Note 108 — CAPITOLO CXCII. Guerra santa. Conquassi. (continued 2)
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Di pagine che straziano il cuore per la continua immagine d’occulte mene, di trame liberticide, di corruzione diffusa, tali da far vergognare d’essere italiani, può raccogliersi lo stillato in queste poche righe: «Udito il disastro di Novara, che tutti giudicarono tradimento, udite le condizioni dell’armistizio che a tutti parvero disonorevoli, Genova alzò il capo fieramente, e non volle sottoporsi nè al croato che invadeva, nè al Ministero che pareva essere di così buona intelligenza coll’invasore, ma difendere la città, come essi dicevano, dagli Austriaci di Vienna e da quelli di Torino... Per poco che il Governo avesse voluto essere umano, nulla era più facile che ridurre Genova a obbedienza senza lacrime e senza sangue. I soldati di Lamarmora, volendo emulare gli esempj di Novara, s’abbandonarono a deplorabili eccessi contro le proprietà e le persone... Partivano gl’infelici in traccia di men crudeli spiaggie sulle rive dell’Ellesponto sotto la protezione della mezza luna. Più infelici ancora quelli che rimasero... Nè le ire si spensero colle tolte sostanze, coll’oltraggiata onestà, col versato sangue». Brofferio, Storia del Piemonte, tom. III, p. 116-120.