porto di Brest. Lasciaron però al luogo della battaglia per ingannare il nemico col fargli credere, che vi stessero, tutta la notte fermi tre vascelli corridori coi soliti fuochi accesi. La mattina in sul far del dì già ai era dilungata l'armata francese dinanzi all'inglese, che appena si poteva dai calcesi travedere. Solo continuavano a starsene poco lontani a sottovento i tre vascelli. Ordinò Keppel alle navi il Principe Giorgio, il Robusto, ed un'altra, desser loro la caccia. Ma non si fe' frutto alcuno, essendo molto franchi veleggiatori; ed avendo le navi inglesi gli arredi sconciamente rotti e sconquassati. L'ammiraglio Keppel si addrizzò a Plymouth, dove intendeva di rassettare le navi, lasciatene però in crociata alcune delle più intiere, acciò il commercio britannico proteggessero, e principalmente le flotte che si aspettavano.
Morirono nella narrata battaglia degl'Inglesi da cento quaranta con circa quattrocento feriti. La perdita dei Francesi non è certa. Ma è assai probabile, abbia avanzato quella degl'Inglesi. La qual cosa si ritrae da alcune autorità private, dalla moltitudine dei marinari e soldati di mare, coi quali sogliono essi riempir le navi loro, e dal modo del trarre degl'Inglesi, i quali hanno in costume di por la mira, rasentando coi tiri l'acqua del mare, al corpo delle navi nemiche.
Il mese che seguì, uscirono di nuovo le due nemiche armate all'alto mare. Ma o che si cercassero vicendevolmente, come pubblicarono, o che si schivassero l'una l'altra, come alcuni lasciarono scritto dell'inglese, molti della francese, certo è, che più non s'incontrarono. Certo è ancora, che si purgò il mare, e si aprirono i vantaggi alle flotte mercantili d'Inghilterra, mentre dall'altra parte molti ricchi bastimenti francesi con grave danno e querela delle città di Bordeaux, di Nantes, di Saint-Malò, e di Avra di Grazia vennero in poter del nemico.
Tale fu l'esito della battaglia di Ognissanti, la quale incominciò la guerra europea, e nella quale ebbero gli Inglesi ad osservare, non senza maraviglia loro, che i Francesi non solo combatterono col solito coraggio, ma che di più, e molto acconciamente, seppero dell'opportunità dei venti valersi, e con mirabile destrezza e disinvoltura le navi loro maneggiarono, e per ogni verso andaron facendo molto maneschi le volte. Il che diè a temere ai primi, avessero a riuscir più duri gl'incontri di questa guerra, che non quei della passata. In Francia se ne fecero molti rallegramenti per dar animo, e migliori speranze ai popoli; in Inghilterra se ne favellò molto sinistramente. Alcuni si dolsero del Keppel, altri del Palliser secondo i diversi umori delle Sette; tutti della fortuna. Dopo varie vicende ne nacquero due solenni processi l'uno contro l'ammiraglio, l'altro contro il vice ammiraglio. Furono assoluti ambidue, il primo con universale esultazione dei popoli; il secondo con quella dei ministeriali.
FINE DEL LIBRO NONO