LIBRO DECIMO (continued 2)
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Ma nè la felicità del cielo, nè la fertilità della terra, nè la longinquità del sito potettero impedire, che non entrasse tra di loro la scellerata rabbia delle Sette. E sebbene i Tori, come gli chiamavano, altrettanto numerosi non fossero, quanto coloro, che facevano professione della libertà, ciò nonostante la possanza loro non era da aversi in dispregio; e molto ancora si ajutavano colla pertinacia e coll'ardire. Quindi è, che non solo le famiglie stavano contro le famiglie, ma ancora spesso i figliuoli contro i padri, i fratelli contro i fratelli, e perfino le mogli contro i mariti. Tanto è vero, che non v'è bontà che resista all'opinione, nè felicità alla discordia cittadina. I Tori poi erano stati asperati dai danni sofferti nelle correrie fatte in compagnia dei selvaggi nel precedente anno contro Viomino, ma molto più, e massimamente, perchè molti Tori forestieri non conosciuti, i quali usando l'ospitalità tanto famosa degli Americani di quei tempi, e particolarmente dei Viominesi, erano venuti a piantar le sedi loro dentro la colonia, dati alcuni motivi di far sospettare di sè stessi, furono arrestati, ed alcuni mandati nel Connecticut, perchè ivi fosser loro fatti i processi, altri cacciati dalla colonia e banditi. Gli odj perciò si rincappellarono. Giurarono i Tori, e meditavano la vendetta. Si accozzarono cogli Indiani. Il tempo era prospero, perciocchè la gioventù viominese era ita alla guerra. E perchè non venisse meno il disegno, che tramavano, desiderando, che riuscisse improvviso, perchè gli avversarj non avessero tempo di provvedersi, deliberarono di voler usar gli inganni, simulando l'amicizia e la pace, quando ad altro non pensavano che alla vendetta ed alla guerra. Parecchie settimane prima che intendessero d'andar all'assalto, mandarono più uomini a posta per protestare con efficacissime parole, ed a chieder la pace. Queste lustre dall'un canto addormentavano i popoli di Viomino, dall'altro davan comodità ai Tori ed agl'Indiani di accordarsi cogli amici loro, e di considerare lo stato delle cose nella colonia. Ciò nonostante malgrado la presente sicurezza, e che le parole dei selvaggi sonassero tanto in contrario, avevano i Viominesi, siccome suole per l'ordinario avvenire, allorquando gravi calamità sovrastano ai popoli, un non so quale presentimento di quello, che doveva avvenire, avuto. Mandarono perciò lettere a Washington, pregandolo, gli soccorresse. Le lettere non pervennero, perchè furono tolte dai leali pensilvanesi; e quand'anche fossero arrivate, non era più tempo. Già erano i Barbari insorti contro l'estreme parti della colonia, e vi avevano fatto alcuni rubacchiamenti poco importanti per la grandezza loro, molto per le crudeltà; infelice preludio a quei mali più terribili che dovevano di breve seguire.
Era giunto il presente anno al principio del mese di luglio, quando i Barbari forti e gagliardi comparirono alla non pensata sulle rive della Susquehanna. Guidavangli quel Giovanni Butler e quel Brandt con altri Capi selvaggi molto ben noti per le crudeltà usate nelle precedenti fazioni. Erano in tutto sedici centinaia di guerrieri, un quarto Indiani, gli altri Tori travestiti, e dipintisi la pelle in modo, che il parevano. Gli uffiziali però portavano gli abiti dell'uffizio e del grado loro, e somigliavano stanziali. Avevano i Viominesi per sicurezza loro, e stante la lontananza dei consorti, e la prossimità dei selvaggi, piantato quattro Forti, ed avevano forse da cinquecento soldati sparsi qua e là per le frontiere, od alloggiati nei Forti medesimi. Governava tutta la colonia un Zebulone Butler, cugino a Giovanni, e uomo, se di qualche valore, certo di poco cervello. Alcuni lo accusarono di fede dubbia; il che è incerto. Certo è bene, che uno dei quattro Forti, ch'era più vicino ai confini, era guardato da soldati infetti delle opinioni dei Tori, i quali sul primo apparire dei nemici lo diedero in poter loro. Un secondo, ricevuto un furioso assalto, si arrendè a discrezione; dove quantunque i Barbari risparmiassero le donne ed i fanciulli, i rimanenti crudelmente ammazzarono. Si ritirò in questo mezzo Zebulone con tutti i suoi nella Fortezza principale chiamata Kingston, dove concorrevano a calca, come in luogo di salute, spaventati e con miserabili grida le donne, i vecchi, i fanciulli, i malati, e tutti coloro, che inabili erano a portar l'armi. Era la Fortezza assai difendevole, e quando Zebulone avesse tenuto il fermo, si poteva sperare, che vi si sarebbe rotto l'impeto dei nemici, sintantochè fossero arrivati gli aiuti. Ma Giovanni piaggiandolo e promettendogli ogni cosa, operò si, e talmente, che lo trasse fuori della Fortezza sotto colore di un accordo, il quale fu, che se venisse a parlamento alla campagna, ci ritirerebbe i suoi dalla Fortezza, e si concluderebbe la pace. Infatti diè indietro Giovanni con tutti i suoi soldati. Uscì poscia Zebulone per andar al luogo accordato pel parlamento, assai distante dal Forte; e per non esser solo si fece seguitare da quattrocento soldati armati, quasi la totalità del presidio. Il che se non è stato un tradimento, stato è certamente una molto strana ed inescusabile semplicità. Arrivato Zebulone al convenuto luogo non trovava anima vivente, ed increscendogli di ritornarsene senza conclusione, procedeva verso le falde di certe montagne, ch'erano poco lontane, sperando di trovarvi qualcuno, con cui potesse favellare. Mentre marciava per quell'orrida solitudine, nissun segno se gli appresentava, od ombra di vestigio umano. Avrebbe dovuto ristarsi; ma il destino lo tirava; e di continuo si sospingeva avanti. La contrada intanto incominciava a diventare scura e selvereccia. Discoprì finalmente tra mezzo le macchie e gli arbusti di lungi un drappello, che pareva lo invitasse a seguitare. E quei, che lo portava, come se temesse egli stesso di tradigione, si ritirava, sempre drappellando, in dietro con quel passo, col quale Zebulone camminava avanti. Intanto gl'Indiani, che sapevano il paese, essendosi molto opportunamente valuti dell'oscurità di quelle boscaglie, già lo avevano accerchiato da ogni banda, mentre egli, ignaro del tutto del suo pericolo, tuttavia andava innanzi per convincere i traditori ch'ei non gli voleva tradire. Ma infine gl'Indiani lo svegliarono ben essi dal forte sonno, i quali saltati fuori dalla imboscata, che fatto avevano nelle vicine foreste, furiosamente, e con tremendi urli lo assalirono. Fatto un gomitolo dei suoi si difendeva gagliardamente, mostrando migliore animo nella battaglia, che mente nelle pratiche precedenti. E nonostante che la cosa fosse tanto improvvisa, menavano i suoi soldati così fieramente le mani, e con tanta costanza serbavano gli ordini, che la battaglia non solo rimaneva dubbia, ma già incominciava a favor loro inclinare. In questo punto, ecco un soldato del Zebulone o per tema, o per tradimento gridare improvvisamente: indietro; il colonnello ha comandata la ritirata. Tosto balenano, si rompon gli ordini, i Barbari entrano tra le file. Segue una strage orribile. I fuggenti sono trafitti dalle trascorrevoli armi, i contrastanti ammaccati dai mazzeri, o abbocconati dai coltelli. Sani con feriti, moribondi con boccheggianti si abbaruffano in ogni strana attitudine. Felice chi muore prima, o tosto; imperciocchè gl'Indiani scotennavano i viventi, ed i Tori indragati, quando non potevan coll'armi, colle mani gli sbranavano. Nissuno si pensi, che alcuna rotta sia mai stata più lagrimevole di questa, nè che tanta crudeltà siasi usata da feroci vincitori sopra i vinti. La maggior parte morirono. Da settanta col Zebulone scampati dalla beccheria si ricoverarono sbandatamente in un Fortino dall'altra parte del fiume.
I vincitori di nuovo investivano Kingston, e per ispaventar con orribile spettacolo il già debole presidio vi briccolaron dentro dugento zaccagne tuttavia grondanti di sangue dei loro parenti, amici e compagni. Il colonnello Dennisson, comandante del Forte, veduta l'impossibilità del difendersi, mandò chiedendo a Butler, quali condizioni concederebbe, se si arrendessero. Rispose con ferità più che barbara e bestiale, e con una sola parola l'Ascia. In un frangente tanto spaventevole difendevasi Dennisson per un tempo, come meglio sapeva e poteva. Infine morti, o feriti quasi tutti i suoi, si arrendè a discrezione. Entrarono i Barbari, ed incominciarono a trar fuori dal Forte i vinti, i quali già si credevano di esser menati ad una certa morte. Ma infastiditi dall'impaccio e dalla lunghezza delle particolari morti si ravvisarono di stivargli, uomini, donne, vecchi e fanciulli alla mescolata dentro le case e le baracche, alle quali posto il fuoco, gli arsero dentro tutti, dilettandosi essi nell'udire le compassionevoli grida di tanta moltitudine di morenti.
Rimaneva in poter dei Viominesi il Forte Wilkesborough. Sopraggiungevano i vincitori, e quei di dentro, sperando di trovar mercè, si arrendettero senza resistenza alcuna ed a discrezione. Ma se la resistenza irritava quegli uomini feroci, o piuttosto quelle fiere avide del sangue umano, la cessione non gli disasprava. La rabbia loro si esercitò principalmente contro i soldati del presidio, i quali eran piuttosto stradieri da confini, che stanziali o milizie. Tutti gli ammazzarono con inudita barbarie, e con nuovi ed inusitati martorj. Gli altri, uomini, donne e fanciulli, i quali non parevan loro meritare una speciale attenzione, arsero, come quegli altri, nelle case e nelle baracche, tutti comprendendo in un universale incendio.
Prese le Fortezze, ivano i Barbari alla sicura disterminando la contrada. Adoperavano il ferro, il fuoco, ogni stromento di distruzione. Le messi e le ricolte, l'une e l'altre abbondantissime, ardevano. Le case, gli arredi, le masserizie, preziosi frutti e cari dell'umana industria e della civile società, si guastavano, come più veniva a grado, o come meglio sapevano studiarsi i distruggitori. Ma eglino spietati e snaturati, com'erano, non si ristavano ai volti umani; anzi contro le bestie stesse rivolgevano il furor loro. Tagliate le lingue ai cavalli, alle pecore, ed ai boccini gli lasciarono poscia andar vagando per quelli testè sì pieni e lieti, ed ora distrutti pascoli, contenti al veder prima i tormenti loro, che la morte.
Noi siamo stati lungamente in forse, se raccontare dovessimo i particolari esempj della barbarica crudeltà; imperciocchè solo nel rammentargli ci sentivamo raccapricciare. Ma considerato, che forse se ne potrebbero i buoni Principi ritrarre dalle guerre, ed i cittadini dalle civili discordie, non abbiam voluto, che la memoria di quelli a queste nostre storie mancasse. Essendo il capitano Bedlock stato spogliato nudo, gli si piantarono nel corpo suo fuscelletti di pino, poscia posto sopra una catasta di rami del medesimo albero, datovi il fuoco, fu arso vivo miserabilmente. I capitani Ranson e Durgee furon gettati anch'essi viventi nelle fiamme. I Tori non che non eguagliassero, forse superavano la crudeltà dei selvaggi. Uno fra gli altri, la cui madre si era ad un secondo marito sposata, e questa, ed il padrigno, e le sue proprie sorelle ed i bambini loro ammazzò. Un altro uccise colle sue mani stesse il proprio padre, e tutta la sua famiglia disterminò. Un terzo si bruttò le mani nel sangue dei fratelli suoi, delle sorelle, del cognato e dello suocero. Queste furono una parte delle dispietanze usate dai selvaggi, e dai fuorusciti nell'eccidio di Viomino. Altre, se possibil sia, più orribili, passiamo sotto silenzio.
Nè meno lamentevole era la condizione di coloro, la più parte donne e fanciulli, i quali avanzati a tanto sterminio, si eran rifuggiti nelle selve in quell'ore, in cui i Barbari infuriavano contro i mariti e padri loro. Dispersi e vaganti per le foreste, dove il caso o la paura gli guidava, senza cognizione de' luoghi, senza vestimenta, senza vettovaglie, ogni estremo di miseria dovettero sopportare. Parecchie partorirono fra boschi, troppo lontani dai luoghi abitati, perchè potessero sperar soccorso. Le più forti di mente e di corpo scamparono; le altre perirono; ed i corpi loro e quei delle innocenti creature diventarono preda alle crudeli fiere. In cotal modo fu ad un totale subbissamento condotta la più fiorente colonia, che allora in America si ritrovasse.
La distruzione di Viomino, e le crudeltà che l'accompagnarono, riempirono d'orrore, di sdegno e di compassione gli Americani tutti; e si proponevano bene tra loro medesimi di volerne fare un dì un'adeguata vendetta. Ma di ciò nelle presenti occorrenze della guerra avevano meglio il desiderio, che la facoltà. Tuttavia furon fatte quest'anno alcune spedizioni contro gli Indiani, le quali se non riuscirono di molto momento alla somma delle cose, furono però molto memorabili per la prudenza, e per l'ardimento, co' quali furono eseguite. Partì dalla Virginia il colonnello Clarke accompagnato da una forte schiera per recarsi contro le colonie poste dai Canadesi sulle superiori rive del Mississipì nella contrada degl'Illinesi. Intendeva Clarke di opprimere con un improvviso impeto fino nei più reconditi ridotti e serragli loro questa gente impronta e crudele. Costeggiata prima la Monongahela, poscia l'Ojo, si volse a tramontana per alla volta di Kaskakias, capitale villata di que' stabilimenti. I repubblicani giunti in quel luogo, ed entrati dentro quasi senza resistenza niuna, essendo i terrazzani occupati dal sonno, se ne fecero padroni. Poscia cavalcarono il paese vicino, e ridussero a divozione altre terre. Gli abitanti spaventati correvano a giurar obbedienza agli Stati Uniti. Di là poi si volse Clarke contro altri Barbari più vicini, e penetrando nei più segreti ricettacoli e caverne loro, tutto pose a fuoco ed a sangue. Così sperimentarono i selvaggi nelle proprie case quei mali, che avevano portati nelle altrui. Il che operò di modo, che per l'avvenire diventarono timidi all'assaltare, e gli Americani animosi al difendersi.
Un'altra spedizione somigliante a questa fu qualche mese dopo intrapresa da un altro colonnello Bluter contro i Tori e gl'Indiani abitatori delle rive della Susquehanna, quegli stessi, ch'erano stati gli autori dell'eccidio di Viomino. Arse e distrusse parecchie villate, ed i ricetti degli odiati Tori. Le messi, le ricolte, le case, i mulini, tutto fu guasto e sperperato. Gli abitatori, avuti gli avvisi per tempo, si eran recati in salvo, e di ciò molto bene glien incolse loro; poichè sarebbero stati pagati a misura di carbone del macello di Viomino. Compitasi dagli Americani la bisogna, se ne tornarono sani e salvi a' luoghi loro, non senza però aver sopportati infiniti disagi e pericoli. In questo modo si terminò quest'anno la guerra indiana.
Nè solo erano gli Americani assaliti da fronte dagl'Inglesi, ed in sospetto da tergo per gl'Indiani e fuorusciti, ma ancora davan loro non poca noia gli scontenti di dentro. Fra questi, più vivi degli altri si dimostravano i Quaccheri, i quali, quantunque da principio abbracciato avessero, o paruto abbracciare il partito della rivoluzione, e che anche a' presenti tempi si annoverassero fra di essi alcuni de' più cospicui libertini del paese, quali erano per cagion d'esempio i generali Greene, e Mifflin, ciò nondimeno la maggior parte parteggiavano per l'Inghilterra, o sia perchè fosse loro venuta a noia la lunga guerra; o che avessero voluto solamente la emendazione delle leggi, non la independenza, o che creduto avessero, che dopo la conquista di Filadelfia fossero del tutto le cose americane spacciate, ed intendessero, colla sottomessione dimostrata a buon'ora, placare il vincitore, e nella futura signoria britannica procurare a sè quei vantaggi, che ai più ostinati negati sarebbero. Quindi è, che servivano di spie, di guide, di rapportatori agl'Inglesi molto volentieri. Alcuni di loro, siccome già abbiam narrato, erano stati confinati in paesi strani, altri sostenuti nelle prigioni. Di parecchj furon prese a Filadelfia le dovute pene, siccome di quelli, che furon convinti di aver insidiato alla libertà coll'aver avuto intendimento col nemico. Speravano i repubblicani con questi esempj fare star fermi tutti quelli, che sentivano diversamente. Ma però l'opera di questi scontenti poco importava alla somma delle cose; perciocchè l'ardire aperto ed il consenso degli uni grandemente prevalevano alle arti ed alle segrete macchinazioni degli altri.
In questo mezzo tempo il marchese De La-Fayette desiderando di servire al proprio Re nella guerra, ch'ei non dubitava, fosse anche per esercitarsi in Europa, e sperando oltreacciò di avanzar colle rappresentazioni, ed esortazioni sue la causa di quegli Stati presso il governo di Francia, chiedeva al congresso licenza di potersene ritornar in Europa. Washington dal quale il marchese era grandemente amato, e considerando eziandio, di quanta importanza fosse il nome di lui, avrebbe desiderato, che gli si concedesse solamente un temporale congedo; ma non già, che cessasse dagli stipendj, e di ciò scrisse al congresso. Abbracciò questi molto volentieri il partito posto da Washington, ed inoltre scrisse a La-Fayette, immortali grazie rendendogli dello zelo, col quale si era mosso a salute ed a pro dell'America, e dei servigj da lui renduti a quegli Stati in tante occorrenze. Ordinò ancora al dottor Franklin, lo presentasse con una spada figurata con quegl'intagli, che meglio potessero le azioni sue ricordare. Raccomandavalo finalmente molto al Re Cristianissimo. Pigliò il marchese commiato dal congresso, e partissi, per ritornarvi però a tempo opportuno, dall'America nell'entrare del seguente anno. Giunto in Francia fu veduto con allegra fronte dal Re e dai popoli. Franklin gli presentò la spada istoriata. Eranvi intagliate le battaglie ed i fatti egregi del giovine francese. V'era egli scolpito in atto di ferire il lione britannico. Riceveva in questo un ramo d'alloro per le mani dell'America sciolta dalle sue catene. L'America stessa era raffigurata per mezzo di una luna crescente con questo molto: crescam, ut prosim. Dall'altro lato si leggevano queste parole: Cur non? le quali erano la divisa, ch'egli aveva portato, partendo di Francia. Questo fu dono di mirabile artifizio, e di grata ricordanza al valoroso aiutatore dell'America.
Intanto continuava D'Estaing a stanziare nel porto di Boston, dove attendeva a vettovagliar la sua armata. La quale cosa gli sarebbe con difficoltà venuta fatta per la scarsezza delle biade, in cui si trovavano le province settentrionali; perciocchè era stato interrotto dalla guerra il commercio colle meridionali, che ne abbondavano, se non che le navi predate dagli arditi armatori della Nuova-Inghilterra furono in sì gran numero, che non che si fornisse copiosamente la flotta, gli abitatori tutti del Massacciusset e del Connecticut ne provarono infinito giovamento. L'ammiraglio Byron non sì tosto fu arrivato alla Nuova-Jork, che attese diligentemente a racconciar le sue navi per farle leste al mareggiare. Finalmente avendo ogni cosa in pronto, sciolte le ancore, se ne iva a Boston per ivi osservare gli andamenti di D'Estaing. Ma quella stessa fortuna, che lo aveva accompagnato dall'Inghilterra sino nell'America, si manifestò di nuovo contro di lui in quelle spiagge. Levatasi una furiosa burrasca, venne sospinto in alto mare, dove furono talmente rotte un'altra volta, e fracassate le sue navi, ch'ei fu costretto a porre, per rassettarsi, nel porto dell'Isola di Rodi. Colse l'ammiraglio francese la occasione, e salpò ai tre di novembre dal porto di Boston per andarsene alle Antille, dove lo chiamavano gli ordini del suo Re, e le vicende della guerra. Nel medesimo giorno, avendo gl'Inglesi conosciuto ottimamente, quali fossero i disegni di D'Estaing, e quanto deboli fossero i presidj loro nelle isole Antille di loro pertinenza, partì da Sandy-hook alla volta delle isole medesime il comandante Hotham con sei navi da guerra, le quali portavano cinquemila soldati da sbarcarsi, capitanati dal maggior-generale Grant. Lo seguitò l'ammiraglio Byron con tutta la sua armata il giorno 14 di decembre.
Quasi nel medesimo tempo partì dalla Nuova-Jork per andar alla conquista della Giorgia il colonnello Campbell con un buon nervo d'Inglesi e di lanzi. Gli faceva l'accompagnatura l'almirante Hyde-Parker con un'armatetta di navi da guerra. Così la guerra dopo d'aver lungo tempo incrudelito nelle province settentrionali e mezzane, si trasportava tutto ad un tratto nelle vicine isole, e nelle meridionali province della Lega.
FINE DEL LIBRO DECIMO