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Racconti

PECCATO E PENITENZA.

Reading edition

A Vittorio Bersezio.

IO A UN ALTRO.

Airolo (Canton Ticino), 21 ottobre 1867.

Mio caro, restando a Lucerna hai avuto più giudizio di me; sono arrivato ieri sera ad Airolo e vi resterò fino a Dio sa quando. Succede in questo paese come all’inferno, dove ogni momento arriva gente e non se ne va mai nessuno. Sul serio: il Ticino ha rotto la strada da Quinto a Faido e buttato all’aria il ponte presso Dazio-Grande; sicchè per ora è impossibile partire colla diligenza. Se ti punge il dulce ridere suos, se ti preme veramente arrivare a Firenze prima del 25, va’ subito a Coira e passa per lo Spluga; ma prima di partire di’ a’ nostri compagni dello Schweizerhof come stanno le cose; che non venga anche a loro il ticchio di pigliare la via del Gottardo. Qui non c’è che una locanda sola; i letti son tutti pieni, e chi viene da ora in là sarà giocoforza che dorma all’ombra degli abeti.

Sai chi c’è? Paolo Carpi. Ho letto il suo nome sul libro de’ viaggiatori. M’hanno detto che è andato stamani a visitare i luoghi dove il danno della inondazione è maggiore e tornerà qui stasera. Son quasi cinque anni che non ci siamo veduti, e non puoi imaginarti che piacere mi faccia il trovarlo qui.

Chiacchierando col cameriere ho saputo che c’è anche un Conte di San Vittore. Mi son messo in testa che sia compagno nel viaggio a Paolo. I San Vittore e i Carpi non sono un po’ parenti? M’accorgo che la domanda è inutile; tu non potrai rispondermi che a Firenze e Paolo mi risponderà stasera. Se avessi qualche altra cosa di bello da dirti, passerei volentieri scrivendoti il tempo che manca per arrivare all’ora del desinare.... A proposito; come si pranza male su queste montagne repubblicane! Fremi pure di sdegno, ma io non veggo l’ora di essere a Milano per mangiare un risotto appestato dall’alito della monarchia.

Serbami un posto nella tua memoria; nel cuore ci hai troppa gente ed io odio la calca.

Il tuo M.

* * *

Airolo è un paesetto all’imboccatura della Val Canaria, tra Bellinzona e Hospental. Le sue poche e povere case sono poste lungo la via del Gottardo, la quale sale verso il monte serpeggiando a settentrione del paese; l’occhio l’accompagna sino alle pericolose balze della Val Tremola, ove si perde tramezzo agli abeti. Di là dalla via il terreno scende con ripido declivio verso il Ticino che quivi, ancora prossimo al lago Sella onde nasce, pare un fiumiciattolo di poca o nessuna importanza. Oltre il fiume altri monti, coronati da piccoli ghiacciai o solcati dalle morene, sono le ultime ondate di quella tempesta che sollevò le Alpi Lepontine.

Scritta la lettera, uscii. Cadeva una giornata d’ottobre; dalle falde delle montagne scendevano torrentelli recando acque al Ticino; nuvole di una tinta unita, fredda, coprivano a poco a poco il cielo, e nascondendo lentamente la parte superiore della montagna, ne arrotondavano i vertici. Pareva che la natura si mettesse in quell’ora la sua veste più squallida; che il vento di ponente strisciando sulle brevi praterie della valle e sui folti muschi delle falde montane, mutasse in giallognolo il loro verde vigoroso. I soli abeti, geometrici, serbavano il nero delle loro piramidi e si staccavano mirabilmente sul fondo grigiastro del quadro.

Io passeggiava pensando a chi sa quante cose che ora non ricordo più e fumacchiando un di quei sigari che fanno tanto rimpiangere la Svizzera a chi ritorna in Italia, quando mi sentii chiamare per nome. Mi volto; era Paolo Carpi.

— Chi non muor si rivede, — disse l’amico correndo verso di me. — Sai che debbono esser passati quasi tre anni dacchè ci siam veduti l’ultima volta?

— Quattro, mio caro; ci siamo lasciati a Milano nel 63, ci ritroviamo sul San Gottardo nel 67.

— Quattro anni? Perdio! come s’invecchia presto! Di dove vieni?

— Dalla Germania; e tu?

— Da Spa; sono passato per Strasburgo e Basilea.

— Solo?

— Solo.

— E quando parti?

— Ma!... quando sarà possibile.

— Partiamo insieme?

— Ecco... chi sa? Devo aspettar qui una lettera... Basta.... vedremo; figurati se mi farebbe piacere passare qualche giorno con un amico come te.

Si danno in oggi alla parola amico tanti sensi e tanto diversi che conviene questa volta determinarne il significato.

Paolo ed io fummo compagni di scuola; de’ miei condiscepoli egli fu il solo per il quale sentissi un affetto vero. Usciti da rettorica, ci vedemmo di rado ed è facile capire il perchè; egli faceva il milionario ed io il giornalista; egli si divertiva con le donne leggiere, io ero costretto a seccarmi con gli uomini gravi. Ciò non ostante quando ci trovavamo qualche volta all’osteria, qualche altra al ballo di un ambasciatore, ci stringevamo forte la mano e facevamo di notte giorno parlando di noi, dei nostri studi e de’ nostri amori, di ciò che avevamo fatto o che volevamo fare; egli si congratulava meco de’ miei saggi letterari che gli parevano belli, io seco della sua amante che mi pareva bellissima.

Nel sessantatrè gli prese la voglia di fare il diplomatico e fu nominato segretario del Ministro d’Italia a Costantinopoli. Allora ci perdemmo di vista; quattro anni dopo ci ritrovammo ad Airolo, il giorno stesso nel quale ha principio questo racconto.

La conversazione cadde, al solito, sulla nostra prima gioventù, sulle scappate scolaresche, e sulle vicende de’ nostri compagni.

— Che n’è stato — gli domandai — di Gigi Ruteni che abbandonò il Liceo per entrare nella Marina sarda, perchè era sicuro, diceva lui, di diventare ammiraglio?...

— È morto a Lissa l’anno passato.

— Povero ragazzo! E il Brini soprannominato il piccolo Aleardi, che scriveva versi così pieni di tenerezza e di malinconia?

— Fa l’agente di cambio a Torino.

— E quel bel giovanetto biondo che veniva a scuola accompagnato dalla mamma più bionda e più bella di lui?... Ti ricordi?... Aveva tanta attitudine alla meccanica e noi gli predicevamo sempre che avrebbe fatto fortuna?

— Ha finito il suo studiando sul moto perpetuo. Ora l’hanno chiuso nel Manicomio di Perugia.

Non ebbi coraggio di domandare altro; tutte quelle biografie brevi e crudeli mi avevano messo di mal umore. E ripensavo tanti sogni svaniti, tanti propositi dimenticati, tante speranze deluse, stelle cadenti del cielo della giovinezza che brillano un momento, poi si perdono nell’oscurità della vita.

— E Federigo Ripàri (un altro condiscepolo) — riprese dopo poco Paolo — l’hai veduto?

— Mai; forse trovandolo non lo riconoscerei neppure.

— È qui.

— Qui... ad Airolo?

— Con sua moglie.

— È ammogliato? Da quando in qua?

— Saranno due anni ad aprile. Ha sposato una milanese, una delle donne più istruite e più simpatiche che io conosca: la figlia dell’ingegner Crolli. Oh! si va a tavola.

Difatti la campana della locanda sonava a refettorio.

— Lascia andare — soggiunsi; — pranzeremo da noi.

— Non è possibile.

— Hai qualche amico?...

— No... ma bisogna che pranzi a tavola rotonda.

— A proposito: c’è qui un Conte di San Vittore; non siete un po’ parenti?

— La madre del conte Emilio è sorella di mio padre.

— Sicchè siete cugini.

— Per l’appunto....

— E allora, perchè mi dai ad intendere che non hai qui amici?

— Sei curioso veh! mi hai domandato se ho qui degli amici e non dei parenti — e se ne andò verso la locanda in tanta fretta ch’io durai fatica a tenergli dietro. Se egli, in quel punto voltandosi avesse detto: “ho mutato pensiero, pranziamo da noi„ io gli avrei risposto: no, ho mutato pensiero anch’io, voglio venire a tavola rotonda; tanto mi pungeva la curiosità di conoscere il Conte di San Vittore. Lo avevo spesso sentito lodare come uno degli uomini più culti, più cortesi, più ricchi dell’aristocrazia fiorentina, e ora mi pareva che Paolo, con quella sua distinzione tra gli amici e i parenti, fosse lì lì per dirmene male.

Quando entrammo nella sala da pranzo, il Conte (Paolo con un’occhiata me lo indicò) era già seduto ad una delle estremità della tavola. Notai che tra i due cugini non ci fu neanche l’ombra di un saluto; i commensali crederono di certo che quelle due persone, così strette per vincoli di parentela, si vedessero per la prima volta nella modesta locanda d’Airolo.

Il Conte di San Vittore era un uomo sui trentacinque, alto, calvo nella parte anteriore del cranio; aveva il viso di un puro ovale incorniciato da una folta e finissima barba nera. Credo che il fare un ritratto somigliante di quell’uomo, sarebbe stata ardua impresa anche per Michele Gordigiani; tanto la sua fisonomia si mutava da un momento all’altro. Studiai la cagione di questa mutabilità e credei trovarla negli occhi, i quali non saprei dire di che colore fossero; ora parevano azzurri, ora grigi, ora verdognoli; qualche volta apparivano fosforescenti come quelli del gatto. E la mobilità della fisonomia non aveva relazione alcuna coi movimenti dell’animo; perchè per quanti diversi aspetti pigliasse, il volto del Conte non lasciava trasparire nulla di ciò ch’egli sentiva o pensava. Sulle prime, si sarebbe preso per una persona pulita e nulla più; ma ad un osservatore minuzioso, le mani bianche e sottili, il fare disinvolto, la studiata semplicità del vestire lo dimostravano uomo iniziato ai difficili segreti dell’eleganza e conoscitore delle consuetudini del bel mondo.

Il pranzo era cominciato da pochi minuti, quando entrarono Federigo Ripàri e sua moglie. Avevo detto a Paolo che non mi sarebbe forse possibile riconoscere Federigo, ma non imaginavo ch’egli fosse cangiato così. Quell’uomo, ch’io avevo lasciato fanciullo vegeto e fresco, aveva i capelli grigi, la pelle floscia e le palpebre inferiori cerchiate da quell’occhiaia nera e profonda che è segno di stento, di stravizio o di dolore. Noi suoi condiscepoli sapevamo che non poteva avere più di trent’anni; chiunque, a vederlo, gliene avrebbe dati oltre quaranta. Salutò freddamente Paolo del capo; me o non volle riconoscere, o forse non riconobbe neppure.

La signora Ripàri si sedè accanto al marito.

Una donna così bella si vede di rado. Alta, svelta, la maestà quasi severa del portamento era in lei temperata dalla grazia quasi infantile de’ lineamenti, puri come un profilo antico intagliato nell’agata. Il morbido volume de’ suoi capelli biondi mi fece tornare in mente i versi del poeta tedesco: Dio ha dato la donna bionda agli uomini del settentrione, per compensarli della mancanza del sole. Nulla è perfetto nel mondo, neanche le belle donne pur troppo, e spesso Pigmalione s’affatica invano a infondere la vita nelle membra mirabili e gelide di Galatea; ma negli occhi cerulei della signora Ripàri brillava il pensiero, e lo spirito illuminava quell’onesto sorriso.

Capitata in un convegno di poeti o d’artisti, la signora Ripàri sarebbe stata accolta con uno di quei gridi che erompono spontanei dall’animo di chi si sente fortemente compreso dall’ammirazione; fra gente che dava battaglia alla noia con l’arme dell’appetito passò senza che nessuno ci badasse. Tanto è vero che a questo mondo non basta aver merito; bisogna anche saperlo mostrare a chi può pregiarlo e scegliere una occasione propizia.

Il pranzo passò come al solito; si parlò del cattivo tempo, della inondazione, delle valanghe; si fecero passare di mano in mano pezzi di diorite e di cristallo di rocca, raccolti qua e là per le montagne; pochi gl’interlocutori, molte le comparse che mangiavano senza parlare. Federigo non parlò, nè mangiò; non fece altro che guardar fisso il Conte San Vittore, il quale pareva non accorgersi d’essere sbirciato, squadrato a quel modo. Carolina (era questo il nome di battesimo della signora Ripàri) tentò più volte di attaccare discorso col marito e inutilmente; alle sue domande non rispondeva o rispondeva con monosillabi e Carolina pareva si sentisse umiliata dal contegno freddo, quasi sdegnoso che egli teneva con lei. Cercava di leggere in viso ai commensali se se ne fossero accorti e si rallegrava di vederli tutti intenti nelle loro chiacchiere o nelle loro vivande; ma quando i suoi occhi s’incontrarono co’ miei, capì ch’io avevo osservato e meditato, che v’era un testimone di que’ silenzi eloquenti e divenne pallida a un tratto. Alle frutta s’alzò; stette per un momento con le mani appoggiate sulla spalliera della sedia guardando Federigo e come aspettando qualche cosa da lui. Egli, se si fosse voltato verso la moglie, si sarebbe avveduto, da una specie di moto nervoso ond’era scossa tutta la persona, che quella donna soffriva, e tanto più, quanto più si sforzava di nascondere l’intima pena; ma non si voltò; guardava il Conte di San Vittore.

A poco a poco anche gli altri commensali si alzarono e andarono chi da una parte chi dall’altra. Volevo andarmene anch’io, Paolo mi fe’ cenno di rimanere. Il Conte si alzò e andò a porsi innanzi al camino entro cui scoppiettavano gli ultimi avanzi d’un gran fuoco; Federigo restò al suo posto, rimpetto al Conte, guardandolo.

Nessuno parlava; io avevo il presentimento che stava per succedere qualcosa di grosso. Me ne sarei andato volentieri, ma Paolo mi trattenne daccapo con un’occhiata.

Il Conte cavò fuori da un astuccio di cuoio di Russia un manilla e si diresse verso la tavola sulla quale stava un candeliere acceso. Subito che Federigo ebbe indovinata l’intenzione di lui, balzò in piedi, stese il braccio verso il candeliere, accese un sigaro, spense il lume e lo posò piano piano; poi guardò il Conte come se aspettasse una parola, un gesto... che so io? un pretesto qualsiasi per attaccarla. Ma l’altro, come se nulla fosse, prese sulla tavola un coltello, tagliò la punta chiusa del manilla e con un fiammifero di cera che trasse da un astuccio di platino lo accese e tornò al suo posto. Sopra una piccola tavola presso a lui era un numero della Gazzetta Ticinese; il Conte l’aveva a mala pena toccato e già v’era piombata sopra la mano di Federigo. Il Conte lasciò andare la gazzetta e, quasi non fosse fatto suo, si mise a scrivere colla matita sopra un taccuino che aveva levato di tasca. Federigo quand’ebbe in mano il giornale, lo buttò sul fuoco; il Conte seguitò a scrivere.

Paolo pareva distratto, ma teneva d’occhio ogni mossa del Conte e di Federigo.

Quando il Conte ebbe finito di scrivere, andò verso la porta. La bussola era chiusa, Federigo vi s’appoggiò; a me parve difficile che il Conte potesse esimersi dal parlargli e mi tenni certo una parola sola sarebbe favilla secondata da grande incendio. Il Conte invece passò davanti a Federigo come se non gli fosse neanche passato per la mente d’andarsene, e si diresse verso una delle estremità della sala; colà giunto tirò il cordone di un campanello. Dopo un momento s’udì un lieve rumore dietro la porta e di fuori qualcuno girò la maniglia. Bisognò che Federigo si scostasse; il Conte invece s’era avvicinato all’uscio dalla parte opposta.

Entrò il cameriere.

— Accendete il fuoco in camera mia, — disse il Conte; — e passando tra il cameriere e la soglia uscì.

Paolo gli tenne dietro.

Federigo, o meravigliato o stizzito della abile strategia del Conte, si lasciò andare sopra un divano e parve immergersi in una meditazione profonda.

Io rimasi nella sala aspettando Paolo da cui speravo avere la spiegazione di quella difficile sciarada. Intanto, ripensando i fatti avvenuti, io andavo cercando da me la parola dell’enigma e facevo questo discorso, che mi pareva assai ragionato.

— Questi due uomini si odiano, o per lo meno Federigo odia il Conte di San Vittore. Perchè? Vattel’a pesca! Ma è chiaro che Federigo ha tanta voglia di accattar briga col San Vittore, quanta cura pone questi nell’evitare ogni contesa. Ci deve esser di mezzo una donna che non vuol compromettere... altrimenti come si spiega il contegno di un gentiluomo?.... Ma giusto, è egli poi il Conte questo gentiluomo che mi hanno detto? Che il Conte abbia paura? Non c’è che questa spiegazione; perchè quand’anche ci fosse di mezzo una donna, il contegno addirittura insolente di Federigo non avrebbe fornito all’altro un pretesto tale, da parere la ragione vera ed unica di un duello? E poi da quella partenza ad una fuga c’è scattato poco. E Paolo che fa che non torna? È chiaro anche questo: cerca di persuadere il cugino che se non si batte col Ripàri è un uomo rovinato per sempre. Riepiloghiamo. Federigo Ripàri cerca di provocare il Conte; questo è un fatto. Il Conte scansa ogni occasione di duello; il Conte ha paura. Così si spiegano le parole di Paolo sul conto del cugino e il suo contegno verso di lui. Ma e il motivo di tutto ciò? Lo troveremo, pensai con la superbiola di un uomo che ha fatta un’osservazione profondissima e ha dato prova a sè stesso di essere abile nel sillogismo. — Lo troveremo; e seccato dal ritardo di Paolo, che d’altra parte non avrebbe potuto dirmi cosa ch’io non avessi indovinata senza di lui, uscii dalla sala per salirmene in camera mia.

La quale camera mia volle il caso si trovasse precisamente accanto a quella della signora Ripàri.

Non faccia il lettore le meraviglie, non dica con quel suo sorrisetto d’incredulo “che bel caso!„ In una triste condizione sono oggi romanzieri e commediografi; il pubblico dopo le fandonie che s’è succiato per tanti anni in santa pace, s’è fatto diffidente, ombroso. Basta che un fatto semplicissimo, torni utile al commediografo o al romanziere, perchè paia al lettore inverosimile. La signora Ripàri stava al n. 18; accanto al n. 18 v’era di santa ragione il n. 19; anch’esso, in tanta piena di forestieri, dovè esser dato a qualcuno; fu dato a me; che meraviglia? Forse se l’albergatore mi avesse assegnato il n. 10, questo racconto non avrebbe veduto la luce. Albergatore malcauto! Troppo poco si concede in oggi al caso che pure ha tanta parte nella nostra vita. Come va, signor lettore, che vi trovate questo racconto tra mano? Siete andato proprio a cercarlo? No; lo avete visto per caso nella vetrina del vostro libraio. Ve l’ha prestato un amico? Siete andato in traccia di quest’amico? No; l’avete trovato per caso. O forse vi siete risoluto a comprare il libro dopo che lo avete visto annunziato in qualche giornale? Non è un bel caso che il mio editore l’abbia fatto annunziare per l’appunto in quel foglio che ha l’invidiata fortuna di numerarvi tra i propri lettori?

Torniamo alla signora Ripàri. Ella dimorava dunque in una camera divisa dalla mia per un sottile assìto ricoperto da una semplicissima carta di Francia. Poco dopo ch’io fui entrato in camera, l’uscio della stanza accanto s’aprì, e udii facilmente Federigo pronunziare queste parole:

— Buona notte, Carolina.

Udii facilmente ho detto e ripeto. Chi conosce gli alberghi de’ monti elvetici non meraviglierà di queste mie parole. Coloro che in ogni locanda alpestre della Svizzera veggono un nido di congiurati s’ingannano; co’ sottili tramezzi di legno non ci è segreto che tenga; dopo tre ore passate nella stanza accanto alla vostra, il vicino sa tutti i vostri usi, anche quelli che vorreste non conosciuti da alcuno. Nelle case delle montagne elvetiche non si congiura; meglio all’aria aperta; tanto è vero che Guglielmo Tell per preparare la rivolta abbandonò le mal sicure case di Altdorf e condusse i compagni sulle alture del Rutli.

— Aspetta, Federigo, voglio dirti una cosa.

— Son qui.

— Sai che da parecchi mesi faccio di meno anche delle lagnanze.

— Carolina....

— Lasciami dire; molti sentimenti si sono spenti in me, uno è rimasto vivo per fortuna mia e tua: l’orgoglio. Mi lagnerei ancora se giovasse a qualcosa; ma il lamentarsi inutilmente è una umiliazione che non voglio soffrire.

— E poi? — disse Federigo col tono di chi non ha pazienza da buttar via.

— Hai fretta? Va’ pure, non c’è nulla che prema... ne parleremo domani. Buona notte.

— No, Carolina, guarda, son qui... qui seduto e per ascoltarti.

— Stammi dunque a sentire; ce n’è bisogno, credilo. Io non ti chiedo che tu sii innamorato di me, queste cose non si chiedono, si ottengono; non si riacquistano quando si sono perdute, nè si risuscita un amore che doveva essere eterno e che è morto a un tratto, di etisia fulminante, dopo un anno di matrimonio. Ti chiedo soltanto che tu sii con me quale saresti con qualunque altra donna e quale ti impone di essere se non la legge del cuore, la legge del mondo; se non l’affetto, per lo meno l’educazione.

— Non ti capisco.

— No? Allora è inutile andare avanti.... Buona notte.

— Insomma, perdio! non ti capisco.

— Federigo, non alzare la voce; ricordati che siamo in un albergo; risparmia agli altri lo scandalo, a me lo spettacolo di una di quelle brutte scene da commedia che aborro tanto.... Sai quello che t’ho detto tante volte: tu non gridi che quando sei persuaso d’aver torto.

— Ebbene, dunque, sentiamo.... che cosa c’è?...

— Quando partiamo?

— Quando la carrozza potrà percorrere senza pericolo la strada di qui a Bellinzona.

— Sta bene; domani dunque, se siamo ancora ad Airolo, noi pranzeremo qui insieme, o tu pranzerai solo a tavola rotonda.

— Perchè?...

— Perchè io sopporto il tuo contegno finchè siamo soli, ma, lo ripeto, ho ancora tanto orgoglio da non tollerarlo in santa pace dirimpetto alla gente. Durante il pranzo sei stato accanto a me come accanto ad una persona che tu non conoscessi neppure.... anzi, ho tanta stima della tua educazione, da credere che il tuo contegno sarebbe stato diverso con chiunque. Io voglio dunque che tu sii meco quale un gentiluomo dev’essere con una donna. So essere disgraziata, mi ci hai assuefatta; ridicola, no.

— Carolina, tu prendi al solito le cose troppo sul serio.... Io ero distratto....

— Eppure tu mi toglierai anche l’ultima illusione. Una volta credei che tu mi volessi bene, comincio a credere d’essermi ingannata. Non puoi avermi amato, mi conosci troppo poco. Se tu mi conoscessi, Federigo, non anderesti cercando una scusa che io non ti chiedo. Oggi eri distratto... e ieri?... È un po’ lunga una distrazione che è principiata un anno fa e dura ancora. Non ne parliamo più. Sei libero di scegliere: o pranzeremo in camera insieme, o tu pranzerai solo a tavola rotonda. E ora va’, devi essere stanco della tua gita di stamani.... Buona notte.

Vi fu un breve silenzio; poi Federigo, parlando rapidamente e con voce concitata, riprese:

— Hai ragione, Carolina, tu hai ragione, ed io ho torto, lo sento, ho molto torto... ma il cuore non ci ha che fare... dipende, che so?... dal mio temperamento... dalla mia costituzione fisica. Ho qualche stravaganza, perdonamela e....

— Oh! Federigo, tu abusi un po’ troppo di me. Tu sai che nonostante le tue distrazioni, le tue stravaganze, come le chiami, io ti voglio ancora bene, lo sai, e ne abusi. Non mi venir fuori col temperamento che non ci ha nulla che fare. Non so se tu ti ricordi qualche volta che mi hai voluto bene anche tu; certamente non puoi aver dimenticato di che amore t’ho amato io; io povera donna, che ho messo in te tutte le mie speranze e tutti i miei desiderii, che t’ho creduto il solo uomo capace di tradurre in realtà i miei sogni. Ci vuole un animo molto delicato, molto giovane, per intendere di che colori io avessi vestito l’avvenire. Ho serbata viva la mia speranza per un anno intero dopo le nostre nozze. Ringrazio Iddio di avermi fatto cieca per tutto quel tempo, cieca ma felice; se avessi avuto più esperienza, se avessi saputo vedere più addentro nelle cose della vita, mi sarei accorta che tu non eri poi quel tale uomo ch’io m’era figurata.

— Carolina! — esclamò brusco Federigo.

— Non t’adirare, non ho in mente di dir nulla che possa offenderti. Il primo torto fu mio, sperai più di quanto è lecito sperare. Un uomo capace di appagare tutti i desiderii di una fanciulla buona, intelligente, affettuosa, di porsi tra lei e il mondo, perchè il mondo non violi ad un tratto la verginità dei suoi pensieri, che sappia insegnarle a poco a poco la realtà della vita senza disperdere tutti quanti i suoi sogni, i suoi inganni, le sue ubbìe, se vuoi che dica così, di ragazza innamorata, un uomo capace di un acume così avveduto, così delicato non c’è.

— Ma, Carolina... è impossibile.... bisogna prendere il mondo....

— Come è, lo so, me l’hai detto tante volte! Ma se lo confesso da me che speravo troppo.... e del rimanente ciò poco importa. Fatto sta che tu per un anno m’hai voluto bene e molto, di questo sono sicura; chi ama come ho amato io non s’inganna. Un giorno.... che cos’è accaduto, Dio mio, quel giorno? Non lo saprò dunque mai?... Un giorno, come per incanto, sei diventato freddo, noncurante, e...

— Ma ti voglio bene ancora....

— Sì... tronchiamo, Federigo, tronchiamo questo discorso. Ci sono delle cose che offendono tanto l’amor proprio di una donna, da essere impossibile persino il parlarne. Mi vuoi bene ancora.... — S’interruppe, poi con accento di dolorosa ironia domandò: — Come a una sorella?

Federigo non rispose.

— Io ti annoio, — riprese con simulata giocondità Carolina, — ti annoio, lo capisco, e mi dispiace che siamo andati col discorso tanto lontano. A che giova? A farmi almeno sapere perchè, da chi fu distrutta la mia felicità? No. È un anno che me lo domando inutilmente e oramai non voglio più saperlo. Il mistero mi ha messo paura.... Ah! Federigo.... tu hai sciupati crudelmente i più belli anni della mia gioventù.

La signora Ripàri disse queste ultime parole con dolore così acerbo, così profondo, che suo marito quasi scosso esclamò con voce piena di lacrime:

— Oh! Carolina, Carolina, per carità, perdonami, perdonami. Se tu sapessi quello che io soffro! Dio sa se ti vorrei felice e ti faccio patire. Senti, vieni, vieni qui, accanto a me.

E poichè ella non si mosse, udii Federigo alzarsi e soggiungere:

— Non vuoi? Perchè non vuoi?... Oh! Carolina... Carolina....

— Federigo... — mormorò la signora Ripàri, con voce che pareva chiudere in sè tutto il rimpianto del paradiso perduto, tutte le speranze della terra promessa — Federigo....

A questo punto s’udì nel corridoio il Conte di San Vittore chiamare il cameriere della locanda.

— Oh! no mai! mai! — gridò Federigo, e uscì rapido fuori della stanza.

L’atto, la fuga di Federigo mi diedero per un momento a pensare; credei fosse un maniaco. M’affacciai sul corridoio; Federigo in piedi, pallidissimo, non si accorse di me; parve titubare un momento, poi con passo risoluto andò fino ad una delle estremità del corridore e picchiò ad una porta.

— Avanti, — disse una voce dall’interno della stanza.

Era la voce del Conte.

Quando tornai nella mia camera non s’udiva più nella stanza di Carolina che un cupo e lungo singhiozzo.

Chi non s’è trovato qualche volta a spiegare una sciarada e messosi in testa che il primo fosse di certo una data parola, non ha sudato sangue per trovare un secondo ed un terzo che potessero stargli accanto? Così per l’appunto successe a me. Ho esposto le mie osservazioni rispetto a quanto era avvenuto durante e dopo il pranzo; e poichè i personaggi dell’ultima scena erano gli stessi della prima, io mi affaticava a dipanare il filo che doveva legare insieme la paura del Conte, i patimenti di Carolina, le ire e le stravaganze di Federigo. Feci le ipotesi più strambe: gelosie, rancori politici, odii ereditari, tutto l’archivio dei vecchi drammi fu rovistato per trovare uno scioglimento a questa nuova commedia e inutilmente.

Così almanaccando intorno alle cose vedute con la curiosità che si fa tanto più forte, quanto meno prontamente si appaga, quella notte non potei chiuder occhio. Sul far del giorno udii parlare e passeggiare nella strada sotto le finestre. M’affacciai. L’aurora imbiancava le cime dei monti, un vento leggiero passando traverso agli abeti, recava fino a me gli acri e salubri profumi della montagna; una carrozza coi cavalli attaccati e volti verso il monte stava innanzi alla porta dell’albergo.

Poco dopo il Conte di San Vittore, avvolto in una pelliccia, il viso quasi interamente nascosto in un’amplissima ciarpa, uscì nella strada, montò nella carrozza e partì.

Non c’era più dubbio; il Conte fuggiva, dunque aveva paura.

Il sillogismo s’era compiuto allora nella mia testa, quando Paolo entrò in camera.

— Oh! — dissi vedendolo. — Che c’è di nuovo?

— Che ti vengo a dire addio.

— Parti?

— Per Milano, fra un’ora.

— In che modo?

— Colle mie gambe fino a Faìdo; troverò facilmente una vettura purchessia, che mi porti sino a Bellinzona; partendo stasera di là con la diligenza arriverò domattina alle nove a Camerlata, alle undici a Milano.

— E lì ti fermi?

— Vo a Firenze difilato.

— Ma non m’avevi detto che aspettavi una lettera?

Bussarono alla porta.

— Eccola — disse Paolo.

Difatti un cameriere della locanda entrò e consegnò a Paolo una lettera.

Paolo guardò lungamente la soprascritta; ruppe con mano quasi tremante il sigillo, poi come se avesse voluto risparmiarsi una qualche commozione: apri e leggi, soggiunse.

Guardai l’amico e non senza meraviglia m’accinsi ad obbedirlo. Aprii e lessi:

“Fra dieci giorni a Bruxelles. Avvertite lo zio.

“San Vittore.„

— Finalmente! — gridò Paolo, mentre un sorriso che manifestava una contentezza profonda gli illuminò il viso. — Finalmente!

— Oh! sì, era tempo! — esclamai.

— Di che?

— Oh! bella — soggiunsi col furbo sorrisetto dell’uomo avvezzo. — Era tempo che il Conte si ricordasse che quand’uno si chiama San Vittore non può fare impunemente delle vigliaccherie.

— Il Conte è un gentiluomo, anzi, è un uomo di cuore....

— Ma si batte?

— Con chi?

— Col Ripàri.

— Non ci mancherebbe altro!...

— O dunque?

— Dunque.... oh! è una storia troppo lunga....

— T’accompagnerò e me la racconterai strada facendo.

— Perchè no? — soggiunse Paolo dopo un momento di pausa. — Ho bisogno di essere espansivo oggi, nè potrei — conchiuse stringendomi la mano — aprire l’animo mio più sicuramente che a te. È una storia d’amore triste, mio caro, come tutte le storie d’amore che sono finite sopra la terra....

················

Un’ora dopo Paolo ed io ci avviammo per la grande strada che da Airolo conduce a Bellinzona; egli narrava, io ascoltava con religiosa, con dolorosa attenzione la storia breve e vera che oggi racconto.

Intanto spuntava il sole; sui monti che poco prima apparivano allo sguardo cupi ed informi, si distinguevano ora i sentieri cespugliosi, i massi l’uno all’altro sovrapposti, le cascatelle, le grotte; e il vento fresco della mattina, asolando intorno, portava sino a noi, insieme con i vigorosi aromi del timo e della menta silvestre, il canto degli uccelli, che per gli alberi della valle dicevano all’autunno un malinconico addio.

I.

Quando nel maggio del 186... il Conte Emilio di San Vittore fece sapere che si ammogliava fra un mese, gli amici che aveva numerosi, il bel mondo di cui era assiduo e festeggiato frequentatore furono per quella notizia alquanto meravigliati.

Ricco, non aveva bisogno di una dote che gli puntellasse il patrimonio; fortunatissimo in amore, per lui versavano lacrime molte belle infelici, per lui schiudevano le labbra a sorrisi procaci le più civette tra le donne d’Italia; avvezzo oramai alla vita di scapolo, alla varietà e alla frequenza delle commozioni, egli non avrebbe potuto adattarsi alla tranquilla serenità della vita domestica. Perchè dunque pigliava moglie? Coloro che, per spiegare l’enigma, misero innanzi l’ipotesi che il Conte Emilio fosse innamorato, non fecero altro che destare l’ilarità in tutte le sue gradazioni diverse, dal sogghigno più dispregiativo fino allo scroscio di risa più badiale.

Tutto ciò avveniva non già perchè la gente fosse priva di perspicacia; era davvero difficile trovare non soltanto la ragione ma il motivo onde il Conte era spinto ad ammogliarsi e che egli d’altra parte si compiaceva nel tenere nascosti.

Emilio era aristocratico fino alla punta dei capelli; da giovanotto aveva messo da parte molti scrupoli, molti proponimenti dimenticati; d’una cosa sola non s’era dimenticato mai: che egli era il discendente di quei Conti di San Vittore, la cui nobiltà vantava parecchi secoli e che ora sotto la cappa luccicante d’un ambasciatore, ora sotto la tonaca sanguigna d’un cardinale avevano avuto larghissima parte nelle vicende della patria. Mai, per esempio, una di quelle facili donne con le quali egli sprecava il suo tempo, la sua giovinezza e i suoi danari, non aveva potuto oltrepassare le soglie dell’antico palazzo dei San Vittore; la religione della casata era la sola a cui il Conte si mantenesse con fervore devoto. Nondimeno nei luoghi che frequentava, egli aveva fatta relazione con molta gente, la quale non era pari a lui nello splendore del nome o nella purezza del sangue. I parenti, aristocratici più di lui, avevano messo il broncio, lo tenevano per un iconoclasta; e il Conte, nemico per natura delle seccature di qualunque specie fossero, da qualunque parte gli venissero, si risolse a prender moglie, coll’intendimento di rompere ogni relazione con i suoi amici del giorno avanti e di fare ammenda di così grave trascorso. Ammogliandosi, egli ristringeva i vincoli che lo legavano al bel mondo, e dopo aver erogato le rendite nel nutrire e nel vestire (nello spogliare, forse, se meglio vi piace) le belle ragazze di tutti i paesi, si proponeva spenderle, d’allora in poi, nel far ballare e cenare le signore della nobiltà fiorentina.

Non gli rimaneva che scegliere; e qui cominciavano le difficoltà. Il Conte, pur trattandosi di cosa tanto grave quanto un matrimonio, non era uomo da buttar via il tempo a cercare, tra le signorine italiane, quella che meglio gli convenisse. Per uscir dalla bega, una mattina si presentò alla casa di un suo vecchio zio materno, il marchese Varalli.

Il marchese Varalli era un antico libertino arrivato a settant’anni senza neanche l’ombra di un pentimento. Era lungo e smilzo: aveva la pelle incartapecorita e i capelli bianchissimi; ma il passo rapido e sicuro, la vista lincea, l’udito perfetto e due fila intatte di bianchissimi denti facevano testimonianza che gli stravizi di ogni maniera nulla avevano potuto sulla sua ferrea costituzione. Di quando in quando era tormentato dalla gotta; ma egli ci scherzava su, e ricordava agli amici Pericle, Augusto, Carlo V, il maresciallo di Sassonia, illustri gottosi.

Quando suo nipote comparve nella stanza: — Che miracoli son questi? — domandò il vecchio. — Sono tre anni che non v’ho visto, signor Conte gentilissimo e diletto nipote. Se io fossi uno zio da commedia e voi un nipote spiantato, direi che venite a domandarmi de’ quattrini in prestito; ma siete più ricco di me, e....

— Zio, — riprese Emilio, — vengo da lei per un consiglio.

— Un consiglio? Perdio! questa non me l’aspettavo. Voi che siete di una generazione di filosofi, venite a prendere consiglio da un avanzo mal conservato di una generazione di gentiluomini?.... Che diavolo v’è accaduto? Basta, mettetevi a sedere. Son qui.

— Senta, zio, so che i miei parenti, lei per il primo, si sono lagnati perchè ho menata sin qui una vita un po’....

— Niente, niente; — interruppe colla sua voce fessa il Marchese. — Non so quello che abbiano detto gli altri vostri parenti, e non me ne curo. Quello che ho pensato io ve lo dirò: ho pensato che alla vostra età si deve fare quello che avete fatto voi. Volete che vi rimproveri d’aver corsa la cavallina, d’aver mantenuto qualche bella donna? Siete giovane, pare che siate anche bello, siete ricco... Magari ci potessi tornar io! Rispetto a donne, dunque, non ho niente da osservare; quando le principesse erano brutte e le cameriere belle, io m’attaccavo alle cameriere. Che l’origine di una donna si perda nelle leggende delle mille e una notte o in quelle d’una notte sola, tanto fa. E poi con le donne non ci si lega; oggi sì, domani sì, domani l’altro no, non ci si trova più per tutta la vita, o se ci si trova, magari non ci si saluta. Fin qui sta tutto bene e siamo d’accordo. Quello che non mi quadra è il vostro contegno coi maschi; che dando dietro a Lucrezia, facciate la conoscenza di Bruto, si capisce e tiriamo via; ma che lo salutiate per la strada e lo conduciate in carrozza con voi... ah!... questo poi no.

— Ed io per romperla addirittura con tutte queste conoscenze un po’.... un po’ democratiche....

— Volgari, plebee.

— È gente che mi son trovata accanto senza quasi avvedermene.

— E che v’è venuta intorno per chiedervi danari e non restituirveli; per farsi vedere amica di un San Vittore e infliggere con la sua stessa presenza accosto a voi una umiliazione al nostro ceto; per....

— Ho risoluto di prender moglie.

— Bene, — soggiunse senza scrollarsi il Marchese.

— Ma io da me non son mica capace di trovare una ragazza che mi convenga in tutto e per tutto. Mi manca la esperienza, forse, la pazienza di certo. Vorrei che lei, zio, si pigliasse l’impegno....

— Vi ci vuole una donna bella e di spirito. Se volete aver gente in casa vostra, non l’avrete che a questo patto; che sia ricca....

— Oh! poco importa....

— Siete ricco voi abbastanza. Fin qui le cose vanno come l’acqua alla china.

— Dunque ci pensa lei?

— Eh! adagio!...

— Cioè?...

— Volete maritarvi nella vecchia maniera o nella nuova?

— Non capisco, — rispose dopo un breve silenzio e con un lieve sorriso il Conte.

— Ecco: voi sapete che io non sono un figlio del fortunato secolo decimonono. Son nato nel 1791, grazie a Dio e al marchese padre, che quando mi mise al mondo, aveva per l’appunto l’età che ho io. Ah! pur troppo le generazioni deperiscono.... Basta, lasciamo là le malinconie. Dunque dicevo che son nato nel secolo passato; e io, nonostante le rivoluzioni, posso dire d’aver vissuto fino al 1830, per tutti gli anni della mia gioventù insomma, come avrei vissuto sotto Gian Gastone.

— Zio, scusi, io non intendo....

— Voialtri giovanotti seguite la moda, e oggi c’è l’uso di dire che la società d’allora era corrotta. Avete a sapere, filosofi miei, che era tale e quale quella d’oggi. Gli uomini erano uomini e le donne donne; salvo che parevano più signore quelle quando compravano la complicità d’una cameriera, che le vostre quando vanno a udienza dalla regina. Non avete nè mutato, nè inventato nulla voialtri. Voi chiamate colpa ciò che noi chiamavamo galanteria; io vi chiamo ipocriti quando voi vi intitolate puritani, e siamo pari. Dicevo? Ah! ho dunque bisogno di sapere come voi la pensate, perchè appunto dal vostro modo di pensare dipende la scelta di una moglie che vi convenga. Per farla breve: a trentadue anni e dopo la vita che avete menata, non mi venite a raccontare di voler essere un marito sul serio, perchè io non la bevo; dunque una delle due: o volete una donna che non sia tanto nuova nella scienza della vita, e allora scegliete una ragazza iniziata da un paio d’anni ai misteri del bel mondo; potrete dirle il giorno delle nozze ch’ella deve pensare a sè, come voi provvederete a voi, e buona sera signori; o volete una donna ingenua, che si serbi fedele a voi finchè non abbia acquistato un po’ d’esperienza, e allora scegliete una ragazza uscita ieri di convento. Ve n’andrete in campagna con lei, l’aiuterete a lavare il viso a’ figlioli e per un certo tempo potrete dormire fra due guanciali. Tocca a voi a scegliere in massima. Aprite bocca ed io mi farò esecutore della vostra legge e troverò l’individuo appena designata la specie.

— Ecco... — soggiunse modestamente il Conte.

— Ho capito, — interruppe subito l’altro con un sorriso maligno — volete l’ingenua. Siete un ipocrita anche voi.

— Zio....

— Sì... e un credulone. Voi scegliete l’ingenua, perchè vi figurate, come si figurano tutti, che si lascierà ingannare senza rendervi la pariglia. Sta bene. L’ho trovata.

— E si può sapere?...

— Bellissima. A me non piace, ma per i gusti d’oggi è fatta apposta; magra, piccola, molto elegante. Poca dote, ma questo non è un difetto, orfana, e questo è un pregio.

— E lei la conosce?

— Io? L’ho vista qualche volta col duca Esmeraldi che è suo tutore.

— E si chiama?

— Alessandra. Voi potrete chiamarla Alessandrina, Sandrina, Rina, a piacimento; per questo non ci saranno difficoltà.

— E la famiglia?

— Altissimo lignaggio, vera aristocrazia toscana, caro mio; nome illustre e soldi pochissimi.

— Va bene; desidero di vederla.

— È giusta; domani alle sei sul piazzone delle Cascine. Sarò in carrozza col Duca e con la pupilla. Guardatela bene, magari venite alla carrozza e parlatele. Domani pensate, domani sera risolvete, domani l’altro vi aspetto a colazione da me.

II.

Il marchese Varalli da quel vecchio libertino che era, non aveva osservato del mondo se non gli aspetti più tristi. Egli, che si vantava di conoscere le donne, non conosceva in sostanza che certe donne le quali si somigliano tutte. Nemico del nuovo, non aveva studiato del suo secolo che le mutazioni apparenti; proponendo per moglie a suo nipote Rina Miriani, credeva d’avergli trovata una delle solite educande senza idee proprie, senza volontà, senza carattere. E prese un abbaglio. Rina, rimasta orfana a tre anni, era stata affidata dal tutore Duca Esmeraldi alla custodia di una governante inglese; buona donna, puritana, che secondo l’uso inglese aveva lasciato liberamente svolgersi l’intelletto e il sentimento di Rina, e coltivata la più che femminile energia e la fermezza di propositi della sua figliola, per dire come diceva; di guisa che quando Rina fu messa in conservatorio non era più bambina, ma una donna di quattordici anni.

Intendiamoci: la bambina propriamente detta non esiste. La donna comincia, si può dire, a tre anni, perchè a tre anni cominciano a disegnarsi in lei i suoi due contrassegni morali: l’amore e la vanità. A tre anni cominciano nella donna le forti e delicate simpatie; e dove i maschi, secondo che veggono onorato ora l’aspersorio ora il fucile, imitano i diaconi o i capitani con le processioni o con le battaglie, le bambine non pensano che ad una cosa, la quale sarà poi la occupazione costante di tutta la loro vita: a farsi belle. Dicendo dunque che Rina era donna a quattordici anni, intendo significare che aveva dato un addio a tutte le superstizioni infantili e acquistato precocemente la pericolosa facoltà di osservare e di dedurre.

Il Conte Emilio di San Vittore che non aveva in vita sua praticato ragazze — s’intende ragazze a modo — non capì la differenza che passava tra Rina e un’educanda di quello che gli aveva descritte il Marchese; e ammaliato dall’aspetto di quel viso leggiadro sul quale nessuna passione aveva lasciata la sua triste impronta; dalla tranquilla limpidità della voce, eco della limpida tranquillità dell’anima; respirando l’aura fresca, salubre, che aleggiava intorno la bella creatura, l’arte del marito gli parve più facile che non gli fosse sembrata dapprima. Del rimanente, importa notarlo, la sua osservazione analitica rispetto a Rina non fu nè diligente nè lunga.

— Dunque? — gli domandò il Marchese, quando Emilio, che aveva veduta Rina alle Cascine il giorno innanzi, fu da lui all’ora della colazione.

— Dunque mi piace.

— Dicerto?

— Dicerto.

— E a me, no.

— Come?...

— Ma questo importa poco, piace a voi....

— Ma pure, me l’ha proposta lei.

— Perchè quella mummia del Duca l’aveva proposta a me, m’aveva detto che usciva ora di collegio.

— Non è vero?...

— Verissimo; ma deve uscire da un collegio militare costei.

— Non la capisco, zio.

— Eppure è molto facile, caro mio; questa ragazza non è per voi. Non appartiene a nessuna delle due classi che abbiamo passate in rassegna ieri l’altro. Non è donna da tollerare senza richiami un’offesa, nè da pigliare abbagli sul conto vostro. Ha le sue idee; e se le manca l’esperienza, ha la ferma volontà di acquistarla. Se volete una moglie pronta a compiere in silenzio la volontà del marito e a rassegnarsi alle vostre infedeltà per rispetto umano, questa non è, ve lo dico io, donna per voi o, per dir meglio, voi non siete uomo per lei.

Tutti sanno che il più delle volte da lievissime cause provengono gravi effetti; tutti sanno che nelle dispute, per esempio, tale che sul partito da pigliarsi sarà rimasto dubbioso innanzi alle più strette argomentazioni, ai ragionamenti più logici e più validi, si persuade in grazia di una esclamazione, di un sorriso, di un’interiezione. E così fu del Conte. Il discorso del Marchese, la pittura che questi gli fece di Rina, lo sgomentarono addirittura. Aveva lo zio in concetto d’uomo che conosce il mondo, e per di più non dimenticava di essersi rivolto a lui, pronto ad accettare la moglie che da lui gli fosse scelta ed offerta. Era già dunque disposto a dimettere il pensiero delle nozze con Rina Miriani, con la stessa facilità onde l’aveva accolto, quando vennero in bocca al Marchese quelle malaugurate parole: o voi non siete uomo per lei. Come? il Conte Emilio di San Vittore, festeggiato dai babbi, blandito dalle mamme, acclamato, desiderato, da tutti; che aveva visto cento donne sorridergli con tanta voluttà il giorno dell’amore e piangere con tanta sincerità il giorno dell’abbandono; il Conte Emilio di San Vittore, bello, ricco, nobile, cavalleresco, giovane, culto, poteva dunque trovare una donna, culta, bella, aristocratica, elegante, che non si stimasse fortunata di vivere con lui, che egli non fosse capace di fare contenta? Il Marchese vaneggiava; egli non sapeva di quali pregi fosse ricco il nipote, bisognava mostrarglieli.

Questo ed altri consimili suggerimenti dettero al Conte Emilio una certa vanità dispettosa ne’ brevi istanti di silenzio che succederono alle ultime parole del Marchese. E alzandosi riprese:

— Che vuol che le dica? Mi dispiace di non essere dalla sua anche questa volta; ma mi pare che la signorina Miriani, specie dopo ciò che ella me ne ha detto, sia propriamente la donna che mi ci vuole. Ha molto ingegno, una grande squisitezza di maniere e nobilissime tradizioni di famiglia. Per un gentiluomo mi pare....

— Tutte belle cose — soggiunse sogghignando il Marchese; — tutte belle cose per le sere di ricevimento e che accarezzeranno il vostro amor proprio finchè le sale di casa San Vittore saranno piene d’invitati.... Ma dopo? A porte chiuse e a lumi spenti? Non tutti i giorni s’invita gente a ballare, ma si vive tutti i giorni; e per vivere in due bisogna andar d’accordo, se no guai. Oh! insomma io ve l’ho detto e ve lo ripeto: pensateci e... non ne fate nulla; quella ragazza ha una testa esaltata; vi seccherà, si seccherà, vi seccherete. Voi poi, vedete, voi, credete a me, non sarete buono a infiltrare in quel cervellino una sola delle vostre idee. Ieri si parlò di politica, di costumi, di religione; eravamo in due, il Duca ed io; e lei, bisognava sentirla, combatteva a tutta oltranza, scartava quest’opinione, accettava quella, che era ben inteso la sua e per conseguenza la migliore. “Io penso... io credo...„ Sicuro, lei pensa, lei crede. Ragazza? È un avvocato da cassazione.

Il Conte lasciò che lo zio si fermasse per riprendere fiato e accomodando le labbra a un sorriso alquanto ironico, riprese:

— Mi sarà lecito di osservare, senza mancare di rispetto nè a lei nè al Duca, che per arrivare all’intelletto di una donna come quella che dipinge, non c’è che una strada: la strada del cuore. La signorina Miriani è stata educata forse secondo i metodi moderni....

— Belli!

— ... per i quali si dà alle facoltà intellettuali svolgimento più ampio di quello che si dava prima... a’ suoi tempi. La resistenza che ha trovato lei cederà, creda, dirimpetto ad un uomo, che senza cullare la propria moglie nelle arcadie degli affetti eterni, sappia fin dal primo giorno ispirarle quella amicizia rispettosa, che....

— Non andate avanti, — interruppe alzandosi anch’egli il Marchese. — Non andate avanti; buttate via il fiato e dite delle cose, le quali, mi sarà lecito d’osservare senza mancarvi di rispetto, non hanno mai avuto senso comune nè ai miei tempi, nè ai vostri. In sostanza il vostro discorso, mi dispiace in coscienza di non lo poter chiamare ragionamento, significa questo: che io son vecchio e mi sgomento, voi siete giovane e potrete fare dell’indole di vostra moglie quel che vi pare e piace; sta bene, pigliatela e buon pro vi faccia. Aggiungo una cosa e non se ne parli più. Io, proponendovi questa ragazza, mi sono ingannato per dar retta a uno sciocco, che è il Duca Esmeraldi. Voi, ostinandovi nel volerla, vi rovinate per dar retta ad un altro sciocco che....

— Che?

— Che siete voi. Tenete a mente: di qui a qualche anno, o voi farete il campagnolo seppellito fra i boschi della vostra fattoria delle Poggiola, rinunziando al mondo e allo sue pompe e accomodando gli sbadigli in modo da farli passare per sorrisi; o questa donna vi pianterà, per cercare chi le dia ciò che voi non dovreste prometterle e in ogni caso non potrete nè saprete darle mai. E ora andiamo a colazione e beviamoci su, come dice il mio guardaboschi quando ha bastonato la moglie.

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E due giorni dopo furono stabilite e nel mese seguente celebrate le nozze tra il Conte Emilio Boffinghi di Saint-Aubin di San Vittore e Rina unica figlia del defunto marchese Miriani.

Uscendo di chiesa gl’invitati ripetevano le frasi che si dicono a fior di labbra in simili congiunture; e il marchese Varalli gli stava a sentire con quell’attenzione silenziosa e sardonica che è il sublime della canzonatura.

— È proprio una coppia bene assortita, — diceva uno dei testimoni.

— Se fosse vivo il povero Marchese! — soggiungeva un altro, ricordando il padre della sposa morto da quindici anni.

— Bravo Emilio! non poteva scegliere meglio.

— Nè prendere più savia risoluzione.

— Davvero! perchè è inutile confondersi, un po’ di pace non si trova che nel matrimonio.

— Già — saltò su a dire il marchese Varalli — come la ricchezza ne’ terni al lotto; una combinazione favorevole, e centodiciasettemila e non so quante contrarie.

— Oh! ma sentite, caro Marchese, se que’ due lì non fossero felici insieme, vorrebbe propriamente dire che....

— Che cosa?

— Che... che... basta, se n’è viste tante.... e poi non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

— Neanche cotesto aforisma, che si ricorda di Salomone.

Dopo la colazione il Conte e la Contessa partirono per la villa delle Poggiola, ove avevano fermo di passare il resto dell’estate e tutto l’autunno. Lo zio gli accompagnò sino alla carrozza; strinse la mano allo sposo, baciò la sposa, e congedandosi da loro, pensò tra sè: anche questa è fatta! ma o io sono uno scimunito, o ne sentiremo delle belle e tra poco!

III.

La villa delle Poggiola è distante un trenta chilometri da Firenze sulla strada delle Filigare. Fu edificata nel 1513 da Guido di San Vittore; ma gli eredi di lui e gli eredi degli eredi, e via discorrendo, accomodarono, sciuparono, mutarono sempre qualcosa, ognuno secondo i gusti propri e gli usi del tempo; di guisa che sulle mura della villa vedi oggi l’impronta di parecchie generazioni.

Gli antenati del Conto Emilio si chiamarono in origine Boffinghi. Vecchie pergamene, conservate da lui con religiosa cura nell’archivio di famiglia, attestano che un Corrado nativo di Bopfingen, città imperiale della Svevia, venne nel 1154 in Italia con Federigo Barbarossa; e dopo la pace di Costanza, formata dimora in Lombardia, fecesi italiano nel nome e si chiamò Da Boffinga, donde vennero, con l’andare del tempo, i Boffinghi. Al tempo delle contese tra Luigi XII ed il Moro a cagione del Ducato, un Guido Boffinghi parteggiò per Luigi, ed uscito da Milano stette con i Francesi. Dal re fu con altri mandato, perchè abilissimo, a trattare della lega co’ Veneti; e dopo la battaglia di Novara, ove combattè a fianco del La Tremouille, ad accompagnare il Moro prigione nella torre di Loches. In ricompensa di questi servigi ebbe in dono da Luigi XII il feudo di Saint-Aubin nella Borgogna, quello di San Vittore nell’Astigiano, e facoltà di porre nello stemma una ruota d’oro in campo azzurro, col motto “Sans sortir de l’ornière„ significante la fedeltà serbata al re in ogni tempo. Da allora in poi Guido aggiunse al nome de’ Boffinghi quelli de’ feudi donatigli e si chiamò Boffinghi di Saint-Aubin di San Vittore; il vecchio ed il nuovo nome illustrò poi combattendo a Bologna, a Brescia, a Ravenna e ottenendo da Gastone di Foix lodi senza fine per il valore dimostrato in quelle battaglie. Quando il Milanese passò a Massimiliano Sforza e Luigi fu costretto a richiamare dall’Italia gli eserciti, Guido, visto di mal occhio nel Ducato, riparò in Toscana e vi fabbricò una villetta (quella appunto di cui parliamo) perchè gli fosso asilo sicuro dalle persecuzioni de’ nemici e riposo alle fatiche delle armi.

Venuti tempi più tranquilli, i San Vittore tornarono a Milano; ma la villa fu ingrandita da un cardinale della famiglia, il quale, nominato vescovo tra gl’infedeli di non so qual parte d’Oriente, aspettò inutilmente tra gli ozi campestri che i Turchi si facessero cristiani e gli permettessero di provvedere alla salute del gregge. Si stabilirono novamente in Toscana quando un altro Guido, bisnonno del Conte Emilio, fu chiamato dal granduca Leopoldo I a delicatissimi uffici d’ambasceria segreta e da quel tempo non si mossero più.

Il capitano aveva adunato nella villa una stupenda collezione di armi, il cardinale vi raccolse a mano a mano una galleria bellissima, l’ambasciatore una vasta biblioteca; l’avo d’Emilio circondò la casa di un giardino a uso Le Nôtre, e tre le piante straziate a furia di forbici, foggiate a urne e a piramidi, fece quelle splendide e noiose villeggiature nelle quali si compiacquero tanto i nobili del secolo scorso. Il figlio di lui allargò i confini del giardino, lo accomodò all’uso inglese, piantò molti alberi, desiderando, diceva, che proteggessero la sua vecchiaia com’egli avea protetto la loro gioventù; ma lo diceva per moda e perchè aveva forse letto i libri del Rousseau; tanto è vero che in villa non andò se non di rado, portandovi gli usi della città, e da vecchio non si mosse mai da Firenze, dedito solamente a’ piaceri della gastronomia, che lo condussero, con una colica violenta, al sepolcro.

Il Conte Emilio andava alla villa due o tre volte l’anno insieme con numeroso seguito di amici, per fare in que’ dintorni una cacciata alle starne, agli amici mostrava con orgoglio le medaglie ottenute nelle mostre d’orticoltura dalla sua mirabile collezione di rose emula di quella di Charlottenhof. Di questo orgoglio del Marchese i compagni suoi sorridevano, il giardiniere rideva addirittura.

La villa delle Poggiola sta sopra un’altura; un duecento metri dietro la villa s’alza un monte ripidissimo di forma conica, grigio in basso per i folti uliveti che ne vestono le falde, grigio in alto per i massi calcarei che ne coronano la cima. Dalla sinistra del monte si parte una catena di collinette, che danno nome di Poggiola a quel luogo; e si fanno via via tanto più basse e rotonde quanto più si avvicinano alla via provinciale, la quale traversando la pianura passa innanzi al giardino dei San Vittore.

Nel giardino si entra per un cancello di ferro battuto, ricchissimo, ma carico di rabeschi e di frastagli senza parsimonia e senza gusto, e incastrato in due colonne esagone di marmo sulle quali ostentano la floscia opulenza delle forme una Pomona e un Vertunno dell’Ammannato. Dal cancello un largo viale conduce fino alla villa; gli umili platani lo fiancheggiano sulle prime, separati l’uno dall’altro da’ raccolti rosai. A destra, dietro a’ platani, rigogliose piante di lauri e di lentaggini nascondono il muro ond’è circondato il parco; a sinistra si stende in leggiere ondulazioni un prato: a rompere la monotonia degli spazi erbosi una crittomeria, un cedro Deodara, un tasso, un viburno. Quando il viale si allontana dal muro di chiusa e si va con curve lievi imboscando, i platani cedono il luogo alle paulonie ed ai tigli; e il giardino mostra la bellezza delle sue prospettive pittoresche e la varietà armoniosa de’ suoi frondeggi che percorrono tutte le gradazioni del verde, dallo smorto degli alberi giudaici e degli evomini variegati al cupissimo de’ cipressi e de’ lecci.

Più in alto il viale rasenta un laghetto; nelle sue acque si bagnano le radici profonde e le punte molli de’ salici celanti, co’ rami ricurvi, statuette di ninfe e di oreadi, screziate sul mezzogiorno dai raggi del sole che passano attraverso le foglie; di là dal laghetto, in lontananza, luccicano i cristalli delle stufe, asilo iemale di bertolonie e di calladii, di dracene e di orchidee; dirimpetto alla villa il viale più ripido e più diritto è fiancheggiato da roccie muscose, su cui s’abbarbicano, rampicando all’ombra delle mimose, le vitalbe pieghevoli e le svelte bignonie.

Un ampio piazzale si stende innanzi alla villa esposta a mezzogiorno. In essa, ogni generazione ha lasciato traccia di sè; e a chi s’intende un po’ di queste cose dà subito nell’occhio uno strambo accozzo di linee purissime e di scartocci barocchi, di gugliette gotiche e di architravi greci; ma la villa, fabbricata in principio con modesti intendimenti, andò via via allargandosi, ognuno de’ padroni vi aggiunse del suo, senza curarsi nè tanto nè quanto di guardare se l’aggiunta andasse d’accordo con quel che c’era di già.

Per farla breve, un amico mio, guardando un giorno con me le difformità di quell’immenso casone lo paragonava ad un uomo che portasse le calze alla spagnuola, la giubba a coda di rondine, e un elmo del medioevo; domina bensì la giubba a coda di rondine, ossia, per uscire dal paragone, il barocco pretenzioso de’ primi del settecento. La parte centrale della fabbrica che dà sul piazzale, ha due piani; le finestre del piano terreno sono guernite di inferriate le cui curve sporgenti poggiano sopra due cariatidi; quelle del primo piano portano sopra sè un frontone triangolare interrotto al vertice, per far posto ad un busto di marmo raffigurante qualche personaggio celebre della famiglia. Lungo le soglie verticali di queste finestre scendono due ampie liste di stucco accartocciate nelle estremità e tutte ornate di goffi ghirigori a rilievo. Un doppio e grave scalone di pietra mette dal piazzale nella gran sala terrena, la sala del biliardo, riquadrata di stucchi capricciosi, i quali svolgendosi in curve barocche fanno da cornici ad antichi ritratti anneriti dal tempo. Dalla sala terrena conduce al primo piano un’altra scala a due branche; lungo il parapetto, alcuni amorini di bronzo a cavalcioni sopra altrettante chimere egiziane reggono candelabri di finissimo gusto.

La grande sala del primo piano è un vastissimo rettangolo; la copre un soffitto a cupola dipinto a fresco, con soggetto mitologico, di sotto al quale gira intorno un cornicione ornato di satiri e di ninfe scolpiti a bassorilievo. Questa sala ha nei lati corti, quattro finestre; due danno a mezzogiorno sul piazzale; le altre, spartite da una leggiadra colonnetta a spirale, guardano a settentrione le estreme aiole del giardino. Da uno dei lati lunghi sta in alto un ballatoio per l’orchestra, sostenuto da sette smilzi puttini che rappresentano, mi figuro, le sette note della musica e che per sostenere quella baracca avrebbero ad essere altrettanti Titani. Nel mezzo della parete opposta, chiuso in una semplice cornice di stucco un Ratto di Proserpina, in tela, sullo stile de’ Caracci; sotto al quadro un’ampia tavola di marmo cipollino. Ai lati della tavola quattro armature compiute; nei grossi pilastri che separano le finestre, due armadi a cristalli ove sta raccolta in gruppi pittoreschi la collezione delle armi; ove il kriss malese s’incrocia colla daga del sedicesimo secolo, e l’alabarda de’ lanzichenecchi tocca le canne di un fucile di Saint’Etienne.

La sala ha quattro porte, poste alla estremità dei lati più lunghi del rettangolo; una dà sulla scala; per l’altra, dal lato medesimo, si entra nella stanza da pranzo adorna di alcuni quadri stupendi del Newton Fielding, il Raffaello delle anatre; la terza opposta a quest’ultima, mette in un quartiere da lungo tempo deserto, ove stanno il medagliere, le vetrine delle ambre e degli avori, la galleria e la biblioteca, sale vastissime dove brillano gli specchi di Venezia, racchiusi tra le volute delle cornici dorate e dai cui soffitti pendono le lumiere di Murano co’ loro goccioloni sfaccettati e luminosi; dove i seggioloni di cuoio con le spalliere a intaglio e con le borchie metalliche spalancano i loro tarlati braccioli. Bronzi attribuiti al Verrocchio, porcellane di Sassonia, piatti del Giappone, vasi di Capodimonte, tazze d’onice sostenute da sotto-coppe di cristallo di Boemia, maioliche di Pesaro, smalti di Limoges, arazzi di Firenze, ogni oggetto di quelle stanze è una prova di gusto artistico e di opulenza fastosa.

La quarta porta finalmente, rimpetto a quella della scala, dà nel quartiere più moderno, quello che il Conte Emilio scelse per le nozze. È un’infilata di stanze, ammobiliate alla Pompadour, piena di sofà, di canapè, di poltrone con i fusti intagliati e dorati ove spiccano i medaglioni verdi ed azzurri co’ soliti amorini e co’ soliti fiori.

La camera occupa l’angolo della casa, tra mezzogiorno e ponente. Non v’è nulla di antico; tranne il letto a baldacchino di damasco giallo, solcato qua e là da larghe strisce di trina bianca di Fiandra; gli altri mobili sono moderni, ma fatti con garbo e disposti con semplicità. Tre quadri pendono dalle pareti; uno, meschina opera del Benvenuti, è un ritratto della madre del Conte vestita alla foggia dell’Impero; ai lati del letto una Sacra Famiglia di Lorenzo di Credi e una delle solite Madonne ahi! troppo leggiadre di Carlo Dolci.

IV.

Firenze è una bella città non c’è che dire; ma, tra le principali d’Italia, è quella dove ci si diverte meno. In ciò molti convengono e incolpano la gente che ci vive; io credo invece la colpa sia tutta della gente che c’è morta. Che volete? A Firenze ogni passo che si fa ci torna in mente un pezzo di storia; s’esce da pigliare una limonata al caffè Doney e si batte il capo nelle case de’ Buondelmonti; ci si scansa un tantino per non restar sotto ad un omnibus e s’inciampa nel sasso di Dante; si spazzola il cappello e si pensa che forse gli atomi del Savonarola o di Pier Capponi ce ne hanno imbiancato il cucuzzolo. Di qui, un confronto continuo tra le grandezze passate e le piccinerie presenti; e si contempla, si studia, s’impara, ma non ci si diverte.

Il duca Esmeraldi, tutore di Rina Miriani, arrivato alla sessantina, pensava che gli restavano pochi anni da vivere, che a Firenze s’era annoiato abbastanza, e non vedeva l’ora di liberarsi della pupilla, per andare a Parigi a godere, come meglio potesse, gli ultimi carnevali.

Tutte le ragazze sanno, tutte le mamme dicono che trovare un marito, a questi lumi di luna, è difficile; difficilissimo trovarne uno per Rina, la quale non si contentava di un marito qualsiasi. Il Conte di San Vittore era un ottimo partito; come molti padri e molti tutori, anche il Duca ci aveva messo gli occhi su. Ne aveva parlato qualche volta a Rina, per tastare il terreno; questa, indovinando il pensiero del tutore, aveva preso intorno ad Emilio le sue brave informazioni, e colla furberia machiavellica che hanno le ragazze d’ingegno, era riuscita a saper di lui come suol dirsi, vita, morte e miracoli. Quando il Duca, dopo il colloquio con il Varalli, le propose di sposare Emilio di San Vittore, Rina dunque lo conosceva e conoscendolo consentì.

Consentì perchè preferiva Emilio un po’ guasto dalle male consuetudini, a un di que’ monelli scempiati, viziati, effemminati che furono un tempo il disdoro della nobiltà fiorentina; consentì, perchè, sebbene sapesse con quale uomo s’univa, credeva nondimeno che con il tempo e con l’amore avrebbe potuto farselo quale lo desiderava.

E credeva male; la colpa non era sua, ma di chi l’aveva educata a quel modo. Difatti il Duca affidandola a una governante inglese, poi mettendola in convento, poi rendendola da capo alla governante, stimava aver compiuto intiero il proprio dovere. Ma le monache tentarono di empirle la testa di giuccherie, alle quali Rina non prestò fede; la governante scelse un metodo di educazione che è buono quando è logico; la lasciò dapprima padrona di leggere ciò che volesse, di pensare come volesse; ma quando la riebbe dal convento, non si attentò d’andare più in là, tentennando tra il vecchio e il nuovo, tra la prudenza italiana e la libertà inglese. Di questa guisa, scansando la strada maestra e procedendo per le viottole, andò a riuscire al punto diametralmente opposto a quello cui si dirigeva; Rina, che doveva essere ammaestrata da lei a guardare il mondo nel suo vero aspetto, si caricò la testa di una farragine di credenze e di opinioni in parte buone in parte cattive, ma da lei non provate al crogiolo dei fatti quotidiani; sicchè andando a marito non aveva più la verginità di pensiero per cui l’animo riposa in una fiducia serena e non la pratica della vita, per cui s’impara a guardarsi dagli inganni del mondo.

E sposava, fidando nel “poi„ Emilio di San Vittore.

Così succedè ciò che era facile prevedere. Di solito le finestre della stanza che accoglie la prima notte, gli sposi si chiudono quando il sole tramonta; nelle sale delle Poggiola invece i lumi si spensero quando l’aurora sorse, e il Conte Emilio scese anche più meravigliato che afflitto in giardino. Passeggiando per i viali si voltava ora qua, ora là; gli pareva ogni tanto di udire tra’ lauri lo scroscio di riso dello zio Varalli. E se è lecito a’ profeti ridere quando ci casca addosso un malanno presagito da loro, il Marchese di ridere avrebbe avuto proprio ragione; egli, preso dapprima un abbaglio, proponendo per eccitamento dell’Esmeraldi Rina al nipote, s’era poi ben apposto nel consigliarlo a dimettere il pensiero di quelle nozze. Si faceva chiaro oramai che Rina era tutt’altra da quella che il Conte si figurava.

Il Conte fu sbalordito; donde si aspettava docile timidità uscirono vigorie fiere e resistenze meditate; avvezzo a sedurre le donne degli altri non trovò il verso di vincere la sua; esperto in tutte le simulazioni che gli amori facili vogliono per non parere abietti, non seppe neanche fingere. Pensava: che fare? Non s’insegna in un giorno la realtà della vita a una ragazza di diciotto anni, non s’usa violenza alla moglie, il raccomandarsi alla lunga è ridicolo. Aspettò.

E anche Rina aspettò; ognuno dei due giudicava male l’indole dell’altro. Se gli avesse buttato le braccia al collo, se avesse pronunziato una di quelle parole affettuose che si adirava di non udire da lui, forse avrebbe provocato nuove commozioni, acuito desideri nuovi, suscitato l’amore. Aspettò sperando aiuto dal tempo, il quale non fece se non crescere gli ostacoli che separavano la inesperienza presuntuosa di lei dalla rassegnazione superba di suo marito.

Dell’errore non s’accorse che troppo tardi; quando cioè il Conte dopo aver fatto per lei inutilmente ciò che aveva fatto per le donne conosciute, praticate, amate a modo suo, si sentì stanco alla fine di quelle ch’egli chiamava romanticherie per non dire puerilità.

— A Firenze — disse egli una sera — devono credere che la nostra luna di miele non finisca più.

— Cioè? — domandò Rina trepidante.

— Mi pare che da ora in là potremmo andar via; in questo romitorio comincia a far freddo.

— Siamo di settembre....

— Lo so, e c’è l’uso di passarlo in campagna il settembre, ma....

— L’autunno è la stagione....

— Già... più mesta dell’anno... lo dice anche il Guerrazzi — soggiunse con un sorriso sardonico Emilio. — E per questo; la mestizia non è fatta per noi. Andiamo a Firenze a cercare un po’ d’allegria.

Rina tacque; se un senso di dignità le impedì di piangere in presenza di suo marito, pianse disperatamente quando fu sola; quella breve conversazione aveva distrutto ogni sua speranza. Combattere nella solitudine della campagna contro la noncuranza di suo marito le pareva tuttavia possibile; combattere a Firenze fra le distrazioni e i pericoli del bel mondo, no. Si propose allora di tentare l’ultimo sforzo e conquistare l’affetto con l’affetto; ma il proponimento fu breve; l’amore era nascente e l’amor proprio adulto, l’amor proprio trionfò.

Verso gli ultimi di settembre una carrozza di casa San Vittore partiva dalle Poggiola, salutata dalle grida de’ contadini, dalle riverenze del fattore e dalle lacrime della fattoressa. Il Conte e la Contessa ritornavano a Firenze.

Era una di quelle giornate piovigginose che già nell’autunno preparano, predicono l’approssimarsi dell’inverno. La carrozza procedeva per la strada maestra lunga, diritta, attraverso la pianura vasta. Il Conte fumava e non si affacciava allo sportello, se non per dar la via alle boccate di fumo che il vento trasportava dietro la carrozza. Rina colla testa appoggiata all’altro sportello, guardava i cerchi d’acqua che le gocciole della pioggia facevano sulle pozzanghere della strada, seguiva col guardo il volo impacciato di qualche uccellino che, disturbato dal rumore della carrozza, andava a cercare più in là un ricovero all’intemperie; alzava gli occhi al cielo grigio e piangeva.

— Giacomo, o di che piange la signora? — domandò il cocchiere al cameriere del Conte, che gli stava seduto accanto a cassetta. E l’altro: — Lo sai come sono le donne; ha visto piangere la fattoresca e frigna anche lei.

Quando arrivarono a Firenze erano le nove di sera. Il Conte accompagnò Rina fino al quartiere preparato per gli sposi, le baciò la mano, le augurò la buona notte e se ne andò a dormire nel solitario letto del suo celibato.

— O questa? — domandò con suprema meraviglia il cocchiere a Giacomo che usciva dalla camera del padrone.

E Giacomo colla cera dell’uomo avvezzo:

— Usi de’ signori, imbecille!

V.

Rina Miriani

al Duca Esmeraldi, — Parigi.

Firenze, 16 gennaio 186....

Ha ragione, Duca, di sgridarmi come fa, ha proprio ragione. Sa quando ha torto? Quando pensa che la sua lettera non mi sia giunta gradita.

Bisognerebbe che io avessi dimenticato tutto il bene che mi ha voluto, tutto ciò che ha fatto per me; le pare possibile? Dunque l’indugio lo metta sul conto della pigrizia, non su quello dell’ingratitudine. D’altra parte volevo che Emilio le scrivesse anche lui e aspettavo a spedire le due lettere insieme; ma è tanto occupato a questi giorni, che per non meritare più oltre giusti rimproveri, mi son risoluta a scriverle io sola.

Eccole ora le notizie che mi domanda. Siamo stati alle Poggiola fino alla fine di settembre; è un bel luogo, ma triste. Io che uscivo dal mio caro quartierino, in quelli stanzoni grandi e cupi non mi ci ritrovavo; credo che non ci torneremo a primavera e per me non lo desidero. A Firenze molta nebbia, molta gente e punto brio; poco me n’importa, perchè non vado in nessun luogo; passo parte della sera con Emilio, e il resto con lo zio Varalli, che viene quasi sempre. Sa? L’Ida Giuliani si marita; ci ho tanto piacere che non può figurarselo, molto più che dicono un gran bene del suo fidanzato, il quale pare sia innamoratissimo. Dio voglia che sieno felici! Per non fare ipocrisie con lei, Le dirò che se da un lato godo per l’amica, da un altro soffro per me. Che vuole? Lei che, lo capisco anche dalla sua lettera, non si moverà più da Parigi; l’Emilia che si marita a Torino.... io spezzo addirittura tutti i legami che mi stringevano ancora ai miei bei giorni passati. Non mi rimproveri, veh! lo sa, ho anch’io le mie bizzarrie e credo che anche tra nuovi affetti non si arrivi mai a dimenticare i giorni della prima giovinezza. Scommetto che co’ suoi... anni (ci metta il numero, io non voglio parere impertinente) non gli ha dimenticati neanche lei.

Guardi quanto mi ha fatto scrivere! Quattro pagine: ci rimane però ancora posto sufficiente per dirle che Le voglio e Le vorrò sempre un gran bene.

La sua Rina.

Il Duca Esmeraldi

alla Contessa Rina di San Vittore, — Firenze.

Parigi, 21 gennaio 186...

Ti ringrazio, Rina mia, ti ringrazio d’avermi risposto e più di tutto di volermi ancora un po’ del tuo bene.

Saluta Emilio e digli da parte mia che ti faccia divertire; è il tuo tempo e se a Firenze t’annoi (è avvenuto per tanti anni a me, che non me ne meraviglierei), fatti condurre qua a Parigi dove i divertimenti non mancano. Hai ragione di pensare che mi ci stabilirò; ho poco tempo da vivere (briccona, sono sessantadue gli anni, e tu lo sai come me) e voglio stare in una città dove si abbiamo i propri comodi, bisogno supremo de’ vecchi. Se tu non verrai, siccome il Cenisio non mi fa paura che d’inverno, a estate lo passerò volontieri per abbracciarti. Sta’ allegra; che parli tu di prima giovinezza? Fino a trent’anni, credilo, si va d’incanto; da trenta in là... te lo dirò, se sarò vivo, quando ci sarai arrivata.

Ti mando un bacio; e per compensarti, un gingillo di collana, che ti starà bene come tutte le cose che ti metti addosso. T’abbraccio.

Il tuo vecchio Esmeraldi.

Il Duca Esmeraldi

al Marchese Varalli, — Firenze.

Parigi, 21 gennaio 186....

Caro Marchese,

So che avete a noia gli epistolari e non vi scriverei senza una grave ragione. Ho paura che con tutta la nostra esperienza, abbiamo fatto uno sproposito; Dio voglia che non ci tocchi di rimproverarcelo come una colpa. Vi acchiudo una lettera che Rina m’ha scritta qualche giorno fa e a cui ho risposto come al solito, scherzando, oggi stesso. Leggetela. Non è davvero la lettera di una donna maritata da tre mesi, nè, ciò che più importa, la lettera di una donna contenta. Che cos’è accaduto? A che razza di vita la condanna vostro nipote? È geloso forse? Basta, certo è che Rina non è contenta. Non è possibile che io m’inganni; la conosco tanto, da capire ciò che ella non vuol dirmi e che nella sua ingenuità crede d’avermi nascosto. Voi la vedete, passate la sera con lei, conoscete e vedete Emilio; ditemi tutta la verità. Prudenza non ho bisogno di raccomandarla a un gentiluomo della vostra fatta; se posso far del bene scrivetemi e verrò subito.

Ah! Io mi lodo ogni giorno più d’aver saputo fare di meno delle gioie coniugali; e voi?

Il vostro Esmeraldi.

Quando la lettera del Duca pervenne al marchese Varalli, questi se ne stava sdraiato sopra una poltrona fumando e facendo il chilo dopo colazione. Il Marchese non leggeva mai nè lettere, nè telegrammi a digiuno, per paura che una cattiva notizia potesse togliergli l’appetito e lo privasse per quel giorno delle voluttà dello stomaco, estreme voluttà della vita.

Il Marchese lesse e rilesse la lettera del Duca, dette un’occhiata a quella di Rina, poi le buttò sdegnosamente sul tavolino tutte e due, e seguendo collo sguardo i vortici azzurrognoli del fumo, pensò fra di sè: — Quel Duca è un gran buffone! si congratula d’esser rimasto celibe e si lagna se chi si marita non è felice. Non ci voleva molto, a dir la verità, per capire che quei due non eran fatti per stare insieme, e bisognava pensarci prima. “Abbiamo fatto uno sproposito.„ Voi l’avete fatto, carissimo, e più grosso di voi quel sapientone del mio nipote!... Bisognava non gliela dare. Oh bella! Perchè gliela avete data? Io lo so, Duca mio; voi vi siete affrettato a conchiudere il matrimonio per la smania di disfarvi della pupilla; e voi recitate il Miserere colle varianti: Peccata senectutis meæ ne memineris Domine.... “Voi che la vedete, andate, studiate.„ Che bell’originale! Io che vado là a passare un quarto d’ora la sera per distrazione, devo mettermi a fare il confessore! E Rina, se mai, piglia me per confidente, me, zio e di settant’anni! Che bell’ingegno! “E se posso far del bene verrò.„ Piglierete un reuma a venir da Parigi di gennaio e non farete altro. Se volete fare il bene davvero, morite e lasciate a Rina il vostro patrimonio; tanto più che io per ora non ho voglia di crepare e se campo dell’altro, mio nipote non sarà imbrogliato ad amministrare l’eredità.... Quell’altra scimunita rimpiange “i giorni della prima giovinezza!„ Belli! quand’era in convento a imparare i sopraggitti! La conchiusione, in sostanza, è questa: ci tormentiamo tutti l’uno con l’altro; Emilio tormenta Rina col suo contegno, Rina tormenta Emilio coi suoi musi lunghi e con la sua cera di vittima rassegnata, il Duca tormenta sè colle sue paure e me colle sue lettere. Intreccio vecchio, scioglimento facile e lieto fine. Rina trova prima o poi il modo di consolarsi, i musi lunghi finiscono... Emilio non vede ed è contento; la corrispondenza epistolare della Signora diviene allegra, il Duca non capisce ed è contento; io... lo sapevo... e... e, sissignori, son contento anch’io purchè non mi secchino più.

E il Marchese scrisse prima assai brevemente al Duca; asseverava non saper nulla di quanto il Duca temeva: forse la lettera di Rina era stata scritta in un momento di malinconia e d’altra parte egli non ci leggeva quello che il Duca ci aveva letto. Scrisse un viglietto uggito, insomma, buttato giù tanto per fare; poi, riflettendo che in sostanza nel combinare il matrimonio era stato di mezzo anche lui, pensò essere suo debito di parlare col nipote, con cui fino a quel giorno aveva evitato di tener parola delle faccende domestiche.

Ecco come adempiè quello che reputava un dovere. Il giorno trovò sul piazzone delle Cascine Emilio e lo fermò.

— Dov’è Rina?

— È là in carrozza.

— Di che umore?...

— Ma!... buono; perchè me lo domanda?

— Perchè per solito ha l’aria annoiata e mi pare che abbia ragione.

— Non capisco come mai.

— Capisco io; credete che non sappia e non vegga tutto io? Pochi discorsi; Rina va a letto alle dieci, voi tornate all’alba... voi siete il marito di vostra moglie dalla mattina alla sera e... e basta! Vi avevo predetto ogni cosa; non credevo però che le mie previsioni si sarebbero avverate tanto presto. Non mi fate discorsoni, perchè non ho pazienza, e poi tira troppo vento su questo maledetto piazzone; se credete che vostra moglie possa durare a far questa vita, credete male... Che v’intendiate tra voi altri, ve l’ho già detto un’altra volta, è impossibile....

— Dunque?... — domandò impazientito il Conte.

— Dunque pensateci voi e chi ha bagnato rasciughi.

E voltandogli le spalle si allontanò, lasciando il nipote piantato come un piolo in mezzo al piazzale.

VI.

E un anno passò. Rina vedeva il marito a pranzo e qualche volta alla passeggiata; unica distrazione le era il pianoforte, unico compagno nelle lunghe sere dell’inverno il Varalli; con lui, per impedirgli il racconto degli aneddoti che non le piaceva ascoltare, giocava all’écarté. Rina stava dunque sola sino al tramonto. La solitudine è spesso funesta a chi ha l’animo delicato e l’intelletto vivo; prostra l’uno nella malinconia, dà all’altro una singolare operosità. Nelle donne, nelle giovani specialmente, l’abuso del pensiero è sempre cagione di molti guai e Rina non faceva altro che pensare dalla mattina alla sera. A che pensava? Chi potrebbe ridirlo? Passava dai ricordi recenti alle speranze lontane; e quelli e queste crescevano il tedio dell’ora presente. Povera Rina! qualche volta rideva, rideva conchiudendo che il meglio è separarsi senza lacrime dagli inganni della gioventù e, se la vita è un deserto, mettere tutte le forze della mente e del cuore a cercarvi l’oasi della rassegnazione; qualche volta invece piangeva quasi rabbiosamente; le speranze deluse, i desiderii nascosti le tumultuavano rammaricandosi nel seno, e il soffio del peccato aleggiava nell’anima sua.

Avete mai osservato un quadro della seconda maniera del Raysdael? Verso la fine di settembre, sulle ventitrè, quando il cupo degli alberi si stacca più vivamente sul tono tranquillo del cielo, e la luce si ritrae lenta e la brezza pungente comincia a spandere le rugiade, Ruysdael dava di mano al pennello; un raggio, una nuvola, faceva interpreti de’ suoi sentimenti; confidava agli alberi e alle cascate i segreti della sua fantasia.

L’ora che il Ruysdael sceglieva per dipingere, Rina la sceglieva per passeggiare; anch’essa era triste come il pittore di Harlem; egli piangeva sulla felicità troppo presto perduta, ella sulla felicità non per anco raggiunta; egli cercava la pace ne’ misteriosi godimenti dell’arte, ella un compenso a’ desiderii repressi nel bacio immacolato della natura.

In una di quelle predilette giornate di settembre, Rina saliva il viale dei cipressi che conduce al Poggio Imperiale; la sua carrozza la seguiva al passo; i cavalli pareva sapessero la strada e tiravano avanti sciolti dall’autorità del cocchiere. Un giovane le passò accanto; pareva cogitabondo, Rina lo guardò quasi senza volere e ammirò in lui la vivacità degli occhi, l’aspetto buono e la virile bellezza della persona. Il giovane anch’esso parve colpito dalla pensosa malinconia di Rina e si fermò. Rina seguitò la sua strada con indifferenza; indifferenza apparente bensì, perchè chi avesse potuto sollevare il velo che le copriva il viso avrebbe osservato come le guancie le si fossero accese ad un tratto di un incarnato vivissimo. Il giovane la seguiva; tutte le donne, anche senza voltarsi, sentono il passo, veggono l’ombra leggera dell’uomo che le segue. Rina era divenuta rossa. Perchè? Per il presentimento che abbiamo quando si avvicina un pericolo? L’altro le tenne dietro a breve distanza, fino alla fine del viale, dove Rina rimontò in carrozza e partì.

Il giovane rimase fermo un momento, guardando dietro alla carrozza, poi continuò pensoso, a passo lento la sua passeggiata.

Si chiamava Federigo Ripàri e nasceva da una delle più ricche famiglie della cittadinanza fiorentina; orfano, simpatico a molti per la dolcezza dell’indole, per l’ingegno svegliatissimo, aveva la nomèa d’uomo fortunato in amore e quella più difficile a ottenersi, specialmente con le donne, di essere molto piacevole. Era sui ventitrè anni; sebbene per sfogliare troppo il libro della vita, non avesse avuto tempo di dare una guardata agli altri, nondimeno sapeva fare un po’ di tutto. Non era pittore, ma schizzava con garbo il motivo d’un paesaggio, o la caricatura d’un amico; non era poeta, ma scriveva versi che l’Aleardi, per esempio, avrebbe potuto sottoscrivere, e romanze che, ignaro del contrappunto, metteva in musica a orecchio egli stesso. Aveva, insomma, quel tanto di studi che ci vuole per piacere alle donne e che bisogna non spingere oltre un certo limite; se state di qua siete stupidi, se di là pedanti. Aggiungete una cera malinconica che alcuni credevano simulata e non era, una fantasia desta e malaticcia, e saprete su per giù quale era Federigo Ripàri.

In quella bella giornata d’autunno, era uscito dalle porte della città, col bisogno di quell’innocente sfogo che molti provano nella prima gioventù: il bisogno di far de’ versi; non per un album, non per musica, dei versi che gli lusingassero l’orecchio per una sera, suoni vaghi, eco di vaghi desiderii. Egli cercava appunto la propria gradazione d’un aggettivo, quando vide Rina; anche Fausto cercava la scienza e trovò Margherita.

— Bella donnina! — pensò tra sè Federigo. — Chi sia? Dev’essere una forestiera.

Firenze, avanti il trasporto della capitale, era una città sui generis. I Fiorentini componevano, si può dire, una sola famiglia; di guisa che per le vie un uomo niente niente se ne desse pensiero, poteva dire il nome di ogni donna che passasse in carrozza, quasi sempre aggiungere il nome dell’amante, se ne aveva uno; e se la religione della Dea indigena pendeva verso il politeismo, recitarvi, mutato il sesso, la litania di don Giovanni.

Federigo era al fatto di ogni segreto del bel mondo, conosceva tutti, tutti lo conoscevano; eppure in nessuna delle conversazioni che egli frequentava, in nessun ballo, in nessun teatro aveva veduto quella signora; supponeva dunque con ragione che fosse una forestiera.

— Dev’essere una forestiera... ricca perchè quei cavalli del Mecklembourg che aveva, costano parecchi quattrini; e vedova di certo, perchè i forestieri generalmente accompagnano la moglie in viaggio. Basta, vedova chi sa? Fosse mal maritata?.... O sia venuta qua a veder de’ parenti e abbia lasciato il marito a casa?... Che sia la moglie del nuovo console di Francia che è arrivato ieri?... No... forestiera non dev’essere.... Starebbe in locanda e avrebbe un legno a fitto.... la livrea era turchina e argento, m’è parso... O bigia? No turchina.... Ci vada alla Pergola? È facile, stasera c’è ballo nuovo.... Bella donnina!

Questo monologo incominciato alle sei finì dopo mezzanotte. Federigo girò tutti i teatri della città, interrogò tutti gli amici suoi dando i connotati della bella incognita, senza poterla vedere, senza aver una notizia neanche vaga sulla patria, sul nome, sullo stato di lei. Alcuni degli amici che interrogò si affermarono incompetenti; finalmente alla Pergola, Federigo trovò un vecchio signore molto erudito nella scienza delle livree e delle carrozze, frequentatore assiduo di tutte le conversazioni ed interrogò anche lui.

— Avete detto una livrea bigia e argento?

— Ecco mi pare... forse era turchina.

— O turchina, o bigia; come si fa a non ricordarsi il colore d’una livrea?...

— Ma... ecco... m’è parsa bigia.

— Due cavalli?...

— Bai scuri, quelli li ho visti bene....

— Quello di destra balzano dal piede di dietro?

— Ma non ho guardato....

— Dio santo! se non avete guardato a nulla... livrea bigia... cavalli del Mecklembourg.... Ah! ho capito!

— Finalmente!...

— Eh! caro mio.... ci vuol la mia pratica.... basta, siete fortunato.... livrea bigia e argento.... va bene?

— Va bene.

— Cavalli del Mecklembourg, bai scuri....

— Bai scuri.

— È una milanese, la moglie del conte Grimaldi.

— Siete certo?

— Certissimo.... una donna alta, bionda, grassoccia.

— Ah! neanche per idea; magra, piccolina, nera....

— Non può essere, caro mio, avete visto male... Livrea bigia, cavalli bai scuri, casa Grimaldi, fidatevi di me. — E lo piantò.

Federigo poco persuaso si rivolse ad un altro e gli fece presso a poco la stessa interrogazione, dandogli questa volta tutte le indicazioni così sulla livrea, come sulla persona.

— Magra, piccola, bruna?...

— Livrea... — soggiunse Federigo.

— E chi s’occupa della livrea? Vestita come?

— Di lilla; con una sottanina nera.

— Occhi celesti?

— Non saprei.

— Come non saprei? Con un neo piccolissimo vicino al labbro inferiore a sinistra?

— Sarà....

— Dev’essere.... Te lo dico io chi è.... È Lady Turner.

— La conosci?

— Come se la conosco? Sono di casa; l’ho accompagnata anche stamani alla stazione; partiva per Livorno.

— Ma se l’ho vista oggi al Poggio Imperiale!

— È impossibile.... sarà stato ieri....

— Di’ piuttosto che non era lei....

— Era lei, era lei. Piccola magra, bruna, vestita di lilla con un neo... non c’è che lei. Sbagli, credi a me; l’avrai vista ieri....

— Ma se ti dico che l’ho vista oggi.

— E io ti dico che è partita stamani per Livorno. — E lo lasciò.

Era giocoforza dimettere il pensiero di avere per quella sera indicazioni alle quali Federigo potesse fidarsi; non potendo far altro andò a letto. Era solito leggicchiare, quella sera non lesse; a notte inoltrata s’addormentò pensando e domandando a sè stesso: chi sia?

Federigo, nonostante la sua disposizione alla malinconia, dormiva, come si dorme a ventitrè anni, molte ore e tutte di seguito. Il suo primo pensiero, appena svegliato, era quello di chiamare il servitore che gli portava il caffè; quella mattina si svegliò, non sonò il campanello, ma se ne stette lungamente a seguire con gli occhi i giuochi irrequieti che i raggi del sole, penetrando nella stanza per le imposte socchiuse, facevano sopra i muri, ripetendo a sè stesso: chi sia?

VII.

Vestitosi alle fine, cercando di farsi bello più del solito, verso le tre uscì di casa col proposito di andarsene verso il Poggio; ma a che fare? Se il giorno avanti si fosse imbattuto nella simpatica incognita alle Cascine, luogo di usati convegni, avrebbe con fondamento potuto sperare di ritrovarcela; ma al Poggio Imperiale!

Dal Maglio ove abitava, Federigo se ne andava giù giù per via de’ Rondinelli verso Santa Trinita, quando gli dette nell’occhio una malibran ferma innanzi a una bottega di crestaia; e gli parve il cocchiere che sedeva a cassetta fosse quel medesimo, il quale conduceva il giorno innanzi la famosa carrozza su per la salita del Poggio. Rallentò il passo e intanto ch’egli cercava di raccapezzarsi sul conto del cocchiere, la bella incognita uscì dalla bottega e montò nella malibran. Parve a Federigo che, nel vederlo, ella si fermasse un momento quasi commossa, e che prima di tirare il cordone per dare il segno della partenza, voltasse gli occhi verso di lui; gli parve, e così andò difatti la cosa, ma se anche fosse andata in modo diverso, Federigo avrebbe goduto egualmente, perchè in simili casi noi godiamo più a spese della fantasia che della realtà.

La carrozza partì prima che Federigo si fosse riavuto dal suo dolce stupore; aveva riveduta quella donna, ma ne sapeva sul conto suo quanto prima. A un tratto si ricordò che fuori dello sportello era dipinto uno stemma; ricordarsene e montare in un fiacre fu tutt’una. Raggiunse difatti la carrozza e vi scorse non un solo stemma ma due: l’uno portava un corno da caccia dorato in campo verde; l’altro, spaccato, aveva nella parte superiore dello scudo un leone rosso rampante in campo d’oro; e nella inferiore una ruota d’argento in campo azzurro col motto: sans sortir de l’ornière.

Mezz’ora dopo Federigo sapeva che il primo stemma era de’ Marchesi Miriani, il secondo dei Conti di San Vittore.

Il palazzo San Vittore era noto a lui come a tutti. — Oramai — diceva Federigo tra sè — ho la chiave della fortezza; mi metto di piantone davanti al palazzo, le vo dietro se esce di casa, la vedo se s’affaccia alla finestra. — Il disegno era bello, ma per quel giorno non c’era caso di metterlo in pratica; cominciava a farsi buio. Federigo se ne andò a casa, e dopo aver passeggiato un paio d’ore in lungo e in largo il suo salottino, si sdraiò sopra una poltrona. Desiderò che qualche amico capitasse, come avveniva spesso, da lui, per potergli esporre tutte le idee, confidare tutti i sentimenti che gli mulinavano dentro; ma, a farlo apposta, quella sera non ci andò nessuno. E Federigo scelse per suo confidente un pezzo di carta bianca; si mise a tirar giù senza pigliar fiato versi, versi e versi pieni di calore giovanile e di imagini strampalate. Se fossero stati di un altro, Federigo, leggendoli a sangue freddo, gli avrebbe presi per una parodia dei canti orientali di Saàdi o di Firdusi.

La mattina dopo, per tempissimo, era innanzi a casa San Vittore, aspettando. Nessuno s’affacciava alla finestra, nessuno metteva piedi fuori del portone. Federigo pensò non esser facile che una signora uscisse di casa alle otto nel mese d’ottobre; girandolò tre orette, alle undici ritornò daccapo al suo posto, aspettò inutilmente sino a mezzogiorno, si confortò persuadendosi che quella era forse l’ora della colazione. Tornò alle tre; Rina non uscì quel giorno.

L’uomo è qualche volta un molto bizzarro animale. Rina non era uscita; fatto così semplice, si poteva spiegare con molte ragioni semplici del pari. No, signore; Federigo se ne andò a casa adirato, sgridò il servitore, buttò ogni cosa sottosopra; pareva venuta la fine del mondo. Come? gli era parso che una signora, la quale tre giorni avanti non conosceva neppure, lo avesse guardato; questa signora sapeva che egli non poteva vederla che per le strade di Firenze, e non usciva di casa? Oh! le donne, le donne! Dice bene Shakespeare: “perfide come l’onda.„

E, notate bene, Federigo aveva torto in tutto e per tutto. Egli era stato, sebbene a caso, veduto; se non che Rina non gli si era mostrata; non già che ella fosse una di quelle donne furbe, avvezze a carezzare gli amanti a quattr’occhi e a salutarli in pubblico di mala grazia e che sono più avare di lettere che di baci, no; Rina era mossa da un senso di pudore; provava un grande compiacimento nel vedere Federigo, ma non voleva che Federigo se ne accorgesse. E poi, quel compiacimento non poteva durare nè durò senza vicenda di dubbiose malinconie.

Fu quello per Rina un momento grave; l’affetto nuovo non era così saldo nell’animo suo da toglierlo al dominio dell’antica speranza. Se il Conte si fosse degnato non dico di scrutare ma di osservare, avrebbe capito di che si trattasse; non importava essere un grande psicologo per intendere che a quel punto Rina non pretendeva di vincere, domandava di arrendersi; che una sola parola purchè detta a tempo da lui avrebbe bastato a salvarla. Ma il Conte non si degno; guardò tanto poco la moglie che non vide nè il suo pallore, nè gli occhi umidi di lacrime trattenute a mala pena, supplicanti, imploranti; pranzò, fumò e dopo il pranzo:

— Vieni al teatro? — disse a Rina.

— Perchè non resti in casa stasera? — domandò l’altra con desiderio affettuoso, quasi umile.

— A far che?

— Buona notte, dunque, — soggiunse Rina, stendendo la mano al marito; egli, la strinse così sbadatamente, da non accorgersi nemmeno che quella mano era gelida e tremante.

Rina gli guardò dietro e dette in uno scoppio di pianto.

Perchè c’è un curioso mistero psicologico che io non mi studierò di spiegare. Una donna maritata, la quale non sia congiunta contro ogni sua volontà a un essere spregevole, se commette un errore, lo commette, o perchè è corrotta, o perchè si sente attratta verso un ideale sognato e non raggiunto. Nel primo caso non c’è rimedio; ma nel secondo avviene che prima del fallo la donna ritorna per poco al marito. È, come dicono, il miglioramento della morte; quasi pare che prima di cercare altrove il sodisfacimento del suo desiderio irrequieto, voglia chiederlo un’altra volta all’uomo che le è compagno nella vita. — Perchè?

Ne ho domandato a un moralista, il quale con la burbanza di chi ha una spiegazione bell’e fatta per tutti i misteri impenetrabili della natura umana, m’ha risposto:

— È la voce del dovere.

No; il dovere è assoluto, non patteggia; e la donna in procinto di fallire, impone al marito due patti: prima, amarla, poi amarla come l’ama quell’altro.

Dunque? L’ho già detto; osservo il fenomeno ma non mi attento a spiegarlo.

Mentre il Conte usciva di casa, Rina aprì la finestra e guardò nella via. Pioveva a dirotto. Vide il marito salire nella carrozza che lo aspettava alla porta e pensò che egli, scese le scale, non si ricordava più di lei; seguendo con gli occhi la carrozza, scorse Federigo che si voltava per guardare ancora una volta la finestra a cui era affacciata.

Ho detto scôrse: dovevo dire credè scorgere. Federigo a quell’ora, se pur pensava a Rina, ci pensava da lontano; e quello che ella prese per lui, era un pacifico cittadino il quale andava forse in cerca dell’ombrello che non aveva e non si voltò per guardare finestre, bensì per scansarsi dalla carrozza. Ma che importa la verità quando è dolce l’inganno? Rina credè veder Federigo; e ciò che ella pensasse, quali paragoni facesse tra il Conte che se n’andava in carrozza e l’incognito che a quell’ora e con quel tempo passeggiava sotto le sue finestre, è tanto facile a imaginarsi, che io non starò a dirlo neppure.

Richiuse la finestra e sonò il campanello.

Un giovane alto, pallido, biondissimo, tutto vestito di nero, il quale se non fosse stata l’età sua si sarebbe preso per un professore di filosofia di qualche Università tedesca, entrò nel salotto.

Era il segretario del Conte.

— Ma perchè viene lei? — domandò con un po’ d’impazienza Rina subito che l’ebbe veduto.

— Ma, se la signora Contessa ha qualche cosa da comandare....

— Ma che cosa vuole che comandi a lei? Ho bisogno di Giacomo.

— Scusi....

— No, scusi lei, signor Luigi.... — riprese Rina rabbonitasi; — e giacchè è stato così cortese da venir qui invece di Giacomo, faccia il favore di dirgli che stasera non ci sono per nessuno.

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