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Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)

CAPITOLO CXCII. Guerra santa. Conquassi. (continued 2)

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Le novità romane dunque pericolavano. La Costituente ivi proclamata spiaceva al Piemonte non men che a Napoli, come quella che rimetteva in problema l’esistenza di tutti i Governi: spiaceva ai dittatori toscani, vogliosi di dominar soli, anzichè mettersi in coda ai romani; talchè fu indarno il comparire a Firenze dei più avventati Romani e dello stesso Ciciruacchio: spiaceva in Roma ai chiericanti non meno che ai costituzionali, i quali ultimi sudavano perchè il popolo ripristinasse Pio IX, però colla costituzione; spiaceva all’eretica Inghilterra non meno che alla cristianissima Francia; sicchè ai caporioni non rimaneva che di trescare coi democratici, allora vinti dappertutto, e così porgere nuovi titoli ai Governi regolari. In fatti l’Assemblea costituente di Francia (20 aprile) dichiarava voler rintegrare il papa nel dominio; Spagna, avida di ripigliar azione nella diplomazia europea, invita i potentati a un congresso per tale scolpo: il papa invoca l’Austria, Francia, Spagna e Napoli ad abbattere un’orda settaria che teneva tiranneggiata la maggioranza de’ suoi sudditi.

Lord Palmerston (1848), costante nell’uffizio di alternare al cavallo una fitta di sprone e una stretta di morso, avea sempre tergiversato la politica della Francia; quando questa inviò Bignon perchè temperasse i primi movimenti liberali, esso spedì lord Minto ad aizzarli; quando gl’italiani s’inebriavano al programma pindarico di Lamartine, egli gittò acqua sul fuoco; quando dappertutto fremeasi d’indipendenza, egli propose di formare del Lombardo-Veneto e dei ducati un regno sotto un arciduca autonomo. Ricusato perchè Carlalberto in quel momento vagheggiava il regno dell’Alta Italia, esso gli carezzò quest’idea, escludendo però dalle trattative la Francia, e imponendo per confine l’Adige. Entro questi limiti non l’avrebbe disapprovato neppur la Germania, che la linea di quel fiume pretendea necessaria alla propria integrità e strategicamente e politicamente. La spada di Radetzky troncò le discussioni; e Palmerston accettò l’uffizio di mediatore, e volle si adunasse a Brusselle un congresso per dar sesto alle cose d’Italia. Ma l’Austria non trovava più ragione di cedere nemmanco una lista del paese che avea rioccupato, ed asseriva che l’armistizio conceduto il 5 agosto sottintendesse l’interezza de’ prischi possessi.

Ma queste conferenze divennero il tema d’infinite parole, in un anno di parole tante. Quei che aveano schiamazzato mentre gli altri combattevano, più schiamazzavano adesso che nessuno poteva interrogarli perchè non combattessero. Migliaja di rifuggiti in Piemonte dal paese vinto, s’agitavano nel desiderio della patria; s’agitavano i coraggiosi, cupidi di cimenti riparatori; s’agitavano i timidi per mascherare la paura col far paura; s’agitavano i repubblicanti, che attribuivano il disastro all’essersi fidati d’un re; s’agitavano i calunniatori, infamando i ministri, i generali, gli abbondanzieri, chiunque dubitasse del tradimento, o avesse esercitato qualche bricciolo di potere, per quante prove date avesse di patriotismo; ed erano creduti, come sempre si crede ciò che faccia torto ai nostri.

Da un altro canto coll’affisso di democratici voleansi riprovare quei che gridavano il nome d’Italia: eppure la guerra del Piemonte all’Austria non era giustificata che dall’indipendenza italiana, e questa voleano i democratici; democraticamente erasi fatta decidere la fusione dal voto universale, e poichè questo avea proferito, chiedeano fosse mantenuta. Vero è che tal sillogismo era stato scomposto da un avvenimento, una guerra perduta; ma questa turbava il fatto non il diritto. — La patria non è stata vinta; solo il tradimento ha potuto ricondurre i Tedeschi in Lombardia», gridavano gl’Italianissimi. I Piemontesi, non potendo negare la sconfitta, ne imputavano l’inettitudine dei generali, lo scarso cooperare de’ Lombardi, la moderazione dei ministri, cento altre cause fuorchè le vere; ad ogni modo credevano potersene trarre esperienza per riparare colla vittoria il primo smacco. Ed è singolare che il paese ove la democrazia meno debaccò, fu quello ove portò maggior disastro, perchè si mescè agli atti guerreschi.

Carlalberto credeasi in dovere di mantenere ai popoli la fusione; aveva udito rinfacciarsi d’aver rinnovato nel 48 i tradimenti del 21; la libertà della stampa e dei dibattimenti lasciava giungere fino a lui le accuse, delle quali più si struggeva di purgarsi quanto meno meritarle conosceva, e quanto più avea sorbito le lodi prodigategli come spada d’Italia; e invisibile nella reggia, masticava l’onta nuova che gravava l’antica, e risolvea gittarsi a capofitto in un nuovo tentativo.

Ma un esercito sfasciato poteva assaltar vincitrice e munita quell’Austria, contro cui non era bastato quando scomposta, atterrita, sprovvista? Le grida dunque dei giornalisti e degli avvocati non avrebbero dovuto smoverlo; ma il fragor di essi lo stordiva, quasi in essi parlasse la nazione, nè vedea come far argine alla demagogia di cui giungevagli il ruggito. L’eterogeneo Ministero Casati si dimetteva (18 agosto), esponendo quanto avea fatto per riparare i disastri, e rendere capaci a ripigliar l’offensiva appena spirassero le sei settimane dell’armistizio, avendo anche chiesto i sussidj di quella Francia, che dianzi erasi repulsa. «Codardia (diceano), per dieci giorni di fortuiti disastri, deporre una fiducia ispirata da quattro mesi di prosperi ed eroici successi! qual impudenza il credere che una pace vergognosa assicuri più di una guerra onorevole gl’interessi e l’onore del Piemonte!»

Tono indecente a chi lasciava altri nell’imbarazzo di mantenerlo: ma un più temperato non era possibile quando fomentava guerra la Consulta lombarda, formata dell’antico Governo provvisorio di Milano, Polonia e Ungheria, ribollenti contro i loro dominatori tenevano emissarj a Torino che prometteano ajuti e diversioni vigorose, bilione solito de’ rifuggiti, ma scontato come moneta fina dai giornali; nuova esca aggiungeano i movimenti di Sicilia, di Napoli, di Livorno, di Roma. In quest’uragano dovea navigare il nuovo Ministero, preseduto dal marchese Alfieri, coi generali Perrone e Dabormida, Revel, Boncompagni, Pinelli, allora autorato dall’amicizia di Gioberti.

Questo filosofo nel suo studioso ritiro a Brusselle, quanto più gli era negata, più acquistò la passione della popolarità; la prese ispiratrice quando mestò politica; ma conoscendola mutabile, resistette un pezzo alla voglia di venir qui a godersi i grossolani applausi, che nel 1847 la folla profondea; e più venerato di lontano, dirigeva l’opinione ma col secondarla. Chiaritasi la rivoluzione, venne e s’inebriò dei trionfi, che ambiva più che il potere; girò Italia apostolo della fusione, ma formando piuttosto entusiasti che un partito; a Milano, dove avea detto non entrerebbe che a ginocchi, sperava far acclamare di primo achitto la fusione, e toccò fischi; a Roma credeva indurre Pio IX a’ suoi voleri, ed ebbe soltanto grida plateali, e il suo nome alle vie dove abitava, al caffè dove asciolveva; sparnazzava Carlalberto, eppure a Genova correva a venerare la madre di Mazzini, a Milano mutò alloggio per annidarsi nell’istesso albergo di Mazzini. Non compreso nel nuovo Ministero, accostossi ai democratici per sventarlo, e vi oppose quel fantasma suo del Congresso; nei circoli denunziava i ministri, che, mentre predicavano riscossa, indipendenza nazionale, in privato a lui diceano non essere possibile rinnovare l’esercito, e volersi cercare accomodamenti vantaggiosi al Piemonte; sicchè gl’improntò le stigmate di ministero di due programmi: e i più avanzati gridavano la subita ripresa delle ostilità.

Dopo ciò oseremmo accusare quel Ministero di non avere saputo essere modesto, nè osato essere risoluto? In realtà il Ministero, non meno che gli oppositori, voleva la riscossa: ma quello, preparata convenientemente per vincere; questi, subitanea, ispirata, condotta, come dicea Brofferio, da ardimento, ardimento, ardimento. Saria stato imprudenza rivelare al mondo i reconditi preparativi: onde il Ministero chiese un consiglio secreto, avanti a cui scagionarsi: e quello proferì che non poteasi nè procurare una pace onorevole, nè amministrare una guerra felice.

Intanto dalla Lombardia e dai ducati giungeano gli strilli degli aggravati sotto la dittatura militare, frementi tra il terror manifesto e la rabbia repressa; da Genova gli urli de’ raccogliticci, che tentavano fin subornare l’esercito, e qualificavano tirannia ogni provvedimento preso a reprimerli; soscrizioni, messaggi, chiassate sosteneano la minoranza oppositrice. Bisognava dunque rassegnarsi: e il baron Perrone ministro della guerra, che pure avea fatto avvertire «lo spirito guasto de’ soldati, i quali partono pel campo italiani, e ne ritornano tedeschi»[99], diceva essere impossibile a un Ministero resistere alla pubblica opinione e non ripigliar le ostilità «con tutto il furore d’una guerra nazionale, preferendo essere inghiottito nella catastrofe italiana, anzichè lasciar più a lungo torturare dal vandalismo austriaco la parte d’Italia ch’esso calpesta», assicurava essersi rinnovati l’esercito e la disciplina; ottantamila uomini pronti a entrar in campo, trentamila a mantenere la tranquillità nell’interno, oltre la guardia nazionale, e un parco d’assedio più numeroso che nella guerra precedente; trenta in cinquantamila uomini che la Francia prestasse, la bandiera tricolore sventolerebbe di campanile in campanile fin all’Isonzo: nè farebbero la guerra soli; avranno in ajuto l’insurrezione, i contingenti toscani e romani, e i diciottomila uomini chiusi in Venezia e la flotta; esser dunque risoluti a guerra, se non possono ottenere una pace onorevole, che assicuri l’indipendenza d’Italia[100].

Palmerston disapprovò questo dispaccio. Bastide, ministro della repubblica francese, annunziò non impedirebbe neppur l’invasione del Piemonte, se questo rompesse guerra all’Austria.

Degli errori, delle esitanze, della disperazione altrui s’ingrandiva Gioberti, che divenuto nimicissimo al suo amicissimo Pinelli, riuscì alfine a sbalzarlo; e dopo essersi sempre professato nemico della democrazia, diveniva capo d’un Gabinetto (16 xbre) denominato democratico, con colleghi destinatigli dalle piazze, Rattazzi, Ricci, Sineo, Buffa, Cadorna, Tecchio, tutti tolti dal Circolo nazionale, aggiungendovi Sonnaz per le necessità della guerra. Il loro programma, quello di tutti i precedenti, allargare le libertà interne, procurare che tutt’Italia si costituisse a nazione: se non che Gioberti avea l’arte di tessellare le teorie più diverse, il che dicevasi conciliare. E subito le declamazioni e le mostre si diressero contro il Ministero democratico, che si trovava esso pure nell’impotenza di far quello che si desiderava.

Realmente l’Italia sentiva integre le sue forze; da quella posizione, che per tutti era precaria, bramavano tutti uscire, quand’anche non si sapesse che i popoli sovente per bizzarria, per superbia agognano i tentativi più disperati. Il Congresso a Brusselle non dava un passo verso il riordinamento. L’Austria sperava assonnare l’Italia settentrionale col prometterle istituzioni liberali; e dopo ch’ebbe doma un’altra volta l’insorta Vienna, convocò una Dieta costituente a Kremsier, dove il ministro Schwarzenberg professava «accettare sinceramente la monarchia costituzionale; tenerne ferme le basi col separare rigorosamente il potere esecutivo riservato alla Corona, e il legislativo esercitato in comune dal principe e dai corpi rappresentativi; assicurare l’eguaglianza dei diritti, garantire il libero sviluppo di tutte le nazionalità, introdurre la pubblicità in tutte le parti della pubblica amministrazione, consolidare le libertà comunali, estendere nelle provincie l’indipendente gestione di tutti gli affari interni, e unificarle mediante un robusto poter centrale. Il regno Lombardo-veneto, conchiusa la pace, troverà nella sua unione organica coll’Austria costituzionale la miglior garanzia della sua nazionalità. I consiglieri responsali della Corona si terranno fermi sul terreno de’ trattati: essi nutrono speranza che un avvenire non lontano porterà il popolo italiano a fruire i benefizj d’una costituzione, la quale deve tener unite le differenti stirpi con parificazione assoluta di diritti».

Era dunque risoluta a non cedere un palmo di terreno; l’Inghilterra aveva accettato qual base del Congresso, che nessun brano si staccherebbe dall’impero austriaco, neppur Venezia. Ma chi allora credeva alla verità? Intanto non poteano nè l’Austria prendere una risoluzione per rassettare la Lombardia e finirla con Venezia, nè il Piemonte disarmare e togliersi alla disastrosa incertezza. Adunque strepitavasi d’ogni parte; i giornali perseveravano nel tristo uffizio di denunziare ed inasprire quei che la sventura avrebbe dovuti conciliare e congiungere[101]; acclamavasi la rinnovazione delle ostilità, volerlo Dio, volerlo il popolo. Singolarmente il Circolo italiano di Genova, trascendendo i limiti costituzionali, vilipendeva il re: anzi Genova (18 xbre) sorse a tumulto; e il ministro Buffa speditovi con pien potere, invece di dar torto ai mestatori, proclamava saperne causa unica l’essersi voluto «seguitare una politica contraria alla dignità, agli interessi, all’indipendenza della nazione»; il presente Ministero volere «l’assoluta indipendenza d’Italia a costo di qualunque sacrifizio, volere la Costituente italiana e la monarchia democratica»; aggiungeva d’aver ordinato che le truppe partissero dalla città (1849), perchè «la forza vale cogli imbelli non coi Genovesi; i forti saranno presidiati dalla guardia nazionale, tutti o parte a sua scelta; tolta ogni apparenza di forza, farem vedere che in una città veramente libera basta la guardia nazionale; che quando il Governo batte la via della libertà e della nazionalità, Genova è tranquilla». Così i cittadini atteggiavansi come avversarj ai soldati, nell’atto che da questi bisognava tutto aspettare: i soldati protestano; la Camera disapprova; il Ministero è obbligato a un’altra scusa memorabile; cioè che «non bisogna misurare i proclami col regolo ordinario, contenendo per natura frasi che ai lontani pajono eccessive, mentre sono inevitabili ai vicini».

Sciolta la Camera, la nuova, eletta sotto quelle esacerbazioni, abbandonò i moderati per gl’impazienti. Il ministero Gioberti dichiarava: «L’indipendenza italiana non può compiersi senza le armi; laonde a questo rivolgeremo ogni nostra cura, convinti che la sola monarchia costituzionale può dare alla patria nostra unità, forza, potenza contro i disordini interni e gli assalti stranieri». Dichiarava pure non potersi persistere in uno stato che era peggiore della guerra, poichè ne aveva tutti gli sconci e nessuna favorevole eventualità; voleva considerare ancora come effettiva la fusione, e lagnavasi che atrocemente fossero trattate dagli Austriaci provincie datesi al Piemonte. Il re medesimo, aprendo il Parlamento, manteneva il concetto della fusione, soggiungeva che «la fiducia è nei forti accresciuta, perchè all’efficacia dei nostri antichi titoli s’aggiunge l’ammaestramento dell’esperienza, il merito della prova, il coraggio e la costanza nella sventura. Le schiere dell’esercito sono rifatte, accresciute, fiorenti e gareggiano di bellezza, d’eroismo colla nostra flotta. Ma per vincere è duopo che all’esercito concorra la nazione; e ciò, o signori, sta in voi, sta in mano di quelle provincie che sono parte così preziosa dei nostro regno e del nostro cuore, le quali aggiungono alle virtù comuni il vanto proprio della costanza e del martirio».

La risposta delle Camere ingagliardiva quell’attacco, e non parlava di guerra e d’indipendenza italica soltanto, ma degli Ungheresi da soccorrere; e che si disdicesse immediatamente l’armistizio.

Le condizioni però del nemico quanto erano cambiate (1848)! La Germania, vogliosa di ringiovanirsi, erasi raccolta in Parlamento a Francoforte «per attuare una costituzione che comprendesse l’unità della nazione, colla varietà tradizionale de’ Governi. Ma la sapienza statuale ivi pure comparve scarsissima: variati i sentimenti, secondo il paese che prevaleva; e mentre negavansi soccorsi e fino approvazione all’esercito austriaco combattente in Italia, dichiaravasi che la linea del Mincio e le grandi fortezze erano necessarie all’integrità della Germania, e si considerava come intacco a questa l’avere i volontarj lombardi stimolato a insurrezione il Trentino.

Al rompere della rivoluzione, la guerra di razze metteva a brani l’Austria, la quale potea dirsi ridotta nei tre eserciti di Radetzky in Italia, di Windischgrätz in Boemia, di Jellacich in Ungheria. La Corte imperiale, cacciata dalla devota sua città (15 maggio), erasi rifuggita a Innspruck, e blandiva la capitale col consentire un’Assemblea costituente; disapprovava Jellacich che acclamava il risorgimento delle stirpi slave: ma intanto i suoi eserciti vinceano a Praga le barricate, a Vicenza i popoli, a Custoza gli eserciti; la Dieta ungherese per bocca di Kossuth promettevale fino ducentomila uomini se bisognassero per domare l’Italia. Perocchè i Magiari parteggiavano coll’Austria onde tenere al giogo gli Slavi; ma ben presto volendo ella frenarne la prepotenza, le divennero ostili; e allora gli Slavi si posero coll’Austria e la sorressero, sempre per proprio vantaggio e scapito altrui. I cittadini di Vienna, stanchi del despotismo degli studenti impadronitisi del Governo, richiamavano l’imperatore (agosto), che rientrava nella sua capitale appunto quando Radetzky rientrava in Milano. Ma poco appresso i sommovitori rivalgono, sollevano sanguinosamente la città, e fra molt’altri trucidano un ministro. Windischgrätz vi accorre da Praga, vi accorre Jellacich, e da Boemi e Croati è presa la capitale (31 8bre), e terminata la rivoluzione, alla quale non avevano preso parte nè la campagna nè le provincie.

Erasi fra ciò adunata un’Assemblea costituente, secondo la moda d’allora, per compilare la Statuto dell’impero austriaco; v’ebbero rappresentanti anche di paesi italiani, quali il Tirolo e Trieste; ma le rioccupate provincie lombardo-venete furono invitate invano a spedirvi i loro eletti «per garantire la propria nazionalità, e conciliarla col principio supremo dell’integrità della monarchia». Dall’irrequieta Vienna la Dieta erasi trasferita a Kremsier, ma rimaneva scissa fra l’unità dottrinale e la tradizionale individualità: nelle dispute, inconcludenti e di teoria nebulosa, perdeva tempo e credito, sicchè il Governo potè arrischiarsi a toglierle la mano. Già il 22 settembre l’imperatore Ferdinando avea proclamato piena perdonanza agli abitanti del Lombardo-Veneto, e la ferma sua intenzione che «avessero una Costituzione corrispondente alla loro nazionalità ed al bisogno del paese»: poi confessando la necessità di «forze più giovani per soddisfare il bisogno potente e irremissibile di un grande cambiamento, che abbracci e rifonda tutte le forme dello Stato», abdicava (2 xbre); e giacchè suo fratello Francesco Carlo vi rinunziò, lo scettro fu messo in mano al figlio di questo, al giovanetto Francesco Giuseppe, che aveva fatto le prime prove combattendo gl’Italiani. Egli «riconoscendo per proprio convincimento il bisogno e l’alto pregio delle istituzioni liberali e consentanee ai tempi, calchiamo (dicea) con fiducia la via che deve condurci ad una salutare riforma e al ringiovanimento di tutta la monarchia», e protestavasi «deciso di mantenere immacolato lo splendore della Corona e intatta la complessiva monarchia, ma pronto a dividere i proprj diritti coi rappresentanti de’ suoi popoli».

Ben presto si proclama una costituzione (1849 8 marzo) che recida il nodo delle quistioni, statuendo l’unione organica di tutte le provincie, eguaglianza e indipendenza delle diverse nazionalità; unico Parlamento con due Camere; nella prima i deputati delle diete provinciali, nell’altra i deputati eletti dal popolo, uno ogni centomila abitanti; il potere legislativo viene esercitato dall’imperatore unitamente al Parlamento generale per le leggi di tutto l’impero, e alle Diete nazionali per le leggi particolari. Così l’imperatore trovasi capo delle varie nazioni e unificatore di tutte, e può opporre la forza attraente dello Stato alla centrifuga delle provincie.

Anche la Dieta germanica si scredita colle metafisiche sottilità; e quando essa dichiara che paesi tedeschi non potranno confondersi con forestieri nello stesso dominio, l’Austria, che da tale partito sarebbesi veduta scomposta, vi oppone un franco niego, asserendo non voler menomare i proprj diritti, e che starà federata colla Germania, non una con essa. A questo colpo risoluto, la Dieta perde efficacia, e ben presto si scompone; la Prussia, ch’era parsa sul punto di afferrare l’egemonia della Germania, torna secondaria all’Austria, che s’accinge a riparare gli sdrucci lasciatile da un turbine, dove credeanla già subissata quei che ignorano la storia d’Europa.

Come le umiliazioni di lei aveano dato spirito alle Potenze estere di sbraveggiarla, il rialzarsi le fece propense a sostenerla: ond’essa più sempre ferma dichiarava non avere altro da trattare colla Sardegna se non di ristabilire le relazioni amichevoli, interrotte per l’invasione del re, e di fissare le indennità per le spese di una guerra assunta in legittima difesa; per deferenza avere accettato la mediazione brussellese; «ma il pretendere di condurre l’Austria a cedere provincie che avea difese con torrenti di sangue, cederle come premio al perfido aggressore di cui ha trionfato, era giustamente vilipeso dalla pubblica opinione dell’Europa come una stravaganza degna della demenza dei demogoghi italiani, e di un re che, parlando dal trono, non dubitava incitare direttamente la provincie italiane dell’Austria all’insurrezione». Il Ministero imperiale interrogava dunque le Potenze, e nominatamente l’Inghilterra, se riconoscessero il regno dell’Alta Italia, e se fosse in arbitrio di Carlalberto il cangiare da solo la circoscrizione degli Stati, fissata dalle Potenze: conchiudeva che dal canto suo non romperebbe l’armistizio, ma le trattative essere superflue, e volere libertà d’azione[102].

Il Ministero inglese, che avea continuato quell’altalena micidiale all’Italia, lusingandone le speranze mentre rassicurava i nemici, allora pure all’austriaco rispondeva, considerare come non avvenuta la fusione, e dava positiva e formale assicurazione che nelle conferenze non pensava sostenere le inqualificabili pretensioni del Gabinetto sardo, ma adottare per base della mediazione l’integrità de’ territorj circoscritti dai trattati[103]: conseguentemente, al re consigliava con istanza di non volersi avventurare ad irreparabile ruina.

Queste cose sapeansi allora come adesso: ma, non che vi si credesse, il Circolo italiano a Torino non vide che «un obbrobrio ministeriale, che umiliazione, che oscillamento nelle parole che il Gabinetto, usurpante il titolo di democratico, poneva sulle labbra del principe; parole desolanti ad ogni buon patrioto»; e provocava una dimostrazione solenne, e mandava alla flotta sarda in Venezia per eccitarla «a non mancare all’appello di tutt’Italia», e giurare com’essi d’adoprare tutti i mezzi per ottenere la Costituente italiana.

Le parole del re e dei Comitati arrivavano in Lombardia, e rinfuocolavano le speranze tanto più, quanto più vi si soffriva sotto la dittatura militare. L’amnistia così piena e incondizionata, accordata ripetutamente dall’imperatore, non lasciava luogo a supplizj o processi per fatti della rivoluzione; ma da un lato s’imposero multe più o meno gravose, e dalle diecimila fino alle ottocentomila lire contro persone che v’aveano preso parte, foss’anche con soli scritti: pena che inviperiva inutilmente, giacchè dai più non si cercò mai nulla, alcuni se ne acquetarono con tenui versamenti. Più pesava lo stato d’assedio, che metteva ad arbitrio delle corti marziali le vite e gli averi; e i molti che erano fucilati o per possesso d’armi o per tentata subornazione o per rapine, consideravansi come del pari ingiustamente colpiti, secondo accade delle procedure sommarie e secrete. Alcuni casi sciagurati crebbero l’esacerbazione. Il 3 gennajo il feldmaresciallo andava ad assistere all’esperimento della scuola di ballo del teatro, e i Milanesi vollero vedervi un’insultante commemorazione del macello d’un anno prima. In occasione della nomina del nuovo imperatore celebrandosi dai militari un Tedeum, una femmina espose tappeti di colori ingrati; e perchè alcuno ne levò rumore, ecco uscire una mano di soldati, torre in mezzo chi primo primo, e menati in castello bastonarli, fra cui sin donne, e persone inoffensive per natura, età e pinguedine.

I Lombardi poi perseveravano nella dimostrazione negativa, schivando di ravvicinarsi ai dominatori se non alla distanza d’una fucilata. Italia tutta fremeva, anche per moda, contro i Tedeschi; i ducati si credeano illegittimente occupati; illegittimamente Ferrara, donde però i Tedeschi, avuta soddisfazione, si ritirarono (18 febb.).

In Piemonte il Ministero, pure col titolo di democratico resisteva alla democrazia. Quando seppe fuggito il granduca, espulso il papa, e che le Potenze vorrebbero ripristinarlo, Gioberti sbigottì; laonde, cercato invano che l’intervenimento fosse soltanto pacifico onde cansare l’obbrobrio di vedere di nuovo dagli stranieri rimaneggiare le sorti nostre, pensava opportuno che il Piemonte si togliesse l’assunto di ristabilire il granduca che l’invocava, e il papa che lo temea; forse la mostra basterebbe a dissipare la resistenza; intanto Italia si avvezzerebbe a vedere dalle proprie armi risolvere le interne quistioni; il Piemonte, col vincere il disordine, ricupererebbe importanza in faccia alle Potenze; e le menti sarebbero sviate dalla guerra contro l’Austria, che prevedeasi inevitabilmente disastrosa.

Erano idee delle meno strane fra i delirj d’allora; le aveva egli pubblicate ne’ giorni di sua maggior popolarità[104], ma adesso repugnavano col titolo del suo Ministero, coll’intemperanza corrente, e colla guerra da esso fatta al Ministero precedente. D’altra parte, se teneasi valevole la votazione universale dei Lombardi per la fusione, perchè non anco quella dei Romani per la repubblica? La Camera, e più le loggie e le piazze che alla Camera imponevano, accolsero come un fratricidio quel progetto; i suoi partigiani rissavano cogli avversi per le vie: ond’egli, sommerso nell’onda, che lo avea sollevato, è costretto rassegnare il portafoglio (21 febb.), toccando il solito salario della popolarità, vilipendio e oblio; denunziato alle Camere, minacciato di processo, gridato traditore, e rinnegato con tanto impeto con quanto dianzi l’aveano divinizzato. Egli non subì l’oltraggio con dignità[105], e nel Rinnovamento civile, mutava d’amici e di nemici, benevolo fin a quelli che più n’aveano meritato il disprezzo (p. 351), e accannito contro gli autori della sua gloria, i fondamenti delle sue speranze.

Colla profonda scienza e massime colla positività filosofica non può combinarsi quel suo voler riunire le cose e le idee più disparate, e sosteneva di non aver cambiato anche dopo mutatosi di punto in bianco: il che i suoi amici qualificavano come uno svilupparsi di concetti, che prima aveva solo in germe. Nel vortice de’ suoi libri invano cerchi una risposta precisa sulle capitali quistioni di letteratura, teologia, filosofia, politica, tanto egli le rinvolge in formole dubitative e cortesi e retoriche, o le professa differenti secondo i tempi. Carezzò nemici, disse per correggerli; osteggiò vecchi amici, disse perchè cambiarono; onde parve e incerto e non sincero: profuse lodi a mediocrissimi, mostrò bisogno d’appoggiarsi ad autorità comechè meschine, perciò scegliendo esempj a caso e immeritevoli, ignorando i più degni e meglio a proposito, e confessando d’avere scritto variamente secondo l’occasione. Ora di Pio IX non sa dir male che basti, e «parrìa che mi contraddica parlando in tal forma di un pontefice del quale a principio celebrai il valore: ma io posso fare una girata dello sbaglio a’ miei onorandi patrioti; perchè, essendo allora lontano e non conoscendo altrimenti il nuovo papa, io fui semplice ripetitore in Parigi di quanto si diceva, si scriveva, si acclamava in Roma e per tutta Italia» (pag. 448). Dell’incensato Carlalberto diceva che «tutti errammo a confidare nella fermezza e sincerità di lui» (pag. 235); e che «quando il Balbo disdisse la lega sollecitato da Pio e dagli altri principi, il male non ebbe più rimedio, e prese corpo quella chimera dell’albertismo, che tanto nocque alle cose nostre: per acquistare Carlalberto si perdette Pio IX. Roma in ogni caso si sarebbe tirato dietro il Piemonte, dove che questo nè avrebbe incominciato senza Roma, nè vinte le sue repugnanze» (pag. 20). Narrando poi i fatti e divisando le opinioni di quei tempi, anch’egli, come fece il Guerrazzi, s’appoggia al fondamento più traballante, i giornali, che danno argomento per ogni partito come per ogni assurdità.

Chi sente qual sia mortificazione per un’anima elevata il riconoscersi impotente al bene, geme vedendo offuscare se medesimo un uomo, la cui parola fu un tratto la parola dell’Italia tutta; cominciato con immensa gloria, finiva col rammarico d’avere tutt’altro che giovato la causa italiana, abbandonato il suo soldo da presidente del Ministero a soccorso di Venezia, ritiratosi senza ricchezze e senza titoli in Parigi all’operosa quiete degli studj, da repentina morte fu côlto in fresca età. Non v’è forse esempio moderno che maggiormente meriti essere meditato, e possa recare più grande istruzione.

Il Ministero sottentratogli, senza alcun nome raccomandabile fuori del generale Colli che vi presedeva, punzecchiato dai Veneziani, dai rifuggiti, dai repubblicanti, dagli stessi costituzionali che di questo tema eransi fatto arma contro il Ministero democratico, dovè promettere anzitutto di rompere coll’Austria, e ne manifestò solennemente le ragioni, conchiudendo: «La guerra dell’indipendenza nazionale si riapre. Se gli auspizj non ne sono lieti come l’anno passato, la causa è pure sempre la stessa; santa come il diritto che hanno i popoli sul suolo in cui Dio gli ha posti; grande come il nome e le memorie d’Italia». Si precipitò l’assetto dell’esercito, il quale ricuperava la disciplina ma non l’entusiasmo; anzi, indispettito ai Lombardi, con uffiziali nuovi sconosciuti, mormorava del vedersi spinto ancora ai cimenti e alle sofferenze. I generali s’erano e mostrati e confessati inetti; sicchè, non potendo ottenerne uno francese, si chiamò comandante supremo il polacco Chrzanowsky, ignoto ai soldati, esoso agli uffiziali per la mortificante superiorità; e allestiti o no, si disdisse l’armistizio coll’Austria. I diplomatici stranieri non sapeano darsi pace di tanto accecamento; Francia, Inghilterra, nulla lasciarono d’intentato per dissuaderlo[106]: ma che valea la ragione rimpetto alla tiranna del tempo, l’opinione? De Ferrari, succeduto (12 marzo) al Colli qual presidente al Ministero, scriveva al Ricci, rappresentante presso il Congresso di Brusselle, non essere più possibile sopperire alle spese della guerra senza farla; la continua incertezza ed inquietudine poter suscitare gravi commozioni, nè la quistione potersi risolvere che col deporre le armi o adoperarle; il primo partito rompeva il vincolo coi Lombardo-Veneti, repugnava all’opinione, e avrebbe cagionato gravissimi sconcj, forse la guerra civile. E infatti che non poteano temere i principi allorchè l’incendio della media Italia lanciava faville anche nella settentrionale?

Disapprovata dalla ragione e dalla diplomazia, questa intima di guerra ebbe dappertutto la sanzione del sentimento; Italia, ottenebrata da sospetti, da ire, da scomuniche, da assassinj, da riazioni, a un tratto si rifece baliosa nella concordia d’un sublime intento; parvero cessare il palleggiarsi delle ingiurie e gli ammazzamenti politici di cui era contaminata ogni contrada di Romagna; i Lombardi deporre quella disperazione, che fa vili quando non fa scellerati; e tutti, pur dianzi sbranati dalle quistioni di municipio, di costituente, di repubblica, di monarchia costituzionale, d’Italia una o d’Italia confederata, trovarsi unanimi nel grido dell’indipendenza. Da Aosta a Siracusa i cuori palpitarono, come un anno prima, di magnanima speranza; alla fiaccamente convulsa Toscana parve trasfondersi il sangue dei martiri di Curtatone; fino i repubblicanti sorrideano all’idea di acclamare l’impero d’Italia, e l’Assemblea romana, fastosamente garrula nella peristaltica inazione, intonava: — Tempo è di fatti, non di parole: dall’Alpi al mare non si dà indipendenza vera, non libertà finchè l’Austriaco conculchi la sacra terra. All’armi, e Italia sia».

Schwarzenberg, ministro dell’Austria, versava la responsabilità di sì grave risoluzione sulla testa di colui che vi era spinto da funesti consigli; ed annunziò ai Governi amici il proposito di drizzare la marcia sopra Torino, e colà dettare la pace, ma non volere acquistare un palmo di territorio[107]. Radetzky, conculcando le abituali convenienze, nella grida di guerra insultava al re (12 marzo), che «un’altra volta stende la mano sulla corona d’Italia. Sleale, spergiuro, micidiale di se stesso, occupato solo a far dimenticare, adulando i rivoluzionarj e il vulgo, i tradimenti del 1821 e diciassett’anni di despotismo, Carlalberto, pari al ladro che coglie occasione dall’assenza del padrone per compiere il furto con sicurezza, invase il paese amico. Io disponevo ancora di forze bastanti a far pentire Milano. Se avessi presentito che la dignità regia doveva in Carlalberto cadere in tanto avvilimento, non gli avrei mai risparmiato l’onta di farlo prigioniero in Milano. La pace che da generosi gli offrimmo, la conseguiremo di forza nella sua capitale. Sarà l’ultima letizia della lunga mia vita il potere nella capitale d’uno sleale nemico fregiare il petto de’ miei prodi commilitoni colle insegne meritate col sangue. Avanti, soldati! A Torino sia la nostra parola d’ordine: colà ritroveremo la pace per la quale combattiamo».

Quest’imperiosa jattanza credeasi mascherasse la paura. Con fierissime minaccie a chi si movesse, abbandonò egli sguarnito il Lombardo-Veneto, fuorchè le fortezze; e con settantamila uomini in cinque corpi e abbondantissime artiglierie si difilò al Ticino (20 marzo), proclamando ai Piemontesi: — Me non anima spirito di conquista: vengo a difendere i diritti del mio imperatore e l’integrità della monarchia, minacciata dal vostro Governo, alleato colla ribellione».

Di rimpatto la speranza degl’Italiani fondavasi sulla insurrezione. I giornalisti assicuravano che Radetzky, obbligato a mantenere l’assedio di Venezia, e vigilare ogni città, pregna di rivoluzione, e avendo migliaja di malati, di pochissime truppe potea disporre, talchè non difenderebbe la Lombardia, ma ritirerebbesi di là dal Mincio; ed annunziavano orrori, quasi tutti ripetendo le stesse frasi.

La Consulta lombarda aveva presentato al re un indirizzo, ove, a nome de’ Lombardi accolti in Piemonte, «e di quelli che fremeano sotto il giogo dell’Austria o andavano ramingando nell’amaro desiderio della patria», lo benedivano e ringraziavano; e «I fatti risponderanno all’aspettazione vostra e d’Italia: all’apparire del valoroso vostro esercito liberatore, i Lombardi si sentiranno rinfiammati di quel coraggio che li sostenne nella sventura, e gli correranno incontro per secondarne le ardite mosse, per dividerne le magnanime prove». L’emigrazione lombarda annunziava: «Centoventimila uomini accorrono per salvare la Lombardia, per riconquistare l’indipendenza, che oramai per noi vuol dire il diritto di vivere. Dal tempo dei Romani in poi, il mondo non vide mai un esercito italiano più numeroso e agguerrito. Esso sterminerà dal sacro suolo della patria il nemico». Il Ministero facea decretare: «Tutti quelli fra i diciotto e i quarant’anni, che si trovano nelle provincie non occupate dal nemico, dovranno immediatamente presentarsi al comandante militare... Chiunque non si presentasse fra cinque giorni dalla promulgazione di questo decreto, sarà considerato come refrattario al servizio militare».

Come non persuadersi che un’immensa voragine si aprisse sotto il passo dell’oppressore? Il Piemonte non pensò dunque a riparare le frontiere, nè preparare a quello un trabocco, a sè uno scampo se entrasse sul territorio sardo. Eransi intimate le ostilità prima d’avvertirne tutt’Italia, la quale non potè accingersi a soccorrere, se anche l’avesse voluto. Lamarmora fu spedito a occupare la Lunigiana, neppure avvertendo il Governo toscano, che indignato minacciò di far sollevare Genova. A Roma il proclama delle ostilità arrivò prima di colui che doveva annunziarle. Venezia non ebbe tempo di allestire tutti i suoi, che avrebbero potuto avvicinarsi a un’ala dell’esercito sardo, e circuire il nemico. Il generale piemontese ignorò, non solo gl’intenti, ma fin le mosse degli Austriaci; anzi sol cinque giorni dopo disdetto l’armistizio egli n’ebbe l’avviso. La maggiore importanza consistea nell’ammutinare la Lombardia, che rumoreggiasse alle spalle del nemico minacciando recidergli la ritirata: un Comitato, detto di lavori statistici, avea avuto l’incarico di prepararlo; Lamarmora dal Parmigiano, Solaroli da Oleggio darebbero mano agl’insorgenti: ma che? appena cencinquanta persone entrarono per Varese e Como, capitanate dal Camozzi, convogliando seimila cinquecento fucili e settemila lire, ma nè un soldato nè un uffiziale regolare che desse sanzione al movimento. Carlalberto fece una cavalcata di qua dal Ticino pel ponte di Buffalora, ma il paese che s’era mosso fuor di tempo nel marzo del 48, nel marzo del 49 stette quieto fuor di tempo, onde il re diede la volta indietro. Mentre lo sfidato procedea risoluto all’offesa, e invadeva il territorio con settantamila uomini e ducento cannoni, gli sfidatori che aveano bandita la guerra nazionale teneansi sulla difesa. Rinnovando gli errori della campagna precedente, erasi disperso l’esercito sopra lunghissima linea da Novara a Parma, talchè Radetzky conobbe facile il separarlo dalla sua base d’operazione che sono Alessandria e Genova, anzichè i Piemontesi separassero lui dalla sua che sono Verona e Mantova. E prima che soccorsi al Piemonte giungessero e neppure si apparecchiassero, una giornata nei piani di Novara (24 marzo) bastò a dare compìto trionfo agli Austriaci.

Le truppe piemontesi disordinate buttansi a saccheggiare Novara: si sparge che Carlalberto tradì, che il Parlamento dichiarò scaduta Casa di Savoja, che Chrzanowsky mandò a morte i generali traditori, battè gli Austriaci, occupò Milano. Ma tutto era consumato. Carlalberto, invano desiderando che una palla il colpisse, abdica e fugge. Se, vinto un’altra volta, avesse subita la pace, rimanea vassallo dell’Austria, debitore di sua corona alla magnanimità del Radetzky, obbligato a espellere dal regno coloro, alle cui speranze avea dato tanti eccitamenti. D’altra parte, se la monarchia sarda fosse caduta, accorreva certamente, se non altro alla partigione della preda, la repubblica francese, portatrice o d’una guerra o d’un esempio che importava rimovere. Ecco perchè Radetzky non si fece difficile, e appena il figlio del re gli si presentò, concesse un armistizio (26 marzo), patto che l’esercito austriaco occuperebbe quant’è fin alla Sesia, e porrebbe presidio misto col piemontese in Alessandria; l’esercito sardo, congedati i corpi lombardi, si ridurrebbe in assetto di pace, e si solleciterebbe una conchiusione.

A Torino s’ignora tutto, e si fantasticano trionfi: confusamente udite le male nuove, il Parlamento chiacchera, fa mozioni e arringhe e invettive; accertate, si cambia il Ministero; notificata poi la mutazione del re, fra gli urli di piazza si dichiara incostituzionale l’armistizio, si chiedono gli estremi sforzi, si vuol guerra, si accusano d’inetti, di traditori i capitani.

È comune l’adoprare la parola tradimento a coprire gli sbagli e impedire lo scoraggiamento; non è raro l’imputare ad uno le ruine sotto cui fu sepolto; ma perfino nella rabbia ripugna il credere a delitti inutili: eppure alcuni non esitarono a sanzionare que’ sospetti, in momenti ove sì facilmente il popolo li traduce in furore.

Da tutti i municipj arrivavano accuse e messi contro del Ministero, contro dei generali, contro del Parlamento. A Genova, in italiani fremiti torcendo la rabbia municipale, si divulga che i Piemontesi sono d’intesa cogli Austriaci per abolire lo statuto, e che marciano insieme sopra Genova (31 marzo), talchè si vogliono le fortezze; vien affidata la città all’Avezzana, esule del 21, con altri eccessivi; si assalta l’arsenale, che con molto sangue è ridotto a cedere; si grida il Governo provvisorio della Liguria; s’invitano i militi lombardi a difendere quella città e lo statuto dai traditori; e ai nemici d’Italia fu nuovamente imbandito il piacere di vedere torcersi contro Italiani le armi che non erano valse contro le straniere.

Il generale Lamarmora, accorrendo da Parma, sorprese i forti, e poichè l’avvicinarsi del corpo lombardo facea temere non ajutasse gl’insorti, si ricorse ai mezzi più terribili, lanciaronsi bombe, e Genova fu presa (11 aprile) per forza, trattata come nemica, principalmente dai soldati che vi stavano dapprima in guarnigione, e che voleansi vendicare degli oltraggi sofferti: sin le relazioni uffiziali confessano trattamenti peggiori di quelli che si attribuivano agli Austriaci: ma i caporioni eransi ritirati; agli altri ben presto si proclamò il perdono, cercando reciprocamente si obliassero «fatti che furono, si direbbe quasi superiori alla volontà umana»[108].

Ad altri gridatori di tradimento, che poteano anche trucidare i Lombardi imputandoli d’avere sagrificato Carlalberto, si diede una soddisfazione, e si declinò il sospetto di complicità, dopo incondito processo fucilando il generale Ramorino (10 aprile), reo non d’avere tradito, ma di inettitudine o disobbedienza, colpa comune a tropp’altri, pei quali egli cadeva vittima espiatoria. Insieme ordinaronsi scrutinj sulle cause del disastro, che ognuno rimbrottava all’altro; e al Ghrzanowsky fu decretato il gran cordone mauriziano[109].

La Lombardia non erasi mossa, o diffidasse, o attendesse gli eventi. Como e Bergamo che aveano preso le armi, lasciaronle cascare al sinistro annunzio. Non così Brescia. Che tante promesse, tante speranze fossero svanite in un battere d’occhio, che il Piemonte non notificasse ch’era impossibile il soccorrerla, parve improbabile: speriamo non fosse che illuso il Comitato di difesa allorchè ingannava il popolo con diversissime novelle di vittorie, per le quali entrò il furore di resistere. Nugent, che era accorso da Mantova, ed erasi già fatto ben volere dalla città, scese per dare le novelle certe, ma fu colpito a morte, e sul suo sepolcro leggesi: Oltre il rogo non vive ira nemica. Il terribile Haynau, venuto da Venezia, bombardò la città (31 marzo) che via per via si difese, e perpetuò col sangue e le lacrime la sua nominanza di prima amica del Piemonte.

Nel qual regno le bestemmie si mutarono presto in commiserazione, poi in inni pel re, il quale alle grandi intenzioni ebbe sproporzionate la potenza del consiglio e l’energia della volontà; sfortunato però anche di lodatori, i quali, col negarne i demeriti, le virtù disabbellirono, mentre degli uni e delle altre faceansi ancora arma a fraterni abbaruffamenti. Era egli fuggito all’estremità occidentale d’Europa, ove fra breve soccombette alle memorie e al crepacuore (28 luglio). Alla deputazione mandatagli dal senato a Oporto, rispondeva: — La Provvidenza non ha permesso che per ora si compisse la rigenerazione italiana. Confido non sarà che differita, e non riusciranno inutili tanti esempj virtuosi, tante prove di generosità e di valore, date dalla nazione; e l’avversità passeggiera ammonirà i popoli italiani ad essere un’altra volta più uniti, se vogliano essere invincibili».

Suo figlio Vittorio Emanuele II trattò della pace; e se era inevitabile quando persin gli amici non parlavano che de’ nostri errori[110], doleva il subire le esorbitanti condizioni che l’Austria imponeva, massimamente in denaro; le si ripeteva di non mettere il re ed i ministri in sospetto alle popolazioni, ma consolidare il principio monarchico, sventuratamente scassinato[111]: dopo lunghissime discussioni a Milano fu stipulata la pace (6 agosto), dove sono riconosciuti i limiti dei due paesi come erano avanti le ostilità, per linea di demarcazione presso Pavia fissando il filone del Gravellone, su cui si porrà a spese comuni un ponte; combinerassi al più presto un trattato di commercio, e per impedire il contrabbando; restano cassate la convenzione 11 marzo 1751, e il decreto aulico 1º maggio 1846 che rincariva il dazio de’ vini di Piemonte; questo pagherà settantacinque milioni per le spese di guerra all’Austria, la quale ritira dal regno le sue truppe. Parma e Piacenza, occupate dai Piemontesi, furono restituite al duca Carlo Lodovico, che ben presto le rinunziava al peggiore figlio Ferdinando Carlo: Modena tornò al giovane Francesco V. Il non essersi, nelle trattative e nella pace, fatto parola contro lo statuto, palesava il nuovo diritto internazionale, per cui nessuna Potenza deve mescolarsi dell’interno ordinamento dell’altra.

I calorosi di tutta Italia s’accoglievano a Roma; i principi spodestati rifuggivano a Gaeta. Il re di Napoli aveva riconvocate le Camere (1848 1 luglio), sconvolte però dal manifesto dissenso de’ ministri, dai tumulti de’ piazzeggianti che gridavano «Abbasso la Costituzione», e dall’esercito che professavasi sostenitore della Costituzione, ma stanco di quei che ne misusavano[112].

Il Parlamento fu prorogato al 1º novembre; e a quell’annunzio le turbe di Santa Lucia prorompono in urli di gioja (8 7bre), ed insultano i deputati; mentre altri lazzaroni gridano «Viva la Costituzione»: la truppa è costretta fare fuoco sugli uni e sugli altri. Eppure il Governo fa rinnovare le elezioni; libere a segno, che il massimo numero sortì avverso alla Corte; nè i giornali la risparmiavano: poi il Parlamento (1849 8 febb.) espose gravami contro il Ministero, che non furono ascoltati; fece leggi che non furono sancite dal re, il quale ben presto lo sciolse, e assunse il governo personale. Non vi resse il ministro Bozzelli, che aveva compilato la costituzione, e che fu proclamato vile e traditore, come chiunque in quel tempo accostò le labbra all’assenzio del potere.

Il re se ne rendeva sempre meno inclinato a condiscendere alle pretensioni de’ Siciliani, che mai non avea potuti sottomettere. Eransi essi tolto a presidente (1848 26 marzo) Ruggero Settimo, il quale si pose attorno i capi della rivoluzione, Mariano Stabile, Riso, Calvi, il principe di Butéra, l’avvocato Pisano, Michele Amari. Risoluti contro gli eccessi, chiudono i Circoli, valgonsi della guardia nazionale per ottenere quiete, mandano per farsi riconoscere dagli altri Governi, e lasciano partire La Masa con cento giovani per la guerra santa, i quali passarono come in trionfo dappertutto, bene accolti dai principi, regalati di filacce e bende dalla granduchessa, a Torino banchettati e arringati: allettati così a pellegrinare cantando anzichè combattere. Abbattute per decreto le statue regie, dichiararonsi scaduti i Borboni (1848 13 aprile); Inghilterra ed altri principi furono contenti dello stacco della Sicilia, purchè essa avacciasse a scegliersi un re, che forse riconoscerebbero; un re domandavano le soscrizioni e le guardie nazionali; e per poco che valesse una corona così incerta, trovava competitori. Era fra questi Luigi Buonaparte[113]. Ma non era ancora il suo giorno e il suo luogo; e poichè allora tutto ventava per Carlalberto, il Parlamento (10 luglio), seduta stante, proclamò Alberto Amedeo di Savoja, tacendo il suo nome usuale di Ferdinando per odio a quel di Napoli. Feste indicibili: ma fu un crescere i sospetti agli altri principi italiani; alfine, sopraggiunti i disastri, il duca di Genova ricusò.

Frattanto surrogano un Ministero (13 agosto), preseduto dal marchese di Torrearsa; quando, caduta Milano, le Potenze suggerivano di riconciliarsi, i Siciliani persistettero al niego; onde il re, non vedendo altra via che le armi, le ingrossò, affidandole al generale Filangieri. Messina avea resistito sempre, in sette mesi mostrando una costanza e un valore, che duole non fossero adoperati alla rigenerazione nazionale. Palermo vi mandava ajuti; ma Filangieri, dopo fiero bombardamento, fu costretto prendere casa per casa in un combattimento durato trent’ore, ove de’ regj rimasero quarantasei uffiziali e mille trentatre soldati. Messina, invano difesa da 15 mila soldati e 150 cannoni, dopo tre giorni di bombardamento e 29 ore di combattimento, cadeva per opera di 6000 soldati, fra cui il 3º reggimento svizzero, con 10 pezzi da 4; con gravi perdite dalla parte dei realisti e poche de’ Siciliani[114]. In Messina tutto andava a fiamme ed eccidio (1849), se i consoli di Francia e Inghilterra non si fossero interposti, chiedendo e quasi imponendo sospensione d’armi, sinchè Francia e Inghilterra decidessero. Allora a torme, come i Lombardi da Milano, dalla desolata patria i cittadini si strascinano fin a Catania e a Palermo, dove il Parlamento rinforza di soscrizioni e decreti per vendicare Messina; ma scarso viene il denaro volontario, e forzarlo non si osa; cercansi gli argenti delle chiese, le cancellate, i candelabri, i tubi del gas, e prestiti forestieri; chiedonsi armati e generali stranieri. Ma le truppe mancano di uffiziali e di disciplina, ed essendo cernite sin dalle galere, sgomentano il paese con rapine ed assassinj; le finanze fanno pelo d’ogni parte; la discordia inviperisce fin tra l’alta e la bassa Camera; ciascun nuovo Ministero perde subito la fiducia, perchè o non reprime i colpevoli o vuole reprimere anche i non colpevoli, e riesce ben lontano da que’ titanici spedienti che ciascuno prometteva quando trattavasi soltanto di parole.

Nè le Potenze straniere ajutavano. La Corte di Torino avea ricusato la corona offerta al duca di Genova[115]; Francia sgradiva il distacco dal regno; Palmerston conchiudeva che non per questo moverebbe guerra al re di Napoli, nè impedirebbe ch’egli la recasse alla Sicilia, ma con parole dissonanti dai fatti, davano lusinghe agl’insorgenti; e gli ammiragli di Francia e Inghilterra sospesero le operazioni militari dell’esercito napoletano, a titolo di umanità e tutto profitto dei sollevati, che poterono procacciarsi armi, vaporiere da guerra, e sistemare l’esercito. Il re mandò da Gaeta un ultimatum (28 febb.), che portava piena amnistia, amplissima costituzione fondata su quella del 1812, salvo ad essi il poter modificarla; Parlamento a due Camere; necessaria la sanzione regia. Quegli ammiragli furono gridati traditori per averla diffusa lungo le coste, e il Ministero siciliano ricusò perfino presentarla al Parlamento «come emanante da un potere, non solo sconosciuto in Sicilia, ma condannato da solenni decreti del Parlamento medesimo»[116]; e «Guerra, guerra» fu l’unica risposta agli ammiragli. Si decreta la leva di quanti sono fra i diciotto e i trent’anni (19 marzo); si disdice l’armistizio, allora appunto che ricominciava la guerra in Lombardia; e cantari e amplessi e tripudj e fiori sugli arrolati; e cinquantamila braccia faticano a scavare un fosso attorno a Palermo.

La guerra trovavasi capitanata ai due estremi d’Italia da due capitani polacchi, Chrzanowsky e Miaroslawsky, il quale sollecitava i preparativi, tenea ben animate le truppe: ma con settemila settecento uomini far fronte a ventimila regolari che assalivano, era impossibile, quand’anche egli non fosse apparso inetto. Vinti dappertutto, la guardia nazionale ricusa persistere nell’inutile resistenza, tanto più dacchè il tracollo del Piemonte restituiva l’Italia alla supremazia austriaca. Il Parlamento adunque declina dai propositi di sepellirsi sotto le ruine della patria; quei che più aveano soffiato nel fuoco, fuggono, per poi dall’esiglio accusare di viltà e tradimento coloro che rimasero; è accettata la mediazione offerta da Baudin ammiraglio francese (26 aprile): ma il re proferisce che «la sua condotta colle città che si assoggettarono, basta a garantire del come tratterà le altre». Pertanto il Governo rivoluzionario rassegna i poteri al municipio; le navi napoletane entrate in porto, intimano sommessione; ne seguono sanguinosi tumulti; chi vuole ammazzare i traditori, già con tal nome indicando i capi rivoluzionarj; chi ancora resiste scompigliatamente. Filangieri acqueta, promette amnistia, eccettuandone quarantatre che lascia partire; condiscende a molte altre domande; infine introduce le truppe regie in città; e l’anniversario appunto della sollevazione di Napoli, l’autorità regia è restaurata (15 maggio). Un maggiorasco di ducenquarantamila ducati premia il Filangieri; e peste, carceri, processi, esecuzioni tengono in freno l’isola come la terraferma.

Piuttosto convulsa che febbricitante, la Toscana persisteva ribelle al granduca, ma il disordine invadeva ogni cosa: deplorabilmente povera la tesoreria; pochissime milizie e indisciplinate, confini indifesi; clero e nobiltà avversi, i democratici triumviri accapigliantisi fra loro; la plebe rompeva ai più insoliti eccessi, guastare la strada ferrata o i fili elettrici, buttare incendj; gli usuraj trafficavano sulle cedole di banco; la concessione comune dell’armi e le bande de’ profughi moltiplicavano prepotenze; intanto si temevano sollevazioni in senso principesco, al modo delle Aretine del 1799. Gli eroi del patriotismo sfogavanlo or calando le campane del bargello per fonderne un cannone; or levando dalla santissima Annunziata una lampada, perchè dono di re Ferdinando; ora minacciando il collegio delle figlie nobili come sconveniente a democrazia. Degli elettori, appena un decimo votarono a nominare i deputati alla Costituente: a Lucca neppur uno; Guerrazzi stesso non la voleva in quell’ampiezza, fosse antiveggenza de’ danni contingibili, fosse ambizione personale, come gli avversarj dicevano. E mentre Montanelli, tutto di Mazzini, volea si proclamasse la fusione colla repubblica romana, Guerrazzi vi si oppose risoluto, nè sì gravi decisioni pareangli da prendersi fra schiamazzi di plebe.

La rotta di Novara dà nuova scossa; vuolsi una dittatura, ed è affidata al Guerrazzi, che arbitro di tutto, con proclami continui e ghiribizzosi opponeasi all’anarchia, frenò la vergognosa indisciplina del Parlamento, mostravasi operosissimo in preparare la difesa della patria, cassava le milizie inutili, spediva ai confini chiunque potesse portare le armi. Allora per accusa, dappoi per difesa si ripetè pensasse ripristinare il granduca: ma se così era, perchè nol fece quand’egli solo padrone? Realmente lo incalzava incessantemente la setta che voleva la repubblica e l’unione con Roma, o piuttosto voleva il disordine e profittarne. Morsicchiato virulentemente da que’ miserabili insetti che cacciansi nelle narici del leone, assalito in piazza con grida di morte, egli stesso nella sua Apologia assicura ch’era ridotto a fare tutto ciò che imponeagli la turba, e singolarmente i Lombardi armati.

Anche l’unico che mostrò vigore era dunque debole.

D’una squadra di Livornesi erasi egli fatto una specie di guardia pretoriana, esecrata per prepotenze e licenze. Alcuni di quella avendo ingiuriata un’ostiera, sono assaliti (11 aprile); presi a fucili, sassate, coltelli, mazze. A grande fatica il Guerrazzi riuscì a metter calma; ma già quei che erano stanchi delle prepotenze, palliate col nome del dittatore, erano prevalsi, e gridavano — Noi vogliamo i galantuomini»; contadini armati, accorrono in città, abbattono gli alberi e le insegne repubblicane; il Municipio, preseduto dal Digny, assume la direzione degli affari, aggregandosi Gino Capponi, Bettino Ricasoli, Carlo Torrigiani, Cesare Capoquadri; e si rintegra il principato (12 aprile). Prima loro cura fu imbrigliare le vendette e salvare il Guerrazzi da morte: tratto in fortezza insieme co’ suoi, tutti vogliono un pelo del leone côlto nella rete.

Se dall’indagine apparve che i reggitori democratici non aveano usato misura nè senno nello spendere, si chiarì pure ch’erano mondi da latrocinj e concussioni[117]. Il Municipio atteggiatosi a Governo, pronunziava avere colla restaurazione voluto «non solo redimere lo Stato dal despotismo d’una fazione, ma salvare il paese dal non meritato dolore d’un’invasione, e il principato rinascente dall’infausto battesimo d’una protezione straniera». E poichè nell’universale adesione della Toscana a gridar viva a chi vince, solo Livorno resisteva, fino a dichiarare interrotta ogni comunicazione colla terraferma, si spedisce a Torino per chiedere un soccorso: e viene risposto, l’avranno se domandato dal duca. Il quale duca, più fortunato di tutti gli altri principi perchè ristabilito dal proprio popolo, per mezzo di Luigi Serristori rimandava proclamando, — Stiano sicuri i Toscani, che porrò ogni studio a risarcirli delle sofferte calamità, e restaurare il regime costituzionale in modo, da più non temere si rinnovino i passati disordini». Ma la spontanea ed unanime restaurazione non rattenne gli Austriaci, coi quali già prima era concertata l’occupazione; il generale D’Aspre invade i confini (24 aprile), e da Massa, Carrara, Pontremoli occupa Pisa, professando venire a rimettere l’ordine, e quella sicurezza «alla cui ombra le istituzioni costituzionali date dal sovrano legittimo potranno gettar forti radici, portare frutti buoni». Livorno che resisteva, fu occupata a forza (22 maggio), coi danni e i micidj inseparabili da un’invasione violenta[118] e dall’impostovi stato d’assedio. E i Tedeschi rimasero nella Toscana in aspetto di conquistatori, fin quando la vergognosa convenzione del 22 aprile 1850 stabilì l’occupazione indeterminata del granducato, che durò fino al 1857. Poi D’Aspre occupava anche Firenze (15 maggio) «come amico, come alleato», ordinandovi il disarmo, e facendosi mantenere. Erasi sperato che le franchigie costituzionali spontaneamente largite dal granduca perchè promesse e meritate (pag. 117), sarieno mantenute a una gente fedele da un principe cui toccava la rarissima fortuna d’una restaurazione popolare; e in fatti quando al Serristori successe un Ministero composto di Baldasseroni, Landucci, Corsini, Capoquadri, Laugier, Boccella, annunziava, governo della Toscana essere la monarchia temperata dallo statuto 16 febbraio 1848, che il principe era risoluto mantenere, sebbene da altri audacemente violato (circolare 1º giugno); al 6 maggio 1852 veniva abolito lo statuto. Non dimenticato.

Restava la Repubblica romana. Abbiamo storie che dicono come tutto vi procedesse con calma, dignità, moderazione, magnanimità, e «implorare la benedizione del cielo sulla guerra della nazionale indipendenza» (La Farina): n’abbiamo altre che denunziano come indescrivibile il disordine nella metropoli (27 genn.), e peggio nel restante paese. Negli uffizj era bisognato collocare persone o senza cervello o senza fama, ritirandosi i migliori; e alle Potenze estere deputare ambasciadori forestieri: il che non poco screditava la repubblica, mostrando i nuovi essere peggiori de’ funzionarj contro cui si era declamato. Parole, discorsi, indirizzi infiniti, ma scarsi atti, e improvvide deliberazioni, prese col sigaro in bocca e fra un andare e venire di giovinastri. Le relazioni degli agenti esteri parlano di continui assassinj commessi in pubblico, al cospetto de’ soldati, talvolta dagli agenti stessi della Polizia: orribili atrocità sarebbersi commesse anche freddamente a Roma, da gente facinorosa: gli atti stessi con cui si tentava reprimerli, ne provano la moltiplicità. Alla nuova della disfatta di Novara, crebbero qui pure l’impero e la risoluzione d’accorrere a ripararvi, a salvare coi repubblicani l’Italia tradita dai re; e si affidarono poteri dittatorj a Mazzini, Saffi, Armellini. Il vulgo intanto ne prendeva occasione a inferocire; insorto ad Ancona trucidò molti, e non v’era chi lo punisse: colà e a Macerata, ad Osimo, a Sinigaglia, dove principalmente si perseguitò la famiglia Mastai, una setta che s’intitolava Infernale, proponeasi di purgare lo Stato da tutte le persone avverse alla repubblica e che questa contaminassero coi vizj, e trucidò un cavaliere Baldelli, i marchesi Nembrini e Censolini, il capitano Del Pinto, il canonico Specchi ed altri «come inonesti ed immorali»[119].

L’indignazione arrivò al colmo da che si seppe avere il papa invocato gli stranieri. Il Ministero cercava modi di difesa; pose la guardia nazionale sotto alla commissione di guerra; creò altri ducencinquantamila scudi di boni del tesoro, iniquamente dichiarando infruttiferi quelli emessi dal Governo pontifizio; ingrossò del 25 per cento il prestito forzoso a coloro che fra sette giorni nol pagassero: ma le finanze erano nell’ultimo sconquasso, che naturalmente attribuivasi ai precedenti Ministeri.

La Costituzione allora compilata (17 aprile), oltre le garanzie consuete, portava abolite la confisca e la pena di morte; il popolo fa le leggi mediante i suoi rappresentanti; il potere esecutivo è affidato a due consoli biennali; tutelano la Costituzione dodici tribuni quinquennali inviolabili e rieleggibili; il diritto di pace e guerra risiede nell’Assemblea, indissolubile, triennale, e dov’è elettore ed eleggibile ogni cittadino di oltre ventun anno; i consoli sono responsali anche l’uno per l’altro, hanno diritto di grazia e facoltà d’eleggere i funzionarj. Alle Potenze diramavansi manifesti, sfavillanti d’eloquenza, speciosi di ragioni; uditi, non ascoltati: e declamazioni contro il tradimento del Piemonte e le riazioni della Toscana.

Di rimpallo da Gaeta protestavasi contro ogni atto della Repubblica, e singolarmente contro l’usurpazione de’ beni ecclesiastici, e l’arresto dei vescovi di Fermo, d’Orvieto, di Civitavecchia, accusati di tramare una controrivoluzione; di frati, supposti autori di scritture sommovitrici, e condannati alle galere. In fatto molte terre rivoltavansi gridando il nome del pontefice, altrove cozzavansi papalini con repubblicani.

La rotta di Novara aveva elevate le pretensioni principesche, fin a domandare l’incondizionata rintegrazione del dominio papale; onde altro scioglimento non rimaneva che l’intervenzione forestiera. Ben merita si indaghi perchè, fra tanti troni scossi e principi sbalzati in quell’anno, solo il papa eccitasse l’universale interesse; scismatici ed eretici come cattolici, principi come repubbliche, Russia e Prussia come Spagna e Francia si offersero a ristabilirlo; da tutta Europa non solo, ma dalle altre parti del mondo, dalla Cina, dall’Oregon, vescovi, Governi, privati, spedivano condoglianze al pontefice ed esibizione di ricovero[120] e sussidj di denaro quando i consueti gli erano mancati. In Francia la rivoluzione romana vi avea perduto le simpatie appena trascese, tutti vedendovi operare colà gli stessi che aveano sovvertito Parigi; molti dipartimenti fecero indirizzi al pontefice; Avignone gli rammentò l’antica residenza; ed essendosi sparso che egli arrivava in Francia, l’Assemblea nazionale interruppe i suoi lavori per decretare i modi di riceverlo, e lasciare campo di corrergli incontro; Marrast, che vi presedeva, «assicura il nunzio che la Repubblica si terrebbe fedele alle tradizioni che palesarono la Francia ospitale ai grandi infortunj, e ossequiosa alle più nobili»; Thiers e Montalembert all’assemblea francese, Donoso Cortes al congresso di Spagna, lord Lansdowne al Parlamento d’Inghilterra eccitavano a sostenere la più santa e rispettabile debolezza, quella dell’oppresso e dell’innocente.

Al primo annunzio della uccisione di Rossi, erasi in Francia pensato accorrere, e domandossi al Parlamento un milione e ducentomila lire. Che se Ledru-Rollin detestava questo spegnere una repubblica sorella, mentre l’articolo quarto della Costituzione portava: «La Repubblica francese rispetta le nazionalità forestiere, non adopera mai sue forze contro la libertà di verun popolo»; Thiers rispondeva essere follia sperar libera l’Italia senza guerra, e guerra non poteano assumersi i Francesi, tanto meno per una nazione che non combatte, e che sta in mano di ridicoli arruffapopolo. Odilon-Barrot ed altri in maggior fama di liberali incalorivano a una spedizione, non per istrozzare le istituzioni democratiche, anzi per consolidarle nella penisola, e farvi rispettare la sovranità del popolo, mettendolo in grado di governarsi da sè col sottrarlo a una fazione assassina, e per bilanciare coll’ingerenza francese l’illimitata austriaca[121]. Anzi il soccorrere o no l’Italia divenne occasione d’una nuova sommossa in Parigi, che vinta, crebbe solidità al Governo, e alla parte che, coll’affisso di cattolica, zelava il ricomponimento della quiete dentro e fuori.

Il Buonaparte, munito dalle antiche aderenze di sua casa e da un nome storicamente famoso, ottenne col suffragio universale la presidenza della Repubblica francese; e professatosi restauratore dell’ordine e della pace, mandò assicurazioni ed offerte al papa, e propose d’intervenire coll’armi, unico modo d’assestare la media Italia, e impedire che ivi pure onnipotessero gli Austriaci.

Questi, comandati da Wimpfen, entrano in Ferrara e in Bologna che di nuovo oppose resistenza, e postone a governo militare il Gorgowsky, dissipate una resistenza coraggiosa del Garibaldi e le inette del Zambeccari non secondate dalla popolazione, occupano senza fatica tutte le altre città di Romagna, ripristinandovi il dominio papale e la legge stataria: e il ministro d’Austria dichiarava proporsi unicamente di soddisfare ai voti del santo padre, identici con quelli del mondo civile, il quale non può soffrire che la libertà e indipendenza ne siano distrutte da una anarchica fazione.

Il presidio d’Ancona resistette ben venticinque giorni, finchè la popolazione domandò la resa, stanca di vedersi insanguinata da civili assassinj. Altri Austriaci dalla Toscana, occupata senza difficoltà, accennavano ingrossarsi a Foligno, e per Val di Tevere congiungersi negli Abruzzi coi Napoletani. Questi avanzarono grossi verso Velletri, e se non era un duro cozzo opposto dalle bande di Garibaldi, arrivavano sopra Roma, munita solo di frasi. Gli Spagnuoli sbarcati a Fiumicino, mossero per l’Umbria superiore; ma nè questi nè quelli contarono nel decorso de’ fatti, tutti dovuti alla Francia.

Questa conservava ancora il nome di repubblica, sicchè sapeva di strano che intervenisse a spegnere una Repubblica, e parve ella stessa vergognarsene col parlare benevolo mentre operava ostile. Oudinot, comandante la spedizione di solo ottomila uomini, da Marsiglia proclamava (20 aprile): «Il Governo, risoluto a mantenere dappertutto la nostra antica e legittima influenza, non ha voluto che i destini italiani possano essere in balìa d’una Potenza straniera, e d’una fazione in minorità. Soldati, inalberate la bandiera di Francia sul territorio romano, affinchè l’Italia deva a voi quel che la Francia seppe conquistare per se stessa, l’ordine nella libertà».

E giunge a Civitavecchia (25 aprile), non dissimulando di volere stabilire il Governo pontifizio, rinettato come già era dagli abusi, e sbarca fra le grida miste di «Viva la Repubblica francese, viva la Repubblica romana»; ma subito dichiara non essere venuto a sorreggere un Governo non riconosciuto, bensì a rannodare tutti gli amici dell’ordine e della libertà: parole inefficaci, come le pompose con cui i repubblicani cercavano insinuare ai soldati francesi di far causa con loro, vedendo l’ordine e la felicità che regnava nello Stato. Qui un turpe intralcio di promesse e negazioni e contraddittorj manifesti, la cui necessità non iscagiona Oudinot, il quale mettea fuori un proclama.

E cresciuto di truppe, batte la marcia su Roma (21 maggio). Ma dodicimila Romani irregolari affrontano i sedicimila Francesi, e per nove ore sostengonsi tanto, che questi «reputano prudente ritirarsi la notte». Tale vittoria di gente che non combatte, acquistò rispetto e migliorò la situazione del Governo[122]; nell’Assemblea di Francia si imprecò ai ministri, che i soldati di Francia mutavano in gendarmi dei despoti, e faceano esecrare la nazione quanto i Croati: ma i ministri trovarono scappatoje, e spedirono Lesseps a proporre che i Romani invocassero la protezione de’ Francesi, riservando al popolo libertà di risolvere sulla forma di governo, e garantendo da ogn’altra invasione straniera. L’Assemblea romana rispondeva, dolerle non sia ne’ suoi poteri di accettare i termini proposti; lunghi furono i parlari: Lesseps consentì forse più che non portasse il suo mandato; Oudinot disdisse gli accordi: perocchè quello teneva sue istruzioni dal Ministero, questo da Luigi Buonaparte[123]. Il quale l’8 maggio aveagli scritto: — Io sperava che gli abitanti di Roma, aprendo gli occhi all’evidenza, riceverebbero un esercito che veniva con una missione benevola e disinteressata. In quella vece i nostri soldati furono ricevuti nemicamente: l’onor nostro militare è impegnato, nè soffrirò che sopporti smacco». Così per punto d’onore la Repubblica francese impegnavasi in una guerra di popolo, deplorabilissima per l’Italia. Ben presto seppesi che una nuova Assemblea aveva approvato la spedizione di Roma, e detto di voler ripristinarvi il principato ecclesiastico. «Coll’uccidere la Repubblica romana vogliono farsi scala a uccidere la francese», gridarono i sommovitori, e spinsero il popolo di Parigi ad un subbuglio; ma assaliti senza pietà, resta affogato nel sangue l’ultimo grido che si levasse a favor di Roma.

L’esercito francese presto ebbe occupato Monte Mario e la villa Pamfili, con cinque batterie di campagna, una d’assedio; ricevette rinforzi e minatori, sin a contare trentaseimila uomini, otto squadroni di cavalli, sessantasei bocche d’artiglieria. I Romani armavano quattromila novecento uomini di fanteria regolare, seimila settecento d’irregolare, ottocentottanta cavalli, centotto bocche d’artiglieria, ma molte inservibili e con esse doveano difendere una mura che gira venti miglia. Lisabe, Sterbini, Cernuschi, lepido e intrepido commissario delle barricate, non requiavano da ordini e decreti, demolire e munire, far dal popolo e dalla guardia civica giurare di morire piuttosto che cedere. Il padre Ventura, filosofo e religioso men accomodante del Gioberti, studiava le guise di conciliare la democrazia col papato, allegando che prima del 1796 il papa non era che patrono d’un aggregato di liberi municipj, talchè diceasi «La santa Chiesa di Dio e la Repubblica dei Romani»: ma il padre Gavazzi e l’abate Dall’Ongaro eccitavano alla difesa della Repubblica come ad opera santa; la principessa Belgiojoso allestiva spedali, a cui le monache somministravano filacce e bende; i declamatori, che allora diceansi missionarj, apostolavano la guerra di Dio e del popolo: e chi potrà ripetere quante si prodigassero parole e mozioni da que’ che non voleano combattere? quanto si spingesse a infocolar l’odio contro il papa? Ciciruacchio andava pei palazzi in cerca delle preziosità, anche di quelle che non poteano servire a fare moneta per Dio e il popolo; oggi progettavasi di bruciare tutti i confessionali; domani, a pretesto di difesa, correasi a disertar le ville, e nella Borghese abbattere quegli alberi secolari, sotto cui la plebe romana solea venire a ricrearsi a spese dell’odiata aristocrazia. Qual tripudio quando in una casa stanavasi un Gesuita, vestito d’altre divise perchè le sue erangli proibite! Fu volta che si colsero alquanti vignajuoli, e come gesuiti mascherati vennero dal popolo fatti in minuzzoli: un prete, per accusa d’avere sparato contro il popolo, fu trucidato a furia: ai vescovi era colpa il carteggiare con Gaeta, quasi là non fosse il loro capo spirituale: un Zambianchi forlivese arrestò nelle provincie quei che credeva avversi alla Repubblica, e chiusili nelle catacombe di San Calisto, ivi li processava e uccideva compendiosamente, finchè i triumviri mandarono a sospendere quel macello, e liberarne dodici frati e preti. Se gli uccisi fossero centinaia o soli sette è varia fama; ma basta pel vituperio suo, e di chi non sapea che «offrirlo all’esecrazione della patria».

Senza esercito regolare nè sperimentati capitani nè buoni artiglieri, eroi improvvisati fecero costar caro l’acquisto della città eterna: fu ammirato uno stuolo di giovani lombardi, che, sebbene alieni dal dogma di Mazzini, pure credettero dell’onor nazionale il combattere e morire; e vi perirono Luciano Manara che li capitanava, il poeta Mameli genovese, il vicentino Zampieri, i milanesi Emilio Morosini, Enrico Dandolo, il cui fratello narrò le loro imprese con quella calma affettuosa che persuade e guadagna gli spiriti.

Mentre questi faticavano, combattevano, morivano, i triumviri e l’assemblea, per far anch’essi qualche cosa, peroravano, decretavano, riformavano, faceano provvedimenti, che atteggiavansi da eroici anche quando insinuati da paura o adulazione della plebe tumultuante; come di dispensare i giovani da esami e studj per ottenere i gradi accademici, di spartire fra’ poveri tutti i beni ecclesiastici, di attenuare il prezzo del sale, di ricoverare la plebe ne’ conventi, restringendo in modeste abitazioni i frati e le monache, le cui masserizie erano date agli asili dell’infanzia; e al popolo dicevano: — Perseverate, voi difendete in Roma l’Italia e la causa repubblicana del mondo». Fra ciò anatemizzavano il papa, la Francia, i traditori, e proseguivano «con calma e dignità maravigliosa l’opera legislativa» (La Farina), come Dio sul Sinai dava la legge tra il fragore delle procelle.

Oudinot, compiti i preparativi dell’assedio (13 giugno), invita ad accettare l’amicizia di Francia; ed ha per risposta «preferirsi la morte all’oppressione». Allora comincia il fuoco, e palle e bombe colpiscono i monumenti sacri all’arte ed alla religione, invano reclamando i consoli esteri, invano esclamando il Governo, — I giovani uffiziali, i nostri improvvisati militi, i nostri uomini del popolo cadono sotto il vostro fuoco gridando, Viva la Repubblica! I prodi di Francia cadono sotto il nostro, senza grido, quasi disonorati; non uno che, morendo, non dica ciò che uno de’ vostri disertori ci diceva quest’oggi: Proviamo in noi stessi qualche cosa, come se combattessimo contro fratelli».

Infervorata l’oppugnazione, la mura fu superata; eppure si continuò a combattere, pronunziando, «Roma rovini piuttosto, ma si difenda in Roma la dignità della stirpe italiana»[124]; poi fu dato l’assalto generale dopo trenta giorni d’assedio, ove i Francesi perdettero mille uomini (30 giugno), fra cui cinquantasei uffiziali, e forse il triplo noi. Il Triumvirato rassegnava i poteri all’assemblea: questa dichiarava cessare da una difesa divenuta impossibile, ma si radunò in Campidoglio a proclamare la allora compita Costituzione, ad ogni articolo urlando «Viva la Repubblica», intanto che i Francesi entravano (3 luglio), ricevuti dalle grida di «Morte a Pio IX! via gli stranieri! morte al cardinale Oudinot!» Perocchè quel che cogli Austriaci non osavasi, qui si continuò, di far proteste e dimostrazioni e sciorinare bandiere: un prete che applause, fu lì lì ucciso e sventrato.

Alfine vi è stabilito il governo militare e il disarmo di tutti, giacchè non finivasi di assassinare Francesi; insieme Tedeum, e panegirici a Oudinot «stromento della Provvidenza, che avea compito un’opera sociale e religiosa, liberalo Roma dalla tirannide straniera»[125]; e il titolo di cittadino romano per parte del Municipio, e una spada per parte degli amici dell’ordine, e il gran cordone dell’ordine Piano per parte del papa immortalarono il capitano, che le bandiere repubblicane sospese in Nostra Donna di Parigi. Colà l’Assemblea nazionale votava ringraziamenti all’esercito e ai capi di esso, che hanno saputo sì bene conciliare i doveri della guerra col rispetto dovuto alla capitale del mondo cristiano: e Luigi Buonaparte, inviando ricompense a Oudinot, l’incaricava di esprimere alle truppe com’egli «n’avesse ammirato la perseveranza e il coraggio nel conservare il prestigio della bandiera francese»: il ministro della guerra assicurava quei soldati che «i loro compagni rimasti in Francia invidiavano il posto d’onore che ad essi era toccato in sorte».

I triumviri ritesserono il viaggio dell’esiglio e le lunghe trame: i conti della finanza trovaronsi limpidi; nelle casse cinquecennovantasettemila scudi; la carta rilasciata dal Governo repubblicano non sommava neppure alla metà di quella decretatagli. Anche gli altri capi passarono in Isvizzera, in Francia, in Inghilterra; Canino da principe romano ben presto mutavasi in principe imperiale: Garibaldi invitava a seguirlo chi fosse disposto a fame, stenti, battaglie per trasportare la guerra nella campagna; e formato un grosso corpo, tentò aprirsi la via per l’Appennino sino a Venezia; ma rincacciato in Toscana dagli Austriaci, sgomentava sin quei che l’amavano con quella banda d’ogni gente, età e figure, lacera, lorda, a colori e foggie strane, carichi d’armi, di pennacchi, di barbe; scioltala poi e travestitosi, fu assai s’egli riuscì a camparsi alla riviera genovese. De’ suoi, molti furono presi, com’anche il padre Bassi, che a Bologna fu passato per le armi, dicesi con segni di gran pentimento: e pare in quella ritirata perisse anche Ciciruacchio. Molti de’ congedati piantarono una colonia a Bahía Bianca fra i Patagoni, con una Roma e il Tevere e il Pincio e l’Aventino, e non senza i delitti della nascente Roma, perocchè assassinarono fin il loro capo Salvino Olivieri.

Tu sola ormai, povera Venezia, tu sola reggevi; eppure, come all’altra tua caduta, t’insultarono, non già i nemici che appresero a rispettarti, ma i sedicenti amici d’Italia, perchè portasti il nome di repubblica senza contaminarlo, perchè meno di tutte le altre insorte avesti delitti e disordini: chi altro non potea rinfacciarti, t’apponeva d’esserti mostrata veneziana più che italiana, municipale più che nazionale. Ma in tempo di rivoluzione chi si cura d’appurare la verità? chi ancor meno di sostenerla?

L’armistizio di Milano non faceva cenno di Venezia se non come di città appartenuta all’Austria; dimenticando che s’era redenta con regolare convenzione, poi liberamente fusa col Piemonte. Per questo abbandono proruppe il malcontento, e dichiarando rotto ogni legame colla Sardegna, un’altra volta Venezia si trovò libera di sè, e un’altra volta (20 agosto) scelse il Governo a repubblica; e Manin, assumendo i pieni poteri col colonnello Cavedalis e l’ammiraglio Graziani, proferiva non doversi avere alcun colore politico, ma occuparsi solo della quiete interna e della difesa esterna. Era dunque un Governo di mera conservazione; e Manin (21 agosto), in una memoria a Palmerston, capolavoro di limpida, calma e piena esposizione, annoverava il diritto storico di Venezia alla propria indipendenza, e come l’avesse acquistata nel marzo: «non avendo tradizioni monarchiche, non aristocrazia ricca, istrutta e possente, proclamò la repubblica democratica, cioè quel governo che legalmente esisteva quando l’iniquo trattato di Campoformio costituiva di fatto l’austriaca dominazione. Ma Venezia intendeva operare, non secondo interessi e ambizioni municipali, bensì per l’interesse comune di tutta Italia; perciò ripetutamente dichiarava che il reggimento da lei proclamato era affatto provvisorio, e che, finita la guerra d’indipendenza, i rappresentanti di tutte le popolazioni italiane avrebbero deciso sul compartimento territoriale e le forme governative, secondo che dal comune italiano interesse fosse richiesto».

Ma oggimai il punto non stava nel liberare l’Italia, bensì nel tenersi a galla tra il naufragio universale, e forse aver buoni patti nelle conferenze di Brusselle. Bastide, il più liberale fra i ministri della Repubblica francese, avea preso appiglio dall’Italia farà da sè, per non soccorrerla, dicendo che, se fossero stati richiesti in tempo, i Francesi sarebbero accorsi, mentre non se n’era mostrato che paura[126]. Venezia invece era incolpata dagli Italianissimi d’avere fin dall’origine sperato nella Francia; ora essa Repubblica ricorreva ad una Repubblica; il Governo di Francia, sollecitato da Tommaseo e Mengaldo, vedea volentieri un’occasione di far contrappeso al funesto armistizio, e di mostrare che non era finito tutto, serbando così titolo d’interporsi[127]. Ma essendosi intanto suggerita la mediazione pacifica, si richiamarono i tremila uomini, de’ quali erasi ordinato l’imbarco.

Il barone Wessenberg (6 7bre) al signor La Tour incaricato degli affari di Francia, mostrava il diritto che, malgrado l’armistizio, all’Austria competeva di sottomettere Venezia: pure prometteva che, se questa e qualunque altra parte del Veneto non ancor occupata ritornassero al dominio austriaco, avrebbero intera amnistia, e le istituzioni liberali, fondate e calcolate sulla nazionalità, che l’imperatore si obbligò di dare alle provincie lombardo-venete. E il 10 settembre insistendo presso il visconte di Ponsonby, ambasciadore inglese, perchè il Governo sardo cominciasse le trattative di pace, soggiunse: — L’Austria, limitando le proprie esigenze allo stretto diritto, allo stato di possesso garantitole dai trattati, e obbligandosi di dare alle sue provincie italiane le istituzioni più liberali, fondate sulla nazionalità della loro popolazione, offerse tutte le agevolezze che se le poteano chiedere per giungere alla pacificazione».

A Venezia trovavano bel campo quelli che voleano fare l’eroe con poco rischio, sebbene i veri prodi sapessero cogliere occasioni di mostrare valore nelle sortite. Mentre questi mostravansi disposti a sostenere il giuramento di perire abbracciati all’ultimo cannone che sparasse contro lo stendardo giallo e nero, si arrabattavano gl’irrequieti e gli appaltoni di tumulti e dimostrazioni; moltiplicavano feste per tutte le vittorie che si sapeano o fingeano, feste per dedicare i vecchi caffè al nome del padre Bassi, del padre Gavazzi, dell’avvocato Zannini, feste pel vicino arrivo di centomila Ungheresi, che, sparpagliato l’esercito austriaco, accorreano a liberare l’Italia. Alcuni de’ più fervorosi, come i poeti Revere e Dall’Ongaro veneti, Maestri lombardo, Mordini toscano, clamorosamente insistevano perchè il Governo s’intitolasse lombardo-veneto; Correnti predicava il Piemonte. Proclamatasi la Costituente italiana, davasi aggravio al Manin di non secondarla, di comprimere, anzichè eccitare gli spiriti: cartelli sediziosi e giornali virulenti l’attaccavano: stanco de’ quali, il popolo gridava viva a Manin, e morte al Sirtori, animoso lombardo, che credeasi consigliatore di estremi: i caffè denunziavano come spie gli scalmanati; certo rendeano impossibile il governare, finchè Manin osò quel che nessun altro, mandarli via, e subirsi le taccie di tiranno, d’inquisitore di Stato.

All’annunzio che il Piemonte tirava di bel nuovo la spada, Manin rispose lietamente, cercando accorressero al campo quei che inutilmente sbraveggiavano per piazza; Pepe proponeva che l’esercito sardo si dividesse in due, e mentre l’uno proteggeva da Alessandria i confini, l’altro volgesse a Padova, e si congiungesse col veneto, ch’egli in fatto dispose per raggiungerli a Rovigo, e prendere gli Austriaci di fianco: ma si seppe all’istante medesimo la mossa e la rotta. Haynau, grondante del sangue di Brescia, corse a intimare a Venezia che omai cessasse da un’inutile resistenza, quando ogni speranza era caduta; ma l’Assemblea decretò (2 aprile): — Venezia resisterà ad ogni costo. Manin è investito di poteri illimitati». Il decreto fu impresso in medaglie; e di fatto la Donna adriaca mostrò l’eroismo degli ultimi giorni, come Milano avea mostrato quello dei primi. Radetzky, vincitore del Piemonte, venne a posta a Mestre «per esortarvi un’ultima volta, coll’olivo in una mano se date ascolto alla voce della ragione, colla spada nell’altra per infliggervi la guerra sino allo sterminio se persistete nella ribellione»: ma il presidente non potè che notificargli il decreto dell’Assemblea.

Perchè non fossero sole parole, bisognò pensare seriamente alla difesa. In ottocentomila lire consistea tutta la ricchezza della Repubblica quando fu proclamata, nè proventi offriva una città senza territorio, senza commercio: eppure tre milioni al mese voleansi per le spese. Si chiesero gli ori, e volenterosi li diedero i signori: nè fu mestieri di provvedimenti, quali fece la grassa Lombardia, di sospendere i pagamenti del Monte e toccare il deposito dei pupilli; si aperse un prestito di dieci milioni con ipoteca sui palazzi pubblici; ma sebbene per le terre italiche si facesse un gran parlarne in prosa e in versi[128], e un gran sottoscrivere centinaja di migliaja di lire, appena mezzo milione vi arrivò: stabilita una banca, che emise biglietti di corso forzato; il Comune venne a sussidio o garanzia, mentre i privati offrivano cambiali, letti, vesti, biancherie; dipoi il Piemonte vi decretò seicentomila lire al mese, ma presto dovettero cessare.

Europa ammirava quella magnanima, pure non la soccorreva. Le difese di Venezia abbracciano da settanta miglia, divise in tre circondarj: il primo dalla città va a Fusina, poi per Malghera giunge alle Porte grandi del Sile, girasi a Treporti, finisce a Sant’Erasmo, con diciannove forti sopra quarantadue miglia: il secondo è la linea di Lido, dalla punta San Nicola a Malamocco, Alberoni e fin all’estremità de’ Murazzi di Palestrina, per venti miglia con tredici forti: il terzo abbraccia Chioggia e Brondolo sin alla foce della Brenta con sei porti. È dunque tenuta inespugnabile da chi non sia provveduto di buona flotta: il ponte meraviglioso, che con ducenventidue archi unisce Venezia al continente, opera appena finita l’anno avanti, fu rotto e fortificato[129]: i pozzi artesiani di recente trivellati, supplirono al difetto d’acqua.

Trentamila Tedeschi, liberi omai da ogn’altro nemico, circondavano la laguna col generale Haynau e con tremendo materiale d’assedio, mentre la flotta austriaca si affacciava ai Murazzi. Il genio, l’artiglieria, gli zappatori austriaci ebbero a sostenere sforzi portentosi onde macchinare via via i mezzi di attacco: intanto che gli eroi improvvisati di Venezia profittavano della docilità della popolazione e della conoscenza dei luoghi per respingerli; e se la flottiglia avesse ella pure messo altrettanto d’ardore e di costanza, forse non bastavano i tesori e le ventimila vite che l’Austria dovette scialacquare per recuperare Venezia, a più caro prezzo che non le fossero costate le due campagne di Piemonte.

Il forte di Malghera, difeso con perseveranza eroica, fu forza abbandonarlo (27 maggio): e rotte le trattative, e dissipata ogni speranza su forestieri, pure si volle resistere, sovrapponendo alla guerra il generale Ulloa napoletano, il Sirtori milanese, il veneto Baldisserotto. La nuova dittatura pareva elidere la prisca, ma l’amor patrio evitava gli urti, e Manin seppe imbrigliare gli scalmanati, affrontava non solo le bajonette, ma che, più costa, le ingiurie e i vituperj de’ falsi patrioti: egli solo fra i governanti dell’Italia conservossi non soltanto, ma ricuperò la devozione del popolo; i barcajuoli gettavano i berretti e se medesimi sotto a’ suoi passi quando andava all’arsenale; e mentre tutt’altrove il potere sbolzonavasi da una mano all’altra, egli il tenne fino all’estremo.

Il ministro De Bruck, notissimo ai Veneziani perchè anima e testa della società triestina del Lloyd, venne a trattare[130]: e i nunzj di Venezia vollero conoscere la costituzione che l’imperatore d’Austria prometteva ai Lombardo-Veneti; e la dispettarono, perchè le cariche amministrative non erano tutte serbate a Italiani: perchè i diritti fondamentali poteano essere aboliti in tempo di guerra o sommossa; perchè la parte più importante della legislazione veniva riservata al Parlamento viennese, anzichè all’Italico; perchè non creavansi eserciti nè flotta italiani, nè si stabiliva rimarrebbero in paese.

Così Venezia, incolpata allora e poi di municipalismo, fu la sola che, quantunque abbandonata dalla flotta sarda e dai sussidj fraterni, e bloccata sempre più strettamente, in quegli estremi trovasse coraggio per discutere sulle franchigie, promesse al regno lombardo-veneto.

Ma il tempo dei patti era passato; e compresse tutte le rivolte e tutte le speranze, Radetzky intimava d’arrendersi a discrezione. Al 28 luglio arrivarono le palle fin presso la piazza, lanciate dalla distanza, fin allora insuperabile, di cinquemila ducento metri. Dal quartiere di là da Rialto si stivò allora la gente in quel di Castello, serenando sotto le procuratie, e principalmente ne’ giardini pubblici; la fame s’incrudiva, dovendo misurarsi a miccino un miserabile e schifoso alimento: poi più non restava un tozzo di pane, non un sacco di farina, e il mare era chiuso. Gli animi conservavansi tranquilli e fin sereni: ma nei corpi illanguiditi imperversò il cholera, che straziava i feriti nello spedale e la plebe accumulata, e in un mese seimila seicentrentaquattro persone colpì, n’uccise tremila ottocentrentanove. Di fuori giungevano notizie sempre più sconsolanti; caduta la Sicilia, caduta Roma, agonizzante la repubblica francese negli abbracci napoleonici: erasi sperato nell’Ungheria, poi, mentre s’aspettavano gli eserciti promessi da Behm e Kossuth, si seppe anche quella rivoluzione soccombuta alla fortuna dell’Austria e, solita canzone, ai tradimenti. Non era più costanza ma ostinazione il resistere, e l’Assemblea decretò si trattasse col nemico (22 agosto). Radetzky consentiva piena amnistia, solo obbligando alcuni a partire; si conserverebbe valore alla carta moneta comunale, spegnendola a carico della città stessa[131]; nessuna multa di guerra.

I disfrenati che suscitavano tumulti quand’era bisogno di ordine e calma, cercarono insozzare quell’agonia col volgere l’ira del popolo e fin i cannoni contro Manin, gridato traditore; ma egli potè ancor una volta, mediante il popolo, imporre alla ciurma battagliera e scrivacchiante; e arringato dal solito balcone del palazzo ducale verso Piazzetta, scende colla spada in pugno, e dissipa i tumultuanti; essi rannodansi a Santa Lucia, ed egli con pochi gendarmi e Svizzeri, di cui erasi fatta una guardia, va a disperderli senza sangue. Allora, rassegnati i poteri, avviossi all’esiglio, dopo perduta una ricchissima clientela e i pochi averi suoi: ventimila lire gli furono decretate dal municipio, in benemerenza della mantenuta quiete; or vive di fare scuola, e gli eroi gli ammanniscono il pane dell’insulto.

Il 28 agosto l’aquila bicipite sventolava ancora dai pili di San Marco.

Notes in this chapter

Note 1 · «Eppure nessuno volle prestar fede alle dolorose rivelazioni, perchè gli uomini da cui erano fatte non ispiravano confidenza (!). Ove ciò noNote 2 · Dispaccio al marchese Ricci, 11 dicembre 1848.Note 3 · Nell’Opinione del novembre 1848, si legge: «Signor ministro dell’interno, sapete voi che un vivajo di spie Radetzkiane e Pachtiane formicolaNote 4 · Dispaccio di Schwarzenberg, 12 febbrajo 1849.Note 5 · Dispaccio 14 marzo di Palmerston a Ponsonby.Note 6 · Gioberti, negli Scritti varj intorno alla quistione italiana, stampati nel 1847, pag. 47. Nella tornata del 21 febbrajo 1849, egli, accusatoNote 7 · Alla vigilia della riscossa, fondava il Saggiatore con trenta pagine di prefazione, e tra un profluvio di parole diceva: «Una mano di forsenNote 8 · Normanby scriveva a Palmerston l’11 marzo: «Il signor Mercier fu spedito da Parigi a Torino per mostrare nella più stringente maniera al re Note 9 · Lettera a Colloredo 18 marzo 1848, e dispaccio di Edwards a Palmerston 23 marzo. Io non credo possa trovarsi romanzo che pareggi la commozioNote 10 · Di pagine che straziano il cuore per la continua immagine d’occulte mene, di trame liberticide, di corruzione diffusa, tali da far vergognarNote 11 · Un uffiziale polacco amico del generale Chrzanowsky, e un uffiziale piemontese, nelle Considerazioni sugli avvenimenti militari del marzo 18Note 12 · Le prompt accomplissement de la régénération de l’Italie a pu être empêché par de grandes fautes commises à Turin, scriveva lord Minto a MasNote 13 · Si l’Autriche veut une paix solide et durable, il faut qu’elle se montre généreuse; il faut qu’elle aide le roi à surmonter les immenses difNote 14 · Giornale militare, al 3 settembre 1848.Note 15 · Il console Goodwin a lord Napier, 1848.Note 16 · Le imprese degli Svizzeri nelle Due Sicilie furono raccontate dal R. De Steiger nella Revue contemporaine, gennaio e marzo 1861, da soldato Note 17 · 19 gennajo 1849 il ministro Gioberti richiamava il proprio ministro a Napoli per «l’indegna calunnia spacciata in Francia dal principe di CaNote 18 · Il principe Butéra al viceammiraglio Parker, 17 marzo 1849.Note 19 · Vedansi il rapporto di Ferdinando Tadini e Leopoldo Galeotti sul Ministero democratico e il triumvirato, stampato nel 1850, e i Ricordi di LNote 20 · Pochi uccisi nel breve assalto; fucilati dopo non meno di sessanta, fra cui un rumoroso prete Maggini.Note 21 · La Farina. E vedansi i dispacci di Moore nella citata Correspondence. Ranalli divisa a lungo que’ micidj e soggiunge: «Non è improbabile cheNote 22 · L’orbe cattolico a Pio IX p. m. esulante da Roma, 1848-49. Napoli 1850.Note 23 · Vedasi Drouyn de Lhuys ministro, al sig. La Cour ambasciadore a Vienna il 17 aprile.Note 24 · Freeborn a lord Palmerston.Note 25 · Nelle istruzioni a Oudinot leggessi: «Tutte le informazioni ci fanno credere che sarete lietamente ricevuto a Civitavecchia, dagli uni come Note 26 · Seduta del 2 giugno 1849.Note 27 · Vedi Giornale di Roma, 16 luglio 1849; e il discorso del cardinale Tosti.Note 28 · Più tardi Bastide stampò La République française et l’Italie en 1848, récits et documents (Bruxelles 1858), dove mostra come il re e il MiniNote 29 · Nei carteggi diplomatici dell’agosto appare evidente questo pensiero, che basta a giustificare il Governo veneto. Beaumont, ambasciadore fraNote 30 · È singolarmente memorabile la canzone del Mameli: Fra le lagune adriache Giace una gran mendica.... Date a Venezia un obolo ecc.Note 31 · Agostino Stefani muratore si offre al colonnello Cosenz d’andare a mettere fuoco al ponte ove il nemico s’accalcava. I difensori lo vedono, Note 32 · «Il ministro dalle prime ci disse tenessimo un franco linguaggio: l’Austria del passato non è quella d’oggi; gli uomini che al presente diriNote 33 · Ne fu poi graziata alla venuta dell’imperatore nel 1857. Manin morì a Parigi nel 1857, e mentre l’aveano vilipeso governante, insultato o ne
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